Skip to main content

Full text of "Archivio glottologico italiano"

See other formats


2. 


ARCHIVIO 


GLOTTLOLOGICO   ITALIANO 


DIRETTO 

DA 

G.  I.  ASCOLI 

VOL.  2 


) 


1877 


FONETICA 

DEL 

DIALETTO  DI  VAL-SOANA  (canavese). 

DI 

C.    NIGRA. 


Il  dialetto  di  Val-Soaaa  è  parlato  dalla  popolazione  dei  quattro  comuni 
della  valle  di  questo  nome,  che  sono  Ingria,  Ronco,  Valprato  e  Campiglia. 
E  inoltre  parlato  nei  due  comuni  di  Ribordone  e  Frassinetto,  il  primo 
de'  quali  sta  a  destra,  l'altro  a  sinistra  della  valle.  La  popolazione  di 
fatto  ascendeva  per  cotesti  comuni,  il  31  dicembre  del  1871,  a  7582  ani- 
me, distribuite  come  segue: 

a)  Val    Soana, 

Ingria 1176, 

Ronco 2289, 

Valprato 914, 

Campiglia 206. 

b)  Valle   di   Ribordone, 

Ribordone 1029; 

e)  Frassinetto 1968. 

Siccome  però  il  censimento  si  faceva  appunto  in  quel  tempo  dell'anno 
in  cui  la  popolazione  virile  suole  emigrare  dalla  valle,  conviene  aggiun- 
gere a  questa  cifra,  per  ottenere  approssimativamente  lo  stato  della 
popolazione  di  diritto,  o  meglio  della  vera  popolazione  effettiva,  poco 
meno  d'un  altro  migliajo  d'anime;  così  che  il  numero  delle  persone,  che 
ha  per  favella  materna  il  dialetto  valsoanino,  riesce  all' incirca  di  8,500. 
Tutti  questi  comuni  sono  compresi  nel  mandamento  di  Pont  Cana- 
vese, nel  circondario  d'Ivrea,  provincia  di  Torino,  e  fanno  parte  del 
collegio  elettorale  di  Cuorgnè.  Il  più  popoloso  di  essi,  e  il  più  centrico 
della  Valle,  Ronco,  ò  situato  a  gradi  45"  29'  30  '  di  latitudine,  e  a  gradi 
4''  55'  45'  di  longitudine  da  Roma;  e  sta  sul  livello  del  mare  all'altezza 
di  metri  941.832.  Il  torrente  Soana,  che  percorre  la  valle  e  le  dà  il 
nome,  sbocca  nell'Orco  sotto  Pont,  ed  è  formato  da  tre  rivi  principali. 
L'uno  di  essi  raccoglie  a  NE.  e  N.  la  acque  che  scendono  dalle  cime 
alpine  comprese  fra  Monte  Marzo  e  le  punte  della  Reale  e  di  Balma; 
l'alfro  raccoglie  a  N.  le  acque  del  bacino  di  Campiglia  circondato  dalle 
cime  dell'Arietta,  del  Rancio,  e  dell'Agnelesa  o  Torre  di  Lavina,  rifugio 
degli  stambecchi;  e  confluiscono  entrambi  sopra  Valprato.  Il  terzo  rivo 
raccoglie  a  N.  NO.  le  acque  dell'Agnelesa  testé  nominata,  della  Grande 
Arolla,  delle  Forche,  delle  Sengie,  della  svelta  guglia  del  Gialino  e  del 
gran  Cimone,  forma  la  valle  secondaria  detta  di  Forzo,  e  sbocca   nel- 

Archivio  glottol.  ital..  III.  l 


f=)7 


Nigra, 

l'alveo  principale  della  Soana,  a  un  chilometro  circa  sotto  Ronco.  La 
maggior  lunghezza  della  valle,  misurata  sulla  carta  in  retta  linea,  fra 
il  colle  dell'Arietta  e  Pont,  da  N.  a  S.,  è  di  circa  20  chilometri;  la 
maggior  larghezza,  fra  la  punta  delle  Sengie  e  la  punta  di  Palo,  da 
0.  ed  E.,  è  di  20  chilometri  e  mezzo.  Gran  parte  di  questo  territorio 
è  occupato  da  alte  montagne,  alcune  delle  quali,  il  Cimone,  il  Gialino, 
l'Arolla,  l'Agnelesa  e  la  Dalma,  spingono  la  loro  vetta,  coperta  di  ghiac- 
cio e  di  neve,  oltre  a  tremila  metri  sopra  il  livello  del  mare.  Il  poco 
che  è  concesso  alla  coltura,  dà  segala,  patate,  frutta  e  legname,  e  nu- 
tre con  freschi  pascoli  armenti  e  greggie,  principale  industria  del  paese. 
Ogni  anno,  all'approssimarsi  dell'autunno,  quasi  tutti  gli  uomini  validi 
lasciano  la  valle;  vanno  ad  esercitare  in  varie  contrade  le  arti  del  ra- 
majo,  dell'argentiere  e  del  fonditore  di  metalli,  e  rimpatriano  a  prima- 
ivera,  a  farsi  contadini  e  pastori  in  sino  al  nuovo  autunno.  Egli  è  spe- 
cialmente quando  si  trovano  fuor  de'  loro  villaggi,  che  i  Valsoanini,  per 
non  esser  compresi  da  gente  estranea  alla  lor  valle,  fanno  uso,  parlando 
fra  loro,  d'un  certo  gergo  particolare,  del  quale  pure  sarà  fatto  cenno 
a  suo  luogo. 

II  dialetto  e  il  territorio  di  Val-Soana,  compresi  i  due  comuni  di 
Ribordone  e  di  Frassinetto  che  geograficamente  non  appartengono  alla 
valle,  confinano,  a  NO.  e  N.,  coi  dialetti  e  col  territorio  di  Val  d'Aosta, 
da  cui  li  separano  le  alte  cime  pur  ora  nominate  e  i  difBcili  passi  dei 
colli  delle  Sengie,  di  Pian  delle  Mule,  di  Bordoneto,  del  Rancio,  del- 
l'Arietta, di  Larizza  e  di  Sant'Anna;  a  0,  e  S.,  col  dialetto  canavese 
^^  e  col  territorio  della  valle  dell'Orco  nel  quale  sbocca,  a  Pont,  il  tor- 

Ò  rente  Soana;  ad  E.  finalmente,  coi  dialetti  canavesi  e  coi  territorj  della 

Val  Chiusella  (compresa  la  confluente  Valle  di  Savenca),  che  mette  nella 
Dora  Baltea,  e  delle  due  valli  di  Piova  e  di  Malésina,  più  conosciute 
sotto  l'unico  nome  di  Val  di  Castelnuovo  *,  le  cui  acque  mettono,  se- 
parate, nell'Orco.  La  Val-Soana  è  divisa  dalla  Valle  di  Chiusella  per 
le  cime  di  Verdassa  e  di  Sàles;  e  dalla  valle  di  Castelnuovo,  ancora 
per  la  cima  ultimamente  nominata,  per  la  montagna  di  Pian  Francese 
e  per  la  costa  di  Chiesanuova. 

Il  dialetto  di  Val-Soana  é  quindi  attiguo  da  tre  lati  ai  dialetti  ca- 
navesi, ed  è  separato,  a  N.  e  NO.,  per  una  serie  di  quasi  inaccessibili 
vette  alpine,  dai  dialetti  di  Valle  d'Aosta,  coi  quali  egli  trovasi  non- 
dimeno in  assai  prossima  affinità.  La  posizione  geografica  s'accorda 
qui  in  sostanza  con  la  ragione  linguistica.  Il  dialetto  valsoanino  forma 


*  Sia  lecito  a  me,  lontano,  di  qui  rammentare  con  afietto*il  comune 
di  Villa-Castelnuovo  e  il  vecchio  castello  in  cui  nacqui,  dal  quale  ha  il 
nome  questa  valle.  A  compenso  del  poco  interesse,  che  questa  notizia 
avrà  per  gli  studiosi,  ricorderò  loro  che  in  questo  stesso  villaggio  nac- 
que il  mio  illustre  prozio  materno,  l'orientalista  Giovanni  Bernardo  De 
Rossi. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Esordio.  3 

uno  dei  distinti  anelli  della  catena  che  da  un  lato  annoda  i  dialetti  ita- 
lici subalpini  ai  francesi  e  ai  provenzali,  e  dall'altro  ai  ladini  della 
sezione  d'occidente. 


Segue  qui  ora  un  rapido  prospetto  dei  caratteri  fonetici  del 
dialetto  valsoanino,  con  speciale  riguardo  alla  determinazione 
del  preciso  posto  ch'esso  occupi  nel  sistema  qui  sopra  accennato 
(cfr.  Arch.  Ili,  §§  n-m). 

a.  Manca  l'o;  cfr.  e  e  C-  Nò  si  sente  lo  z. 

p.  C'è  Vu,  nella  sua  legittima  funzione;  num.  38,43,82, 
18,  72. 

y.  L'a  tonico  e  atono,  preceduto  da  consonante  palatina, 
tende  a  ridursi  a  vocal  palatina  (e,  i)\  num.  3,  57-59. 

0.  L'È  lunga  e  l'i  breve  continuati  per  ej\  num.  8-9,  23. 

s.  L'ó  lungo  e  l'ù  breve  continuati  per  éw,  num.  28-29,  42. 

^.  L'ó  breve  e  anche  l'ó  di  posizione  continuato  per  uéy 
num.  32-33,  36-37. 

7].  Continuato  per  je  anche  l'È  di  posizione;  num.  10. 

.3-.  L'è  atona  conservata  all'uscita  degli  infiniti  di  base 
sdrucciola,  num.  63  (cfr.  Q'S>)\  e  analogamente  l'o  atono  al- 
l'uscita degli  antichi  proparossitoni,  num.  78.  L'o  atono  con- 
servato eziandio  nella  1.  pers.  del  pres.  sing.  indie;  ibid. 

i.  L'i  atono,  attiguo  ad  altra  vocale,  volge  sempre  \aj.  Al 
che  aggiungendosi  che  restino  allo  stato  ài  j  (cioè  non  passino 
in  i)  le  risoluzioni  romanze  che  si  considerano  alle  lett.  [x  e  -j,  ne 
viene  che  questa  fricativa  palatina  occorra  nel  nostro  dialetto 
con  un'abondanza  affatto  singolare.  E  qui  forse  non  parri\  fuori 
di  luogo  una  breve  rassegna  dei  principali  tipi  fonetici  onde 
quest'abondanza  si  ottiene:  I.  Iato  dell'antica  base:  filio  pa- 
LiA  ecc.,  num.  89,  90,  91,  92,  93,  94,  96,  97,  98-100.  -  II.  Iato 
che  si  produce  per  dileguo  di  una  consonante:  lElTIa'm  liam 
Ijani  ecc.,  num.  89,  90,  91,  93,  94,  (97),  98-100.-  III.  L'iJ  di 
fase  anteriore;  che  è  ordinariamente  il  dittongo  dcH'c,  dell'cc, 
o  deìVé  di  pos.,  num,  11, 16  e  48.  -  IV.  Uci  di  fase  anteriore, 
che  di  solito  è  il  dittongo  dell'.e  o  dell'i.-  V.  L'i  attratto  o 
propagginato,  num.  185  e  184.-  VI.  Lo  j  che  si  sviluppa  dietro 
alle  formole  cl  pl  ecc.,  sia  che  poi  vi  si  perda  la  esplosiva 
(Ij i^ch  ecc.),  o  sia  che  vi  si  perda  la  liquida  {l'jpj  ecc.  =  cl  ecc); 
num.  109,  110,  112;  108,  111,  113-15.-  VII.  Le  basi  latine  ct  o 
-e,  che  danno  jt  e  j,  num.  153  (169)  e  152;  cfr.  ancora  cr  gr 
num.  155, 160.-  VIII.  Le  basi  latine  'cA-  e  gè  gì,  che  6  quanto 


Nigra, 

dire  un  g  di  fase  anteriore;  v.  num.  149, 159.  Ma  il j  tra- 
monta in  -biobji  =  bjay  num.  59  12°. 

X.  11  -n  gutturale;  num.  135,  cfr.  134  e  136.  E  ne'  comuni 
d'Ingria  e  di  Valprato  l'è  che  precede  a  -n  volge  in  a;  quindi: 
fan^fth  fieno,  tan<=ten  tempo;  ecc. 

X.  La  continuazione  integrale  di  lj;  num.  89,  e  109,  110, 
112. 

[f..  La  riduzione  di  cl-  ecc.,  a  kj-  ecc.,  num.  108,  111, 
113-15. 

V.  La  riduzione  delle  formole  alt  ecc.,  ad  aiit  ecc.,  num.  107; 
allato  a  quella  di  alp  ecc.,  in  arp  ecc.,  num.  104. 

l.  Dileguo  generale  del  s  di  uscita  latina;  num.  132. 

0.  Riduzione  di  sk  st  sp  a  lik  ìit  lip;  num.  129. 

ir.  Nessuna  consonante  sonora,  tranne  j  e  le  liquide,  si 
tollera  all'uscita;  e  la  sonora  che  riesca  finale,  passa  nella 
rispettiva  sorda:  Ione,  v&rt,  pjgmp,  mep  (v.  p),  scaf  n.  124. 

p.  Occorre  abondantemente  che  lo  g  di  fase  anteriore  passi 
nell'interdentale  p;  e  lo  i  di  fase  anteriore,  in  d.  E  più  pre- 
cisamente abbiamo:  I,  l.J5  =  p=c  (num.  151:  pjel  ecc.);-  2.p=g°z 
ital.  o  ted.  (num.  97  e  151:  pop  pozzo  ecc.;  mllpa,  capjél  33; 
pop  zoppo);-  3.  pv=g=,ls  (num.  107:  pop  polso);-  4.  rp-=rg  =  ls 
(num.  104:  lì-borp  bolso);-  5.  np <=^ ng '= -nns ,  nella  figura  no- 
minativale  anp  anno;  e  vi  si  aggiungono:  /bwJ5 1=  fond-s,  fun- 
dus,  intorno  al  qual  nominativo  è  da  vedere  il  Diez  s.  'fondo', 
e  fonz  da  un  capo  all'altro  della  zona  ladina  (Arch.  I  63,  518); 
e  ancora  la  figura  gentivale:  di-marp'=>marfs,  dies  Martis, 
martedì  (cfr.  ib.  518  ecc.);-  6.  p  finalmente  per  d,  trattandosi 
della  sonora  interdentale  che  viene  all'uscita  (v.  tt):  mep  mezzo, 
bronp  bronzo,  i  quali  tosto  si  rivedono  qui  appresso  colla  so- 
nora, perchè  a  formola  interna.  —  li,  1.  d='z=g  (num.  151  e 
159:  roda  'regia',  ecc.);-  2.  d=.z  ital.  (num.  96:  >w^da  =  mezza; 
branda  campanna,  quasi  'broni'a',  brondil  campanile;  manda 
manza;  ghedo  mendico,  allato  a  ghéjzi  fame;  e  cfr.  ancora  il 
num.  48);-  3.  d=p'='g-,  che  nella  composizione  è  passato  in 
sonora,  num.  48.  Nella  valle  di  Forzo  (comune  di  Ronco), 
non  s'ode  lo  ^;  e  dicono  gimd^pimà  cima,  caugjér  -  caupjér 
scarpa,  godo  >=>  J)óclo  zoccolo. 

a.  Costante  continuatore  di  j  e  di  g',  a  formale  iniziale, 
è  g;  num.  87  e  159. 

T.  Occorre  abondantemente  il  fenomeno  franco-ladino  di 
CA  in  ca  e  ga  in  ga\  num.  147-9,  157. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Esordio.  5 

u.  E  così  è  normale  quello  di  j<  =  cT,  num.  153. 

0.  Dileguo  di  -D-  primario  e  secondario  (num.  172  e  104)»  ; 
e  continua  digradazione  di  -P-  e  -B-  (num.  177  e  181). 

X-  La  traslazione  dell'accento,  che  si  descrive  al  n.  183. 

^.  I  fenomeni  di  propagginazione,  che  son  riassunti 
al  num.  184. 


Le  sole  divergenze  sub-dialettali,  di  cut  giovi  tener  conto  in  questo  luogo, 
sono  addotte  alle  lettere  /.  {-an  =  -en)  e  p  (p  =  ^),  e  al  num.  3  {-jd--ia). 

Per  'Arch.  I  II  IIP,  si  citano  i  lavori  che  il  direttore  dell'Archivio  ha  pub- 
blicato, o  sta  pubblicando,  nei  primi  tre  volumi  di  questa  collezione. 


Vocali  toniche. 


1.  Intatto,  fuor  di  posizione;  infin.:  fa-re;  alar  andare,  vo- 
lar, pjoràr  (plorare),  soteràr,  generar,  'perdonar,  gilnàr  di- 
giunare, menar,  scaiiddr  scaldare,  demandar,  nocir  nuotare, 
amortàr  smorzare,  pjantàr,  amtór  (piem.  citate)  colorire,  picàr 
picchiare,  empicàr,  arivàr  o  rììvàr,  ecc.; —  partic.  masc:  gela 
gelato  -i,  Tìtà  stato  -i,  porta  portato  -i,  enfoa  infuocato  -i,  ecc.; 
e  analogamente:  fjd  fiato  -i,  prd\-  partic.  fem.  (cfr.  n.  59  12°): 
gelàj  gelde  gelata  -e,  litaj  htàe  stata  -e,  porta j  portàe,  ecc. ;- 
sostant.  in  -ata  -ate:  Kpd  spada,  fra  (ferrata)  inferriata,  JQncd 
giuncata,  ilità  estate,  volontà,  \frd  frate];-  ate  (-atis)  di  2.  ps. 
pi.:  alàde  andate,  porMc?e; —  inoltre:  fràre  fratello,  wrt?',  avàr, 
amar;  ral  raro;  sai,  mal,  deal  ditale,  assai  asse,  dejnàl  Na- 
tale n.  164,  messàl,  cornai  corniola,  pai,  calo  quale,  ala;  gram 
cattivo  (gramo),  fam,  Ijam  letame,  ardm  rame,  solàm  solajo, 
càrnuQ  càmice:  man,  pan,  san,  pjah,  demàn,  pjàna  pianura, 


*  Notevole,  anche  per  la  concordanza  coi  dial.  affini  (v.  Arch.  Ili,  §  11  22),  il 
mantenersi  del  d  secondario  nell'esponente  di  seconda  plurale  (portùde  ecc., 
n.  164).  È  un  fenomeno  fonetico  che  diventa  una  caratteiistica  morfologica;  e 
così  è  del  passar  del  pron.  poss.  di  sec.  e  di  terza  nell'analogia  fonetica  di 
quello  di  prima:  mia  tia  sia  mia  ecc.  E  poiché  rasentiamo  la  morfologia,  sia 
qui  insieme  ricordato  il  piuccheperf.  lat.  in  funzione  di  condizion..  di  cui  in 
nota  al  num.  1 16. 


6  Nigra, 

senàna  settimana,  Soàna\  casi  quasi,  nas  naso;  a  hai,  va  vai; 
at  ha,  vat  va;  pa  padre;  ràva  rapa,  bearàva  barbabietola  (cfr. 
Arch.  II 121-2),  fava  fava,  tra  trave.  2.  Intatto,  in  posizione 
romanza:  pàlji  paglia,  calj  (coagulum)  presame;  compàn  -i 
compagno  -a,  aràn  ragno;  pjàjn  piazza,  ecc.; —  in  posizione 
latina:  malj  maglio,  alj\  crilitàll,  hall,  vali  vaglio,  salf  salva; 
àrhlo  albero  e  àrhra  pioppo  ^cfr.  Arch.  II 113);  màrmlo  marmo, 
tari  tardo,  lart  lardo,  barda  barba  (e  zio);  pass  passa  appas- 
sito -a,  pàJita  pasta;  Idnpi  lancia,  óngel,  bjanc,  mane  manco 
(cioè:  meno),  sane  sangue,  sani  (e  san),  tant  (e  tan),  chetdnt 
molto,  cani,  dovànt  davanti,  cardnta,  acànt  quando;  camp, 
làmpja  lampada;  vacci  vacca;  ecc.  3.  Ridotto  a  vocal  pa- 
latina {e,  i),  e  fuor  di  posizione  e  in  posizione,  per  effetto  del 
suono  palatino  o  palatile  che  gli  precede.-  Infiniti:  taljér,  ba- 
Ijér  bajèr  sbadigliare,  braljér  (piem.  brajé)  gridare,  banér  ba- 
gnare (cfr.  tirjér  virjér  avaitjér  ecc.  al  n.  184),  songèr  sognare, 
rogèr  mordere,  minger  mangiare,  bggér  (piem.  bggé)  muovere; 
alogèr,  mascér  masticare;  sejèr  segare,  gujér  giocare,  nejér 
annegare,  pescèr,  embjencér,  locar;  ghicér  sbirciare;  largar 
(cfr.  piem.  larghe  le  bestie)  pascolare;  e  finalmente  con  Ve  in 
{  a  pronome  suffisso:  coci-sse  num.  107  e  119;  cfr.  aeualji-sse, 
quasi:  *ad-cubac'lare,  accovacciarsi.  Ma:  criàr  gridare;-  sem- 
bjàr  sembrare,  raJikjàr  radere  (raschiare),  borenfjàr  e  bo- 
renfjér,  contjdr  contare,  fakjdr  macchiare,  nufjdr  annasare, 
pùpjdr  carezzare;  per  una  parte  dei  quali  esempj  è  affatto  certo, 
e  per  un'altra  più  o  men  probabile,  che  all' -are  andasse  in- 
nanzi un  L  complicato  (simlare,  -inflare,  ecc.).  Ancora:  odjdr, 
vendumjàr.-  Participj  e  sostantivi  in  -ato;  sono  ridotti 
ia  uscire  in  -ia,  e  nel  comune  di  Valprato  in  -jà:  barda  banjà 
bagnato  -i,  britzia  briìzjd  bruciato  -i;  pecia  pecjà  peccato  -i, 
marcia  maì^cja  mercato  -i,  ecc.;  cùma  cognato.  E  -ata  ugual-^ 
mente,  almeno  nei  sosta,ntìYÌ:  punia  punj ci  manipolo  'pugnata' 
(cfr.  piem.  pund  f.),  lajiia  lajtjd  siero  'lattata'  (v.  n.  184,  e 
cfr.  piem.  laitd  f.).  Queste  forme  non  sono  scevre  di  difficoltà- 
Se  il  tipo  in  -jd  fosse  una  degenerazione  dell'altro  in  -ia,  (cosa 
affatto  incerta'),  V-ia  andrebbe  raccostato  alla  riduzione  che 


La  generale  analogia  dei  dial.  affini,  vuole  anzi  l'inverso;  Arch.  Ili,  in. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  toniche:  a.  7 

di  -ATO  ci  dà  il  ladino  di  Sottoselva  (Ardi.  I  149:  piùna  mar- 
cia ecc.).  Ma  la  ragione  dell'<^  di  -la  sempre  risulterebbe  affatto 
diversa  in  V.  S.;  poiché  neW-ia  del  fem.  V-a  sarebbe  etimolo- 
gico, e  in  quello  dei  masc.  bisognerebbe  vedere  un'antica  atona 
indistinta  (-tg  -te,  cfr.  num.  11  ecc.).-  Altre  voci:  cer  caro, 
costoso,  cédre  cet  cadere  cadit,  scéla  scala';  cin  cane,  ctna 
cagna;  civra  capra;-  cer  carne,  cet  céta  gatto  -a,  càjd  cac- 
cia;- compjéndre  compiangere,  filjàlitro  -a  figliastro  -a  (onde 
poi:  parélitlo,  marélitla).  Ma:  kjd  chiave,  hjar\  e  fja  fiato; 
esempj  tutti  e  tre,  nei  quali  all'a  andava  innanzi  un  l  compli- 
cato.        4.  In  'pjénci  (piera.  ^dumca)  ponticello,  asse,  potremmo 
imprima  rimaner  dubbj  se  Vé  =  d  sia  da   attribuirsi  piuttosto 
al  y  od  all' -2,  Ma  il  fem.  sg.  bjéìici  bianca  (n.  59  1"),  onde  poi 
il  fem.  pi.  bjénce,  allato  al  masc.  s.  e  pi.  bjanc,  si  mostra  più 
decisamente  nell'analogia  di  cuénti  quanti  (sg.  cudnt),  tochénii 
tutti  quanti  (sg.  tocànt),  cheténti  molti  (sg.  cheiànt),  granii 
grandi  (e  pur  grénte  pi.  f.),  nei  quali  \'é-d  va  ripetuta  dall' ^■ 
finale;  cfr.  Arch.  I  544 «.  A  hjéncisì  aggiungono:  gréngi  *grania, 
frc.  grange,  n.  93,  e  lavénci  n.  59  1°;  ma  in  tutti  questi  esempj 
può  anche  risentirsi  l'influsso  del  e;  cfr.  Ardi.  I  348,  e  qui  i 
num.  24  e  5G.  -  Ancora  si  vegga  11185;  e  per  én  =  *ànsì  noti  final- 
mente cilena  castagna,  che  è  ristudiato  al  n.  174  ed  ha  un'^ 
che  si  estende  per  ampio  territorio,  cfr.  mil.  e  canav.  casirna,  e 
Arch.  I  27G.         5.  -ARIO  -ARIA,  per  la  solita  attrazione  e  la 
sorte  normale  delle  atone  uscenti   (n.  59  4"),  danno  imprima 
■air  airi  {ajr  ajri),  che  per  un  certo  numero  di  esemplari  si 
conservano";  indi:  -èr  -èri  (cfr.  Arch.  II  115).   Si  osservino; 
àjri  area,  aja,  tomójri  (piem.  tomàira',  cfr.  Ducange  s.  v.)  to- 
majo;   e   insieme  (v.  Arch.  I  275):  pajr  pajo,  pari,  dclipàjr 
dispari,  auidjr,  /ico?«;>  =  scoi ajo  (scolare;  piera.  scolè)';-  poi: 
caudéri  caldaja,  Jìivéri  (piem.  gitera)  civóa  Ardi.  I  480,  hja- 


•  Ma  Ve  di  apél  (piem.  agél),  acciajo,  audrà  ripetuta  dall'analogia  del 
n.  5.  Altro  esempio  illusorio  sarebbe  pescéiir,  considerato  come  una  figura 
nominativale  (piscutor,  Arch.  I  152),  laddove  ò  pisca[t]r)re-,  v.  i  num.  28  o 
62.  Cosi:  cipjéur  *cf?<^a[t]or. 

*  ejr  a  forraola  atona,  v.  num.  5G  n. 

'  canav.:  c'era,  tornii  ra,  par  dcspàr,  autàr,  scolar;  ma:  cauddra,  tltr, 
cravér  ecc. 


8  Nigra, 

véri  serratura,  carèri  carriera,  strada,  riverì  riìéri  fiume, 
torrente  (riviera),  manéri  maniera,  hi'irérì  (piem.  durerà)  zan- 
gola, tascéri  osteria;  melér  melo,  nojér  il  noce;  telér,  culjér 
(fem.)  cucchiajo;  caupjér  (calceario)  scarpa,  cfr.  n.  184;  cravér 
caprajo,  cfr.  n.  117,  ferér,  ecc.        6.  alt  als  ecc.;  v.  n.  107. 

E. 

Lunga.  7.  Intatta  all'uscita  originaria  e  dinanzi  a  nasal 
finale  (cfr.  Arch.  II  115-16):  me,  te,  se\  rem,  fen,  pjen,  serén; 
en  abbiamo,  tinéh  teniamo.  E  riappare  intatta  dove  per  dileguo 
di  consonante  dentale  riesce  nell'iato  (cfr.  ib.  116,  n.  1);  creo 
credo  \  féa  pecora  Arch.  I  546,  II  131",  monéa,  créa,  séa.  In 
posizione  romanza:  caréma  *caresma  quadragesima.  'Habetis' 
trova  éde  {éjde,  per  la  cui  genesi  si  vegga  il  num.51,  vale  'ha- 
beatis',  cfr.  tinéjde  portéjde  nura.  164  n.),  ma  -éjde  nella  com- 
posizione del  futuro  (n.  8):  porter-éjde  porterete,  ecc.  In  altri 
esemplari.  Ve  intatta,  perchè  Vi  àtono  della  sillaba  successiva, 
specie  nell'iato,  ci  porta  all'analogia  dall' ^  breve  (v.  Arch.  I 
540-1,  e  qui  il  n.  30):  ighj-ézi  ghj-ézi  chiesa.,  pimitéri,  batih- 
téri;  a  tacer  di  céric  chierico.  Allato  ai  quali  è  da  addurre, 
col  ;  attratto:  féjra  (piem.  fera)  'feria'  mercato;  cfr.  n.  30.  Ed 
ancora  esce,  pur  qui,  dall'analogia  dell'e:  pies  {*piés)  'péjus', 
cfr.  Arch.  I  539  a.  8.  Del  rimanente,  la  continuazione  carat- 
teristica dell' e  qui  suona  ej  {Vei  franco-ladino):  avéjna,  ééjna 
ca[tjena,  novèjna  novena,  chindéjna  quindicina,  cfr.  haléjna 
baleno,  baléjnet  balena  (lampeggia);-  téjla.  candéjla',  vej  vejr 
véjra  vero,  avéj  avéjr  avere,  voléj  voléjr  volere,  [possèj  posséjr 
potere,  savéj  savéjr  sapere];  trej  tre;  bgléjt  bgléj  'boletum', 
chej  quieto,  e  i  n.  di  luogo:  Tiljéj  quasi  'tilietum',  Frassinéj 
'fraxinetum',  Pepéj  *picetum',  Saudéj  'salicetum',  Roléj  'robu- 
retiim',  Cornéj  (*corniljéj  ?)  Cuorgnè,  Brenvéj  da  brenva  (canav. 
hréngola)  larice ^  ecc.;  créjre  credere,  crej  credi,  crejt  crede, 
sej f  seYo;  dizéj  dicevi,  dizéjt  egli  diceva,  fazéj  fazéjt,  liéj 
leggevi,  liéjt  leggeva.-  E  pur  qui  si  aggiungono,  nell'analogia 
dell' e,  mejl  mela,  péjna  pena.  -  Poi  siamo  al  normale  riflesso  di 


*  Ma  anche  devo  num.  78. 

^  Cfr.  num.  172  in  n.  '  Cfr.  cauav.  Spinéi  'spinetum',  Bjgléi 

'betuletum',  ecc.  E  il  valson.  Saudéj  risulterà  =  frc.  Saulcy. 


11  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  toniche:  e.  9 

ENs:  deliiéjsi  distesa,  fejs,  Canavàjs  ecc.;  ma  'pajis  'pagense-', 
cfr.  piem.  e  prov.  jpais,  frc.  2'iays.  Inoltre,  d'accordo  col  piemont. 
e  col  canav.  (cfr.  Ardi.  I  19  n.):  litéjla,  ])\Qm.  sléila,  stella; 
p(^jla,  Y)\em.  péila,  padella;  ma  molitéjla  può  direttamente  risa- 
lire a  'mustela'.  Ancora  è  parpéjra  allato  a  iiarpéra  (palpebra 
0  palpétra),  come  nel  piem.  parpéila  e  parpéra.  9.  Dietro 
a  palatina,  ^  anziché  ej  (cfr.  n.  3),  in  piri  cera  (piem.  f/ra), 
pina  cena,  aiti  aceto  (circa  il  cui  l  è  intanto  da  confrontare 
nevéur  al  n.  28,  e  il  lad.  azéir  Arch.  I  244);  coi  quali  va  anche 
dragii  treggea.  Ma  taiir  (piem.  tazi)  tacere,  è  entrato,  come 
tenir  ed  altri,  nell'analogia  della  quarta  \  0*.  Sono  singolari 
(cfr.  n.l9):  -ój  -ébam  (p.  e.:  avòj  habebam,  liàj  legebam%  dizòj 
dicebam)  ;  e  -gnt  -ebant  (p.  e.  :  avónt  liónt  dizónt),  quasi  -ò[ignty 
cfr.  éront  erant.  All'incontro,  con  V cj  normale:  avéj  habebas, 
avéjt  habebat^ 

Breve.  10.  Intatta:  m  perita  péra  pietra.  Péro  Pédre  Pie- 
tro, lévra  lepre;  nelle  forme  del  verbo  sostantivo:  Ve  od  es 
sei,  èro  ère  èret  ero  eri  era,  èront  erano;  e  nelle  seguenti  voci, 
di  base  sdrucciola:  pandesèmolo  T:£Tpo'7Ì),'.vov ;  mégo  medico,  tèda 
tepido;-  rimèdi,  miseri  miseria.  H-je  (da  ié):  dje  djec  dieci, 
jer,  e  anche  Ijère  (*ljéj[e]re,  cfr.  Arch.  1  125  128);  laddove  il 
sinonimo  lire  avrebbe  ì=jèj,  se  pur  non  si  preferisce  vedervi 
una  commistione  del  tipo  di  terza  con  quello  di  quarta  (cfr. 
prov.  legir,  fr.  lire);  ancora  si  vegga  il  n.  16,  e  si  aggiunga 
finalmente:  p/«  piede,  con  l'accento  passato  al  primo  elemento 
del  dittongo  (cfr.  n.  32  e  36)  e  il  secondo  allargato  (cfr.  num. 
3  :  -eia  =  -céo,  ecc. ,  e  il  32).  12.  in  =  en  (v.  Arch.  I  489)  :  bin, 
gindro  genero,  cfr.  n.  137;  Uh  tieni,  tint  tiene,  vih  vieni;  cfr. 
il  n.  16.  13.  ÉA  Éu:  mia  mea;  min  'meum'  {mon  'meum' 
è  sempre  proclitico,  v.  il  n.  140);  cfr.  mie  'mei  meae'.  'Efg^o'  dà 
qui  pure:  jo  go,  e  insieme  gè;  cui  sta  accanto  una  forma  che 
direi  enfatica:  ghjo;  la  quale  è  ristudiata  al  num.  158  in  n., 
ma  di  certo  non  è  un  'ego'  reiterato.  14.  Strano  appare  gejl 
gelo;  e  vorremo  dichiararlo  da  un  gelo  di  fase  anteriore,  ve- 
dendovi cioè  un'c  assottigliata  sotto  l'influenza  della  consonante 


'  ùm  —  im  =  ém,  al  n.  67. 

"  beój  'bibebam'  e  'bibam',  cfr.  num.  .51   in  n.  '  Cfr.  nei 

Jura:   :' avo  {dz' hnvÒt  e  dz'  hnvrvou),  allato  a  t' avrva  (l'hntcvfi)  ecc. 


10  Nigra, 

palatina  (cfr.  n.  3,9,59,  G5),  che  passi  perciò  all'analogia  deWé 
(n.8)  0  dell'i'  (n.  23). 

In  posizione.  15;  cfr.  n.  8.  Di  solito,  intsiita:  peli,  mar- 
téll,  mièli,  pjanéla  (tegola);  ferr,  tèrra,  bòra  scojattolo  'vi- 
verra', invér,  verm,  di-mérclo  mercoledì  (Arch.  I  373,  n.  2), 
serp  f.  serpente,  èrba',  argani,  frùmént,  dent,  avént  avendo, 
'préndre,  léndene  lendini;  ten  tempo;  e  od  elit  'est',  éMe  'estis', 
fenéhtra,  haliti  bestia;  prévre  préve  prete;  set,  dissét  dersct 
17;  ecc. —  Con  Ve  bene  aperta:  atravSs  attraverso,  2')fjssi  pesco 
pesca,  [e  bea  becco,  rostro].  16.  Ma  pur  si  frange,  sebben 
di  rado,  anche  in  posizione.  Nella  posizione  antica:  Ijet  letto 
(cubile),  tjcJitre  tessere.  Nella  posizione  romanza  e  palatile:  vjelj 
«/é(;7  vecchio -a  {carcavjélji  =  ^\em.  carca-véja,  incubo,  befana); 
vjcno  vengo,  tjéno  tengo  (e  tjéngnt  tengono),  cfr.  n.  12.  Final- 
mente: pjér^o,  quasi  'pa[t]erulum';  e  anche  pirlo. 

I. 

Lungo.  17.  Di  regola,  intatto:  fil,  bad'il;  ghi  ghiro,  finir 
punir  ecc.;  Un,  più,  vin,  ladih  ladino  (veloce,  agile),  basin 
bacio,  apelin  acciarino,  poarin  potatojo,  sedelin  secchiolino, 
Clarin  G  hi  ti  n  àìm'm.  di  Chiara  Margherita,  co^/na;pnm,  ^ma; 
vz  vivo,  saliva;  amig;  fi  fico,  lipì  m.  spiga;  vi  vite,  senti  fini 
feri,  sentito  -i  ecc.,  finia  -ie  finita  -e,  feria  -ie  ecc.;  ni  nido; 
riva.  18.  Ridotto  ad  i't  sotto  l'influsso  di  attigua  consonante 
labiale  o  di  attiguo  nesso  di  consonanti  in  cui  entri  labiale  (cfr. 
n.  58,  il  piemont.,  e  l'Arch.,  I  540  b):  sùmja  'simia',  sàbjet  'si- 
bilat'  cfr.  n.  72,  embriilj  ^umb'liculo-';  e  similmente  Vi  di  an- 
tica posizione,  in  liìpja  cispa  (lippus).  Ancora  si  osservi:  ceta- 
-fiìn  faina,  allato  al  fejn  del  num.  che  sussegue.  19.  In  rej^, 
ra[djice,  l'accento  si  arretra  dopo  il  dileguo  del  d,  e  quindi  Vt 
è  allo  stato  di  j;  cfr.  fejn  (masc,  come  il  canav.  fuin)  faina,  e 
il  n.  56.  20.  Circa  frejt,  freddo,  cfr.  Arch.  I  84  n.,  e  qui  il 
n.  25. —  Strano  è,  come  da  un  pezzo  fu  osservato,  Voi  frc,  quasi 
il  riflesso  da  i  breve,  che  apparirebbe  in  pois  allato  a  'pìsum'  e  in 
loir  (ghiro)  allato  a  'glire-'  (glis;  Diez.  P  155).  Ma  la  stranezza 
si  accresce  per  il  fatto  che  Voi  {oj)  ritorni  nel  piera.  pois,  vals. 
pojs,  pisura,  posciachè,  malgrado  il  num.  9'',  Voi  {oj)  mal  si  po- 
trebbe qui  dichiarare,  come  si  può  nel  francese,  da  un  ei  di  fase 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  toniche  :  i.  Il 

anteriore.  E  anche  Voi  del  frc.  loir  si  riprodurrà  in  questa  re- 
gione, se  il  pieni,  lóira,  vals.  lójrì,  pigrizia,  vanno  realmente 
col  'glire-',  malgrado  il  gin  (piem.  ght  aghi)  del  num.  che  pre- 
cede. Sono  concordanze  che  varrebbero  a  render  problematica 
la  ragione  storica  di  cotesto  dittongo,  se  la  forma  intermedia 
{peis)  non  risonasse  appunto  fra  gli  attigui  dialetti  franco-pro- 
venzali (Arch.  Ili,  §  Il  2). 

Breve.  21.  Incolume  nell'iato:  vi  {=vu)  vie  via  -e,  gelosii, 
iergerii  greggio;  e  in  qualche  base  sdrucciola:  [timit  timido, 
serpollo,  gizeregigro  cecej;  e  ancora  J}m<^ra 'cinere-',  cfr,  n.24. — 
22.  e  in  vco  vedo,  hco  bevo,  bfont  bevono;  cfr.  n.  7  e 23;  -  'pévro 
'piper',  vedrò  'vitro-'.  23.  Del  rimanente,  ej  (cfr.  n.  8):  vej 
vedi,  N'jre  bevere,  hej  bevi,  hejt  beve;  pejl,  mejlj  'milium', 
Méjni  Domenico,  nej  neve,  nejt  nevica,  nejr  'nigro-'  \  dej  'di- 
gito-', nejt  (cfr.  lad.  neidi  Arch.  I  22)  'nitido-',  sej  sete.  Non 
si  può  veder  sicuramente  se  corèji  (piem.  curca)  'corrigia'  spetti 
al  numero  che  precede  oppure  a  questo;  ma  è  assai  probabile 
che  spetti  a  quello  che  precede. 

In  posizione.  24.  Intatto,  negli  esempj  comuni:  grilj  grillo, 
milja  mille,  [filj ,  cì'inilj  coniglio],  vilita  vista.  Inno  cinque; 
vindeno  vindno  guindolo;  e  altri  (cfr.  num.  89).  Poi:  vint  venti, 
dint  dentro,  [ni])  'raltio-',  lividore,  piem.  niss  livido  e  lividore; 
tose  7neto].  Di  lupja  è  già  detto  al  n.  18.  In  giss,  piem.  id., 
gypsum,  Vi  va  forse  ripetuto  dalla  palatina  che  precede;  cfr., 
del  resto,  la  doppia  continuazione  spagnuola:  yeso  (plàtre,  gj'pse), 
gis  (craie).  Ma  è  pressoché  certo  l'influsso  dell'antica  palatina, 
in  dejJindre  tindrc  (piem.  deplnge  W'nze),  dei  quali  si  riparla 
al  n.  159.  25.  Del  rimanente,  e:  el  egli-,  [sàlji  secchia,  rert], 
(rem  *ferm,  Éngri  Ingria,  lenva  lingua,  jìess,  ènte  ent  in,  rc- 
Jitréndre,  senéJitro  sinistro,  seco;  ecc.  Cfr.  n.  153  e  103. 

0. 

Lungo.  26.  o:  no  'nos',  vo  'vos' ',  aìicó  ancor  (cfr.  ib.),  no 
no,  dóno  dóne  dònet  do  (dono)  dai  dà,  com  come,  non  nome;- 


•  L'aversi  nrjri  al  feminile   (v.  il  n.  59  5°)   non  vale   a  persuaderci   che 
\o  j  si  abbia  a  ragguagliare  all'ant.  g  di  'nigro-'  (cfr.  n.  59  8");  v.  n.  inO. 

*  Anche  ol^  v.  n.  106;  ma,  a  tacer  d'altro,  siamo  veramente  alla   proclisi, 
e  quindi  a  formola  atona;  cfr.  n.  74. 

'  nebjo^  nuvoloso,  pud  parere,  a  primo  tratto,  il  continuatori^  di  'nebuloso,' 


12  Nigra, 

on  =  0N:  propgnet  dispónet  propone  dispone;  prezóh,  pormón, 
savóh,  hùnón  (alveare),  ecc.;  o^=OL:  sol  'solus'.  Inoltre  rgl 
*róul  'robur'  quercia.  27.  'Totus'  trova  tot  to  al  sing.,  e 
iujti  al  pi.,  intorno  alla  qual  forma  è  da  vedere,  per  Vu,  l'Arch. 
I  36  n.,  e  per  lo J,  i  n.  4  e  185.  28.  éur  =  OR:  àura;  léur  leu 
loro;  lavéur;  fjéur  fjéu  f.  fiore,  caléur,  paléur,  doléur,  odéur, 
suéur,  [amor];  meljéur;  pescéur  pescatore  v.  num.  3  in  n.,  ser- 
vitéur,  sartéiir,  [sinór];  e  con  r  da  un'esplosiva  dentale  (cfr. 
n.  9):  nevéur  m.,  nevéura  f.,  nipote;-  ('i«s  =  OC'  OS:  vhig  voce; 
nebjéusa  nebbiosa,  bavéus,  lùpjéus  (n.  18)  cisposo,  bùzjéus  (bu- 
giardo);—  éuv  =  OP:  Jikéva  *skéuva  scopa,  con  Vu  assorbito 
nel  v  =  P.  Solo  e  all'uscita  in  ve  Wotum'.  29.  E  normalmente 
si  aggiungono  (Arch.  I  542  a):  Jipéus  Jipéusa  sposo  -a;  oltre 
chelidre  (n.  159)  'consuere'  (cónsuit  cóns[u]ere).  30.  -ORIO-  A, 
col^*  attratto  nella  figura  feminile,  e  Ve  che  passa  in  entrambe 
all'analogia  dell'o  (cfr.  n.  7,  e  Arch.,  I  495):  pùrgatéri;  mes- 
séjri  falce  messoria,  teséjri  'tonsoria'  (Diez  s.  tesoira)  forbice, 
hcuméjri  schiumajuola,  ajjeléjri  peléjri  aratro,  quasi  *accial- 
-orìa.',  péj ri  e  péri  paura  *pavória  Arch.  I  547;-  cfr.  piem.  pur- 
gatòri; messóira,  tesóire,  scumóira,  slóira  (pure  in  V.  S.  :  ape- 
lòjra,  oltre  le  forme  anzidette).-  Non  assimilati:  memórja,  ecc. 
Breve.  31:  o:  om  uomo,  gómit  il  vomito,  Jitómi  stomaco; 
ìicòla  scuola,  linpóla  (piem.  lingòla,  canav.  ningòla,  rail.  nisóla) 
nocciuola;  Rósa',-  on  =  0N:  bon  bóna,pia-bgn  ma-bgna  avo  -a, 
sgn,  trgni  tuono,  o  trgnet  tuona.  32.  uè:  cuél  (piem.  coir) 
'corium',  suér  'soror',  linpuèl  lenzuolo,  fasuél  \  enc-uè  oggi 
(ancoi).  Con  l'accento  arretrato,  che  importa  il  passar  d'w  in  u 
(cfr.  n.  35)  e  dell'e  atona  finale  in  a  (cfr.  n.  11):  /w'«  =  *fué[c] 
fuoco,  lua  luogo.         33.  Uué  si  riduce  ad  è  (cfr.  n.  37  e  Arch. 


così  com'è  il  piem.  nehi6s\  e  di  certo  non  mancherebbe,  in  questo  stesso 
dialetto,  qualche  analogia  per  il  dileguo  di  s  all'uscita  romanza  (131),  a  ta- 
cer di  quelle  che  in  dialetti  affini  si  avrebbero  appunto  per  l'aggett.  in  -oso 
(Arch.  Ili,  §  Il  3).  Ma  nebjo  -  *nebj(5s  qui  sarebbe  una  stranissima  eccezione,  e 
doppiamente  strana,  poiché  ^nebuloso-'  dovrebbe  qui  dare  nebjéus  n.  28;  e  in 
nebjó  avremo  ben  piuttosto  una  forma  *nebulo  con  accezione  aggettivale 
(cfr.  l'it.  nuvolo)  e  l'accento  passato  sull'ultima  (n.  183),  come  è  p.  e.  trobjó 
n.  78. 

*  Singolare:  rossinéitl,  col  dittongo  dell'd  (n.  28). 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  toniche:  o,  13 

II  118  n.):  mèla  mola,  cote,  sóla  suola,  sóli  (piera.  sóli)  liscio, 
èli  olio,  capjèl  (piem.  cassili)  mestola  'cazzuole',  orjél  (piem. 
oriól)  rigogolo,  galbula,  'aureolo-',  pejrèl  pajuolo,  Rivarèl  n. 
loc.  Rivarolo,  casserèla  casseruola  ^  rè  (piera.  rol  ró)  ruolo, 
circolo,  ve  vet  voglio  vuole;  cher,  fer,  he  bue,  né  néva  nuovo  -a, 
ile  digné  nove  diciannove,  di-gè  giovedì;  è  *ovum;  rèsa;  chéjre 
cuocere;  ve  vuoto,  pei  pe  può,  fédra  cfr.  il  num.  37,  brè  brodo; 
e  cfr.  il  num.  80  in  nota.  Ancora  si  aggiungono:  pjévre  pjet 
dalle  note  basi  'piovere'  'plovit';  e  néra  nuora,  il  noto  esempio  di 
0  secondario-. 

In  posizione.  34.  o;  posiz.  romanza:  fólji  foglia  (cfr.  n.  36), 
vólji  voglia  (sost.),  vóljet  voglia  (3.  pers.);-  posiz.  lat.:  porr, 
tor  tornio,  tornei  torna,  corn  e  corna  corno,  fósi  forse,  mors 
morso,  sort,  mori  morte,  morto  (cfr.  n.  36),  ori,  tori,  òrgo  e 
òrgèlo  orzo,  recórp  fieno  di  secondo  taglio  'foenum  chordum', 
corp;  moni  sasso,  monte,  poni;  proni,  songo  il  sogno;  grò 
gròssa  grosso  -a,  a-doss; —  g\  sg'rtejt  esce  (sorte;  cfr.  sort), 
grdejt  ordisce,  gss,  fgss,  cg'Jiia  la  costa,  ng'htro  vo litro;-  Igne 
Ig'ngi  lungo  -a,  Ign  lungi;-  cgl  collo,  mgl  molle,  fgl  folle  (cfr. 
n.  35).  35.  -o^  =  OL'D:  sgt  grave  e  soldo  ('solido-');  cfr.  i  tre 
ultimi  esempj  del  num.  cbe  precede,  e  i  num.  45  ecc.  30.  uè: 
ppsiz.  romanza:  fuèlj  foglio,  trejfuélj  (ma:  manifèlja  millefo- 
glio, cfr.  n.  37  e  34);  iièlj  occhio;  posiz.  lat.:  muért  muore 
(cfr.  n.  34),  puèrc.  OCT:  uèt  otto,  e  pure  uet,  cfr.  n.  32;  di- 
zìièt  diciotto;  ma  7tojt  ecc.,  n.  153.  37.  L'uè  si  riduce  ad  é 
(cfr.  n.  33):  manifèlja  n.  3Q;  pèrle  porte;  e  forse  anche  antèrpi 
pigro,  'torpido',  benché  ritorni  tal  quale  nel  piemontese.  Inoltre: 
lesèh  il  bisogno  (allato  a  bisónet  egli  bisogna;  cfr.  Arch.  I  29); 
fèdra  (base  germanica;  piem.  fódra)  fodera;  e  da  ó  sicuramente 
secondario:  gèr  giorno  ('diurno-'),  pjelj  *pi[dJo[c]ij,  v.  Arch.  I 
374.  Ma  circa  conèhire  'cognoscere',  potrebbe  insorgere  qualche 
dubbiezza;  e  finalmente  si  consideri  preg,  porca,  allato  al  pie- 
mont.  prós. 


'  Sia  qui  ricordato  anche  pjéla,  ascia,  piera. ^io/a.  Cfr.  DiEZ  less.  II  s.  'pialla', 
e  Arch.  I  122,  in  n. 

'  Può  parere  in  questa  analogia  anche  dèca  doga;  ma  l'it.  dgga,  piem. 
dgva^  accennano  ad  o  chiuso;  e  perciò  vorremo  piuttosto:  dévarzdéuva,  se- 
condo i  n.  28  e  42. 


14  ■   /C^  Nigra, 

U. 

Lungo.  38.  il:  tu,  chetiì  num.  158  n.,  piicU  n.l51,  miil,  ìicìtr 
oscuro,  miìr  muro,  dì'tr,  mesu'ra,  glìn  dir/un,  di-lun  lunedi,  un 
una,  carcu'n  qualcuno,  film,  herlum,  uà,  fiìs,  sambil'g,  lagna 
n.  153;  -UTO  -A:  mùt;  avu  avuto  -i,  tenii  tenuto  -i,  dovit,  vjù 
veduto  -i,  risolu,  beu,  batic,  liic  (e  Ut)  letto  -i,  rf/)f«'  ricciuto  -i, 
nevil'  nevicato;  aviia  -ice  avuta  -e,  dividila  -ite,  ecc.;  ìicii 
scudo;  -UDO  -A:  cric  criia,  nic,  pata-nil  (piem.  id.)  svestito ;- 
sic  laj-si'c  lassù;  ma  anche  git  laj-gic,  come  nel  piem.,  cfr.  Arch. 
I  32  n.;  e  s'aggiunge  tiijti  dal  n.  27.-  Assai  notevole:  éuj)  éupi 
aguzzo  -a  (*acut-jo-,  e  quindi  veramente  un  caso  di  pos.  rom.), 
con  Va  che  fattosi  imprima  e  quando  ancora  era  atono  (cfr.  piem. 
aie  ss),  assume  poi  T  accento;  e  con  Vu  per  Vit  rimasto  atono, 
dove  è  da  confrontare  ice  allato  ad  uè  nel  n.  3G.  39.  Qui 
pure,  come  nel  piemont.  ecc.,  pi  più;  onde  enco-pi  ancor  più.  — 
Di  tribitjna  tribuna,  v.  il  n.  184. 

Breve.  40.  Pure  in  questo  dialetto  riflettesi  per  il,  ed  entra 
perciò  nell'analogia  dell' ^^B,  Va  di  'fugio'  e  'lupo-'  (cfr.  Arch.  I 
185  n.,  262,  III,  §ii3):  fiij  fuggi,  fiìjre  'fugere',  lii.-  Del  rima- 
nente, siamo  ai  legittimi  paralleli  dell'o  (n.  26  e  28),  come  si 
vede  dai  numeri  che  seguono.  41.  g:  gola,  go  giogo;  góvno 
ggno  giovane.  42.  èu:  créug,  néug;  sàure  de-séure;  cvro 
*éu[d]ro  otre.  Qui  ancora  riviene  certamente:  chéudlo  gomito 
'cubito';  ma  avrebbe  a  bastare:  *chéudo  (frc.  coude,  ecc.);  e  deve 
trattarsi,  o  di  *chóvlo  (cfr.  n.l68),  onde  *chev-d-lo,  che  è  il  men 
probabile,  oppure  di  una  affermazione  dialettale;  cfr.  mundio 
mondo,  òrg[e\lo  màng[è]lo  n.  78'.  E  ancora  il  riflesso  di  'ubi', 
che  è  al  n.  174.  —  Dei  riflessi  di  'pluere'  e  'nurus',  v.  il  n.  33. 

In  posizione.  43.  Si  continua  per  ii,  secondo  la  ragione 
etimologica,  in  gùlit  ingiclit,  giusto  ingiusto,  v.  Arch.  I  34-6; 
e  cosi  ha  ragione  isterica  (v.  ib.)  Vie  di  assujt  sùjt  (piem.  sù'it) 
asciutto,  fritjt  (piem.  friit),  picn  (piem.  id.)  pugno;  e  pure  per 
Vu  di  triijta  (piem.  truta)  e  di  cicrt  (piem.  id.)  c'è  antica  ra- 
gione, cfr.  ib.  305  545  e.  In  questo  campo  si  aggiunge  un  esem- 
plare il  cui  ù  [u)  risale  ad  au;  e  suona  nel  nostro  dial.:  ii'c'rgi 


Nei  Vosgi  (Dommartin):  cotré  coude;  e  dev'essere  Toce  diversa. 


li  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  touiche:  u.  15 

vacca  sterile  (piena,  tiirgia  id.),  v.  Diez  less.  s.  'toura'  portogli.' 
Vii  di  iìss,  uscio,  è  ìq  regola,  v.  ib.  35  '.  Di  -ÙTJO,  v.  il  n.  38. 
In  ciìn  (piem.  id.)  cuneo,  cono,  esempio  di  posizione  romanza,  è 
da  considerare  l'ormai  antica  aderenza  dell' w  a  un  nesso  palatino 
(cfr.  n.  82);  e  circa  u'iji  (piem.  iìja),  ago,  altro  caso  di  posizione 
romanza,  si  vegga  per  ora  Arch.  I  76  (n.)\  In  bidj,  truogolo, 
si  dovrà  forse  riconoscere  un  *alviùljo  'alveùculo',  cfr.  piem. 
àrhi,  mil.  ardio  alhiò',  'alveo-'  'alveolo-',  truogolo.  Resta  bucci 
(e  Mei;  piem.  hòca)  bocca,  dove  è  pur  da  considerare  il  nesso 
palatino  che  sussegue.  —  Del  rimanente,  nella  normale  analo- 
gia, o  ed  0.  44.  g:  corni  córma  colmo  -a,  ntgnt  autunno, 
rjgnt  rjQnda  rotondo  '3i,poìidre  pungere,  2^Qnti  punta  n.  593", 
pgnt  punto,  gndre  ungere,  licgrre  scorrere,  Ucort  scorre,  tgrt 
tordo,  farci.  45.  UL-  (cfr.  n.  35):  pgp  polso,  v.  l'esordio; po- 
ver,  bg'gi  saccoccia  (bolgia);  ma  dop  m.,  dopi  f.,  dolce.  Qui  si 
può  ancora  ricordare:  O'caVg'ca  Orsola;  ma  copi  (piem.  cusso), 
cucuzza  (cucùria  cucùr^a  cucùrbja  cucùrbi[t]a;  cfr.  Diez.  s.  v.), 
non  è  esempio  speciale.  46.  o.  Sieno  primi  i  noti  esempj  di 
posizione  romanza:  genòlj  'genuclo',  fenólj  fenóc  'foenuculo-'; 
ai  quali  si  agguaglia  pur  qui  il  riflesso  di  'soliculo-':  scrólj 
sorólj,  quasi  'soluculo-',  cfr.  Arch.  1  374  379  385;  e  si  aggiunge 
vertólj  involto,  cfr.  piem.  vertojé  involgere.  Di  'peduclo-',  v.  il 
n.  37.-  Poi,  di  posiz.  latina:  orm  olmo,  vorp  volpe;  torr,  [far 
forno],  ars,  delicórs,  cori,  tòrtola  tortora,  sort  sórda;  fonp 
fondo  V.  n.  132,  óndeg  ónde  undici,  móndlo  (v.  n.  42)  mondo, 
profónt  profónday  róndona,  ónpi  oncia,'  Ó7ighja;  róntre  rom- 
pere, royit  rompe,  pjomp;  toss,  ross  cua-róss,  cróTUa,  mósci; 
rot  rutto;  pop  pozzo;  sot. —  Di  o  da  u,  che  entra  nell'analo- 
gia dell' 0  primario,  v.  il  num.  37.  47.  Qui  pure,  come  nel 
piem.,  frauda,  fionda  (cioè  'flunda'  da  'fund'la');  ma  à  =  n  non 
può  essere;  e  se  frcinda  è  veramente  = /?omZa,  bisognerà  far  sur- 
gere Va  in  prima  àtona  (  piem.  frauda  lanciare,  frauda  lancia- 
mento); cfr.  paiitrir  al  n.  80;  e  per  casi  consimili,  Arch.  I  486  ecc. 


*  Pur  nel  Jura:  touria,  tourie,  génisse. 

^  Legittimo  del  pari  l' ù  di  fùsso  fusse  ecc.  f uissera  fuisses  ecc.  (  cfr.  il 
piem.,  il  frc.  ecc.),  e  di  usso  ùsses  ecc.  (*ausso,  cfr.  aut.  frc.  aùsse  ecc.) 
habuissem  ecc. 

^  virnlji  (n.  109)  avrà  Vii  normale  per  Vu  di  'vorùculo-'. 


16  Nigra, 

JE,  (E,  AU;  ecc. 

^.  48.  Nella  normale  analogia  dell'e:  pjel  cielo;  arcandél  [-del 
=:*'Zel  =  *-gjel;  esord.,  o  in  f.)  arco-in-cielo,  iride.  (E.  49.  Nella 
normale  analogia  dell' e:  péjna  n.  8.  AU.  50.  Uàu  lat.  si 
riduce  ad  o:  colj  ^caules'  cavoli,  or,  ora  'aura'  vento  {orai  tem- 
pesta), còsa,  poc,  ecc. 'j-^  po' vro  poro  povero. —  51.  Similmente 
Vàu  romanzo  ad  g:  olji  *à[g]ulja  aquila,  cfr.  Ardi.  I  210;  fg 
*fà[g]u  faggio;  hjg  *blà[d]u  segala,  biada.  Di  kjg  (piem.  co), 
chiodo,  può  rimaner  dubbio,  se  provenga  direttamente  da  *clàu 
'davo-',  0  non  piuttosto  dalla  figura  epentetica  'clau-d-o'  (cfr. 
fri.  clàud,  mil.  cod,  it.  chiòdo).  Un  AU  (aw)  germanico  è  in  bjg 
bjg-à  azzurro  -a.  È  un  o  =  AU  (av)  da  AB,  in  oj  *àuia  habeam^  ; 
e  1*0  di  questa  provenienza  si  vede  poi  passare  all'analogia  dell'o 
primario  (n.  33),  in  ej  *àuio  habeo  (cfr.  piem.  ó,  allato  ad  ài, 
entrambi  per  'habeo'  )  ^  ej  habes,  ejt  habeat  \  —  Non  si  contrae 
Vàu  di  àu[l]t  ecc.,  n.  107.  —  53.  Si  aggiunge  Vail  {aó)  romanzo 
in  g,  fenomeno  che  mal  si  scerne  da  quello  del  dileguo  dell'ato- 
na:  O'Jita  *au[g]ùsta  Aosta,  gìit  agosto,  medgJif  mezz'agosto.  — 
Un  caso  di  ail'  rom.  che  si  riduce  ad  éu,  è  al  n.  38.  53.  AI 
romanzo.  Un  notevole  caso  di  ài  rom.  ridotto  ad  e,  s'offre  in 
frè  fragola,  sicuramente  da  fraj  di  fase  anteriore,  e  questo 
altrettanto  sicuramente  da  fràjì  =  fraga,  n.  157  e  59  12";  cfr. 
i  lad.  frd[j]a  fréa  Arch.  I  352  371.  Ancora  citeremo  léutre, 
num.  107  e  152.-  È  all'incontro  Vai  {aé)  rom.  ridotto  ad  e,  in 
méJitro  maestro,  esemplare  che  ritorna  anche  altrove,  e  qui  sta 
accanto  al  non  bene  assimilato  magiMre. 

Vocali  atone. 

A.  54.  Intatto;  iniziale:  armirél  armajuolo,  aràn,  aneli,  apél 
acciajo,  apeléjri  n.  30,  adondsse  addarsi,  avój  n.  152,  avilji  ape, 


'  Su  questa  forma  si  saranno  poi  foggiate,  per  analogia,  le  altre  1.  pers.  sg. 
cong.  pres.:  soj  sim,  portój,  tinój,  ecc. 

*  E  sopra  ej  si  foggia  l'analogico  sej  io  sono  (cfr.  ancora:  soj  so,  voj 
vado). 

'  Cfr.  portéj  portes,  portéjt  portet;  tinéj  teneas,  tinéjt  teneat. 


I!  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  atone:  a.  17 

avcjr  avéj  avere',  ecc.;  mediano:  darbcRc  balbettante  (quasi 
'balbesco"),  tarilo n  talpa,  carcitn  qualcuno,  naric  narice,  fa- 
rina farina,  familj  famiglio,  familji  famiglia,  graraón  (piem.  id.) 
gramigna,  samba g  sambuco,  savéjr  savéj,  travet  travicello ;- 
hazjcr  baciare,  fazcnt  facendo;  hcanét  scagno;  vjagér;  kjavórl 
n.  5;  candelót,  camóss,  carbon,  caliteli,  cavenà  capanna,  ecc., — 
finale:  mia  tia  sia,  mia  tua  sua  ;  finta pimia  tradia  batti  a  beii'a, 
finita  ecc.;  Maria,  Liìpia;  Limpja  Olimpia,  Tója  Vittoria;  ven- 
dùmja  siìmja  94;  mónja  (piem.  monia)  monaca,  réssja  (piem. 
réssia;  quasi  'résega',  cfr.  il  verbo  piem.  ressié  segare);  ànja 
(piem.  a7iia)  *ànata  anitra,  gàvja  (piem.  gavia)  'càbata',  qui: 
vaso  da  latte;  trója ;  ónghja ;  féjra  téjla óandéjla  litéjla  mohtéjla 
novéjna  n.  8,  maréjna  amarasca;  ìitua  stufa,  Upliìa  (piem. 
spliìa,  voce  germanica)  scintilla;  sca  ecc.  n.  7;  àia,  mela  mola, 
litro  la  paglia  (base  germanica),  tèrra,  amara,  marélitla  filjc- 
litra  V.  nura.  3  in  f.,  córna,pjuma,  ncva  nuova,  résa  rosa,  òca, 
telila,  càuda  calda,  àrba  alba,  ecc.  55.  Ridotto  ad  e  o  ad  i 
nella  penultima  dell'antico  sdrucciolo:  Ht.'ven  Stefano,  cevenó 
canape,  cfr.  *ània  *gàvia  nel  num.  preced.,  fulic  fegato,  litómi 
stomaco,  tutti  esempj,  questi  deir2,  comuni  anche  al  piem.  ecc." 
Nella  prima  delle  due  protoniche:  felucsci,  canav.  falavésca,  fa- 
volesca.  E  Te  abbiamo  anche  al  posto  àeWa  delle  antiche  desi- 
nenze personali  -as  -at;  ma  piuttosto  che  una  mera  alterazione 
fonetica,  ci  vorremo  riconoscere  Ve  del  presente  di  altre  con- 
jugazioni  che  viene  a  stabilirsi  anche  nella  prima  e  nell'imper- 
fetto di  tutte  (cfr.  il  n.  61,  e  il  151).  Ecco  esempj  ad  ogni  modo: 
pòrte  portas,  tarde  tardas,  ère  eras,  portdve  portabas,  sondve, 
tenive;-  cantei  cantat,  pòrtet  portat,  sónet,  siì'bjet  sibilat,  éret 
erat,  portàvet,  alàvet  andava,  tenivet.  56.  h'e  mediana  di 
arengér  (prov.  arrengar),  raccomodare,  può  essere  etimolo- 
gica; altrimenti,  come  è  per  quella  di  cmbjencér,  imbiancare, 
sarebbe  da  considerarsi  il  nesso  palatino  che  sussegue  {hg  ne), 
onde  arriviamo  all'm^  del  caratteristico  minger  mangiare,  min- 


*  avént  avendo;  ami'  avuto;  avòj  avevo,  avcj  avevi,  avéjt  aveva,  aoiit  ave- 
vamo, aviclnt  avevano;  are  avrò  e  avrai,  arét  avrà,  arch  avremo,  anj  nt  avran- 
no; ariro  avrei,  arirc  avresti,  arlrel  avrebbe,  ardii  avremmo,  an'ihtc  avreste, 
arirnnt  avrebbero. 

^  Cfr.  Idmitja  al  u.  100. 

Archivio  elottol.  ital.,  III.  2 


18  Nigra, 

gón  divoratore;  cfr.  Arch.  Ili,  §  ii  22.  L'antica  esplosiva  palatina, 
susseguente  all'a,  va  pur  considerata  in  lezcrta  (e  laz.  come 
nel  pieni.)  'lacerta';  e  cosi  è  da  attribuirsi  al  j  susseguente,  Ve 
di  chejti  meschino  n.l69,  e  Ve  imprima  atona  di  rejg  *i*ajic,  ecc. 
(n.l9)\  57.  E  di  qui  si  passa  agli  esempj  in  cui  Va  di  prima 
atona  si  riduce  ad  e  o  ad  i  per  effetto  della  esplosiva  palatina 
cui  sussegue:  ^'erna  gallina  n.  183;  cetàr  comperare  ('captare'), 
cevenó  canape  (citato  più  sopra,  per  la  seconda  e),  cevréj  ca- 
pretto, cipjéiir  (num.  151  184)  cacciatore,  pei  quali  due  ultimi 
esemplari  già  avemmo  la  vocal  palatina  pur  nella  tonica  (n.  3). 
58.  L'i  da  a  di  prima  atona,  dietro  a  esplosiva  palatina,  è  poi 
ridotto  ad  il,  per  effetto  della  labiale  successiva  (cfr.  n.  18),  in 
cwnizi  camicia,  cumiliià  cùmiJiton  giubba,  cùmin  camino,  fo- 
colare, cuvilji  cuviljón  cavicchio.  59.  E  si  arriva  al  fenomeno 
caratteristico  deir«  in  i  all'uscita  atona,  che  avviene  regolar- 
mente (cfr.  n.  54  in  f.)  quando  all' a  preceda  consonante  palatina 
0  palatile,  tra  i  quali  suoni  entrano  pure  i  nessi  jtjdjr  jv,  che 
è  come  dire  jtj  jdj  jrj  jvj,  cfr.  n.  184.  Seguono  ora  le  serie  degli 
esempj.-  1.°  -e  a  di  fase  anteriore:  vacci  vacca,  diìcói  n.  43,  bràcci 
{broca  del  piem.  ecc.)  chiodetto,  pjénci,  bjénói  4,  bànci  panca,  la- 
vénci  (prov.  lavanca,.ivc.  lavanche)  lavina,  ghmci'  guercia, 
mósci,  esci  e  Usci  esca,  pésci,  feluésci  55,  riisèi  (  piem.  rùsca) 
scorza,  busói  (piem.  busca)  festuca,  rasói  (piem.  vasca)  tigna, 
Noàsci  n.  loc.  Noasca; —  2°  -ga  di  fase  anteriore:  lóngi,  mangi 
manica,  diméngi  domenica,  lugi  (mil.  lògga)  scrofa,  bggi  saccoc- 
cia;—  3.0  -jta  (-jtj a)  di  fase  anteriore  (cfr.  n.  153):  trujti 
'tructa',  còjti  'cocta',  dréjti,  benéjii  benedetta,  assujti  su'jti 
v.  n.  43;  cui  si  aggiungono  l'analogico  nàjti  nata,  nascita,  e 
l'importantissimo  _pon/!i  punta,  tra-pónti  coltrice  (trapunta),  da 
*2^onjtja,  cfr.  Arch.  I  305  n.,  209  n.; —  4."  -jda  (-j  dj  a)  di  fase 
anteriore:  fréjdi,  v.  il  n.  20; —  5.°  -jra  (-jrja):  djri  rivéri 
[=rivàiri]  ecc.,  ii.  5,  messéjri  ecc.,  n.  30'";-  mójri  magra;  néjri 
n.  23;  piri,  cera  n.  9; —  G.°  -jva  (-jvja)  di  fase  anteriore: 


*  Ancora  h-kjejràr  *s-clairare  rischiarare,  cfr.  n.  108  e  Arch.  I  275. 

-  Nella  continuazione  di  -aria  -Oria,  che  è  il  caso  che  s'ha  qui  dinanzi, 
potrebbe  essere  etimologico  anche  il  secondo  j  dei  riflessi  che  scriveremmo 
-àjrja  (onde  -dirji  -diri,  érji  èri,  v.  il  num.  60)  -ójrja.  Si  confronti  il  riflesso 
fri.  -érte,  Arch.  I  486. 


Il  tlial.  di  Val  Soana.  Vocali  atone:  a.  10 

ó;■^?^  acqua,  n.lo6; —  7."  -Ija  di  fase  anteriore:  fòlji,jpàlji\chilji 
quella  n.  103';  ólji  n.  51;  vjélji  sélji  virll'lji  ulji  n,  109-10, 
ciiàlji  quaglia;  hatàlji,  dotélji'-; —  8.°  -nj  a  di  fase  anteriore: 
comparti,  camjpàni,  cavàni  cesta,  bòrni  cieca,  corni  sorda  ;  dove 
non  è  superfluo  notare,  che  -jna  non  suol  condurci  a  -jnja  ecc. 

(v.  n.  54:  fin.),  cosi  come  -jra  -ira  ci  conduce  a  -jrja  -irja; 

9.°  -zdi  di  fase  Q.nier\oYe:  pi'i di  =  *pu\l]za  pulce,  bruii  bragia; 
cfr.  frisi  (piem.  frisa)  briciolo; —  10,°  -cja  -cca  di  fase  an- 
teriore (v.  l'esordio):  pjà])i,  fòrln,  licòrjn  scorza,  éujn  aguzza 
n.  38,  cépi  caccia  n.  3,  cójn  (cfr.  pieni,  cocòt,  fri.  cuce)  zucca 
'coccia',  bòpi  testa  'boccia',  miolìpi  (quasi  'medullicìa')  mollica, 
balànjn,  j^ànpi,  pitcmpi  ecc.; —  11.*'  -ia  di  fase  anteriore  (cfr. 
n.  54  in  f.):  pevii  pi[t]ui[t]a,  alegrii,  dragii  n.  9,  bergerii 
gregge,  bi'tzii; —  12.°  ^ja  ecc.  di  fase  anteriore:  coréji  n.  23; 
e  ji  si  riduce  al  solo  i:  lobi  (piem.  lóbià)  loggia,  ràbi  98;  o 
al  solo  j  se  gli  preceda  a  (cfr.  n.  53),  che  è  il  caso  deU'-àj  per 
l'-ATA  dei  partic.  fera,  (-àda  -àa  -à-j-a,  -àji  -aj,  cfr.  Arch.  Ili,  §  ni): 
enfoàj  infuocata,  pelàj,  marjàj,  ìitropjój  storpiata,  storpia  '.  — 
60.  Di  ALT  ecc.,  v.  il  n.  107.  61.  Le  proclitiche  'da'  ed  'a' 
suonan  qui:  do  ed  o.  Ma  del  rimanente,  non  v'ha  nulla,  o  nulla 
almeno  di  specifico  e  sicuro,  per  a  in  o,  tranne  forse  dovànt 
davanti,  cfr.  n.  68.  Bortrome,  Bartolomeo,  s'incontra  con  'Bor- 
tolo'; e  V -ont  delle  3.  pers.  pi.  pres.  di  1.  conjug.  e  dell' imperf. 
[portoni,  lipéront  sperano;  éront  erano,  alàvont  andavano,  j70/- 
tàvont,  tenivont),  ha  ragione  analogica  {liont)  e  molto  estesa, 
V.  Arch.  II 120  n.,  Ili,  §  ii  22.  62.  Per  il  dileguo  deir«  iniziale, 
non  avrei,  di  non  comune,  se  non  delle  voci  di  'habere',  in  ispe- 
cie:  iìsso  iìsse  ecc.,  che  già  si  addussero  in  nota  al  n.  43.  Delle 
combinazioni  interne  AÉ  AO',  surte  per  dileguo  di  consonante, 
vediamo  cadere  Va,  in  céjna  ca[djéna  n.  8,  eluna  num.  104  n., 


*  Al  n.  103  deve  riferirsi  anche  milja  (piem.  mila),  che  resta  all'-a.  Il  nesso 
Ij  è  'sui  generis'  in  questi  due  esemplari;  ed  è  naturalissimo  che  milja,  ma- 
scolino come  dev'essere,  non  cadesse  all'analogia  dei  feminili. 

^  I  plurali  suoneranno  fòlje  ecc.,  continuandosi  il  tipo  storico  o  analogico 
in  -Lj.E,  cfr.  tandlje  al  n.  61, 

^  Il  plurale  ó  in  -de,  come  si  vede  al  n.  I;  ed  é  quanto  dire,  che  trattan- 
dosi di  vocali  dissimili,  il  linguaggio  non  si  adoperò  a  togliere  l'iato,  come 
fece  al  singolare. 


20  Nigra, 

IKljla  pa[d]ella  n.  8,  fìesééur  *pesca[d]éur  ecc.  mira.  3  n.,  pcjri 
operi  pa[v]oria  n.30.  U -a  della  2.  ps.  sg.  imperai,  dil.  conjug., 
che  suol  raanrtenersi  {pòrta  chctu  porta  tu,  canta),  dileguasi  in 
dón-lji  dà-gli. 

E.  63.  Intatta;  in  prima  sillaba:  essènt  essendo,  relip landre, 
recórp  n.  34,  telér  telajo,  mesù'ra  cfr.  n.  67,  messcjri  n.  30, 
femelà  femina,  setnenàr,  tempéìita,  sentcr  sentiero,  sentir,  len- 
tilji  lenticchia,  levànt  levante,  fevrér  febbrajo,  pervél  cervello, 
jjrezgn,  sejér  segare,  nejcr  annegare;  ecc.; —  in  seconda  pro- 
tonica: candelòt,  deventàr;  ma  volge  a  dileguare  Ve  di  apeléjri 
n.  30,  che  è  Ve  romanza  di  apél,  num.  3  n.; —  in  postonica  in- 
terna, che  è  quanto  clire  nella  mediana  dell'antico  sdrucciolo:  il 
solo  (;izer,  allato  a  gi^^ro,  cece,  quasi  'cicere';  cfr.  num.  151  n.;  — 
all'uscita  degli  infiniti  che  in  fase  anteriore  sono  sdruccioli  (pfr. 
num.  70  n.):  dii'^e,  fare,  licrire  scrivere,  vérre  vedere,  Ijére  e 
lire,  frire,  chéjre  cuocere,  diedre,  cèdre  cadere,  chelidre  n.  29, 
depindre,  èlitre  essere,  ecc.;  all'uscita  romanza,  in  prévre préve 
'présbyter',  e  nella  2.  pers.  pi.  :  ade  habetis,  éjde  habeatis,  portàde, 
ì)eide  bevete,  ecc.; —  e  nella  continuazione  dell'^  di  pi.  femin., 
desinenza  che  si  estende  analogicamente  anche  al  tipo  di  terza 
latina: por tó(?  'portata', pimie,  dovue,  litèjle  'stellse',  àule,  basse, 
do  e  'duse';-  sùtile  le  sottili,  vritàe  'veritates',  ecc. —  In  tejlcr 
tessitore  (allato  a  telér  telajo)  si  continua  V ej  della  tonica 
n.  8.  64:.  Fattasi  a  in  prima  sillaba,  oltre  che  ne'  soliti  as- 
siijt  asciutto  {assu'jre  asciugare)  e  tanàlje,  ancora  ne'  seguenti, 
in  cui  occorre  un  r,  o  scempio  o  complicato:  litranu  sternuto, 
htranuàr,  marcia  n.  3,  esempj  comuni  al  piemont.,  cardcnpi, 
Varónica;  e  Ve  di  seconda,  venuta  in  prima:  traulà  ("trauéla, 
terebella)  succhio,  traulin  succhiello.  Ancora:  ancrólit  *enc[l]au- 
stro  inchiostro;  lajtéri  lettiera  n.  153.  Cfr.  n.  85.  65.  Esempj 
specifici  per  Ve  in  i,  sono:  ighjézi  (e  ghjézi)  'ecclesia';  pinàr 
cenare,  v.  n.  9  ;  pino  pettine,  pinàr  pettinare,  per  la  qual  cop- 
pia si  risale  veramente  a  un  éj\  *péj[t]no  n.l53;  mitàl;  e  Iveréa 
Ivrea  'Eporedia'.  S'aggiungono,  d'accordo  coli' italiano  :  girézi 
gìrjézi  ciliegio,  e  qualche  altro;  66.  e  per  Ve  nell'iato  romanzo: 
Ijam  le[t]ame,  ìnjolà  *mi[d]óla,  bjold  "beftjóla,  esempj  non  estra- 
nei al  piemont.  67.  In  due  esempj,  le  cui  e  originarie  {ens,  è) 
volgerebbero  normalmente  ad  éi  ed  i  (a,  8-9),  1'?'  da  e  passa  poi 


11  dial.  di  Val  Soana.  Vocali  alone:  e.  21 

ili  il  per  effetto  dell'attiguo  m  (cfr.  n.  18,  58  e  72):  mnsnràvet 
misurava  (cfr.  mesùra  n.  03),  vcndùmjàr  (anche  sotto  l'accento: 
venditmja',  e  ugualmente  nel  piem.:  vendumia  vendiìmié).  — 
G8.  L'o  in  prima  atona,  per  Ve  attigua  a  labiale,  oltre  in  do- 
véjr  dovu,  anche  in  montò òi  (piem.  manton)  mento;  cfr.  dovant 
n.  61. —  Quasi  superfluo  poi  notare,  che  non  è  un'alterazione 
fonetica  dell'antica  e,  ma  bensì  un'epitesi  che  si  determina  se- 
condo ragione  analogica  (v.  il  n.  78),  il  fenomeno  dell'-o  aggiunto 
agli  antichi  sdruccioli,  che  oltre  all'avere  in  semi-dileguo  l'antica 
vocal  finale  (n.  70),  avevan  perduto  la  mediana  (n.  09,  75,  o 
cfr.  1^):  loévro,  cigro  n.  63,  véntro,  mùrmlo,  pf'tgò  *polc  pollice; 
dchlo  (e  dcbel),  gnvno;  oltre  arilo  e  póvro,  che  vengono  a 
toccarsi  colle  forme  toscane,  ma  pure  hanno  ragione  in  qualche 
parte  diversa;  ai  quali  si  posson  finalmente  aggiungere,  sebben 
di  base  piana:  évro  otre  n.  42,  e  più  singolare:  càio  quale  n.l. 
Cfr.  i  feminili  sulla  stampa  di  pu'di  =  *pu[l]za  n.  59  9°,  Jnndra 
n.  21,  Icvra  (piem.  la  Icvr),  róndona  (piem,  rondola)  rondine, 
févra  (piem.  frev)  febbre,  cala  quale  f.-  E  pur  qui  h  pura 
pure.  69.  Nessun  esempio  speciale  per  l'aferesi  dell' e.-  Si 
perde  1'  e  mediana  dell'  antico  sdrucciolo  :  góvno  (jfjno,  póvro 
poro  cfr.  n.  08,  libro  libero,  vipra,  véJipre,  téndro  ecc.  n.  137;  e 
quindi  sono  sincopati  tutti  gl'infiniti  che  spettano  o  passano  al 
tipo  di  terza  latina  (cfr.  n.  03):  pjévre  n.  33,  hàire,  vàndrc, 
licòndre,  fóndre,  pérdre,  licórre  scorrere;  parélitrc  ecc.  n.  121, 
óndre  ecc.  n.  159;-  rjòdre,  possédre,  reUpòndre\  ecc. —  Si 
aggiunge  qualche  es.  pel  dileguo  dell'c?  nella  seconda  protonica'; 
caplàn  (piem.  id.),  vniré  miirót  *venir'-habeo  *venir'-habet;  e 
nella  seconda  delle  tre  protoniche:  C'aJitlamónt  Castellaraónte.  — 
Ancora:  vritd  (piem.  id.),  25ro  ])evò,  priìn  per  uno.  70.  L'c 
all'uscita  latina  o  romanza,  eccetto  i  casi  di  cui  ò  toccato  al 
n.  03,  sempre  in  dileguo;  infiniti  in  -fire  -óre  -ire:  htar  staro, 
urlar,    licaràr  sdrucciolare,   Ticainr  (can.  sgatàr),  razzolare 


•  Il  caso  precedente,  cioè  delle  due  atone  che  perdono  di  risalto  dopo  la 
tonica  (-^^),  sì  che  si  dilegui  quella  delle  due  che  alla  touica  ò  attigua,  ò 
fisicamente  molto  simile  al  caso  presente,  che  vuol  diro  a  quello  delle  duo 
atone  così  poco  rilevate  dalla  voce  che  corro  verso  la  tonica  (  ^^  -  -  ),  da  an- 
darne ancora  perduta  quella  che  alla  tonica  ò  attigua.  Puie,  nell'ordine  sto- 
rico, ora  si  fa  caratteristico  l'uno  dei  due  casi,  ora  l'altro;  v.  Ardi.  H  1 19-20. 


22  Nigra, 

niifjàr  odorare,  riìmàr  grufolare,  Vocàr  guardare  (can.  hejcàr), 
ecc.  n.  1;-  taljér,  bjecér  mungere  (can.  arhjocàr  rimungere),  ecc. 
n.  3;-  avéjr  ecc.  n.  8;-  iùsstr,  driiir  e  dilrvir  aprire,  lipùtjtr 
schiacciare,  lipiìrdir  fugare,  ecc.  n.  17';  sec.  pers.  sg.  impe- 
rai. :  Un,  pren,  li  'lege',  bej  'bibe'  (ma  ej,  che  s'adopera  per 
'habe',  è  veramente  'habeas');  avverbj:  hin,  lon  'longe',ecc.  ;  — 
numerali:  set,  7iè,  djeg  dje;  -«==-A'TE:  Jntà  città,  vrìtd  ecc., 
,rì.  1  ;  altri  temi  di  terza  lat.  :  fem.  mazon  casa  -e,  torr,  vgrp, 
cer  carne,  mori,  nej  neve,  ioss,  nojt;  masc.  león  leone  -i,  órden, 
verm,  mont,  sane,  mejs;  sutil  (pi.  fem.  siìtile  63),  fàcil,  de- 
tei,  ecc.;  cfr.  n.  68.  Ma:  fràre  'fratre-',  e  possible;  e  ancora 
cfr.  otòhar,  allato  a  setémhre  dezémbre. 

I.  71.  Intatto:  mvér,  invidjéus,  ecc.;  pindr a  ranno,  girógic 
chirurgo  (Arch.  I  500  510),  ne' quali  -due  esempj  Vi  può  ripe- 
tersi dalla  palatina  che  lo  precedeva  (cfr.  Jymdra  21);  pilitàr 
(piem.p2S?^)  pestare,  camp27itór  calpestare;  linjmél  (piem.  lin- 
gòl);  gómit  (piem.  id.)  vomito;  ecc.  72.  In  u,  per  effetto  di 
labiale  attigua  (cfr.  n.  67)  :  riiéri  e  rivéri  n.  5,  aruvàr,  siìbjdr 
(piem.  siìbié)  sibilare,  lùmàpi  (piem.  lùmàga)  luraaccia;  pru- 
mjér;  punàta.  Un  es.  d'z  in  il  dinanzi  a  n,  dev'essere  cunér 
{cunér  Ij  uclj  socchiudere  gli  occhi)  "kinér,  v.  num.  108  n., 
n^frc.  cligner.  73.  In  e:pelup  pera  ('peruccio',  cfr.  fri.  pirùr) 
e  pelugér  i^éro  {M.  pirugàr),  pescéur  n.  62,  sedelik  secchiolino, 
seljg'n  secchione,  pevH  pituita,  senéJitro,  ecc.;-  meìióàr  (piem. 
mescè)  mescolare,  demenuir,  semenàr;-  endevinàr  (doppio  es.), 
endebelir,  enlevàr  (piem.  anlevé)  allevare,  enseàr  innestare, 
enseri  (piem.  ansari)  rauco;  ai  quali  non  aggiungeremo  se  non 
il  ~te  0  -6?e  =  -Tis  di  seconda  pi.,  mandandone  in  nota  una  serie 
d' esemplari ^         71.  Di  i  in  a,  ci  sono  esempj  lilajvàr  n.  156, 


'  Apocopati  anche  gì' infiniti  di  tei'za  (n.  63)  quando  hanno  il  pronome 
suffisso:  derté  dirti,  préndlo  prenderlo;  e  ancora  si  osservi  éhteme  esserrai 
(v.  n.  121),  confrontando  il  n.  119  in  f. 

^  élite  siete,  sihte  eravate,  saréjde  sarete,  séjde  siate,  fiissàlite  foste,  sa- 
rùlìte  sareste;-  éde  avete,  aviìite  avevate,  aréjde  avrete,  éjde  abbiate,  ussdlite 
aveste,  aràìite  avreste;  portàde  portate,  portlhte  portavate,  porteréjde  por- 
terete, portéjde  portiate,  portessdlìte  portaste,  p^orteràìite  portereste;-  alàde 
andate,  aliìUe  andavate,  vodréjde  andrete,  aléjde  andiate,  alerdhte  andreste, 
alessàìlte  andaste;-  tenide  tenete,  tenllite  tenevate,  teniréjde  terrete,  tinéjde 
teniate,  tinisàlìte  teneste,  tinirdhte  terreste;-  diléde  dite,  diSilite  dicevate, 


Il  (lial.  (li  Val  Soana.  Vocali  alone:  i.  23 

rùsaljcr  ii.lOO,  e  manifélja  già  qit.  al  n.  36.-  Comune  al  pieni, 
l'o  da  i  postonico  in  róndona  al  n.  68;  e  piuttosto  andrebbe 
notato:  ol^el,  num.  25  in  n.,  e  106.  75.  Dileguo;  nella  me- 
diana dello  sdrucciolo;  anta  'àmita',  cléhlo  n.  68,  néliplo  me- 
s-^Wxxs' ,  jposslhle;-  inoltre:  ^eni<i^allina  n.  183,  Flip,  maJi-che 
'magis-quid'  (allato  a  maj)  n.  132;  e  vìn  'veni'.  Quanto  ai  plu- 
rali mascolini,  il  terreno,  sul  quale  ci  moviamo,  non  concede 
per  ora  che  la  solita  loro  indifferenza  dai  rispettivi  singolari  sia 
fermamente  ripetuta  dal  dileguo  dell' -i  anziché  da  quello  del  -s, 
comunque  ^-^  occorra  nel  pronome  e  in  un  certo  numero  di  ag- 
gettivi: li  Ij  i,  dli  ali,  pli-làj  quelli,  pli-Jj'i  questi;  nosr'iutri 
vosàutri;  ngUtri  vgJitri;  boni,  névi  nuovi,  fg'ndi  fecondi,  déhtri 
senéJitri,  lulitri  lustri,  tujti  tutti,  'pori  poveri,  bussi,  gròssi, 
léllti  lesti,  pitgdi  piccoli,  e  con  l'accento  sulla  desinenza:  bit 
belli,  biìrtl  brutti,  freìul  fermi.  Del  rimanente,  esempj  di  forme, 
che  valgono  indistintamente  per  singolare  e  plurale,  son  questi: 
miìr,  ger  giorno  -i,  camp,  gómit  vomito  -i;  amar,  sdir,  cojt 
cotto  -i,  àut,  rjont  rotondo  -i,  ione  lungo  -ghi;  ecc.  Cfr.  n.  78.  — 
76.  Quanto  a  di-véndro  'dies-veneris',  di-mérclo  'dies-mércurii' 
(n.  15),  cfr.  il  n.  68.         77.  Di  i  in  ;,  v.  l'esordio.. 

0.  78.  Intatto:  ofrlr,  conéìifre  conoscere,  conossh',  pjoràr 
'plorare',  fjorìr,  rnolln,  morir,  conhn,  portar,  cornila  (piem. 
bicorna)  ancudinetta;  Jitrgnàr  fulminare  (cfr.  litro  ni  n.  31), 
co^f^^bavaro  (cfr.  cgl  n.  34);  ecc.-  All'uscita,  mantiensi  imprima 
l'-o  della  1.  pers.  sg.  ind.  pres.:  pòrto,  crévo  crepo,  beo  'bibo',  Ilo 
'lego',  dio  'dico',  devo,  tjéno  vjéno.  Poi  si  vede  l'-o  {-u)  desi- 
nenziale romanzo  del  mascolino,  nell'antico  sdrucciolo,  che  qui 
è  sincopato  (cfr.  il  n.  68),  e  vuol  dire  nei  casi  in  cui  un  nesso 
di  consonanti,  avutosi  per  ettlissi  di  vocale,  sarebbe  altrimenti 
riuscito  in  fine  di  parola;  ai  quali  si  aggiungono  alcuni  pochi 
esempj  di  antico  ne.sso.  Si  osservino:  tcndro, glndro,  mt'rlo,  órlof 
irobjó  *tróbjo  'tùrbulo-'  Arch.  I  548,  trémbjo  tremito  ('trèmulo-'), 
àrblo,  tàllio,  libro  libero,  néliplo,  [pòplo],  pàliclo  pascolo,  sòcio, 


diréjde  direte,  dizéjde  diciate,  difessali  te  diceste,  diràhtc  diresto;-  liddc  leg- 
gete, lUlitc  leggevate,  liréjde  leggerete,  .^i^f^de  leggiate,  liessnhtc  leggeste, 
/terr?7ifc  leggereste;-  beide  bevete,  hcilite  bevevate,  beert'jde  beverete,  beifjdf 
beviate,  heessàldc  beveste,  beeràhte  bevere.ste. 


24  Nigra, 

póclo  zoccolo,  [miràclo],  mégo  medico,  sarvàgo,  tédo  tiepido, 
fràjno  frassino;-  orgo  e  ór  gèlo,  orzo  (cfr.  màngèlo  manico,  e 
bernàgèlo  paletta  da  fuoco,  piem.  bernagi,  per  la  cui  base  si 
può  intanto  vedere  Ardi.  I  551  &);-  sóngo  il  sogno;  bórno  cieco, 
còrno  sordo;  burro  butiro;-  mélitro  mastro;-  [vedrò  vetro, 
cuàdro,  2')igro,  alégro],  màjro  magro,  néjro  e  nejr  nero,  vàjro 
molto  Ardi.  II  113;-  Zdr^'o  158  n.,  sonò  *sónno;-  malàdo  (cfr. 
prov.  malavite  e  Ardi.  II 122  n.);-  e  ancora p^7o  (piem.  id.)  pollo 
d'India,  e  l'esotico  bravo  (piem.  id.).  Tutte  queste  forme  in  o 
valgono  indistintamente  anche  per  il  plurale  (cfr.  n.  75);  ma 
le  cinque  che  seguono:  fondo  deJitro  senelitro  lùhtro  leJito, 
fanno  il  plur.  in  -i,  come  già  vedemmo  al  n.  75.  79.  Gli 
esempj  di  o  in  il  non  sono  specifici  (tranne  forse  il  metatetico 
trììchéjse,  di  cui  al  n.  170):  uliva,  ùbidiént,  cùnia  n.  3,  cùzin, 
furmia,  rusaljér  rosicchiare  (cfr.  piem.  rusié),  gujér  giocare, 
guatin  giocatore,  durmir,  durmiljonàr  sonnecchiare,  dove  an- 
dranno considerate  le  basi  toniche  col  dittongo  (cfr.  Arch.  II 
117-8);  e  similmente  per  Jicùrpjon  scorpione  (Arch.  I  262)  e 
pùbiàna  n.  113,  cfr.  n.  33.  80.  Un  oit  atono  di  fase  anteriore  si 
continua  per  au  nel  già  citato  pautrir  poltrire  n.  47.  E  vol- 
giamo al  dileguo  coWe  di  Iveréa  'Eporedia',  seròlj  n.  46,  seno 
n.  183;  pandesémolo  n.  11  ';  e  il  dileguo  è  compiuto  in  corna 
corona  n.  183.'  81.  Del  rimanente,  V -o  {-u)  di  uscita  romanza, 
in  continuo  dileguo  (cfr.  n.  75);  di  -àto  ecc.,  v.  nelle  toniche 
lunghe,  e  aggiungi:  5on,  film,  nas,  grilj  grillo;  gàmber,  co- 
curner\  invcr,  ors,  nerf,  raort,  cani  il  canto,  j:>ron^,  tcn  tempo, 
carneo,  pjomp,  drejt,  ecc.  ecc. 

TJ.  82.  In  u,  oltreché  nei  soliti  urlar,  Jipùàr  sputare  {Jipùàp 
sputo),  sùtil,  anche  in  giìljàrt  ghiotto  (cfr.  Diez  less.  s.  goliart), 
che  vuol  dire  ù  dall'in  della  formola  atona  ULJ,  cfr.  n.  72.-  Per 
Vi  di  linpóla,  ci  son  le  estese  concordanze  già  altrove  avvertite 
(n.  31);  e  gli  è  abbastanza  analogo  il  caso  dì  Bjéla  "Biìgéla 
'Bucella'  Biella.  Più  rimoto  è  quello  di  pjengér  n.  99.       83.  Del 


*  Ma  in  rjont,  piem.  riond,  come  nell'it.  ritondo  ecc.,  è  un' e  {i)  di  falsa 
etimologia:  *re-[t]ondo'.  L'è  di  cheént^  cuocente,  proviene  poi  dal  dittongo  della 
tonica,  n.  33;  e  assai  probabilmente  pur  quello  di  anejér  annojare,  nednpi 
noja;  cfr.  prov.  enuei.-  Più  notevole  sarebbe  l'-e  di  rà^e  radio-  n.  96,  che 
ricorda  l'-e  spagn.  di  sage  ecc.,  cfr.  Arch.  I  78  n. 


Il  (lial.  di  Val  Soana.  Vocali  atouc:  u.  25 

rimanente,  i  normali  riflessi:  g  ed  o.  Cosi:  ortia  grtjn,  e  le  3.  pi. 
lìont  leggono,  diont  dicono,  ì)éont,  vjénont,  crénnt  credono,  dor- 
me] sont  àovmono  (-iscono);-  sorire  sorridere,  comlj,  nojér  al- 
bero noce,  rotar  ruttare,  2')oàr  potare,  dohjàr  piegare  (doppiare)  ; 
aUcotàr  ascoltare,  pormón\  tòrtola;  e  altri.  84.  Dileguo; 
nulla  di  specifico  a  formola  mediana:  maniplo  ecc.,  v.  n.  78.  Ma 
ancora  alla  formola  mediana,  piuttosto  che  all'uscita  romanza, 
attribuiremo  il  dileguo  deWit  (o)  nell'esponente  di  prima  plurale 
(-MUS,  *-nSy  -n),  che  la  nota  ci  mostra  per  una  serie  d'esempj  '. 
Dittonghi.  85.  M.  paulà  cipolla;  cioè  aii  =*e[v]\i  =  JEFU; 
cfr.  n.  64.  Del  rimanente,  nulla  di  specifico:  aràm  'aeramen';- 
iJitd  'aestate-'  ;  -  colitjonàr  contendere  '*quaestionare'.  8G.  AU. 
Nulla  di  specifico:  gtónt  n.  44,  orai  n.  50,  orljì  orecchia,  ecc. ;- 
alicotàr  ascoltare;-  au  rom.:  ozéll.       ou  rom.  in  au,  n.  80. 

Consonanti  continue. 

J. 

87.  Iniziale,  passa  in  g:  ga,  genòr  gennajo,  di-gc  giovedì, 
govno,  go  giogo,  gun  gitna  agg.  digiuno  -a,  digiìn  giìnar,  g'ùlU 
ingulit,  gujér  giocare;  G'àco  Giacomo,  G'esii,  G'iìsó  G'a  Giu- 
seppe, G'oàn  G'ùvànt  GìO\ anni.  88.  Interno:  ma;  maggio; - 
J'T:  a.jdjér  ajutare,  àjdo  io  ajuto,  àjde  tu  ajuti;-  J'S:  pjcs  e 
2nes  *pe[j]s  'pejus',  v.  num.  7.  J  complicato.  80.  LJ  (LLJ). 
Si  continua  intatto  per  Ij.  Citeremo:  alj,  mal]',  filj,  filji  figlia, 
familj,  familji,  tilj,  mejlj  'niTlium',  conscjlj  conscjlji  consiglio 
consulta,  fuélj  foglio,  fòlji,  pàlji,  maravélji,  vólji,  vóljel  voglia 
(3.  ps.),  meljéur,  miljcr  miglio  'railliarium',  gidjàrt  n.  82.  Di 
//  ridotto,  come  nel  piemontese,  al  solo  j,  abbiamo  esempio  in 
parpajòla,  farfalla,  quasi  'parpagliuola'  (papilio  ;  pieni,  iiarpa- 
jón);  V.  qui  appresso,  e  il  n.  109.  Vanno  qui  poi  considerati 
ancora  i  casi. in  cui  surge  LJ  per  dileguo  o  assorbimento  della 
consonante  che  andava  innanzi  alla  vocal  susseguente:  ìnclja 


'  en  abbiamo,  avih  avevamo,  arra  avremo,  ìi ssaii.  avessimo,  arri/i  avremmo; 
sen  siamo,  sin  eravamo,  fussan  fossimo,  sarch  saremo,  saremmo;  porte  a 
portiamo,  porilù  portavamo,  porteróh  porteremo,  lìortcssan  portassimo,  pnr- 
tcràh  porteremmo  ;  tinéh  teniamo,  tcnln  tenevamo,  ienirt^h  terremo,  tinfssa» 
tenessimo,  tinirnh  terremmo;  di^ch  diciamo,  tìizìk  dicevamo. 


26  Nigra, 

méja  n.  149,  Ijam  letame,  Ijalj  legaccio  (quasi  'ligaculo-').  E  si 
aggiunge  LJ  da  l-^-i  atono  del  dittongo,  in  Ijére  n.  11,  e  final- 
mente da  li  proclitico,  artic.  masc.  plur.,  quando  gli  sussegua 
vocale:  /;  uélj  gli  occhi,  alj  uélj.  Ma:  gili  'lilium'  ed  èli 
'oleum',  cfr,  Arch,  I  509  547.  Coincidono  poi  normalmente 
con  la  serie  studiata  in  questo  numero,  le  serie  dei  num.  109-10 
e  112.  90.  RJ.  Di  r/  postonico,  è  da  vedere  il  n.  185.  Pro- 
tonico, perde  il  j  in  Tojin,  diminut.  di  'Victoria'.  Prodottosi 
per  dileguo  o  assorbimento  di  conson.:  rjont  (piem.  riond)  n.  80 
in  n.,  rjan  (piem.  rian)  canale,  ruscello  (rigagno).  E  ancora 
avrei  glorjéus,  Marjàna,  che  non  yalgono  se  non  come  ulte- 
riori documenti  della  tendenza  che  nell'esordio  contrassegnammo 
per  i.  91.  VJ.  Imprima  il  doppio  esito  dell'antico  vj  (bj,g),  come 
dappertutto  suole:  gàbja,  pùbjàna  salamandra^;-  pjógi,  Unger 
(cfr.  Arch.  II  150  n.,  e  piem.  Ungevi  alleggerire).-  Poi  vengono 
i  vj  specifici  o  seriori:  sàvja  salvia,  endivja,  pivjdl,  ecc.;-  gàvja 
*gavida  n,  54,  gràvja;  vju  *ve[d]u  veduto.  92.  SJ,  che  in 
fase  anteriore  sia  tra  vocali,  si  risolve  pur  qui  in  uno  i  :  pre- 
zón,  mazon,  ighjézi  n.  65,  cumizi,  bazjér  n.l84.  SSJ:  pro- 
cepjon,  allato  a  confessjon,  cfr.  n.  97.  93.  NJ.  Col  j  in  g: 
sóngo  il  sogno,  songér  sognare,  gréngi  num.  4.  Del  rimanente, 
n:  arem,  campani,  montani,  chèna  n.  4,  calitàn  di  color  ca- 
stagno, vjèno  tjéno,  vini  vigna,  bisónet  bisomvet  bisonia  bi- 
sogna -ava  -ato  (ma  besén  bisogno),  Tona  (e  Tònja)  Antonia, 
cun\-  nent  neh  ni-ente ,  min  ni-uno;  ecc.  Per  n  vernacolo 
d'altra  base,  v.  num.  159  (161).  Si  aggiungono  i  casi  di  NJ 
avutosi  pel  dileguo  o  l'assorbimento  di  una  consonante,  e  vi 
restiamo  a  nj:  ànja  n.  54,  njalj  nidiale,  mónja  monica.  Ma 
qui  pure:  capitani,  teMimòni,  Tòni.  94.  MJ:  sumja  n.  18, 
veìidumja  vendicmjàr  n.  67  ;  -  e  per  ettlissi  di  consonante  :  mjolà 
rnjoUpi  num.  171.  95.  C'J;  v.  n.  151.  96.  DJ.  Imprima 
il  doppio  esito  j  g  (i)  come  altrove  suole:  encuó  *encuéj  n.  32;- 
ger  giorno  n.  37,  argo  orgèlo  n.  34,  róge  'radio-',  Magéri  (piem. 
stagéra,  frc.  étagère)  scansia,  'stadiaria'.  Questi  di^'  =  DJ  non 
mi  sembrano,  del  resto,  tatti  esempj  di  un'  uguale  anticMtà,  cfr. 


'  Quasi  'pluviana',  che  esce  colla  pioggia;  cfr.  inem.  piovana,  a.  d'uccello; 
animale  velenoso;  tarantola. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  j  complicato.  27 

Arch.  I  195  n.-  L'antico  i  {  =  g)  -  DJ,  passa  poi  in  d  {-Jj),  secondo 
la  caratteristica  che  nell'esordio  segnammo  per  p:  mep  meda 
mezzo  -a:  mep-gór  mezzogiorno,  med-oht  mezz'-agosto,  meda- 
-nójt.  DJ  seriore:  djàu  diavolo,  [djàmeìia  domine,  cfr.  dia- 
mine], uhidjént.  L'iato  per  dileguo  di  consonante,  rimane  in 
deal  ditale.  E  pur  qui  è  rimedi.  97.  TJ  (CTJ,  PTJ).  Qui  ab- 
biamo l'esito  caratteristico  J)  Jrj  (esord.  lett.  p;  cfr.  inoltre  il 
n.l84,  e  Ardi.  I  512,  III,  §  ii  19):  pop  pozzo,  éup  éupi  aguzzo  -a 
n.  38,  pjàpi,  grapi  grazia,  Ndpi  Ignazio,  capi  caccia  n.  3, 
cipjéur  cacciatore  ib.  n.,  [vipi\,  notipi,  malipi,  tipon,  nòpe, 
fórpi,  linpìuél,  conpàr  cucire,  rappezzare  (conciare;  cuncàr  tin- 
gere, è  importato),  cardénpi,  neànpi  noja  num.  80  n.;  papjénpi 
doppio  esempio;  fapon  (piem.  fagon,  frc.  id.)  modo  'factione-', 
oraj)jo'n,  henedipjon^;  ringrapjér;  comenpjér,  Jiciìrpjér  scor- 
ciare; carepjér  ecc.,  n.  184.  Curioso  è  lapól  lapér  latte,  che 
risalirà  a  'lacteo-'  (lactjo  lag),  ed  è  forma  comune  a  molti  dial. 
franco-provenzali;  Arch.  Ili,  §  ii  22.  Non  è  indigeno  terg  tèrga 
terzo  -a,  come  anche  si  vede  per  Y-a  incolume  del  feminile. —  STJ. 
L'antico  stj  ha  la  solita  riduzione  in  ùss  uscio;  e  resta  incolume, 
vsalvo  la  necessaria  digradazione  del  s,  in  hclili  dchtjnm,  coh- 
tjonàr.  Ma  lo  stj  seriore,  surto  per  dileguo  o  assorbimento  della 
consonante  gutturale  o  palatina,  dà  se  in  domésci  domestico  (che 
non  ha  bisogno  di  dipendere  da  un  verbo  *domescé,  v.  il  n.  150), 
mescer  masticare,  cfr.  n.  129.  A  caUtidr,  castigare,  rimane  la 
stessa  figura  fonetica  che  è  in  cahti,  castigo.  98-100.  BJ  : 
ràdi  rabjéiis,  e  ìg'bi  allato  ad  alogér  (^ad  +  lobiare;  cfr.  pjeh- 
gér  *plumbijare  n.  149);  per  dileguo  di  cons.:  hjol'  (cfr.  piem. 

Mola  e  Arch.  I  306)  betulla.—  FJ:  fjolà  *fiula  fibbia  'fibula' 

PJ  :  sapjént,  licvrpjo'nTì.ld,  lùpja  lupjéus  18;-  làmpja  *làm- 
pi[d]a  lampada.-  Coincideranno  normalmente,  con  le  schiette 
continuazioni  di  queste  tre  figure  (bj  fj  pj),  gli  esiti  di  quelle 
tre  che  saranno  studiate  ai  num.  113-15. 


101.  Intatto:  lavéur  lavoro,  lévra  lepre.  Uh,  lìhcr  libero, 
Unger  leggiero  n.  91,  Uaul  luna,  ione  lungo;-  àia,  séjla  segala. 


*dj:zTJ,  è  nel  solito  hta{ioh  stagione  (pur  nel  piem.  stafiOìì). 


28  Nigra, 

gelcus  geloso,  fila;-  mcTlo,  orlo;  hcrlu'm  barlume;-  col]i,  al- 
héna  pernice  bianca,  [salvch"-];  milpa  milza;-  mal,  sai;  mèi 
miele,  ]}jel  cielo; pejl  pelo,  hadil,  avrll;  mill;  ecc.  ecc.  102.  Se 
nelle  basi  è  geminato  (LL),  suol  continuarsi  incolume  [l,  -II), 
tranne  il  caso  che  si  contempla  nel  seguente  numero.  Così:  vali 
vaglio  (vallus),  cavali,  peli,  cotèll  n.  107,  vèl  *veéll  vitello,  hàla 
palla,  Jicuéla  scodella,  mjolà  mjolc  midollo  midolla,  asselà  ascel- 
la; ecc.  103,  Ma  LL  preceduto  da  i  volge  in  Ij,  ed  è  quanto 
dire  che  Vi  vi  si  propaggina  in  direzione  progressiva;  come  an- 
cora si  ha  Iji  da  LLI',  che  è  Vi  propagginato  in  direzione  re- 
gressiva; cfr.  p.  e,  Arch.  I  57  157  ecc.  Cosi:  grilj  grillo,  cfr.  trilj 
danza;  mìlja  num.  59  n.;  cullji  quelli  e  chilji  quella  (allato  a 
chel  quegli);-  faljir,  pgljin  pgljinà  ragazzo  -a  ('puUino-').  — 

104.  Passa  quasi  costantemente  in  r,  quando  gli  succeda  con- 
sonante labiale  o  gutturale,  quasi  si  volesse  sottrarre  all'ana- 
logia del  n.  107  (cfr.  101);  E  avremo:  arp  alpe,  parptym  pal- 
pebra, tarpo'n  talpa,  vorp,  àrba  (e  probabilmente  anche  àrblo 
drhra  n.  2  e  118,  così  ritornandosi  all'arb-  latino),  barhéhc 
balbettante,  sarvàgo  servógo  selvaggio,  orm,  corm  -a,  pormg'n, 
pii'rpit  pulpito;-  càrdie  qualche,  carcu'n  qualcuno,  farchétM- 
Ghetto,  cavarcàr,  manelicciri  maniscalco  \  Un  caso  di  L'N  se- 
riore, è  in  gema  gallina;  e  di  L-T  sintattico:  nent-der-tot  'niente 
del  tutto';  di  LD  della  fase  letteraria:  bardachm;  di  LS:  liborp 
(quasi  's-bolso')  spolmonato.  Dietro  a  esplosiva  o  tra  vocali: 
Madréjna  Maddalena,  embrn'lj  n.  18;  hposaripi  sposalizio;  e 
dissimilato,  come  fra  i  Ladini,  sorólj  'soliculo',  cfr.  Arch.  I  547.  — 

105.  Di  altre  mutazioni,  pressoché  nulla:  gili  Uilium',  è  esempio 
comune;  vindeno  vindno,  guindolo,  che  trova  ad  ogni  modo  il 
suo  esatto  riscontro  nel  piem.  vindu  (cfr.  Arch.  II  119-20  n.), 
può  essere  diverso  da  'guindolo'  rispetto  all'elemento  derivativo 
(la  base  è  tedesca;  cioè  il  verbo  wind-an,  it.  ghindare);  e  in 
manifélja  millefoglio,  campiJitàr  calpestare,  vi  saranno  allusioni 
ad  altre  parole  ;  dove  anzi  va  notato,  come  campiìitàr  possa  tor- 
nare utile  alla  intelligenza  dell'engadin.  campcista,  lotta,  Arch. 
I  197.  106.  Dileguo  di  l  all'uscita:  f^  fiele,  rè  n.  33;  e  quando 
precedan  voce  che  incominci  per  consonante:  bè  bello,  e  {-ci)  egli, 


marghér   *mulgario-,  lattajo,  è  im  ea.  comune  al  pieraont.  {marghé). 


li  dial.  (li  Val  Soana.  Consonanti:  l.  20 

0  i-ol)  egli  25  n.  107.  L  cui  sussegue  consonante  dentale 
o  palatina.  In  queste  formole,  tace  il  l  costantemente;  ma  lo 
sviluppo  dell' tf,  da  cui  resta  assorbito,  non  rimane  manifesto  se 
noi!  quando  la  formola  è  preceduta  dall'a  fault  ecc.;  cfr.  n.lSS); 
e  sono,  in  fondo,  condizioni  non  diverse  dalle  piemontesi.-  ALT  : 
àut,  àutro  nos-àutri  vos-àutri,  Sàiit  Salto  n.  loc,  pàutra  (  piem, 
pàuta;  cfr.  Ardi.  I  261)  fango;  autàjr,  aupjér  alzare;  AL'D  : 
cdut;  ALS:  fàus,  sàusa,  saustga;  ALC:  càup  calcio,  cdupe 
calze;  caupind  calcina;  AL'C:  Saudéj  n.  loc.  *sauliej  'sal'ceto-'. 
Può  andare,  sotto  la  formola  AL  +  dent.  (ALN),  anche  g/'mn 
(piem.  id.,  ivc.  jauné)  *gdl[v]no-  'gàlbino-';  e  un  secondo  esem- 
pio per  ALN  ci  è  maunét  sporco,  mal-netto.  Rimarrebbe  Jijoàida 
(  frc.  épaule)  spalla  ;  il  quale,  come  sarebbe  un  esempio  anomalo 
di  àt«^  =  ALL  (n.  102),  cosi  ci  risulterà  un  esempio  illusorio, 
potendovisì  non  altro  vedere  che  il  diretto  riflesso  di  'spa[th]ula'  '. 
L'ALV  di  'salvia'  perde  il  suo  l:  sdvja  (piem.  salvia)  n.  91, 
a  tacere  di  quello  di  ALNJ  in  banér  ecc.,  che  è  esempio  comune. - 
OLS  OLT:  ves  *vuéls  vuoi  n.33  132,  vet  "vuélt,  vuole;  OLD:  sol 
11.35;  OUC:  pog-o  pollice,  cocl-sse  "coVcar-si  (n.  3  e  148).- 
ULT:  motohin,  piem.  id.,  molto-bene,  cotóll,  léutre  (*làj-utre; 
n.  152)  colà,  là  oltre;  ULC:  dnp,  pii'di  *pùlia  n.  151;  ULG': 
bogi  lì.  45;  ULS:  pop  polso  (esord.  p).  Ma  anche  in  nesso  la- 
biale: pò  ver  polvere  (ULV),  che  è  però  comune  al  piemontese. 
E  licopéll  scalpello,  che  parrebbe  da  sculp-,  così  come  la  voce 
ital.  da  scalp-,  è  alla  sua  volta  comune  a  Piemontesi  e  a  Lom- 


•  Qui  é  molto  istruttiva  la  serie  piemontese.  Il  latino  'spathula'  disse  dun- 
que 'spatola',  Spettine  da  telajo'  e  'paletta  della  spalla',  onde  'spalla'  (prov. 
espatla;  cfr.  Diez.  less.  s.  v.).  Ora  il  piemontese,  oltre  il  comune  spalQÌa,  spa- 
tola, ha  spaula  (=:spa[t]ula),  nel  senso  di  'maciulla',  onde  spaulc  scotolare, 
maciullare  (Ponza),  e  insieme  spella  (  =  spat'Ia).  Senonchò,  viene  ancora  da 
domandare:  l'it.  spola  spuola  (pioni,  spola^  mi),  spola,  ecc.  ecc.),  che  perfet- 
tamente conviene,  in  ordine  al  significato,  col  lat.  'spathuia',  ne  sarà  egli 
storicamente  diverso?  Di  certo,  la  ragion  fonetica  dell' it.  spola  spuola,  e 
delle  sue  corrispondenze  neo-latine,  persuade  a  credere  che  egli  non  ci  venga 
direttamente  dalla  lingua  di  Roma-,  ma  l'ant.  alto-ted.  spolo  spuolo  non  sa- 
rebbe egli,  alla  sua  volta,  il  latino  'spathuia',  sorpreso  hi  quella  forma  a  cui 
fra  i  gallo-italici  egli  doveva  ridursi  e  realmente  s'ii  ridotto?  Sicuri  fouda- 
raenli  tedeschi,  questo  spalo,  per  quanto  io  posso  vedere,  non  ne  ha. 

G.  1.  A. 


.".0  Nigra, 

havdì:  i>ìem.  e  m\\.  scopài  scopali.  L  complicato  (cfi\  Ardi.  Ili, 
§  II 10).-  108.  CL  a  forinola  iniziale,  riducasi  a  kj:  kjar  li-kjej- 
ràr  num.  5G  n.,  kjd  chiave,  kjàpa  la  chiappa,  kjo  chiodo,  kjg'pa 
chioccia'.  Cosi  ugualmente  riduconsi,  a  formola  interna,  e  CL 
e  CL,  se  precede  altra  consonante:  Jikjopàr  *sclopare  scoppiare 
(cfr.  likjapàr  *ex-clapare,  schiappare,  piem.  scapé;  allato  a  kjap 
'piatto,  lastra',  piera.  cap,  stovigli,  veramente  'coccio');  me7i^j«r 
mischiare,  méJikjo  mischio  agg.,  màUkjo  maschio,  ralikjàr  ra- 
schiare, pórkjo  cerchio,  tàkja  takjàr  "tàccLulla  tacc|"u]làre  (cfr. 
piem.  tacùlà  brizzolato)  macchia  macchiare-;  e  con  la  media 
pur  qui:  ighjèzi  ghjézi  ecclesia,  ghjezo'n  tempio  **.-  109.  Ma, 
all'incontro,  -CL-  e  -CL-,  cui  preceda  vocale,  riduconsi  a  Ij: 
c'dljér  cucchiaio  'cochlear'  (-arium)*;  tanàlje  Henacula',  Ijalj 
'ligaculum'  legaccio;  orlji  (=*orélji)  orecchia,  cuvilji  cUviljgn 
cavicchia,  C'ampiljì  Campiglia  n.  loc,  lentilji  'lenticula',  avilji 
'apicula',  riisaljér  *rosiculare  rosicchiare,  conilj;  embril'lj  n.  18; 
uélj  'oculo-'  n.  36,  20jelj  pidocchio  n.  37,  genólj  genoljg'n  (gi- 
nocchioni), fenòlj,  sorólj  sole  n.  46,  vertòlj  ibid. ;  viriilji  num. 
43  n.,  ii'lji  ago  [iiljg'n  pungolo)  n.  43".  È  Ij  ridotto  aj  (cfr.  n.  89), 
in  cevréj  capretto,  quasi  'capriculo-',  cfr.  frc.  chevrill-ard  caprio- 
letto;  e  forse  anche  in  faudàj,  allato  a  faudàl  (piem.  id.),  grem- 
biale; e  lo  stesso  j  si  tace  in  pare,  cosi,  similmente,  *parélj, 
piem.  j5(2rc'^°.-  110.  Con  l'esito  di  -CL-,  coincide  normalmente 


*  GLI  ridotto  al  solo  hi  (non  hji):  chinar-^  y.  il  num.  72,  la  n.  al  num.  Ili, 
e  Arch.  Ili,  1.  e. 

^  Quanto  alla  diversità  di  stadio  fra  l'esemplare  valsoanino  e  il  pedemon- 
tano, si  confronti  stranghjàr,  al  num.  Ili,  di  contro  al  piem.  strang'ilé. 

^  Hanno  il  e  piemontese:  céric  chierico,  còca  campana,  scaf  scava  schiavo  -a, 
tòrco  torchio. 

^  In  questo  esemplare,  lo  j  ha  veramente  anche  un  motivo  etimologico 
nell'e  latina. 

'  Di  -ci-  passato  anticamente  in  cr  (cfr.  Arch.  II  147)  è  qui  esempio  an- 
cróht  n.  64,  oltre  il  comune  frauda  n.  47.  Non  sono  poi  allo  stadio  di  un 
antico  CL  (=:  ital.  7ikj  o  Ij:  specchio  speglio),  ma  hanno  l'atona  mediana  re- 
centemente dileguata  (=  ital.  '-olo:  pericolo  ecc.): pdhclo  pascolo,  sòcio  zoccolo, 
[circlo,  sedo  ecc.),  a  non  dire  del  caso  di  c^  =  CUR:  di-mérclo  mercoldl  n.  15. 
Hanno  poi  il  e  piemontese  (cfr.  il  preced.  num.,  in  nota):  fenóc,  hpec,  orcih 
orecchino;  cfr.  Arch.  II  123  n. 

"  Cfr,  ancora  baljér  e  bajér  sbadigliare. 


Il  diul.  di  Val  Soaua.  Coasouaati:  l  complicato.  'òì 

quello  di  *T'L-:  vjelj  vjélji,  séljl  'situla',  seljg'n  secchione. — 
111.  GL  iniziale  dà  ghj:  ghjàpi^;  e  così  GL  o  G'L  a  formola 
interna,  quando  le  preceda  consonante:  sanghjotàr  *singlutare 
=  singultare,  ónghja,  sb^anghjar  *strang[o]lare  (cfr.  il  nura.108, 
sec.  nota).-  112.  Ma,  all'incontro,  -G'L-  cui  preceda  -vocale, 
dà  ancora  lo  stesso  Ij  dei  num.  109  e  110:  caljia  'coag[u]lato-' 
latte  rappreso,  n.  3;  velj  veglia,  de-veljér  svegliare,  cfr.  Arch. 
1548  s.  'vig[i]lare'.  113.  PL  dà  ly.  Iniziale:  ^jah,  pjànta, 
X>jen,  pjegàr,  ijjovént  gronda,  2Vuma,  ecc.;  ma  dinanzi  a  un  u 
atono:  pilhjàna  n.  91,  a  tacer  dei  soliti  pi,  de-pi,  più,  di  più, 
e  pivjdl;  e  più  notevole:  j3(^<i!  =  "pjéja  n.  149,  crespa,  piega.  In- 
terno: empjahtrdr,  sémpi  sémpja  semplice  m.  f.,  dopi  dopja, 
e  con  la  media:  dobjàr'-.  114.  FL  dà  fj:  fjà  fiato,  fjóuì\ 
fjum,  ecc.  115.  BL  dà  &/:  hjò  n.  51,  sàhja,  ecc.  ^;  M[B]L=:M'L: 
sembjàr  sembrare,  ensémhjo  insieme;  trémbjo  *trem'lo  (piem. 
tremai)  tremito. 

R. 

116.  Di  regola,  intatto:  ì^àna,  réssja  n.  54,  rjan  n.  90,  rjont 
80  n.,  résa  n.  33,  roti  rutto;  aràm  n.  85,  cret  'erat',  ecc.  '; 


•  giù  ghiro,  cfr.  la  prima  nota  al  n.  108.-  lu  (jant  ghianda,  è  ì\  {/  pie- 
montese. 

-  Circa  póplo,  maniplo,  néhplo  nespolo,  cfr.  la  n.  al  num.  109. 
'  Circa  déblo  e  tilrlblo,  v.  la  nota  che  precede.  Col  recente  dileguo  dellV 
di  prima  atona:  bla  bli  blé  bella  ecc.  n.  183. 

*  Addurrò  qui  ancora,  per  r  interno  tra  vocali,  il  paradigma  del  condizio- 
nale che  ha  per  base  il  piuccheperf.  ind.  del  lat.,  e  il  fo  precedere  dal  cor- 
rispondente paradigma  del  provenzale  (nel  quale  s'ò  infiltrato  Ve  della  seconda, 
in  luogo  dell'rt  etimologico),  acciò  sia  manifesta  l'intiera  concordanza  tra  il 
provenzale  e  il  valsoanino.  Provenz. :  poi-téra  (spagn.  -ara)  portéras  por- 
terà, porteràm  (spagn.  -àramos)  porterdtz  portéran.  Valsoan.:  portdro 
portare  porterete  porterdh  porterdlite  portdront.  E  insieme  noterò  la  curiosa 
deviazione  che  si  produce  nel  condizionale  valsoanino  di  'habere';  la  quale 
poi  si  riproduce  in  quello  di  'esse',  per  un'imitazione  che  genera  alla  sua  volta 
il  più  strano  prodotto  morfologico  che  imaginar  si  possa.  Dovremmo  dunque 
aspettarci,  per  'habere',  pressappoco:  *ii[v]ro  *u[vJro  ecc.  (cfr.  prov.  dgra 
dgras  ecc.  ).  Ma  simili  forme,  apparse  povere  di  troppo,  sì  sono  poi  rifoggiate 
anorganicamente  sul  tipo  di  3.  coujug.  (4.  lat);  e  si  ottengono:  ariro  arire 
arlret,  avrei  avresti  avrebbe,  arivQnt  avrebbero.  Finalmente,  al  posto  del- 
l'antico 'fora'  ecc.,  surge,  per  esatta  imitazione,  questo  stranissimo  condizio- 
nale di  'esse':  sariro  sarire  sariret,  saréh  {sardhì)  sardhic  sarir^nt. 


32  Nigra, 

fcrr,  carr,  tèrra.  Cfr.  n.  119.  117.  E  suole  anche  rinicaner 
fermo  al  suo  posto  etimologico,  si  quando  egli  segua  e  si  quando 
preceda  ad  altra  consonante.  Così:  crilifAll,  crivcll,  framént, 
prezy'n;  clvra  num.  3,  févra;-  torménta  temporale,  filrmia; 
verm,  ecc.-  Tuttavolta,  abbiam  dei  casi  di  trasposizione;  ma 
pochi  saranno  proprio  indigeni  o  specifici,  e  forse  nessuno.  Il  r, 
primo  elemento  del  nesso  che  sussegue  alla  tonica,  chiamato  a 
seguire  la  consonante  che  alla  tonica  precede:  frem  (piem.  id.; 
e  cfr.  Arch.  I  398)  frema  fermo  -a,  e  anche  /"remar  (piem.  fermi). 
Il  r,  secondo  elemento  del  neSso  che  precede  la  tonica,  mandato 
a  seguire  la  tonica  stessa:  hiirt  hlìrtà  brutto  -a.  E  nel  giro 
della  sillaba  atona,  sul  gusto  del  primo  tipo:  trlichéjse,  di  cui 
V.  il  num.  170,  cravùr  caprajo,  che  è  manifestamente  di  base 
piemontese  {orava  cravé,  capra  caprajo;  ma  qui  clvra);  e  sul 
secondo:  cardénpi  credenza  (allato  a  Cì^co  credo,  créjre  credere), 
pei^cèr  predicare,  carsénda  focaccia,  pane  lievito  (allato  a  cré- 
htre  n.  121;  cfr.  piem.  chersént  chersénsa,  e  pure  cliérsé).  — 
118.  Passato  in  l,  all'uscita  romanza:  aj^él  3  n.,  hiccl  bicchiere, 
e  cfr.  armircl,  che  non  risponderà  a  un  *armariólo  (it.  arrìda- 
juoló),  ma  bensì  a  un  *armarario  (piem.  armiré).  Per  dissimi- 
lazione: mortér  e  mortài;  ral  raro;  paréJitlo  marélitla  n.  3; 
tòrtola,  oltre  il  solito  àrhlo,  già  toccato  anche  al  n.  104.  Di 
màrmlo  può  restar  dubbio,  massime  mancandovi  il  h  epentetico 
(num.  115  e  122),  se  piuttosto  non  sia  una  forma  dialettale  per 
-lo  (n.  42).  Mi  restano:  p(3?/('J3  ecc.  n.  73,  e  Dolotéa.  119.  Era 
implicito  nel  num.  116,  che  il  r  soglia  restare  anche  all'uscita 
romanza  [minìlit,  ministro,  è  'sui  generis'),  e  quindi  pur  negli 
infiniti.  Così  ferèr  (fabbro)  ferrajo,  ecc.  num.  5;  portar,  voléjr, 
finir,  ecc.  Ma  in  alcuni  esemplari  si  oscilla  tra  la  figura  col  r 
e  l'apocopata:  pajr  paj  pajo;  palichér  pahché  crocchio;  vejr 
ve]  vero  ;  avéjr  avéj,  voléjr  voléj,  savéjr  savéj  ;  fjéur  fjéu  fiore, 
coléur  coléu;  e  la  figura  apocopata  si  può  quasi  dir  la  regola 
per  tutta  la  serie  dei  -r,  quando  l'iniziale  della  voce  successiva 
sia  una  consonante.  Sempre  poi  manca  il  -r  dell'infinito  col 
pronome  enclitico:  levasse  levarsi,  alassench  andarsene,  ado- 
nàssne  addarsene,  cocisse  coricarsi,  maraviljisse,  stupisse, 
'revcssc  rivederci,  corcgeli  correggerli,  vcTitivo  vestirvi,  trovarne 
trovali  donali  darle;  cfr.  prcndlo  70  n.         VtO.  RS.  Il  nesso 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  r.  33 

è  intatto  in  ors,  mors  morso,  e  in  vers  verso.  Ma  col  r  assimi- 
lato: Fgg  Forzo  n.  loc;  Reves  Reverso  n.  loc,  devès  capriccioso, 
bisbetico,  'diverso-',  afraves;  coi  quali  manderei  anche  ahossàr 
'*ad-vorsare'  rovesciare  (nel  canav.  :  ambossdr  id.,  amhòs  rove- 
sciato, e  così:  bossdt  borsellino),  v.  però  il  n.  123.  E  si  aggiun- 
gono: possi  'persico-'  pesca  frutto,  fossi  forse;  oltre  il  caso  di 
c  =  rs  nel  n.  pr.  O'ca  Vg'ca  Orsola.  121.  S'R,  C'R,  danno  sir, 
onde  htr  (n.l29)  :  tjcJitre  tessere,  èlitre;  nd/ih^e  nascere,  créhtre, 
par  elitre  *parescere,  conéiiire  conoscere  ;  pjdKtre  ""piacere,  deJi- 
pjàlitre.  Rimane  senza  intercalazione  lo  gr  di  gigro,  che  però 
ha  accanto  a  sé:  giier  n.  63.  Cfr.  l'ult.  nota  al  n.  159. 

V,  W. 

122.  Di  solito  il  V  è  intatto,  quando  non  venga  all'uscita  ro- 
manza. Cosi:  vali  m.  vaglio,  vali  f.  valle,  vipra,  vojt  vuoto, 
volar;  avéjna,  kjavéri  n.  5,  lavènci  n.  591°,  ciivilji  n.b'è,  sa- 
liva; ecc.  123.  Per  alterazioni  dell'iniziale,  nulla  di  specifico 
{bar^ér  pecorajo  'vervecario-',  che  ha  un  b-  antico  e  diffuso  ;- 
gòmit);  per  rb-'R'V:  Jicorbdp  corvo,  col  quale  si  confrontino  il 
frc.  corbeau  e  il  tose,  scorbacchiare.  Un  caso  di  5-DV  propo- 
nemmo al  n.  120,  ma  per  ora  sarebbe,  in  questa  regione,  isolato; 
cfr.  Arch.  II 141  e  147,  num.  19.  Di  bj  =  VJ,  v.  n.  91.  124.  Ve- 
nuto all'uscita,  mal  si  regge;  e  passa  nella  rispettiva  sorda  [f), 
oppur  tace.  Cosi,  dall'una  parte:  séz'/" 'sevum'  (sebum),  catif, 
scV/schiavo,  [noclf,  salf],  cerf,  nerf;  dall'altra:  /zyVHOS;  e,  bè,  ne 
nuovo  e  nove,  tutti  al  n.  33;  cfr.  tra  181.  125.  Mediano,  a 
tacer  del  solito  ii'a,  è  dileguato  in  pcjri  péri  n.  30,  e  in  gg'no 
allato  a.  go'vno  n,  41.  126.  Il  w  germanico  si  continua  pel 
semplice  v,  in  varir,  vanér  a-vanér  gua[d]agnare,  oltre  che  in 
vindéno  vindno  n.  105,  e  avdjt  avajtjór  agguato  agguatare. 
Ma:  ghicér  sbirciare,  ghicét  finestrino  (cfr.  piera.  ghie  ghicet, 
e  DiEZ  s.  'guichet');  oltre  gudnt  e  gui'ra. 

F,  PII. 

127.  Nessuna  alterazione  è  da  notarsi:  fam,  fil,  fida  n.  32, 
trejfuélj,  sòlfro,  ecc.;  tranne  il  -v-  che  pur  qui  è  per  il  /'(plO 
di  'Stefano':  Htéven,  Htevcnin.  Udu  =  av[a]  di  tcuma,  tafano, 
si  dovrà  ricondurre  ad  AB,  n.  181. 

Archivio  glottol.  ital..  III.  3 


31  Nigra, 

s,  ss,  se. 

128.  Dinanzi  a  vocale,  è  sempre  intatto  l'antico  s,  quando 
è  iniziale  o  non  ha  cessato  d'esser  mediano.  Così:  sai,  sóla  sella, 
Sia  sua,  snjti.na  siccità  (quasi  'asciuttina');-  bisàcci;  résa  n.  33, 
Upàisa  odorcusa  ecc.  n.  28-9,  iisd  usato,  deUtcjsi  distesa,  mesil'ra, 
[tnansiict],  'possi  n.l20;  ecc.  Intatto  sempre  ugualmente  l'antico 
ss  che  non  ha  cessato  d'esser  mediano:  pàssera'^,  messcjri  n.  30, 
rosséur  n.  28,  fii'sso  43  n.^;  ecc.  139.  Ma  il  s  antico  (o  il  s 
da  x)  che  preceda  a  una  esplosiva,  si  riduce  sempre  a  h,  tranne 
il  caso  di  esplosiva  gutturale  che  siasi  fatta  esplosiva  palatina 
(CA  in  ca  n.  148),  o  di  palatina  esplosiva  che  provenga  da  TJ' 
(n.  97).  Così  abbiamo  una  importante  figura  intermedia  fra  il 
nesso  genuino  che  ci  è  offerto  dal  provenz.  o  dall'ant.  frane,  e 
le  forme  affatto  prive  del  s  che  son  normali  nel  frane,  moderno 
(p.  e.  bastón  talitón  hdtón;  v.  anche  il  valsoanino  al  n.  133), 
e  insieme  abbiamo  un'  altra  prova  della  modernità  relativa  dello 
scadimento  del  s,  che  si  manifesta  posteriore  a  quello  di  CA 
in  ca  0  TJ  in  e.  Do  imprima  gli  esempj  del  s  incolume,  che 
vuol  dire  gli  esempj  di  se  iniziale  e  interno:  scala  scala  n.  3, 
scaudàr  ^QdXà^vQ;  pescar  pésci  pescare,  pesca,  mósci  {mosco  n) 
esci  feluésci  n.  59  1"^;  domésci  mescer  n.  97.  Poi  la  serie  per  SK 
ST  ^  SP  di  fase  anteriore  :  ìican  scagno,  Jlkéva  scopa,  licóla,  licii 
scudo,  Jicilméjri  30,  licuélalQi,  Jicórre  scorrere,  Jicrire;  Ucòn- 
dre  nascondere,  liciir;  alicgtàr,  màìlkjo  ecc.  108,  velico  ve- 
scovo, frcìic,  bolle  bosco,  boltkju  foresta;-  litar,  Man,  litafil, 
litdfa,  liiéjla  n.  8,  litómi  n.  150,  litraniiàr,  Utranghjàr  n.  Ili, 


'  Parrebbe  di  vedere  un  esempio  di  ss  in  rs,  quasi  per  dissimilazione, 
in  por  su  (allato  a  possu  )  potuto.  Ma  forse  ci  sarà,  o  ci  sarà  stato,  un 
vorsu  *volsuto  voluto  (cfr.  num.  104),  e  si  sa  come  reciprocamente  si  at- 
traggano 'volere'  e  ^potere'  (cfr.  p.  e.  il  toscano  puóle  foggiato  su  vuole). 
Consimile  esempio  di  dissimilazione  può  ancora  parere  dersét  (comune  al 
milanese),  accanto  a  dissdt  {dig  +  set),  diciassette.  Ma  qui  può  entrarci  l'effetto 
di  una  esplosiva  dentale  mediana;  cfr.  il  piem.  dig-d-ot,  mil.  deg-d-ott,  18;  ecc. 

^  Paradigmi  dell' imperf.  cong.  :  fusso  fii'sse  fu'ssct,  fussaii  fussàìlte  fù's- 
sgnti  ilsso  lisse  usset,  ùssan  ussdhte  ussont;  tinisso  Unisse  tinisset,  ti- 
nissan  tinissdlite  tinissont;  portdsso  ecc. 

^  Di  -S  +  K-  e  -S  +  T-,  che  entrano  in  quest'analogia,  v.  il  u.  132.  E  così 
V.  ancora  il  n,  121:  s\t]r,  htr. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  s,  35 

Utrejt,  litua  stufa,  litrac  stracco;  Titess  stesso;  rcTUréndre 
deUtèndre  ;  caliti  n.  158,  caVitcll,  raìitéll,  iielit  peste,  telila,  félita, 
tempélita.  velitir^  eJit  'est"  (cfr.  elitre  ecc.,  n.  121),  fenélitra, 
déntro  senélitro,  crilitàll,  no' litro  vn' litro,  co'lita  la  costa,  moU- 
tràr,  gi'ilit  il  gusto,  giìUt  in(jiìht,  ilità  estate,  oht  agosto;-  lipd 
spada,  lipdida  n.  107,  Kpec  nura.  109  n.,  lipéndre ,  Tipi  spica, 
Tipirit,  lipess,  Kpóus  n.  29,  lipuàr,  Jiporc,  liplua  n.  54;  relipir, 
reUpòndre,  relipléndre  ;  liparg  [ajsparagio;  vèlipa,  vélipre  ve- 
spro, nèliplo;  liborp  n.  104;  ecc.  ecc.  L'alterazione  di  s  in  h,  si 
vede  poi  anche  dinanzi  a  consonante  continua,  per  s-  =  EX-: 
li-frejdàr  raffreddare  (sfreddare),  lilajvàr  dileguare  n.  156. — 
130.  Dileguasi  interamente  il  s  di  S'L  S'M  (e  di  s'mrrPS'M)  e 
S'N  (e  pur  di  s'72  =  X'N)  a  formola  interna:  gróla  grandine 
(frc.  gréle - gresle,  Diez  s.  'gres');  caréma  quaresima;  medém 
medéma;  lenna  *les'na  lesina,  dove  par  che  rimanga  traccia 
del  s  nel  n  geminato,  majnà  ragazzo  (piem.  masnd;  'masnada', 
roba  di  casa,  'mais[o]nada',  prov.  mainada;  cfr.  Diez  s.  magione), 
e  assai  probabilmente  anche  dinar  *disndr  desinare  ;  poi  fràjno 
*fràisno  'fraxinus',  cfr.  -ajt  =  ù.\ct  ecc.,  al  n.  133.  131.  S  e  SS 
all'uscita  romanza,  soglion  rimanere  intatti:  nas,  paradis,  ge- 
léiis  bavéus  ecc.  n.  28,  fus,  ripós;  mejs,  pais,  ors  ecc.  n.  120;- 
grass,  bass,  oss,  ross,  toss.  Pure,  c'è  il  masc.  grò  allato  al 
fem.  gròssa,  tacendo  del  n.  pr.  Ne  Agnese ^  Di  nebjó,  allato 
a  nebjéiisa,  v.  il  nura.  26  in  n.  Di  -Is  in  o^p  p  v.  l'esord.  s.  z.  — 
133.  L'antico  s  all'uscita,  scompare  all'incontro  pressoché  sem- 
pre. Le  reliquie  che  tuttavia  se  ne  posson  raccogliere,  son  queste 
che  ora  seguono.  Plurale:  nos-àutri  vos-àutri;  dóes  fem.,  due, 
dinanzi  a  vocale  {dóe  doé  dinanzi  a  cons.  ;  cfr.  Arch.  Ili,  §  11 12)  ; 
seconda  pers.  sg.,  monosillabica  e  indipendente:  ves  vuoi  n.  107, 
es  (allato  a  fé)  sei  n.lO;  il  comparativo  monosillabico  jyes  *pejs 
pejus;  i  pii^i  schietti  fra  questi  cimelj.  E  porremo  sùbito  dopo, 
comunque  si  tratti  di  -s--X:  scs  sei.  Poi,  seconde  pers.  sg., 
monosillabiche  e  a  pronome  enclitico  (cfr.  Arch.  I  402  540  a), 


'  elit  dinanzi  a  vocale,  e  dinanzi  a  consonante.  Del  riflesso  di  'post',  v.  il 
num.  132. 

*  Si  confronti  djeQ  cìje  al  n.  151  ;  e  anche  piì,  non  (allato  a  pass  passo  e 
appassito),  potrebbe  forse  qui  stare,  che  è  comune  al  piemontese,  e  al  Diez 
parve  importato  di  Francia  (  less.  s.  'pas'  ). 


36  Nigra, 

le  quali  perciò  danno  Jit=s-t,  giusta  la  norma  del  n.  129.  Sono: 
eli-tù  sei  tu'?,  ah-tù  hai  tu'?,  sali-tu  sai  tu'?,  vali-tit  vai  tu?, 
veJi-tu  vuoi  tu?  Cosi  T enclitica  preserva  il  -s  in  mali-ché  'ma- 
gis-quid'  S  allato  al  semplice  maj.  Ma  i  più  reconditi,  e  insieme 
i  più  preziosi  tre  esemplari,  sono:  fon])  anp  e  di-marp,  già  stu- 
diati nell'esordio  (lett.  p), —  Delle  forme  che  hanno  smarrito 
il  -s,  è  superfluo  dare  esempj  ;  ma  di  una  voce,  spoglia  di  questa 
uscita,  vogliamo  pur  toccare,  comunque  sia  appunto  una  voce, 
che  nella  più  antica  sua  fase  non  esce  semplicemente  per  -5.  È 
poj  de-pàj,  'post',  del  cui  j  volevam  dire,  che  vada  più  special- 
mente confrontato  con  Vi  del  prov.  pois  e  del  frc.  puis.  Altro 
esempio  assai  consimile,  malgrado  la  diversità  della  base,  è 
faj-*fàis  (prov.  fais)  fascio,  di  cui  si  ritocca  nel  numero  che 
segue.  133.  SCE  SCI.  L'antico  s  s'è  pur  qui  sempre  ridotto 
a  g  {ss)\  ma  è  pur  qui  riuscito,  in  parecchie  forme,  quando 
ancora  suonava  s,  a  propagginare  un  i  che  lo  separa  dalla  vo- 
cale precedente,  come  avviene  pur  nel  provenzale,  nel  francese 
e  nel  ladino  (Arch.  I  85-6).  Iniziale:  séndre  discendere.  Interno, 
senza  Vi  propagginato:  àssa  ascia,  pess,  rossinéul;  cfr.  il  n.  121, 
e  carsénda  al  117.  Con  Vi  propagginato:  nàjsgnt  nascono,  fe- 
réjso  ferisco,  servéjso  servo,  quasi  'servisco'  "  ;  feréjse  ferisci,  ecc. 
Di  faj  *fdis  è  parlato  sulla  fine  del  precedente  numero.  Ma  il 
dileguo  del  f?  (5)  dev'essersi  avuto  anche  nella  3.  ps.  sg.  :  ìiajt 
nasce,  cfr.  pjajt  piace,  cioè  *nàist  *plàist,  che  son  le  forme  del- 
l'antico francese;  e  cosi  concjt^conéist  conosce  {conéjitre  n.  121); 
cfr.  i  num.  129  e  130  ^ 

N. 

•  134.  Iniziale,  e  rimasto  interno,  sempre  intatto.  Cosi,  non  solo 
è  incolume  in  nàlitre  n.  121,  m  nido,  njalj  nidiale,  dona 7\  pino 


'  È  un  'mai-chè'  nel  senso  di  'soltanto';  cfr.  il  piem.  mac. 

^  In  queste  forme,  il  latino  contrappone  veramente  SCU  SCO,  e  sco  pur 
l'italiano;  ma  il  franco-provenzale  e  i  dial.  dell'Alta  Italia  estendono  a  tutte 
le  persone  lo  g  (ss)  ottenuto  legittimamente  nella  2.  e  nella  3.  del  sing.; 
cfr.  frc.  naissent  (eziandio  per  la  propagginazione),  mil.  ndssen,  frc.  Je  finis, 
mil.  finissi,  ecc. 

'  E  qui  avranno  la  loro  ragione  anche  le  3.  ps.  sg.  come  ordejt  ordisce, 
sentejt  sente  (quasi  'sentisce')  e  simili,  sebbene  oggi  pajano  avere  l'accento 
sulla  prima.  V.  il  num.  165  in  n. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  n.  37 

n.  153,  ecc.  \  ma  eziandio  in  rana,  pina  n.  9,  senàna  settimana, 
fortuna,  li'mà  *luna,  farina  *farina,  ecc.;  locchè  vuol  dire,  che 
anche  il  valsoanino  si  sottrae,  come  fa  tutto  il  complesso  cana- 
vese,  alla  legge  comune  a  quasi  tutti  gli  attigui  dialetti  pie- 
montesi, per  la  qual  si  rende  faucale  il  n  tra  vocali  di  cui 
la  prima  sia  tonica;  cosi:  canav.  Udna,  farina,i  orin.  luna,  fa- 
rina, monferr.  lunna,  farenna.  135.  Circa  il  n  di  uscita 
antica,  nulla  di  propriamente  specifico  {aram  ecc.,  v.  num.  141). 
Circa  l'uscita  romanza,  è  notevole  il  dileguo  del  n  di  RN  (cfr. 
Arch.  I  519):  cer  carne,  invér,  ger  giorno,  tor  tornio,  atór, 
for;  ma:  corn.  Preceduto  da  vocale,  rimane  sempre,  ma  con 
pronuncia  gutturale  se  la  vocale  è  tonica:  pan,  demàn,  pjen, 
serén,  Un,  ladin,  bgn,  savòn,  giiii  n.  38,  carcil'n  ib.;  ecc.  È  lo 
schietto  n,  perchè  gli  va  innanzi  un' atona,  in  òrden,  gàun 
n.  107  (v.  però:  vólgn  ecc.  al  n.  166);  e  con  epitesi  di  t:  orghént 
organo  -  ;  cfr.  il  num.  che  segue.  136.  NN  :  jìanét  fazzoletto, 
s]pa.na,  engàn,  bren  crusca,  e  vuol  dire  col  n  che  riman  dentale 
all'uscita,  malgrado  che  sussegua  alla  tonica.  Con  t  epitetico: 
ant  (allato  all'an/j  del  num.  132),  daìit,  San  G'ùvànt,  gtótit 
autunno  ^  Cfr.  il  num.  che  precede.  137.  N'R:  téndro  di- 
-véndro  venerdì,  gindro  genero,  pindra  cenere,  pindrd  ranno 
('cenerata'),  e  cfr.  n.  145.  Pur  qui,  ad  evitare  il  nesso  di  quat- 
tro consonanti,  l'epentesi  del  D  porta  seco  l'ettlissi  del  N  in 
pérdre  *cerndre  cérn^ejre,  cfr.  Arch.  I  370  n.  138.  Per  n 
in  l,  ove  si  eccettui  il  fùrdelént  di  cui  si  studia  al  n.  159,  poco 
0  nulla  di  specifico:  linpóla  n.  31,  còflo  cofano  (piem.  còfu-*có- 
fen  Arch.  Il  119),  cfr.  frc.  coffre  e  il  n.  42. 

M. 

139.  Iniziale,  e  rimasto  interno,  sempre  intatto:  mutrt  n.  30, 
mjolà  n,  172,  fiìrmia,  irrumjér  n.  72,   'pjomp  njombìn;  MM: 


*  Nulla  di  specifico  in  ordine  a  n  +  cons.  la  quale  al  dial.  rimanga  (cfr.  1C6): 
encué  n.  32,  Igng-^  biénci  n.  4,  songér  n.  3,  dent,  grida  ecc.;  e  neppure  è 
specifico  che  il  n  del  pref.  en-  (in-)  non  dia  un  m  ben  spiccato  dinanzi  alle 
esplosive  labiali.  Cfr.  n.  141  in  fine. 

^  Il  -t  di  alamenént  andarmene,  avcjnént  averne,  vintenént  vientene,  deve 
avere  la  sua  ragione  etimologica  {inde,  intus). 

^  C'è  anche  vani  vanno,  ma  non  è  sicuro  esempio  di  epitesi,  cfr.  Arch.  I 
308  311  551. 


38  Nigra, 

fjamà.  140.  Il  m  di  antica  uscita  si  continua,  nella  figura 
di  òi,  oltre  che  in  con,  ancora  in  moh  min  (enclitico  sempre 
il  primo,  assoluto  e  enclitico  il  secondo  ;  cfr.  mon  mien  nel  frc.) 
'meum',  ton  tuo,  son  suo.  Ma  non  sarà  organico  il  -n  di  pen 
{=cen)\  allato  a  pe,  ciò,  questo,  cfr.  num.  151.  141.  Il  m  di 
uscita  romanza,  suole  essere  intatto:  at^àm  n.  85,  Ijam  n.l64, 
solàm  solajo,  ecc.;  fam,  gram  gramo,  malvagio,  prim,  om, 
fùm;  batésim;  verm,  orm;  frem  n.  117.  Circa  il  m  che  passa 
in  h,  e  par  di  uscita  romanza,  nella  desinenza  di  1.  pers,  pi.: 
portéh  ecc.",  si  vegga  il  n.  84.  Poco  sicuro  è  pur  non  nome 
(forse  *nomne-,  com'è  nello  spagn.  nom'bre-^wQmw^,  in  cui 
l'Ascoli  vede  la  base  dativo-ablativa,  come  nel  sardo  merid. 
nomini,  ecc.);  e  si  aggiunge  ten  tempo,  circa  il  quale  è  da  ve- 
dere la  nota  al  n.  134,  il  n.  145,  e  le  ortografìe  piemontesi  come 
Ungeste  ecc.  142.  Per  -m-  in  n,  è  un  esempio  specifico  e  sin- 
golare: senàna  (piem.  ^ma^m  =  stmàna)  settimana.  Comune  al 
piem.  :  canami'a  camomilla.  M'T  in  nt\  anta  zia,  cfr.  Arch.  I  s. 
'amita'.  143.  MN,  M'N.  Ai  soliti  esempj  di  7nn  in  n  {con- 
danàr  ecc.,  cfr.  n.  136),  si  aggiunge,  per  m'n  in  n:  fenà  e  fanà 
*fémna  (piem.  fiimna)  donna.  Ed  è  all'incontro  m  =  m'n  in  fe- 
melà  fem[n]ella  n.l83.  Il  min  di  'seminare'  non  soffre  qui  ettlissi: 
semenàr  (piem.  semnc).  144.  M'R:  cambra.  Cfr.  n.  115  e 
118.-  145.  M[P]R.  Poniamo  dubitativamente  questa  formola, 
per  farci  a  considerare  róntre  rompere,  comune  al  canavese 
{rQ7itèr),  e  a  molti  dialetti  franco-provenzali.  È  ben  difficile  che 
si  tratti  di  una  mera  riduzione  fonetica.  Ammesso  pure  il  di- 
leguo del  p,  cosa  tutt'altro  che  facile  {ten  =  tem])  n.  141  ha  il 
dileguo  all'uscita),  rom[p]re  rore  ci  dovrebbe  condurre  a  rón- 
dre  (cfr.  frc.  geindre  gem're),  anziché  a  rontre;  e  scarso  ajuto 
ci  potrebbe  venire  dal  fri.  dòntre  =  àe-und[v]e  Arch.  I  533.  Si 
vegga  ora,  intorno  a  ròntre,  l'Arch.  Ili,  §  ii  22.  146.  MB. 
Si  regge:  pjomp  pjombin,  colómp  colómba,  ecc.  Così  si  con- 
tinua per  ìnb  lo  MP  di  'campula'  (campa):  gàmbola  camola, 
tarlo,   che  altrove  è  ridotto  a  m  =  mm:  v.  Arch.  I  144.  Ma  lo 


*  Occorre  questa  forma  in  gran  numero  di  dial.  franco-provenzali,  Arch. 
Ili,  §  II  22. 

-  eh  abbiamo,  avin  avevamo,  arch  avremo;  seh  siamo,  sih  eravamo,  saréh 
saremo;  portéh  portiamo,  portih  portavamo,  ^Jor^ert'A  ;  tinéh,  ienih,  teniréh. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  m.  39' 

MB'D  di  'sàmbida',  sabato  (Ardi.  I  70),  qui  pure  si  riduce  a 
nd:  di-sàndo  (cfr.  di-vèndro  n.l37,  ecc.). 

Consonanti  esplosive. 
C. 

CA.  11  e  di  questa  forinola  ci  mostra,  per  molto  numero  d' im- 
portanti esemplari,  le  digradazioni  franco-ladine.  Passa  cioè  in 
esplosiva  palatina  [c^),  locchè  importa,  che  a  formola  interna 
fra  vocali,  dove  la  base  si  fa  sonora,  s'abbia  l'ulteriore  evolu- 
zione: [g],  j,  e  dileguo.  Ma  non  è  scarso,  d'altra  parte,  il  nu- 
mero degli  esemplari  che  si  sottraggono  all'  analogia  franco- 
-ladina;  e  resterebbe  di  scernere,  quanti  e  quali  di  cotesti  esem- 
plari si  abbian  veramente  ad  assegnare  al  patrimonio  indigeno. 
Noi  daremo  nel  testo  le  serie  con  gli  esiti  franco-ladini,  e  ag- 
giungeremo in  nota  gli  esempj  delle  fasi  che  italianeggiano.  Per 
le  alterazioni  della  vocale  che  succede  a  e,  ci  riferiamo  ai  num. 
3,  57,  58,  59.  117.  CA-:  éaléur,  càut  n.  107,  s-caudàr,  caudcri 
caldaja,  caupe  calze,  cauj)jcr  scarpa,  caiipind  calcina,  carelitii 
carestia,  carhón,  carhonin  carbonajo,  cargéu  caricatojo  (-ore), 
caréri  strada,  carriera,  cantar  cani,  candójla,  cantón,  camp, 
càmha  gamba,  camóss,  còsa,  caliteli,  caliti  castigo,  caUtiàr, 
céjna  num.  8,  éapóll  caplina  capelór,  cavenà  capanna,  cabujno 
capsula  (?)  n.  184  ;  -  cédre  cet  cer  cépi  cet  (gatto)  num.  3,  cevenó 
cevrcj  cetàr  n.57;  cin  cina  civra  cipjéur  3  e  57;  ciìmi'si  ci'c- 
mihtón  cuvilji  cuviljón  cumìn  58'.  148.  -CA:  secér,  sedi 
secca,  lecer,  tocér,  peci  a  peccato,  vacci,  bucci  hiicl  bocca,  \recb 
ricca],  bràcci  (piem.  ecc.  broca)  chiodino;  bànci,  pjlnói  num.  4, 


'  Giova  qui  notare,  per  togliere  ogni  equivoco  e  assicurar  bene  i  rapporti  a 
cui  si  allude,  che  e  di  Valsoana  risponde  etimologicamente  a  t'  dell' Engadina, 
e  &  eh  (  =  s)  del  mod.  francese,-  o  sono  i  continuatori  del  C  di  CA-;  lad- 
dove J5  (  =  *?)  di  Valsoana  risponde  etimologicamente  a  e  dell' Engadina,  g 
francese,-  e  sono  i  continuatori  del  C  di  CE,  CI.  Cosi,  aggiungendosi  il  terzo 
e  comune  continuatore,  cioè  il  continuatore  gutturale  nelle  formole  CO  CU» 
e  rimanendo  noi  agli  esempj  che  ci  son  dati  nell'Arch.  I  70,  avremo:  vals. 
cer  carne,  pindra  cenere,  cher  {kcr)  cuore,  allato  alla  serie  engadinose  carn, 
céndra,  cóur,  e  alla  francese  chair,  cendre,  coeur. 

-  cambra,  cavali,  [camih  fornello,  allato  a  cumin  n.  58,  camino,  focolare; 
cùup  calcio,  allato  a  cdupc  ecc.  v.  s,  ;  carr,  piem.  cher  Arch.  Il  113,  accanto 


'40  Nigra, 

hjcnci  embjencér,  lavénci  591",  arancér  strappare  (arrancare; 
V.  DiEz  s.  'ranco');  fórci,  marcia  mercato;  coci'-sse  n.  107;  pe- 
scér pesccur  n.  3,  esci  feluèscl  mósci  ecc.  n.  59 1"^  149.  -CA. 
Imprima:  nojèr  'nucario-';  giijér  giocare,  nejér  annegare,  sejér 
segare,  cajér;  séjla  segala-;  e  col  j  in  dileguo:  brde  brache, 
ìoéa  "piéja  'plica'  crespa,  lacu'a  lattuga;  ma  nel  caso  di  enfod, 
infuocato,  o  di  guatin,  giocatore,  può  complicarsi  il  n.  150.  Poi, 
d'-iCA  con  Vi  tonico:  furmia,  orila  ortjd;-  d'-iCA  con  Vi  atono: 
mèlja  méja  meliga;  [résja  n.  54];  mónja  monica;  mungi  ma- 
nica, diméngi  domenica;  cfr.  cargér  caricare,  mascér  ecc.  al 
n.  97,  pjengér  al  99,  e  il  num.  che  ora  segue  ^  150.  CO,  CU. 
Iniziali,  son  sempre  intatte  queste  formole:  cor7i,  comlj,  cii'na; 
Clima  num.  3,  ecc.;  e  il  ^  di  gorhelót  (piem.  gohlot),  bicchiere, 
è  antico  ed  esteso,  cfr.  Diez  s.  coppa.-  Intatte  pur  mediane  dopo 
consonante:  Jicorpjon,  hcicr;  encué  n,  32;  ecc.  Ma  anche  tra 
vocali:  sicil'r  (piern.  id.),  fatichéus  (piem.  faiigós);  coi  quali  si 
potrebbe  mandare  lipicgn  stoppia,  se  è,  come  sembra,  quasi  'spi- 
gone'.  Notevole  è  il  caso  di  dileguo  dell'esplosiva  in  fondo  fe- 
condo, cfr.  Arch.  I  72  n.  È  tra  vocali,  nella  base,  il  cu  ridotto 
al  solo  il  in  uljo'n  pungolo  'aguglione',  ma  non  si  tratta  di  un 
caso  specifico  (piem.  ujon).  L'w  di  'eccu-hic'  è  perduto  in  ichi 
qui;  e  quello  di  'eccu-ill.',  in  chel  quegli,  chilji  quella. —  Per 
l'uscita,  ricorderemo  imprima  il  -e  intatto,  quando  nella  base 
gli  preceda  un'altra  consonante:  sec,  [ric],puérc, mano  almànc, 
bjanc,  ecc.  Passiamo  poi  ad  -a'tico  -édico  -anico  (-àdjo  -édjo 
-ànjo):  servugo  selvaggio,  vjàgo  vjagér,  companàgo,  ìuégo  me- 
dico, mangèlo  (che  presuppone  *màngo)  manico;  ai  quali  può 


al  suallegato  cargéw,  cari  cardo,  cardelih,  carta,  caròta,  carlevd  (piem.  car- 
levé)  carnovale,  h-candr  scannare,  canéla,  cavdn  cesto,  cavèrna,  casseréla, 
capota  capjél  n.  33,  calitór,  cdssja  cassa,  caréa  *cadréga  sedia,  capgn,  ca- 
pitar, capitani,  capldn].  Inoltre:  gavdr  (piem.  gavé)  cavare,  gavuljòt  c&,yì- 
gliuolo  (allato  a  cuvilji  ecc.,  v.  s.),  gdmbola  n.  146. 

•  scan;  rocd  *rócca  conocchia  (cfr,  òca);  abrancdr,  ténca,  cónca  pevera, 
gonca  giuncata;  arca,  barca,  [circa^,  mdhca  (piem.  masca)  strega. 

^  pdga  pagar,  pregar,  pjegdr  lì-pjegdr,  soffogar;  gigdla. 

^  Nelle  serie  degl'-iCA,  difficile  scernere  tra  franco-provenzale,  o  ladino,  e 
piemontese;  cfr.  Arch.  II 128.  Nomi  non  assimilati;  Varónica,  Ménica  (e  Mècca). 
Ancora  noto:  figa  fica,  beffa. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  e'.  41 

unirsi  l'-ÉSTico  di  domésci  n.  97,  a  tacere  di  mingo  minger 
mingo  h  mangio  mangiare  ghiottone,  cfr.  Arch.  I  78-9.  L'asso- 
luto dileguo  è  in  -óco  -ico,  e  pure  in  alcuni  tipi  proparossitoni 
in  -ICO  ;  fida  lu'a  n.  32,  coi  quali  si  può  mandare  pò  (allato  a 
X>oc)  poco;-  fi  fico,  Tipi  m.  spica  (-o;  cfr.  Upicon  qui  sopra)  *;- 
péssi  'persico-'  pesca  pesco,  Jitómi  stomaco  (-mico  Ardi.  I  308  n., 
523).  Finalmente,  pur  qui,  come  nel  Piemonte  e  in  Lomardia, 
-g  nel  riflesso  di  'amico-':  amie,  nemig  dseneynic;  e  si  aggiunge 
sambu'g  sambuco.  151.  CE,  CI.  Qui  è  la-  interdentale  carat- 
teristica, dal  g  di  fase  anteriore  (esord.  p).  A  formola  iniziale: 
l)jel,  pauld  n.  85,  piìia  n.  9,  'pervél,  pérdre  scegliere  'cernere' 
n.  137,  phidra  ib.,  piJitérna,  ecc.  Fattasi  iniziale  per  aferesi: 
pi  'ecce-hic'  qui,  pe  [pe7i]  ciò  n.  140,  penpi  questo  qui,  pel  pe 
'ecce-ille'  questi  costui,  pia  pie  (*/jéla  */jelà  n.  183,  ecc.)  quella  -e, 
paj  qua  n.  152 \  A  formola  interna,  si  ha  medesimamente  lo  p, 
quando  nella  base  il  e  sia  preceduto  da  consonante,  o  susse- 
guito da  atona  in  iato  {cj):  faupét  falcetto,  faupetd  roncola, 
caupind  calcina,  dop  dopi  dolce  m.  f.,  Veì^péll  Vercelli,  arjn- 
prèvre  arciprete,  lànpi,  halànpi,  ònpi,  prlnpi  prence;-  càiipe 
calze,  cdup  calcio  (che  è  il  tipo  in  cui  concorrono  entrambi  i 
determinatori);-  ghjdpi^,  brap,  apél  acciajo,  lùmdpi  lumacia, 
sedp  setaccio,  cépi  caccia,  trépi  treccia,  arip  istrice  (veram.  : 
riccio,  'ericio-'),  ripu  ricciuto,  ìijg'pa  chioccia,  cropi  gruccia, 
[hòpi  boccia,  testa]*.  Dato  ora  che  un  e  in  simil  congiuntura 
volgesse  a  sonora,  l'esito  dialettale  dovrebbe  qui  essere,  a  fil 
di  regola,  et;  ma  ormai  suona  come  schietta  sonora  dentale  (cfr. 
Arch.  I  512  &):  Saudcj  (*sau(féj  'saliéjt)  Saliceto  n.  loc,  pudi 


'  Ma  dio  dico,  si  fonda,  come  dioni  dicono,  sull'infinito  dire. 

^  p  0  e,  alla  piemontese,  in  i;erf,  girési  e  girjési  ciliegia,  gimitéri,  gizer  e 
gigro  cece,  gigàla,  girògic  159  n.;  circlo  circa,  ri-cecre,  Cia  Lucia. 

=•  Ma:  fuca,  cfr.  Arch.  II  129. 

*  Qui  stieno  ancora,  malgrado  qualche  incertezza  circa  la  fase  romanza  da 
cui  dipendono  (cfr.  it.  -accio  e  -asso,  '-aceo'):  pjùmàp  pennacchio  ('piu- 
maccio'), hpùà[)  sputo,  peljdp  guscio,  scorza,  pelùp  n.73;  capripi.-  Dovrebbe 
poi  esserci,  od  esserci  stato,  qualche  pres.  cong.  come  *gépo  jaceam  ecc.,  sul 
quale  si  rifoggiasse  quello  di  'difcejre',  che  suona:  djépo  djépc  àjrpct,  djépont 
(a  Grenoble:  te  dieyse  tibi  dicat;  te  veleso  te  videara)..  -  Esempio  di  ci  in 
pi,  è  Lìipia  Lucia. 


42  Nigra, 

(  *pu(li  "ptilia)  pulce;  cui  s'aggiungo  arc-an-dél  arco-in-cielo 
{pjel),  n.  48.  Di  tordre  ecc.,  v.  il  n.  159;  e  v.  ancora  l'esord.' 
Il  e  preceduto  da  consonante,  che  si  mantiene  allo  stato  di 
esplosiva  palatina,  ma  sonora,  e  seguito  da  una  desinenza  anor- 
ganica, cioè  meramente  analogica,  s'ha  m  loògo  "polc  pollice,  e 
vérga  *vertc  "vértic  vetta \  Del  resto,  il  e'  che  venga  all'uscita 
preceduto  da  vocale,  si  continua  sempre  per  f  (non  va  cioè  in- 
contro all'alterazione  di  g  in  p):  pàc,  fornàg  (e  fornàzà,  v.  più 
innanzi),  djeg  Ó7ideg'\  màntec^,  pernig,  narig,  rejg  n.  19,  véug 
n. 2S,  néug  créug  n.  42.-  Ci  volgiamo  finalmente  a  e'  preceduto  da 
vocale  e  susseguito  da  vocal  scempia,  che  rimanga  interno  pur 
nel  dialetto;  circa  l'esito  del  quale,  sono  da  distinguer  princi- 
palmente due  diversi  casi.  Primo,  l'antica  e  estesa  digradazione, 
che  si  può  rappresentare  per  ce  gè  je,  e  conduce  anche  all'as- 
soluto dileguo  (cfr.  Arch.  I  80).  Qui  si  afferma  in  ispecie  per 
clìéjre  cuocere  (cocere  =  coquere),  cheer-é  cheer-ét  cocerò  cocerà, 
cheént  cocente,  chéont  cocevano.  Può  anche  citarsi  'piont  piac- 
ciono (inf.  j9m/Ur(?  =  piactre),  ma  bisognerebbe  aver  campo  di 
meglio  riconoscere  le  relazioni  di  questa  voce  verbale  nel  com- 
plesso della  conjugazione  valsoanina.  Pel  singolare  ci  danno 
pjajt,  che  cercammo  d'illustrare  al  num.  133;  donde  si  vede 
come  sia  facile  illudersi  circa  lo  j  di  lujt  'lucet'  o  fajt  'facit' 
(inf.  fare),  che  a  prima  vista  può  sembrare  senz'altro  il  diretto 
succedaneo  di  e.  In  secondo  luogo,  abbiamo  la  normal  continua- 
zione per  sibilante,  consentanea  al  g  che  trovammo  all'  uscita 
romanza;  e  risulta  sorda  per  l'esito  di  una  base  sincopata  che 
già  avemmo  a  studiare  (*piapre  n.  121,  a  differenza  di  *tori're 
n.  151  e  159),  laddove  è  sonora  tra  vocali:  tazir,  azil  num.  9, 
lezèrta  n.  56,  vizin,  dizéj  dizén  dicevi  diciamo,  ozéll,  cozént 
cocente  (allato  a  cheént  che  testé  vedemmo)  ;  e  altri  \  152,  11 
C  di  uscita  latina  si  continua  per  j  in  paj  qua  'ecce-hac',  laj 
(cfr.  léutre  n.  107)  là  Ullac'  [cfr.  Priàj  n.  loc.  Priaco],  avòj  anche, 


•  Di  un  terzo  esempio,  t.  il  n.  188. 
^  E  dje  gnde,  cfr.  n.  131. 

^  20óleg^  arpione  (veram.:  'pollice'),  è  pur  del  piemont.,  e  qui  s'addoppia 
col  pógo,  nel  senso  proprio  di  'pollice',  che  testé  incontrammo. 

e  alla  piemont.  in  fdcil,  dificil,  nocif^  lucèrna^  encéns;  vincre. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  qv.  43 

insieme,  'apu[tl]-lioc.  153.  CT.  Pur  qui  l'esito  caratteristico 
è  jt\  fajt  fàjti  fatto  -a,  drejt  dréjti,  Mrejt  litrcjti  stretto  -a, 
cojt  cójti,  sì'ijt  sujti  ^  ;  -  lajiia  siero  n.  3,  lajtàri  lettiera,  nojl, 
fri'tjt,  trujti  irotid,;- pino  *péj[t]no  pettine,  pinàr  pettinare.  Lo 
e,  solo  in  lacna  lattuga,  e  in  noe  nottola,  che  però  non  veggo 
a  qual  tipo  morfologico  esattamente  rivenga.  La  mera  assimi- 
lazione è  in  sani,  Ijet  letto  (cubile),  uét  otto  n.  36,  rot  rotar 
rutto  -are.  Cosi  può  parere  anche  in  Ut  letto  ptcp.  e  frit  frit- 
to, ma  i  feminili  liti  /rz^/.  (n.  183)  accennano  a  "làjtja  *frijtja 
num.  59  3°;  e  anche  in  viiu'ra  avremo  assai  probabilmente  un 
ijt  ejt  di  fase  anteriore;  cfr.  ancora  ^nnò  che  prima  si  addusse. 
E  resta  dit,  allato  al  bencjt  di  cui  si  parla  nella  nota.  154.  CS. 
Di  *fraji^s]no  si  è  studiato  al  n.  130.  Anche  son  da  vedere  i 
num.  129  e  132;  e  qui  si  aggiungono:  assai  (piem.  id.)  asse  del 
carro,  tasso'n  tasso,  lissia.  155.  CR.  Nulla  di  specifico.  E 
comune  anche  al  piemont.  il  mantenersi  della  gutturale  allo 
stato  di  sorda  in  crófa  grotta,  cantina,  crt  grido,  crinr.  E  ci 
limitiamo  a  citare  ancora:  màjro  (piem.  maire)  màjri  magro  -a 
(cfr.  n.  160),  e  làmia. 

QV. 

156.  Mandiamo  innanzi  gli  esempj  in  cui  si  è  anticamente 
dileguato  l'elemento  gutturale  (cfr.  n.  162):  àjvi  (piem.  èva) 
'aqua',  onde  inajvàr  adacquare;  o'iji  *auilja  'aquila'-;  e  final- 
mente: Ji-lajvàr  liquefare,  cioè  *s-li[q]uare  (piem,  slingué),  cfr. 
Arch.  I  47  550  a.  Del  rimanente,  è  caratteristico  il  continuo 
dileguarsi  dell'appendice  labiale:  càtro  catórde  carània  cartin 
cartàn  carcma  {cuàdro  e  ciiàrt,  come  ciant,  appajono  impor- 


*  In  benéjt  bencjti  beiie[d]etto  -a,  potremmo  ancora  avere  la  real  conti- 
nuazione di  uno  ex;  ma  V-cjt  si  estende  per  mera  analogia  anche  a  prejt 
preso  {prejt:  prendre  :  : /i<)vje: /itrendre),  e  poi  a  /jV/Vyt  fuggito,  sgrtéjt  sor- 
tito; cfr.  Arch.  I  258. 

-  Taluno,  pensando  ad  di-o/o  =  iiquilo,  che  ò  nell'ital.  vent-dvolo,  volle  ri- 
trovar r ^aquila'  nel  valsoan.  ratavolójri  (gergo:  ratavòla),  che  ò  quanto  dire 
nel  piem.  ratavoloira  pipistrello.  Ma,  anziché  'ratt-aquil-oria',  avremo  sem- 
plicemente: *ratta-volatoria  (ratto  volante;  canav.  ratavolara  -volataria).  Cosi 
nel  Jura:  ratevolate;  nei  Vosgi:  volant-rettc,  e  nell'Isère:  ratapena  (rat-a- 
-pena). 


44  Nigra, 

tati),  càio  (quale)  càrdie  carcù'n  acànt  (quando)  to-cant  (tutto 
quanto)  ;  chej  cheto,  cintar  cessare,  lasciare,  rechi  requie,  cliìnde 
quindici,  chindéjna.  Esempio  'sui  generis',  che  non  fa  eccezione, 
è  cuàlji  quaglia.  Ma  non  sarà  indigeno  eguài  disiìgiiàl,  e  meno 
ancora  seguitar. 


GA.  Ci  riferiamo  alle  osservazioni  che  premettemmo  sotto  CA, 
e  teniamo  lo  stesso  ordinamento  nella  esposizione  degli  esem- 
pj.  157.  GA-;  gema  gallina  n.  183,  gàun  giallo  n.  107,  gau- 
Wn  giallognolo,  ^6ì5MmJ)i  itterizia \  -GA:  largér  n.  3,  Ig'ngi 
Ig'nge  lunga  -ghe,  dogi  'bulga'  n.  45;  e  v.  ancora  la  prima  nota 
al  n.  159'.  -GA:  fre  *fràji  fraga;-  sansua  (piem.  id.)  san- 
guisuga; caréa  (piem.  cadréga)  sedia;-  calitiàr;  Borgàl  n.  loc. 
'Burdigalo-'  Borgiallo^  158.  GO,  GU.  A  formola  iniziale,  g 
intatto:  góla,  giiljart  n.  82,  giìTit  gusto;  gonèll  gonna;  e  a 
formola  interna,  dopo  consonante:  sangui  'singulto-'  (allato  a 
sanghjutàr  che  ha  la  solita  metatesi);  e  cosi  se  viene  all'uscita, 
salvo  il  normale  fenomeno  di  sorda  per  sonora:  Ione  lungo,  ar- 
Ig'nc  lunghesso*.  Fra  due  u,  o  tra  u  (o)  uscente  ed  altra  vocale, 
i  soliti  esempj  del  dileguo  di  g:  olii  agosto.  Olita  Aosta,  gg 
'jugu-',Jo  (onde  go  gè)  'ego'%  fò  'fagu-'.-  Finalmente,  per  -Igo: 
caliti.  159.  GÈ,  Gì.  Iniziali,  sempre  si  continuano  per  g,  e 
ne  viene  come  un'antitesi  tra  le  basi  di  tenue  (n.  151)  e  queste 
di  media:  gejl  n.  14,  gelar,  genólj,  generar,  gengrja  razza., 
geni,  gindro  n.  137,  genziva,  girar,  giss. —  Pare  a  formola 
interna,  dopo  consonante,  abbiamo  g  o  z  (cfr.  il  piera.),  in  ar- 


*  gali,  ganàssa,  garét',  godre.  Curioso  è,  per  il  suo  Ij:  galj  gàlja  (sic) 
gajo  -a. 

'  larga  (cfr,  largo  in  nota  al  n.  158),  ma  al  pi.  làrge;  engdn,  htrénga  strin- 
ga, Yalpérga. 

^  negar  negare,  enterogàr,  navigar,  pjdga,  tartaruga,  htróliga. 

*  Strano,  anche  per  la  desinenza  :  largo.  Si  direbbero  scambiate,  in  ordine 
alla  gutturale,  le  parti  dei  due  generi:  largo  larga  (n.  al  num.  157),  anzi- 
ché lare  largì. 

'  Nella  figura  enfatica  ghjo  ghigò  io,  l'elemento  premesso  (k-jo,  gh-jo) 
non  sarà  diverso  dal  che  (*chel)  chi  dei  congeneri  che-tu  tu,  cìri-vó  voi;  e 
veramente  avremo:  eccu-ill-ego,  eccu-ille-tu,  eccu-illi-vos. 


Il  tlial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  (j.  45 

gèni,  [vérgme],  dngel;  genziva^;  cui  si  possono  aggiungere  per 
ng  e  r^f  riusciti  finali:  lon  (long  lonj)  lungi,  e  hparg  (spar'g 
spari)  asparagio.  Ma  in  tale  congiuntura,  o  quando  nella  base 
sussegua  al  g  Tatona  in  iato,  avremo,  in  analogia  di  quel  che 
ci  mostrarono  le  basi  tenui,  un  d  [g  z  del).  Così  fàda  faggiuola, 
cioè  *fagea;  roda  rivo,  canale,  'regia'  (v.  Ducange  s.  'rogius', 
e  Arch.  I  253  n.),  e  per  certo  anche  furdelént  ruggine,  *fulie- 
nént,  quasi  'filigginente'  (cfr.  it.  fdigginato  ecc.)-;  cui  si  ag- 
giungono tutti  gl'infiniti  in  -'ngere:  compjéndre  n.3,reJltrén- 
dre,  tindre,  findre,  depindre,  pgndre  pungere,  ondre  (cfr. 
canav.  strinzcr,  tinzar,  onzar);  e  nella  medesima  analogia, 
per  g  da  antico  e:  tórdre  torcere;  e  per  z  da  antico  s:  chéudre 
(canav.  cù'zer,  venez.  ciizer,  ecc.,  'consuere')  cucire;  il  quale 
ultimo  esempio  servirà  a  mostrare  come  basti,  a  promuovere 
il  fenomeno  di  z  in  d,  anche  la  consonante  successiva,  fat- 
tasi aderente  per  sincope  romanzai — ■  Restano  i  casi  dell'antica 


'  Anche  girógic,  chirurgo  (piena,  id.),  potrebbe  passare  fra  gli  esenripij  di  {i 
che  sussegue  a  consonante;  ma  il  g  iniziale  lo  mostra  ad  ogni  modo  non  in- 
digeno. Di  g  fra  vocali,  sono  esempj  inconcludenti:  fràgile  pagina,  ecc. 

*  Qui  va  considerato  anche  un  caso  di  g  secondario,  cioè  di  g  surto  nella 
formola  GA.  La  base  gargaméla,  strozza  (cfr.  Diez  s.  'gargatta'),  diede  im- 
prima gargaméla  (n.  157),  onde  garzamela,  che  è  la  vera  forma  piemontese, 
e  finalmente  il  valsoanino  gardamelà  ecc.  L'esempio  è  importante,  anche  per- 
chè accusa  la  presenza  di  ga-QA^  pur  nel  pedemontano;  cfr.  Arch.  II  128  n. 

^  Questi  riflessi  delle  basi  infinitive  -ìigére  -rgere  -zere,  ci  portano 
inevitabilmente  ad  avvertenze  e  a  dubitazioni  curiose  e  sottili.  Fu  notato  (Arch. 
I  Liv)  che  la  coincidenza  fra  l' alto-bellunese  pènder  e  il  frane,  peindre  è 
solo  apparente  o  fortuita,  in  quanto  il  d  della  prima  forma  vicn  da  z,  e 
quel  della  seconda  v'é  intruso.  Il  valsoanino,  secondo  l'esposizione  del  nostro 
testo,  andrebbe  coU'alto-bellunese  ;  ma  Io  staccar  le  forme  di  Val  Soana  da 
quelle  di  Francia  par  dura  cosa,  poiché,  a  tacer  della  ragion  generale  del 
vincolo  strettissimo  di  parentela,  questa  coincidenza,  che  si  giudicherebbe 
fortuita  e  vana,  si  estende  a  tutt* intiera  la  serie  (plaindre  oindre  ecc.,  tor-^ 
dre,  coudre).  D'altronde,  nel  caso  del  tipo  -gerc,  vedemmo  realmente  coin- 
cidere Val  Soana  e  Francia  per  l'intrusione  della  dentale  {èlitre  ecc.  n.  121). 
E  si  chiede:  Non  potrebbero  *tórzre  e  *cóJre  {*chéuzre)  aver  dato  anche 
in  Val  Soana  torzdre  cozdre,  donde  poi  la  sibilante  restasse  eliminata  come 
iu  Francia,  e  come  per  la  Val  Soana  sarebbe  pur  lecito  ammettere  secondo 
i  num.  130  e  129  ?  Di  certo,  nessun  vuol  negare,  a  priori,  la  po.?sibilità  di 
questo  processo;  e  in  ispecie  parrebbe  spingerci  ad  ammetterlo,  malgrado  la 
risoluzione  che  è  sorda,  l'esempio  di  pjàhtrc  *pia<^'re  al  n.  121.  Senonchè,  va 


46  Nigra, 

ed  estesa  digradazione  ^GE  JE  ecc.:  fà'jre  fuggire,  correre,  fiì^ 
jént  fuggendo,  fuggente,  fujéjt  fuggito  (num.  153  n.);  coréji 
'corrigia'  cfr.  Ardi.  I  526;  maJi-ché  *màis-clie  n.  132;  a  tacer 
dei  soliti  cZéfj  'digito-',  frejt  ìi-frejdir,  mélitro.  Ho  anche  assiì'jre 
seccare,  che  parrebbe  'ad-sugere',  ma  non  me  ne  saprei  ancora 
fidare.  160.  GR:  gran,  grilj,  ecc.;  p/^ro ;  ma  fjàjret  fjujrgnt 
puzza  puzzano,  colla  riduzione  comune  al  piem.  {fìairé),  al  frc. 
{flairer)  ecc.,  *flagrare  =  fragrare;  cfr.  n.l55,  e  23.  161.  GN. 
Nulla  di  notevole:  preni  pregna,  ecc.  162.  GVA  ecc.  Bel 
parallelo  per  gli  esempj  che  son  considerati  i  primi  al  n.  156, 
è  lenva  lingua.  Di  antico  dileguo  dell'appendice  labiale,  è  esem- 
pio in  sanolént  sanguinoso  (allato  a  sane),  comune  al  piemontese; 
cfr.  Arch.  11128.  Anguilla  è  mutuato.-  Di  gu  =  W,  v.  il  n.  126. 


163.  Iniziale,  sempre  intatto:  tdima  n.  181,  tjélitre  n.  121, 
tilj,  tot  tujti  n.  27,  ecc.  Cosi  pur  mediano,  quando  gli  preceda 
o  precedesse  altra  consonante  (v.  però  stj  al  n.  97):  Jitéjla  pàJita 
fenéìitra  ecc.  n.  129,  éìite  'estis',  silite  eravate^;  mdnteg,  man- 
til;  ortjd,  amortdr  smorzare;-  àuta  ecc.  n.l07;  rotar  ecc. 
num.  153  ecc.;  faupetà  roncola  (falcetta);  ecc.  Nell'antica  sin- 
cope: pità  città;  nella  sincope  seriore:  anta  amita,  ma  di-sàndo 
n.  146.  Anche  tujti  tutti,  e  cJiitàr  lasciare,  incontrano  altrove 
la  doppia;  ned  ò  specifico  il  t  incolume  di  pjóta  (piem.  piòta)  e 


imprima  notato,  che  ottenutasi  cosi  la  reale  coincidenza  tra  valsoanino  e 
francese  pei  due  esemplari  tórzre  e  cózre^  rimane  poi  ugualmente  che 
per  il  resto  della  serie  le  due  favelle  non  coincidano  se  non  in  modo  appa- 
rente; poiché  la  fase  fénre  féjnre  ecc.,  che  precede  alla  determinazione 
dei  francesi  feindre  ecc.  (Arch.  I  92),  questa  fase  non  c'è  nulla  che  ci  porti 
a  consentirla  per  il  fondamento  valsoanino,  che  sarà  fónzre  ecc.,  canav.  fin- 
ger ecc.,  cfr.  la  coincidenza  valsoan.-canav.  in  róntre  al  n.  145.  Al  che  ag- 
giungendosi, che  il  passar  di  i  in  d,  in  congiunture  affatto  consimili,  sia  qui 
per  altri  esempj  fatto  appien  sicuro  (num.  151,  159),  ne  viene,  che  la  nostra 
dichiarazione  mal  possa,  in  qualsiasi  parte,  andare  infirmata. 

'  Raccogliamo  altri  esemplari  per  lo  -lite  di  sec.  plur.  :  fussdlite  foste,  sa- 
ràlite  sareste,  avilite  avevate,  ùssdìite  se  aveste,  ardlite  avreste;  portihte  por- 
tavate, jporfesrf/lfó  se  portaste, porteràìite  portereste;  tcniìite  tenevate,  tinisdhte 
se  teneste,  tiniràlite  terreste;  di^ilite  dicevate,  dirdlite  direste;  alilìtc  andavate, 
alessdlite  se  &nà2isXe,  alerdlite  cadreste;  liilite  leggevate,  liessdlìte  se  leggeste, 
lieràhte  loggereste;  belìHc  bevevate,  beesdlitc  se  beveste,  beerdlite  bevereste. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti  :  t.  47 

mitàll.  164.  Mediano,  tra  vocali,  in  d:  sedelih  *sitellino  sec- 
chiolino,  ladiii,  codón;  J'D:  aidjcr  aitare,  àjdo  ajuto,  àjdete  ajù- 
tati;  -TE  di  sec.  pi.:  portàde  tenide  ecc.'.  Ma  di  solito,  si  di- 
legua: marjà  marjàj  marjàe  maritato  -a  -e,  sèa,  créa,  monca, 
Ijearàva,  %)ev{i  pituita,  roà  ruota,  roèt  naspo,  rovét  arcolajo; 
noÓT,  triàr,  podi",  marjdsse  maritarsi,  deal,  Ijam  letame,  dejnàl 
(*di-neàle)  Natale,  cèjìia  catena,  ^^t-y'^a  pela  padella,  licuóla 
{liciìdelin),  rjont  rjónda  rotondo  -a;  bjold  betulla  n.  6G;  gdvja 
ànja  n.  54;  lipdula  n.  107,-  Comune  al  piem.:  man  mattone-. - 
Affatto  diverso  fenomeno  il  dileguo  di  t  mediano  che  per  sin- 
cope viene  a  precedere  a  nasale :pmó  n.  153,  sendna,  n.  142.  — 
165.  Si  mantiene  il  -t  latino  di  3.  pers.  tacendo  però  quando 
incominci  per  consonante  la  parola  che  sussegue  (v.  il  n.  16G): 
elit  est,  sgnt  sunt,  pórtet  portoni,  vcntet  ('vénitat',  piem.  venta) 
bisogna,  pioni  n.  15P.  166.  All'uscita  romanza,  quando  gli 
precede  o  precedeva  consonante:  dui,  gitili,  art,  levdni,  iant, 
nent,  moni,  ecc.;  dove  però  è  da  notare,  che  la  combinazione 


'  Altri  esempj  pel  -TE  di  sec.  pi.  :  séjde  siate,  saréjde  sarete  ;  éde  avete, 
aréjde  avrete,  éjde  abbiate;  porterèjde  porterete,  portéjde  portiate;  alddc 
andate,  aléjde  andiate,  vodréjde  andrete;  teniréjde  terrete,  tincjde  teniate; 
lidde  leggete,  liréjde  leggerete,  liéjde  leggiate;  ditéde  dite,  dir  éjde  direte, 
diiéjde  diciate;  beide  bevete,  beeréjde  beverete,  becjde  beviate.  Ma:  dond-me 
datemi,  caupc-li  calzategli,  tenilo  tenetelo,  velitimc  vestitemi. 

•  Singolare  esempio  è  cilena,  castagna;  che  suppone  l'intero  dileguo  del  ò' 
{* caténa -cahténa,  secondo  il  num.  129,  cfr.  cahtdn  al  n.  93),  e  poi  il  t  che 
va  incontro  alla  sorte  dell'antico  -  T*^.  Il  ca  (e  non  óa)  noi  direbbe,  del  resto, 
propriamente  indigeno. 

^  Aggiungo  queste  altre  terze  pers.:  cret  (era)  éront  (erano),  sejt  (sia), 
soni  (sono  siano),  fùsset  (fosse)  fussont  (fossero),  sarirct  (sarebbe)  sarirgnt 
(sarebbero);  at  (ha)  ant,  avéjt  avn'nt,  arét  aro  nt,  ejt  rmt,  ùsset  ussont,  ari- 
retariront;-  portùvet portàvgnt, porterei  porterg  nt,  pórtejt pórtpnt,  portdsset 
portdssont,  portdret portdrgnt  ;  vai  vant,  aldoet  aldvgnt,  vodrét  vodront,  aléjt 
alnnt,  aldsset  aldssgnt,  aldret  aldrgnt;  tint  ijénont,  tincjt  tinnnt,  tenivet 
tenivgnt,  tenirét  tenirg'nt,  tjénet  tjcnont,  tiniret  tiniront,  tinissct,  tinissgnt', 
dit  dlont,  diiéjt  diin'nt,  dirci  dirgnt,  djépet  djépnnt,  diriret  dirirnnt;  Ut 
lignt,  liéjt  liónt.  Urei  lirónt,  Uet  linnt,  liejt  linnt,  liisset  liissgnt,  lijérct 
liirgnt;  bejt  beoni,  becjt  bejg  nt,  beerei  beérnnt,  béei  bagni,  becjt  beoni,  beisset 
beissgni,  beirei  bcirnnt; —  irg'net  tuona,  balcjnef,  sduiet,  butet  mette,  pilitet 
pesta,  cdpei  piglia  (acchiappa),  rcìipóndet,  sai  sa,  (bai  batte,  creji  crede 
cntcnt  intende),  j^/cf  piove,  nejl  nevica,  licgrt  scorre,  ndjt  ecc.  n.  133,  sg'rtejt 
olicùrejt  V.  ib.;  sarét  saprà,  s'adonerét  s'accorgerìi,  cheerét  cocerà;  dormivet 
dormiva,  sentkct  sentiva;  poriret  potrebbe. 


48  Nigra, 

-nt  suol  perdere  il  t  quando  incominci  per  consonante  la  voce 
che  sussegue;  e  il  n  passa  allora  in  n,  come  pure  avviene  nel 
caso  di  -NT  latino,  secondo  il  numero  che  precede.  Avremo  dun- 
que, dinanzi  a  consonante:  tah,  clovàn  n.  61,  neh,  en  {=ent 
ente,  in),  parén,  moh,  poh  {Pon-d-Engri  Ponte  d'Ingria);  e 
così  xòloh  {=vólgnt)  vogliono,  alàvon,  ah  hanno,  ecc.  Ancora 
si  posson  qui  ricordare:  _pztó  pitólit  piuttosto,  to  tot  tutto,  faj 
fajt  fatto  n.  153  (come  pjaj  pjajt  piace),  sempre  con  la  forma 
apocopata  dinanzi  a  consonante.  167.  All'uscita  romanza, 
dietro  a  vocale;  si  conserva  in  mut,  vojt  vuoto  (esempj  non  spe- 
cifici, e  il  secondo  quasi  sottratto  a  questa  rubrica);  gómit;  ma: 
débi,  crédi,  pin^pi  (e  pu'rpit).  In  ve  voto,  nò  nuoto,  sej  sete, 
come  ne'participj  perf.  pass.,  può  credersi  che  il  dileguo  seguisse 
quando  il  t  ancora  stava  fra  vocali.  168.  Di  -T-  in  ^  o  r 
(t,  d,  1-r)  avemmo  esempj  al  n.  9:  azil  e  al  27:  nevàur  -véura; 
cfr.  num.  174,  e  la  prima  nota  al  n.  129.  169.  PT.  Non  c'è 
di  notevole  se  non  chejti  piccolo,  meschino,  che  riviene  a  'cap- 
tivo-'  (frc.  chétif),  e  fa  doppione  con  ca^//"  cattivo.  In  chejti 
abbiamo  pt  che  si  continua  alla  foggia  di  ct  (n.  153),  su  di 
che  si  può  vedere  l'Arch.,  II  130  n. -  Del  resto,  cetàì^  acetàr 
comperare  (captare  ad-capt.);  ecc.  170.  TR.  Intatto,  iniziale 
e  interno  dopo  consonante:  tra  trave,  tì''ej,  truchàjso  (tal  quale 
il  portogh.  torquez,  ed  è  una  curiosa  derivazione  per  -ense  ) 
tanaglie,  il  cui  tr  si  ripete  da  metatesi^;  vanirò;  lóntre  là-oltre 
n.  107;  ecc.-.  Ma  anche  dietro  a  vocale:  patróh  (piem.  padron), 
nutrir  (piem.  niìri).  Nella  qual' congiuntura  si  vede  però  il  t 
digradare  in  d,  onde  poi  anche  l'assimilazione  al  r  o  il  totale 
dileguo:  ladre,  vedrò  vetro,  vedrià  invetriata,  veréri  impan- 
nata ;p^'rrtìj;  dercr  (piem.  darà)  dietro,  enderér  indietro,  caréa 
n.  157,  porét  potrà.  E  ancora  siano  ricordati,  oltre  pa  e  fra, 
anche  pandesémolo  ( canav.  panassemo?)  n.  10. 

D. 

171.  Iniziale,  sempre  intatto:  dant  n.  136,  djec,  dìo  dico,  djàu 
diavolo,  di'j  due  m.,  ecc.  -  Cosi  pure  quando  ancora  sia  mediano 


*  Anche  nel  Jura,  e  pur  con  la  metatesi:  triquoises,  grosses   tenailles   de 
maréchal-ferrant. 

^  Taciuto  il  '/■  di  -stk  che  viene  all'uscita:  ììiiniht  n.  119, 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Consonanti:  d.  49 

ed  è  od  era  preceduto  da  consonante:  còrda,  léndene  lendini; 
pàndre;  càuda;  ecc.  172.  Mediano,  tra  vocali,  mal  si  regge ^ 
odéur,  hadil,  crédi  n.  167,  [madonà  suocera;  fède  e  simili], 
irédcc,  tédo  (-vd-)  n.  177.  Del  dileguo  sono  esempj  :  fàa  fé  pe- 
cora •e\  vevó  vevà  vedovo  -a,  end  coda,  jìiì'a  crii' a;  rejg,  suéiir, 
mjolà  midolla,  mjolipi  mollica  ('medullicia');  trent  tridente; 
Idmpja  n.lOO;  vjù  veduto,  veo  vej  vedo  -i,  cràjre  credere,  creit' 
creduto,  creo  crej  crejt  creide  credo  -i  -e  -éte.  E  cfr.  n.  173''.  — 
173.  All'uscita  romanza,  se  è  od  era  preceduto  da  consonante, 
si  conserva,  ma  allo  stato  di  sorda  (cfr.  n.  182):  tart,  lari,  cart, 
gùljdrt  n.  82,  telitàrt,  tòri,  sort,  veri;  cdut,  sot  (sol[i]do;  e, 
nel  signif.  di  'pesante',  il  t  poi  si  estende  anche  al  fem.  so'ta)  'i 
grani  (e  cosi  pur  grdnta,  grènti  granfe),  profont,  ì^jont,  hjont-, 
per  il  qual  fenomeno  della  sonora  in  sorda,  vanno  confusi  -ente 
e  -ENDo:  fujént  fuggente  -endo,  volént  volente  -endo.  Ma:  j^mi 
prendi,  atéh  attendi,  aspetta,  cfr.  n.  166.  173*.  All'uscita 
romanza,  dietro  a  vocale,  si  sente,  ancora  allo  stato  di  sorda, 
in  qualche  antico  proparossitono,  forse  non  indigeno:  u'mit,  ti- 
mit,  ecc.  Ma  antàrpi  n.  37;  oltre  ni  cnani  'cova-nido'  ultimo 
nato,  niì  cric,  brè  brodo,  pm  n.  11,  tra' quali  potrebbe  l'uno 
0  l'altro  avere  smarrito  la  esplosiva  quando  essa  ancora  stava 
fra  vocali.  174.  Di  D  in  r  non  vorremo  dir  sicuro  esempio 
arlónc  lunghesso  n.  158  (cfr.  ven.  arlevàr  ecc.);  ma  piuttosto: 
aréu  dove  (a-dove;  cfr.  Arch.  I  67),  che  spetta  al  n.  42,  e  si 
aggiunge,  per  r-D,  al  n.  168.  Ancora  si  noti:  G'iljo  Egidio.  — 
175.  DR.  S'ottiene  per  sincope,  e  si  mantiene:  cédre  'cddere', 
gòdre,  possédre;  fédra  n.  37;  tranne  il  caso  di  assimilazione 
che  è  in  vérre  *védere.  * 


176.  Iniziale  sempre  intatto:  ^na  piede,  a-pia  appresso  (ad- 
-pedem),  pjelj  num.  109,  j)/(?s  \-ì.l,prina  (brina),  ecc.;  coli' in- 
significante eccezione  di  benteccjlite  pentecoste.  Cosi  pure  quando 
ancora  sia  mediano  ed  è  od  era  preceduto   da   consonante;   e 


•  Esempio  per  d  sec.  =  t  (n.  164),  se  la  base  ne  è  il  lat.  frta;  e  per  d  pri- 
mario, se  é  feda  (=heda),  come  ha  proposto  e  voluto  sostenere  il  dirett.  del- 
l'Ardi.; cfr.  I  350  ecc. 

Archivio  glottol.  ital.,  III.  4 


50  Nigra, 

Ogni  esempio  sarebbe  superfluo.  177.  Ma  interno  fra  vocali 
mal  si  regge  pur  qui;  e  non  ne  sarebbero  validi  esempj  sepol- 
tura 0  ri-pós  e  simili.  La  regola  è  qui  pure,  che  il  p  fra  vocali, 
o  dopo  vocale  e  innanzi  a  r,  passi  in  -y  o  si  dilegui:  ràva,  riva, 
rivéri  e  rìiéri  n.  5,  ricàvre,  Jlkéva  scopa  n.  28,  aviljì  n.  109, 
cavenà  capanna,  C'avanàjn  Capanaccia  n.  loc,  avoj  n.l52,  sa- 
vàjr  {sarét  saprà),  savon,  póvro  poro,  séure  deséure  n.  42, 
lìaulà  cipolla  n.  85,  luertin  lupolo;  civra  cevì^éj  capra  capretto, 
lévra  levrér,  avril;  durvir  (*d-ùvrir)  e  druir  aprire  \  Ancora: 
tédo  *tév[i]do.  178.  All'uscita  romanza,  suole  essere  intatto 
dopo  altra  consonante:  arp  alpe,  ser'p,  corp,  camp;  ma  ten 
tempo  n.  141;  e  trop  se  vien  dinanzi  a  consonante  si  fa  tra. 
'Lupus'  dà  III;  e  lo  sdrucciolo  'episcopo-':  velico.  179.  PS. 
L'importante  fase  dello  ssj  (Ardi.  I  84-6,  II  126)  si  conserva 
in  càssja  cassa;  ma  è  comune  pure  al  piemontese  (cassia). - 
PS'M,  n.  130;-  PT,  n.  169. 

B. 

180.  Iniziale,  e  mediano  dopo  consonante,  sempre  incolume, 
e  non  fa  d'uopo  di  esempj  (cfr.  n.  146).  181.  Anche  di  v  da 
B  mediano  fra  vocali,  è  superfluo  che  se  ne  adducano;  piuttosto 
si  può  ricordare  qualche  caso  di  ulteriore  riduzione:  tàido,  djàu^ 
fàuna  tafano  (tabano-),  traulà  'terebella',  fjolà  'fibula'  99,  lau- 
ràr,  guernàr;-  chéudlo  n.  42;-  dizéj  ecc.  dicevi;-  u'sso  aves- 
si;- B'R:  hèjre  licrire  (ma  prévre  allato  a  préve,  *présb't'r; 
oltre  févra);-  tra  trave.  183.  MB  all'uscita  romanza,  in  mp 
[dr.  n.\12):  pjomp  pjombm;  colómp  colómba. 

Accidenti  generali. 

Son  due  i  fenomeni  che  principalmente  qui  domandan  la  no- 
stra attenzione:  l'accento,  in  quanto  si  rimuove  dal  suo  le- 
gittimo posto  e  passa  alla  vocal  finale;  e  la  propagginazione 
dell'  i  0  del  j. 

183.  Il  fenomeno  della  progressione  dell'accento,   si   compie 


*  própi  proprio,  co\p  che  rimane  intatto  anche  nel  (re.  propre.  Ma  in  própi 
anche  da  considerar  l'effetto  del  -jo,  che  lo  rende  simile  a  dopi  ecc.,  n.  113. 


Il  dial.  di  Val  Soana.  Accidenti  generali.  51 

di  solito  in  nomi  ferainili,  che  cosi  diventano  ossitoni  da  pa- 
rossitoni  ch'erano.  Citiamo  imprima  i  seguenti  sostantivi: 
paulà  So,  tì^aidà  IS\,  fjolà  ih.,  femelàl'i'ò,  gardameld  lòd  n. , 
hrilà  sterco  di  pecora,  graulà  -é  nocciolo  -i,  asseta  102,  mas- 
selé  mascelle,  perveló  cervella,  mjolé  midolle,  ora  adesso,  ora 
(allato  ad  cura  28),  luna,  gernàlbl,  corna  80,  farina,  fenà 
e  fanàliS,  Jipinà  spina,  caupinà  107,  2^oljinàl03,  tinà  tino, 
henà  capanna,  cavenà  54,  scinà  schiena,  madonà  suocera.,  prima 
primavera,  pimà  cima  e  cimice,  poma  prugna,  fjamà,  toma  ca- 
ciuolo,  messa,  rocà  conocchia,  roà  ruota,  pelità  cesta,  faupetà 
roncola  (falcetta),  caretà  carretta,  pivetà  civetta,  cuà  coda, 
or(y"«  149,  rocM159,  litopà  stoppa,  Jit7^opà  stormo  (truppa),  p«^d 
poppe,  silpà  zuppa,  copd  coppa,  pepa  toppo,  ìnoffà  muffa,  crubjà 
falchetto;-  /ìlji  ecc.  89,  teniitji  avitji  ortji  ciivitjilO^,  criì- 
zetji  battiburro,  retji  -è  crespa  -e,  vini  vigna,  briìnl  prugna, 
rouè  rogna,  trepi  treccia,  cropi  -è  gruccia  -e,  Itiici  e  bucci  148. 
Poi  registriamo  i  seguenti  aggettivi,  e  qui  insieme  ci  occor- 
reranno anche  delle  forme  plurali  mascoline:  iìnà  e  inia,  doé 
due  f.,  bjgà  51,  bla  bli  ble  bella  -i  -e,  frema  ■{  -è  ferma  -i  -e, 
rossa  -è,  ìipessà  -è  spessa  -e,  vecà  vechó  curva  -e,  tota,  biìrtà  -i 
-è  brutta  -i  -e,  verdà  -è;  mocà  mocé  ottusa  -e;  secì  -^^  148, 
reci  -è  ibid.;  pren/  -è  pregna  -e;  liti  -è  letta  -e,  friti  -è  fritta  -e, 
cfr.  n.  153. —  Ora  altre  forme  mascoline:  irobJólS,  sonò  seno 
sonno;  vevó  (f.  vevd)  vedovo,  pinóloS,  velico  178,  cevenó  ca- 
nape 56;-  orghént  13d,  il  solo  esempio  in  cui  non  si  tratti  di 
vocal  finale.  Finalmente,  l'infin.  dirò,  accanto  a  dire.  Per  la 
regressione  dell'accento  nel  dittongo,  comunque  ottenuto,  v.  i 
num.  7, 11,  19,  32,  30;  e  si  aggiunge  pressoché  sicuramente  (anzi 
potremmo  adoperare  un  modo  addirittura  affermativo),  il  caso  di 
ut  da  ià  {jà)  nei  participi  in  cui  aU'X  precede  una  palatina  (n.  3). 
184.  Venendo  alla  propagginazione,  ricordiamo  in  primo 
luogo  il  passar  di  llì  in  IJi;  e  in  secondo,  il  propagginarsi  d'un 
j  dinanzi  a  uno  s  che  risonava  in  fase  anteriore,  e  ora  è  ri- 
dotto a  r  oppur  dileguato;  che  entrambi  son  fenomeni  di  pro- 
pagginazione regressiva.  Li  avvertimmo  ai  num.  103,  132  e 
133  {faljtr;  faj;  servi''jso  ecc.,  aggiungi,  dormcjsont).  E  an- 
cora si  veda  il  n.l85  (attrazioni).-  Quanto  alla  progressiva, 
che  è  di  molto  maggior  momento,   notiamo   imprima   l'ini  me- 


52  Nigra,  Il  dial.  di  Val  Soana.  Accidenti  generali. 

diato  propagginarsi  di  un  j  dopo  Vii-  m  cabujnol47,  tri- 
hù'jna  39;  e  altro  vi  si  aggiunge  qui  appresso,  e  al  n.  185.  Poi 
vengono  le  importantissime  serie  della  propagginazione  pro- 
gressiva e  transultoria,  quelle  cioè  in  cui  Vi,  o  j,  manda 
un  j  al  di  là  della  consonante  che  egli  precede.  Qui  spettano: 
I.  La  serie  dei  nomi  feminili  in  -jH  {-jtja)  59  3°,  153;  -jdi  {-jdja) 
59  4";  -jri  {-jrja)  59  5";  [-jvja'bQ  6'].-  IL  II  fenomeno  di  ill 
in  ilj,  n.  103  (cfr.  oljilbQ).-  III.  Quella  serie  d'infiniti  alla 
quale  appartengono  aidjér  *ajdàre  ajutare,  avajtjér  guaitare, 
virjér  girare,  tirjér.  Ma  dripjér,  dirizzare,  dovrà  piuttosto  il 
suo  j  allo  p  (*?),  e  cosi  il  nome  cipjéur  cacciatore  3  n,,  57;  i 
quali  perciò  andranno  con  comenpjér  cominciare,  ìicùrpjér  scor- 
ciare, hpripjér  sprizzare,  bazjér  baciare,  e  caupjér  5,  e  saranno 
altrettanti  esempj  per  la  propagginazione  progressiva  e  im- 
mediata ài  j  che  sussegue  a  *p  i.  -  IV.  Particolare  esempio  per 
la  transultoria  è  ancora  lajtian.  3,  dove JHia  suU'a  che  sus- 
segue lo  stesso  effetto  che  hanno  i  suoni  palatini,  appunto  perchè 
equivale  a-jtj,  E  qui  può  forse  stare  anche  bù'ssjet  egli  bussa. - 
Non  avviene  la  propagginazione  in  inajvàr  156,  o  in  h-lajvàr 
ib.  ;  e  all'  incontro  è  un  j  in  contjàr  3,  che  però  non  altera  Va, 
185.  Attrazione.  Sono  da  vedere,  per  le  forraole  àjra 
=  ARiA  ecc.,  i  num.  5,  7,  30.  Per  la  formola  é...-i  =  i.  ..-i,  il 
num.  4.  E  ancora  si  considerino  meilj,  conséjlj,  al  n.  89  ;  e  tù'jti 
al  n.  27,  ma  per  questo  non  si  dimentichi  V ù'j-  da  u-,  di  cui 
avemmo  esempj  al  n.  184.  186.  Dileguo  d'intiera  sillaba 
iniziale  vedemmo  in  béra  viverra  n.  15.  187.  La  prostesi 
di  li-tro'pà  stormo  n.  183,  è  comune  al  piemont.  [strop). —  Così 
l'epentesi  in  rovétlQ)4:,  con  la  quale  si  rimedia  all'iato.  E 
piuttosto  son  notevoli:  paió^ra  107,  Jiirivàl  stivale,  gorbelótlbO. 
Altre  epentesi  ai  num.  115,  121,  137,  144. —  Ep itesi  di  t,  ai 
n.  136  e  135.  188.  Metatesi.  Mi  limito  a  toccare  d'un  esempio 
che  stimo  illusorio.  È  fjógi  felce,  il  quale  ricondotto,  per  fj  =fl, 
a  *flug'a,  par  coincidere  a  capello  con  fludza,  fougère,  che  è  nel 
Jura;  aggiungendosi,  per  Vu  {ù)  =  i  preceduto  da  labiale,  il  ca- 
navese  fu'leQ  (fìlice-).  Ma  Vo  e\\g  della  forma  valsoanina,  s'adat- 
tan  male  entrambi  a  codesta  spiegazione;  e  ben  piuttosto  ci 
conducono  a  filca  fiulca  (cfr.  n.  107,  e  2^àgo  'polc'e  a  p.  42), 
onde  coincidiamo  con  fcouzc,  fougère,  di  Linguadoca. 


Nigra,  Il  gergo  valsoanino.  53 

» 

APPENDICE. 

IL    GERGO   DEI   VALSOANIXI. 

I  Valsoanini,  quando  parlano  fra  di  loro  in  presenza  di  persone 
estranee  alla  lor  valle  ed  hanno  interesse  a  non  esserne  compresi, 
fanno  uso  d'un  gergo  speciale,  che  in  parte  s'adopera  anche  dagli 
abitanti  della  valle  superiore  dell'Orco*. 

Questo  gergo  si  compone:  i 

di  voci  dialettali  alterate  per  varj  artifici  ; 

di  voci  dialettali  adoperate  in  senso  figurato  o  traslato; 

di  voci  sostanzialmente  comuni  al  'furbesco'  o  aH"argot',  o  a  di- 
versi idiomi  romanzi; 

di  voci  d'origine  varia  od  oscura. 

I.  Voci  dialettali  alterate. 

A.  Voci  accorciate:  cdrba  carbone;  mèrlo  merluzzo;  inaiavo' la 
f.  pipistrello  (v.  p.  43,  n.);  colèpi  f.  colezione;  ndpa  scudo,  napoleone; 
Vcpi  Vercelli;  Lio  Alessandria,  in  cui  è  notevole  il  e  (Alecs.).  E  qui 
stia  ancora:  emme  (  =  M)  mille. 

B.  Voci  accresciute  per  infissi.  —  1.  -op-  -cip-  -ip-  (cfr.  la 
4.*  nota  a  p.  41),  nel  verbo,  onde  gli  infiniti  in  -ojjjér  -apjér  -ipjér 
(cfr.  num.  184,  III).  Esempj  :  port-op-jér  portare,  pnrt-oJ)-ia  portato, 
port-óJ)-o  port-óp-e  port-ójì-et  porto  -i  -a,  port-opj-én  por-op~icle  port- 
óJ)-Qnt  portiamo  -ate  -ano,  port-opj-t'vo  portavo,  piort-ojj-iré  porterò, 
port-óp-i  porta  tu,  port-op-vj  che  io  porti,  port-opj-isso  portassi, 
porl-opj'iro  porterei;  tenopjer  tenere,  tenopia  tenuto;  Ijojjire  leggere, 
Ijopia  letto;  f/elojjjér  gelare,  yelopia  gelato;  enfoopjér  infocare,  en- 
foopia  infocato;  pelopjér  Tpe\a.re,  pelopia  pelato;  i'tsojrjér  usare,  iisopia 
usato;  volopjér  volere,  ventopjér  (cfr.  piem.  vetì^é)  bisognare,  rotojtjér 
ruttare,  baljojjjér  sbadigliare,  boyopjér  muovere,  {/crgopjér  parlare 
(cfr.  (jergàr  parlare,  gàrga  parola);  lìkjopojìjér  scoppiare,  ùrlopjér 


'  Il  BiONDELLi  ha  ne' suoi  Sliidj  sulle  lingue  furbesche  (Milano,  1846)  la 
'Parabola  del  figliuol  prodigo  noi  gergo  dei  calderaj  di  Valsoana'  (p.  45-7)- 
Le  note  che  seguono,  citeranno  parecchie  voci  di  quel  testo,  indicandone  la 
provenienza  ('Par.').-  A  qualche  confronto  si  presteranno  poi  il  gergo  dei 
pastori  di  Parre  nel  bergamasco  (A.  Tiraboschi  ,  Porre  e  il  gergo  de'  suo'^ 
pastori,  Bergamo,  1864),  e  quello  de' calzolaj  della  Val  Furva  nel  bormiese 
(saggio  inedito). 


54  Nigra, 

urlare,  varopjér  guarire,  sùopjér  sudare,  mcnopjér  menare,  posse- 
dopjcr  possedere,  cocopisse  coricarsi,  fdopjér  filare,  lecopjér  leccare; 
iniropia  tempestoso,  risolopia  risoluto*; —  criapjér  gridare,  bralja- 
Jìjér  schiamazzare,  burlajìjér  burlare,  Ukjapapjér  fendere,  poapjér 
potare,  ce^a^JeV  comprare,  j)erca/>/c'r  cercare; —  surti pjér  sortire ^ 
sejpjér  segare,  anejpjér  annojare. —  All' infuori  del  verbo:  prim-óp-i 
prima;  e  anziché  vero  infisso,  primo  di  due  suffissi  gergali,  Vop  di 
pinojda  cena,  ginopia  e  gùnopiisci  digiuno,  hasopusci  bacio,  brecoJ)dm 
montanaro  {breéi  montagna);  cfr.  brùn-dp  ferro,  or~b-dp  oro;  e 
inoltre:  sansù-p-óca,  sotto  il  suff.  -òca.  2.  -òri — òri-;  setorlàj 
seduta  (forma  genuina:  setdj,  nura.  59  12°),  e  riuasi  con  effetto  de- 
rivativo: cicoria  salsiccia  [cica  carne);-  cantórlet  egli  canta  (forma 
genuina:  cdntet),  cetòrlet  egli  compera  [cétet). 

C.  Voci  accresciute  per  suffissi. —  1.  -u  masc. ,  -uà  fem.: 
inverii'  inverno,  gelil'  gelo,  sìijtu  siccità,  seroljic  sole,  campu  campo» 
roci'c  sasso,  popu  pozzo,  marmolu  marmo,  arblu  albero,  arbru  pioppo, 
frajnu  frassino,  ormu  olmo,  gorilu  salcio,  palu  riso,  melju  miglio, 
melii  miele,  orsù  orso,  tgrtii,'  tordo  (cfr.  n.  173),  pessu  pesce,  ba- 
doliìf  hWxco,  bilju  presepio,  anpu  anno  (cfr.  n.  132)  ;-pra-m-iV  prato  ;- 
greniu  grande  (cfr.  n.  173),  rjondii  rotondo,  fondu  fecondo,  ecc.;- 
berrù'a  pecora  (cfr.  can.  bérrò  montone,  piem.  bero  montone,  agnello), 
primua  primavera,  ghjajma  ghiaccio,  prinua  brina,  lavertcua  lavina 
(v.  n.  59  1°),  orii'a  vento,  lùnua  luna,  htejlue  stelle,  minùjtue  mi- 
nuti, Jnmii'a  cima  e  cimice,  greniu  a  sabbia,  ruii'a  torrente,  rodua 
rivo,  rivua  riva,  crejua  creta,  rejzù'a  radice,  rùscù'a  scorza (v.  n.  59 1°), 
brotu'a  ramo,  fjorù'a  fiore,  boscu'a  foresta,  yantua  ghianda  (cfr. 
n.  173),  vernua  ontano,  avejnua  avena,  Jnrua  cera,  cerna  carne 
(v.  n.  3),  linsua  bucato,  pindrua  cenere,  pjolu'a  scure,  tesejrìi^e  ce- 
soje,  licravelil'a  scala,  patii  a  pezzuola,  bertii'a  berretto,  ghetu'e  uose, 
Ubertua  morte,  gorlil'a  vacca,  germi  a  gallina  (v.  n.  183),  bertii'a 
gazza,  vorpiia  volpe,  ranu'a  rana,  gali'ia  primola,  brocU'e  chiodini, 
mamua  mamma,  marelitolù'a  matrigna,  messii'a  m.  suocero,  parpa- 
rii'a  palpebra,  ceneii'a  cantina,  lohjiì'a  loggia,  Tojii'a  Vittoria,  óetù'a 
gatta,  tornila  caciuola,  pjerlii'a  signora 2,  óaunii'a  capanna,  genziliia 
gengiva,  blinii'a  bella,  molil'a  mulinata,  farina,  nevica  nuova,  pgntil'a 
puntuta,  ago,  greniii'a  grande,  largita  larga,  piazza,  pelH'a  bar- 
ba, ecc.        2. -OS  -ós:  linos  lino,  fenos  fieno,  filgs  filo;  carós  carro. 


'  Par.:  stent-of-ièr,  preg-of-ièr,  x>ens-of'ièr,  desider-of-ièì\  mand-of-ià 
mandato,  resussit-oss-ià,  trov-oss-ià,  vest-os-ie-lo  vestitelo. 

2  V.  pjérlo  al  n.  16,  e  lo  bgn  pjérlo  'il  buon  padre',  Dio,  Signore,  §  II  in 
f.,  e  par. 


Il  gergo  valsoanino.  55 

balds  ballo.  3.  -èri  -ójri  (-orlo  -a):  orbéri  uovo  (cfr.  orhdp  oro, 
e  orbiz  §  II),  garnéri  f.  carne  (con  allusione  o.  guarnirei  )'^^  baluéri 
f.  finestra,  salójri  f.  insalata.  4.  -ìi'lji  -élji:  fritii'lji  f.  frittata, 
rannlji  f.  rana;  nosnlji  noi,  vosulji  voi  :  -  pibélji  i.  testa.  5.  -o7a  : 
Monfrola  Monferrato,  Canavesóla  Canuvese.  C.  -ciclo:  murdclo 
muro.  7.  -d^  -ófa:  carlaxót  carnevale,  segrdt  cimitero,  sagrato, 
dinjalòt  Natale  (v.  n,  164),  fìljót  filo,  marcot  mercato,  mejsót  mese, 
italjót  italiano,  viljót  pelo,  capello;  grinóta  gragnuola;  cfr.  i  nomi 
di  luogo:  Ralitót,  [Croi],  e  di  famiglia:  Aljót,  Peradót,  Gambót, 
Bertót,  [Croi].  8.  -de  dei,  -de:  cavaljdc  cavaliere,  manteldc  man- 
tello, mejsdc  mese;  Italidci  f.  Italia;  ralitldc  rastello-.  9.  -art 
-àrda:  bepdrt  camoscio,  bepdrda  capra,  balildrda  finestra.  10.  -il' sci 
m.  e  f.,  dinanzi  al  quale  si  mutila  non  di  rado  il  tema  genuino.  Masc.  : 
pliìpìì'sci  pero  (v.  n.  73),  fUi'sói  fico,  orgusci  orzo,  lipiil'sci  spiga,  fo- 
rii'sói  forno  (v.  n.  135),  linporìl'sci  lenzuolo,  bernagusci  paletta  da 
fuoco,  pjolil'séi  scure,  dialii'scl  ditale,  pinii'sci  pettine  (v.  n,  153), 
óavernii'sci  calzolajo,  sabolil'sói  sciabola,  amii'sci  l'amo,  codi' sèi  c-à- 
vallo,  bigii'sói  montone,  boa  il' sci  capro,  galii'sci  gallo,  pavìl'sci  pa- 
vone, fìianii'sci  faina,  gamba' sci  gambero,  topil'sci  cappellajo,  pormii'sci 
polmone,  cheril'sci  cuore,  cheudolii'sci  gomito  (cfr.  n.  42),  pogii'sci 
pollice  (v.  n.  151),  dejil'sci  dito,  barbil'sci  barbiere,  megii'sci  medico 
(v.  n.  150),  cravii.'sci  caprajo,  nevii'sci  nipote,  gindorii'sci  genero,  prc- 
vii'sci  prevosto,  canii'sci  canonico,  baril'sci  barone,  coljii'sci  colatojo, 
G'acicsci  Giacomo,  Bertìl'sci  Alberto,  dripil'sci  destro,  opjii'sci  ozioso, 
certa' sci  certo,  pajijil'sci  paziente,  largii' sci  largo,  verdii'sci  verde,  ra- 
scapii'sci  cretino,  calù'sci  quale,  tonii'sci  tiil'sci  tuo,  leiirii'sci  eglino, 
pjesiisci  peggio,  djalii'sci  dialetto,  pontii'sci  ponente,  levii'sci  levante.- 
Fem.:  fjii'sci  neve  (donde  le  forme  verbali  fjii'scet  nevica,  fjii'scia  nevi- 
cato), cojjii'sci  zucca  (v.  n.  59  10°),  caunil'sci  canape,  savjii'sci  salvia, 
pirii'sci  cera,  gavjù'sci  vaso  da  latte  (v.  n.  54),  biirerU'sci  zangola, 
garaudil'sce  uose,  canii'sci  canna,  fejii'sci  pecora  (v.  n.  172),  ranusci 
rana,  piilicsci  pulce,  bqjii'sci  bruco,  oljii'sci  aquila  (v.  n.  150),  pihja- 
nii'sci  salamandra  (n.  91),  fiirmeljii' sci  formica,  chindii'sci  quindicina, 
corusci  correggia,  nevorit'sci  nipote  (v.  n.  108),  ferii' sci  inferriata, 
cai  sci  Lucia,  ecc.^  11.  -esco  -isco:  perésco  pietra,  sasso,  pésca 
polso  (v.  n.  107),  bari'sco  diavolo  v.  §  IV;  e  forse  anche  forésco  fo- 
restiero (cfr.  n.  97:  stj).         1'-.  -drro:  raìltldrro  rastello,  fjatdrro 


'  Pure  nel  gergo  di  V.  Furva:  guarneira  carne. 

^  Nel  gergo  di  V.  Furva:  collorc  collo,  frontorc  fronte. 

'  Par.:  oltre  gli  agg.  grandiisci,  allegrusci,  e  i  sost.  fem.  partusci,  fe- 
stusci,  aache  mal  costumuscid ,  dove  l'usci  parrebbe  infisso  nel  verbo.  Cfr. 
ciampisccnd  in  nota  al  J?  III. 


56  NJgra, 

odore,  fiato,  sangàrro  sangue,  novdrro  -a  nuovo  -a,  goandrro  gio- 
vane, fonddrro  fondo,  talapondrro  tagliere,  fossdrro  fosso,  polltdrro 
posto,  luogo,  potitdrro  ponte,  foatdrro  faggio,  pùlijjdrro  pero,  cam- 
pdrro  campo,  aneldrro  agnello,  aneldrro  anello,  fassondrro  fascio; 
cfr.  Caììteldrro  n.  di  \.^  13.  -énc  -ètica:  perénc  pietra,  duróne 
formaggio,  bùscénc  fieno,  raménc  bastone,  solèrte  solo,  mjenc  wjénca 
wjòiche  mio  miei,  mia,  mie,  sortene  suo,  chjenc  chi,  iQìiénc  lungi, 
hinénc  bene,  dovanténc  davanti,  dererénc  dietro,  besenénc  bisogno, 
vajrocnc  molto,  diljénc  due,  trejénc  tre,  catroénc  quattro  ecc.,  car- 
cunénc  qualcuno,  chetanténc  tanto,  molto,  antrcnc  altro,  pjenc  qui» 
qua,  lojénc  là,  areuéneh  dove  (v.  n.  174),  leutrénc  colà  (v.  n.  107), 
poceténc  poco,  primcnc  primo 2.  14,  -dco:  brendco  crusca,  iissdco 
uscio,  orsdco  orso,  ossdco  osso,  pùndeo  pugno;  e  con  alterazione  del 
tema:  imprendco  imperatore.  15.  -oca  {.:  pjantóca  pianta,  vmdc« 
vigna,  tejlóca  tela,  caupinóca  calcina,  scelóca  scala,  cardenpóca  cre- 
denza, cejnóea  catena,  canóca  canna,  manddca  manza- (v.  p.  4,  p  II) 
avjóca  anitra  (v.  n.  54),  aviìjóca  ape,  moscóca  mosca,  ranóca  rana, 
lusertóca  lucertola,  liimapóca  lumaca,  sansil-p-óca  sanguisuga  (v.  n. 
157),  ombróca  ombra,  gabjóca  gabbia,  merendóca  merenda,  cavanóca 
cesta,  fjeuróca  fiore,  montanóca  montagna,  campaTióca  campagna, 
govenóca  giovane,  scinóca  schiena,  tejsóca  tesa,  seóca  seta,  litegeróca 
scancia,  siljóca  secchia  (v.  n.  110),  trentóca  tridente  (n.  172),  resóca 
rosa;  masc.  ìitomjóca  stomaco.  16.  Tipi  sporadici:  galii'ro  gallo, 
valù'rca  f.  valle,  pelurfja  f.  pelle,  vita,  gavérno  gozzo,  polii  ma  sol- 
dato V.  §  IV,  [cardntola  sedia,  tema  genuino:  caréa,  cfr.  §  III]; 
ciinóda  m.  e  f.  cognato  -a,  cfr.  num.  3  5. 

D.  Alterazioni  più  profonde,  deformazioni:  di' irci  m.  f.  conte, 
contessa;  morga  monaco,  frate;  sìga  sindaco;  fréco  fratello  ;  pedmi 
f.  pioggia,  pjórnet  piove;  pdljo  paese;  péljo  pietra;  lap  latte;  lil'rba 
lume,  lupo,  cfr.  lurmdr  vedere,  'lumare',  e  aliiscér  guardare;  birónda 
csLTToj  gdjna  gatto;  fatondr  fare;  arcli'jna  e  cii'jna  archibugio;  tam- 
hii'jna  tamburo;  Val-Sondlji  Val-Soana;  Pialdrgo  Piemonte;  Casii'lji 
Casale;  préno  presto,  sùbito;  argójner  argentiere;  [cavérni  cia- 
battino^]; palérna  palazzo;  bascérla  bastardo;  marcójna  marchese; 


*  Par.:  giovenaro,  grassaro,  sanavo. 

^  Cfr.,  nella  parab.r  a  siè  ciambrec  servitori, 

'  Par.:  taburna  villa  (luogo  di  campagna),  famàud  servo  (famiglio;  cfr. 
al  §  IV:  tamdut  sevo), 

*  Cfr.  ceni  al  §  IV.-  Nel  gergo  di  Parre:  ciobér  calzolajo,  e  cosi  scho- 
ber  in  quello  di  V.  Furva,  il  qual  gergo  è  perciò  detto  lo  ^schober'  (v.  la 
prima  nota  a  quest'appendice). 


II  gergo  valsoanino.  57 

cafójna   m.  caffettiere,   f.  caffettiera;   margójna    margaro,    pastore. 
Cfr.  -usci^. 

II.  Voci  dialettali 
adoperate  in  senso  figurato  o  traslato. 

Qui  spetteranno  sicuramente  lomhàrt  sole,  giorno  2,  lombarda  luna. 
Il  sole  si  è  forse  detto  lombardo,  perchè  la  Lombardia  6  a  oriente  della 
Val  Soana;  processo  tropologico  che  potrebbe  avere  il  suo  riscontro 
nel  bourguignon  (sole)  del  gergo  francese.-  Poi  noteremo:  bussi  f. 
ora,  lett.  'bussa'  0  'lei  che  bussa'  {bh'ssjér  picchiare),  biissiréla  f. 
tosse;  règi  f.  rame,  lett.  'la  rossa';  litec  legno;  rfdl  mela;  bahne 
ciliegie  (cfr.  baljójfi  f,  castagna,  baljojpér  castagno);  grélji  f.  noce, 
lett.  'guscio';  rejg  f.  vite  ('radice');  mo'ssa  vino,  lett.  'lo  spuma'; 
lampjnn  oWo  (circa  lampi,  lume,  cfr.  Idmpja  al  n.  100  e  il  n.  59  12°); 
lo'a  f.  grano  turco  (cfr.  piemont.  lovaton,  torso,  torsolo,  e  piU  propria- 
mente pannocchia);  mendj  f.  polenta;  moliia  f.  farina,  letteralm. 
'mul[in]ata' ;  cpcaZa  f.  patata;  orbt'z  uovo  (v.  sopra,  al  suff.  -èri); 
bjencét  latte;  bòlji  f.  minestra;  còrda  salame;  ont  butirro  (come  nel 
friulano  e  nel  rumeno);  Htécà  f.  paglia;  rem  f.  cucchiajo^;  boódrt 
pajuolo,  lett.  'il  tingente';  giro  mondo;  branca  soffietto,  bronca-gro 
mantice,  lett.  'il  soffia-grosso' ;  bej)t  incudine,  lett.  'la  beccuta';  pon- 
ili a  f.  ago,  'la  puntuta';  bàci,  bópi  testa,  capo,  lett.  'boccia';  móca 
fazzoletto;  [baliidrda,  baliiéri  f.  finestra];  tówipa  f.  porta  (lett.  'buca'); 
bjóci  sarto,  lett.  'il  rappezza';  bjóla  f.  camicia,  lett.  'la  betulla'; 
canaidii'e  orecchini  (dal  genuino  candula  f.  collana  delle  vacche)  ;  pir- 
chjo  anello;  rebisjéur  pettine  ('rabescatore'?);  biljó  f.  chiodini;  tréjyia 
f.  vettura;  pelile  f.  gallina;  picaUtéc  pico  (forma  genuina:  picab(}]lc)', 
sii'bja  f.  vipera,  lett.  'la  fischia';  licaljós  pesce;  {paréri  f.  strada]; 
fabril  bastone;  tédo  calore;  gró-dii'rbi  (v.  §  IV)  papa,  lett.  'gran- 
-padre',  'gran-vecchio';  tri  tria  ragazzo  -a,  lett.  'minuto  -a';  pónci 
magnano,  che  risalirà  a  *puncta  *punctare,  cfr.  n.  59  3°  e  153,  e, 
per  la  forma,  oltre  bjùói  già  citato,  anche  sani,  chirurgo,  da  sa- 
nér  salassare;  236^(7 cV  barbiere;  lipii'pa  speziale,  lett.  'il  puzza';  cii'ca 
f.  testa;  fjii'hta  f.  gamba;  cdup  piede;  bedeld  (e  b'dria)  f.  pancia;  . 
grinfa,  pjóta  f.  mano,  siiagrinfe  asciuga-mani;  viljó  viljót  pelo; 
triójra  f.  dente,  quasi  'tritona',  cfr.  trióla  febbre;  [ <7r?/ muso] ; /)a- 


*  loc  letto  (cubile),  e  dióu  ditale,  potrebbero  altro  non  essere  che  le  ge- 
nuine proouncie  di  qualche  dialetto  più  0  meno  discosto.  Pare  invertito:  bo- 
castdn,  stambecco  (steinbock),  ma  è  pure  dell' ant.  frc;  v.  DiEZ,  s.  y. 

*  Par.:  dai  chi  a  pochi  lombàrd  indi  a  pochi  giorni. 
'  Cosi  anche  nel  gergo  di  V.  Furva. 


58  ^  Nigra, 

vdta  f.  orecchio;  (/rata  f.  rogna;  trilj  ballo;  barn  fa  f.  battaglia-, 
Idrgi  f.  piazza;  ratéri  f.  prigione;  péjsi  f.  lira  (cfr.  §  III);  mol  sa- 
pone; ììéjro  carbone;  corént  stagno;  popa  f.  farina;  losi'n  (da  Iosa 
pietra  lavagna)  piattello;  trentii'a  f.  forchetta  (^tridcniuia')]  pelurfj a 
f.  vita,  lett.  'pelle';  péjla  giudice,  lett.  *il  pela',  giustizia;  [truca 
f.  palla,  pallottola]  ;  brapalìtéc  edera;  brelitolir  cuocere;  ninfa  mulino, 
lett.  'il  russa';  ftìjna  padella  (can.  fojét  tegame,  lett.  'foglietto') ;  ^o(; 
mare  {can.  ggj  piccolo  stagno,  cisterna);  tridojna  gonna  (can.  tridana 
specie  di  panno);  ìlkinci  f.  carta,  lett.  'la  cancella'  (can.  skincar  can- 
cellare); hjap  scudo  ('stoviglia');  coca  cavallo,  lett.  frc.  'qui  cloche', 
'il  dóndola';  pdutro  letto,  sonno,  pautrìr  dormire;  lo  bon  pjérlo  Dio, 
lett.  'il  buon  padre';  poljln  figlio,  poìjind  figlia;  magér  -i  buono  -a, 
bello  -a,  magér  bene;  pércJijo  Milano;  Miirc  Torino,  lett.  'il  ricco' 
(v.  più  sotto);  Néva  f.  Novara,  lett.  'la  nuova';  pàvatdr  percuotere; 
Igne  miglio,  giorno,  mep-lonc  mezzogiorno,  loìiffi  f.  messa  ^. 

III.   Corrispondenze  col   'furbesco',   coli' 'argot', 
e  con  diversi   idiomi   romanzi. 

Mor/éri  toyérì  sogéri  io  tu  egli  ella,  arg.  mez-èm  'moi',  tesière  'toi', 
sézière  'lui,  elle';  nosu'lji  vosU'lji  noi  voi,  arg.  nousailles  'nous';  ti- 
rdche  brache,  furb.  e  gergo  spagn.  tirante,  arg.  tire  'chausse';  bruna 
notte,  sera,  furb.  bruna  brunora,  arg.  brune;  gdut  pidocchio,  furb. 
gualtino  guallino,  arg.  gau,  got;  bacar  guardare,  furb.  balcare,  arg. 
bocler  'voir';  chjan'r  bere,  furb.  chiarire,  arg.  clérance  'ivresse'; 
marcondr  maritare,  cfr.  furb.  marcona  donna,  inarcone  rufiìano;  po~ 
Ijindr  vendere,  furb.  polignare  (Asc.  St.  cr.  I  127 -=405);  mdsci  ve- 
scovo, cfr.  furb.  maggio  dio,  re,  signore,  papa,  arg.  mec  'maitre, 
roi';  béjro  anno,  arg.  berge^;  diirénc  formaggio,  arg.  durème-,  brdnói 
asino,  arg.  branque;  bore  soldo,  arg.  broque;  bru'zi  fabbro  ferrajo, 
arg.  bruge  'serrurier'  ;  cardntola  sedia,  arg.  earante  'table'  ;  Ungher 
coltello,  arg.  lingre;  lòfi  lófja  cattivo  -a,  arg.  loffe  'imbecile',  cfr. 
mil.  lòffi  spossato,  y\zzo;p<^jsi  lira,  arg.  pèze  'argent  monnayé';  triga 
idiota,  canav.  drogdss  mendico,  furb.  truccante  mendico,  arg.  trucheux 
'mendiant';  bdupema  chiesa,  furb.  balza,  balzana;  [pérehjo  anello, 
furb.  cerchioso];  cóUpa  f.  casa^,  furb.  cosco;  raménc  bastone,  regg. 
rameng ,  furb.  ramengo;  r ii f  iuoco,  furb.  ruffo;  tascér  oste,  furb. 
tascheroso,  tasccri  f.  osteria,  furb.  taschiera;  campir  fuggire,  ant. 


*  Par.:  virànt  (girante)  collo. 

*  Par.:  son  tenti  bevo.  È  voce  zingarica  (Asc.  -S^  cr.  I  128  =  406).  I  Cal- 
déros  (caldereros)  estrangcros  sono  menzionati  insieme  coi  Gitani  in  un  editto 
spagnuolo;  Borrow,  Zino.  I  196,  che  però  pensa  ai  calabresi. 

^  Par.  :  cosla. 


Il  gergo  valsoanino.  59 

tose,  campare^',  carchéri  f.  strada,  spagn.  calca,  cfr.  furb.  calcosa 
terra;  gdjfa  f.  bocca,  canav.  piem.  gojofa  id.,  \omb.  gojofa  saccoccia, 
cfr.  ital.  gaglioffo;  garga  f.  parola,  gergdr,  gergopjér  parlare,  ital. 
gergo,  frane,  j argon;  ghéjzi  f.  fame,  ghédo  mendico,  canav.  piem. 
sgózja,  lomb.  sgheiza,  sghisa,  gheine,  sgajosa,  boi.  ghessa  fame,  frane. 
gueux;  filrghéna,  fii'rgi  f.  saccoccia,  frane.  fourg.on;  chépa  porco, 
spagn. cochino,  frane,  codioni,  cfr.  irl.  céis  scrofa;  éljo  sì,  'hoe-illud', 
ant.  fre.  oli;  milcd  f.  vacca,  tose,  mucca,  bresc.  ìnog  manzo,  borm. 
miigra  giovenca;  lii'gi  f.  scrofa,  raW.-logga;  Uberiir  morire,  liberti 
morto,  liberila,  liberi jd  f.  morte,  rail.  sberti  uccidere,  cfr.  cambr. 
diysbryd  esanime;  ndpi  (e  nico)  naso,  cfr.  bergam.  tmpio,  venez. 
napa;  crep  f.  scodella,  cfr.  friul.  crepp  frantume  di  stoviglia;  mèla 
coltello,  vallanz.  méula  falce;  [trucJiéJsi  f.  tenaglia,  n.  170,  e  ancora 
cfr.  l'armor.  turkez,  gael.  turcais]. 

IV.  Voci  di  origine  varia  od  oscura. 
Sigdr  andare;  cillapjér  vincere;  gandir  piangere;  dalihjdr  pisciare; 
[ghicér  ghicopjér  vedere 2,  cfr.  num.  126];  barbi'r  mangiare;  beri'r, 
berejdojijér  prendere;  cipjér  dare 2;  bornér  bastonare,  battere;  ascil- 
cojijér  ammazzare;  [broncdr  soffiare;  calitejér  cercare;  acari-s-ne 
accorgersene];  óejndr  cejnojijér  rubare;  c/Vsc'^r  chiamare;  ^^icZo/ar 
giocare;  milrcdr  mangiare  (cfr.  milrc  più  sotto);-  Icrfa  lingua;  Ili' fa 
f.  pioggia,  lìl'fet  piove;  dola,  bónga  f.  bottiglia;  bessil'  botte;  gòjo 
collo;  rcjfa  lima,  rogna;  bilìj  barca;  bérne  denari;  pie  argento;  les 
ottone;  enei,  gdco  piombo;  céta  f.  vite;  gerp  pane;  cdlita,  fòca  f.  po- 
lenta; lipjengdrt  aglio;  foréla  f.  rapa;  mdlji  f.  zucca;  bertii'c  fagiuolo; 
Idnco  brodo  (cfr.  furb.  lenza  acqua?);  onoréjna  lardo;  tandico  salame; 
tii'rro  butiro;  iamdut  sevo;  borna  forno;  poc  f.  cucchiajo;  éarln  pa- 
juolo;  Tibie  martello;  bérfa  f.  calce,  asóecaberfa  mastro  da  muro;  garba 
abito;  gcrlo  mantello;  bdrgo  sacco;  ddjra  grembiale;  benj)  ciabattino; 
ceni  calzolajo;  grémo  fuoco,  fabbro  ferrajo;  tricónda  f.  palla;  7iiic  bue, 
toro;  górla,  gorlìi'a  f.  vacca;  broc  eavallo;  tréla  asino;  Jiju  f.  pecora; 


'  Par.:  ciamp'i  andato,  ciampiscènd  per  vegnir  a  cosba  andando  (cammi- 
nando) per  venire  a  casa. 

-  Par.:  aghicid  veduto,  aghiciède  'n  poc  guardate  un  poco. 

'  Par.:  bòscieme  dammi,  gli  at  boscià  gli  ha  dato,  ecc.  E  ancora  nella 
par.:  chi  gliencn  bordsset  chi  gliene  desse.  Altre  voci  dalla  stessa  fonte: 
sturbi-lo  ammazzatelo,  sturbi  ammazzato;  abride  prendete,  abri-me  prende- 
temi; terà  perduto;  ger  pane  (mì'crcont  ger  mangiano  pane;  e  poi,  al  vers.  30: 
ch'o  at  murcà  ton  fer,  dove  resto  dubbio  sul  preciso  valore  dell'ultima  pa- 
rola; di  sopra  incontriamo  fra  poco:  gerp  pane,  e  così  in  Biond.  Dial.  gallo- 
nai. 539,  cfr.  ib.  569);  crune  troje  (cfr.  crujna  nel  testo). 


60  Nigra,  Il  gergo  valsoanino. 

firfa  porco',  bómba,  garii'f-a  cane,  cagna  (cfr.  i\ivh.  garolfo  gatto  <)•, 
fdjma  gatto;  td'pi  pollo  d'india;  frilo  pidocchio;  ghisórba  lupo;  pléri 
f.sete;  terlcci  f.  paura,  tarlcna  f.  spavento;  fdper,  doc  bastone;  lii'rna 
re;  gina  prete;  bróci,  baudróc  padrone,  bróci,  baudróca  f.  padrona; 
arméri  -ja  ragazzo  -a;  marét  abitante  della  pianura;  tii'jna  magnano; 
polédro,  polurna,  bdljo  soldato;  goc  faccia,  yiso ',poc  labbro;  Idjmay 
mójno  baffi;  bricalin  *penis';  bil'sci  amore;  [carchét  folletto,  cfr.  piem. 
carcavi^ja  ecc.];  bardjno,  barisco  diavolo 2;  trivd  corno;  méca  mam- 
mella; bima,  léci  f.  sale;  lópa  ramino;  Idrda  f.  latta;  pitro  gozzo; 
beHa  f.  guerra;  céjna,  pérpa,  fenéra  ladro;  bèga  f.  'meretrix' ;  tréde 
idiota;  lurro  buco;  bario  barici  guercio  -ia;  tédo  cretino;  lépi  male; 
Deva  f.  Francia;  lo'pa  f.  orecchia;  biiss,  rdììhja  (quasi  'raschiatura', 
'nonnulla',  cfr.  l'uso  di  mica  ecc.)  no,  niente;  tavéla  f.  roba;  rgngo 
melo;  pipala  f.  patata;  varcdn  lavoro,  vareandr  lavorare;  berléci 
pastore;  ddìjo  sciabola;  bigil'  bovile;  graia  f.  fiasco;  bdra  f.  raggio; 
càjri  f.  figliuola,  ragazza;  chilita  occhio,  brodo,  prete;  dil'rbi  vecchio, 
padre;  du'rbja  f.  vecchia,  madre;-  go'ri  uomo^,  góì^ja  f.  donna;  berii'a 
f.  pecora;  crii'jna  porco,  majale  (piem.  criòt);  boc  becco;  [boc  stambec- 
co, capro]  ;  bec  f.  capra;  bepdrt  camoscio,  bejìdrda  f.  capra,  cfr.  §  II, 
C,  9;  grenlii'a  f.  arena,  ghiaja;  pióc  'penis''^;  diiréll  castello;  to'pi 
cappello,  topiisci  cappellajo;  cenevi  malato;  cóbjo  idiota;  milrc  ricco 
(cfr.  milrcdr  qui  sopra);  rójna  mulo,  mula;  fédro  asino.  Ben  singo- 
lare è  Iporige  Ivrea  (Eporedia),  che  di  certo  non  continua  diretta- 
mente l'antica  forma  celtica  o  romana,  ma  ben  piuttosto  ci  sarà  un 
nuovo  e  prezioso  esempio  tra  le  voci  di  cui  i  gerghi  vanno  debitori 
ai  letterati  (Asc.  St.  cr.^  ib.)^. 


*  Ma  pur  nel  gergo  di  Parrà  :  garólf  cane. 

^  Par.:  o  gli  est  venù  lo  baraino,  collera.  Nel  gergo  di  Parre:  bargnéf 
diavolo,  canav.  barnif  id. 

'  Questa  e  le  seguenti  voci  hanno  base  celtica  o  sono  comuni  agl'idiomi 
celtici.  ^  A  Parre;  piòch  asino. 

*  La  massima  parte  dei  vocaboli  e  delle  forme  grammaticali,  che  formano 
il  soggetto  del  presente  saggio  sul  dialetto  di  Val  Soana,  raccolse  per  me,  in 
Ronco,  fin  dal  1861,  il  sig.  Giuseppe  Giovando;  al  quale  m'è  grato  poter  qui 
rendere  pubblica  testimonianza  di  lode  per  questo  servizio  eh'  egli  ha  reso 
alla  dialettologia  dell'ItaHa. 


SCHIZZI  FRANCO-PROVENZALI. 


§1- 

SUBIETTO,    LIMITI   E   FONTI   DI   QUESTO    SAGGIO. 

Chiamo  franco-provenzale  un  tipo  idiomatico,  il  quale  insie- 
me riunisce,  con  alcuni  suoi  caratteri  specifici,  più  altri  carat- 
teri, che  parte  son  comuni  al  francese,  parte  lo  sono  al  proven- 
zale, e  non  proviene  già  da  una  tarda  confluenza  di  elementi 
diversi,  ma  bensì  attesta  la  sua  propria  indipendenza  istorica, 
non  guari  dissimile  da  quella  per  cui  fra  di  loro  si  distinguono 
gli  altri  principali  tipi  neo-latini. 

L'ampia  distesa  di  dialetti,  in  cui  è  ancora  e  per  ora  dato 
riconoscere  il  tipo  franco-provenzale,  ammette  e  richiede,  come 
ogni  altro  complesso  neo-latino,  suddistinzioni  parecchie;  ma 
costituisce,  anche  nell'ordine  geografico,  un  tutto  continuo.  La 
cura  di  determinare  rigorosamente  gli  estremi  confini  del  com- 
plesso franco-provenzale,  dev'essere  riservata  a  studj  ulteriori. 
Qui  intanto  si  mostrerà,  come  questa  serie  di  vernacoli  si  stenda, 
nella  Francia,  per  la  sezion  settentrionale  del  Delfinato  (dipar- 
timento dell' Isera);  indi  passi  il  Rodano  in  doppia  direzione: 
verso  ponente,  per  occupare  una  parte,  e  forse  la  maggior  parte, 
del  Lionese;  e  verso  tramontana,  per  far  sua  la  sezion  meri- 
dionale della  Borgogna  (dipartimento  dell'Ain);  onde  poi,  come 
in  colonna  longitudinale,  appar  che  s'incunei,  non  senza  patire 
molti  danni,  tra  il  francese  a  ponente  ed  a  levante,  tanto  da 
attraversare  l'intiera  Franca-Contea  e  metter  capo  ben  den- 
tro al  territorio  lorenese  (sezioni  dei  dipartimenti  del  Jura,  del 
Doubs,  dell'Alta  Saona  *  e  dei  Vogesi).  Ma  Francia  è  oggidì  an- 
che la  Savoja,  tutta  franco-provenzale;  e  son  franco-provenzali, 
nella  Svizzera,  i  dialetti  proprj  dei  cantoni  di  Ginevra,  del  Vaud, 


*  Si  raggiunge  anche  l'Alsazia  con  la  varietà  di  Giromagmj  (distretto  di 
Belfort). 


62  Ascoli, 

di  Neufchàtel  con  un  piccolo  tratto  di  quel  di  Berna  (tra  il  Jura 
e  il  lago  di  Bienne  ^),  della  maggior  parte  del  cantone  di  Fri- 
burgo -,  e  della  sezione  occidentale  del  canton  Vallese  ^.  Di  qua 
dall'Alpi,  finalmente,  spettano  a  questo  sistema  i  dialetti  ro- 
manzi che  sono  proprj  della  Valle  d'Aosta,  e  quello  della  Val 
Soana. 

Di  cotesta  famiglia  d' idiomi  non  solo  è  mancata,  in  sino  ad 
ora,  una  descrizione  qualsiasi,  ma  ne  è  ancora  mancata,  si  può 
dire,  la  prima  notizia,  poiché  nessuno,  che  io  sappia,  l'ha  mai 
riconosciuta  od  affermata.  Nulla  è  che  valga,  per  questa  parte, 
nel  capolavoro  del  Diez  ^  Una  sentenza  da  par  suo  ha  bensì  lo 
Schuchardt  intorno  ai  vernacoli  franco-provenzali  della  Sviz- 
zera^; ma  tutto  il  resto  della  famiglia  rimane  inavvertito  anche 
per  lui.  Né  l'Haefelin,  a  cui  dobbiamo  un  lavoro  metodico  in- 
torno a' vernacoli  del  cantone  di  Neufchàtel  ^  e  a  cui  altrettali 


•  Ma  son  francesi,  all'incontro,  i  vernacoli  del  Jura  bernese. 

^  Circa  il  preciso  confine  fra  il  linguaggio  romanzo  e  il  tedesco  nel  can- 
tone di  Friburgo,  si  vegga  per  ora:  FucHS,  Die  romanischen  sprachen  in 
ihrem  verhàltnisse  zur  lateinischen,  p.  77. 

'  Il  villaggio  di  Finge  {Pfyn)  segnerebbe,  sulla  via  maestra,  alla  riva  sini- 
stra del  Rodano,  il  confine  tra  il  franco-provenzale  e  il  tedesco.  È  pressap- 
poco alla  stessa  longitudine  il  villaggio  di  St-Luc,  donde  proviene  il  più  orien- 
tale dei  nostri  saggi  vallesani. 

*  Dopo  aver  descritto  le  sezioni  della  Francia  e  della  Spagna  che  entrano 
nel  territorio  provenzale,  dice  il  Maestro  (P  102):  'qui  finalmente  spettano 
'ancora  la  Savoja  e  una  piccola  parte  della  Svizzera  (Ginevra,  Losanna,  e, 
'come  par  certo,  anche  il  Vallese  meridionale  [und  vrohl  anch  das  sùdliche 
'Wallis]).'  AI  territorio  francese  attribuisce  poi  indeterminatamente  (ib.  118): 
'una  parte  del  Belgio  e  della  Svizzera'.  Si  accorge  acutamente  della  parti- 
colare impronta  del  dialetto  di  Grenoble  (Delfinato  settentrionale),  che  anno- 
vera tra  i  provenzali  (ib.  109);  ma  non  coglie  la  ragion  vera  dell'i  caratte- 
ristico di  giaci  rimpetto  all' a  di  ì^oba;  e  vede  neìV  eg  di  neg,  neve,  caratte- 
ristico anch'esso,  un'alterazione  del  dittongo  che  è  nel  provenz.  netc,  anziché 
la  normale  risposta  dell't  latino.  Mende,  che  sarebbe  un  dovere  di  notare  in 
silenzio,  se  ad  altri  non  piacesse  d'insistere,  con  una  cieca  venerazione  che 
al  Maestro  di  certo  non  piace,  su  tutto  quanto  è  scritto  nell'opera  insigne. 

'  . . .  das  gebiet  der  schweizer  patois  . . .,  welche,  untereinander  durch  ge- 
wisse  charakteristische  merkmale  eng  verbunden,  die  franzòsischen  rait  den 
provenzalischen  mundarten  vermitteln.  Ueber  einige  falle  bedingten  laul- 
wandels  im  churwàlschen,  p.  21. 

•^  V.  più  sotto,  tra  i  'fonti'. 


Schizzi  franco-provenzali,  §  I.  Esordio.  63 

ne  dovremo  sugli  altri  vernacoli  franco-provenzali  della  Sviz- 
zera (come  già  V  Atxhivio  vanta  quello  del  Nigra  sul  valsoa- 
nino),  dà  indizio  egli  pure  di  avere  spinto  lo  sguardo  al  di  là  di 
quel  confine.  Un  parallelo  lessicale  tra  il  'patois  de  la  Taren- 
taise  (Savqja)'  e  il  ^patois  de  la  Suisse  romande\  ha  però  dato 
l'abate  Pont  nel  suo  libro  che  più  innanzi  si  cita  (p.  89-124);  e 
il  Nigra  avvertiva  la  stretta  affinità  fra  aostano  e  valsoanino 
(Arch.  Ili,  2). 

Può  parer  singolare,  e  per  doppia  ragione,  che  prima  d'oggi 
non  si  fosse  avvertita  e  misurata  l'estensione  di  questa  fami- 
glia. Poiché,  imprima,  e  le  ragioni  geografiche  e  le  politiche  e 
le  commerciali  dovevan  rendere  palesi,  anche  tra  i  volghi,  le 
speciali  affinità;  e  la  notizia  di  queste  avrebbe  quindi  dovuto, 
da  molto  tempo,  destar  l'attenzione  dei  dialettologi  ^  V'ha  poi, 
in  secondo  luogo,  che  di  testi  o  saggi  a  stampa  di  varia  ma- 
niera, dai  quali  si  potesse  ricavare  una  notizia  sufficiente  dei 
limiti  e  dei  caratteri  del  complesso  franco-provenzale,  non  c'era 
punto  difetto.  Cosi  dai  presenti  fogli  si  vedrà,  che  se  i  recenti 
lavori  d'altri  compagni  di  studio  e  qualche  propria  sua  rac- 
colta furon  certamente  di  non  poca  utilità  al  loro  autore,  egli 
sarebbe  però  riuscito  a  una  dimostrazione  integrale  pur  quando 
avesse  dovuto  limitarsi  ai  vecchi  saggi,  o  anzi  a  quella  sola  e 
anche  scarsa  parte  dei  vecchi  saggi  che  stava  nel  momento  a 
disposizione  sua  -.  Ma,  come  egli   crede  e  forse  non  è  afi"atto 


'  Cosi,  la  stretta  aflSnità  dialettale  fra  la  Eresse  (v.  ^\in',  più  sotto)  e  la 
Savoja,  congiunte  un  tempo  anche  nell'ordine  politico,  era  sicuramente  notata 
da  gente  d'ogni  ceto;  e  anzi  credo  che  sempre  passi  tra  le  cose  notorie.  Ma 
è  singolare  la  ristrettezza  dell'orizzonte  in  cui  sta  rinchiuso  lo  Champollion- 
FiGEAC,  il  quale,  studiando  i  vernacoli  franco-provenzali  del  dipartimento 
dell'  Isera,  nota  semplicemente  che  quelli  dei  cantoni  situati  al  nord-est  'si 
risentono,  in  parte,  della  vicinanza  dell'antico  Bugey  (ora  compreso  nel- 
r*Ain')';  e  che  quello  dell'estremità  orientale  della  valle  di  Graisivaudan,  a 
nord-est  di  Grenoble,  del  cantone  d'Allevard  in  ispecie,  ha  un  carattere  ab- 
bastanza spiccato,  il  quale  viene  a  conferirgli  una  'grande  identità  (grande 
identit(5)  col  vernacolo  della  porzion  del  dipartimento  del  Monte  Bianco  limi- 
trofa a  questo  cantone'  (op.  cit.  più  sotto,  tra  i  fonti;  p.  GG,  63-4).  Più  in  là, 
non  ci  vede. 

^  Può  in  ispecie  considerarsi,  a  questo  proposito,  lo  spoglio  che  si  dà  nel 
§  II  1,  sotto  «Neufchàtel',  nel  testo,  in  confronto  di  quello  che  s'aggiunge  in 
nota.  V.  anche  la  nota  a  'Val  Soana',  ib. 


64  Ascoli, 

inutile  che  qui  si  avverta,  è  invalso  tra  molti  studiosi  uno  spi- 
rito di  soverchia  diffidenza  contro  codesti  saggi  che  appajon 
cosi  remoti  dalla  precisione  a  cui  la  scienza  odierna  giustamente 
aspira.  Tutti  sentono  l'importanza  ch'essi  avrebbero,  e  nell'or- 
dine glottografico  e  pure  in  quello  della  critica  letteraria,  se  si 
potessero  far  parlare  con  sicurezza  sufficiente;  ma  di  conseguir 
cotale  sicurezza,  pare  che  i  più  disperino  affatto  ^  Ora,  non 
v'ha  dubbio  che  i  saggi,  a  cui  si  allude,  lascino  in  molti  casi 
un  gran  desiderio  di  maggiore  accuratezza,  di  maggior  coerenza 
e  perspicuità  nel  modo  loro  di  rappresentare  i  suoni  e  le  forme 
de' rispettivi  dialetti;  e  nessuno  è  forse  meglio  persuaso  di  me, 
ch'essi,  malgrado  ogni  nostra  cautela,  possano  indurci  in  errori 
non  lievi.  Ma  pur  tacendo  che  altro  è,  ad  ogni  modo,  il  rico- 
noscere di  simili  verità,  altro  il  rassegnarci  a  non  far  nulla 
in  sino  a  che  non  ci  vengano  migliori  ajuti,  i  quali,  massime 
per  le  fasi  ornai  tramontate,  possono  anche  non  venirci  più: 
c'è  sopratutto  da  dire,  che  le  incertezze,  a  cui,  di  primo  tratto, 
i  vecchi  saggi  pajon  condannarci,  si  sogliono  in  effetto  dile- 
guare, per  la  massima  parte,  sotto  l'azione  di  una  critica  per 
poco  insistente  2.  Cosi,  le  disformità  possono  risultare  grandis- 


*  A  proposito  del  costrutto  che  la  critica  letteraria  avrebbe  potuto  e  potrà 
ricavare  dall'indagine  franco-provenzale,  mi  sia  permesso  di  notare  in  questo 
luogo,  come  il  frammento  àeW  Alessuìidro  di  Alberico  da  Besangon,  che  il 
Paris  {Vie  de  Saint  Alexis,5o)  porrebbe  fra  ì  'textes  mixtes',  offra  indizj 
ben  significativi  d'idioma  franco-provenzale,  quale  appunto  si  addirebbe  alla 
patria  dell'autore  (vedi  il  §  I,  1,  sotto  'Doubs').  Così,  per  tacer  d'altro,  ì" -a 
normale  di  tanta  terra^  totas  ecc.,  cede  il  posto  all' -e,  per  effetto  della  pala- 
tile che  precede,  in  batalle  e  per  granz  ensignes;  e  se  gli  editori  credono 
eliso  un  -a  in  lanci  e  faillenti  (et  de  sa  lanci'  en  loyn  jausir,  et  senz  fail- 
lenti'  altet  ferir),  noi  all'incontro  ci  vedremo  le  legittime  forme  franco-pro- 
venzali lan?i  faillenti,  malgrado  il  letterario  Grecia  Gretia  (dinanzi  a  con- 
sonante; così  sapientia  dinanzi  a  voc,  e  pecunia  din.  a  cons.).  Cfr.  gli  spogli 
franco-provenzali  del  §  I,  1,  sotto  il  num.  iv  delle  diverse  rubriche;  e  in  ispe- 
cie  quello  del  testo  franco-provenzale  del  XIII  sec,  sotto  *Ain',  in  nota.-  Le 
ortografie  batalle  ensignes  lanci  faillenti,  nel  frammento  àeW Alessandro, 
hanno  per  sé  la  nuova  guarentigia  di  un  riscontro  che  il  prof.  Caix  ha  gen- 
tilmente fatto  sul  codice,  apposta  per  il  caso  mio. 

-  Ci  vuole  però,  di  certo,  uno  spirito  critico  alquanto  diverso  da  quello, 
che  fa  credere  mutato  in  «  il  r  dell'  infinito,  perchè  in  qualche  saggio  lore- 
nese  occorra  p.e.  treuvèt  trouver  (Schnakenburg,  p.  65;  cfr.  i  Mélanges,  che 
si  citano  tra' fonti,  p.  215-6,  e  ora  Chabaneau,  nella  bella  grammatica  limo- 
sina ch'egli  viene  pubblicando,  Rev.  V  180). 


Schizzi  franco-provenzali,  §  I.  Esordio.  65 

sime  anche  tra  due  saggi  in  cui  pur  si  rifletta  una  medesima 
fase  dialettale;  per  la  ragione  che  non  vi  si  tratti  di  ortografìe 
tradizionali,  o  di  convenzioni  grafiche  più  o  men  largamente 
accettate,  ma  ben  piuttosto  di  tentativi  individuali,  che  sono 
fra  di  loro  affatto  indipendenti.  Senonchè,  per  entro  a  un  me- 
desimo saggio,  la  coerenza,  e  lo  studio  di  accertare  le  pronun- 
zie, sono  di  regola  ben  maggiori  che  solitamente  non  si  creda; 
e  via  via  che  le  nostre  esercitazioni  comparative  si  estendono 
e  si  allargano,  ogni  cosa  si  rischiara  e  si  assoda  a  tal  segno, 
che,  nel  maggior  numero  de' casi,  poco  o  nulla  ci  mancherebbe 
a  raggiungere  l'esattezza  assoluta.  Del  rimanente,  lo  sprone 
del  dubbio  e  l'importanza  delle  cose  intorno  alle  quali  il  dubbio 
versa,  varranno  appunto,  come  speriamo,  a  promuovere  delle 
nuove  collezioni,  che  rispondano,  senza  più,  alle  esigenze  della 
critica  odierna.  E  in  nessuno,  di  certo,  può  essere  più  vivo  che 
in  me  il  desiderio,  che  la  materia  e  l'indagine  presto  si  accre- 
scano e  si  affinino,  per  guisa  da  rendere  pressoché  superfluo 
quel  poco  che  è  ora  a  me  dato  d'ofl'rire. 

Del  metodo  che  ho  tenuto  nel  porre  insieme  e  nello  studiare 
questo  poco,  e  degli  stenti  che  mi  ha  causato  anche  l'ordinarlo 
secondo  le  ragioni  della  geografìa  naturale  e  della  storica,  mi 
parrebbe  quasi  ozioso  il  discorrere;  e  sarà  piuttosto  lasciata 
ai  giudici  anche  la  cura  di  escogitar  le  mie  difese.  Altro  dun- 
que non  mi  rimarrà  per  questo  esordio,  se  non  d'indicare  il 
contenuto  degli  altri  due  paragrafi  che  gli  tengono  dietro,  e  dar 
l'elenco  di  gran  parte  de' fonti. 

Il  secondo  paragrafo  sarà  delle  dimostrazioni;  il  terzo 
conterrà  dei  cenni  riassuntivi.  Il  secondo  va  poi  suddiviso 
negli  articoli  che  ora  enumero,  dopo  aver  notato,  una  volta 
per  sempre,  che  l'elemento  fonetico,  a  cui  le  intitolazioni  si 
riferiscono,  è  di  regola  quello  delle  basi  romane:  1.  Riflessi 
dell'a;  e  specialmente  dell' a  che  riesce  preceduto  da  suono  pa- 
latile.—  2.  Il  dittongo  pel  quale  si  continuano  l'^  lunga  o  Vi 
breve. —  3.  Il  dittongo  pel  quale  si  continuano  Vó  lungo  e  Vie 
breve. —  4.  Il  dittongo  pel  quale  si  continua  Vó  breve  fuor  di 
posizione  e  1'  ó  di  posizione.  —  5.  Il  dittongo  dell'  e  di  posi- 
zione.—  6.  Il  continuatore  dell' «  lungo. —  7.  La  vocal  mediana 
dello  sdrucciolo.  —  8.  Nasali.  —  9.  j  preceduto  da  altra  conso- 

Arcliivio  glottol.  ital.,  III.  ^ 


66  Ascoli, 

nante. —  10.  l  preceduto  da  altra  consonante.  —  11.  /  cui  sus- 
segue altra  consonante  (eccettuato  LJ,  che  spetta  al  n.  9).  — 
12.  s  all'uscita. —  13.  s  cui  sussegue  altra  consonante  (eccetto 
SJ).  —  14.  s  in  h.  —  15.  e  e  /7  cui  sussegua  a\  e  e  Q  g  all'u- 
scita.—  IG.  c^  e  cs.  —  17.  Dileguo  del  d  primario  e  del  secon- 
dario.—  18.  Digradazioni  di  ii  e  h. —  19.  L'interdentale  j)  da  p 
di  fase  anteriore;  e  del  suo  parallelo  sonoro. —  20.  Traslazione 
dell'accento. —  21.  Fenomeni  epentetici  ed  epitetici. —  22,  A.  Va- 
rietà morfologiche.  —  22,  B.  Varietà  lessicali. 

Passo  ora  all'indicazione  dei  fonti  onde  trassi  gli  esempj  la 
cui  provenienza  o  non  è  allegata  del  tutto  o  non  l'  è  compiu- 
tamente, e  li  ordino  secondo  la  distribuzione  geografica  che  è 
principalmente  osservata  nel  primo  articolo  del  §  II.  Ma  prima 
risolvo  alcune  sigle: 

Brid.  ■==  Glossaire  du  patois  de  la  Suisse  romande  par  le  doycn  Bri- 
DEL,  avec  un  appendice,  comprenant  une  sèrie  de  traductions  de  la 
parabole  de  Venfant  prodigue,  quelques  morceaux  patois  en  vers  et 
en  prose,  et  une  collcction  de  proverbes,  le  tout  recucilli  et  annate 
par  L.  Favrat  (Mémoires  et  documents  publiés  par  la  Société  d'histoire 
de  la  Suisse  romande.  Tome  XXI).  Losanna,  1866. 

Mèl.  °  Mélanges  sur  les  langues,  dialectes  et  patois;  renfermant, 
entre  autres,  une  collection  de  versions  de  la  parabole  de  Venfant  prò- 
digue  en  cent  idiomes  cu  patois  di/férens,  presque  tous  de  France; 
précédés  d'un  essai  dhm  travail  sur  la  géographie  de  la  langue  fran- 
gaise  (di  Coquebert  de  Monteret).  Parigi,  1831. 

par.  t=  Parabola  del  figliuol  prodigo. 

Rec.  =  Recueil  d'opu<iCules  et  de  fragmens  en  vers  patois,  extraits 
d'ouvrages  devenus  fort  rares.  Parigi,  1839. 

Rev.  =  Revue  des  langues  romanes  publiée  par  la  Société  pour 
Vétude  des  langues  romanes.  Montpellier  e  Parigi.  Ne  è  in  corso  il 
sesto  volume. 

Rom.  =  Romania.  Recueil  trimestrel  consacré  à  Vétude  des  lan- 
gues et  des  liltératures  romanes,  publié  par  Paul  Meyer  et  Gaston 
Paris.  Parigi.  Ne  è  in  corso  il  terzo  volume. 

ScHN.  =  Tableau  synoptique  et  comparatif  des  idiomes  populaires 
ou  patois  de  la  France ,... .  accnmpagné  d'un  choix  de  morceaux  en 
vers  et  en  prose  dans  les  principales  nuances  de  tous  les  dialectes 
ou  patois  de  la  France;  por  J.  F.  Sciinakeneurg.  Brusselle,  1810. 


Schizzi  franco-proveuzali.  §  I.  Esordio.  67 

Tarant.  =  Origines  da  patois  de  la  Tarentaise  {précls  historique; 
proverbes;  chansons;  parallèle  avec  le  patois  de  la  Suisse  roìnan- 
de,  etc,  etc),  par  Vabbé  G.  Pont.  Parigi,  1872. 

vals.  =  NiGRA.,  Fonetica  dd  dialetto  di  Val-Soana  (Archiv.  glott. 
ital.,  in,  1-52). 


Bassi  Pirenei.-  Bajona,  Schn.  210-16. 

GiRONDA.-  Bordeaux,  Schn.  205-209.-  La  Rèo  Ile,  par.  Mél.  500. 

Gers.-  Par.  Mél.  501. 

LoT  ET  Garonne.-  Agen,  Reo.  80-89  e  170  (fine  del  sec.  XVII). 

DoRDOGNE.-  Sarlat,  Reo.  G6-79  (fine  del  sec.  XVII),  e  par.  Mél.  492.-  Non- 

tron,  par.  Mél.  491. 
Alta  Vienna  (Alto  Limosino).-  Schn.  180-96,  e  due  par.  Mél,  494-5. 
CoRRÈZE  (Basso  Limosino).-  Schn.  197-204. 
Cantal  (Alta  Alveruia).-  Chalinargues,  J.  Labouderie  nei  Mél.  99-115. 

e  Va  vi  vuol  essere  'un  son  qui  participe  de  Va  et  de  Ve,  semblable  à 

celui  de  Va  final  chez  les  Espagnols'  (ib.  116).-  Aurillac,  par.  Mél.  497. 
PuY-DE-DÓME  (Bassa  Alvernia).-  Saint-Amant  Tali  end  e,  par.  Mél.  496. 
Arriège-  Saint-Girons,  par.  Mél.  506.-  Pamiers,  id.  503.-  Circonda- 
rio di  Foix,  id.  504-5, 
Alta  Garonna.-  Tolosa,  Schn.  107-14  (sec.  XVII),  117-22  (sec.  XVIII). 
Tarn  et  Garonne.-  Montauban,  par.  Mél,  499. 
Lot.-  Cahors,  Schn.  135-7,  Rec.  90-6  (Pelissié,  sec,  XVIII), 
AvEYRON.-  Rodez,  par.  Mél.  498.  Lozère.-  Par.  Mél.  513. 

Aide.-  Carcassonne,  par.  Mél.  508.-  Narbonna  (Bergoing,  U Eneido 

de  Virgilo,  librò  quatriesmé  etc;  Narbouno,  1652),  Reo.  45-52. 
Héral'Lt.-  Montpellier,  Schn.  123-28  (Le  Sage,  sec.  XVII);  ecc. 
Card.-  Nìraes,  Schn.  129-31  (Michel,  sec.  XVII),  e  par.  Mél,  517.-  Le 

Vigan,  par.  Mél.  520. 
Alta  Loira  -  Dintorni  di  Le  Puy,  par.  Mél.  514. 
Ardèche.-  Privas,  par.  Mél.  515.-  Circond.  d' Annonay,  id.  516. 
Bocche  del  Rodano.-   Marsiglia,  Schn.  152-01  (Scbn.  chiama  l'autore: 

Le  Gros;  e  sarà  Toussaint  Gros,  sec.  XVIII),  e  par.  Mél.  521. 
Varo.-  Tolone,  Schn-  162-65,  e  par.  Mél.  523. 
Valchiusa.-  Avignone,  Schn.  140-44,  e  par.  Mél.  527.-  Carpentras, 

Schn.  145-51. 
Basse  Alpi.-  Circond.  di  Castellane,  par.  Mél.  526.-  Cantone  di  Seyne, 

id.  525. 
Alte  Alpi.-  Gap,  par,  Mél.  533. 
Dróme-  Valence,  par.  Mél.  529.-  Die,  id.  532,-   Le   Buis,  id.  531.- 

Nyons,  id.  530. 

Isère.-  Nouvelles  recherches  sur  les  patois  ou  idiomes  mdgaires  de  la  Fran- 
cc,  et  en  particulier  sur  ceux  du  département  de  VIsèrc,  par  3.  J.  Cham- 
pollion-Figkac.  Parigi,  1809. 


68  Ascoli, 

LoiRA  (Forez).-  Rec.  135-6. 

AiN.-  Vedi  il  rispettivo  spoglio,  al  §  II,  1. 

.Tira  (dipart.  del).-  Vocabulaire  de  la  langue  ì'ustique  et  populaire  du  Jura, 
par  M.  MoNNiER,  nei  Mél.  30-83,  150-219. 

Ginevra  (dint.  di).-  Ancienne  chanson  swr  l'escalade  de  Genève,  Brio.  518-22  ; 
par.  Brio.  460,  e  par.  Mél.  540.  Gli  esempj  tratti  dalla  ^chansoa'  si  distin- 
guono per  il  numero  da  cui  sono  accompagnati. 

Territorj  savojardi  (air  infuori  della  Tarantasia).-  Cantone  di  Thónes 
(Annecy),  par.  della  Statistiqiie  generale  de  France;  Département  du 
Mont-Blanc  (Parigi,  1807);  p.  307.-  Territorio  delle  Bauges  (Cham- 
béry),  par.  ib.  304-6.-  Cantone  d'Albertville,  saggio  poetico,  a  p.  148-9 
del  libro  del  Pont,  citato  fra  le  sigle  per  'Tarant.'-  Valle  di  Beaufort, 
saggi  poetici,  ib.,  p.  138-48.-  Aigu ebelle  (Moriana),  par.  della  Statisti- 
g'i^e  ecc.,  p.  304-6. -  Vecchi  saggi  savojardi,  Rec.  15-17,  19-23,  115 n. 

Tarantasia.-  Sainte  Foy,  raccolta  mia  propria.-  Il  resto,  dal  libro  che  è 
citato  di  sopra,  fra  le  sigle,  per  'Tarant.' 

Valsoana.-  V.  *vals.'  qui  sopra,  fra  le  sigle. 

Val  d'Aosta.-  Aosta;  Arpeville;  Cogne;  St.-Reray;  St. -Marcel;  Fa- 
ni s;  tutte  raccolte  mie  proprie.  Ma  nelle  note  si  citano,  per  le  sigle  che 
ora  risolvo,  alcuni  saggi  valdostani  che  sono  a  stampa:  alm.  =  X,e  garde- 
national,  soit  almanach  du  ducile  d'Aoste  pour  l'an  1850,  compilò  par 
le  capitaine  L.  Pléoz  (p.  131-33).  Aosta.  dialg.  =  versione  valdostana 
del  solito  dialogo  nella  raccolta  dello  Zuccagni-Orlandini.  rép.  =  La 
langue  frangaise  dans  la  vallèe  d'Aoste  ecc.  Aosta,  1862. 

Vallese.-  Evoléna,  par.  Brid.  433-4;-  St.-Luc,  id.  431-2;-  e  i  saggi,  che 
si  citano  in  nota,  sono  nel  seguente  libro:  Reise  in  die  weniger  bekann- 
ten  thdler  auf  der  nordseite  der  penninischen  Alpen,  von  Julius  Frò- 
eel;  Berlino,  1840,  Sembrancher,  par.  Brid.  436-8;  -  Vétroz, 
id.  435-6;-  St.-Maurice,  par.  Mél.  534;-  Val  d'Illiez,  par.  Brio.  480-1. 

Val'd.  -  Gryon,  par.  Brid.  438-9.-  Ai  gì  e,  favola  ap.  Brid.  509-10.-  0  r- 
monts-Dessus,  par.  Brid,  440-1.-  Chàteau-d'GEx,  id.  443-4.-  Mont- 
reus,  id.  441-3,  par.  Mél.  542,  e  'Les  Bucherons'  ap.  Brid.  500-1.- 
[Racconti  del  Bridel,  riprodotti  dal  Cornu;  vedine  lo  spoglio,  al  §  II,  1.]- 
Vevey;  T almanacco:  Le  véritable  messager  boiteux  de  Berne  et  Veveij 
per  il  1873  e  il  1874  (Vevey);  e  'Chant  des  vendanges'  nel  vernacolo  dei 
dintorni  di  Vevey,  ap.  Brid.  497-99.-  Pully,  racconto  in  versi,  ap. 
Brid.  512-18,-  Dintorni  di  Losanna,  saggi  in  prosa  e  in  verso,  ap, 
Brid.  507-9,511-12.-  Le  Mont,  par.  Brid.  453-4;-  Saint-C  ierge, 
id.  451-2;-  Sainte-Croix,  id.  466-7;-  Orbe,  id. 455-6;-  Marchissy, 
id.  456-8;-  Brassus,  id.  462-3;-  Vallorbes,  id.  464-6;-  Co  ram  u- 
gny,  id.  458-60. 

Friburgo  (cant.  di).-  Gruyères,  par.  Mél.  543;-  Basse-Gruyè  r e,  par. 
Brid.  445-6;-  proverbj  della  Gruyère,  Brid. 534-44. -  Territorio  fra  la 
montagna  e  la  Broye,  par.  Brid.  (Stalder)  447-9;-  'patois  broy  ard', 
verso Estavaycr-le-Lac,  par.  AIél.  541  ;-  'patois  d'Estavay  er  (v.§II,  1)', 
par.  Brid.  449-50.-  Canzoni  friburghesi,  Brid.  485-9,  [491-2J. 


Schizzi  franco-provenzali,  §  I.  Esordio.  69 

Nel'fchatel  (cant.  di).-  Dintorni  di  Neufchàtel,  favola  ap.  Brio.  524;- 
V  a  1  a  n  g  i  n ,  par.  ib.  470-72 ,  aneddoto  ib.  523 ,  proverbj  ib.  530  segg.  ;  - 
Landeron,  apologo  ib.  522-3;-  Le  Lode,  par.  ib.  468-9;-  Verriè- 
res,  favola  ib.  523.  Allo  scarso  materiale  che  poteva  ricavarsi  da 
codesti  saggi,  ora  si  aggiunge  o  contrappone  la  copiosa  e  ordinata  messe 
offertaci  dall' Haefelin  nello  studio  di  cui  egli  ha  arricchito  il  XXI  voi. 
della  Zeitschrift  del  Kuhn,  ed  è  pubblicato  anche  in  opuscolo  a  parte, 
col  titolo:  Die  romanischen  mundarten  der  Sudicestschiceiz;  mit  rùch- 
siclit  auf  die  gesfaltung  des  lateinischen  elements  nntersucht  itnd  darge- 
stellt  von  Franz  Haefelin;  /.  die  neuenburger  mundarten;  Berlino  1874. 
Io  cito  le  pagine  dell'opuscolo;  e  alla  trascrizione  dell" Haefelin  sostitui- 
eco  quella  deW Archivio,  tranne  per  i  e  z,  che  riproduco  talquali,  non 
vedendo  con  precisione  quali  sfumature  di  pronuncia  essi  vogliano  rap- 
presentare. Né  ho  potuto  segnare  la  quantità  nell'o  e  nell'o?.  L' Haefelin 
distingue  cinque  diversi  gruppi  di  vernacoli  neufchàtelesi,  e  li  contras- 
segna al  modo  che  segue:  I  = 'patois  de  Lignières;  patois  du  vignoble 
du  nord-est';  II  = 'patois  du  Val-de-Ruz';  III  = 'patois  des  montagnes'; 
IV  = 'patois  du  Val-de-Travers';  V  = 'patois  du  vignoble  du  sud-ouest; 
patois  de  la  Farcisse'.  Nel  mio  ordinamento,  i  cinque  gruppi  si  son  dovuti 
diversamente  succedere:  Sezione  di  sud-est  (=  V  Haef.  '};  Val  de 
R u z  (=11  Haef.^i ;  Sezione  di  nor d-e s t  (=  I  Haef.) ;  Sezione  delle 
montagne  (=111  Haef.);  Val  de  Travers  (=  IV  Haef.).  E  dei  cinque 
sagginoli  citati  di  sopra,  ne  riviene  uno  appunto  per  ciascuno  dei  cinque 
gruppi,  come  chiaramente  si  vede  al  §11,  1. 

Berna  (cant.  di);  sezione  tra  il  Jura  e  il  lago  di  Bienne.-  Montagna  di 
Di  esse,  par.  Mél.  537.-  Bienne,  id.  536. 

DouBs;  sezione  occidentale  (Franca  Contea).-  BesanQon,  par.  Mél.  481,  e 
Fallot,  Recherches  sur  le  patois  de  Franche-Ccmté,  de  Lorraine  et  d'Al- 
sace,  :Montbdliard,  1828,  p.  134-5.- 

Alta  Saona  (Franca  Contea).-  Cantone  di  Champlitte,  par.  Mél.  480.- 
Cantone  di  Vesoul,  id.  479;-  cant.  di  Vauvilliers,  id.  478;-  cant.  di 
Champagney,  id.  477. 

Alsazia;  distretto  di  Belfort.-  Giromagny,  par.  Mél.  476. 

Lorena;  dipartimento  dei  Vogesi  (v.  sotto).-  Liste,  en  patois  de  Dommar- 
tin  prés  de  Rerniremont  {départ.  des  Vosges),  de  trois  cent  neiif  mots  ecc., 
par  M.  Richard  des  Vosges  (sic),  nei  Mél.  137-43;  e  Èxtrait  d'un  glos- 
saire  des  diff'érens  patois  en  usage  dans  le  département  des  Vosges; 
par  M.  Richard  (des  Vo.~ges),  nei  Mél.  117-36. 

DouBS;  sezione  orientale.-  Montbcliard;  il  libro  di  Fallot,  citato  sotto 

'Doubs;  sezione  occidentale', 
Jlra  bernese.-  Del«5inont,  par.  Brio.  476-77;-  Tavannes,  id.  474-76;- 

Val  Saint-Imier,  Brid.  [Stald.]  472-4  Corgémont,  Mél.  538  Cour- 

telarv. 


*  Dico  sud-est,  rispettivamente  al  Cantone;  e  non  contraddice  l'avervisi  un  'patois  du  sud- 
ouest',  che  è  di  sud-ovest  rispetto  alla  città  di  Neufchàtel. 


70  Ascoli, 

Alsazia;  distr.  di  Altkirch.  -  Par.  Mél.  475. 

Lorena  (v.  sopra).-  Territorio  di  La  Roche  (Vogesi)  :  Oiìerlin,  Essai  sur 
le  palois  lorrain  des  enmrons  du  comté  du  Ban  de  la  Roche,  fief  royal 
d'Alsace.  Strasburgo,  1775.-  Gérardijier  (Vogesi),  par.  Mél  474.-  Ex- 
coutea  di  Vaudemont  (Meurthe),  id.  473.-  Dintorni  di  Lune  vi  Ile 
(Meurthe),  Oberlin,  libro  testò  citato.-  Dintorni  di  Bar-le-Duc  (Mosa): 
CoRDiER,  Vocabulaire  des  mots  patois  en  usage  dans  le  département  de 
la  Mense.  Parigi,  1833.-  Onville  (cani,  di  Gorze),  par.  Mél.  471. - 
Metz,  ScHN.  253-61. 

Ardenne;  sezione  belgica.-  Par.  Mél.  470. 

Territorj  valloni.  -  N  a  m  0  u  r ,  par.  Mél.  464  ;  -  L  i  e  g  i ,  id.  462  ;  -  Ma  1- 
ra  e  d  y ,  id.  463. 

Passo  di  Calais.-  Saint-Omer,  par.  Mél.  469;-  cantone  di  Arras,  id.  467;- 
cant.  di  Carvin,  id.  468. 

Nord.-  Cambrai,  par.  Mél.  466. 

Superfluo  quasi  V  avvertimento,  che  sempre  è  riprodotta  tal  quale  l'ortografia  de'fonti, 
quando  non  sia  espressamente  avvertito  che  la  trascrizione  àeWArchivio  ne  abbia  potuto 
assumere  le  veci. 


§    "• 

DIMOSTRAZIONI. 

1.    RIFLESSI    dell' a;    E    SPECIALMENTE  DELL' a  CHE  RIESCE  PRECEDUTO 
DA    SUONO    PALATILE. 

L'antitesi  più  decisiva,  tra  idioma  provenzale  e  idioma  fran- 
cese, si  manifesta  nei  riflessi  dell'A  latino,  cosi  in  accento,  come 
fuori  di  accento. 

L'A  tonico  rimane  incolume,  anche  nel  francese,  quando  egli 
sia  in  posizione;  ma,  fuor  di  posizione,  vi  si  suole  alterare,  e 
si  riduce  di  solito  ad  e.  Cosi,  arme  arma,  apre  àsper,  qiiart 
quàrtus,  quattre  quàttuor;  ma:  aimer  amare,  chez  (presso) 
cdsa,  aimée  amata;  ecc. 

Nel  provenzale,  all'incontro,  e  nell'antico  in  ispecie,  l'A  to- 
nico si  rimane  costantemente  incolume:  aspre,  amar,  chas, 
amada;  ecc. 

L'A  essendo  atono  nella  sillaba  finale,  riducesi  nel  francese 
a  un' e  muta;  nel  provenzale  rimane  a  (che  ne' moderni  dialetti 
è  prevalentemente  o).  Così:  frc.  couronne,  prov.  corona;  frc.  ai- 
mée, prov.  amada;  frc.  chantes,  prov.  chantas. 


Schizzi  franco-piov.  §  II,  1.  Riflessi  deli' a.  Introduzione.  71 

Ma  in  ordine  al  francese  si  aggiunge,  che  negli  antichi  mo- 
numenti occorra  ie,  anziché  e,  per  l'A  tonico  fuor  di  posizione, 
ne' seguenti  due  casi:  1.  Quando  al  continuatore  dell' A  pre- 
ceda uno  de' suoni  che  brevemente  diciamo  palatili,  e  sono: 
i,  j,  e  le  consonanti  (nessi  o  semplici),  che  in  se  contengono 
o  da  cui  facilmente  si  sviluppa  uno  J,  vale  a  dire:  I,  n,  s  {e), 
z  (g),  Q.  Esempj  :  crestiien  christianus,  chier  carus;  deignier, 
chevalchier  *cabaircare,  Ju/7ier;  ecc.-  2.  Quando  al  continua- 
tore dell' A  preceda  r,  o  consonante  dentale  (semplice  e  pur 
combinata),  che  alla  lor  volta  susseguano  a  un  i  (j),  o  a  una 
combinazione  di  vocali  che  si  chiuda  per  i.  Esempj:  emjpiriery 
haitier  (mod.  soM-haiter),  aidier,  amistié. —  Le  due  serie  vanno 
tenute  ben  distinte,  comunque  corra  una  strettissima  attenenza 
tra  i  due  fenomeni  da  cui  son  determinate,  si  per  la  causa  che 
li  produce,  e  sì  per  gli  esiti  in  cui  li  vediamo  ulteriormente 
risolversi.  E  v'ha  una  base  che  mal  si  saprebbe  a  qual  delle 
due  serie  assegnare,  od  appartiene,  per  dir  meglio,  a  entrambo 
le  serie.  È  quella  che  ci  è  rappresentata  da  abaissier  abbassare; 
il  cui  ss  può  facilmente  comprendersi  in  quel  complesso  di  esiti 
fonetici  che  noi  segnammo  per  g  tra' suoni  palatili,  e  appunto 
per  questo  è  preceduto  dall'i,  che  alla  sua  volta  basterebbe  a 
promuovere  Vie  =e  =  A'  '. 

Ancora  va  qui  notato,  come  slW  ié  succedendo  m\  e  atona,  sia 
normale  nell'antico  francese  la  riduzione  i  =  ié  {ie  =  iée);  cosi: 
tranchiée  e  tr  anelile  par  tic.  fem.  (mod.  iranchée),  chiéent  e 
chìent  ca[d]unt;  Diez  IP  234-5,  Mussafia  l.c. 

Di  cotesto  ie  =  e  =  k',  rimangono  all'odierna  lingua  francese 


'  Cfr.  Arch.  I  85-86.  Qui,  del  resto,  sono  costretto  a  molta  brevità,  e  non 
mi  rimane  se  non  la  speranza  che  la  brevità  non  causi  imprecisione.  Si  vegga 
il  MissAFiA  nel  Jahrbuch  di  Lemcke,  VI  115-6,  dove  riassume  le  osservazioni 
del  Bartsch  e  le  proprie;-  Tobler,  Li  dis  don  vrai  aniel,  p.  xxx  n.  (cfr.  xx);- 
ScHLXHARDT,  Ubev  eitxige  fàlk  bedingten  lautwandels  im  chHrioàlschen,-p.o-26, 
dove  sono  estese  e  acute  ossservazioni  suU'alterarsi  deWù  per  effetto  dei  suoni 
palatili  che  gli  precedano;  osservazioni  già  lodate  nel  primo  vo].  àeìVArchiviot 
che  anch'esso  ripetutamente  considera  questa  serie  di  fenomeni  (v.  p.  538  a, 
e  in  ispecie  il  num.  219  di  'Sottoselva',  pag.  147-53).  Circa  la  sentenza  di 
G.  Paris,  Vie  de  Saint  Alexis^  p.  79  u.,  il  quale,  fondandosi  sulle  forme  pi- 
carde,  ripeterebbe  dalla  gutturale,  anziché  dalla  palatile,  1'»  di  c?ué  =  ca,  si 
veggano  qui  appresso  i  num.  9  e  15. 


72  Ascoli, 

i  seguenti  esempj:  chien;  amitié  moitié pitia  {Diez  P  441,  Schu- 
ciiardtI.  c.  20).  In  chicn,  confrontato  con  pain  ecc.,  si  avverte, 
oltre  Vi  che  precede  il  suono  e,  anche  una  particolar  determi- 
nazione di  questo  suono.  Ma  è  affatto  legittima,  appunto  perchè 
gli  precede  Vi;  onde  si  ottiene  un  caso  molto  simile,  o  pres- 
soché identico,  a  quello  di  chrétien  ecc.  allato  a  vilain  ecc.  ^. 
Anche  l'estrema  riduzione  dell' A  tonico  a  cui  preceda  suono 
palatile,  cioè  la  riduzione  al  solo  ^,  rimane  alla  moderna  lingua 
francese  in  ^C^  =  ant.  gist,  jacet.  Uà  di  ^placet',  combinato  con 
Vi  che  si  propaggina  dall'antico  z  {  =  g  =  c),  dà  Vai  di  2'^lait 
{=ant.  plaist;  cfr.  Arch.  I  82);  ma  nella  continuazione  di  'ja- 
cet', si  ebbe  Va  circondato  da  due  i,  o  meglio  da  due_;,  e  quindi 
l'esito  diverso  (gjajct,  gjejct,  g'ict).  È  tal  quale  la  differenza 
che  intercede  fra  Cflm&ra?/ =  *Camraj  Camrac  (Camaracum),  e 
Fleiiry  =  *Fìor}e^  "Floriaj  Floriac  (Floriacum),  Diez  P  247  ^  E 
l'effetto  della  palatile  è  sentito  anche  nell' atona:  gisons  gisant 
(inf.  ant.  gesir  gisir,  allato  Siplaisir).-  Un'altra  apparente  ano- 
malia dell'odierna  lingua  francese  (Djez  P  148),  potrà  ancora 
qui  aver  la  sua  dichiarazione.  È  chair  carne,  che  dovrebb' esser 
char  (ant.  charn  char),  stante  la  posizione,  e  dà  all'incontro, 
di  certo  per  effetto  dello  s  [e],  un  suono  intermedio  fra  Va 
incolume  nell'antica  posizione,  com'è  in  vai,  vallis,  e  Va  in  e 
fuor  di  posizione,  com'è  in  sei,  saP.  Anche  ne' dialetti  ladini 


*  Il  Diez,  all'incontro  (P  149),  dovette  limitarsi  a  dire:  'Auffallend  ist  chien 
fiir  chain,  wenu  man  pain  aus  panis  und  àbnliche  daneben  stelli'. 

-  Analogamente  porremmo,  dato  il  normale  dittongo  dell' e  originale  di  un  ant. 
EC  :  *iéjg,  ìg  (diéj?  dix).  Qui  può  ancora  notarsi  come  negli  esempj  francesi 
e  provenzali  di  i  =  e,  prevalga  il  caso  dell'e  attigua  a  suono  palatile  (cfr.  val- 
Eoan.  n.  9):  cire^  merci  ecc.  Diez  P  151;  e  vien  da  domandare  se  sia  proprio 
■una  mera  combinazione  che  nel  francese  occorrano  con  l'infinito  in  ir  tutti 
gli  antichi  verbi  di  seconda  il  cui  -ère  andava  preceduto  da  e  :  ant.  frc  lui- 
sir  lucere,  leisir  licere,  gesir ^  mtisir,  taisir,  plaisir;  allato  a  valeir,  doleir^ 
aveir,  ecc.  Per  l'influsso  della  palatile  attigua  sopra  Ve  originale,  può  ancora 
citarsi  dal  frc.  la  pronuncia  chiusa  dell' e  di  -ége  -iége:  proto  gè  piége  ecc. 
Diez  P  419. —  Da  altri  teri'itorj,  non  mi  permetterò  di  qui  allegare  se  non 
questo:  che  Vi  ital.  dall' e  atona  s'ha  principalmente  quando  le  è  attigua  una 
palatile:  ciriegio,  ginocchio^  giltare  (cfr.  Arch.  I  30;  e  l'i  passa  poi  anche  alla 
tonica:  gitto),  dicembre,  signore,  migliore,  v.  Diez  P  173,  e  Arch.  I  42  ecc. 

'  Sarebbe  una  determinazione  speciale  dell'e  (cfr.  main  ecc.),  voluta  dalla 
specialità  del  caso  (a  dell'antica  posiz.  ARN);  cfr.  siitt  gatto,  a  Cogne,  s.  'Val 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  Riflessi  dell' a.  Introduzione.  73 

di  Sottoselva,  che  mantengono  incolume  Va,  e  in  posizione  e 
fuori,  quando  non  gli  preceda  suono  palatile,  vediamo  appunto 
Yd  passare  in  e  pur  nella  posizione  (AR  +  cons.),  precedendogli 
e;  e  proprio  in  questo  stesso  esemplare:  ce7'7i,  carne,  allato  a 
car  carro,  ecc..  Ardi.  I  123  124  e  148.  Ancora  noterò  il  mod. 
frc.  gerde,  allato  all'antico  garbe  {jarhé),  prov.  e  spagn.  garba, 
ted.  garbe,  covone  '. 

Ma  Yie,  o  più  solitamente  Yi,  per  l'antico  A  preceduto  da 
suono  palatile,  sempre  occorre  abondantemente  in  parecchi  ver- 
nacoli francesi.  Si  avverte  in  principal  modo  nei  dialetti 
lotaringi,  che  vuol  dire  sopra  un  territorio  dialettologico  nel 
quale  il  tipo  francese  e  il  franco-provenzale  si  toccano  e  si  con- 
fondono. Dal  territorio  lorenese  il  fenomeno  si  protrae,  a  tra- 
montana, in  quello  dei  Valloni.  Nell'idioma  borgognone,  poi, 
che  vuol  dire  nella  regione  che  sta  a  ponente  della  interseca- 
zione franco-provenzale  e  lorenese,  l'influsso  della  palatile  sulla 
determinazione  del  continuatore  dell'a  è  ancora  ben  manifesto; 
ma  vi  si  tratta  di  una  manifestazione  diversa,  la  qual  riap- 
parirebbe anche  sul  territorio  picardo,  all'estremità  settentrio- 
nale della  Francia  -. 

Ora  tra  i  fenomeni  piìi  caratteristici  dei  vernacoli  franco- 
provenzali, egli  è  codesto  dell' avervisi  ie,  i,  e,  per  l'antico  A 


d'Aosta'.-  Il  Bartsch,  Chrest.^  pone  chair  anche  tra  le  forme  antiche;  ma  Vai 
sempre  contrasta  all'ipotesi  che  si  tratti  di  un  a  fuor  di  posizione,  cioè  del  no- 
minativo 'caro'.-  Quattro  esempj  di  ai  parevano  anomali  od  arbitrarj  nel  fran- 
cese: aile,  claiì^paire,  chair  (v.  Missafia,  Zeitschr.  f.  d.  òsterr.  gymn.,  IX, 
740,  G.  Paris,  l.  e,  48).  Ma  i  tre  primi  son  chiariti  nel  primo  voi.  dell'Archi- 
vio, p.  275,  553-4;  e  ora  mi  parrebbe  di  aver  chiarito  anche  il  quarto.  Ben 
vorrebbe,  per  vero,  il  Paris  (ib.  50),  che  pair  e  clair  altro  non  fossero  che 
'une  mauvaise  ortographe  moderne,  mal  à  propos  rapprochée  du  latin',  fon- 
dandosi egli  sulle  antiche  e  costanti  ortografie  per  e  cler.  Ma  quando  il  valo- 
roso romauologo  consideri  le  estesissime  concordanze  che  ci  conducono  a 
*clario  *pario  (il  primo  si  continua  anche  nei  napolet.  chiario  chiairo,  v.  Fle- 
CHiA,  Nomi  locali  del  Napolitano  ecc.,  pag.  9),  non  sarà  facile  ch'egli  persista 
in  questa  sentenza;  senza  poi  dire,  che  l'ant.  frc.  ha  paire  (v.  Bi'rguy  I'  110, 
e  cfr.  Bartsch,  Chrest.  *  61,20).  L'assenza  dell' -e  in  pair  e  clair  (cfr.  con- 
traire) non  ci  può  turbare. 

'  Adduco  pur  quest'esempio,  malgrado  il  normando  guerbe  (ScnN.  262-3). 
Nel  'ronchi',  è  garpe. 

'  V.  pili  innanzi,  sotto  Tasso  di  Calais',  e  in  ispecie  la  nota  ad  'Alta  Saona'. 


74  Afccoli, 

preceduto  da  suono  palatile;  laddove,  in  ogni  altra  congiuntura, 
Va  tonico,  e  pur  T atono  finale,  vi  sogliono  rimanere  incolumi. 
Il  tipo  franco-provenzale  mentre  perciò  generalmente  si  attiene, 
in  ordine  all' a  accentato,  a  quella  incolunaità  che  è  propria  pur 
del  provenzale,  va  all'incontro  col  francese,  e  anzi  al  di  là  del 
francese,  in  quanto  risenta  l'effetto  della  palatile  sopra  questa 
tonica.  Ma  egli  lo  risente,  in  modo  squisito  e  affatto  caratte- 
ristico, anche  sull' atona  finale;  e  così,  se,  per  la  generale  in- 
columità di  quest' atona,  egli  supera  la  condizione  della  massima 
parte  dei  moderni  vernacoli  della  lingua  dell'oc,  riesce,  all'in- 
contro, sotto  il  livello  dello  stesso  francese,  per  l'influsso  che 
alla  palatile  egli  consente  suU' atona  stessa. 

Circa  i  limiti  lessicali  o  grammaticali  di  codesto  fenomeno 
dell'influsso  della  palatile,  è  potuto  parere,  in  ordine  alla  toni- 
ca, che  il  verbo  vi  andassse  esposto  di  gran  lunga  più  che  noh 
il  nome,  cosi  nel  francese  come  nel  franco-provenzale,  o  anzi 
che  il  nome  non  ne  risapesse  se  non  nella  continuazione  della 
formola  C  +  A'  in  prima  sillaba  {ed-  eie-  ecc.)  \  Ma  ripugna,  a 
priori,  l'ammettere  che  una  tendenza  fisica  subordinasse  pri- 
mitivamente la  propria  efficacia  ad  un  accorgimento  d'ordine 
logico.  E  il  vero  sta  ben  piuttosto  in  ciò,  che  nel  nome,  con- 
frontato col  verbo,  v'è  una  grandissima  deficienza  di  basi  pa- 
latili a  cui  succeda  Va  tonico,  se  appunto  si  esclude  il  C  in  e 
della  formola  CA'  in  prima  sillaba.  Cosi,  a  cagion  d'esempio, 
le  formolo  VJ  TJ  ecc.  danno  infinite  occasioni  per  vjd  tjà  ecc. 
nel  verbo  (allevjàre  accomtjàre  ecc.  ecc.),  e  quindi  nel  participio 
0  in  forme  che  dal  participio  dipendano  (-àto  -àta);  ma  non  ne 
danno  nessuna,  o  pressoché  nessuna,  nel  nome  vero  e  proprio. 
Ancora  si  consideri  l'assoluta  esiguità  della  serie  nominale  in 
cui  sia  CA'  di  sillaba  interna  (come  in  porticàle,  Arch.  15-17), 
in  confronto  della  sterminata  serie  dei  verbi  in  -CARE,  Doveva 
dunque  il  fenomeni»  riuscir  di  gran  lunga  più  frequente  nel 
verbo  che  non  nel  nome;  e  la  naturai  sua  deficienza  nelle  serie 
nominali  rendeva  poi  queste  ben  più  accessibili,  che  non  fosser 
le  verbali,  agli  elementi  estranei  e  non  assimilati. 

Ma  un'altra  specie  di   vario  limite  va   notata,  per  entro  il 


*  Cfr.  ScHFOH.  1.  e.  18  pr.,  19  20,  Haef.  14-15. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  Riflessi  dell'a.  Introduzione.  75 

verbo  franco-provenzale,  rispetto  al  fenomeno  di  cui  parliamo. 
È  la  varia  entità  dell'effetto  che  la  palatile  produce,  nella  mag- 
gior parte  del  territorio  franco-provenzale,  secondo  che  si  tratti 
dell' rt  del  participio  o  di  quello  delle  altre  forme  verbali.  La 
differenza  consiste  nell'effetto  men  grave,  e  anche  lieve  o  im- 
percettibile, che  della  palatile  si  risente  nel  participio  ;  e  si  av- 
verte nel  dipartimento  dell' Isère  (non  però  in  tutte  le  varietà), 
nella  Savoja,  in  Val  Soana,  in  Val  d'Aosta,  nel  Vallese,  e  in 
certi  distretti  del  Vaud;  laddove  cessa  di  apparire,  per  aversi 
anche  nel  participio  l'alterazione  più  profonda,  nel  resto  del 
Vaud,  nei  cantoni  di  Friburgo  e  Neufchàtel,  e  nel  distretto  ber- 
nese fra  il  Jura  e  il  lago  di  Bienne.  Ginevra  sembra  oscillare 
tra' due. 

Di  questo,  come  dell'ex  A'  che  è  in  Val  d'Aosta  nell'infinito 
non  palatile,  gioverà  che  si  ritocchi  nel  §  III;  e  ora  senz'altro 
qui  si  passa  a  dir  delle  ragioni,  secondo  le  quali  è  composto  il 
prospetto  fonetico,  al  quale  son  premessi  questi  brevi  cenni.  Si 
è  voluto  ch'egli  incominciasse  dal  dimostrare,  abbastanza  com- 
piutamente, anche  la  parte  negativa,  cioè  il  mancar  di  que- 
st'azione delle  palatili  nel  territorio  provenzale';  e  tanto  pii!i 
volontieri  s'è  ciò  fatto,  in  quanto  ne  veniva  l'opportunità  di 
altre  distinzioni  parecchie.  Si  parte  in  questo  modo  dalla  Fran- 
cia di  sud-ovest,  all'Atlantico;  e  percorso  il  territorio  della 
lingua  dell'oc  in  sino  all'Alpi  Cozie,  s'entra  poi  a  misurare, 
con  tutta  quell'accuratezza  che  i  mezzi  e  le  forze  consentano, 
l'intiera  catena  dei  dialetti  franco-provenzali.  Si  perseguono 
poi  le  vestigia  di  questo  tipo  dialettale  tra  il  francese  a  po- 
nente ed  a  levante;  e  infine  si  mette  capo  ne' dialetti  francesi 
della  sezione  di  nord-est,  per  la  quale  si  riesce  ancora  in  fac- 
cia all'Atlantico,  nell'estremità  settentrionale  del  continente 
francese,  che  è  come  dire  al  punto  quasi  opposto  a  quello  onde 
nel  continente  medesimo  si  prendevano  le  mosse.  E  un  rapi- 
dissimo taglio,  in  direzione  latitudinale,  ci  conduce  simultanea- 
mente anch'esso,  per  il  centro  della  Francia,  dalla  serie  franco- 
provenzale all'Oceano. 

Dialetto   per   dialetto,   si  considera   imprima   la  solita 


Cfr.  vScHtTii.,  I.  e,  17  e  25-G. 


76  Ascoli, 

continuazione  dell' «  tonico  (I);  poscia,  se  ne  è  il 
caso,  la  continuazione  speciale  àeW  a  tonico  a  cui 
viene  a  precedere  un  suono  palatile  (II);  in  terzo  luo- 
go, la  solita  continuazione  dell'a  di  sillaba  finale 
fuor  d'accento  (III);  e  finalmente,  se  ne  è  il  caso,  la 
continuazione  speciale  di  quest'atona,  allorché  viene 
a  precederla  un  suono  palatile  (IV). —  Più  volte  si  consi- 
derano inoltre,  in  una  rubrica  apposta  (V),  le  sorti  della  formola 
AN +  C07ZS.;  ma,  per  quello  che  si  attiene  all'-^n^  participiale,  gli 
esempj  qui  raccolti  abbisognano  ancora  di  qualche  indicazione, 
che  si  aggiunge  nel  §  III. 

Incominciamo  dunque  dal  percorrere  il  territorio  della  lin- 
gua dell'oc;  e,  come  già  si  è  detto,  qui  non  trattasi,  per  il  feno- 
meno a  cui  principalmente  miriamo,  se  non  della  dimostrazione 
negativa. 

Bassi  Pirenei  -  Bajona:  cap,  douman  domani,  lleba  levare,  levato,  anegade 
annegata;  yuiya  giudicare,  carreya  carreggiare  (portare);-  hemne  feniina, 
bilie  vecchia  ', 

GiRONDA.-  Bordeaux:  cap,  bcrilat  \eritk,  arribat  arrivato,  prouba  provare; 
habillat  frc.  habillé,  bangea  frc.  venger;-  done  donna,  la  falche  la  fac- 
cia.        La  Rèo  Ile:  annades  annate,  ame  fanne;  ère  erat  ^. 

Gers.-  tournat  tornato,  trouba  trovare,  home  fame;  bito  vita,  hesto  festa,  ero 
erat. 

LoT  ET  Garonne.  -  Agen:  libertat  piatati  cargat  caricato,  minja  mangiare; 
eillado  occhiata,  me  tourmento  mi  tormenta,  me  laisso  egli  mi  lascia,  a 
la  Ho  alla  tua,  grado,  amourouso  embejo  (envie);  countes-tu  conti  tu,  tu 
me  sembles  ^. 

DoRDOGNE.-  Sarlat:  gorda  guardare,  boya  baciare,  vouydat  frc.  vide,  em- 
brossado  abbracciata;  q-oal  quale,  tsas  frc.  che/,;-  fennos  perdudos,  veno, 
forsso,  joyo,  vento  veniat;-  ÀN:  po\-  ed  o  per  l'A  fuori  di  accento,  ini- 


*  Per  r  -e^  -A  f.  d'acc,  nel  bearnese,  v.  Rev.  IV  90  segg.,  516-17  (princ. 
del  sec.  XV),  VI  68-9  (stessa  età),  e  ib.  243.  Secondo  un'autorità  citata  dal 
FucHS  (Unr.  zeitw.  272),  il  bearnese  scrive  -e,  ma  pronuncia  -o.  L'Alart, 
Rev.  IV  520,  non  1'  avverte. 

*  Un  saggio  bord elese,  del  sec.  XVIII,  è  nella  Rev.  VI  239. 

'  Cfr.  DoNNODEViE,  'Cortète  de  Prades,  poète  agenais  du  XVIIe  siècle', 
Rev.  III  181-90,  e  un  saggio  del  sec.  XVIII,  ib.  VI  242.  Il  dialetto  che  usa 
Cortète  differirebbe  poco  da  quello  di  Goudelin  (tolosano).  Al  Cortète  vedo 
poi  attribuirsi  (Rec.  171,  179;  e  altrove)  anche  la  Capiate  ou  Pastourale 
limousine,  e  la  scena  sarebbe  a  Nontroo,  dove  stiara  per  arrivare. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L'a  lat.  nel  territorio  provenz.  77 

ziale  e  mediano:  otriigos,  amour,  oiissa  alzare,  onel,  onen  andisimo 'pìosé 
possa,  porla,  ecc.  Nontron  '.  L'a  incolume  nei  participj:  coumanda. 
ariba,  tourna,  rassembla,  tua,  coumer^gado,  eylougna,  mindgea,  petcha 
toucha  ecc.-,  e  ancora:  annadós,  santa.  Ma  gl'infiniti:  manquais,  entrais 
gardais,  troubais,  vouiadgeais,  predjais  pregare  ;  e  cosi  nelle  seconde  plur 
dell' imperat.:  tratais  me,  pourtais,  menais,  tuais  (circa  donnés  me,  cfr, 
dounevo  allato  a  mendjavan);  e  inoltre:  braivé  bravo  (bello),  grais,  tcliais 
chez.  Atono  finale:  fumino,  bouno  tchéro,  ma  al  pi.:  fennais  perdudais.- 
ÀM:  foni'  (cfr.  Chabaneau,  Rev.  V  186). 

Alta  Vienna  (Alto  Limosino).-  Participj  :  rétrouba,  chanta,  anoungado,  minja; 
inoltre  :  marcha  mercato,  jolado  frc.  gelée,  annadds.  Infiniti  :  lécas,  trou- 
bàs,  chantas,  toumbas,  parlas ,  viras,  vouéydas ,  poyas  pagare,  jugeas 
minjas.  Sec.  ps.  pi.  imperat.:  portos,  dounàs  me,  boillas  me  datemi  (bail- 
lez)*.  Del  resto:  bla  frc.  blé,  char  frc.  cher,  chaz  se,  santa.  Atono  finale: 
fanno,  naturo.  Frango,  folio,  nevia  *nivea  neve  (l'esatto  parallelo  del  frc. 
neige ),  juro  jMvat;-  radas  ruote,  las  paubras  fiUtas.  AM:  fam;-  almo 
amat,  alme  amo,  {dment)',  AN:  vaino  vana,  sur  lo  mountaign"  é  dts  (dans) 
la  plelna;  ALL:  las  ballas,  las  timbolas  ;-  ov  =  ÀB:  vaulovant,  chosso- 
vant^.~  A  iniziale  o  mediano,  fuor  d'accento,  in  a:  ovanga,  socrado,  cJios~ 
sodour  cacciatore. 

CoRRÈZE  (Basso  Limosino).-  Participj:  està,  plontado,  nedsado  annegata; 
cfr.  fumado  frc.  fumèe,  villado  frc.  veillée.  Infiniti:  ana,  tourna.  Sec.  pi. 
imperai.:  sostsas  sachez.  Inoltre:  pra,  darà,  possavoun  passavano,  tira- 
voun,  se  permenava  *. 

Cantal  (Alta  Alvernia,  iVa/irftJ  Ouvérgna).-  Chalinargues.  Participj  :  jjas- 
sat  à  sous  efóns,  trota  tratadà,  mandza  mangiato,  predza  pregato,  pètza 
peccato,  toutza  toccato,  tzardzadà  caricata,  aflcdzadu.  Infiniti:  ploura, 
trauba,  accaiimpagna,  voudiadsa.  Altre  voci:  ar  tza  alla  fine  (in  capo),  tzas 
chez,  ahràs  ale,  rnahr  male,  oustahr  casa  (ostale)  \  Atono  finale:  énà  gronda 


*  Siamo  all'estremità  settentrionale  del  Perigord,  e  rasentiamo  l'Alto  Limo- 
sino; cfr.  CoQLEBERT  DE  MoNTBRET,  Mèi.  26-7.  Lo  Chabaneau  studia  il  par- 
lare di  Nontron  insieme  col  limosino,  nella  sua  grammatica  che  ho  già  lodato. 
Della  quale  però  mi  manca  il  principio  (i  primi  quattro  capitoli),  dove  per 
certo  si  troveranno  delle  preziose  indicazioni  di  geografia  dialettale. 

*  La  sec.  pi.  pres.  ind.:  boillas  fa  rima  con  batoillas  battaglie,  Sphn.  186. 

^  Cosi  minjovant  (ma  St.-Yiieix:  mingeavent,  dansavent,  cfr.  il  basso  li- 
mosino}; e  al  sg.  I'a  incolume  in  entrambo  le  parabole:  boillavo,  dounavó,  se 
prelmavo  si  approssimava. 

*  Saggi  di  basso-limosino,  del  sec.  XVIII,  s' hanno  nella  Eev.,  VI  233  segg. 

*  ahrte  altro.  Ma  vohrt  115  {é  què  voui  vahrt  mal  quo  sept  èfóns),  che  deve 
significar  'vale'  *vault;  e  coinciderebbe,  se  é  corretto,  con  vohrt  \uo\e ,  111.- 
Nei  saggi  'alvernii'  del  Rec  :  mau  {Si  la  teste  vou  foùe  mau)  39,  tau  (Jamoùé 
nen  fuguet  de  tau,  giammai  non  ne  fu  di  tale)  39;  chavau  55;  ma  son  saggi 
che  rappresentano  dei  tipi  dialettali  affatto  diversi  da  quello  di  Chalinargues. 


78  Ascoli, 

famina;  a  douos  fénnàs  Mouabitds;  énà  veilha  cowsfewma;  ecc.  AM,  ÀN: 
òmà  amat,  fon,  t2Ón  tzóns  campo  -i;  pò  pane,  tjo  cane,  mó  mós  mano  -i, 
óns  anni,  gran  gronda  gróns,  efóns,  dèoónt  davanti,  lei  vivóns  frc.  les 
vivants,  en  disón  en  disant;  aboundòncia ;  la  dònsà\-  campo gnà.  Au- 
rillac.  Participj:  osseimblat,  éloignat  ecc.  Infiniti:  gorda,  prega,  mein- 
gia.  Altre  voci:  piotai,  soìitat,  ouslaou.  Atono  finale:  botino,  coulero,  ecc. 
ÀM,  AN:  fom,  comp,  grondo,  compogno,  {aboundancio).  A  iuiz.  o  med. 
fuor  d'acc:  ococat  frc.  acbevé,  ecc. 

PuY-DE-DÒME  (Bassa  Al veruia).-  Saint-Amant  Tallende.  Participj:  sab6 
achevé,  retroubo,  noumu,  pelso,  mantzo  (ma:  tua  tioua  27  30).  Infiniti: 
manqua,  ludsa  logare.  Altre  voci:  tza  chez,  tzan.  Atono  finale:  las  fen- 
nas  de  mauvaso  vidò;  ero  erat '. 

Arriège.  -  Saiut-Girons:  ptc.  rentrach  rientrato,  plegach,  pecach,  despen- 
sach  ecc.,  cfr.  2.  ps.  pi.  imperat.:  pourtach^  ;-  inf.  malica,  guarda;-  altre 


•  Cfr.  Rec.  52-55. 

^  A  prima  vista  può  parere,  che  lo  eh  del  ptc.  m.  sg.  (plegach  ecc.)  sia  lo 
ch  =  CT  (fach  ecc.)  che  si  estenda  analogicamente  anche  ad  altri  verbi,  come 
altrove  iu  effetto  avviene  (cfr.  p.  e.  Arch.  I  258).  Ma  si  tratta  forse  di  ben 
altio;  e  nel  vivo  desiderio  che  presto  ci  vengano  dei  sicuri  schiarimenti  da 
chi  sia  in  grado  di  fornircene,  io  esporrò  intanto  un'ipotesi,  che  mi  esce 
dalla  penna  con  tanto  maggiore  esitanza,  quanto  più  sarebbe  importante  l'af- 
fermazione del  fenomeno  a  cui  penso.  Dico  dunque,  che  par  qui  aversi  una 
sibilante,  scritta  ora  eh  e  ora  x,  per  la  quale  si  continui  uno  2  =  ts,  di  fase 
anteriore,  e  i  participj  di  Saint-Girons  risultar  quindi  altrettante  figure  nomi- 
nativali  (ant.  prov.  amatz  ecc.).  Ugualmente  sarebbe  da  ^  =  fs  lo  cTi  o  a;  che 
r  Arriège  ci  offre  nella  sec.  ps.  pi.  dell' imperat.  (  Saint-Girons  :pourtac?i.,  me- 
nax;  Pamiers:  pourtax,  menax),  la  quale  esce  per  tz  pur  nell'ant.  prov.: 
chantàtz  (Saint-Girons:  bezets  vedete).  Ma  anche  uno  z  =  lls  dovrebb'essersi 
qui  avuto,  il  quale  ricorderebbe  V-alz  -elz  ecc.  degli  antichi  dialetti  (cfr. 
Chabaneau,  Rev.  VI  96);  e  così  chiarirsi  lo  eh  di  coc/i  =  cols  (circondario  di 
Foix:  col)  collo,  e  questo  esemplare  toglierci  pressoché  ogni  dubbio  circa  gli 
altri  che  ora  seguono:  bedech  —  heàels.  (circond.  di  Foix:  bedeilh),  aquech 
=  aquels  (Foix:  aquel),  eeh  eichz=e\s  (Foix:  el)  egli,  lui,  ed  anche  per  sem- 
plice articolo.  Sarebbe  però  aflfatto  caratteristica  quest'abondanza  di  forme 
in  cui  si  continuasse  l'antico  s  del  nominativo;  tal  che  appena  avrebbe  riscon- 
tro nel  -s  de' predicativi  di  Sopraselva  (Arch.  I  63  550  b,  cfr.  i  moderni  con- 
tinuatori di  *fond-s  *ann-s,  Arch.  Ili  4);  e  gli  è  appunto  l'abondanza  che 
deve,  in  questo  caso,  renderci  più  dubbiosi  che  mai.  Tutto  forse  risulterà  una 
mera  illusione;  ma  è  pur  duro  il  credere  che  altro  non  si  abbia  a  ricono- 
scere, nella  serie  dei  participj,  se  non  l'alterazione  di  una  dentale  primaria, 
e  nella  serie  ultimamente  addotta,  l'alterazione  di  una  dentale  secondaria,  cioè 
di  un  *  0  d  da  II  di  fase  anteriore  (cfr.  II,  10,  e  sin  d'  ora  il  bearn.  beth 
aram  =  beir arara ,  beau  rameau,  Rev.  IV  90).  Comunque,  torniamo  a  chieder 
lumi  a  chi  ce  ne  può  dare;  e  intanto  notiamo,  ad  ulteriore  appoggio  di  ch  =  z  =  ts, 


Schizzi  frauco-prov.  §  II,  1.  L' a  lat,  nel  territorio  provenz.  79 

voci:  hame  fame,  pa  pane;-  atono  finale:  famino,  caussw'os,  ecc.  Pa- 
miers:  ptc.  rintrat,  ramassat,  peccat,  eloignat,  ecc.  Circondario  di 
Foix,  all'estremità  verso  la  Spagna:  una  granda  famina,  en  bouna  sun- 
tat]  festo;  ero  erat. 

Alta  Gauonna.-  Tolosa:  anat  arìdato,  aymado,  cou^nengado,  estudiat;jougai 
fouleya  folleggiare, prowJui'ja  propagare;  &eoM<rt<,  tal,  houstal\-  de  sa  bouco 
dousso  di  sua  bocca  dolce,  huros  ore,  aureillo  aureilhos,  beilhos  tu  vegli. 

Tarn  et  Garonne  -  Montauban:  peccat,  eloignat;-  festa,  aboundango \ - 
fan  fame,  cans  campi. 

LoT.-  Cahors:  counta  contare,  fiVa  tirare,  baila  (bailler)  dare,  plontat  ^\din- 
tato,  cambiai,  englatiat  ghiacciato;-  porto  la  porta,  vergogno.-  ÀN:  demo 
domani,  mo  mano,  co  cane,  plonch  piange,  grond  grondo  grande;  e  fre- 
quente nei  versi  di  Pelissié  anche  o  per  l'A  fuori  d'accento,  iniziale  e 
mediano:  obé,  obeillos,  ognels,  xolous  geloso,  ecc.  Gfr.  'Dordogne'  e  'Can- 
tal', finitimi  a  questo  territorio. 

AvEYRON.-  Rodez:  oppelat,  elouègnat;-  so  primiero  raoubo,  obio  habebat;- 
effons  '. 

Aide.-  Carcassonne:  acabàt,  appellai,  manjeai^ ;  iroubw,  dounatz-mé;- 
touto  sa  fortuno.  Nel  'Virgilio'  di  Narbonna:  montai,  aisado;  parla, 
bailla-  ecc.  '. 

Hérault.-  Montpellier:  dounat,  habillal;  ploura,vouiagea;  man;-  lano, 
campagna,  ecc.  Ma  quest'  -o  di  Le  Sage  non  accenna  propriamente  a 
Montpellier.  L'abbiamo  bensì  a  Agde,  che  resta  a  sud-ovest  di  quella  città 
(Mél.  510:  uno  grando  famino,  annados;  ero);  e  a  Lodève,  che  le  sta 
a  ovest-nord-ovest,  par  che  si  oscilli  (Mél.  511:  festa,  dansas,  era,  ap- 
proujaba;  los  peloufos,  boulio  voleva,  dounabó;  cfr.  'Ardéche');  ma  nel 
vero  dialetto  di  Montpellier  e  dintorni,  è  costante  il  caratteristico  -a 
(Mél.,  512:  festa,  femmas  perdudas,  désirava,  ecc.;  cfr.  Chabaneau,  Reo.  V 
180,  e  più  saggi  letterarj  nella  medesima  collezione). 

Lozèbe:  appelai,  mangeat;  annados;-  fon. 


lo  eh  della  Dordogne  (Sarlat)  per  t  +  s  di  plur.:  incoumoditach  Rec.  70,  lous 
gronach  le  granate  (i  granati)  71,  lous  prach  i  prati  68.  E  nel  'Virgilio'  di 
Narbonna:  montax  montati  Rec.  47,  obligax  obbligati  ib. 

*  Cfr.  Vayssieb,  'Le  dialecte  rouergat',  Rcv.  Ili  78-85  354-55  (carne  j'aime  ; 
f.  d'acc.  :  oimd  eimci;  79,  cfr.  355),  con  un  saggio  del  XVII  secolo  (81-2). 
Al  medesimo  secolo  appartengono  le  poesie  di  'Doni  Guerin',  di  Nant,  che 
s' hanno  nella  stessa  Eev.,  V  377-92  (cfr.'  VI  135-7),  VI  138-47,  accompagnate 
di  due  saggi  di  versione  nell'odierno  vernacolo  pure  di  Nant.  Ancora  in  quella 
collezione,  VI  210-16,  squarci  di  un  poeta  vernacolo  di  Millau,  'Claude  Pey- 
rot',  secolo  XVIII, 

*  L'è  di  questa  forma  par  sicuro  indizio  di  propagginazione,  cfr,  mandsea 
(allato  a  mandjar)  s.  'Alta  Loira',  e  Nyons  s.  'Dróme'. 

'  Saggi  odierni  dei  dialetto  narbonnese  (Escale»  e  dintorni)  s' hanno  nella 
Eev..  VI  266-r». 


80  Ascoli, 

Gard.-  NImes:  destacat,  laissat;  presta,  gaffna;  tau,  ouslau\-  bonno  fieiro, 
fillo;-  pan,  fan.  Le  Vigan:  afamat,  manr/iat-  trouba,  mangéa;-  une 
grande  faminè,  unii  béle  raube,  annades  ;  ere  *. 

Alta  Loira.-  Dintorni  di  Le  Puy:  ^itc.  atchaba,  ilouagnat,  petcha,  man- 
dzea;  troubar,  priar,  mandjar;-  una  grande  tcharestio,  una  bague;  ere\- 
fon  fame,  tzons  campi,  efons  -. 

Ardèche.  -  Privas:  ptc.  noumà,  trouba,  pecha,  oubligea,  mongea,  indinia  ; 
inf.  empourta,  sé  louia  collocarsi,  pré'ìa,  soun'la  frc.  soigner  ;  -  vido  vita  ; 
ero;-  ÀM,  ÀN,  fon,  pón,  grongeos  *granias,  grondo,  lou  donce.  Cir- 
cond.  d'Annonay:  ptc.  achaba,  inf.  chanta,  praia;  ma  tuais  *tuats  2.  ps. 
pi.  imjierat.;-  una  granda  famina;-  pan,  fam,  champs. 

Bocche  del  Rodano.-  Marsiglia.  Participj:  estat,  mangeat;  inf.  irouba[r], 
laissa,  alacha  allattare;  trattas  mi  trattatemi;  oustaou,  fam,  pan;-  fa- 
mino,joio,  ben  facho  ben  fatta;  ero.  Ma  sull'-A  fuor  d'accento,  si  sente 
l'influsso  dell'i  tonico  ed  atono  che  gli  preceda:  avié,  venie,  fasie,  habe- 
bat  ecc.  (ant.  prov.  avia  ecc.),  foulie  (ant.  prov.  folia);-  jusiici,  malici, 
igraci  disgraci,  presenci,  memori  (ant.  ^rov.  justicia  grada  ecc.);  cfr. 
'Dróme'  '. 

Varo.-  Tolone:  acaba  aclievé,  paga  payé,  ma  mare;  la  traversado,  vieto 
vecchia,  ecc.;  ma:  avie  habebat,  fu'ié  faciebat,  counnouissié. 

VALCHirsA. -  Avignone:  ptc.  atrouva,  mandza,  fatta  frc.  fàché;  inf.  garda 
vouiadza^.  Carpentras:  accouchado,\x\L  lougea  frc.  loger,  tooM  tale;- 
uno  flamo  vivo,  ma  feno,  paillo,  les  oureillos;  ma:  avié  habebat  148,  Ma- 
rie 146  {Mario  147,  nostro  patrio  ib.). 

Bassk  Alpi.-  Circond.  di  Castellane:  ptc.  rintra,  pecca,  oublija,  manja; 
trouvar, pregar,  vouyajar;-  famino,  frémos  {iemme)  per dudos  ^  ;  ero;  ma: 
avié,  voulié.  Cantone  di  Seyne:  une  grande  faminc,  la pu  belle  raoube, 
la  paraoule,  de  freme  s  par  due  s,  escorses;  ère,  dounave. 

Alte  Alpi.-  Gap:  ptc.  appella,  pecha,  approucha,  mangea;  regalar,  tuar, 
mangear,  priar;-  dounavo;  ma,  oltre  aie  'habebat'  e  voulié:  bouene,  la 
danse,  ecc. 

Dróme.-  Val  enee:  ptc.  achaba;  inf.  garda,  se  louyà  collocarsi;  migeavant; 


•  Della  varietà  di  Colognac,  distretto  di  Le  Vigan,  son  saggi  nella  Eeu., 
sed.  d.  2  marzo  l870,  e  VI  103  segg. 

^  Per  il  distretto  d'Yssingeaux,  v.  'Loira',  in  nota. 

^  Diventa  questo  fenomeno  come  una  caratteristica  della  moderna  Provenza, 
in  opposizione  alla  Linguadoca;  cfr.  Rec.  173  e56,  FiCHS,  Unr.  zeitw.  237  257; 
e  potrebbe  anche  parere  quasi  un  prodromo  degli  esiti  franco-provenzali.  Ma 
si  rivede  anche  alla  estremità  di  sud-ovest;  Fuchs  ib.  272. 

*  Per  r atono  finale,  Schn.:  ta  ben  eimado,  afligeado,  vido,  coumando  3. 
ps.,  ecc.;  ti  fachés  pa  te  fà:hes  pas;  e  la  Par.:  une  grande  famine ,  a  sa 
grandze  (grange),  ere  ed  erou  erat,  sa  première  raoubo;  cfr.  Rev.  Ili  86-7, 
356-9,  IV  80,  V  219-24.-  Per  AM,  Schn.:  aymo  amat,  almi  amo. 

^  de  touteis  causos. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  I.  L' a  lat.  nel  territoiùo  provenz.  81 

pan,  fam\-  mauvaiso  vio  frc.  mauvaise  vie,  uno  laguo,  campagna,  (las 
restas),  doundoo,  èro,  auriot^  *aur-Ia  avi'ebbe.  Die:  ptc.  tua,  romossa, 
pétsa;  inf,  gordd,  trétàs,  conv'às',  mindzavoun^;-  coulero,  fomìno,  (déi- 
baoutsas,  sas  ontraillàs,  eimuàs);  dannavo,  ovia,  folio  frc.  fallait,  ooicrio;  - 
AM  A!N,  fon,  tsoms  campi,  pon,  grondo,  éfon  éfons,  oou  dovont  frc.  au 
devant,  pourtont,  hobiton,  dion  frc.  ayant,  couront,  réoénon  ;  -  o  per  l'A  f. 
d'acc,  iniz.  o  raed.  :  oné  andò,  oppéla  ptc,  pois,  gorgon,  tzobri  capretto.  — 
Le  Buis:  ptc.  ramassa,  mangea,  pccha;  inf.  entra  ecc.  ;  2.  pi.  imperai. 
passas,  tuas,  {beylal);  mangeavoun;-  bello  raubo,  richessos,  manobros 
mani-opere,  canipagno,  grangeo;  dounavo,  èro,  ma:  avi  *avia,  vouli,  fouli 
fallait,  ouri  *avria;  cfr.  ^Bocche  del  Rodano'.  Nyons.  Qui  si  avverte 
un  modo  di  trasci'izione,  che  può  considerarsi  come  un  altro  precursore 
degli  effetti  della  palatina  suU'a  che  le  sussegue.  Allo  s  (eh,  cioè  lo  è  di 
sa  =  CA)  segue  sempre  un  i;  e  analogamente  allo  /.  Si  osservino:  chiaouso 
cosa,  chians  campi,  chiabri,  péchia  ptc,  touchia  ptc,  atachia  inf.,  oubli- 
gia  ptc,  tnangia  ptc,  mangiavoun,  vouiagia  inf.;  giamé;  e  ancora  si 
confrontino:  indinia  ptc,  eilounia  ptc;  e  dinanzi  ad  altre  vocali:  jtown*^ 
giovane,  rejioui  regioni,  oubligié  obbligò,  toujeou  frc.  toujours';  e  pur  dini 
degno.  Del  resto:  consuma  ptc,  garda  inf.,  pria  inf.,  ecc.-  A  finale,  f. 
d'acc:  vido,  festo,  fénos  perdios;  dounavo,  ero,  ma:  avi  vouli  fouli. 

Ora  entriamo  finalmente  nel  territorio  franco-provenzale: 

IsÈRE.-  Grenoble.  I.  pra  84,  à  mon  gra  ib.,  bontà  136;  inf.  imita 
83,  habità  105,  s'attrappa  84,  passa  106,  e  pur  cria  105;  chan- 
tavon  136;  consolas-vos  106;  dar  140,  pan  141,  ecc. —  II.  L'effetto 
della  palatile  è  continuo  suU'a  dell'infinito:  coicchier  104,  diar- 
chie 143,  diaudiier  (calcare)  fouler  aux  pieds  171,  mardiié  135, 
cachié  ib.,  s'approdile  81,  albergier  106 ,  migier  migié  85  106  131, 
se'ié  faucher  un  pré  193,  joyé  145  ^  songié  131,  travaillié  136,  hri- 
lie  (1.  brillié)  ib.,  comendé  104  133,  daitsié  134,  tapissié  132,  ven- 
déimié  196;  IR:  virié  86  145,  tirié  105  106.   Ma  se   passiamo   al 


*  Così  óurió  nel  limosino,  Rev.  VI  182. 

■■'  L'c  nella  2.  pi.  imperat.  :  trétè  me,  tuè-lou  ecc.,  o  proviene  dalle  altre 
conjugazioni  {oddusè  adducete),  o  dal  francese. 

"  Cfr.  la  nota  a  'Aude',  e  la  seguente  osservazione  del  Fuchs  1.  e.  279  (Schuch. 
1.  e.  25):  'Zu  bemerkea  ist  noch  der  bei  Ravel  (poeta  alverniate)  durchgàn- 
gige  gebrauch  eines  e  nach  eh  uadj,  auf  welches  a  oder  o  folgt;  z.  b.  cheat, 
cheamp,  chéarman,  cheapet  chapeau,  cheavautc  chevaux,  fricheo  fralche, 
jéardi  jardin,  Jéaque  Jacques,  jeon  jour  u.  s.  w.' 

*  E  pur  loyé  lodare  140,  dove  è  un  j/  epentetico  per  rimediare  all'iato 
{lo-àr).  Allato  a  pc  mieu  joyé  sou  tour  145,  si  aggiunge:  [jouire  et  joule, 
jouer  à  des  jeux  amusans'  182. 

Archivio  glottol.  ital.,  III.  •"" 


82  Ascoli, 

participio,  la  cosa  si  fa  ben  diversa.  Nessun  effetto  vi  si  vede 
dello  s,  dello  z,  o  dello  j;  onde  abbiamo:  eroditi  105,  percha  139, 
neyas  annegati  106,  loyat  frc.  loué  (affittato)  142,  rengeat  pi.  m. 
140,  migeat  mangiato  103  (e  così  all'imperf. :  migeave  138),  lo- 
geas  106,  ouhliat  103,  [gagna  106].  E  dopo  f ,  ?,  e  il  r  di  IR,  ben 
si  vede  spuntare  l'i,  ma  I'a  del  partic.  rimane  insieme  intatto. 
Così:  dressia  ra.  e.  f. ,  frc.  dressé  -ée  (un  echauffaut  dressia  141, 
su  lo  thiatre  dressia  145,  la  tahla  fut  dressia  138),  plassia  m.,  frc. 
place,  138,  gencia  m.,  prov.  gensat  (ornato),  141,  caressia  f.  145, 
blessia  f.  ib.,  tapissia  m.  132  (inf.  -ié),  Uria  m.  105  (inf.  -ii'),  no- 
tra  caillia  'quagliata'  (latte  rappreso)  148 ^•,  e  si  aggiunge  brisia 
f.  (flou  brisia  de  gréla  fior  spezzato  dalla  gragnuola,  153).  Va 
però  avvertito,  che  anche  I'a  del  participio  subisce  gl'influssi  della 
palatile  nel  vernacolo  del  cantone  di  L'Oysan,  al  sud-est  di 
Grenoble,  il  quale,  accanto  al  ptc.  peichia  (e  pure  all' inf.  rassa- 
zia  116)  117,  ci  offre  1  ptc.  migi  migé  116  117  119,  e  onhligi  116 
(cfr.  gl'inf.  se  louir  116,  danssi  US) ,  e  vi  si  potrà  aggiungere 
beylet  (cfr.  la  2.  pi.  imperat.  bailla-méllQ)  1172;  ma  all'imperf.: 


'  È  in  una  poesia  dei  dintorni  di  Grenoble ,  e  fa  rima  con  mouilla  (  la 
rousa,  Qu'u  mey  de  may  la  rousa  a  mouilla,  la  rosa,  che  al  mese  di  maggio 
la  rugiada  ha  umettata).  Ma  non  ne  viene,  abbastanza  sicuramente,  che  s'ab- 
bia a  accentuare:  caillia;  e  così  a  porre  dressia,  e  per  il  mascolino  e  per  il 
feminile.  Quanto  alla  indifferenza  tra' due  generi,  cfr.  rousa  e  mouilla  nel 
verso  testé  citato,  e  mon  arma  deysola  153  (allato  a  ma  mina  malada  ib.). 
Il  plur.  del  fem.  esce  poi  in  -ey,  e  deve  trattarsi  di  *ù-e  *àje  *éji  (cfr.  'Ain', 
^V.  d'Aosta'  e  'Neufchàt.').  L'e=:A'  qui  si  ripeterebbe  dalla  palatile  susse- 
guente, come  in  ley  *laj  (illac)  là,  gey  *§aj  (ecce-hac)  qua,  celey  fr.  cela 
(ce-la)  105,  degey  deley  137.  Ed  ecco  esempj  per  il  pi.  fem.:  les  actions  rei- 
gleylS,  le  lanterne  posey,  alumey,  145,  vitrey  142,  le  boutiquet  sarrey  136,  le 
fene  ...bienparey  de  riban  ib.  Qui  si  chiarisce  bene  anche  epeye[t]  spade  137; 
ma  bougeyet,  frc.  bougies,  144,  non  istà  in  quest'analogia,  e  dovremo  forse 
vedervi  il  fenomeno  di  -ia  in  -èje,  che  altrove  sicuramente  occorre. 

^  Nel  vernacolo  dell' 'antico  paese  di  Trièves',  al  sud  di  Grenoble,  occorre 
abondantemente  il  participio  in  -o:  commayido  122,  donno  ib.,  retrouvo  ib.  bis 
(e  retrouva  121),  facho  frc.  fàché  ib.,  pecho  121,  miyeo  120  122,  éloigno  120, 
allato  a  ramassa\2Q,  appella  121,  ressuscifa  121  122.  L'-o  parrebbe  preva- 
lere dopo  le  palatili;  e  sarebbe  l'inverso  di  ciò  che  incontreremo  in  Val 
d'Aosta.  Notiamo  ancora:  santo  sanità  122;  e  rimandiamo  ad  'Ain',  'Jura', 
'Vaud  (Vallorbes  e  Commugny)',  e  'Vallese  (B)',  oltre  alla  già  ricordata  'Val 
d'Aosta'.  E  vedasi  anche  'Loira',  in  nota.  Del  resto,  all' inf.:  trouva,  tua,  e 
alla  2.  pi.  iuiperat  :  amena,  balla  (prov.  bailatz),  ecc. 


Schizzi  frauco-prov.  §  II,  I.  L'a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.        83 

migeaveant  l\6.  Del  resto,  ritornando  a  Grenoble,  non  mancano 
esempj  dell'influsso  delle  palatili  sul!' a,  quando  pure  s'esca  dal- 
l'infinito.  Evéchié  134  141,  clergió  134,  e  chair  136  141,  sono 
esemplari  che  per  vero  dicon  poco  o  nulla;  ma  piuttosto:  chieu, 
chieus  si,  135  106,  frc.  chez,  e  chery  (in  rima  con  leiteiry  let- 
tiera-136),  prov.  carri,  carro,  allato  ai  quali  può  considerarsi 
anche  Vi  a  formola  atona  iniziale,  in  chivat  cavallo  135136,  chiva- 
lié  133  ecc.  III.  auha  11,  aiga  ib.,  terra,  noutra  nostra  139  (pi.: 
porte  place  j ambe  135);  2.  ps.  sg.  imperf.  te  m'aya  131,  cfr.  te  sau- 
ria  (saver-avi'a)  sapresti  ib.  ;  3.  ps.  sg.  imperf.  bolicave  132,  voliet 
ploviet  139;  2.  ps.  sg.  pres.  si  te  ne  m' aide  pa  135;  3.  ps.  sg. 
pleure  11,  verse  154,  ecc. —  IV.  la  moindra  vilani  78,  tant  fare 
de  fouly  134;-  graci  108,  gracy  dégracy  136,  Eglezi  132,  misery 
ib. ;-  priery  ib.,  charreyry  134,  leiteiry  lettiera  136,  meinageiri 
130,  vercheiri  *vervicaria  (dote,  la  quale  specialmente  consisteva 
in  pecore  ecc.)  ib.,  daloue'iri  *dolatoria,  petite  hache  173  (cfr.  frc. 
doloire  e  spagn.  doladera);-  la  filli  78  129,  sa  familli  108,  la  veilli 
(vigilia)  ib. ,  pailli  104,  tailli  batailli  137,  rougni  rogna  147,  sagi 
saggia  78;-  la  giaci  106,  Franai  107,  pausi  dansi  151  (pi.  pance 
dance  144),  piaci  98  137  (pi.  le  place  135),  carassi  136  (pi.  ca- 
rosse  ib.),  foiblessy  noblessy  134  (noblessa  in  rima  con  pressa  137), 
conscienci  86,  naissanci  133,  esperanci  ecc.  105;  vichi  137,  gau- 
chi  ib.,  fraichi  fresca  141,  dimeyichi  dimanchi  132  145.  Cfr.  agi 
166,  frc.  baie. 
LoiRA.  (vernac.  del  Forez,  nell'ant.  Lionese):  I.  Vov,  naz  il  naso,  bri- 
daz  frc.  brider,  ni' empatchiaz  frc.  m'empèchez,  [que  faide  vous\- 
II.  qu  au  V ey  couchit  frc.  qu'il  est  couché*.-  IV.  la  pailly;  cfr. 
La  Bernarda  Buyandiri  (*bugandaria),  titolo  di  una  Hragi-co- 
media',  Lione  1658.  E  vedi  ancora  l'articolo  *Ain'  '-^. 


*  qu'aul  eyì 

'  Vittore  Smith,  raccogliendo  sopra  una  zona  ch'egli  dice  'au  midi  du  Fo- 
rez et  au  levant  du  Velay',  diede  alla  Rom.:  'Germine,  La  Porcheronne,  Chan- 
sons  foréziennes'  (I  352-5y),  'Cliants  de  quètes'  (li  59-71),  'Cliants  de  pauvres 
en  Forez  et  en  Velay'  (Il  455-7Gj.  Rincresce  che  il  benemerito  raccoglitore 
non  offia,  se  non  in  poca  parte,  il  genuino  testo  vernacolo;  tanto  pii»  che  il 
terreno,  sul  quale  egli  si  muove,  avrebbe  per  noi  una  particolare  importanza^ 
siccome  quello  in  cui  probabilmente  si  toccano  e  si  confondono  il  parlare  oci- 
tauico  e  il  franco-provenzale.  Citeremo,  per  ora,  da  un  canto  di  Duniércs 


84  Ascoli, 

AiN.-  Alla  sezione  occidentale  di  questo  dipartimento  vanno  di  certo 
attribuite  le  'Ciiansons  en  patois  du  pays  de  Eresse',  che  ab- 
biamo nei  MÉL.  144-9  (cfr.  *Jura').  Dalie  quali  prendiamo:  I.  brova 
(brava)  beila,  pi.  broves;  inf.  levo,  brotonno  gemmare,  germo- 
gliare S  demindo,  mario,  laisso  (che  anche  occorre  nella  funzione 
di  2.  pi.  imperat.); -  n^ltra  (un'altra,  canzone)  su  lo  m$me  ar'y 
[clés,  la  mariéé]. —  II.  aitassi  attaccati;  inf.  bailW^. —  III.  al- 
Inetta,  gara  guerra,  (pi.  feilles  figlie);  mèla  amica,  volé'ia  la  vo- 
lata; passa  egli  passa,  plinta  plantat  (bis),  ma:  pourte,  appale 
appellat; —  lY.  rhnpli  frc.  remplie;  cfr.  lo  premi. —  V.  and,  ant: 
grin,  quin  quando;  plinta  plantat,  deviai,  habitins  (cfr.  se  tenin 
frc.  se  tenant,  pindin;  e  anche  prin,  di  contro  al  frc.  prend), 
sinta  sinton  canta  cantano  (cfr.  sinsons  canzoni).  All'incontro: 
flanc,  dioumane  m.  domenica.  E  qui  ancora  ci  varremo  dei 
versi  b  re  ss  ani  (vers  bressands),  che  occorrono  nel  Reo.  25-34, 
e  danno  un  tipo  dialettale  diverso  da  quel  delle  'Chansons'.- 
I.  brave  belle  (brave),  verità,  bontà,  bon  gra,  inf.  garda  dezéma 
cria,  ecc. ^. —  II.  inf.  chorche  27  cercare,  per  joye  à  le  carte  per 
giocare,  prie  Di,  chassie,  IR:  uirie  casaqua,  IT:  per  c.udie  per 
credere  (pensare,  ant.  frc.  cuidier  coitare,  prov.  cuidar);  ma  i 
partici pj  all'incontro:  facha  (cfr.  notro  gran  pecha),  mania  man- 
giato, chassia. —  III.  arma  anima,  la  tempeta,  Nauarra,  bin  hata 
ben  alta,  via  vita;-  soffle  sufQat,  cade  cogitai. —  IV.  una  fuly 
(cfr.  papi  frc.  papier,  ecc.),  pepi  pipi[t]a;-  vn' etrangi  tarra,  vo- 
stra sagi  mare;  Fransi,  en  Breissi,  de  la  racy.  Qui  finalmente 
considereremo  anche  la  Joyousa  farsa  de  Jouannou  dou  Trou 
{Treu),  il  cui  dialetto,  se  pure  esce  dai  confini  dell'odierno  dipar- 


(Alta  Loira,  distr.  d' Yssingeaux):  é  tourna,  a  votra  porta  s'es  ììosa,  allato  a 
nostra  coumpagnio,  gagnàsa  vio  (II  63);  e  dalla  versione  del  medesimo  canto 
nel  dial.  di  Saint-Just-Malmont  (stesso  distretto):  é  tourno,  o  v  entro  porto 
s'a penso,  de  fillas  a  moria  (II  64).  Cfr.  l'ultima  nota  a  'Isère'. 

'  prov.  brotar  hrotonar,  sp.  brotar,  brote  brota  brotadura. 

'  L'effetto  della  palatile  successiva,  si  riconoscerà,  oltre  che  in  brés  *brui5 
braccio  (cfr.  la  nota  che  sussegue;  'Tarantasia'  ecc.;  e  il  §  III),  ancora  in 
voléia  *volà-a,  la  volata;  cfr.  'Isère',  in  nota. 

'  legue  25  (1-eghe)  risale  ad  *àigja  aqua  (cfr.  'Aosta');  pe  pace  è  *pài?,  e 
così  pie  *plàigt;  ma  è  singolare:  se  du  tier  etet  quelli  del  terzo  stato  25,  cfr. 
veyan  que  lo  zétet  (loz  etet)  no  seran  pie  a  vendre  34. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L"«  lat.  nel  territ.  franco-provenz.  85 
tiraento  dell'Airi,  non  ne  può  uscire  se  non  di  ben  poco  ^:  I.  ptc. 
redota,  ita  stato,  coucla  pensato,  regueita  *ri-guaitato,  inf.  -parla, 
enchanna,  dressa;  pan,  ecc. —  II.  ìnf.  rnezi  mangiare,  enragi;  cfr. 
congi  commiato. —  III.  oiina  poura  via,  la  plomma,  la  fortuna, 
honna. —  IV.  cela  foli;-  vengenci,  poissanci,  Franfy  cfr.  n.  19, 
Vecharpi  hlanchy  ^. 

JuRA  (dipart.  del).-  Non  solo  la  'Eresse'  propria,  ma  pur  tutta  la 
provincia  a  cui  si  estendeva,  ne' vecchi  tempi,  il  nome  di  'Eresse' 
(Eresse,  Dombes,  Bugey),  riman  compresa  entro  i  confini  del- 
l'odierno dipartimento  dell' Ain.  Ma  sotto  il  nome  di  'Eresse'  deve 
o  dovette  intendersi,  nell'uso,  anche  un'ampia  contrada  che  entra 


'  Trou  è  forse  la  pronuncia  vernacola  di  Trécoux,  sulla  riva  sinistra  della 
Saona,  al  nord  di  Lione?  Il  'nostro  duca'  (notron  Dou),  di  cui  parla  e  sparla 
il  poeta,  sarà  quel  di  Savoja.  La  ristampa  della  Farsa,  fatta  a  Lione  nel  1594, 
è  preceduta  dal  Cruel  assicgement  de  la  ville  de  Gais  qui  a  esté  faict  et  mis 
en  rime  par  un  citoyen  deladicle  ville  de  Gais  en  leur  langage  (Reo.  5-14  ). 
Per  'Gais',  che  nei  versi  dieW  Assiégement  è  'Gey',  dovremo  intendere  Géx. 

^  Sarebbe  di  molta  importanza  la  pubblicazione  degli  antichi  testi 
franco-provenzali  di  cui  parla  e  dà  un  saggio  lo  Champollion-Figeac 
a  pag.  160-4  dell'opera  che  abbiamo  citato  tra  i  fonti.  Son  quattro 
scritture  che  tutte  forse  andrebbero  attribuite,  e  tre  di  certo,  a  'Mar- 
'guerite,  fìlle  d'un  seigneur  de  Duin,  en  Savoie,  prieure  de  la  Char- 
'treuse  de  Sainte-Marie  de  Poleteins,  paroisse  de  Mionnay,  en  Eresse, 
'entre  Eourg  et  Lyon';  nel  qual  monastero  essa  sarebbe  morta  il  9 
febbrajo  del  1310.  Una  di  codeste  scritture  della  priora  (méditations 
dcvotes)  porterebbe  la  data  del  1226,  e  qui  forse  v'ha  sbaglio,  poichò 
altrimenti  si  risalirebbe  all'  85*^  anno  avanti  la  sua  morte.  A  ogni 
modo,  qui  avremmo,  prescindendo  dal  frammento  di  Alberico  da  Ee- 
sancon  (v,  p.  64  n.),  una  fonte  franco-provenzale  ben  piìi  antica  di 
quante  altre  io  mi  conosca;  e  ne  citerò,  da  quel  saggio:  I.  part.  quant 
illi  aveyt  ben  regarda  163,  inf.  racontar  161,  plorar  pensar  163;  hu- 
militaìh.;-  IL  inf.  enscnnier  162,  part.  espanchiés  (nom.  sing.)  163, 
mesprésies  {nom.  sg.)  164;  cfr.,  circa  i  participi,  il  dial.  di  L'Oysan, 
sotto  'Isère',  e  poi  'Ginevra',  'Vaud',  ecc.;-  III.  alcuna  162,  a  una 
persona  ib.,  nostra  163;  pensava  ib.  ;-  IV.  la  seinti  via  la  santa  vita 
(cfr.  valsoan.  num.  59  3°)  162,  en  sa  sansti  [sic]  faci  163,  graci  162, 
patianci  163.-  Un  documento  del  sec.  XIV,  'redige  en  francais,  mais 
plein  de  traces  du  dialecte  dauphinois',  fu  pubblicato  di  recente  nella 
'Petite  Revue  des  Bibliophilcs  Dauphinois'  (v.  Rom.  II  379),  che  a  me 
non  ù  dato  consultare. 


Ascoli, 

nel  (lipartiraento  del  Jura,  e  giace  a  occidente  del  fiume  Ain*- 
Il  dialetto  di  una  romanza  bressana  (del  Jura),  che  ò  a  p.  45 
del  'Vocabulaire',  concorda  assai  notevolmente  con  quello  delle 
canzoni  della  'Eresse  propria'  (v.  s.  'Ain');  e  da  codesta  romanza 
ora  ciiiamo:  I.  ptc.  dmO,  cheto  seduto,  mènda  fem.  (è  detto  di 
una  donna:  bràvàmin  mencio,  joliment  mise);  mmguv' a  mancava 
a,  comminchdv'' nài  no  dinchOvan  {dìnchóvan)  noi  danzavamo,  in 
rima  con  la  3,  pi.  sàtovan  saltavano 2;-  àme  araat.  —  II.  [Ve  re- 


'  I  miei  sussidj  geografici  e  storici  qui  non  mi  ajutano.  Pare  che  per  'Eresse' 
s'intenda  la  parte  piana  del  territorio  del  Jura.  Il  Monnier  scrive:  'Dans 
'toute  la  partie  montagneuse,  on  prononce  ainsi  ils  s'en  allaient  chan- 
'tant:  i  se  n'dllavan  tsnntant.  Dans  la  Eresse  meridionale  de  notro  dépar- 
'tement  (del  Jura):  i  se  n'en  allovan  chintant,  Dans  le  canton  de  Eeaufort: 
'i  s' in  allévin  cTiintin,  Dans  la  Eresse  des  cantons  de  Blettrans  et  de  Seillères: 
'i  son  aU'ievon  sonton.^  p.  35;  et:  'En  passant  de  la  Eresse  aux  collines...' 
p.  45.  Eeaufort,  Elettrans,  Seillère  e  Saint-Amour  (v.  la  nota  che  segue),  son 
tutti  a  occidente  del  fiume  Ain,  e  la  'Eresse  meridionale'  sarà  sicuramente 
la  immediata  prosecuzione  della  'Eresse  propria'  (dip.  de  l'Ain),  con  la  qual 
si  tocca  a  sud-ovest  il  dip.  del  Jura.  Stuona  un  poco  Vd  di  chintdn,  appunto 
nel  saggio  'meridionale';  ma  si  conferma  dalla  'romanza'  che  ora  sarà  citata 
nel  testo  (tegnnnt)  e  deve  rappresentarci  codesta  'Eresse  meridionale'  del 
Jura*. —  È  assai  penosa  la  mancanza  di  saggi  vernacoli  del  dip.  di  Saona 
e  Lo  ira,  e  in  ispecie  della  sezione  orientale. 

'  Si  aggiungono  un  ptc.  e  un  inf.  da  un  verso  'en  patois  bressan  du  midi' 
(202):  nos  han  trovo  per  lo  sarfo,  nous  avons  trouvé  de  quoi  le  chaufFer 
(cfr.  ih.:  sarvo  sauver,  sotto  il  quale  articolo  si  citano  due  versi  di  'patois 
bressan  des  environs  de  Saint-Amour');  inoltre,  dal  'patois  du  Revermont  et 
des  environs  de  Saint-Amour'  (66):  buio  lessiver  (*bugar,  ant.  frc.  buer, 
DiEZ  s.  bucato);  da  una  'locution  bressanne'  (84):  lo  blo  le  bié,  messouno 
moissonné;  da  un  noel  'bressan':  fore  (fare;  56);  'en  Eresse':  greto  de  fret 
trembler  de  froid  (grelotter;  162);  'en  patois  bressan*:  narroflo  renifler  (178); 
e  da  un  'couplet  patois'  (187),  che  di  certo  rappresenterà  anch'esso  una  va- 
varietà  'bressana':  quemore  commère,  l'a  refiambo  elle  a  vomi.  Finalmente, 
'en  patois  des  environs  de  Coligny'  (che  resta  nell'Ain):  le  bin  mau  bourlo, 
elle  est  bien  mal  coiffée  (62);  e  'en  patois  jurassien  du  midi':  il  alli  passo  il 
alla  passer  (158). 

*  Mentre  si  stampano  questi  fogli ,  una  mano  amica  mi  fa  tenere  la  copia  dell'  articolo 
Eresse,  che  è  ncU'  Examen  crilique  des  dìctionnaires  de  la  langue  francaise  par  Charles 
Nodier  (sec.  ed.;  Parigi,  182v)),  e  suona:  ^Eresse.  Terme  généralement  usité  ,  en  opposition 
à  celui  do  montagne,  dans  tous  les  pays  mi-partis  de  montai;nes  et  ufi  plaincs ,  conime  le 
Eressan  ou  Erescian  d'Italie,  relativement  aux  montagnes  des  Grisons  ;  la  Eresse,  province 
de  Franre.  relativement  aux  montagnes  du  Bugey;  la  Eresse,  canton  de  Franche-Comté,  re- 
lativement aux  montagnes  du  Jura.—  Il  est  peut-ètre  malheureux,  et  on  ne  saurait  trop  le 
répéter,  que  le  Diftionnaire  de  la  langue  franijaise  n'ait  été  jusqu'ici  que  le  Dir^tionnaire  de 
Paris.' 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L'a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.  f^7 

voillià  elle  est  réveillée  ^]. —  III.  ma  poin-na  la  mia  pena,  ma  mìa 
la  mia  amica;  àme  amat,  ma  eubli  *oblitat. —  V.  blincé  bianche, 
htncé  le  anche,  quin  quando  2,  chintou  (sic)  canta  3.  ps.  (cfr.  chin- 
c7ión  canzone,  e  i  già  citati  dinchuvan,  mmgov''  *mincóva;  oltre 
-en-^-ÉNTE:  brdvàmin,  commm)^',  ma:  in  nò  tegndnt  en  nous  te- 
nant,  col  quale  va  lo  chintant  che  si  addusse  in  nota.  Ora  da 
una  canzone  della  montagna:  hutàs  messi  (buttati),  pusà  po- 
sare, prà,  CQutci  frc.  coté  (cioè:  costato);-  ouna  una. —  In  un 
saggio  poetico  delle  colline,  all'incontro,  ben  si  mantiene  Va 
fuor  d'accento,  all'uscita  feminile:  nà  peiirà  feìlle,  nà  fetlla, 
pàttéyiga,  nòta  poàtcha  la  nostra  porta;  e  anche  Vera  egli  era; 
ma  per  l'a  tonico  di  -ato  -are  (-ate),  vi  siamo  ormai  a  condi- 
zioni che  non  differiscon  guari  dalle  francesi  [dèbOutèné  ptc,  acouté 
ascoltare;  humilité)',  e  a  tali  condizioni  ci  riconduce,  almeno  in 
qualche  parte,  il  tipo  che  prevale  nel  'Vocabulaire'.  Per  questo  e 
per  altri  argomenti,  lo  spoglio  di  questo  e  di  quello  sarà  da  noi 
mandato  coi  saggi  di  altre  sezioni  della  Franca-Contea  (cioè  con 
quelli  dei  dip.  dell'Alta  Saona  e  del  Doubs  occid.)  e  d'una  conter- 
mine sezione  lorenese.  Qui  solo  ancora  rileviamo,  dalla  poesia  col- 
ligiana,  il  participio  oblidzia,  in  funzione  feminile,  per  notare 
imprima,  che  vi  si  dovrà  forse  riconoscere  il  real  termine  femi- 
nino,  V -a  parendovi  rispondere  al  secondo  a  di  -ata;  cfr.  email- 
Uà  (trad.  per  'émerveillée'),  altro  partic.  in  funz.  fem.,  che  occorre 
in  un  saggio  montanino,  diverso  da  quello  di  cui  prima  ci  siam 
valsi,  allato  al  masc.  emailli,  qui  est  dans  l'admiration,  grande- 
ment  étonné,  e  all'inf.  s'esmailli,  ètre  en  souci  (vocab.  86),  col 
quale  è  confrontato  l'ant.  frc.  s'émayer  (anche  si  consideri:  loyi 
loya,  Vìe  lióe,  vocab.  169).  Ora  ia  oblidzta,  e  anche  in  émàillià. 
Vi  che -precede  l'-a  ben  potrà  essere  il  primo  a  di  -ata  così  ri- 
dotto dalla  palatile  a  cui  susseguiva;  ma  insieme  giova  qui  av- 
vertire come  dall'-ATA  si  venga  ad  -ia,  appunto  in  questa  regione, 
anche  per  via  affatto  diversa,  cioè  per  -à-a  -àja  -éja  -ia;  cfr. 
'Ain',  in  nota.  Così  avremo  valila  frc.  vallèe,  cioè  'vallata'  (vo- 
cab. 214);  e  allato  a  cola,  bonnet,  voite  comment  elle  est  còlta, 
voyez  comme  elle  est  coiffée  (voc.  74). 


*  V.  più  innanzi,  in  questa  medesima  pagina. 

'  quind  de  la  bole  i  gn'u  po-mais  quand  il  n'y  eut  plus  de  balles  (environs 
de  Saint-Amour;  v.  la  seconda  nota  della  pag.  che  precede)  190. 

^  Dal  'couplet',  a  cui  ò  accennato  nella  sec.  nota  della  pag.  che  precede, 
aggiungesi:  in  grind  peguia  en  grand  '(5moi'  (piti^). 


88;  Ascoli, 

Ginevra'.-  Dintorni  di  Ginevra:  I.  ptc.  arriva,  retrova \  ama- 
shd,  dépensd\  monta  entra  tua,  in  funz.  di  raasc.  pi.  19;  inf. 
créva,  pinsa,  pria;  gardd;  entra,  alla  20,  cria  ib.  ;  2.  pi. 
imperat.  apporta,  tua  lo;  traita-mé  (cfr.  metta-lié  Br. );  im- 
perf.  santàve  cantava;  alavé  19,  recontrave  ib.,  houtavon 
ib.;-  annaies  annate,  pan,  fam,  pare  fràre;  santa,  ses 
projorietds. — ^11.  infìn,  mezi;  rassasii,  emhrassè,  hailli; 
pilli  19,  arassi  ib.  ;  2.  pi.  imperat.  hailli  7né;  imperf.  hail- 
Uve,  dansive;  appro^ive,  mezivonf^ ;  ptc,  mezia  Mèi.,  mezi 
Brìd.,  mangiato,  c'mencia  Br.  (cfr.  èloigna  ib.),  pégie  logie 
partazi  B.,  haillie  M.,  hailli  B.;  hassia  frc.  liaché  20,  lassia 
(in  funz.  fera.)  21,  hassia  20,  farcia  19,  teria  (IR)  ib.,  'trai 
étiellé  on  dressie  et  pianta'  frc.  trois  échelles  ont  dressées  et 
plantées,  ib.;-  chi  ivo,,  chez. —  111.  onna  grossa  famcna; 
pressona;  d'onna  tala  furia  21,  de  tala  sourta  20,  lapourta 
ib.,  la  fonila  21  ;  ma  nel  verbo  :  onìia  lettra  arrivé  arriva  22, 
fassivé  faciebat  19  21.-  IV.  Ve  {é)  all'uscita  di  molti  nomi 
feminiliy  può  a  prima  vista  apparire  di  mero  influsso  fran- 
cese; ma,  a  ben  vedere,  son  tutti  esempj  in  cui  precede  suono 
palatile:  campagne;-  hataillè  18,  mouraillè  19,  feraillé  ib., 
canaillé  ib.,  diligence  21,  France  ib.,  onna  hella  demanzé 
domenica  19,  grande  (grand')  hardiessé  20,  adressé  ib.;  e 
nairé,  nera  (IR)  19,  è  solo  un'apparente  eccezione,  cfr.  vals. 
n.  59  5^ 

Territorj  savojardi,  air  infuori  della  Tarantasia. —  Cantone 
di  Thónes  (Annecy):  I.  ptc.  pressd,  rentrd,  appeld;  inf. 
alld,  confessa,  apportd,  {resista,  poussedd,  cfr.  frc.  resi- 
ster, posseder,  nell'analogia  della  prima  conjug.);  pare, 
pan. —  II.  inf.  meji  (imperf.  mejivant,  allato  a  dendve), 
hailli;  ma  al  ptc:  toucha ,  pècha ,  eloigna,  e  solo  si  distin- 
gue reteria  (IR). —  III.  onna  granda  faraena,  la  fauta, 
faitta. —  IV.  campagne,  ahondance,  joie,  misere  e  injure 
(lA);  ma  gli  ultimi  due  esempj  sono  forse  importati.-  Per 
i  da  ié  di  fase  anteriore:  premis  hahits,  anchins  frc.  an- 


'  Cfr.  'Vaud'  al  princ.  e  alla  fine.-  Nel  citar  le  pagine  in  cui  si  contiene 
la  ^canzone'  (518-22),  ometterò  la  prima  cifra. 

"  Non  va  confuso,  con  questi,  l'analogico  étive  {étivé)  stava,  era,  che  s'al- 
terna con  étai,  Bruj.  462;  cfr.  avive  amashà,  allato  a  avai  don  gargons. 
V.  la  nota  a  'Aiguebelle'  (Territorj  savoiardi). 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L'a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.  80 

ciens'. —  V.  hahitens,  quitten  frc.  quittant,  separent  (cfr. 
chenten  sentendo,  ecc.).  Territorio  delle  Beauges  (Cham- 
béry;  Chdtelard  ecc.):  I.  ptc.  eìitra,  retrova,  depensa,  dis- 
sijpa',  inf.  entra,  trova,  garda,  destitua  (in  funz.  pl.)^;  2. 
pi.  iraperat.  traita  me,  amenaz,  tuas  (cfr.  metaz-le);  imperf. 
desirave,  santave;  pare,  frare,  fare  fàcere,  'pan. —  IL  inf. 
s'attatier  attaccarsi,  jpn<?r,  voyadier,  embrachie;  2.  pi.  ira- 
perat. daillez  me,  abeille  le;  imperf.  hailléve,  danchéve, 
mediévon;  ma  al  ptc:  totiaz  toccato,  petia  peccato,  ohledia 
obbligato,  media  mangiato,  bailla. —  III.  sa  farma  frc.  sa 
ferme,  07ina  baga,  robha,  féta. —  IV.  bombanse. —  Y.  por- 
iant,  habiiant,  éfan;  raa  etens  éten  frc.  étant  (cfr.  cepein- 
dens,  veyens).  Cantone  d' Albertville  (=L'Hópital): 
I.  ptc.  exild  in  funz.  fem.,  cfr.  la  vaia  la  vallata;  inf.  kitd, 
guida',  mare,  pan. —  II.  gagnier. —  III.  amara,  à  la  gar- 
da, poura,  noutra;  model  (inf.  moda)  va.—  IV.  montagne, 
compagne,  feillie  figlia.  Valle  di  Beaufort:  I.  ptc.  ceda 
147,  deculottd  144-48, passa  145,  bottd  (m.  pi.)  frc.  bottés  139, 
arma  (f.  sg.)  144,  déconcertd  (f.  pi.)  143,  cfr.  à  l'écartd  frc. 
à  l'écarté  140;-  inf.  termina  143,  parld  140,  dèpassd  141, 
gardd  142,  portd  140,  domptd  146,  epid  ib.  ;-  2.  ps.  pi.  pres. 
ind.  trovd  143,  imperat.  restd  ib.,  condiz.  farid  ib. ;-  nd 
naso  142  145.—  II.  inf.  haillé  140,  ì^allié  fr.  railler  142, 
cougnier  fr.  cogner  146"',  7ne  laiche  lasciarmi  145,  remaché 


'  Per  i  da  ie  =  ia,  le  seguenti  1.  sg.  del  coudiz.,  da  una  strofa  nel  verna- 
colo della  città  di  Chambéry  (Statist.  307):  de  bailleri  darei,  de  me  cu- 
chiri  -*corcheria  (mi  porrei  a  giacere),  de  diri  direi.  Vi  occorre  insieme  il 
partic.  sandia  frc.  changé  (-éa). 

^  Qui  è  singolare  un  inf.  in  d:  pe  alla  trovos  per  andare  a  trovare  (9  =  20). 
Sarà  diCBcilmente  un  errore  di  trascrizione  o  di  stampa;  e  va  considerata  la 
particolar  costruzione.-  In  questo  stesso  testo,  il  vers.  17  (  =  28)  incomincia 
per  cetey  cho  fou,  dio  indegno.  Non  son  ben  sicuro  circa  il  valor  di  queste 
parole;  e  perciò  non  saprei  dire  se  vi  si  abbia  un  participio  in  ó  (indignato). 

*  la  rima  con  cougnier,  abbiamo  fougnier,  che  ò  tradotto  per  *fu- 
reter',  e  ritorna  nel  piem.  foTié,  mil.  foTia,  e  in  feiignie  fouir,  creuser, 
del  dipart.  della  Mesa,  fougner  remuer  la  terre,  fouiller,  del  'rouchi'. 
Deve  risalire  a  un  antico  *fundicare,  scavare  (figurai,  'andare  al 
fondo  delle  cose'),  donde  si  viene  normalmente  a  *fnndiare  (cfr.  *vcn- 


90  Ascoli, 

scopare  ('rammassare',  piem.  ramasse)  143,  balanché  ib., 
t-einpastié  frc.  t'empécher  144.  Ma  nel  participio,  l'effetto 
è  diverso,  o  impercettibile:  veria  (IR)  142;-  losdia  allog- 
giato 141,  ein  arasdia  (sic)  frc.  enragée  145,  décorstia,  frc. 


diare  vendicare,  *mandiare  mandicare),  che  alla  sua  volta  ammette 
due  esiti  diversi:  forìZ/dre  o  fonare  (cfr.  mcwgdre  e  mcindre\  nel  frc: 
Angeac  Andiacura,  Dourgogm  Burgundia,  e  nello  spagn.:  verguenza, 
allato  all'  ant.  vergono,  verecundia).  Questo  è  dunque  il  nostro  fo- 
gnare, onde  poi  fogna,  come  pecca  da  peccare,  ecc.;  laddove  il  Diez 
si  limitava  a  ricordarci,  sotto  'fogna',  che  Menagio  avesse  pensato  a 
siphon.  Il  piem.  fgné ,  e  il  milanese  foTid,  oltre  il  significato  di  'rovi- 
stare' (andare  al  fondo),  hanno  pur  quello  di  'nascondere'  (lavorare 
in  fondo,  per  di  sotto),  e  vi  si  accosta  l'italiano  fognare  in  quanto 
dice  'frodare'  'elidere'  (ter  via  dal  fondo).  E  qui  forse  è  la  chiave 
pur  del  fu-fìndr  di  Venezia,  che  dice  insieme  'rovistare',  e  'far  con- 
trabbandi' (onde  fùfiìia  contrabbando,  coll'accento  sulla  prima,  lad- 
dove il  Cherubini  accentua  sulla  seconda  il  mil.  fgfin,  foffìgn).  Po- 
tremmo cioè  vedere  in  -fìnar  Va  atono  in  i,  tra  per  dissimilazione 
e  tra  per  effetto  della  palatile  {n);  e  resterebbe  la  prima  sillaba,  che 
essa  appunto  rende  forse  ben  prezioso  questo  vocabolo  veneziano.  Poi- 
ché un  bel  parallelo  logico  del  nostro  *f  undi  [cjare,  è  il  fodicare 
e  *fodiculare  onde  si  ripetono  i  frc.  fouger  e  foniller.  Ma  il  frc. 
offre  ancora  far-foiiiller,  che  in  Linguadoca  suona  fur-fulid  (cfr.  Diez, 
s.  fouger,  e  De  Sauvages  s.  v.);  e  potremmo  veramente  avere,  per 
la  Francia,  la  base  *for-fodiculare,  e  per  Venezia  la  non  men  legit- 
tima base  *for-fundicare;  che  è  quanto  dire  dei  composti  con  'foris', 
da  mettere  accanto  a  for-bannuto,  for-fare  for-faire  {for-conseiller, 
for-jurer,  for-juger),  ai  quali  aggiungerei  anche  V éfourgnier  di  Tu- 
renna  (Rom.  I  89),  *ex-fori-nidi[c]are,  sortir  du  nid.  Uà  della  prima 
atona  nel  termine  francese,  non  fa  alcuna  difficoltà;  ma  neppure  il 
dileguo  del  r  nel  venez.  /«/*-=»  *furf-,  basterebbe  a  impedire  la  combi- 
nazione qui  proposta. —  Rimane  poi  da  vedere,  se  accanto  al  ben 
sicuro  *fundi[c]are,  fognare,  non  s'abbia  anche  il  semplice  *fim- 
dare,  nel  founna  founa  del  cant.  di  Vaud  (Barn.  170),  'fiairer,  fu- 
reter  en  vue  de  trouver  des  comestibles;  chercher  indiscrèteraent  à 
voir  ou  à  savoir' ;  dove  sarebbe  da  confrontare,  per  la  mera  assimi- 
lazione del  d  di  ND:  veneindze  vendemmia  (vendenge),  che  appunto 
occorro  anche  nel  Vaud  {no  faut  devcrti  stau  veneindze,  vernac.  di 
Pully,  nel  Vaud,  Brid.  513). 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  I.  Va  lat.  nel  territ.  franco-provenz.  01 

|d]écorchée  ib.,  reinsdia  frc.  rengé  141,  mostia  frc.  monche 
144,  dérostia  roulé  par  terre  ('diroccato')  ib.,  paya  145, 
zdoya  giocato  141,  dèloya  dislogato  ib.;  cfr.  petza  147.- 
Altre  voci:  stié  frc,  chez  141  143,  siier  caro  145,  sthi  cane 
144. —  III.  bella  piòta  bella  gamba  139,  onna  ona  una,  aiga 
143,  voutra  leinga  ib.,  borsa  139,  barba  141,  tabla  139;- 
zduret  frc.jure  (3.  ps.)  144,  passet  138. —  IV.  sa  mauvaige 
hiimeur  147,  la  fource  ib.,  la  place  139,  la  demeinsde 
domenica  ib.,  la  débautse  (sic)  138,  la  gauste  frc.  la  gau- 
che ib.;-  misere  ib.  ;-  sari  sarei  (saria)  147. —  V.  quinta 
[o  quinta   trista  coìidicion!  148)  è  un  esempio  illusorio'. 


'  Questo  esemplare  richiede,  e  per  sé  medesimo  e  per  la  colloca- 
zione che  gli  è  qui  contestata,  un  breve  coraento,  che  potrà  pur  forse 
avere  qualche  ulteriore  applicazione. 

Va  imprima  ricordato,  che  l'antico  provenzale  ha  tra'  suoi  inter- 
rogativi e  relativi:  quinh  quinha  (Diez  IP  103  450;  cfr.  Raynouard 
V  26,  che  adduce  anche  egli  il  catalano  qui7ì)\  ma  non  vi  ricorre 
frequente. 

Codesto  pronome  restò  peraltro  ben  largamente  diffuso;  e  cito  qui 
imprima,  per  la  forma  feminile,  quasi  dai  due  poli  opposti:  totz  los 
bees  e  causes  de  quiyxhe  conclition  qiies  siert,  in  una  carta  bearnese 
del  1409  {Rev.  IV  68),  e  de  quin-ne  tcheveuille  étordre,  modo  di  dire 
che  equivale  a  Me  quel  bois  faire  flèche',  nella  parab.  di  Valangin 
(Neufchàtel;  Brio.  470-2,  cfr.  Haep.  84-6).  Poi  per  la  mascolina:  à 
kouinn  él  demanda,  al  quale  domandò,  nella  parab.  di  Saint-Lue  (Val- 
lese;  Brid.  432;  cfr.,  in  questo  stesso  paragrafo,  il  num.  22  A);  a  sa 
pa  de  kin  boué  fairet  fléche,  il  ne  sait  quel  moyen  employer  pour 
arriver  à  ses  fins  (de  quel  bois  faire  fléche),  nella  Tarantasia  (Pont  47); 
e  nel  Jura:  quin,  queu,  quel,  avec  le  ton  de  l'admiration,  de  l'éton- 
nement,  ou  de  l'interrogation;  quin  nàis!  quel  grand  nez!,  quin  houm 
est-o  ganoque?  quelle  espèce  d'homme  est  ga!  (Mél.  193). 

Il  significato  esclamativo,  che  sentimmo  nel  Jura,  e  insieme  un  t 
che  sussegue  alla  nasale,  abbiamo  ora  a  noi  dinanzi  nel  quinta  di 
Beaufort,  tradotto  pel  frc.  'quelle',  come  anche  si  tradurrebbe  il  quinta 
dell'antico  passo  savojardo  che  più  in  giìi  si  cita  {te  verve  un  pò 
quinta  feta  qual  festa),  ma  ancora  con  qualche  intcnzion  di  mara- 
viglia. S'aggiunge:  'tarant.  kien-tal,  romand  keinta!,  quel  (sic),  lo 
heint  lequel!'  (Pont  111).  Ma  il  dialogo  aostano  (Zucc.-Orl.  42)  ci 
offre,  nella  semplice  e  diretta  domanda:  et  quinte  posate?  o  quali  pò- 


92  Ascoli, 

Del  rimanente:  sìanlon  cantano  141,  graìi  r/raìis  grande  -i 
145,  mànqua  frc.  manqne  (sost.)  143,  ecc.  Circa  ein  parlein 
frc.  en  parlant  139,  ein  passein  140,  cfr.  saveins  frc.  sa- 
vants  139,  ein  ne  volliein  frc.  en  ne  voulant  142,  e  'Taran- 
tasia'.  Si  aggiunge  certins  frc.  certains  138,  che  si  com- 
bina col  certein  di  Tarantasia  (Pont  80).  Aiguebelle 
(Moriana):  I.  ptc.  manda,  età  ecc.;  inf.  gardà,  trova;  2.  ps. 
pi.  imperat.  traitd  7neecc.;  santa,  pare,  frare,pan,  fam. — 
IL  ìntpìreyer,  2.  ps.  pi.  imprt.  haillez;  imperf.  baillèvont, 
mezèvont,  danchevon^ ;  ma  al  ptc:  commencha,  baija  ba- 
ciato, halliat,  meza,  tocìiat.  —  III.  honna  olièra,  repon- 
sa. —  IV.  sa  première  ròba. —  V.  enfant,  habitants,  quant 
quando;  ma  éten,  cfr.  ayen  e  cependen  (allato  a  cepen- 
dant).  E  qui  ancora  valiamoci  dei  vecchi  saggi  savo- 
iardi del  Reo.:  I.  ptc.  aliuma22;  inf.  trouua20,  raconid 
17,  ecc.;  2.  pi.  ind.  pres.  vo  pensa  15;  imperf.  parlane,  de- 
mandane, 19;   fare  15  16,  {commere  19).—  II.  inf.  bezy. 


sate?  E  il  DE  TouRTOULON,  finalmente,  ci  dice  senz'altro,  nel  criticare 
una  pubblicazione  provenzale  di  P.  Meyer:  'M.  Meyer  corrige  à  tort 
'quintz  en  quins.  Le  t  se  justifie  parfaitement.  On  dit,  dans  quelques 
'dialectes,  quint,  quinta,  quel,  quelle'  {Rev.  IV  396);  e:  'Quint,  quinte 
'(-a),  appartieni  cependant  à  plusieurs  dialectes,  particulièrement  à 
'colui  de  Montpellier'  (ib.  524). 

Che  dobbiamo  noi  dunque  conchiudero  in  ordine  alla  ragione  sto- 
rica delle  forme  col  t,  e  in  ispecie  del  femin.  quinta'?  L'antico  quin, 
quale,  avrebbe  potuto  trovarsi,  nella  Savoja,  allato  a  un  'g-wm^^  quanto, 
secondo  le  analogie  che  notammo  nei  finitimi  campi  dell' Ain  e  del 
Jura,  e  il  facile  scambio  delle  voci  mascoline  agevolar  quello  delle 
feminili  (quinta  per  quina),  aggiungendosi,  appunto  nella  costruzione 
esclamativa,  l'attiguità  logica  de'  due  termini  (quanta  gioja!  =  qual 
gioja!).  Ma  la  ragion  fonetica  dell' ant  in  int  non  si  regge,  poiché 
quinta  arriva  in  sino  a  Montpellier.  Quindi  non  resta,  parmi,  se  non 
di  arguire,  che  l'analogia  di  tan[tj  tanta,  e  quan[t]  quanta,  portasse 
quin,  senz'altro,  e  ben  per  tempo,  a  voler  per  suo  feminile  l'inor- 
ganico quinta. 

'  Manca  veramente  il  riscontro  di  un  imperf.  in  -àv-;  ma  l'esservi  étieve 
(cfr.  avieve,  falieve)  non  prova  già  che  manchi  V-dv-  pur  dove  air«  non 
preceda  suono  palatile.  V.  la  nota  a  'Ginevra'. 


Schizzi  fianco-prov.  §  II,  1.  L' a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.  93 

approchy,  tochij,  16,  farfoilli  (e  haillè  in  rima  con  esso)  20, 
aitanclii  22;  2.  ps.  pi.  imperat.  lassi-mey  16;  chinne  cagne 
20;  ma  al  ptc. :  baillia  21  (cfr.  son  cangia  20),  je  me  suy 
mochias  par  voz  heysierWò  n. ,  dcsloya  f.  slogata  22,  [hran- 
slé  20);-  afeitie  (IT)  19 \  in  rima  con  meytia  (IT)  metà. — 
III.  la  guerra  est  causa  17,  q'una  iuuena  sarà  my -moria 
21. —  IV.  rogne  23,  {lengue  17). —  V.  Circa  quinta  {quinta 
feta  21),  vedi  qui  sopra,  'Beaufort',  in  nota. 
Tarantasia.-  Sainte  Foy:  I.  ptc.  ala  andato  -2i,  porta;  inf. 
ala,  mosrà,  porta,  resta;  2.  pers.  pi.  pres.  ind.  voz  ala,  vg 
gantà;  volontà;  sài,  àia;  amar;  fràre,  hé-fràre,  mare; 
fare;  [làsu  lascio]. —  II.  inf.  travalj'e;  comensi,  miggi,  gargi, 
cuci  frc,  coucher,  toci ,  ecraci  prov.  escracar,  frc.  cracher, 
refreci  rinfrescare;  2.  ps.  pi.  vo  miggi  ;  ma  al  ptc:  miggà. 
Altre  voci:  ecéla  scala,  cevra,  cir  caro,  gin;  gett  gatto. — 
III.  géiha  catena,  plèina,  gàmhra,  gàmha"^. —  IV.  viélje^, 
fòigi Ij e  Mcetio  (frc.  faucille),  avilje,  orèlje;  filje;  fòlji  (pi. 
le  fólje),  pàlji;  gagàne  castagna;  vendéngi,  plòzi  pioggia, 
néci  frc.  nièce,  cusi  coscia,  gljàsì,  cljógi  frc.  cloche,  vàggì 
vacca,  miiggi  mosca,  gógi  frc.  gauche  f.;-  gòidire  *caldària', 
colv'lère  chioccia  *cubaria.  Dai  saggi  tarantasii  del- 
l'ab.  Pont:  I.  ptc.  tua  81,  passa  m.  81,  f.  76,  trai  itela  tre 
pelati  82,  gardà  75,  eiìiventd  82,  copà  frc.  coupé  79,  ecc.  ;  - 
infln.  lava  84,  alla  78,  cassa  79,  gardd  80,  porta  ib. ,  btd 
mettere  (buttare)  79,  ecc.;-  2.  pi.  imperat.  treitd  met  ecc. 
127;  2.  pi.  pres.  ind.  vo  porta  (e  preferd;  anche  il  frc.  'prc- 
férer'  è  di  1.*  conjug.)  134;-  imperf.  me  degavdvet  mi  met- 
teva a  scoperto,  a  nudo  (dis-cavava)  59;-  prd  63,  ìid  82, 
dà  84,  churetd  frc.  sùreté  78,  sa  sale  65,  td  idla  68  81, 


'  chat  et  afeitie;  intendo:  chatet  afeitie  gattuccio  mansueto. 

■  oróro,  aurora,  pare  un  provenzalismo;  e  s'aggiungerebbe  riandò  in  una 
nota  qui  appresso.  Cfr.  inoltre  la  prima  e  la  quinta  nota  a  'NeufcbiUel'. 

^  La  divergenza  tra  il  continuatore  di  vet'lus  (veclus)  e  quello  di  vet'la  (ve- 
da) si  fa  abbastanza  considerevole  anche  nel  frc:  vieiix  {=:vié"Is)  vieille. 
Ma  nella  regione  in  cui  ci  moviamo,  sia  che  il  mascolino  risalga  a  vet'lus,  o 
sia  fors' anche  a  vet'lo,  la  divergenza  diventa  ben  maggiore:  viù  viclje  (S.  Mar- 
cel, Valle  d'Aosta),  jii  viéljc  (Sainte  Foy,  Tarantasia),  iuc  viclje  (Fenis, 
Valle  d'Aosta),  Jt  viclja  (Cogne,  ib.  )• 


94  Ascoli, 

fava  46,  màì^e  78,  pare  CI,  comma  compà  134,  frare  65  n. — 
II.  inf.  defollié  101,  set  molliéòS,  veglier  50  n.,  laiche  la- 
sciare 78,  dancher  danthié  danzare  20,  Uécher  frc.  bles- 
ser  37,  lankié  lanciare  54,  loiandjé  frc.  louanger  (louer)  ib., 
coniche  insudiciare  (conciare)  98,  nadger  59,  medzi  man- 
giare 113,  iireidgé  preidzé  predzié  parlare  (predicare)  79 

81  135,  dzcdjié  dzedgé  giudicare  53  77,  ecortchier  écor- 
tcliié  44  76,  enpatzà  106,  cintcotzé  frc.  encocher  ib.,  cutchier 
41,  cratchier  42,  motchier  mostier  (e  mossi)  moucher  58 
(59:  motsà;  e  cosi  pure  motza  frc.  moquer  135),  seitcher 
seccare  67,  totché  69,  dzoié  giocare  53  135,  "pai  pagare  114, 
nétyer  netya  nega  negare  59,  detneier  dinegare  101  ;  aher- 
dger  21,  reindger  23;-  IR:  verié  69,  tréié  trié  *terier  ti- 
rare 83  84  59,  chirier  frc.  cirer  40  \  Ma  al  ptc:  élognia 
élognat  127  55,  medzia  medzea  medza  86  69,  petchà  127 
{dv.peitchatpetchat  petsat  Gì  78,  il  peccato;  e  anche  foiat 
flambée  48),  totchd  127;  laddove  è  il  pieno  effetto  della  pa- 
latina nei  sost.  condjié  41,  martza  martzi  mercato  112.  Poi 
avremo,  per  la  2.  pi.  imprt.:  bellié  127,  medzié  134,  paìé  ib.; 
per  l'imperf.  :  ì)e[i\lliévet  Qb  n.,  127,  medjevet  medjévan 
ib.-  Altre  voci:  tchèi  cadit  75;  tchier  tcher  carus  39,  tsein 
tseinna  40,  oìi  gran  tché  casa  80,  tchévra  75;  tset  tsetta 
frc.  chat  chatte  (ma:  tsat  81  82)  31,  tser  tsair  frc.  chair 

82  122;  etchéla  44. —  III.  novella  agg.  f.  60,  aveina  36, 
aoura  ora  52,  coua  41,  anta  amita  70  \\.,pointa  ago  (punta) 
34,  «r&a  alba  29,  Tiàrha  24,  ecc.';  eda-tet  ajùta-ti  74;- 
3.  ps.  sg.:  tsantet  20,  parlet  78,  onoret  76,  ecc. —  IV.  /è^ze 
figlia  47  n.,  vigle  feille  72,  folliet  49,  peillie  paglia  61,  gre- 
nolliet  64,  leinteliet  -telliet  54  62  n.,  fauthelie  frc.  faucille 
66  n.,  73  n.,  végne  72,  tstagìie  castagna  38,  arcigne  ara- 
nea  35,  caiche  cassa  38,  on^/ie  oncia  71,  pertse  frc.  perche  62, 


*  mireye  mira  (scopus),  presupporrà  il  verbo  mirier  (cfr.  'Vaud',  dint.  di 
Losanna),  e  insieme  sarà  una  preziosa  forma  in  -ata  (mirata),  siccome  quella 
che  rappresenterebbe  la  fase  che  ritroviamo  normale  in  Val  Soana  e  iu  Val 
d'Aosta,  e  qui  di  solito  è  ormai  oltrepassata;  cfr.  rosa  frc.  rosee  65,  passa 
passée  76,  monta  la  montce  58. 

*  verié  à  la  riondo  girare  (touruer)  69. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L' a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.         95 

cutse  letto  (cuccia)  77,  botse  bocca  37,  clotselò,  plantze 
frc.  planche  115;  méfianche  78,  abondanjìe  71  n.,  ecc.;  bé- 
thie  bestia  66,  misericourdet  78;  fremié  (sic)  formica  48; 
confrarie  frc.  confrérie  ^  \-  vi  &  viat,  via.  -ARIA:  premire  74 
(masc.  premia  79,  cfr.  uvri  frc.  ouvrier  91),  revire  65  76, 
thevire  frc.  civière  39  (cfr.  Ardi.  I  486),  pethire  frc.  pous- 
sière  64  n.,  femire  (ant.  frc.  'fumiere')  fumo  76,  dzarrati- 
re  103,  ekorsiret  devidoir  107,  ecc. —  T.  Di  hien-ta,  v.  qui 
sopra,  p.  91  n.-  Per  laveintse  frc.  lavanche,  cfr.  valsoan.  n.  4. 
Poi:  certein  eiìicertein  80.  Circa  éieint  stando  (essendo)  128, 
ein  medzein  frc.  en  mangeant  74,  cfr.  ein  atteindein  ib., 
corein  correndo  127,  en  fegein  on  aprein  frc.  en  faisant  on 
apprend  76.  In  sein  scinta  santo  -a  76  65  n.,  si  risale  ve- 
ramente ad  AINT,  cfr.  num.  16;  e  un  i  attratto  vediamo 
anche  in  arcigne  aranea  35,  etein  stagno  68,  cavein  cava- 
gno  79  (cfr.  cavagne  97);  allato  ai  quali  può  anche  notarsi 
bré  ("bràic  Arch.  I  85-6),  e  insieme  peillie  paglia  61,  e  beil- 
let  frc.  baille  (dà)  75".  Del  resto:  kan  quando  78,  gran 
grande  127  (cfr,  18),  martchan  martsan  frc.  manchand  57, 
habitans\21,  tsantet  eg\\  canta  20.-  AN,  AM:  manhQ>,  san 
Q>Q,  gran  20,  plan-na  frc.  plaine  62,  lùnna  54,  /an  fame  46 
127,  ran-ma  ramma  ramina  ramo  64  n.,  85. 
•Valsoana'.-  I.  ptc.  porta  {{em.  portàj),  int  portar,  ecc.,  n.  1. — 
II.  inf.  banér,  tocér,  ecc.,  n.  3;  ma  al  ptc:  banjd  [bania), 
pecjd  {pecia),  ecc.,  ib. —  III.  àia,  càuda,  ecc.,  n.  M\-  pór- 
iet,  éret,  n.  165. —  IV.  fólji,  vacci;  àjri\  alegrii;  ecc., 
n.  59.  In  ordine  agli  effetti  della  palatile  sull'a  finale  fuor 


•  Il  semplice  frarie  dice  'festin'  48;  ed  è  l'esatto  parallelo  ideologico  di 
fralia  {fratalia.  Ardi.  I  458),  che  tra' Veneti  e  i  Friulani  viene  adire  'goz- 
zoviglia' (frdja  frdcfa  fràje). 

*  Cfr.,  neir atona,  keillier  frc.  cailler  38. 

'  Lo  spoglio  della  parabola  valsoanina  presso  Biond.  Bial.  gallo-it.  539,  ci 
offriva:  I.  "pie. pensa,  demanda,  butà,  fem.  donai,  consumai;  inf.  tornar,  ral- 
legrasse; 2.  pi.  imperai,  alade,  preparade,  biità-li;  —  II.  ìat  ammascièr  am- 
mazzare, 2.  pi.  imperat.  masciè-lo;  ma  al  ptc:  ammascià,  ciargià,  basià,  co- 
mensià,  enrabià; —  III.  totta  sua,  vita,  ecc.; —  IV.  bin  faiti  facta  (v.  Nigra, 
niim,  59  S'^),  la  compagni,  ogni  miserj;  de  maneri  che,  carchcri  (*calcaria» 
vì;ì);  daresti,  allegri. 


96  Ascoli, 

d'accento,  il  dial.  valsoanino,  così  per  la  proprietà  sua,  come 
per  la  squisita  descrizione  che  ne  abbiamo,  ofTre  alla  nostra 
osservazione  un  mirabilissimo  campo.  Vedine  ancora  il  §  in. 
—  V.  jjjénci  ecc.,  n.  4. 

Val  d'Aosta.-  Aosta.  I.  ptc.  ala  alàje  andato  -a,  iiortà  por- 
tàje^\  2.  p.  pi.  VQZ  alàde  {alà)\  altre  voci;  volonlà,  sa  sale, 
ala;  rama,  man,  san.  Ma,  come  nelle  altre  varietà  della 
valle  di  cui  si  porgono  saggi  qui  appresso,  I'a'r  dell'infinito 
suona  e  (e):  ale,  reste,  porte  ^;  locchè  non  toglie  che  il 
particolare  effetto  della  palatile  si  scorga  nitidamente  pur 
negli  infiniti  di  questa  regione,  e  ora  appunto  incominciamo 
a  mostrarlo. —  II.  inf.  travalji,  comengi,  onenzi,  presi  pre-* 
dicare,  zaril  caricare,  cuzi,  tozi ,  enteruzi^;  ma  al  ptc: 
menzà  menzàje,  cuzà  cuzàje,  tozà  tozàje*.  Altre  voci: 
ezéla,  zévra^,  zèr  zir  carus,  zcen  (quasi  zùn'^)  canis'. — 

III.  l'ura  il  vento  (aura),  epòusa,  zàmhra,  èrba,  ecc.  — 

IV.  fólje  (pi.  fólje),  pàlje,  zatàne  (pi.  zatàne),  grànze, 
vertènze  vendemmia,  plàge,  nége,  cué'sse,  la  gljàge,  manze 
manica,  vàzze,  mùzze,  frizze  fresca;  égìije  acqua  *àig[u]a 
*àigja^;  zaudére;-  e  qui  s'intende  V -óje  =  ata,  che  vedemmo 
nel  participio,  cioè:  -àda,  -da,  -à-j-a,  -àje;  cfr.  valsoan.  n.  59 
12°.  Arpeville.  II.  inf.  cargi,  toci,  refreci,  ecrazt  (sic) 
frc.  -cracher.  —   IV.  avélje;  fàlje;  plóze;  piége;  ève  acqua" 


'  beuttaie  buttata  (messa)  alm.  132,  crepales  crepate  ib.  133. 

"  Cfr.  il  piemontese.  E  Aosta  e  Cogne  danno  ancora  amor  amer,  amaro, 
come  è  appunto  pur  del  piem.;  v.  Arch.  II  113.  Aosta  dice  eziandio /<? re; 
e  così  è  fer  a  S.  Remy;  ma  Cogne:  fare,  S.  Marcel  e  Fenis:  fde.  Fere  po- 
trebbe risalire  a  *fàire;  e  così  fra  (Arpeville),  frée  (S.  Marcel  e  Aimaville), 
fratello,  a  *fràire;  cfr.  prov.  faire  e  fruire. 

'  A  volte,  la  pronunzia  oscilla,  nell'infinito  palatile,  fra  Vi  e  un'j  strettis- 
sima; onde  ha  la  sua  ragione  Ve'  di  medzé  rép.  66,  totzé  ib.  70. 

*  dialg.  baillia  32;  2.  pi.  palades  alm.  132;  [imperf.  pendoillave  ib.]. 

'  CA  a  formola  atona:  seud  cavallo;  e  a  S.  Remy,  per  influsso  del  v:  zuvó, 
com'è  guvàl  a  Sainte  Foy  (Tarantasia). 

*  -oen  -un,  da  -en,  per  effetto  della  nasale;  cfr.  medgcen  medgim,  frc.  mó- 
decin. 

"  cel  caduto,  alm.  131,  domanderebbe  particolari  indagini,  e  può  avere  di- 
versa ragione  che  non  le  forme  che  gli  consuonano  nell'antico  francese. 

*  Cfr.  'Ain'  in  n.,  e  'Vaud'  (dint.  di  Losanna),  pure  in  u. 


J^^    Schizzrfranco-prov.  §  II,  1.  Uà  lat.  nei  territ.  franco-provenz.         97 

*àiva.  Cogne.  II.  cer,  cin  {zin);  zàtt  gatto. —  IV.  fréizze 
fresca,  ecc.,  e  anche  formie  formica,  ma  cuàisa  e  zùdéira.  — 
S.  Remy.  I.  ala,  man;-  ptc.  alò  (fem.  aldje),  arruvg,  2^ortó, 
cfr.  Il  in  n.,  'S.  Marcel'  e'Fenis',  e  l'ultima  nota  ad  'Isère';- 
inf.  ale  ecc. —  II.  inf.  mezze,  zarzé,  tozé,  colici^;  altre  voci-' 
€6)%  civra,  ecila. —  IV.  sélje  secchia,  ecc.        S.  Marcel. 

1.  ptc.  alg  (fem.  aléje^),  arru'g,  porig;  2.  p.  pi.  vg  allóde, 
vg  zantóde;  e  inoltre:  volontó,  tgbla  tavola,  nel  quale  esem- 
pio non  si  potrà  dunque  ripetere  V  g  dal  b  che  sussegue, 
come  nei  participj  non  si  potrà  ricondurre  ad  un  au  di  fase 
anteriore  (cfr.  p.  e.  Arch.  I  253  segg.)  ^  Piuttosto  andrà  av- 
vertita la  special  formola  AL,  in  ola  ala,  'o  sale  (S.  Remy: 
sg),  mu  male  (S.  Remy  id.)^;-  inf.  pgrté,  ale. —  II.  inf. 
cornerei  cominciare,  menzt,  ecc.;  2.  p.  pi.  vg  menzide. — 
III.  zivra,  ezéla,  ecc. —  IV.  ève,  zudije  *caldaria  (cfc.  nuji 
*nucario  albero  noce),  ecc.;-  vàzzi,  cué'ò  coscia,  IJà'ó  *gla- 
cia.  Fenìs.  I.  'an  sano,  amar  amaro;-  ptc.  alu  {fem. 
aléje),  ariC'u,  portu  (fem.  portéje),  pa'ó  passato,  cfr.  ii; 

2.  p.  pi.  vg  alóde,  vg  zantóde;  e  inoltre:  volo7itù',  cljii 
chiave;  AL:  ola  [dòue  hóle),  la  'o  il  sale,  mow  male;-  inf. 
ale,  porte.  —  II.  inf.  travalji,  come'i  cominciare,  zarU,  tuzi; 
ma  al  ptc:  travaljà ,  zarguà,  tocud,  z'e  'ongà  io  ho  so- 
gnato.—  IV.  a  vàzze,  ciié'e,  Ijàhe;  péò  pera\ 


'  Al  partic.  ho  all'incontro:  tuzd  tusuje.  Il  ms.  mi  lascerebbe  veramente 
incerto  se  sia  forma  di  S.  Remy  oppur  di  S,  Marcel;  ma  costituirebbe  il  so- 
lito contrasto  in  entrambo  le  serie;  e  Va  del  feminile  l'assegna  piuttosto  a 
S.  Remy. 

*  Cfr.  Tenis'  qui  sotto,  e  'Isère',  in  nota. 

*  adversito  rép.  68;  nel  dialg.  è  aoei  ito  avere  (essere)  stato  32,  accanto 
a  fa  ita  tu  hai  (sei)  stato  ib.,  ala,  leva,  porta;-  e  nell'alni,  avouillo  (te 
me  creyaves  avouillo  devant...)  131,  che  reputo  corrispondere  al  frc.  aoeuglé, 
oltre  Tester  trampo  ib,,  che  non  mi  attento  a  tradurre;  ma  insieme:  pria 
pregato,  ita  stato,  ib,,  ecc. 

*  Ricordano  questi  esempj  il  piem.  fiala,  frc.  fiole,  che  al  Diez  (s.  phiole) 
son  parsi  una  mera  'corruzione'  di  phiala. 

'  Circa  V&osi.  quinte  quali,  dialg.  42,  v.  sopra,  in  nota  a  p.  91-2.  Neppure 
arénze  accomoda  (piem.  arótiga),  ib.  40,  potrebbe  mai  darsi  per  sicuro  esem- 
pio A'à  in  ^;  ma  a  ogni  modo  si  confr.  il  valsoan.,  al  n.  4.  Piuttosto  da  no- 
tare, malgrado  l'accento  trasposto,  grent/i  (Cogne)  frc.  grange-  Superfluo 
Archivio  glottol.  ital.,  III.  ~ 


9S  Ascoli, 

Vallese, —  A,  1.  Evoléna  (Val  d'Hérens).  I.  ptc,  torna,  rin- 
Ira,  ecc.;  inf.  alla,  intra,  porta,  ecc.;  2.  pi.  imperai,  tretd 
me,  amena;-  cliendd  sanità,  par  re,  fan,  quàque. —  II.  inf. 
mingic;  2.  pi.  imperai,  bailli  me;  iraperf.  baillevon,  tnin- 
gevon,  [comminchevon  24];  ma  al  ptc:  baillia,  engraschia 
ingrassato,  emhrachia,  comminchia,  mingia,  petschia,  to- 
cliia;  pria,  {despenchà,  ramachd);  fem.  :  ouna  via  déhau- 
chai,  cfr.  'Aosta'. —  III.  la  parola,  ouna  grocha  famiìia. — 
IV.  la  campagni,  la  michjeri;  ma  anche:  bonna  cheri , 
coleri;  e  cfr.  i  masc.  sing.  vouth^H,  atri. —  V.  Circa  ou7i 
de  z  habitain,  e  ein  menain  menando,  son  da  confrontare  : 
countain  contento,  courrain  correndo  '.  A,  2.  S  a  i  n  t-L  u  e 
(Val  d' Anniviers).  I.  ptc.  donna,  inf.  vouarda,  e  anche 
ch'amoujd  frc.  s'amuser;  2.  pi.  imperat.  apporta;  imperf. 
donnavonn;-  pare,  frdre. —  II.  inf.  che  rassassié;  imperf. 
approssiòve  (cfr.  md  è  falliéve  mais  il  fallait)  ;  ma  al  ptc.  : 
commeincia,  bijia  baciato,  partagia,  minzia,  petzchia, 
totzchia,  prctja,  eloigna,  einvouia;  e  Vie  nel  solo  pi.  del 
fem.:  defenne  débouchiéie,  dove  sappiamo  che  Ve  può  avere 
il  suo  particolar  motivo  (v.  'Isère'  in  n.).  Ancora:  échirre, 
che  vale  quanto  il  frc.  'échoir',  e  deve  riflettere  il  legittimo 
infinito  di  3.**:  ex-càdere. —  III.  la  plou  bella  roba,  e  pur  la 
debaucha.  —  IV.  la  campagne,  abondance,  eindigence,  {co- 
lere). Y.oun  di  f  habiteinn ,  cfr.   courreinn,  e   pur   com- 


poi  spender  qui  parole  circa  V  éi  od  é  che  è  in  se  léisso  (Aosta;  inf.  leissé), 
io  léisu  (Cogne),  lé'o  (S.  Marcel),  les  (Airaaville),  io  lascio;  Idsii  a  Sainta 
Foy,  Tarantasia.  Cfr.  il  §  III. 

■•  Dai  saggi  del  Frobel  si  aggiunge  per  la  valle  d'Hérens  (Erin) : 
I.  ptc.  demanda  183,  chalud  saluta[ta]  188,  cfr.  la  Monta  n.  loc,  76, 
caverne  des  fà'ies  d'Aràzinol  delle  fate  (Vallata  d'Hérémeuce)  38;  inf. 
zercà  zercar  21  77,  promenar  187,  e  anche  ralliar  189;  2.  p.  pi.  pres. 
ind.  allaz  vos  109,  ralliaz  189,  imperat.  zercaz  189,  pachaz  passate 
188,  ne  me  refugeaz  pas  (refusez)  188. —  IL  inf.  trier  trés  cos  tirare 
tre  colpi  (IR)  184;  ma  al  ptc.:  approchid  188. —  III.  la  luna,  tota 
soletta,  187;  IV.  Deng  blangzi  (Dent  bianche).  Dova  blangzi,  nomi 
di  montagne,  17  114-15,  ma  anche  Montagna  de  VAbricolla  112.  — 
V.  Gerundj  in  -ent:  filent  wuardent  recontent  188,  allato  a  pachant 
faisant  184. 


Schizzi  franco-prov.  §  li,  1.  L'a  lat.  nel  teriit.  franco-provenz.  99 

mandemeinn.  Di  à  kouinn  v.  la  nota  a  pag.  91  \  B,  1, 
Sembrai! eh er  (Val  d'Entremont).  I.  ptc.  tiò  frc.  tuo,  ap- 
pelò,  nommo,  reintrò,  retrovò,  amassò,  dépenso,  demandò, 
ito,  cfr.  la  necessitò;  inf.  alla,  eintrà,  trova,  vouardà;  2. 
p.  pi.  imperat.  tuid-lo  ecc.;  pan^ —  II.  inf.  voyazer,  pre'ier; 
2.  p.  pi.  imperat.  haillez-me,  habeillez-lo;  imperf.  bailli- 
van,  mezevan,  dansevan;  ma  al  ptc:  hailla,  eìnvoia,  ein- 
raza,  meza,  petza,  totza; —  III.  la  parola  ecc.  B,  2. 
Vétroz  (alla  destra  del  Rodano).  I.  ptc.  torno  {torìió) ,  cou- 
mando,  galoppo,  khèrio  *cri[d]ato  chiamato,  ecc.  (ma:  serra)  ; 
inf.  alla,  tzantà;  2.  p.  pi.  imperat.  mena,  e  pur  étrandhà-lo 
(dhà  =  lja  =:glja);  imperf.  sé  mousavè  pensava. —  II.  inf. 
hijié  baciare,  danfié  danzare;  travailli,  rneindji;  2.  p.  pi. 
imperat.  hadhe-mè  (dhe  =  lje);  imperf.  haillivò,  meindjivon  ; 
ma  al  ptc.  commeincia, pétscliia;  hailla,  meindja\  cfr. pedj a 
(leT)  pietà. —  III.  onna  verdzetta. —  IV.  radze;  misere. — 
B,  3.  St.-Maurice.  I.  ptc.  levò,  dèno  donato  (dato),  mandò, 
importò  ecc.,  cfr.  magro  malgrado;  inf.  garda,   scempiar 


'  Deli  saggi  del  Fròcel  si  aggiunge  per  la  valle  d'Anniviers 
(Einfisch).  I.  ^ic.  gropd  ecc.;  inf.  alla[r]  trovar  177;  2.  p.  pi.  pres. 
ind.  allaz  177,  demandaz  178,  imperat.  donnaz  perdonaz  delivraz 
(e  anche  ne  nos  indigeaz  non  induceteci)  176;-  volontà  175.  —  II.  inf, 
tirié  (IR)  180;  ma  al  ptc.  :  tirici  ib.,  cfr.  commencid  ib.,  elianti fid  175. 
Ancora  tchièvres  zièvres  177.—  III.  terra  176,  trèvua  178;  IV.  in 
plachi  177,  feti  {*fajtja)  fatta  176.  —  Nutri  péri  (pàire),  nostro  pa- 
dre 175. 

'  pire,  padre,  deve  risalire  a  *paire,  e  coil  fi-e,  fare,  a  *faire.  Altri  esempj 
d'i  =  *ai,  sono  in  questa  parabola:  i  *ai  ho,  mi  (allato  ajamais)  *mais  ma, 
fi  *fàit  fatto.  In  quella  di  Vétroz,  a  cui  tosto  arriviamo,  si  riproducono  fire, 
fi,  i,  mtjami,  allato  a  pare  e  frarè.  Anche  in  Val  d'IUiez:  fi,  i,jami  (e  pur 
é  ne  $d  pas  mi  dìgno,  nella  qual  combinazione  il  mi,  che  deve  esser  'magis' 
e  non  'melius',  ritorna  anche  a  Evol(5na),  allato  a  me,  fere;  pare.  Ma  resta 
V-ai  nella  composizione  del  futuro,  a  Vétroz  (di  Sembrancher  non  si  vede 
il  fut.):  me  leivérai  (V.  d'IUiez:  lécèrA), parlerai,  dirai;  laddove  in  piìi  altri 
luoghi  troviamo  «  =  *ai  fuor  della  composizione,  ed  -i  nel  futuro.  Cosi  a 
S.  Lue:  i'é,  léoeri,  iri,  diri;  nella  valle  d'Hérens  (Fròbel):  i/o  l'ai  chaluà, 
fari;  a  Montreux  (Vevey;  Vaud):  li-é  io  ho,  me  lévri  andri  diri;  e  a  Gruyères 
(Friburgo):  li' è ,  deri;-  ecc.  L'-i  può  anche  passare,  o  determinarsi,  nella 
seconda  sing.  del  futuro;  cosi  nel  friburgh.:  te  ne  veilh'ri,  te  n^andri,  te  vudri^ 
BRÌI).  4S7  541:  cfr.  Maef.  80  ecc. 


100  Ascoli, 

(cfr.  Brid.  s.  einplla);  2.  p.  pi.  imperat.  tréla  mey\  fam ^ 
r>an,  Uière  -  \}di\ve]. —  II.  inf.  jpreyié;  imbrache,  voyadjà, 
s'allachà;  2.  pi.  imperat.  baillé  mey\  iinperf.  baillève ,  dan~ 
siàve,  mmdfjiévon;  ma  al  ptc. :  petchia,  tolchia;  oblidgìa, 
mindglà,  partadgia;  éloigna,  indigna]  béja. —  III.  granta 
tchiéra,  féta\  IV.  abondance.  B.  4.  Val  d'Ili iez.  I.  ptc. 
peinso\  dzeto,  erto,  ecc.;  infin.  tuo,  trovo,  einiro',  2.  p.  pi. 
imperat.  touo-lo,  ameno,  tretto-me,  apporto,  beto-la-le;  1.  sg. 
imperf.  me  mousàvo  mi  pensavo;  pare,  fan. —  II.  inf.  bailli, 
mindzi;  2.  p.  pi.  imperat.  bailli-me;  imperf.  travaillive, 
mindzivont,  approtschive;  ma  al  ptc:  bijia,  èloignia;  pc'- 
tchia;  bailla,  ìneindia,  partadzia,  einvohia-;  preya;  cfr. 
pedhia  pietà. —  III.  (amena.  IV.  abondance^. 

Vaud.-  Nella  sezione  meridionale  di  quella  parte  del  Vaud  che 
protendesi  a  oriente  del  lago  di  Ginevra  (Gryon),  ancora  si 
mantiene  il  contrasto  che  in  ordine  all'  effetto  della  palatile 
sin  qui  si  osservava  tra  I'a  del  participio  e  quello  dell'in- 
finito ecc.  Nella  sezione  settentrionale  di  quella  stessa  parte 
(Ghàteau  d'Oex),  il  contrasto  cessa;  come  cessa,  proseguen- 
dosi verso  il  nord,  nel  cantone  di  Friburgo;  né  più  si  avverte 
pur  nel  resto  del  Vaud,  tranne  all'estremità  di  sud-ovest.  La 
transizione  si  fa  poi  manifesta  nel  saggio  d'Ormonts-Dessus, 
com'è  consentaneo  alla  posizion  geografica  di  questo  paese. — 
Gryon.  I.  ptc.  appella,  dépeinsà,  ecc.;  inf.  torna,  tsan- 
tà,  ecc.;  2.  p.  pi.  imperat.  apporta  ecc.;  imperf.  reintravé; 
anale  annate;  anliian  anziano;  quauquié ;  peiré. —  IL  inf. 
meindji,  fétéhi  festeggiare;  imperf.  baillhivé,  meindjivon, 
approtchivé  ;  [quemeinhiron  cominciarono*];  tchi  man  peiré  ; 


*  'L'o  final  représente  un  son  intermédiaire  enlre  Va  et  l'o;  e' est  un  o 
^ouvert  et  un  peu  nasal,  se  rappprochant  de  la  nasale  on.  Cet  o  appartient 
'aux  infinitifs  et  aux  participes  passés  de  la  première  conjugaison'.  Bkid.  481 
(Pat.  du  V.  d'illiez).  Si  aggiunge  V-o  pur  nelle  2.  p.  pi.  dell' imperat. 

^  Pur  dasobahia,  come  se  fosse  di  1.  conjug. 

^  on  de  z'hahitein  (e  così  a  Sembrancher:  habiteins),  allato  a  ein  me- 
naint  menando,  St. -Maurice  :  on  n'abitant  {ih.:  x>indin  pendant,  vèyin  voyant). 

*  Malgrado  X" -c'iron,  che  ricorre  p.  e.  a  Ormonts-Dessus,  e  anzi  in  questo 
stesso  verbo  {kemingaron;  v.  ancora  sotto  'Marchissy',  in  questa  medesima 
sezione),  debbo  rimanere  affatto  incerto  se  quemeinhiron  sia  valido  esempio 
per  il  fenomeno  deliv;  cui  la  palatile  faccia  volgere  in  -i.  La  terza  plur.  del 


Schizzi  frauco-prov.  §  II,  I.  L'a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.       101 

ma  al  ptc. :  hailla,  meindja , pétcha ,  [houtscia  ammazzato]; 
civ.  jpedia  pietà. —  III.  la  crapula;  IV.  la  danfé,  onna 
granfa  misere. —  V.  Qui  pure:  on  dei  z'hahitein,  e  cosi  i  ge- 
rundj  étein  meindzein,  mouesein  pensando,  che  coincidono 
con  vivein  correin\-  ma:  einfan.  Forse  continuano  an- 
che ad  Ai  gì  e  le  stesse  condizioni  che  abbiamo  a  Gryon;  e 
vi  accennerebbe  decisamente,  d'accordo  con  la  giacitura 
geografica,  il  ptc.  ca^utscha  (in  funz.  fem.;  couchée),  l'unica 
Toce  che  per  questo  capitolo  valga  nel  saggio  d'Aigle.  — 
Ormonts-Dessus.  II.  inf.  rnedzi;  imperf.  preiyve  (sic), 
apretzivé  ecc.;  ptc.  hallie,  medzie,  déboutzies  pi.  f.  (cfr. 
annayes),  ma:  impleya  speso',  petzd,  totzay  (sic).  Ancora: 
pedhi  pietà.  Chàteau-d'CEx.  IL  2.  p.  pi.  imperat.  ha- 
dhi-mè  (dh  =  lj),  imperf.  medzian  approtziè;  e  ugualmente 
al  ptc:  einvohi,  badi  (d=:lj),  baiji,  coumethi,  medzi,  par- 
tadzi,  prayi,  petzi,  toizi.  E  penoso  che  appunto  in  questa 
parabola  non  occorrano  esempj  per  l'infinito.  Vi  restano  con 
\'à,  pur  déjiru  desiderare,  e  rassajid. —  I  e  IV.  arrevate 
arrivata.  Montreux.  II.  inf.  gàgni,  s'eingadzi,  medzi, 
approtzi,  boudzi  (cfr.  vouerda,  e  pur  rassasia);  2.  p.  pi. 
imperat.  bailli  lai,  habellhi-lo  (cfr.  apporta  ecc.');  imperf. 
baillive,  sondzive,  danshivan,  medzivan,  préìve,  ap'gro- 
tzive  (cfr.  desiderava)  ;  [kemenciran]  ;  ptc.  einvouyi,  bailli, 
eloigni,  einbransi,  kemeinci,  medzi,  petzi  (cfr.  amassa  ecc.). 
Ancora:  inf.  veri  (IR)^;  e  pedhi  pietà.  E  qui  sarà  il 


perf.  è  largamente  passata  all'analogia  dei  verbi  in  -ire.  Cosi  in  una  poesia 
che  pur  proviene  dal  Vaud:  tzantiran  cantarono  Brid.  493-4;  e  nel  Jorat 
(Vaud  ancora):  aliran,  comensiran,  Cornu,  Riv.  di  fil.  rom.  I  100;  cfr.  Haef.  95. 

•  Vers.  14,  e  nel  preced.  :  et  le  é  rimpleya,  che  il  Brid.  rende  per  'dissipa'. 
Il  prov.  empleitar  dice  'acquistare';  e  la  successione  ideologica  'acquistare, 
spendere  (cfr.  frc.  empiette) ,  dissipare',  non  presenterebbe  certa  difficoltà.  Piut- 
tosto contrasterebbe  il  dileguo  del  t  di  ejt.  Dovremo  dunque  ricorrere  a  tm- 
plejcM-  -  implicare  =  impiegare  ? 

^  Per  I'a  di  ata,  dietro  a  suoni  non  palatili:  debordales;  chdie  *suàe  su- 
date (sost.  pi.),  anyìoies. 

'  È  ia  un  passo  dei  'Bucherons',  che  non  sono  appien  sicuro  d'intender 
bene:    '  Y  s'adze  de  gàgni  son  pan 

Et  veri  s'on  pàou  la  misere 
Avoué  la  pioletta  ein  man. 
'Si  tratta  (il  s'agit?)  di  guadagnarsi  il  pane,  e  scuotere  (voltare),  se  si  pud, 


102  '  Ascoli, 

luogo  d'inserire  lo  spoglio  di  due  racconti  vaudesi,  che 
si  devono  alla  penna  del  Bridel,  e  furon  riprodotti  dal 
CoRNU,  sulla  cui  trascrizione  noi  regoliamo  la  nostra  \-  I. 
ptc,  enterd,  passa,  manca,  fem.  demontàje,  trohljàje;  inf. 
reparà,  lava,  gita,  sauté,  se  marjà:,  2.  pi.  imprt.  delivrd, 
indie,  vo  meritddc;  imperf.  sunàvan,  gravàve ,  pass  ave , 
marjdvan;  idre  ladro ^ —  II.  inf.  balji,  velji,  dansi,  de- 


'la  miseria,  con  l'ascia  in  mano'.  Cfr.  ne  s' agit  pas  Brid.  512,  V on  pàut 
dere  ib.  493. 

*  Il  lavoro  del  Cornu,  nel  quale  si  riproducono  questi  racconti,  è  nella 
Rivista  di  filologia  romanza,  I  98-112  (Imola,  1873).  Devono  primamente  es- 
sersi pubblicati  nel  Conservateur  suisse,  che  io  non  ho  alla  mano;  e  l'un  d'essi, 
il  'Charivari',  è  riportato  anche  nel  Glossario  del  Bridel,  p.  505-7,  donde  pro- 
viene la  lezione  diversa  (Br.)  che  aggiungo,  ove  occorra,  tra  parentesi.  Circa 
la  precisa  determinazione  del  dialetto  in  cui  sono  composti,  dice  il  Cornu 
(1.  e,  98):  ^La  langue  de  ces  deux  récits  est  la  méme  que  celle  des  proverbes 
'semés  dans  V  Instruction  pour  mon  fils  Pierre  Louis  écrit  qui  est  date  de 
'Lovathan,  village  situé  à  la  frontière  de  Vaud  et  de  Fi'ibourg.  Getta  in- 
'dication  mise  a  part,  le  dialecte  lui-mème  fournirait  facilement  les  preuves 
'de  mon  assertion.  Ce  n'est  que  dans  le  canton  de  Fribourg  et  dans  la  partie 
'  du  canton  de  Vaud  qui  en  est  voisine  que  l'on  dit  ran  pour  ren ,  que  Fon 
'  prononce  ey  corame  ay  et  que  st  commence  à  devenir  g\  Per  quanto  è  del 
primo  distintivo,  bene  è  ran  nell'uno  dei  due  racconti,  ma  è  ren  nell'altro 
(Cornu,  gloss.,  ib.  HO;  due  volte  è  ren  nel  secondo,  lin.  129  e  137);  e  d'al- 
tronde ne'  testi  friburghesi  occorrono  ren  e  rin  {avuey  ren  on  n'a  ren  ;  schin 
que  vein  de  rin,  on  le  prin  pò  rin]  proverbj  in  dial.  della  Gruyère,  Brio. 
543;-  betadè  me  rin  quiè  à  parei...,  letteralm.  :  mettetemi  niente  che  a 
pari;  parab.  di  Gruyères,  Mél.  543).  Per  le  altre  due  caratteristiche,  si  veg- 
gano qui  appresso  i  num.  2,  13  e  19.-  Il  Bridel  è  detto  'le  vénérable  pasteur 
de  Montreux'  (Favrat,  nell'lntroduz,  al  Gloss.  di  Brio.);  e  una  voce  speci- 
fica, che  occorre  nel  secondo  raccontino  (greinpo),  è  attribuita  nel  gloss.  di 
Brio,  al  dial.  di  Montreux.  A  ogni  modo,  pur  con  Montreux  e  Chàteau-d'CEx 
poco  distiamo  dal  territorio  friburghese. 

^  tale  tali  fem.,  mò  male.  Circa  md  dice  il  Cornu:  'Ce  mot  est  féminin 
'dans  plusieurs  locutions',  e  cita  pe  la  mo,  parceque.  Ma  pe  la  md  qc,  o  me- 
glio f)è  la  man  que,  come  ha  il  Bridel,  vale  etimologicamente  'per-l' amor-che'. 
Circa  per  amore  = 'propter',  può  vedersi  l'Arch.,  I  25  n.,  e  549  6;  e  si  ag- 
giungono: pe  l'amo  que,  alla  riva  orientale  del  lago  di  Neufchàtel,  Mél.  541 
(parab.,  v.  27);  peramu,  pramo,  pramou,  pelamou,  pou  l' amou,  à  caus^  \1^^]^ 
nel  dipart.  del  Jura,  ib.  187;  per  amor  qe  ecc.  in  Linguadoca,  Salvages,  s.  amor. 
Ma  pur  la  Crusca  ha  registrato  per  amore  =  per  cagione;  e  anche  dev'essere 
del  fiorentino  odierno,  poiché   Manzoni  ha  scritto  e  rifermato:  ma  c'era  de' 


Schizzi  franco-pi'ov.  §  II,  1.  L'a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.        103 

pe0  frc.  dépecer,  brezi,  paji,  acrozi,  moci;  2.  pi.  imprt. 
CHzide;  imperf.  haljhe,  cùdive  (perf.  cùdlran;  IT);  ptc. 
corogi,  bugi,  ralloji  *ve-\ocaXo  -?l,  ete^e' attaccato,  terÌ{)R)^. 
Altre  voci:  zen  (Brid.  tzin),  ezila;  e  più  notevole:  geblje 
(Jorat:  zebe,  Cornu;  e  pur  nel  Jura,  Brid.  115)  gabbia. — 
III.  fenzpra  (C.  scrive  -gra;  Br.  -tra),  ansàima  vecchia 
(anziana),  amenda,  ecc. —  IV.  nùje  feràlje  (Br.  vilha  fer- 
railla),  zàsse  (Br.  tsassa),  fuerse,  ma  senténse  (Br.  senten- 
che),  la  pljàce,  peróse  fr.  paroisse,  luje  (Br.  louye)  loggia, 
la  deménge;  puéjre  (Br.  pouaire)  *pavoria,  neiire  *nucaria 
albero  noce;  pljénte  (AINT,  cfr.  valsoan.  n.  59  3°).  Ve- 
vey.  IL  inf.  dépliaicy,  medzi,  tsandzi,  rindzt  fr.  ranger 
(accanto  a  caminà,  chàotà  saltare,  ecc.);  2.  p.  pi.  imperat. 
catzi-lo  frc.  cachez-le;  imperf.  tsertsiv'on  bocon;  ptc.  Van 
laissi,  la  {l'a)  cutsi  (allato  ad  avalà,  trotta,  e  pur  goncllià 
gonfiato,  cfr.  fàbllia  allato  a  vergógne  ecc.,  e  l'inf.  gonhllà 
Brid.  182).  Pully  (presso  Losanna).  IL  inf.  raccom- 

pagnibl^,  signi  bll ,  tzertzi  òl4,  sétzi  ib.,  vouaiti  (IT) 
guardare  (guaitare)  515;  2.  p.  pi.  pres.  ind.  fordzi  512; 
imperf.  sondzive  515;  ptc,  gàgni  518,  dressi  517,  quemeinci 
516,  aberdzi  albergato  515,  calzi  518;-  allato  all' inf.  acu- 
ta 513,  al  ptc.  ama,  ecc. —  Ancora  citiamo  per  -ata  (I  e  IV): 
dóshonoràte  518,  reinversdie  516,  aliate  sost.  517;  e  per 
altri  -a  fuor  d' accento  :  felhe  concheince  demeindze  ban- 
?S(?  512-13.  Dintorni  di  Losanna.  IL  inf.  se  laissi  508, 
medzi  ib.,  ieri  (IR)  508  511,  meri  (IR)  508  (allato  a  mena 


guai,  per  amor  della  cappa  nera  (Proni,  sp,,  cap.  xv,  in  f.)  V.  ora  anche  la 
Rev.,  V.  228. 

*  Il  fem.  epuejrjd  (B.  épouairia)  sarà  anch'esso  un  ptc.  di  1.  conjug.,  e 
il  Cornu  pone  infatti  nel  suo  gloss.  l' inf.  epuejri  con  V  i  lungo  (non  col  breve 
di  dremi  ecc.).  Ma  neW  -a  non  vedrei  la  caratteristica  del  feminile,  con  l'ac- 
cento attratto;  ma  si,  all'incontro,  I'a  di  -ato  che  non  subisce  l'influsso  della 
palatile,  come  non  la  subisce  nel  masc.  obljegd  (Br.  obliedja).  Mancherebbe 
dunque  in  epuejrjd  la  solita  desinenza  feminile,  poiché  la  forma  compiuta 
avrebbe  ad  essere  epuejrjdje  (cfr.  trobljàje  ecc.);  e  circa  il  progressivo  ab- 
bandono di  questa  nota,  si  potrebbor  confrontare  il  fem.  ohlieydj  (Br.  oblie- 
djai),  e  anche  veprà  (se  ò  feminile),  che  oggidì  più  frequentemente  si  dice, 
secondo  il  Cornu,  in   luogo  dell'antiquato  veprdje  *vesperata,  après-midi. 


104  Ascoli, 

ib.,  ecc.);  imperf.  catztvè  507  (ali.  ad  amdvè  509,  ecc.);  ptc. 
einvoiiyi  507,  eimpougni  509,  netteyi  ib. ,  calzi  508,  reletzi 
ri-leccato  512  (ali.  a  alla  rohd  511,  ecc.);  e  ancora:  tzins 
cani  508,  tcMvra  511  '.  Le  Mont  (  Jorat).  II.  ptc.  ein- 
vouyi,  co?^iJréra/i^  contrariato,  emhrassi,  ecc.  (ali.  a,  arrevd, 
decida,  ecc.);  imperf.  approtzivè  ecc.  Saint-Cierge 

(distr.  di  Moudon;  da  non  confondersi  con  Saint-Cergue, 
distr.  di  Nyon):  ptc.  'bailli  ecc.,  imperat.  habelhidè,  allato 
a  no7imà  ptc,  amend  imperat.  Ancora  notiamo  da  questo 
saggio:  habitins,  confrontandovi  il  ger.  corrm.  Sainte- 
-Croix  (a  occid.  del  lago  di  Neufchdtel;  distr.  di  Grandson): 
mindzi  inf.  e  ptc.  (ali.  a  vardd  inf.,  appèld  ptc),  pétzi  ptc. 
Prendiamone  inoltre:  ion  de  zliahitai  uno  degli  abitanti,  cfr. 
ai  vivai  frc  en  vivant,  ecc.  Orbe.  ptc.  éloigni,  oblliedzi 
(ali.  a  appeld,  dépeinsd);  ecc.  Marchissy:  inf.  se  ras- 
sasiy  (ali.  a  guerdà);  2.  pi.  imprt.  habeliy  (ali.  ad  amend); 
imperf.  priivé  ecc.  (ali.  a  désiravè);  queminciront  (a  Orbe: 
comeingarant)^  \  ptc.  éloigni,  transgressi,  ecc.  (ali.  ad  ap- 
pald  ecc.).  Brassus  (Valle  di  Joux):  ptc.  baillé,  éloi^ 
gné,  einbraichiè,  medjé,  pètsché;  cfr.  pedié  pietà;  e  'Yé 
final  est  tellement  ferme,  qu'on  a  de  la  peine  à  le  distinguer 
de  V i\  Ma  sarà  altrettanto  chiusa  Ve  di  apprutschévè  ecc. 
Del  rimanente:  inf.  guierda,  e  pur  rassasià;  ptc.  appalla, 
ramassd  ecc.;  anndU;  coumanddvè.  Vallorbes.  I.  Val- 
lorbes,  che  è  al  Jura,  nella  sezione  settentrionale  del  can- 
tone, e  Commugny,  che  ne  è  all'estremità  di  sud-ovest,  ci 
offrono  Vo-i,  come  ci  occorreva  in  alcuni  territorj  dei  di- 
part.  del  Jura  e  dell'Alni  non  attigui  a  questi,  ma  alla  loro 
stessa  latitudine  al  di  là  della  catena  del  Jura.  Sarebbe  ve- 
ramente un  suono  tra  Va  e  Vo,  Brid.  460,  465.  Gli  esempj 
di  Commugny  seguono  qui  appresso,  e  ora  diamo  quelli  di 
Vallorbes:  ptc.  nommo,  retrouvo,  dépinso,  ramasse,  inf.  Ho 


*  Notiamo  pur  Ve  àìplhèce,  piazza,  che  occorre  ripetutamente,  508  509; 
cfr.  «Friburgo'.-  *Aigua  *aigja,  acqua,  dà  qui  tghe  509;  cfr.  "Aosta'. 

'  Molto  incerto  però  questo  esempio,  secondo  che   si  è   detto   in    nota  a 
'Gryon',  sul  principio  di  questa  sezione. 

*  Cfr.  l'ultima  nota  a  'Isòre'. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  I.  L'a  lat.  nel  territ.  iVanco-provenz.        105 

fr.  tuer,  intimo,  se  boiceto,  dierclo  *ghierdo  v.  num.  9;  2.  pi. 
imprt.  ameno,  appourto.  Ho,  houeto-lhi;-  annoia;  santo, 
la  poureto\ —  II.  inf.  se  rassasii,  préì;  imperf.  appre- 
tzive  ecc.  ;  ptc.  éloigni,  medzi,  ecc.  —  III.  oncouéra  ancora, 
enna  bagna;  IV.   la  campagne.  Commugny.   Oltre 

ro  =  A,  di  cui  già  toccammo  sotto  Vallorbes,  qui  ritorniamo 
pure  all'-m  (-fa)  =  AT0  cui  preceda  palatile;  cfr.  'Ain',  'Isère', 
'Savoja',  'Ginevra',  ecc.-  I.  ptc.  Huo,  allo,  appélo,  dépanso, 
ramacho,  retrovo,  demando,  cheuto  saltato;  inf.  regalo,  sé 
rassasio,  antro,  gardo;  2.  pi.  imprt.  ameno-mè  ecc.  {tret- 
tà-mè;  santa);  annòies;  fore  fare; —  II.  imperf.  appros- 
sivè  ecc.  ^  ;  ma  al  ptc.  :  anvoiiya,  contreria,  haillia,  éloigma, 
embrassia,  hemancia,  mezza,  partazia,  pessia  peccato,  dè- 
doussia  (in  funz.  di  pi.  fem.)  ^;  cfr.  perfza  pietcà. —  III.  bouna, 
roba;  IV.  abondance. 
Friburgo  (cant.  di)'.-  Gruyères.  I.  ptc.  paschd  [-pasci  pas- 
sato), rèschuschità ,  cfr.  aind  frc.  aìné;  inf.  maiala  macel- 
lare, rintornd,  lèva;  2.  pi.  imprt.  allddé;  imperf.  tzantàvè; 
pare,  schindà  sanità. —  II.  inf.  medji,  tschèrtscM;  2.  pi. 
imprt.  baliuìè,  dèpatscMvo ;ìmT^ert  baliive,  medjwan;  [perf. 
queminhMran" ;  3.  sg.  queminhha];  ptc.  frecascht,  medjt. 


*  Lo  schietto  a  della  3.  sg.  del  perf.  (alla,  arreva,  couminga,  medza,  se 
boueta,  ecc.)  non  fa  maraviglia,  poiché  ò  veramente  un  a  di  antica  posizione 
volgare  (-avt),  e  quindi  rimane  a  pur  nel  francese.  Piuttosto  va  notato  Vd 
di  coumingaron. 

'  Manca  ogni  esempio  per  l'infin.  con  I'-are  preceduto  da  consonante  pa- 
latile; ma  se  vi  fosse,  ci  darebbe  per  certo  Vi  come  è  all' imperf.,  e  anche 
alla  2.  pi.  imprt.:  bailli-mè. 

^  Anche:  ré/léchia. 

*  'L'on  a  imprimé  à  Fribourg  en  1788,  in-8.o,  les  trois  premières  églogues 
(de  Virgile)  traduites  en  vers  dans  le  patois  de  ce  canton.  Je  n'ai  pas  encore 
rencontré  ce  volume  qu'ont  mentionné  Ebert  (n.°  23783)  et  Schweiger  {Handb. 
d.  class.  Bibl.  Il,  1226)  et  dont  un  bel  exemplaire  s'est  payó  18  fr.  vente 
Canazar,  n.°  379.'  Rec.  96.  —  'M.  Python  publia  à  Fribourg,  en  1788,  i?ii- 
colicos  de  Virgile,  in  dix  Eclògues,  traduites  in  vers  hèroicos  et  dialecte 
gruvéren.'  Mémoires  de  la  Société  Royale  des  Antiquaires  de  Franco,  T.  I 
(1817),  p.  195. 

'  V.  ancora,  circa  il  dubbio  valor  di  questo  esempio,  la  prima  nota  al 
'Vaud'. 


106  Ascoli, 

pètscht,  totschi,  incotschi'mzom\nQ.\Q.io  (preparato?)';  vueili 
(IT)  'guaitato';-  in-ische  no  chez  nous. —  III.  ouna  roba 
nauva;  IV.  de  ìjouna  grasshe.  Dalla  parab.  'de  la  Bas- 
se-Gruyère':  IL  inf.  voyadzi;  ptc.  invoui,  contreyi,  que- 
menihi  kemeinthi,  corrothi;  allato  a  alla  andare,  eia  an- 
dato %  ecc.  Dai  proverbj  raccolti  'dans  la  Gruyère': 
IL  inf.  vuetti  535  (IT);  ì^équementìii  542, 2')erthi  frc.  percer 
544,  payi  ib.;  ^ic.  per hii  frc.  percé  (pi.)  535,  cutzi  (ali.  a 
lèva,  ecc. ^)  542;-  tscMvra  534.  Territorio  fra  la  mon- 
tagna e  la  Broye:  IL  inf.  léschi  lasciare,  cudht  {IH)  *co- 
[gjitare,  tentare;  ptc  bcji  hddsè,  queminscM,  allato  a  eia, 
manda,  ecc.  —  III  e  IV.  oima  tùia  mijère,  la  schovegnansche 
il  risovvenirsi.  Dalla  parab.  'en  patois  broyard,  comme 
on  le  parie  du  coté  d'Estavayer-le-Lac,  à  l'extrémité  du 
pays  de  Broie,  sur  la  rive  occidentale  du  Lac  de  Neuchà- 
tel':  IL  inf.  cudt;  ptc.  sondzz,  loartadzi,  ecc.,  allato  ad  eia 
{z-elà),  dispèrsa,  ecc.  Ancora  notiamo:  in  plièsse  (cfr. 
p.  104  n.)  ;  e  per  1' a  intatto  :  mertan  meritante  (-tevole),  infan. 
—  Si  aggiunge  la  parab.  nel  'patois  d'Estavayer';  e  di 
certo,  cosi  per  'Estavayer'  senz'altro,  s'intende  ancora  'Esta- 
vayer-le-Lac',  nelle  cui  vicinanze  appunto  eravamo,  e  non 
r'Estavayer-le-Gibloux',  che  ad  ogni  modo  sarebbe  fribur- 
ghese  anch'esso.  Ne  prendiamo:  IL  inf.  partadzi,  prayi; 
ptc.  invohi  ecc.,  allato  ad  eia,  e  ai  sost.  annate,  onna  ré- 
galdie.  Da  canzoni  friburghesi:  IL  inL  dansi  485, 
tzanzir  cangiare  486,  étazir  attaccare  ib.*;  ptc.  cudhi  (IT) 
pensata,  tentato,  489,  allato  a  eia  489,  fem.  elaie  486,  ma- 
riaze  ib. ,  ecc. —  III.  lapeiìia  488;  IV.  V  ivue  la  plhe  fretze 
l'acqua  la  più  fresca,  ib. 


'  Letteralm,:  <iu-coccato'.  II  Cornu,  nel  gloss.  ai  raccontini  vaudesi:  '^en- 
cozi,  faire  une  entaille  [encóze),  commencer'. 

^  et  l'est  j'eld.  Questo  curioso  cld  ritorna  in  tutti  i  saggi  friburghesi  che 
ne  porgono  occasione:  et  l'è  j'eld,  ie  Ve  don  z'elà,  fem.  eldie.  E  pur  nel  Jorat 
(Vaud):  z  eia.  Corno  1.  e,  gloss.  s.  '^ala'. 

^  to  tale  534,  mó  male  540. 

''  Molto  importante  è  nèviid  negare  488.  Qui  non  v'ebbe  la  palatile  (*nejàr), 
e  quindi  si  mantenne  Yà,  in  grazia  dell'intermedio  *negvare,  che  sta  al  lat. 
negare  come  *intcrrogvare  (prov.  entei^var  ecc.)  a  interrogare.  E  anche  *in- 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L'a  lat.  nel  tenit.  franco-provenz.        107 

Netjfchatel  (cant.  di).-  In  questo  territorio,  e  specialmente 
nelle  sezioni  discoste  dal  lago,  il  tipo  franco-provenzale  vien 
declinando,  come  la  ragion  geografica  vuole,  verso  il  tipo 
francese.  Qui  diamo,  nel  testo,  lo  scarso  spoglio  che  ci  riu- 
sciva di  raccogliere  dai  saggi  che  ci  ha  dato  il  Bridel  ;  e 
in  nota  aggiungiamo  degli  eserapj,  che  si  ricavano,  per  le 
corrispondenti  sezioni,  dal  bello  studio  dell' Haefelin.-  Din- 
torni di  Neufchàtel.  I.  ptc,  arriva;  inf.  conta,  gardd, 
éprovci;  imperat.  gardd-vot;  e  inoltre:  faire  affaire,  le  le- 
deman  frc.  le  lendemain. —  II.  inf.  rollier  {=  rollili  336, 
rosser,  hattre,  frapper  avec  un  bàton;  cfr.  roulia  in  Lin- 
guadoca);  ptc.  coìitchi;  tchie  chez. —  III.  la  sionna  la 
bienne,  encor a. —  lY.  apiàce\  Valangin  (Val  de  Ruz). 
I.  ptc.  conddn-nd  523,  éfama,  non-md,  manqud,  tchatrd 
542,  ecc.  ;  inf.  alld,  ròn-nd  grugnare  (mormorare,  cfr.  Arch. 
I  526)  523,  réimrmà,  voirdd,  ecc.;  2.  pi.  imprt.  amenà-mc] 


terrogvare  si  continua  appunto  in  questa  regione:  ptc.  intrèoà,  intrévd.  Brio. 
448,  450,  parab.  friburghesi.  Ritorna  codesta  forma  anche  nel  cant.  di  Neuf- 
chàtel (Val  de  Ruz:  «eu'vi),  e  l' Haefelin  (72)  non  la  intende  bene. 

^  Sezione  di  sud-est.  I.  pag.  13-14:  ala,  gran  grano,  fam, 
Icinna,  fava,  bontà,  destinàf  destinata,  j'aMwiàuo;-  animò  animai. — 
II.  pag.  14-15:  za^  cane,  zer  caro,  carne  e  carro  (Paroisse:  zen,  zos 
caro,  ze  carne  e  carro);  zivra,  zi  chez,  zii^  (Par.:  zizo)  cado.  [Circa 
l'influsso  delle  palatili  suH'a  della  prima  conjugazione,  l'Haefelin, 
tralasciando  ogni  distinzione  per  gruppi,  poiché  sia  regola  generale 
che  codest'A  passi,  sotto  quell'influsso,  in  t,  dà  a  pag.  15  questa 
breve  serie  d'esempj;  i  quali  non  sono  dunque  peculiari  al  gruppo  che 
per  noi  si  denomina  'sezione  di  sud-est',  e  anzi  valgono,  generalmente, 
per  tutti  e  cinque:  lalji,  hani,  bassi,  clansi,  aller/i,  av'zì  avvezzare, 
ap2)ojÌ,  menzi  [megi),  coczt  (couct).  Aggiunge  l'Haefelin  anche  il  r 
tra  i  suoni  che  producano  questa  mutazione,  avvertendo  però  che 
ciò  avvenga  di  rado,  e  dando  per  solo  esempio  fj'Sri  puzzare.  Ma  qui 
siamo  ancora  ad  IR  (cfr.  aitrie,  nel  testo,  fra  poco,  sotto  'Vcrrières'): 
*fljairare,  frc.  flairer;  e  cosi  si  aggiunge,  per  IT,  dalla  p.  36,  dove 
sono  piti  altri  es.  d'infln.  in  i=a':  édi,  secondo  la  pronuncia  del 
vernac.  della  Paroisse,  aitare,  e  per  ID,  dalla  p.  51,  vòedi  vider 
(ant.  frc.  vuidier),  secondo  la  pronuncia  della  sezione  di  sud-est  in 
genere,]—  III.  p.  40-41:  pjdnna,  zdmbra,  tela  tUa  testa,  barba, 
ràva;-  zani"  cantai.—  IV.  pfl(/',  ardri%  pjo^''  pioggia,  pjflp%  nioz"  mo- 


Ascoli, 

imperf.  an-màve;-  santa,  infìrmità  523;  on  an-me  si  ama, 
fan,  frare,  [póré]-,-  taulamet  talmente. —  II,  inf.  contreleyt 
contrariare,  contrastare,  hailli ,  mdgt,  ^neyt  piegare  536; 
imperf.  s'éno-we,  s' contreleyive  523,  praidgive  parlava 
(predicava)  ib.;  ptc.  contreleyt,  cointchl  sudicio  (conciato) 
542. —  III.  IV.  La  distinzione  si  viene  dileguando:  à  la  via 
alla  vita,  éna  balla  histoire,  metchéta  téle  mediante  téte, 
éna  bague,  la  fortche  530,  la  porte  523;  ancor  et  (ib.)\  — 
Land  ero  n.  I.  i^ic.  déracend;  inf.  accoicesa,  arrétd; —  IL  inf. 
bassie,  cfr.  pitie; —  III.  IV.  aive,  aure  aura  (vento),  for- 
ce, ecc. —  Notevole  ancora:  duret  *durent  durante,  col  dop- 
pio valore  di  'durante'  e  di  'mentre'  (cfr.  ted.  \vahrend)^  — 
Le  Lode.  I.  ptc.  appaia,  ratrà  frc.  rentré,  ecc.;  inf.  atra, 
voidhà  guardare,  e  pure  rassasià;  otau  "ostai  casa;  habi- 
tants  (cfr.  vivant); —  IL  pefchi,  medgiva,  ecc.,  civ.  pidé 
pietà; —  III.  a  bouna  santa,  balla  roba,  ana  bagna;  — 
IV.  campagne,  abondance,  misere^.        Verrières  (all'e- 


sca; e  anche  sono  in  regola:  fra'd^  frigida,  ra^d"  rigida,  che  all'Haefelin 
parvero  anomali  (ID,  cfr.  valsoan.  n.  59  3"  e  4°).  Con  l'-o  nota  egli, 
dal  vernacolo  della  Paroisse:  ombro  e  zùjo  gioja;  cfr.  la  prima  nota 
a  'Tarantasia'  e  l'ultima  qui  a  'Neufcbàtel'. 

^  Val  de  Ruz.  I.  Nella  varietà  di  Fenin,  siamo  all'»;  p.  10:  bjà 
frc.  blé,  volontà,  canta,  man. —  III.  har¥  ecc.,  p.  40;  ma  V-a  si 
mostrerebbe  ancora  con  qualche  abondanza,  e  qui  e  nella  sezione  di 
nord-est,  della  quale  abondanza  non  ci  è  però  dato  alcun  saggio. - 
Dinanzi  al  J  epentetico  che  sussegue  alla  tonica  nel  ptc.  fem.,  I'a 
passa  in  e,  così  in  questa,  come  nelle  tre  altre  sezioni  che  ancora 
ci  restano.  Val  de  Ruz  :  améje-.  Sezione  di  nord-est:  anmej^',  ecc., 
p.  15  (cfr.  'Isère',  in  nota).-  Val  de  Ruz  e  Sezione  di  nord-est:  pol'y 
Sezione  delle  montagne:  po'la,  pala;  p.  14. 

2  Sezione  di  nord-est.  I.  Nella  varietà  di  Lignières  abbiamo 
l'à,  e  in  ispecie  è  di  regola  dinanzi  a  nasale;  p.  10:  lànn%  fàm^ 
pan,  ecc. 

5  Sezione  delle  montagne.  I.  Nota  l'Haefelin  (p.  11),  che  al- 
lato alle  forme  in  cui  I'a'  resta  incolume,  ne  occorran  pur  di  quelle 
con  I'a  turbato;  ma  non  cita  se  non  tjc  chiaro,  tje  chiave,  dov'è  da 
badare  al  jf";  e  in  posiz.:  terme  arme  (pi.),  e  Irò'  teca  da  laxus  -a, 
il  primo  de'  quali  esempj  è  affatto  'sui  generis',  e  il  secondo  ebbe  Vd 


Schizzi  frauco-fiiov.  §  II,  1.  L'a  lat.  uel  tei'rit.  franco-proTenz.        lOU 

stremila  del  distr.  di  Val  de  Travers,  sul  confine  tra  Svizzera 
e  Francia).  I.  Si  rasentano  le  condizioni  francesi:  moutró 
mostrare,  voz  me  seblez  sembrate  ;  e  anche  herbrou  albero, 
oltre  plumedzoii  ramedzou  (frc.  ramage),  allato  a  four- 
madzou,  che  dev'essere  una  svista. —  II.  aitrìe  attirato  (IR); 
'pertsie  frc.  perché.  —  III.  sa  préza  \ 
Berna  (cantone  di).  Sezione  tra  il  Jura  e  il  lago  di 
Bienne.  Come  nell'ordine  geografico,  cosi  nell'ordine  dia- 
lettale, questo  breve  territot'io  è  la  prosecuzione  di  quello 
che  dicemmo  la  sezione  di  nord-est  del  canton  di  Neufchàtel 
(Landeron  e  Lignières).-  Montagna  di  Diesse.  I.  ptc. 
apalla,  ressuscita;  inf.  alla,  voirda,  aporta,  e  ancora  re- 
sista e  posseda  (cfr.  frc.  resister  e  posseder);  imperf.  èl 
sohaitavo  (sic),  étofave;  fam,  pan;  hòto  *ostal. —  II.  inf. 
baillie,  metsgie;  imperf.  haillive,  mctsgievan;  ptc.  pétschie, 
totschié;  e  al  v.  13:  on  pays  églaisie.  —  III.  IV.  enne 
grosse  famine  ;  campagne.  Bienne.  I.  ptc.  rètra,  arriva , 
e  pure  acciabia  frc.  accablé;  inf.  voarda  ecc.;  ma  all' im- 
perf. :  souliaitaive. —  II.  totschié;  mègievant  ecc.,  tschie 
chez. —  III.  IV.  ainne  prévonde  douleur;  la  geouge^. 

susseguito  da  e.  Così  l'ebbe  susseguito  da  g  l'-e^"  =  atico ,  come  in 
dammeg^  fremeg"  (p.  13),  e  solo  rimarrebbe  l'isolato  ve  =  vas  (cer- 
cueil;  p.  12).  —  III.  Ihra^  prova,  ecc.  IV.  folj%  parrir"  (carrière) 
*petraria;  ecc. 

^  Val  de  Travers.  I.  p.  11-12:  allato  a  tjàr  chiaro,  demàn,  ecc. 
(e  pala,  p.  14),  s' hanno  pre,  reva,  feva  ecc.,  bonte  ecc.,  e  sempre 
l'è  per  Va  della  prima  conjugazione,  quando  egli  non  passi,  per  ef- 
fetto della  palatile,  in  i.  Ma  in  ordine  ai  due  esempj  di  posiz. ,  che 
l'Haefelin  adduce:  gre  gressa  grasso  -a,  leóo  da  'laxo-',  va  ancora 
considerato  il  facile  sviluppo  di  un  i,  fra  la  tonica  e  la  consonante 
che  a  questa  susseguiva  (cfr.  p.  e.  il  frc.  graisse),  onde  poi  e<=ai. 
E  analogamente  si  vorrà  considerata,  qui  pure,  l'è  di  mariego,  fro- 
mejjo,  ecc.,  p.  13. —  III.  Notevole,  in  confronto  della  scarsa  incolu- 
mità dell' a  tonico,  la  incolumità  costante  delI'-A  nominale  fuor  d'ac- 
cento, quando  non  gli  preceda  suono  palatile  (cfr.  le  condizioni  che  si 
hanno  nel  dip.  del  Jura);  p.  40-41  :  lànna,  barba,  co  erta  corta,  ecc. — 
IV.  p.  41:  pjOy^,  féir",  ecc. —  Qui  pure:  ombro. 

*  L'rt  («)3A  ritorna,  almcn  nella  scrittura,  anche  in  nn  saggio  che 
proprio  c'interna   nel    Jura   bernese,    cioè    nella   parab.  in   dial.   di 


no  Ascoli, 

Ora  volgiamoci  a  sud-ovest,  attraverso  alla  catena  del  Jura; 
0  rifattici  all'alto  bacino  dell' Ain,  spingiamoci  poscia  verso  il 
nord,  a  rintracciar  le  estreme  vestigia  del  franco-provenzale. 

Jura  (dipart.  del).-  Ritorniamo  così  la  questo  diparUmcnto,  cioò 
nella  sezione  austro-occidentale  della  Prancu-Contea,  secondo  che 
si  è  indicato  di  sopra  (p.  87).-  Dalla  poesia  colligiana  prendia- 
mo ancora:  I.  ptc.  Va  seumc  lou  vin  il  a  bu  le  vin,  cfr.  du  couté  du 
coté;  inf.  recidè,  damné,  conte;  égalitè;  ma:  quèmàra  comare ^  — 
II.  hàilU-mè.  —  E  poi  passiamo  al  ^Vocabulaire'.  I.  A  prima  vista 
vi  parrebbe  avere  il  predominio  assoluto  Ve  =  A,  alla  francese.  Cosi 
vi  occorrono,  a  cagion  d'esempio,  i  ptc.  tale  meurtri,  froissé,  206, 
i  li  a  bin  greve  il  lui  a  bien  fàchó  (gravato)  IGI;  gì' inf.  souner 
semer  205,  sarrer  scier  202,  camber  enjamber  69;  la  2.  pi.  pres. 
ind.  vo  se  bouté  203.  Ma  bisognerebbe  poter  scernere,  in  quanta 
parte  Ve^A  realmente  occorra  nelle  varietà  vernacole  ed  in  quali, 
e  in  quanta  essa  provenga,  all'incontro,  dal  ridursi  le  voci  ver- 
nacole, o  fra  le  popolazioni  urbane  o  pur  semplicemente  sotto  la 
penna  del  vocabolarista,  a  desinenza  francese  (cfr.  voc.  49).  In- 
tanto si  osservino:  ^s'ahoffer,  se  divertir,  faire  des  contes  plaisans; 
le  paysan  prononce  s'aboffa'  51;  dzouga  jouer  167,  djàffa  manger 
en  glouton  166  2;  que  soukva  ét^  apela  que  l'on  avait  coutume 
d'appeler  (clie  soleva  esser  chiamato)  82,  nos  avin  dépinta  nous 
avons  regardé,  envisagé  (Sept-Moncel,  all'est  di  St.-Claud)  80; 
pra  pré  191,  pare  pére  185  ^.  Ancora  notiamo  per  -AL  -ALL:  ola 


Moutier-Grandval  ( Val-Moutier;  al  nord-est  di  Bienne),  Mél. 
539.  Ne  caviamo:  I.  ptc.  nommà,  rotrd,  cfr.  mau-xgrd;  inf.  alla, 
confessa,  voirdà,  apourtà,  ecc.;-  tscharità;  pan,  fam;  pare,  fràre. 
—  IL  inf.  bayie  bailler;  ptc.  eloingnie,  ecc.  —  V.  piti  innanzi:  Mura 
bernese'. 

*  i  t' en  fa  il  t'en  fait,  dze  m' en  va  je  m'en  vais:  è  una  coppia  di  esempj, 
cbe  è  'sui  generis';  cfr.  'nai,  na,  nd,  ea  patois  montagnard  et  des  colliues', 
■vocab.  178.  In  piait  platfc,  e  in  piàindre  plaiadre,  è  Va  di  posizione  romanza 
0  latina,  che  non  si  fonde  con  l'i  o  propagginato  od  attratto  (pldigt,  plàjnre) — 
Del  resto,  qui  pure  houtaù  *ostal,  e  in  l'ima  con  fouo  fuori. 

-  Entrambi  i  tipi  in  una  stessa  proposizione  :  e  failleva  pianta  on  nouiu 
pou  marqué  la  riva  il  fallait  planter  un  noyer  pour  marquer  la  limite  ou  le 
tour  du  champ,  199. 

'  ìSe  per  I'a  in  posiz.  dinanzi  a  palatile:  la  velsa  la  vache  64;  E  rego- 
lare così  nell'analogia  francese,  come  nella  franco-provenzale.  Ve  di  tsedrou 
cadere,  12.  È  poi  tsa  (tsd)  cosi  per  'carne'  come  per  'carro',  166  72.  Strana 
finalmente  Ve  di  eme  emou,  esprit,  intelligence,  jugeraent,  8  3,  che  pur  dee 
rivenire,  come  il  voc.  annota,  ad  'animus'. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L' a  lat.  nel  territ.  franco-provenz.  HI 
aile  182,  pania  paiUeta  pollo  (pala)  186'',  san  sa  201,  mau-not 
ma-net  mal-propre  173,  houtau  houta  *ostal  165,  pau  pieu  (palo) 
186,  niaw ■=  *nidialo  (guardanidio;  cfr.  Arch,  I  324  349  ecc.)  179, 
col  quale  deve  andare  anche  deio  da'io  de  à  coudre  (ditale)  79,  e 
anche  nau  no  il  Natale  180;-  e  resta:  avau  aval  36.—  II.  inf. 
rouailli  railler,  faire  des  contes,  200,  lacìii  laisser  214,  ronchi 
frapper  sur  quelqu'un,  tomber  à  coups  de  bàton  sur  lui  (frc.  ros- 
ser)  200  2,  medzi  moudzi  manger  173,  rouingi  ruminer  (cfr.  ronger 
che  ancora  vai  ruminare  nell'ant.  frc,  Diez  less.  s.  v.)  201,  layi 
lier  169,  ressuir  ressuyer  198;  cudi  (IT)  croire  78;  ptc.  layi  lié 
169,  cfr,  révailli  qui  a  fait  son  premier  repas  (reveillé)  198,  ■=  ré- 
vailly  boeuf  au  poil  ardent,  portant  bien  sa  tète,  bien  coilTé,  ib.  ;- 
imperai,  cougi-voj  state  zitto!  (per  signific. :  non  è  possibile!) 
76. —  III.  IV.  L'a  fuor  d'accento,  all'uscita  nominale,  sempre  si 
regge,  e  pur  dietro  a' suoni  palatili.  Così:  aura  54,  tsera  chaiso 
(chaire)  71  212,  arma  (l'alma)  54,  aidieuta  alouette  (cant.  di 
Voiteur)  ib.,  beuvanda  59,  tota  192,  vota  cave  (volta)  217;-  re- 
membrayiza  197,  venandza  vendange  215,  pieudza  188,  écourdza 
fouet  (cfr.  venez.  sci'iria-,  ecc.)  84,  fludza  fougère  (v.  valsoan. 
num.  188)  152,  goardza  bouche  (gorge)  62,  houtza-rudza  rouge- 
-gorge  ( 'bocca-rossa')  ib.;-  vouira  virole  (lat.  viria)  217.  Con 
l'-e:  aigue  (aqua)  65,  igne  mauvaise  jument  (equa)  165^—  L'-a 
anche  nella  3.  sg.  dell' impérf.:  failleva  79  199,  souleva  82. 

DouBs;  sezione  occidentale  (Franca  Contea).-  Besaneon'*.  I.  ptc. 
aippela^  rentra,  coumenda,  ita  été,  ecc.;  cfr.  atutas  années;  inf. 
trouva  ecc.,  e  anche  pria;  2.  pi.  imperat.  traita  me  ecc.,  0  anche 
bailla-me;  inoltre:  sunta,  iniquità  134,  fare  135,  coumare  ib. ;  ma: 
pain,  main  134,  graine  135,  faim.  Ancora:  olle  alile  ^,  ollait  alla 
{civ.  déjait  déjà).  —  II.  inf.  [prie  135;  tirie  134];  ptc.  baillie, 
daipensie,  maingie,  peichic  peiché  ^  touchié. 

Alta  Saona  (Franca  Contea).-  Cant.  di  Charaplitte.  I.  IL  Siamo 


'  bress.  manie  bete  mauvaises  bètes,  176;  ia  prins  man  à  la  quemora  il  a 
pris  mal  à  la  commère,  187. 

-  ramassi  récolter,  eniever  les  fruits  do  la  terre  (fr.  ramasser),  pat.  du 
cant.  de  Voiteur  (a  N.  E.  di  Lons  le  Saunier)  195. 

'  Cfr.  'Aosta'.-  Nella  poesia  colligiana:  coadge  corda,  cfr.  num.  17. 

^  V.  sopra,  p.  64  n.  Nei  vecchi  saggi  della  Franca  Contea,  Reo.  132-4:  que 
lautanà  vou  che  (perchè)  vi  allontanate?,  allato  a  incarné  e  né  133;  inf. 
admira  aidoura  pleura  134,  ptc.  empoutta  ib. 

''  qti'ìj  olle  que  j'aille;  e  cosi  a  Vosoul  (Alta  Saona).  Poi:  -aige --atico: 
paithiaige  (Ves. :  peiteige)  partage. 


[Y2  Ascoli, 

all'estremità  occidentale  dell'Alta  Saona,  verso  i  dipartim.  della 
Costa  d'Oro  e  dell'Alta  Marna;  e  abbiamo  ai  od  é  per  continuatore 
dell'A'.  L'è  spetterà  più  propriamente  alle  forme  in  cui  al  continua- 
tore dell'A  preceda  un  suono  palatile*;  ma  l'ortografia  del  nostro 


*  Qui  volgiamo  cioè  al  borgognone,  che  stringe  a  ponente  la  co- 
lonna franco-provenzale,  come  il  lorenese  a  oriente.  Ora  da  questo 
punto  si  può  spingere  una  rapidissima  occhiata,  in  direzione  latitu- 
dinale, perla  zona  che  ci  porterebbe  all'Oceano,  attraverso  la  Bor- 
gogna, il  Nivernese,  il  Berry  ed  il  Poi  tu.  —  Nel  borgognone  del 
secolo  XVII,  cioè  nei  Noèls  di  La  Monnaie  {Gui  Baròzai  ò  il  suo 
pseudonimo;  morì  a  88  anni,  nel  1728;  Oberl.  61,  cfr.  Mél.  138),  si 
distingue,  con  regolarità  grandissima,  il  continuatore  dell'A  cui  pre- 
ceda palatile,  da  quello  dell'A  cui  preceda  suono  d'altra  specie,  quello 
essendo  un' e  stretta  [é),  e  questo  un' e  larga  {ai).  Cito  i  seguenti 
esempj  dai  saggi  che  ne  sono  in  Schnak.  p,  237-49,  e  in  Oberl. 
p.  61-70,  159-60.-  1.  ptc.  armai  67,  remarqiiai  159,  contai  65,  de- 
gótai  159,  passai  238,  laissai  lasse  243,  évizai  avisé  160  247,  e  an- 
che émorvaillai  244,  ma  nella  rima;  civ.  grai  gre  245,  bontai  248, 
seurtai  160,  Mojestai  240,  vanitai  159  (ma  ad  -ata  risponde  -ée: 
condannée  ébanée  {'ì)  année  242;  e  sono  in  -é  le  seconde  pers.  pi.: 
vo  saivé  246,  vo  ne  vo  plaindé  249);-  infìn.  palai  159,  senai  sonner 
242,  montrai  239,  contai  246,  chantai  160,  ecc.  —  II.  infin.  baillé  244, 
mav^gé  248,  próchè  prècher  243,  charché  65;  partic.  logé  247,  que- 
mancé  159,  du  peiché  239,  tòché  66.  Analoghe  condizioni  saranno 
nel  Virgilio  travestito  in  borgognone  (Reo.  63-66),  donde  cavo  questi 
infiniti:  levai,  virai,  passai,  roiiai;  II.  fié  (in  rima  con  pie),  laissi; 
rebraillé.  E  ne  noto  ancora  :  mar  e  ar  (  aere  ).  La  parabola  nel 

vernacolo  del  Morvant  (Nivernese),  che  è  nei  Mél.  482,  non  lascia 
avvertire  alcuna  distinzione;  dà  così:  ptc.  mezé,  rentré  ecc.  Né  al- 
cuna di  sicura  ne  ricavo  dal  Vocabidaire  du  Berry  et  de  guelgues 
cantons  voisins,  par  [Jaubert]  un  amateur  du  vieux  langage  (Parigi 
1842);  dove  sono,  a  cagion  d'esempio:  banner  borner  17,  bouffer 
souffler  ecc.  ib.  (cfr.  Arch.  I  253),  dépoitriné  37,  allato  a  nayernoyev 
11,  tocher  viii,  trouillé  souillé,  sale  107,  ecc.,  cfr.  anche  virer  112, 
ojider  vili.  Può  fare  illusione  essuy  ressiiy.  essnyé  ecc.  viii  47  96,  che 
risponderà  piuttosto  ad  'asciutto'  che  non  ad  'asciugato';  ma  all'in- 
contro va  sicuramente  avvertito  Vie  di  chièvres  chèvres28;  e  an- 
cora citerò  adressier  réparer,  instruire  3,  accanto  a  adresser  une 
chose  ib.  Quanto  al  Poi  tu,  finalmente,  una  poesia  della  Gente  poi- 
tevinerie  (sec.  XVI;  ma  il  mio  testo  proviene  da  una  tarda  ristampa) 


Schizzi  franco-prov.  §  II,   1.  Va  lat.  nel  territ.  franco-prov.  113 

saggio  è  alquanto  incerta.  Si  osservino  i  seguenti  esemplari:  ptc, 
aippellai,  raitreuvai  retreuvai ,  daipensai,  quemandai,  aitai  frc. 
été,  ressusciiai;  tue;  maigeai-.,  haillé ,  faché,  péché',  inf.  gadai, 
trauvai  e  treuvé-,  maingeai',  baillé'.,  2.  pi.  imperai,  aimenai  ecc., 
e  anche  baillai  mai.  E  ancora  si  abbiano  pflz'n  e  faim. —  IH.  reuhe, 
hague.  Cantone  di  Vesoul.  I.  ptc.  èpdà,  retrenvd,  rassuscitd, 
dissipa;  inf.  treuvd,  entra,  tua;  pi^id;  2.  pi.  imperat.  treitd-me  ecc. 
Inoltre:  pare,  fare  (facere);  ma:  lou  freiro,  pain,  fèim. —  II.  inf. 
eììibìxssie,  òagie,  voyaigie,  s' gourgie;  ptc.  beillie,  peichié;  3.  pi. 
imperf.  mingin. —  III.  eine  grand'  feiineinne  ecc.  Cant.  di  Vau- 
villiers.  I.  ptc.  eppella,  offensa,  retreuva;-  fdre;  ma.  faim,  e 
anche  tuet-lo. —  II.  ptc.  (e  inf.)  mégie,  touehie,  peché  ;  chie  chez. — 
III.  roHte,  baigue.  Cant.  di  Champagne y.  I.  ptc.  ordonna,  leva, 
raméssa,  manca;  inf.  regala,  tua,  manca;  2.  p.  pi.  imperat.  bota-li, 
tua  lo;-  frare,  fare,  annas  annate;  ma  pain,  faim.—  II.  inf. 
pra'i;  ptc.  ballie,  éloignie,  mingie,  pechè,  tonchi;  cfr.  pidie  pietà, 


ben  ci  dà  raongy  mangé,  chongy  changé,  oltre  viry  tourné,  allato  a 
viré  (Mémoires  de  la  Soc.  des  Antiquaires  de  France,  I  IQO^Schn. 
233);  ma  cotesto  forme  non  ci  devono  però  fare  illusione.  Poiché  in 
questa  contrada  si  determina  un'antitesi  fra  il  continuatore  dell' d 
dell'infinito  e  quello  dell' a  del  participio,  come  s'incomincia  a  ve- 
dere dal  saggio  della  comedia  di  Giovanni  Drouet  (sec.  XVII),  citato 
negli  anzidetti  'Mémoires'  (200-5,  cfr.  Schn.  234-6):  desapassay  dé- 
pétrer,  ma  insieme  donner,  lescher  també  laisser  tomber  (?),  allato 
ai  ptc.  assommé,  reste,  minge,  ecc.,  e  compiutamente  si  avverte  nella 
parabola  di  Saint-Maixent  (AltoPoitu;  'Mémoires'  210-14):  inf,  s'gnay 
ammazzare  (saigner),  priay,  entray,  treuvay,  crevay,  garday,  mein- 
qiioy;  ptc.  iiouìné,  tue,  poiché  peccato,  minge,  baillé.  La  qual  é  dei 
participj  dev'essere  molto  stretta,  sì  che  ne  venga  luce  senz'altro 
all'-i  di  altri  participj  della  prima  conjugazione,  come  sono,  nella 
stessa  parabola,  relrouvy  relreuvi,  allato  all'infinito  treuvay,  e  révilly 
risuscitato  (réveillé).  E  in  quella  di  Bressuire  (Basso  Poitu;  ib.):  ren- 
tri,  allato  all'infinito  intray;  péchi  e  péché;  appelli,  relourni,  tui, 
ressusciti,  dcponsi,  clougni  {in  pae  bé  nélougni),  bailli,  mingi;  oltro 
pìdi  pitie  (Saint-Maxent:  pidé).  Qui  dunque  è  ormai  una  particolar 
determinazione  di  forme;  ma  si  potrà  cliicdere  tuttavolta,  se  forse 
non  si  tratti  di  due  tipi  che  imprima  dipendessero  da  speciali  ragioni 
fonetiche  e  poi  sieno  riusciti  a  ripartirsi  secondo  ragion  grammaticale.  - 
Circa  l'antico  borgognone,  può  vedersi  la  prima  nota  a  'Lorena', 
p.  116  (DiEz  P  125-0,  IP  231). 

Archivio  glottol.  ital.,  III.  8 


114  Ascoli, 

e  anche  trdiìe  me  trattatemi  (IT:  *traita-);-  3.  pi.  imperf.  mÌ7i- 
gint\-  boine  dare  frc.  olière. —  III.  òne  pran  famène. 

Alsazia;  distretto  di  Delfort.-  Qui,  all' estremità  meridionale 
della  catena  dei  Vogesi,  e  perciò  rasente  il  distretto  di  Champa- 
gney,  che  ci  dava  gli  ultimi  saggi  per  T'Alta-Saona',  troviamo 
Giromagny,  il  cui  dialetto  ci  offre  quanto  segue:  I.  ptc.  ap- 
pella,  retrova,  ramessa,  commanda,  tua-,  inf.  trova,  ontra;  2.  pi. 
imperat.  botta  li,  amenas,  ecc.;-  ota  *ostal;  [paire',-  pain,  faim; 
années].  —  II.  inf.  saigner,  apprencher  ;  ptc.  baillie,  éloigniè,  min- 
gie,  peché,  tontchi;  c(v.  pidic;  [maingeaient]-, —  III.  IV.  robe , 
campaigne.       Vedi  all'incontro:  'Altkirch',  a  p.  116. 

Lorena;  dipartimento  dei  Vogesi.-  Due  varietà  dei  Vogesi  nella  se- 
zione di  sud-est  (La  Roche,  Gérardmer)  avremo  piti  sotto  fra  le 
varietà  francesi  della  Lorena.  Ma,  nella  stessa  sezione,  la  lista  di 
Dommartin,  presso  Remiremont,  ci  mostra  prevalente  l'a^A^; 
e  se  ne  raccoglie  poi  un  buon  dato  di  esemplari  dal  'Glossaire', 
nel  quale  starebbero  fra  di  loro  indistinti  i  'diffórens  patois  en 
\isage  dans  le  département  dea  Vosges'  -.  Spogliamo  imprima  la  lista 
di  Dommartin  (presso  Remiremont):  I.  ptc.  récola  reculé  143, 
ontra  137,  soni  raiserva  ib.,  jeudi  paissa,  139,  forma  141,  retar- 
da 139,  copa  142;  cfr.  i  fem.  terminaie  139,  daibordaent  débor- 
dées  141,  pidvérisaient  pulvérisées  ib.,  e  insieme  amae  V-ainae 
annata  139,  aipae  spada  142;  [ma:  onffiai  enflé  142,  abimait  ahi- 
mé 140,  fatigai  137,  tiai  tuo  143,  sont  dissipai  137;-  cfr.  socié- 
tai  ib.];-  inf.  ailla  138  139,  raippella  143,  vola  141,  j^ouaula 
parler  143,  ionna  tourner  138,  ontra  ib.,  sauta  140,  vonta  *avan- 
tare  avancer  143^  se  botta  139;  [ma:  mugilai  muggire  141,  boilai 
belare  ib.,  respirai  143,  aimai  ih.];-  2.  plur.  ind.  pres.  azViycra 
vos  138;  [que  demandé  vos  ib.].  Ancora:  naz  142;  fare  138  ecc., 
affares  143;  [fraire  141  143];  e  pur  sau  sale  141,  allato  a  maul  138 
143;-  ma:  fontaine  141  s.  —  11.  inf.  semoié  sommeiller  143,  dan- 
sié  ih.,  maingé  ib.,  marche  ib.;  ptc.  guémonssé  ih,,  cesse  ib.,  biaussé 
blessé  ib.,  obligé  (in  funz.  fem.^)  142;-  e  qui  forse  potranno  col- 


•  Se  Va  cede  il  posto  in  molti  esempj  all'ai,  non  per  questo  possiamo  an- 
cora credere,  che,  dove  sta  scritto  Va  semplice,  si  tratti  o  si  trattasse  di  una 
pronuncia  notevolmente  diversa  da  uno  schietto  a. 

^  V.  pili  innanzi  (p.  116),  la  prima  nota  a  'Lorena',  fra  i  dial.  francesi. 

'  Notiamo  eziandio:  braiive  brave  138  142.  E  per  ai  da  a  dinanzi  a  pala- 
tile: ai  naige  il  nage  141;  nuaige  140,  vouaige  139,  mainaige  143;  vaiche 
141,  brais  142,  bais  143;  moniaigne  141,  campeignes  140. 

*  ceau  me  mari  qué  mi  es  obligé,  che  letteralm.  deve  dire:  e' est  mon 
mari  qui  m'y  a  obligée. 


1 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L'cj  lat.  uel  territ.  franco-prov.  il5 

locarsi  ancora:  mairié  fem.  139  (v.  qui  appresso),  airaichées  142-, 
tirée  (IR)  141.  Finalmente:  chieiive  chèvre  ib.  Poi  spogliamo 
il  'Glossaire':  I.  ptc.  trova  126  129,  crota  pleins  de  boue  (crot- 
tés)  127;  cfr.  bouaie  lessive  *bugata  120,  enuaie  (ennaie?)  an- 
nata 127;-  inf.  d-alla  123,  ontra  129,  laiva  lavare  120,  trova  126, 
pessa  passare  131,  s'meriat  136,  evita  126,  écouta  125,  aicheta  130  ; 
[ma:  laissais  120;  clamer  122;  cfr.  ii];-  2.  pi.  ind.  pres.  vos^^dota 
vous  craignez,  cfr.  aat.  frc.  'doter',  e  pure  il  mod.  'redouter'  123; 
[ma:  va  ne  dotait  136,  vos  dotét  118,  vot  ne  dotet  mi  121];  2.  pi. 
imperat. :  entra  129;  [ma:  aillemè  allumez  125,  ecoutè  124,  botte 
vos  buttatevi  ib.].  Inoltre:  ;9r«s  pré  132,  sa^j^a  119;  fare  118  128, 
far  125,  effare  136;  frare  118  121  124  ^.  —  li. 2  jnf.  behi  *bailji  128 
131  (e  béhi  ugualmente  al  ptc.  133,  e  ancora  è  legittimamente 
behi  alla  2.  pi.  imperat.  117  124),  ebraissi  123  (e  2.  pi.  imperat.  132), 
[minget  125,  e  forse  anche  ciret  cirer  (IR)  122];  2.  pi.  imperat.  mair- 
chi  132  5;  ptc.  chargi  125,  relaitchi  reléché  129;  e  forse  pur  me- 
riet  mariés  123.  Ancora  sien  citati  adiez-vos  aidez-vous,  adiera 
aidera,  117.  E  finalmente  cliette  chat  131  4. 

E  si  mette  ormai  capo  al  francese;  dove  è  però  grande- 
mente osservabile  la  traccia  franco-provenzale  dell' -4/e  =  -ATA, 
la  quale  si  continua  ben  al  di  là  delle  sezioni  della  Lorena  che 
abbiamo  toccato  pur  dianzi  (cfr.  in  ispecie  'Bar-le-Duc';  e  pure 
i  'Territorj  valloni'). 

DouBs;  sezione   orientale.  Montbéliard.  I.  ptc.  aimai  80,  pesai  pe- 
sés  121,  ailiai  alliés  ib.;  inf.  oliai  aller  124,  escotai  73,  ettropai  atteindra 


'  Ancora  si  possono  notare:  pa  pais  128;  oiiar  guère  ib.  Per  aw?  =  ALL: 
jau  coq,  in  jaulé,  jolé,  un  petit  coq,  125. 

*  Gli  esempj,  citati  sotto  questo  numero,  non  entrano  in  frasi  che  insieme 
contengano  forme  con  Va,  secondo  il  numero  che  precede;  e  perciò  potreb- 
bero, almeno  in  parte,  spettar  piuttosto  a  qualche  tipo  dialettale  dei  Vogesi 
che  andrebbe  considerato  in  appresso  (cfr.  p.  116-18). 

'  Forse  va  qui  considerato  anche  traté  ine  (IT)  125,  coli' e  chiusa.  In  fì'eìni 
fermez,  imperat.  ib.,  riconosceremo  *firmare  che  passi  dalla  prima  a  un'altra 
conjugaz.;  dr.  preni  prenez,  imperat.  119,  fahi  nos  faites  nous,  imperat.  129, 
vendit  vos,  pres.  indie.  120. 

*  M'è  strano  rette  rat  (souris)  131,  volant-rette  chauve-souris  136,  la  volant 
rettes  123;  e  non  oserei  vedervi  un'assimilazione  di  voce  a  voce  (noi  chette  ai 
pris  enne  rette  131).  Di  a  in  ai,  dietro  a  palatile,  nella  posizione  romanza, 
sarebbe  esempio  chaimbre  129.  Per  ai  da  a  dinanzi  a  palatile:  visaitge  133, 
villaige  128,  domaige  118;  taitche  133,  vetche  129;  li  brais  130,  grais  135.  In 
lermes  126,  si  tratterà  di  ir  -  gr. 


116  Ascoli, 

(attraper)  127,  jìcssai  passer  120;  2.  pi.  imperai,  escotai-lai  73\-  bontai 
73;-  reine  rana  113'. —  IL  inf.  voillie  vciller  81,  leillie  133,  maindgie 
\21  ^  priyie  133,  soyiè  faucher  (segare)  145,  aipprechie  81;-  tirie  (IR) 
145;  ptc.  moillie  (in  funz.  fem.)  132;- jurie  (ÌJK)  75.  Cfr.  mai  chiere  ma 
chère  133  ". 

JfRA  BERNESE.-  Delémont.  I.  ptc.  venire,  retrovè,  emésse,  cfr.  ennès  an- 
nées;  iuf,  entrè,  raissasiè;  2.  pi.  imperat.  aimonètes,  aipportétes;-  sainté, 
pain. —  II.  éloignie,  dépens'ie,  totschie,  péché^.  Tavannes.  I.  ptc. 
commandai,  ramaissai,  cfr.  onnai  années;  inf.  otrai  entrer  ;  2.  pi.  impe- 
rat. apportai-me\-  santai\  ma:  pan,  fan. —  IL  ptc.  baie  baillé,  i  ai  of~ 
fensie.  Va  pra'ie,  toutchi;-  tchi  chez,  tchier-tot  carestia  (caro-tutto,  Brio. 
476).  Val  Saint-Imier.  ptc.  apallai,  rotrai,  pressai;  inf.  aliai,  se 
rassassiai,  confessai,  résistai;  ma;  fam,  pan,  san.  —  IL  inf.  baillie  ecc., 
retirie  (IR).        Moutier-Grand vai.  Vedine  a  p.  109-10,  in  n. 

Alsazia;  distretto  di  Altkirch.  I.  ptc.  dissipai,  remassai  ecc.  [reyitré];  inf. 
trovai  ecc. —  IL  bayié,  peché,  toitché. —  V.  tint  tanto,  d-or-en-aivint, 
[grande  faimine],  pince  pancia;  aibitins,  cfv.cependiìi.-  ÀN  ÀM:  siti  sano, 
fin  fame,  [pain].      Vedi  all'incontro:  'Belfort',  p.  114. 

Lorena  (cfr.  p.  114)  \-  Territorio  di  La  Roche  (dip.  dei  Vogesi,  estremità 


'  aidge  àge  121,  langaidges  80;  cfr.  saidge  saga  ib.  Inoltre:  ij  m'en  pésse 
je  m'en  passe  129,  n'en  v'Hai  pé  n'en  voulait  pas  127.  E  nella  forraola  ar 
+  cons.:  airbe  arbre  127,  bairbe  10,  lairdge  80;  renai  renard  127,  lai  lard  114, 
de  lai  2oai  (de  la  part)  136. 

*  Si  consideri  lo  spoglio  dello  Schuchardt  (I.c.  21),  sotto  'Franc-Comtois 
(Fourgs)'.  Non  vedo  a  qual  fonte  il  dotto  alemanno  abbia  attinto.  Ma  il  paese 
dovrebbe  essere  Les  Fourgs,  a  sud-est  di  Pontarlier. 

^  Dalla  parab.  di  Delémont,  che  è  nei  Mél.  (535):  I.  ptc.  tormente,  i  aia 
manqué;  inf.  resischté;-  faim;  ma:  dain  in  tale  etat. —  IL  iuf.  bar/te  bail- 
ler,  maingie,  ptc.  éloingnie;  tschie  chez.  Dal  saggio  poetico  di  Delémont, 
ap.  Brio.  525-27:  I.  inf.  entrò,  aidmiré,  nidore,  porte;  né  naso;  IL  tchins. 

*  Sarà  bene  interessante  il  lavoro  complessivo  intorno  al  dialetto  lotaringio, 
che  Fr.  Bonnardot  ora  ci  promette  {Rom.  I  331).  Intanto  egli  ci  porge,  e 
illustra  brevemente  (ib.  328-51,  cfr.  II  245-59),  un  ^Document  en  patois  lor- 
rain,  relatif  à  la  guerre  entre  le  comte  de  Bar  et  le  due  de  Lorraine  (1337- 
1338)',  ricavandolo  da  una  pergamena  che  non  è  però  l'originale.  In  questo 
documento,  al  quale  più  volte  ritorniamo  in  appresso,  sono  enumerati  i  danni, 
che  la  gente  del  conte  di  Bar  avrebbe  arrecato  ai  vassalli  del  duca  di  Lorena. 
Il  territorio  danneggiato  può  qui  indicarsi  brevemente  col  citare  i  seguenti 
nomi  di  luogo  :  Pont-à-Mousson,  Frouard,  Toni,  Neufchàteau,  Mirecourt,  Dar- 
ney;  e  siamo  dunque  nei  dipartimenti  della  Meurthe  e  dei  Vogesi.-  Circa 
le  varietà  dialettali,  che  si  possano  risentire,  in  codesta  scrittura,  secondo  le 
diverse  località  che  vi  ripetono  i  proprj  danni,  e  circa  gli  adattamenti  let- 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  I,  L'a  hit.  nel  torrit.  francese.  117 

di  sud-est  '):  I.  ptc.  d'ììé  donne  90  lOG,  moiionné  mene  90,  etnbarquè  133, 
èppoutlè  apporlé  131  133,  sino  signé  129,  ecc.  Al  feminile  (-ata),  secondo 
la  regola  che  V  Oberlin  dà  a  pag.  90,  dovremmo  sempre  avere  -aie,  quando 
al  mascolino  spetti  1'-^;  ed  -eie,  coU'e  stretta,  all'incontro,  quando  al 
masc.  spetti  Y-i  (v.  ilnum.  II);  quindi  d'Haic  donnée,  moiionna'ie   menée. 


terai'j  che  si  debbano  allo  scriba  e  la  probabile  patria  di  questo,  sarebbe 
prematura,  per  noi,  ogni  sentenza  Pure,  qualche  annotazione  si  fa  opportuna 
sin  d'ora,  e  quasi  necessaria.-  L'a  franco-provenzale,  per  Vd  latino,  coma 
di  sopra  ci  occorreva  nella  stessa  Lorena  (114-15)  e  in  distretti  contermini, 
non  appare  mai  in  questo  documento,  e  neppur  Y -de  od  -die--kiK.  Non  sa- 
prei dire,  se  basti,  a  spiegar  questa  mancanza,  la  giacitura  dei  luoghi,  che 
riesce  a  occidente  di  Remiremont  (Dommartin)  o  di  Lune  ville;  e  circa  Y -aie 
sarebbe  anzi  d'avvertire,  che  ancora  egli  ci  è  dato  dai  dintorni  di  Bar-le-Duc, 
cioè  da  un  territorio  che  succede,  verso  occidente^  a  quello  che  nel  docu- 
mento si  abbraccia.-  La  differenza  tra  il  riflesso  dell'A  preceduto  da  suono 
che  non  sia  palatile  e  quello  dell'A  cui  preceda  palatile,  continua  ad  essere, 
in  questa  pergamena,  la  stessa  che  s'incontra  nell'antico  borgognone;  e  per- 
ciò vi  abbiamo  ei  nel  primo  caso,  e  ie  nel  secondo.  Si  osservino;  I.  ptc.  meneit 
III  4,  menei  VII  24  (menez  ib  43),  confermeit  ib.  30,  farreiz  ferrato  I  18, 
passei  VIII  2,  estei  VII  8,  coiistei  VIII  17  25,  rachetei  ib.  16,  agarreiei  IX  8; 
cu:  per  seurtei  V  8;  ma  -ata  dà  -ée,  come  nel  borgognone  del  sec.  XVII 
(v.  sopra,  p.  112):  menee  pi.  VII  41,  farree  ferrata  I  18,  ferree  Vili  19,  e 
pure  desploiee  II  12,  oltre  anee  X  l,  chamenee  I  2l,journees  III  42,  danrees 
Il  18,  espee  Vili,  2C.  Ora  gli  inf.:  alleir  IV  8,  cranleir  (creanter;  promet- 
tere) VI  12,  amandeir  ammendare  X  6;  e  ancora  si  notino:  cheir  carro  I  17 
{.nn.chers  Vili  19),  ostei  IV  5,  V  24,  IX  6,  e  per  ùltimo  piei  III  14,  IV  4, 
dove  si  tratta  di  ié-è.-  II.  inf.  laixier  Y  12  13,  recerchier  Vili  4,  pater  II 
17,  waigier  gager  III  II;-  ptc.  h'isiet  I  28,  hrisiés  ib.  16,  blassiés  II  35; 
ploges  (dev'essere  il  partic.  d'un  verbo  *pleger  da  plege  pleige)  III  7;  ma: 
waigiei  ib.  8  42.  Altre  voci  :  chievrez  IX  12,  chie[f]  chez  VII  26^  IX  5.  Il  sem- 
plice i  appar  soltanto  nel  riflesso  di  -a!ta:  lai  Chaucie  n.  di  1.,  Lachaussée, 
I  6  11,  come  è  pur  normale  negli  antichi  monumenti  letterarj  (v.  sopra,  p.  71); 
ma  con  Y-ée  il  già  citato  desploiee. —  AH' -et  dell'antico  borgognone  e  di 
questo  documento  lorenese  [estei  stato,  seurtei  sicurtà,  ecc.)  va  per  avventura 
raccostato  Yaye  -eg[e]  di  parecchi  moderni  saggi  (v.  in  ispecie  il  saggio 
d'^Onville',  in  questa  medesima  sezione,  col  quale  rasentiamo,  dal  nord,  il 
territorio  a  cui  il  documento  si  riferisce,  e  nel  documento  ò  anzi  parlato 
pure  d'^Onwille'  I  36-38;  e  ancora  il  'Cant.  d'Arras'  e  'Courtisols'  a  p.  120). 
*  L' Oberlin,  nella  lettera  dedicatoria,  dice  che  il  'Comtó  du  Bun  de  la 
Roche,  fief  rovai  d'AIsace'  è  situato  alle  frontiere  della  Lorena;  e  il  Ficus 
(  Unr.  zcilio.  302)  pone  questo  territorio  nell'  'angolo  meridionale'  della  Lorena. 
Deve  trattarsi  del  la  Roche  che  le  carte  danno  fra  Ruptlctte  e  Ferdrupt.  I  tede- 
schi lo  direbbero  Ste intimi  (eh:  Sciucii.  in  ZcUschr.  f.  vgi.  sprachf.,  XX  2C3). 


118  Ascoli, 

aimaie  &h\\éo,i)outaìc  ijortéo,  e  ugualmenta  ronsaic  rosee,  djalaìe  gelée,  90. 
Ma  poi,  ne' testi,  è  beu  raro  che  occorra  V-aìe  [ecqucmódaie  131);  e  v'in- 
contriamo di  solito  un  -eie  con  Ve  larga  {-èie  od  -ceyc):  mouonneie  me- 
née  157,  ridoeyes  ridóes  148,  s'nceyes  soanóes  123,  mairieie  157,  fiancèie  156, 
e  cosi  vallà'ie  valide  ib.,  alleie  alide  (allure)  ib.,  possè'ies  pensóes  157.  Ora 
qualche  iufin.  :  poi<dlé  poudlò  parler  95  217,  se  tuoné  tuonò  se  tourner  96 
265,  vouiìdè  garder  268;  ecc.-  II.  inf.  èoouyi  envoyer  136,  tèyi  tailler  129, 
ìnaindgi  144,  sondgi  songer  106,  pcyi  payer  130,  fouadchi  fàcher  137,  ecc  , 
e  ancora  tiri  (IR)  138  ';  ptc.  èoouyi  136,  èrraidgi  141,  nay'i  noyé  153,  ait- 
taitchi  156,  ecc.;  -éye  (e  stretta)  = -ata:  fouadchéie  fàchue  90,  tèyéyes 
(tagliate)  129.  Ancora  notiamo  Veu  di  dcheuve  (Lunév.  :  chuf)  chèvre  197;  e 
Vieu  iet'c  ite  di  dchieudge  charge  197  (cfr.  tee  tard  125),  chieuch.  dcJiicùch 
dchiùch.  cher  98  197  (cfr.  dcheti  chariot,  lo  dcheù-cl  ce  chariot;  a  Lunév.: 
che,  107  196);  e  dchaitte  chat  154,  dchelte-tigre  148;  oltre  i  soliti  dcht 
chez,  e  dchbi  chien,  197  ^  Gurardmer  (ancora  nel  dip.  dei  Vogesi, 
all'estremità  di  sud-est):  I.  ptc.  dcìiet  donne,  oiamet  nommé,  reirovet,  arri- 
vet\  inf.  ratret  rentrer;  2.  pi.  imperat.  emnet  ecc.;-  de  3'annae;  frar. — 
II.  ptc.  tochic]  souhatie  (IT;  cfr.  ant.  frc.  haitier).  Ex-contea  di  Vau- 
demont  (distr.  di  Lune  ville;  Meurthe):  I.  ptc.  ertrovet,  rémesset,  cfr. 
énaies  annate,  jonaies  giornate  ;  inf.  voidet  guardare,  atret  entrare,  priet 
(c^r.  d-ampié) ;  chare  cadere;-  II.  ptc.  bèi,  mengi,  pachi.  Dintorni  di 
Lunéville.  I.  ptc.  d'mouèré  I2i,  parcé  presse  123,  commaindé  124,  crete 
125,  fem.  ellmay'ie  allumée  163;  inf.  s'nai  sonner  123,  ermontai  142,  so- 
pai  124  (cfr.  santai  122,  libertai  137,  veritai  125;  e  pure  in  coiai  un  coté 
144;  cfr.  escoutaie  h  coté,  negli  échantillons  du  lorrain,  op.  stessa,  81), 
d'mouèré  123,  elle  137,  saluè  ib.  ^—  II.  inf.  bmji  bailler  134  164,  faichi 
137,  ecc.,  compresivi  rouffy'i  ronfler  164,  son  djuni  (UN)  déjeuner  163,  ai- 
cheti  (IST)  134  [recheti  164,  ma  aicheté  137],  e  s'excusi  142;-  ptc.  bay'l 
baillé  164,  layi  (*lagato,  cfr.  Arch.  I  546  b)  laissé  140  155,  prii  134,  fai- 
chi 141,  oltre  daini  damné  162,  ed  emberqui  134,  mainqui  137  (cfr.  ^Ter- 
ritorj  valloni').  Dintorni   di  Bar-le-Duc  (Mosa).  I.  inf.  demorer  2o, 

clamer  21,  chaver  creuser  des  fosses  dans  les  vignes  pour  y  coucher  les 
ceps  (cavai'e)  20,  ecc.;  -ata:  coulaie  colata  14,  callaie  la  charge  qu'un 
homme  peut  porter  sur  son  dos  ('collata')  22,  telaie  pièce  de  toile  ('te- 
lata") 52,  peneraie  panierata  43,  vépraie  le  soir,  l'aprés-midi  ('vesperata'; 
cfr.  p.  103  n.),  croua'ie  corvée  23,  biaie  buée  ('bugata')  14,  fonate  portion 
de  bois  que  chaque  écolier  emporte  le  matiu  en  allant  à  l'école  ('focata') 


*  Parrebbero  all'incontro  passati  dalla  prima  alia  quarta:  csséci  achever  97, 
se  r'ioi  (rilodarsi)  106.  Ma,  circa  il  secondo  esempio,  v.  p.  81,  in  n. 

*  Qui  pure:  piaice  place  136,  grceces  122;  e  anche  piaintche  planche  98; 
cfr.  blenche  Rec.  165  (Metz,  1675),  e  borgogn.  blainche,  ib.  104. 

^  graice  Ì22,  piaice  137;  e  malède  139  (La  Roche:  malève),  prov.  malaut, 
ammalato. 


Schizzi  franco-prov.  §  II,  1.  L'a  Jat.  nel  territ.  francese.  119 

30,  brouale  brouet  pour  les  bestiaux  ('brodata')  17,  pouta'ie  potée  45,  ecc., 
qui  aggiungendosi,  malgrado  1'  aca  latino,  anche  ■pàtendie  pastinaca  (cfr. 
ire.  pastenade)  4  43.  E  ancora  si  notino  falere  facere  23  f.  (cfr.  leiere  le- 
gere  37),  palle  pala  42.—  IL  inf.  obliie  4  41,  hàillie  brailler  13,  baillie 
donner  (bailler)  ib.,  se  débillie  se  dóshabiller  25,  faucillie  couper  à  la  fau- 
cille  29,  seillie  id.  (seille  faucille)  50,  feiignie  fouir  (fognare,  v.  sopra, 
p.  89  n.)  29,  epugnie  empoigner  28,  empéchie  5,  clochie  boiler  (clocber)  21 , 
fichie  G  29,  datachie  6  24,  attoiichie  12,  pdsie  faire  silence  ('paciare')  43, 
clussie  glousser  21,  ecc.  [ma  anche  se  hontisr  35,  e  all'incontro  se  dépoi- 
tì-ailler,  col  ptc.  dépoitraillé  25];  ptc.  mal  embouchie  sboccato  38;  -ata: 
pugnie  poignée  45,  agourgie  fouet  de  charretier  (scuriata)  10;  e  final- 
mente chi  chez2).  Ouville  (cant.  di  Gorze):  I.  ptc.  rétréuvaye  ',  ré- 
méssag,  réntraye,  toiiaye  (v.  30;  v.  27:  touoijet),  coimiandaye,  cfr.  santaye 
sante,  taìit  d'ennaye\  inf.  oidaye,  enlraye;  pairre  pére;  pé  pain,  fé  faim;- 
II.  inf.  prn',  fanelli  fàcher;  ptc.  beilli,  mingi.  Metz.  Qui  la  distin- 
zione tra  il  num.  I  e  il  num.  II  sembra  farsi  molto  incerta;  ma  si  continua 
a  vedere  V-aye-'K-vk.  Citeremo  i  seguenti  participj  mascolini:  hadé  fati- 
gué  254,  lagèt  logé  256  (cfr.  l'merchet  le  marche  258),  remessiét  256; 
feminili:  éproiivisionnaye  254,  endiolaye  endiablée  257,  desalayes  àéso- 
lées  260,  consolayes  ib.,  cfr.  ennaye2ol,  pensaye  254,  épaye  253.  E  i  se- 
guenti infiniti:  dmandet  254  -,  dotet  ib.,  sopet  ib.,  chantet  258,  mèrict  255, 
charchei  256,  belliet  ib,,  r'pouziet  254,  chessiet  chasser  259,  denriet  du- 
rer  258. 

Ardenne ;  sezione  belgica.  'Patois  ardennois  entre  Neufchàteau  et  Bouil- 
lon':  I.  ptc.  alle,  coiimandé,  ecc.;  inf.  intré,  ecc.;  poin  pain,  foin  faim 
(14,  17),  foair  faire  (24);-  II.  ptc.  ramachi.,  tonchi,  [rintri  da  un  "^rin- 
trier  alla  picardesca  ?  ]  ;  cfr.  piti  pitie. 

Territorj  valloni.-  Namour  (Belgio):  I.  ptc.  «owmé,  raintré,  of- 
faincé;  inf.  s'tyové,  icaurdé ;  pottain,  fouain  (cfr.  Arch.  II 114,  n.  1);- 
II.  inf.  prihi\  ptc.  evo'ihi  envoyé,  commainci,  toùchi.  Liegi  (Bel- 
gio): I.  ptc.  dné,  ecc.  (ma  nel  fem.  si  attribuisce  -aie  al  vallone  in 
genere,  Schuch.  I.  e.  20;  cfr.  asseìnblaie,  journaije,  che  da  Liegi  ci 
adduce  il  Fuchs,  Unr.  zeitvo.  328,  e  in  questa  parabola:  annaies , 
allato  aW'annces  di  Namour  e  Malmedy);  inf.  tomoé  tuer,  gusté, ecco- 
li, ptc.  magny,  petchy  (fem.  -eie,  corrispondentemente  a\V-aie  del 
n.  I;  Schuch.  ib.);  cfr.  2.  pi.  imperat.  traity  me  (IT),  allato  a  toic- 
Moé'l.  Malmedy  (Prussia  renana):  I.  ptc.  loumé  nommé,  hman- 
dé,  ecc.;  inf.  wardc,  ecc  ;-  II.  inf.  magni,  l'a-magni;  ptc.  pegchl 


•  Dell' -a!/(3  di  questo  saggio,  è  toccato  in  sulla  fine  della  prima  nota  a 
'Lorena'  (p.  116-7);  e  ancora  v.  Tasso  di  Calais',  in  nota. 

-  Anche  il  FrcHS,  Unr.  zeilvo.  315,  qui  afferma  un  r  che  passa  in  <  !  V.  so- 
pra, p.  64,  n.  2. 


Ijft)  Ascoli, 

i4  t^nK^nhUtt  rMf,hi,  cl.«  prt-iiupponit  *rmnriukr  alla  pMjardwfCa , 
ad',  'i'HUkn  f\ì  C/nìuìt^'j  *. 
l'AHm  ut  (ìaimh,-  Htti*/t-Owftr,  Unì  r«gf{«r*bbe»l  ^r.  p*  73,,  nom  cmtauU, 
ma  dUUtikiati'AA  tMic*(»l««i»,  m«»  4J(f«r<:hza  tra  il  prodotto  4<j11'a  col  préCi^la 
paMIIé  ^<^,  val«  a  'It/'é;  a),  *  qtJ^lo  cui  precft'la  *uooo  dÌT6r«o  M,  vale  a 
dire:  i?;.  Hi  tHin^vfimt  i  \,i/u  eAo'jni/i^  hnilU,  mìnrjd,  phM ,  albto  al  i>t«. 
apeMi  (21;  «/)/>«/'^  1'^),  actre^mai,  ttuti^  rechmsit/ii,  (Upin^ai,  fi  aoclw 
ni  camià^ti  sanfM  aaaWs,  Ma  ituti'.mti:  qiMurnandé  pt^^M  'j  fiV'ttit  inirer, 
réfjaUr.  E  «ìl^r»o  aacora  citati:  fmyn  pala,  /"«win  falro.        Ma  B«#wiri 
«icufo  Indizio  di  cotes^ta  dift^rerixa  «i  avvert*  piU  r»<jlla  parai;,  iù  dial.  dei 
cant.  di  Arra»,  ch<3  k  nella  mmm  tmvì<iU)m.Ut  di  rjti^jjtto  dipartimento, 
o  io  rjtirjlla  mi  Alni,  del  cant.  di  Carrin  (distr.  di  fS4thmn),  ch'i  tt&t>iiM 
a^lla  Cifitraks  feulla  frontiera  v<;r«o  il  dip.  d«l  Nord;  come  non  r»  n'ha 
alcuno  nella  parab.  di  Camhral,  che  é  n^jlla  wziono  mftridior»alo  del- 
l'altro dipartim,  t«*l/s  fiominat<>.  Citiamo  dil  dial.  d^sl  cant,  di  Arra»: 
ptc.  r'r.uHi.U,  mi/i  rnang*!,  f//</y,'At'^,  /'^«m<'^  (p<iccat/i;  cfr.  «pago.  falUir )"*  \  da 
qii'dh  d':l  cant.  di  Carvln:  ptc.  miV,  /y«;$ri<f  baÌA/s,  forchiti,  rnawiui' 
pialU,  eri'qjorté.  Finalmente  da  ^lUfello  di  Cambra)  ^Jif.,  d.  Nord; 
d^,pin»é,  'i>M>./:,  r'ireuK/;^  h'mindé',  cfr.  t/^enté*. 


*  E*empj  fallonf,  da  fonti  più  g-un^-o^e,  ha  Io  Scbuchardt,  n»;!  luogo  l 
citato.  D'altri  ìufitmà  àfMa  palatili  «uUV/  tonico  n'd  vallone,  tocco  altro 

*  haUUy-ije  eoa  la  Kt^;««a  apparente  addizione  che  é  in  r'I/ulé-^/e,  parti* 
entrambi,  cfr.  uaMté-t/e',  ma  ca«o  diverso  quello  di  fon-^ja  <].'  lo-n^fo,  falm 
pftln.  A  Co urti«ol«  (Marne),  «'hanno  di  codesti  Infiniti:  luhouraye,  $o; 
rnaye  «eroer ,  dìnneye  ótuf-r,  r/tarendey  (merendare)  f^oiiUsTf  Miu.  22()'2  ;  cf 
prima  nota  a  ^Lorena'  ^p.  1  l^i-7),  In  fine. 

*  Cambral  farebbe  alla  per-iferfa  del  territorio  del  romhi,  e  Valcn 
eie 006 «  ne  é  il  centro  ^tth^ARf,  Di/:ii&nnaire  rouchi-fran'sma,  'j«  ^lit,,  Va- 
bmcienne«  ISTJi,  p.  v<),  E  pur  r»ella  parab,  di  Valenclenne*  (op.  t/sfet/:  cit,, 
4%-€;  pili  non  appare  la  diffJsrenza  a  cui  li  te*t/^  allude;  ptc.  <{///^,  w/jw^, 
XMrtagé^  mie  riian^^i^  qi/rninchA,  péf^hé^  cfr.  ^««<?«#,  l'are  perV,  che  fcl  (^ro- 
{>aggini  l't  che  precede  a  dentale,  in  ervJAU  ri-g«aifato  (cfr.  p.  g.'^,  106,  e 
prov.  agwxitar,  ant.  frc.  aguaiUr  aguetier)^  vAdié^  'uscito',  ma  etimologica- 
mente: 'vuotai//  (efr.  Ib.:  loiàUr  sortir  de  la  maison  ^  rjuastl  'ftg'^rtriberare', 
eorn'ó  anche  nel  francesi  letterario;  e  per  la  propagg^inaz^one,  l'ant  frc.  »«i- 
</t«r,  gii  citat/j»  a  p,  to'?,  in  e).  Ma  T  ie  di  laiìisUr  ib,  270,  altro  non  «ariSt  che 
rj«  picardo.  l'er  A>fT  ecc-,  Canibral  ci  offre:  inf4en?.  (afr.  W:c,nt\  e  an- 
che, a  fot  mola  at^/na,  zéenU),  thnt  d'innée»  tant  d'anr/ie*;  f)r/:CM<hi\  kétim 
''Arra*:  hieam%)%\  Carvin:  c/jimj?*)',  '[itw.hA  (Anajc.  p^^arnhe:  Carv/n:  pawM) 
pancia.  E  nel  pretto  picardo  {'émakvi.  p.  2^;-8):  m/l*»i!,  ^^/-./'«K;  ^rrm<,  ///«- 
<i«<,  kc.e.\  AcMinAe  domi  Udo,  grind  cfuiie.-  A  Courtl*oU  (Marne;;  ^r:^ 
/wtte  grande  liacbe,  //n'«<if«  grange,  2>Wrttó  iiìurnh/:,  Mit.  250-21  (cfr,  w/tó» 
Ui^échant  ^2^;. 


POSTILLE  ETIMOLOGICHE 

tì.  FLECHIi. 

I. 

Saggio  di  un  Gi.ossakio  Modenese  ossia  sfudii  d^l  conte  Giovanni  Galvisi 
intorno  le  probabili  origini  di  alquanti  idiotismi  della  città  di  Modena  e 
del  suo  contado.  Modena,  1S(>8,  iu  \6\  p.  5Si?. 

(Coniinuaiione  e  fine  :  v.  voi.  II.  pp.  1-5S,  31S-S4.) 

Apag.  415  il  G.  deriva  il  mod.  scarcajtvr,  sornacchiare,  spu- 
tar crasso,  dal  gr.  yapyaawv,  ugola  o  strozza,  per  via  d'un  verbo 
e.vijargariare,  exgargaliarc.  Credo  che  un  raffronto  del  verbo 
modenese  cogli  equivalenti  di  parecchi  volgari  neo-latini  renda 
molto  improbabile  questa  derivazione  dal  greco.  Nelle  varie  forme 
del  verbo  che  in  essi  volgari  significa  quello  che  il  tose,  sornac- 
chiare, spurgarsi,  ci  si  presenta  una  radice  o  tema  fondamen- 
tale che  preso  assolutamente  può  dirsi  essere  un  riflesso  del  mo- 
nosillabo crac-  (crakk-);  e  quindi  alla  più  semplice  forma  di  esso 
verbo:  cracare  {craccarf)  risponderebbero  appunto  il  fr.  cracker 
{^craccare;  cfr.  pA^her- peccare;  secherà siccare;  boticher 
"Imccare;  bouche  =  hticca;  vache svacca  ecc.),  e  col  5  rinfor- 
zativo  {s-cracare,  s-craccarc)  :  sic.  scraccari  \  ant.  prov.  escra- 
car,  lig.  scraccd'\  lad.  (grig.)  scracar.  Con  questa  forma  di  era- 


•  Lo  5f;>Kvan'  del  siciliano  apjv\rtiène  probabilmente  al  fondo  franco-pro- 
vonsale  di  quel  dialetto,  già  qtii  accennato,  li  33  n. 

'  Sehbexie  la  più  parte  delle  rarietà  ligustiche,  corae  p.  e.  il  Tent.  scrocca 
e  il  pamp  (  cisapennino  )  scrachJ  accennino  raanifesto  a  un  tipo  identico  a 
quello  del  prov.  t'^-crvRMj',  si  putN  tuttavia  dubitare  se  il  g-en.  scìrtccà  debba 
dirsi  connesso  collo  stesso  tijx\  staatechè  il  sostantivo  che  gli  vìeae  di  cosi* 
e  che  nella  massima  parte  di  dialetti  mostra  d'aver  comune  col  verbo  la 
forma  del  proprio  tema ,  nel  genovese  suoiìa  scriiccan  =  *s-crdccam ,  ♦^«'ac- 
eto***, ♦5i-ra<.v«7«;  onde  sì  putN  fondatamente  pr&sumere  che  il  gen.  5^«>»CAf 
«equivalga  a  *^iiYtc<Mtt,  *scr^ccar>i^  *S'craccw\K  *scra'CCHla.re^  in  quella  stessa 
guisa  che  il  geo.  »H*"w<.v<f,  per  via  d'*ri<rtuvat,  finisce  jvr  metter  capo  ad 

AlV>HVK>  }r1<itt<.>l.   iUl.,  UT.  i"" 


122  Plechia, 

care  {scracarc)  sì  connettono  come  derivate  mediante  il  suff. 
-ul-  {crac-uì-are)  il  tose.  (p.  e.  san.)  scracchiare  {=scrac'lare, 
scraculare)\  pieni,  scracé-.  In  alcuni  dialetti  il  tema  fondamen- 
tale è  care,  che  può  essere  o  semplice  varietà  o,  massime  in  quanto 
è  atono,  forma  metatetica  di  crac;  quindi,  colla  consueta  s  rin- 
forzativa,  il  mil.  scarcà  {s-carc-à).  Nella  maggior  parte  però  dei 
dialetti  questo  tema  si  presenta  sotto  forma  derivata;  quindi  ven. 
scarcagar,  mant.  scarcajar,  mod.  e  regg.  scarcajcer,  com.  scar- 
cajà,  e  anche,  con  mutazione  della  gutturale  sorda  in  sonora, 
parm.  sgargajar,  brianz.  sgargajà,  var.  piem.  sgargajé.  Tutti 
questi  verbi  accennano  ad  elementi  di  derivazione  che  non  sono 
altro  se  non  lo  stesso  suffisso  ul,  già  applicato  nelle  citate  forme 
(p.  e.  scì^acchiare  =  s-crac-ul-are),  e  qui  ampliato  in  ac-ul  (cfr. 
DiEZ,  Gr.W  400),  onde  s-carc-acul-are,  s-carcac  lare  in  analogia 


insuccarare.  E  cosi  il  gen.  scraccd,  mediante  un  processo  proprio  di  questo 
dialetto  (cfr.  Ascoli,  Arch.  gì.  II  p.  119,  n.  1;  122),  si  appunterebbe  in  quello 
stesso  scracculare ,  che,  sincopato  in  scraclare,  è  riflesso  dal  sanese  scrac- 
chiare, piem,  scracé. 

'  Il  Fanfani  non  registra  scracchiare  né  scracchio  nò  nel  Voc.  it.  uè  in  quello 
dell'uso  toscano;  quantunque  scracchio  sia  nel  Politi,  scracchiare  nel  Felici 
{Onom.  rom.  s.  v.)  e  scracchiare,  scracchio,  scracchiatore  traducano  screare, 
screatus,  screator  nelì'Amalthea  onotn.  dal  Lorenzi,  che,  come  lucchese,  po- 
trebbe far  credere  l'uso  di  queste  forme  non  ristretto  soltanto  al  sanese.  Il 
Vocalolario  poi  della  lingua  parlata  (Rigutini  e  Fanfani)  sotto  scaracchiare 
e  scaracchio  reca  come  forme  sinonime  scracchiare  e  scracchio  ;  ma  poi  non 
le  registra  a  loro  luogo;  onde  chi  conoscesse  solo  queste  ultime  forme  mal 
potrebbe  sapere  da  questo  vocabolario  se  esse  appartengano,  o  no,  alla  lingua 
parlata. 

^  Si  potrebbe  dubitare  se  nel  piem.  scracé  non  s'avesse  un  raro  esempio 
della  palatinizzazione  della  gutturale  innanzi  ad  a  (scracé  =  *scraccare,  scraca 
■=  *scraccat),  essenzialmente  propria  de'  dialetti  alpini  e  connessa  col  sistema 
franco-ladino  (cfr.  Diez,  Gr.  P  247;  Ascoli,  Arch.  gì.  II,  128,  n.  2).  Quan- 
tunque una  tal  mutazione  paja  non  del  tutto  estranea  al  piemontese  proprio, 
quale  per  es.  in  cafdit  n  catafalco,  capulé  =  copulare,  cadovra  =  capo  d'opera, 
ber  gè  =  bercarius,  berbecarius;  cugé- calcare,  collocare',  bugc  =  bulcare,  bul- 
licare,  ecc.,  sia  che  in  queste  voci  operasse  influenza  francese  od  alpina,  sia 
che  s'abbia  a  fare  con  fenomeni  indigenici,  è  tuttavia  assai  più  verisimile  che 
la  forma  scracé  risponda  a  *scraclare,  scracchiare,  con  cui  essa  avrebbe,  per 
conto  della  palatina,  quella  stessa  attinenza  che  hanno  per  es.  macé  con 
mac'larc,  macchiare;  anbruacé  con  imbrodac'lare,  imbrodacchiare  ecc.;  e 
riconoscerebbe  quindi  per  tipo  primitivo  quello  stesso  che  è  proprio  del  sa- 
nese e  del  genovese  (v.  le  due  note  prec). 


Postille  etimologiche.  123 

del  tose,  sornacchiare,  che,  qualunque  possa  esserne  l'orìgine, 
presenta  verisirailmente  un  verbo  derivato  in  -ac'lare,  -aculare^. 
Le  alterazioni  fonetiche  à'-ac'lare  rispondono  più  o  raen  normal- 
mente alle  leggi  di  ciascun  dialetto;  e  nel  toscano,  scartaclare 
sonerebbe  per  avventura  *scarcagliare,  secondo  si  potrebbe  ar- 
guire dallo  scarcaglioso  del  Lasca  che  presuppone  "scarcaglio, 
*scarcagliare\  la  qual  forma  procederebbe  insieme  con  sornac- 
chiare da  uno  stesso  tipo  morfologico;  e  starebbero  le  due  forme 
l'una  rispetto  all'altra  come  speglio  e  specchio,  asserragliare 
e  foracchiare  ecc.  Si  presentano  ancora  alcune  forme,  dove  il 
tema  venne  ampliato  con  epentesi  di  vocale,  come  p.  e.  nel  tose. 
scaracchiare,  boi.  ferr.  scaraécar,  piac.  scaraccà  (=  scaraclare, 
scarac-ul-are)  e  quindi  morfologicamente  analoghe  a  scracchiare, 
in  quanto  si  derivano  mediante  il  semplice  sufi",  id.  Sarebbe  qui 
da  vedere  se  l'epentesi  d'a  abbia  luogo  dinanzi  o  dopo  r,  cioè 
se  abbia  luogo  nel  monosillabo  crac  ovvero  care,  da  ciascuno  de' 
quali  ne  verrebbe,  colla  detta  epentesi,  carac  [s-carac).  Sebbene, 
mentre  d'una  parte  si  hanno  calabrone  o  scalabrone  =  crabrone; 
caracca  =  ol.  kraecke;  scar affare  =  ted.  scrapfen;  ferr.  scaranna 
=  scranna\Ghirigoro  =  Grigoro ; schiribi=  scribi ( Tav.  rot.)ecc., 
dall'altra  abbiam  pure  v.  gr.  maragone  per  margone  {ch\Arch., 
II  365),  sarago  =  sargo,  aliga  =  alga  eoe  ,  onde  torni  alquanto 
incerto  il  nostro  dilemma,  crediamo  però  più  probabile  il  primo 
fenomeno,  stante  la  maggior  tendenza  a  rompere  ed  aprire  cr 
che  non  re,  quindi  il  tipo  non  ancora  epenteticu  di  questa  forma 
verrebbe  ad  esser  più  verisimilmente  scrac' lare  che  non  scarclare. 
Noi  avremmo  adunque  in  tutti  i  suddetti  verbi  una  varietà  di 
forme  che  tutte  possono  raddursi  ad  una  specie  di  radice  crac 
ocarc-.  Or  donde  cotesto  care,  cracl  Impossibile  il  derivar  questi 


*  sornacchiare  vale  anche  'russare',  quindi  per  alcuni  quasi  sonnacchiare. 
Il  Caix  lo  deriva  dell'ant.  ted.  snarken,  snorhen  (oggi  schnarchen)  'russare' 
{Riv.  di  fil.  rom.,  II  231). 

'  Potrebbe  anch'essere  che  il  fr.  oscar got,  e  il  prov.  escaragot,  significant. 
una  sorta  di  chiocciola  o  lumaca  col  guscio,  e  nel  provenzale  anche  scaracchio 
piuttosto  che  connettersi  etimologicamente,  come  suppone  il  Diez  (Et.  w.,  IP 
2^Q,  s.  escargot),  con  caracol,  procedano  dalla  radice  care,  carac  e  sigoifjcas- 
sero  originariamente  scaracchio^  passati  di  poi  a  significar  lumachetta  con 
movimento  logicamente  opposto  a  quello,  p.  e.,  di  ostrica  (cfr.  mil.  òstrega 
scaracchio,  ven  ostregar,  scaracchiare),  e  di  far  fallarle,  venuti  a  dinotar 
scaracchio. 


121  FlecLia, 

verbi,  cosi  morfologicamente,  come  fonologicamente,  dall'equiva- 
lente  lat,  screare,  escreare;  difficile,  per  quanto  io  mi  sappia, 
il  connetterli  con  una  qualche  nota  radice  degli  idiomi  celtici, 
sicché  l'etimologia  più  verisimile,  volendo  pur  dedurli  a  ogni 
modo  da  alcuna  delle  lingue  che  diedero  elementi  alle  favelle 
romanze,  sarebbe  quella  che  lo  fa  venire  dall'antico  nordico 
hrcckia,  scracchiare,  hràlii,  scracchio  (cfr.  Diez,  Et.  ?/;.,  IP 
407,  s.  racher;  Stokes,  Beitr.  z.  spr.,  V  217)  ^  Il  fr.  ha  la 
doppia  forma:  ant.  racher  (prov.  racar,  pie.  raquer,  vali,  re- 
gni, ecc;  com.  racà ,  rechà;  var.  nap.  (mol.)  racà)  e  cracker; 
nella  prima  delle  quali  forme  l'aspirata  nordica  si  sarebbe  dile- 
guata, mentre  in  cracker  e  negli  altri  rappresentanti  neo-latini 
si  sarebbe  rinforzata  in  gutturale,  fenomeni  e  l'uno  e  l'altro 
non  senza  analoghi  esempj  (cfr.  Diez,  Or.,  V  320  e  segg.).  Non 
ostanti  questi  non  inverisimili  riscontri,  potrebbe  tuttavia  an- 
ch'essere che  crac  o  care  si  fossero  indipendentemente  prodotti 
nell'ambiente  neo-latino  come  radici  enomatopoetiche  ad  imita- 
zione del  suono  che  suole  accompagnare  l'azione  significata.  Il 
nap.  rascare,  rom.  rasckiare  che  valgono  ad  un  tempo  ra- 
sckiare  e  scracckiare,  possono  benissimo  avere  in  ambo  i  sensi 
una  medesima  origine,  giacché  l'azione  espressa  col  secondo  di 
tali  significati  è  quasi  una  specie  di  raschiamento  che  altri  fa 
della  materia  che  si  vuol  levare  dalle  membrane  mucose.  Le 
altre  forme  dialettiche  come  il  friul.  sgarsajà  o  sgrasajà,  il 
sardo  iscarrasciare  (log.),  sdarrasciai  (mer.)  sembra  che  non 
sieno  altro  se  non  varietà  delle  forme  sopra  citate  (cfr.,  per 
es.,  boi.  e  ferr.  scaraccar).  Ma  il  lomb.  margajà,  smargajà 
che  pur  parrebbe  connettersi  con  scarcajar,  sgargajar,  è  più 
probabilmente  derivato  da  morga  =  amurca,  morchia;  circa  la 
quale  origine  vedasi  intanto  Ascoli,  Arck.,  II  403.  Noterò  in 
ultimo  come  colla  massima  parte  de'  verbi  sopradetti  vada  com- 
pagno un  nomo  fondato  senza  più  sullo  stesso  tema  verbale, 
come  p.  e.  in  scraccari  scraccu,  scracckiare  scracckio,  scracé 


'  Lo  Stokes  {l.  e)  non  par  disposto  ad  accettar  come  antica  la  forma  fr. 
cracker.  Credo  a  ogni  modo  ardito  il  negarne,  com'egli  fa,  l'esistenza  ante- 
riore al  secolo  XIV,  quand'anche  non  fosse  attestata  da  documenti;  mentre 
il  prov.  escracar  si  trova  già  adoperato  nel  Brev.  cCam.  e  nel  Rom.  de  Fie- 
rahras  (vedi  Raynot"ard,  Lex.  Rom.,  II  30ì'). 


Postille  etimologiche.  125 

scrac,  scarcà  scarc,  scarcagar  scarcago,  scarcajar  scarcaj, 
sgargajar  sgargaj,  scaracchiare  scaracchio,  scaraccar  sca^ 
race  ecc.  ;  i  quali  nomi  pajono  procedere  dal  tema  verbale  e 
non  viceversa;  e  doversi  quindi  assegnare  al  novero  di  quei 
tanti  sostantivi  derivati  senza  alcun  suffisso  dal  verbo  sul  campo 
neo-latino,  quantunque  essi  non  significhino  propriamente  l'a- 
zione, secondochè  sogliono  generalmente  fare  questa  sorta  di 
nomi;  ma  qui  importino  piuttosto  un  risultato  dell'azione  signi- 
ficata dal  verbo  \ 

Pag.  416.  «  Scartar  nel  senso  di  potare,  tagliare.  Amerei  sup- 
«  porre  la  voce  proveniente  dagli  antichi  verbi  germanici. 5c/ì^- 
«  7^en  e  scharhen,  i  quali  vagliono  appunto  secare,  'potare  e 
«amputare  condotti  a  desinenza  latina.  Provenienti  da  questi, 
«  scharte  significa  incisura  e  schart  Ursus  od  incisus,  donde 
«  forse  il  nostro  schèrt  per  scartato,  cioè  per  la  parte  recisa  e 
«che  per  conseguenza  non  si  è  voluta  lasciare  al  luogo  suo  e 
«  che  implicitamente  si  è  rifiutata  e  respinta.  »  Credo  che  que- 
sto verbo  venga  piuttosto  da  carpere  o,  dirò  meglio,  dalla  sua 
forma  di  frequentativo,  carptare,  ex-carptare ,  donde  regola- 
rissimamente il  raod.  scartcér.  Carpere  frondes  arbore,  uvam 
de  palmite,  flores  ab  arbore  sono  frasi  correnti  nel  buon  la- 
tino; e  si  posson  vedere  ne' vocabolarj.  Quindi  si  potè  pur  dire 
carpere  od  excerpere  ramos,  per  levar  via,  tagliare,  potare  i 
rami^  Il  latino  avrebbe  più  normalmente  fatto  excerptare,  ma 
excarptare  è  più  conforme  alle  leggi  del  neo-latino,  dal  quale 
abbiamo  per  es.  risaltare  per  resultare,  ricattare  per  recep- 
tare,  ecc.  Schcert  poi  non  può  non  essere  una  medesima  cosa 
coli' italiano  scarto,  proveniente  da  scartare  che,  in  un  col  fr. 
écarter,  àcari,  procede  dal  lat.  carta,  charta  e  fu  per  avven- 
tura primamente  termine  proprio  del  giuoco  delle  carte. 

A  p.  417,  il  G.  suppone  che  il  mod.  schernicc,   'scriatello', 


'  Il  fr.  cracker  non  ha  di  costa  nò  crac  né  croche  (pud  per  avventura,  quanto 
alla  prima  forma,  esser  riflesso  dall'ant.  prov.  crai,  'scaracchio';  cfr.  p.  e.  Cam- 
bray  zi  Camcriacum) ;  ma  si  un  sostantivo  di  forma  participiale:  crachat;  che 
sta  a  crachcr  come  p.  e.  il  lat.  sputum  a  spuere  e  l'equiv.  var.  piem.  (pamp.  ecc.) 
spud  =  sputato  a  spué  =  sputare. 

*  Un  riflesso  di  excerpere  passato  alla  quarta  conj.  è  verisimilmente  nel  ven 
serpir,  'potare',  'scapezzare'  ecc. 


iSe  Flechia, 

'caramogio',  'fuseragnolo',  possa  connettersi  colla  parola  schema, 
stantechè  colui  al  quale  si  dà  questo  predicato,  è,  come  dire, 
uno  scherno  di  natura;  e  staccandosi  poi  da  questa  etimologia, 
dice  che  scherniéc  potrebbe  forse  venire  dal  celtico  scarinec  che 
nella  lingua  de'  Bretoni  vale:  qui  a  les  jambes  longues  et  me- 
nues.  Io  credo  assai  più  probabile  che  scherniéc  equivalga  ad 
un  diminutivo  dell'  aggettivo  scarno  [ex-carnis)  che  in  toscano 
sonerebbe  scarnicchio  o  scarnecchio  {excarniclus,  eoccarnicu- 
lus)  e  varrebbe  quindi  propriamente  graciletto,  scarnatello,  di 
poca  car'ne.  Uà  di  carne  è  conservato  p.  e.  nel  ferr.  e  parm. 
scarnicc,  romagn.  scarnecc  ecc.  ;  mentre  lo  scherniéc  del  mod. 
e  del  regg.  soggiacque  all'influenza  del  suo  primitivo  c/i^rnflj, 
secondo  che  suona  normalmente  in  questi  due  dialetti  la  parola 
carne. 

Inverisimile  al  tutto,  cosi  dal  lato  logico  come  dal  morfologico, 
mi  sembra  l'etimologia  di  scherzgnir  (p.  419)  'stridere',  'cigo- 
lare', 'scricchiolare',  fatto  venire  dal  verbo  cernere  per  via  di 
cretus  *cretinare  *excretinare,  *exchertìnire.  Più  probabile  una 
radice  onomatopoetica  [cric- ,  crié- ,  criz-  donde  cherz- ,  carz- , 
scherz-y  scarz-;  cfr.  parm.  mant.  equiv.  scarzgnir) ,  quale  per 
es.  in  cricch-iare,  scìHcch-iare ,  scricch-iolare,  sgricch-iolare , 
sgrig-iolare,  sgrigl-iare  ecc.  Assolutamente  falsa  poi  l'origine 
che  qui  per  incidente  il  G.  vorrebbe  dare  a  sprezzare,  ricondu- 
cendolo per  mezzo  di  spretiare,  spretare,  spretus  al  verbo  sper- 
nere.  Non  si  può  negare  che  una  tale  derivazione  sarebbe  mor- 
fologicamente al  tutto  regolare  e  fondata  sopra  molti  analoghi 
esempi  ;  ma  il  G.  non  ha  posto  mente  che  sprezzare,  spregiare, 
disprezzare,  dispregiare ,  non  possono  essere  altro  che  il  con- 
trario di  prezzare,  apprezzare ,  pregiare  e  che  tutti  questi 
verbi  finiscono  per  metter  capo  a  pretium,  il  quale  non  ha  da 
far  nulla  con  spernere,  spretus  e  da  cui  viene  il  lat.  pretiare 
già  usato  da  Cassiodoro. 

A  p.  421  il  G.  fa  venire  il  mod.  scióer,  solcare  il  terreno  per 
farvi  le  porche,  dal  lat.  excio,  excieo  e  dalla  terza  persona  del 
presente  del  detto  verbo  modenese  cava  il  nome  scia,  'porca',  la 
qual  voce  poi  procederebbe,  secondo  lui,  da  uno  stesso  fonte  con 
scia,  poiché  porca,  pel  G.,  sarebbe  adi.  porro-ciré  o  ciere.  Fra 
i  dialetti  emiliani  il  regg.,  il  parm.,  il  piacent,,  chiamano  sta  la 


Postille  etimologiche.  1^ 

porca,  e  nel  dialetto  piac.  insiar  significa  quello  che  vale  il  lat. 
e  it.  imporcare,  nap.  'mporcà  e  anche,  con  metatesi,  'mproccà. 
Ciò  basta  perchè  la  critica  morfologica  dei  volgari  italici  rico- 
nosca come  verisimilissimo  in  insiar  un  verbo  denominativo  de- 
rivato da  sia,  come  imporcare  da  porca.  Ora  io  non  dubito  di 
affermare  che  il  modenese  scicùr,  ascicer  viene  alla  stessa  guisa 
da  scia,  che  certamente  non  può  essere  altro  che  il  sia  degli  altri 
dialetti  emiliani;  e  quindi  non  regge  punto  la  connessione,  già  di 
per  sé  stessa  inverisimilissima,  del  verbo  scicer,  ascicer  con  coccio, 
exicieo,  e  meno  poi  la  derivazione  di  scia  dalla  terza  persona  del 
presente  di  scicer,  al  qual  proposito  si  confronti  quanto  già  no- 
tai circa  questo  incritico  modo  di  derivar  nomi  da  forme  ver- 
bali {Arch.  glott.,  II  24),  tranne  che  in  due  determinati  casi,  cioè 
dall'infinito  l'azione  o  l'astratto  (^7  piacere,  il  dovere,  il  dire, 
il  parlare,  i  baciari)  o  dalla  3"  pers.  sing.  dell' imperat.  nomi 
d'agente,  specialmente  composti  (lo  Sparecchia,  soprannome; 
il  conciatetti,  il  hattilana,  ecc.).  Si  tratterebbe  qui  pertanto 
di  cercare  l'origino  del  nome  e  non  del  verbo  che  come  deno- 
minativo procede  da  esso  nome;  pel  quale,  dovendosi  a  ogni 
modo  cercare  un  etimo  di  qualche  verislmiglianza,  io  non  sa- 
prei rifarmi  nel  campo  latino  se  non  alla  parola  seges  che  per 
essere,  secondo  la  definizione  di  Pesto,  pars  agri  quae  arala 
et  consita  est,  verrebbe  appunto  a  confondersi  logicamente  colla 
porca.  Abbiamo  ancora  in  Varrone  De  R.  R.  I.:  quod  est  inter 
duos  sulcos  elata  terra,  dicitur  porca,  quod  ea  seges  frumen- 
tum  porricit;  che  mi  pare  si  potrebbe  tradurre:  la  terra  sol- 
levata tra  due  solchi  dicesi  porca  perchè  essa  {terra  diventata) 
segete  (cioè,  se  cosi  posso  dire,  essa  terra  imhiadita),  porge  il 
finimento.  Come  ognun  vede,  una  maggior  identificazione  tra 
porca  e  seges  non  si  potrebbe  dare  di  quella  che  qui  si  fa  da 
Varrone.  Resta  quindi  a  vedere  come  da  seges  sia  potuto  venir 
sia,  senz'offesa  delle  leggi  fonologiche  e  morfologiche.  Qui  s'a- 
vrebbe naturalmente  a  fare  con  un  riflesso  del  caso  nominati- 
vale,  sicché,  come  p.  e.  dal  masc.  gurges,  cespes  vennero  gorgo, 
cespo,  così  dal  fera,  seges  uscisse  primamente  sega,  mantenen- 
dosi in  questa  prima  fase  la  gutturale  dinanzi  ad  a  come  appunto 
in  gorgo  dinanzi  ad  o,  e,  come  dinanzi  all'una  e  all'  altra  di  que- 
ste due  vocali,  in  sorco,  sorgo  =  sorico,  sorice-,  nel  mod.  erpeg 


128  Flecbia, 

-*erpìco,  irpice-,  emil.  e  lomb.  pulga  epluga  =  *pulica,  pidice. 
Dato  per  assai  verisimile  questo  "sega  di  fase  anteriore,  come 
da  strega  ^  strige-  venne  ai  dialetti  emiliani  strea,  stria,  cosi 
da  questo  *sega  nacque  primamente  *sea  poi  sia. 

Passando  a  quanto  egli  dice  dell'origine  di  porca,  noterò  solo 
come  l'etimo  del  Galvani  sia  anche  più  inverisimile  di  quello  dei 
Latini  che  faceano  venire  questo  vocabolo  da  porrigere,  porri- 
cere,  porcere,  e  rimando  chi  fosse  vago  di  veder  l'opinione  dei 
moderni,  circa  la  sua  piuttosto  incerta  etimologia,  al  Corssen 
{Aussjor.  r  531)  e  al  Fick  [Zeitschr.  f.  vergi,  sprach.,  XVIII, 
Die  eh.  spracheinli.  d.  Ind.,  100,  e  Vergi,  wórt.  ecc.,  P  669). 

Pag.  423:  «Sciuplir  {scuplir)  colla  e  vegeta.  Scoppiettare. 
«  Da  copula  i  toscani  trassero  coppia,  noi  con  etnica  alliterazione 
«dopa:  per  conseguenza  da  copulare  i  toscani  ebbero  accop- 
«  piare,  non  che  il  suo  contrario  scoppiare  da  excopulare.  Noi 
«da  quest'ultimo  verbo  composto,  femmo  sciopla  per  iscoppia- 
«  tura,  sciupér,  non  che  sciuplér  e  sciuplir,  quasi  scoppietiire 
«  per  iscoppiettare,  cioè  excopulire  per  excopulare  nel  signifi- 
«  cato  originario  di  disunire  e  disgiungere  ciò  che  prima  era  unito 
«  e  congiunto,  significato  poi  che  per  approssimazione  passava 
«  a  distinguere  anche  l'effetto  udibile  della  disgiunzione  cioè  il 
«  suono  dalla  medesima  provocato.  Ove  poi  la  disgiunzione  istessa 
«non  sia  per  ischianto  apparente  e  sonoro,  ma  si  tratti  di  sol- 
«  levamento  od  enfiagione,  allora  alla  lettera  e  sostitujamo  la 
«  lettera  di  fiato  o  di  spirito,  cioè  la  f  ed  in  sfìopla  ed  in  sfìu- 
«plir,  vediamo  l'enfiagione  prodotta  da  contusione,  non  udiamo, 
«  come  in  sciopla  e  in  sciuplir,  lo  scoppio  prodotto  da  stacco  o 
«  separazione.  »  Il  latino  copula  qui  non  ha  nulla  a  che  fare.  Leg- 
gesi  in  Persio,  V,  13:  nec  stloppo  tumidas  intendis  rumpere 
buccas;  che  il  Monti  traduce:  né  per  {scoppio  far  gonfi  la  bocca. 
Questo  nome  latino  viene  anche  attestato  da  Prisciano  (Lib.  I, 
sul  fine)  che  lo  reca  ad  esempio  di  voci  comincianti  da  tre  con- 
sonanti. Ora  se  noi  ci  domandiamo  quale  sia  la  formola  che  que- 
sto vocabolo  stloppus  prenderebbe  regolarmente  secondo  le  leggi 
fonetiche  del  toscano  e  del  modenese,  chiunque  s'abbia  una  qual- 
che conoscenza  di  tali  leggi ,  risponderà  schioppo,  scop  (cfr.  la 
mia  Postilla  sopra  uyi  fenomeno  fonetico  {ci  =  ti]  della  lingua 
latina  y  spec.  p.  4,  n.);  e  quindi  un  verbo  stloppare  {scloppare) 


Postille  etimologiche.  129 

procedente  da  stloppus  darà  pur  regolarmente  in  quei  dae  dia- 
letti schioppare,  scupcér.  Questo  verbo  poi,  derivato  mediante  il 
suff.  id  (cfr.  DiEz,  Gr.,  IP  399),  se  cade  nella  prima  conjugazione 
dea  naturalmente  nel  modenese  sóupldr,  se  nella  quarta,  scuplir, 
che  nel  toscano  sonerebbe  schioppolare ,  schioppolire.  Dunque 
in  scuplir  abbiamo  un  verbo  derivato  da  sóupcvr  che  viene  ad 
essere  di  forma  analoga  a  schermlir  {=  extremulire,  v.  Ardi., 
II  384).  Quanto  a  scoppiare,  se  questo  verbo  può  etimologica- 
mente collegarsi  con  copula,  in  quanto  vale  il  contrario  di  ac- 
coppiare ,  esso  non  ha  poi  più  a  che  far  nulla  con  tal  nome  se 
pigliasi  in  senso  di  schioppare  (lat.  explodere) ,  non  essendo  esso 
allora  se  non  una  varietà  di  forma  dell'equivalente  scJiioppare, 
nata  per  via  di  metatesi;  onde  da  scloppus ,  scloppare  vennero 
scoplus,  scopiare,  scoppio,  scoppiare.  Questa  metatesi  fu  essen- 
zialmente propria  del  toscano,  ignota  agli  altri  dialetti';  quindi 
nap.  schiuoppo,  schioppà,  rom.  march,  schioppo,  schioppaì^e'i 
ven.  scopo  scopar;  lomb.  scopp,  scop,  scoppà,  scopa;  romagn. 
stcopp  stcupé,  boi.  scop,  stiop,  scupar,  stiiipar;  friul.  sclopp, 
sclopà,  ecc.,  e  cosi  nel  mod.  scop,  scupcer.  Lo  stesso  siciliano 
scoppu,  scuppari  riflette  stloppus,  stloppare  {scloppus,  sclop- 
pare), schioppo,  schioppare'.  Circa  il  mod.  dopa  che  il  G.  fa 
venire,  com'egli  dice,  con  etnica  alliterazione  da  copula  e  che  a 
primo  aspetto  parrebbe  dar  qualche  verisimiglianza  alla  deri- 
vazione di  scuplir  da  copula,  noterò  come  il  nome  modenese 
insieme  col  nap.  chioppa,  sardo  gioda,  joha,  e  col  giopa  ven., 
boi.,  romagn.,  ecc.,  abbia  per  base  dopa,  forma  metatetica  di 
copia,  copula,  donde  procede  a  quella  stessa  guisa  che  p.  e.  il 


*  Il  Fanfani,  nel  Yoc.  it.,  2a  ed.,  registra  schioppare,  metatesi  di  scoppiare;  e 
nel  Voc.d.uso  tose,  sotto  schioppettata  ha:  schioppetto  metatesi  di  scoppietto; 
e  poi  finalmente,  quasi  si  trattasse  di  uno  di  quei  solenni  veri  che  non  sono 
mai  abbastanza  predicati  e  la  cui  disconoscenza  potesse  essere  fatale  alla 
patria,  nell'opuscolo  intitolato:  Voci  e  maniere  del  parlar  fiorentino  registra 
scoppio^  unicamente  per  soggiugnervi:  nota  che  non  è  scoppio  metatesi  di 
SCHIOPPO  ma  questo  di  quello.  È  veramente  comico  cotesto  ripetere  con  tanta 
sicumera  e  insistenza  un  errore  si  madornale,  e  dovrebbe  pur  essere  qualcosa 
di  curioso  l'origine  di  scoppio,  scoppiare  dataci  dal  Fanfani. 

^  Le  forme  sic.  scoppu  scoppari  rispondono  foneticamente  all'it.  schioppo, 
schioppare  come  per  es.  scattari  a  schiattare,  rascari  a  raschiare,  mascu  a 
maschio,  scavu  a  schiavo  ecc. 


130  Flechia , 

ven.  fìalya  da  ^flaha,  falla,  fabula,  pioppo  da  ploppus,  poplus, 
popuhcs,  ecc.  (cfi\  Ardi.,  II  6).  Noterò  ancora  come  nella  forma 
stioppo  tose,  stiop  boi.,  ecc.,  per  schioppo,  scop  non  sia  da 
vedersi  il  t  di  stloppus,  ma  tali  forme  vengano  rispettivamente 
da  schioppo,  scop,  per  l'appunto  come  in  detti  dialetti  vengono 
stiavo  da  schiavo,  mastio  da  maschio,  stiamazzo  da  schia- 
mazzo, stiaff  d-à  scaff,  stiumma  da  scumma,  ecc.  (Cfr.  Diez, 
Et.  IO.,  IP  64,  s.  schiop)po)\ 

Quanto  a  sfiopla  par  scopla,  significante  pustola,  gallozza,  ve- 
scichetta della  pelle,  ecc.,  proprio  anche  del  bolognese  e  del  reg- 
giano, ben  si  può,  per  la  singolarità  di  s/ìo  =  sco,  skjo,  credere 
col  Galvani  che  qui  la  nozione  dell'  enfiare  abbia  potuto  con- 
tribuire all'alterazione  di  sco  in  sfio,  con  fenomeno  complesso, 
analogo  a  quello  del  pìera.  strmù  (cfr.  Arch.,  II  384  n.),  dove, 
pur  nella  confusione  della  doppia  nozione  di  enfiare,  schioppare^ 
[hi/lare,  sclopparé),  nacque  l'ibrida  forma  di  sfiopla;  se  già 
qui  non  si  dovesse  vedere  una  evoluzione  meramente  fonetica, 
in  cui  da  *schiopla  di  fase  anteriore  fosse  prima  venuto,  per 
assimilazione,  spiop)la,  donde  poi  sfiopla;  come  p.  e.  nel  boi. 
fìopa  da,  p)iopa  =  plopa,  da  poplus,  populus.  Della  connessione 
materiale  che  ad  ogni  modo  mostra  di  avere  lo  sfiopla  emiliano 
con  scopla  parrebbe  anche  far  testimonianza  il  Vocabolista  bo- 
lognese (dell'anno  1660),  che  registra,  sotto  l'italianizzata  forma 
di  schioppola,  il  vocabolo  che  questo  dialetto  oggidì  non  cono- 
sce più  se  non  sotto  quello  di  sfiopla. 

Pag.  424:  «Sconzubia.  Moltitudine,  numero  copioso,  gran 
«  quantità  enunciata  avvilitivamente.  Civis  e  civitas  ci  possono 
«  far  supporre  che  non  si  dicesse  solo  ciò  e  cieo,  ma  anche  civo 
«0  civio.  Certo  se  da  con  e  da  ciò  esce  conc/o. per  moltitudine 
«convocata  o  ragunanza,  da  con  e  da  civio  uscirebbe  concivio 
«  0  concivia  nello  stesso  significato.  Ma  trivio  per  noi  è  trebi 
«  0  treb,  quadrivio  è  carrubi  e  la  e  per  noi  similmente  è  la 
«  jz  dolce  come  in  mérz  marcio,  dolz  dolce;  dunque  se  il  ma- 
«  schile  apparente  concivio  può  riuscir  conzébi  o  conzùbi,  il 
«  feminile  concixna,  non  soffrendo  fognatura  in  fine,  potrà  mu- 


'  Adotto  la  lezione  di  stloppo  come  la  genuina,  non  ostante  gli  argomenti 
addotti  dal  Corssen  per  provare  che  stloppo  sia  forma  posteriormente  sosti- 
tuita a  scloppo  (v.  Beitr.  z.  it.  sprachh.  p.  17);  al  quale  proposito  può  an- 
cora vedersi  l'Osthoff,  Forsch.  im  geb.  d.  indog,  stammb.,  I  23-4. 


Postille  etimologiche.  131 

<j  tarsi  in  conzébia  o  conzi'ibia.  Allora  non  avremo  a  far  altro 
«  fuorché  prefiggere  alla  voce  la  solita  s  intensiva  e  spesso  di 
«spregio,  per  ottenerne  la  richiesta  sconzùhia  nel  preciso  va- 
«  lore  attribuitole.  » 

E  questo  sconzùhia  un  vocabolo  di  forma  assai  singolare  e 
di  origine  molto  incerta,  e  proprio  soltanto,  s'io  non  erro,  di 
qualche  dialetto  emiliano  e  lombardo.  Data  per  verisimile  una 
prototipa  forma  concivium,  concivia,  si  potrebbe  certamente 
venire  al  risultato  sconzùhia  senza  grande  offesa  delle  leggi 
di  trasformazione.  Dico  senza  grande  offesa,  perocché  qui  noi 
avremmo  pur  sempre  la  irregolarità  dello  z  sonoro  nato  da  e, 
che  in  questa  posizione,  secondo  la  regola,  dovrebbe  dare  uno  z 
sordo,  quale  abbiamo  p.  e.  in  conzet  =  concepto,  inzert  =  incerto, 
e  simili.  Lo  z  sonoro  adunque  qui  accennerebbe  piuttosto  a  g 
0  j  originario;  quindi  è  che  noi  dobbiamo  vedere  se  da  qualche 
altra  forma  prototipa  non  si  possa  cavare  cotesto  nome  con  più 
osservanza  delle  leggi  fonetiche  e  forse  anche  con  piii  logica 
parentela  tra  il  generante  e  il  generato.  Dalla  voce  colluvies,  che 
presa  figuratamente,  per  servirmi  della  definizione  del  Porcel- 
lini, varrebbe  mixtio  et  turba  viliorum  hominum  aut  aliarurn, 
rerum  e  parrebbe  logicamente  rispondere  assai  bene  al  mod. 
sconzùhia,  non  dovrebbe  venire  nel  modenese  altra  forma  se  non 
s-colluhia  od  anche  s-coruhia  (cfr.  mil.  coruhhia  =  colluvies). 
Più  verisimile  parmi  il  trarre  sconzùhia  da  un  prototipo  *con- 
jugia.  Gli  antichi  glossarj  ci  danno  conjuhatus  per  conjugatus 
(v.  Laurenti,  Amalthea  onom.\  Porcellini,  Voc.  app.  s.  v.); 
il  g  di  jugum  riesce  in  parecchi  volgari  italici  quasi  labializ- 
zato', onde  per  es.  nap.  Jkzjo,  s>\c.  juvu,  var.  emil.  zov,  quindi 
nap.  sojovare  -  suhjugare,  boi.  zvadga  =jugatica,  piac.  zovéra 
=  jugaria,  mant.  zovadg,  ven.  zovadego  ■=jugaticum,  e  con 
aspirazione  di  v  venuto  ad  esser  finale,  bresc.  friul.  zof,  berg. 
zuf  ecc.  Inoltre  giovo  per  giogo  non  dovette  essere  estraneo 
neppure  alla  Toscana,  poiché  questa  lezione  trovasi  in  due  fra  i 
migliori  testi  a  penna  dell'antico  volgarizzamento  dei  Gradi  di 
S.  Gerolamo  (v.  p.  106);  e  vi  é  forse  ancor  vivo  come  parrebbe 
attestarlo  la  forma  giovatico,  usata  pure  oggidì  dai  Toscani  per 


•  Intorno  all'effettiva  ragione  del  fenomeno,  si  vegga  Asc,  I  211-12. 


132  Plechia, 

giogatico.  L'antico  sardo  ha  cojuvare  =  conjugare,  oggi  cojuare, 
per  'maritare',  ■unire  in  matrimonio'.  Aggiugni  le  forme  medie- 
vali cojovis,  cojove,  cojuve  per  conjiigis,  conjuge  (cfr.  Schu- 
CHARDT,  D.  voc.  d.  vuhj.  lat.,  II  438).  Mi  pare  che  da  tutti  questi 
riscontri  si  possa  assai  fondatamente  arguire  una  forma  co7i- 
juviiim  per  conjugium,  dalla  quale  veniva  qui  assai  natural- 
mente conjuhium,  a  quella  stessa  guisa  che  il  v  d'analoga 
posizione  rinforzossi  in  b  in  gabbia  =  *cavia,  cavea,  bebbio 
-  biviuìn,  trebbio  =  triviiim,  allebbiare  =  alleviare,  ecc.  La  sup- 
posizione di  un  tale  *conjuvium  *conjubium  si  rende  poi  anche 
più  probabile  dinanzi  al  parm.  conzubiar,  piac.  e  crem.  conzu- 
hià,  con  senso  di  'congegnare',  'mettere  insieme',  'combinare', 
'accozzare',  'accomodare';  e  principalmente  dinanzi  al  piac.  con- 
nubi, significante  quella  parte  del  giogo  de'  buoi  che,  consi- 
stente in  un  pezzo  di  fune,  passa  loro  sotto  la  gola,  dai  con- 
tadini toscani  chiamata  giimioje  (cfr.  l'equiv.  lat.  subjugium)'^ . 
La  nozione  di  jugwn  o  'congiungimento'  inchiusa  in  questo 
conzubi,  pare  indubitata;  quindi  il  fem.  sconzubia  del  mo- 
denese, reggiano  e  mantovano,  come  pure  il  masch.  sgunzobì 
del  bolognese,  significanti  propriamente  'quantità'  'moltitudine', 
'unione  di  cose',  come  materialmente  si  connettono  con  con- 
zubiar, conzubi,  così  pur  logicamente  rispondono  a  un  verbo 


*  È  singolare  che  il  Fanfani  registri  giuntoja  nel  Voc.  d.  uso  tose,  conae 
propria  del  contado  sanese  e  l'ometta  poi  nel  Voc.  it.  Non  avendo  egli  recato 
per  la  dichiarazione  di  giuntoja  alcuno  equivalente  vocabolo  italiano,  par- 
rebbe eh'  egli  non  ne  conosca  altro  ;  quindi  tanto  piìi  necessaria  la  registra- 
zione di  questa  voce  che  certo  non  si  potrà  pescare  né  in  Camaldoli  né  in 
Mercato  Vecchio.  Cho  poi  giuntoja  non  sia  ristretta  al  contado  sanese  lo 
provi  il  trovarsi  anco  registrata  nel  Glossario  montalese  del  Nerucci.  Sarebbe 
ancora  da  notare  che  il  Fanfani,  mentre  nel  Voc.  d.  uso  tose,  dice  giuntoja 
'pezzo  di  fune  ecc.'  neW  Unità  della  lingua  (I  25)  fa  giuntoje  sinonimo  di 
pajole  che  sarebbero  'due  strisce  di  ferro  uncinate  ecc.'  o  secondo  il  Glos- 
sario del  Nerucci  'due  uncini  di  ferro  ecc.  che  servono  ad  assicurare  la  giun- 
toja al  giogo'.  Ma  né  giuntoja  né  pajole  non  si  registrano  poi  nel  novello 
Voc.  it.  della  lingua  parlata  (Rig.  e  Fanf.)  ;  e  pajuole  pone  il  Fanfani  solo 
nelle  sue  Voci  e  maniere  del  parlar  fiorentino,  con  definizione  tolta  di  peso 
dal  Nerucci,  salva  la  giunta  d'un  che,  il  quale  ne  guasta  il  significato.  Ora 
si  potrebbe  domandare  a  quei  due  signori  vocabolaristi  sotto  qua!  nome 
registrino  ne'  loro  vocaboiarj  queste  che  son  pure  due  cose  reali  e  da  chia- 
marsi necessariamente  col  proprio  loro  appellativo  in  un  vocabolario  della 
lingua  comune. 


Postille  etimologiche.  133 

significante  'accozzare',  giacché  esso  nome  propriamente  vale 
'accozzaglia',  così  d'uomini  come  di  cose.  E  cosi  noi  giungiamo 
parmi,  con  soddisfazione  della  logica  e  della  grammatica  storica, 
a  sconzuhia  =  *ex-coniuvia,  *ex-conjur)ia,  e  scimzodi  =  *ex-con- 
juvium,  *ex-conjugium. 

Restano  ancora  alcune  avvertenze  di  grammatica  storica 
riguardanti  il  latino.  Il  Galvani  connette  civis  con  ciò,  cieo. 
Civis,  forma  arcaica  ceivis,  non  ha  punto  a  che  fare  con  tali 
verbi,  ma  si  considera  come  procedente  da  una  radice  proto- 
ariana ki,  forma  dittongata  kai,  significante  'sedere',  'giacere', 
'riposarsi'  'dormire'  e  per  estensione  'dimorare'  'abitare'.  Nel  san- 
scrito questa  radice  vive  come  verbo  sotto  la  forma  ci,  ce  (=  gai), 
onde  V.  gr.  cète  (=  gaitai,  gr.  -/.v-y.:),  'siede',  'dorme'  'riposa';  come 
nome  gaj-ana,  'letto',  ecc.  Similmente  in  greco  v.zi-'jBy.:,  'giacere', 
'dormire',  /.o>Tr,,  'giaciglio',  'letto'  ecc.  Negli  idiomi  germanici, 
in  cui  la  gutturale  ariana  si  converte  regolarmente  in  h,  abbiamo 
got.  hai-mis  (da  haimas),  'casa',  'borgo'  'villaggio';  hai-va  'casa'; 
ant.  alto  ted.  hi-vo,  'coabitante',  'inquilino',  'domestico',  ecc.;  e 
nel  lit.  kai-ma-s,  'corte',  'villaggio'.  In  lat.  la  radice  ariana  è 
rappresentata  da  qui-  di  qui-es,  qui-esco  ecc.  e  da  et  (=cei)  di 
ct-vi-s  (ant.  ceivis).  Adunque  civis  significherebbe  propriamente 
'residente'  'accasato'  'abitante  per  eccellenza',  e  sarebbesi  usato 
primieramente  a  dinotare  il  cittadino  che  era  'abitante  fisso 
della  propria  casa',  a  differenza  (ìeW incola  o  inqiiilinus  (=*in- 
colinus)  'abitante  non  fisso  di  non  proprio  luogo'  'a.  di  non  pro- 
pria casa',  e  del  'peregrinus,  'forestiero'  (cfr.  Curtius,  Gr.  et., 
I  115;  CoRSSEN,  Ausspr.,  I  385;  Ascoli,  Corsi  di  glott.,  91,n.)\ 

Il  G.  mostra  ancora  di  considerare  il  lat.  nome  concio,  adu- 
nanza, come  formato  da  con  e  dal  verbo  ciò.  Questo  nome,  la 
cui  propria  e  genuina  ortografia  è  contio,  secondo  che  attestano 
gli  antichi  documenti  epigrafici  e  buoni  testi  mss.  (cfr.  Fleck- 
EiSEN,  Fiìnfz.  artikel,  p.  14;  Corssen,  Aitsspr.,  V  51),  è  nato, 
mediante  sincope  e  contrazione,  da  conventio.  Una  delle  formo 


'  Non  vuoisi  tacere  come  per  ragioni  fonologiche,  riguardanti  principalmente 
la  storia  della  gutturale  indo-europea,  alcune  delle  connessioni  etimologiche 
che  qui  si  son  date,  vengano  ora  a  rendersi  più  o  men  problematiche  cfr 
FiCK,  Die  ehem.  spracheinh.  ecc.  122  e  seg.  ;  Vergi,  icórt.  ecc.  passim.).  Sta- 
rebbe però  sempre  che  civis  non  abbia  punto  che  fare  coi  verbi  cjo,  cieo. 


134  Pleehia, 

intermedie,  covenlio,  viene  attestata  dall' jE".  d.  Bacch.  {CIL., 
I  196,  23). 

A  p.  425:  «Scova.  Scopa,  quando  vale  Flagello.  Quando  noi 
«  diciam  der  la  scova  intendiamo  percuotere  con  un  flagello  di 
«coregge,  non  con  un  manipolo  di  scope,  pianta  nota,  altrimenti 
«detta  granata.  Nò  pare  che  diversamente  l'intendessero  gli 
«  antichi  Toscani,  leggendosi  nel  Novellino:  =  Gli  altri  discepoli 
«  furo  intenti  colle  coregge  a  scoparlo  per  tutta  la  contrada.  = 
«Non  sembra  dunque  fuor  di  proposito  il  cercare  un'altra  ori- 
«  gine  alla  voce  scopa  quando  questa  significa  flagello.  Posto 
«  ciò,  osserveremo  che  exuvice  hubulce  sono  per  Plauto:  lora  ex 
«  corio  buhulo  ad  servos  caedendos.  Da  exuvia  o  laziarmente 
«  exovia  sarebbero  mai  venute  escuvia  ed  escovia,  e  quindi, 
«per  aferesi,  il  nome  scova  e  il  verbo  scuvèrì» 

La  distinzione  etimologica  che  qui  si  vuol  fare  tra  scopa, 
'pianta'  'granata'  e  la  parola  scopa  usata  nel  senso  di  'flagello' 
non  mi  par  punto  verisimile.  Nulla  di  più  comune  che  questi 
trapassi  di  significato,  come  dar  la  scopa  significante  origina- 
riamente 'battere  colla  scopa  o  con  iscope',  scopis  caedere  o  ver- 
herare,  venato  poi  a  significare  'battere  con  coregge',  che  più 
propriamente  si  direbbe  'dar  la  scuriada'.  Fu  tempo  che  il  bat- 
tere colla  scopa  o  con  iscope  era  una  specie  di  supplizio  infame; 
potè  benissimo  mutarsi  la  scopa  colie  coregge  e  usarsi  tuttavia 
l'espressione  'dar  la  scopa'  'scopare'  per  'battere  colla  frusta', 
'dar  la  scuriada',  'frustare'.  La  trasformazione  materiale  poi  di 
exuvia  in  scova  o  scopa  presenterebbe  difficoltà  fonologiche  da 
vieppiù  accrescere  l'inverisimiglianza  di  questa  distinzione  eti- 
mologica. Non  credo  infine  che  la  parola  granata  si  applichi 
mai  a  dinotare  la  scopa  in  quanto  è  pianta,  come  parrebbe  dalle 
citate  parole  del  G. ,  ma  si  solo  in  quanto  è  strumento  dello 
scopare.  Granata,  nome  di  pianta,  non  può  valere  se  non  quel 
medesimo  che  granato,  cioè  melagrana,  melograìiato. 

A  p,  427:  «Scudregn,  cotennoso,  coriaceo,  ecc.  Da  cutis 
«uscirono  cutìca  e  cuticida:  ora  come  da  cutica  si  trasse  cu- 
«  ticagnus,  donde  la  cuticagna  dantesca,  così  da  cutis  noi  femmo 
«  cutignus  al  modo  stesso  che  da  malus  malignus  e  da  benus, 
«  antica  pronunzia  di  bonus,  benignus  ecc.  Da  cutignus  o  cu- 
«  tegnus  venne  l'altra  voce  dantesca  cotenna.  Ora  è  da  avver- 


Postille  etimologiche.  135 

«  tire  che  noi  raddolciamo  la  t  di  cutis  e  pronunciamo  codga 
«non  cotica;  cutignus  dunque,  sempre  per  noi  cuiegnus,  di- 
«  venta  cudegn,  ricordando  i  Senesi  che  dicono  codenna  e  non 
«  cotenna,  e  colla  giunta  della  s  aflforzativa  scudegn  e  colla 
«inserzione  della  r,  che  da  Tatari  fa  uscir  Tartari;  da  dies 
«  diurnus;  da  diutinus  diuturniis;  da  macies  marceo;  da,prope 
«projorius;  da  s}mo  spurcus,  lo  scudegn  s'afforza  ancora  e 
«viene  più  scolpito  in  scudregyi,  appunto  come  codione  s'ar- 
«  rozzisce  in  ciidrion  e  in  ciidron.  » 

Non  improbabile  la  derivazione  da  cutis  del  mod.  scudregn, 
a  cui  sarebbe  da  aggiungere  non  solo  l'equivalente  boi.  cudregn, 
ma  forse  anche  il  pure  equivalente  piem.  guregn\  Potrebbero 
però  qui  farsi  alcune  osservazioni.  E  così,  piuttostochè  le  forme 
basso-latine  cuticagnus  e  cutignus ,  si  sarebbero  dovute  pre- 
supporre quelle  di  cuticaneus,  cutineus,  perchè  i  temi  nominali 
in  -gno  {-gnu-s)  appartengono  solo  all'alta  latinità  (cfr.  Diez, 
Gr.,  IP  375).  Cotenna  poi  sarebbe  da  spiegarsi  piuttosto  come 
fonologicamente  proceduto  da  ciUinia,  cutinea  (cfr.  ant.  aret. 
Sardenna  =  Sardinia,  ponnono  =  *poniunf,  donde  anche  il  fior. 
pongono,  ecc.),  ma  non  secondo  vorrebbe  il  G.,  da  cutignus  o 
cutegnus"^.  Gli  eserapj  dell'epentesi  di  r,  se  si  eccettui  codrione, 


'  Alcuni  fanno  venire,  non  senza  qualche  verisimiglianza,  il  pieni,  guregn 
da  gora^  górra,  voce  significante  ^salcio',  'vetrlce',  'vinco',  'vimine'  ed  essen- 
zialmente propria  dell'Italia  superiore  (cfr.  Arch.,  II  45  u.);  sicché  questo 
vocabolo  equivarrebbe  figuratamente  a  salcigno,  da  salce,  che  i  vocabolarj 
registrano  anche  come  sinonimo  di  'tiglioso'.  Se  poi  guregn  si  dovesse  con- 
nettere colle  voci  emiliane  e  far  quindi  rispondere  ad  una  forma  fondamen- 
tale cutrinius,  cutrineus,  è  quasi  superfluo  il  notare  che  non  potrebbero  far 
diflScoltà  né  il  digradamento  della  gutturale  (cfr.  piem.  gamel,  gùrc,  ecc.)  nò 
la  riduzione  dì  tr  a  r  (cfr.  pare,  mare,  pera  ecc.). 

*  II  cotenna,  codenna  toscano,  anziché  da  un  aggettivo  cutitiius,  cutineus, 
potrebbe,  in  analogia  di  prugna  -prunia,  prima,  sic.  pignu  —  piniu,  pinus, 
venire,  mediante  il  sovraccennato  fenomeno  di  nn  =  nj,  da  *cutinia,  ciilina, 
il  tipo  del  sic.  cùtina,  nap.  catena,  piem.  cuna;  e  direi  anche  del  prov.  e 
spagn.  codcna,  portog.  códea  (cfr.,  p.  e.,  port.  fémea  -  femina),  dal  Diez  deri- 
vati, il  primo  insieme  con  cotenna  e  col  fr.  couenne  da  cutanetis,  il  secondo  da 
cittica  {Et.  loort.,  P  142  e  seg.).  A  quest'ultima  forma  rispondono  del  sicuro  i 
nap.  coteca,  rom.  cotica,  emil ,  lorab.  e  ven.  codega  codga,  friul.  crodie  (v.  Asc, 
Arch.,  I  533),  var.  piem.  (biell.  vere,  basso  can.)  oija  (cfr.  naja  -  natica),  ecc.; 
mentre  cufaneus  sai-ebbe  riflesso  dal  nap.  cufagna.  11  primitivo  cutis,  di  cui 
rute  è  forma  letteraria,  non  ha,  ch'io  mi  sappia,  altro  riflesso  popolare  so 
non  nel  sic.  ^uti  e  ru  'cotenna'  di  qualche  varietà  di  dialetto  piemontese. 


136  Flechia, 

non  fanno  a  proposito;  e  ciò  primieramente  perchè  qui  questo 
suono  non  è  epentetico,  perocché,  comunque  spieghisi  la  forma- 
zione di  diurnus  e  diuturnus,  nissuno  che  abbia  fior  di  critica 
vorrà  vedervi  un  r  ascitizio  (cfr.  Corssen,  Ausspr.,  P  232  e 
segg.;  236),  e  inverosimili  od  almen  problematiche  sono  le  con- 
nessioni etimologiche  ch'egli  fa  di  proprius,  marceo,  spiircus 
con  prope,  macies,  spuo\ 

A  p.  432:  «Sedia.  Setola,  piccola  fessura  o  scoppiatura  della 
«  pelle.  Si  direbbe  da  scindula  minorativo  verbale  da  scindo  di 
«cui  è  fatta  menzione  ne'  vocabolarii.  La  mutazione  dell' z  in  e 
«  la  vediamo  anche  in  scoscendere.  Scindo  o  scendo  poteva  poi 
«  essere  stato  acido  o  scedo  come  tango,  pango  e  simili  hanno 
«  a  tema  primitivo  tago  e  pago.  La  scindula  del  linguaggio 
«  scritto  poteva  essere  pertanto  la  scedula  del  linguaggio  ru- 
«  stico  divenuta  sedia  per  accorciamento  ».  Setola  significa  pure 


•  Quando  anche  spurcus  si  dovesse  connettere  etimologicamente  eoa  spuo, 
come  vollero  antichi  grammatici  (cfr.  Vossil's,  Etym.  linguae  lat.^  s.  v.)  e  come 
accennava  dubitando  il  Pott  {Et.  forsch.,  I  215  e  seg.),  il  suo  r  non  potrebbe 
esser  suono  parasitico,  giacché  s'avrebbe  qui  probabilmente  una  forma  sin- 
copata di  *spuricus,  come  p.  e.  in  jurgo  da  jurigo,  purgo  da  purigo,  E  in 
questo  caso,  parmi,  bisognerebbe  vedere  in  *spuricus  un  r  nato  dal  s  d'  un 
nome  *spus,  'sputo',  proveniente  dalla  radice  spu,  in  analogia  ài  jus  daj'w, 
pus  da  pu,  i  quali  due  nomi  e  nella  loro  flessione  (jus,  ju7Hs;  pus,  puris)  e 
nella  composizione  {*jus-igo,  jurigo,  jurgo)  e  nella  derivazione  I* pus-u-lentus, 
purulentus)  mutano  normalmente  tra  vocali  s  in  r.  E  così  questo  ipotetico 
*spuricus  (=*spusicus  da  *spus),  sincopato  in  spurcus,  varrebbe  propria- 
mente 'pieno  di  sputi',  'sputacchiato',  'sporco'  come  p.  e.  tenebricus  da  tene- 
bra suona  'pieno  di  tenebre',  'tenebroso',  'oscuro'.  Il  Walter  deriva  spurcus 
dalla  rad.  indo-eur.  sparc,  scr.  sparg,  toccare;  e  sarebbe  logicamente  analogo 
a  contaminatus  che  per  via  di  contamen  (contagmen)  si  radduce  alla  rad.  tag, 
tang,  'toccare'  [Zeitschr.  f.  vergi,  spr.,  XII  407);  mentre  il  Pick  confronta 
spurcus  coi  gr.  tte^o/.ó?,  ■jrepy.'jó?,  ripetendolo  da  un  tipo  greco-italico  perhno, 
parlilo  (sscr.  prQni),  'macchiato',  'scuro',  'vario'  {Vergi,  loort.,  IP  157).  Uo 
anormalmente  aperto  dell' it.  sporco  (sic.  e  sardo  sporcu,  nap.  spuorco  ecc.) 
potrebbe  accennare  ad  un'arcaica  forma  sporcus,  mantenutasi  nel  romano  vol- 
gare contro  la  legge  che  nel  latino  dinanzi  a  r  +  gutt.  mutò  o  in  m  (cfr.  p.  e. 
amurca  da  amorca,  gr.  daópy/ì),  ovvero  ad  una  confusione  di  spurcus  con 
porcus  ;  che  per  mera  evoluzione  fonetica  spurcus  avrebbe  dovuto  dare  sporco 
con  0  chiuso  come  p.  e.  furca  forca,  gurges  gorgo,  o,  quando  fosse  stato 
caso  di  u  lungo  di  natura  come  nella  supposta  origine  da  spus  {spìis,  spous)^ 
anche  spurco  (cfr.  it.  purga,  purgo:,  e  v.  Ardi.  I  34-7). 


Postille  etimologiche.  137 

in  toscano  'piccola  fessura'  o  'scoppiatura  della  pelle'  e  setola 
e  sedia,  concordi  in  questo  senso,  non  possono  discordar  d'ori- 
gine. Ora  siccome  sarebbe  impossibile  il  far  venir  setola  da 
scinclula,  cosi  setola  e  sedia  devono  essere,  come  sono,  un  nor- 
male riflesso  del  setitla  de'  Latini.  Se  diedesi  il  nome  di  pelo  alle 
piccole  crepature  delle  mura,  e  si  disse  'far  pelo',  'incrinare' 
(da  crine)  per  'screpolarsi'  'fendersi',  perchè  non  si  sarà  po- 
tuto coll'it.  setola,  raod.  sedia,  che  è  pure  una  sorta  di  pelo 
rigido  e  grosso,  essenzialmente  proprio  de*  porci,  de'  cavalli,  de' 
muli,  ecc.,  procedente  indubitatamente  dall'equivalente  seta,  sc- 
tula  de'  Latini,  significare  la  crepatura  della  pelle?  e  ciò  perchè 
le  piccole  e  sottili  crenature  rendono  quasi  sembianza  di  pelo, 
setola,  crine,  sopra  il  corpo  screpolato.  Dunque  l'etimologia  di 
scindo  qui  è  fuor  di  luogo;  e  non  dobbiamo  vedere  in  setola  e 
sedia  se  non  un  senso  traslato. 

A  p.  439  si  deriva  il  mod.  sgavetta,  'matassa',  da  un  celtico 
gav  0  gavl,  'circolo'.  Non  credo  che  qui  occorra  di  far  capo  al 
celtico,  fonte,  come  già  ho  notato  altrove,  il  più  delle  volte  in- 
certo e  fallace  per  l'origine  dei  nostri  vocaboli.  Il  mod.  sgavetta 
si  connette  probabilmente  cogli  equivalenti  francesi  echeveau, 
echevette,  alla  quale  ultima  voce  risponde  anche  di  forma.  Il  Diez 
{Et,  wórt.,  ir  280)  propone  per  questi  vocaboli  francesi  l'eti- 
mologia di  scapus,  parola  adoperata  dai  Latini  anche  in  senso  di 
'rotolo  cilindrico',  parlandosi  di  più  carte  unite  e  ravvolte;  e  al- 
l'opinione del  Diez  si  accostano  lo  Scheler  e  il  Littró.  Or  dunque 
come  echeveau  risponderebbe  alla  forma  scapellus,  così  echevette 
e  sgavetta  ad  uno  scapetta.  Nel  gavetta  bologn.  e  tose,  avrebbe 
avuto  luogo  l'aferesi  di  s.  Il  nome  guindolo  e  sgavindolo  (se  pur 
questa  forma  s'incontra),  che  il  G.  confronta  col  mod.  sgavetta ^ 
qui  non  hanno  che  farci;  giacché  guindolo  viene  notoriamente, 
insieme  con  ghindare,  bindolo,  abbindolare,  dall' ant.  alto  te- 
desco vnndan,  'attorcere',  'girare',  'dipanare',  'gliindare'  (Diez, 
0.  e,  I  209). 

A  p.  444,  a  proposito  del  raod.  sgurcér,  'rinettare',  'purgare', 
citate  alcune  equivalenti  glosse  germaniche  {skira,skura,  schuu- 
ren,  scout,  skauran),  soggiungne:  «La  parola  verrebbe  quindi 
«da  fonte  gotico  od  alto  germanico,  se  non  si  volesse  piuttosto 
«dal  latino  excurarc,  francese  rcurcr.  »  Non  è  punto,  parmi. 

Anhivio  ploltol.  ita!  ,  III.  )'' 


138  Flechia, 

da  dubitare  che  questo  verbo  non  venga  da  curare,  excurare. 
I  Latini  usavano  già  il  verbo  curare  nel  senso  'di  tener  netto', 
'nettare',  'lavare',  come  in  curare  cutem,  vitem,  vineam,  dolia, 
cadaver.  'Curare  i  panni'  in  senso  di  'purgarli  dalla  bozzima' 
dicono  i  Toscani  ;  curar  usa  il  veneziano  per  'nettare',  'mon- 
dare', 'rimondare',  'sbucciare',  'sgusciare',  'sventrare'  e  'purgare' 
(il  pollame);  giiré  {=  curare)  hanno  pure  i  Piemontesi  per  'net- 
tare', 'purgare,'  'sventrare',  detto  principalmente  di  fosse,  pozzi, 
fogne,  pollame.  Scurare  poi,  forma  più  o  meno  propria  dei  dialetti 
dell'Italia  sup.  (rom.  sgurcé,  boi.  sgurar,  mil.  sgiìrar,  piac.  sgurà, 
piem.  sguré,  massime  in  senso  di  strofinare,  lustrare  strofinando), 
dello  sp.  e  cat.  escurar,  del  frane,  ècurer,  non  è  punto  estraneo 
al  toscano  e,  quantunque  non  registrato  né  dalla  Crusca  né  dal 
Fanfani,  s'incontra  in  antichi,  come  p.  e.  negli  Statuti  pis.,  I 
709:  'e  tutti  li  panni  si  ara  (sarà?)  bene  scurare  e  lavare'. 

A  p.  445:  «Silta:  fulmine  o  saetta-folgore.  Salio  era  anche 
«silio,  come  si  vede  in  ex-silio,  in  de-silio  e  in  silanus  per:  iu- 
«  bus  unde  aqua  salii,  quasi  silianus;  suo  participio  era  sultus 
«  0  sottilmente  siltus.  Di  qui  un  aggettivo  che  poteva  significare 
«  id  quod  salii,  come  salticus  valeva  id  quod  saltare  solet.  — 
«  Fulgetra  silta  poteva  dunque  chiamarsi  la  saetta-folgore,  os- 
«  sia  lampo  che  salta  fuori  dalle  nubi  e  può  colpire,  insomma  ful- 
«  men,  non  fulgor.  Se  invece  si  volesse  dedurre  da  scido,  antica 
«  pronuncia  di  scindo,  e  vedere  in  silta  la  fiamma  che  nubes  sci- 
«dit,  bisognerebbe  che  sciita  fosse  un'alliterazione  di  scitla,  po- 
«  sitivo  di  sciiilla  o  scintilla.  Il  vegeto  e  sibilante  modo  con  che 
«  pronunciamo  la  voce  in  questione  permetterebbe  di  scrivere 
«  tanto  silta  quanto  sciita.  » 

Sta  bene  che  salio  passasse  in  -silio  e  saltus  in  -sultus,  ma 
ciò  solo  in  quanto  si  tratti  di  composti,  per  quella  notissima  legge 
d'indebolimento  della  vocale,  essenzialmente  propria  del  latino, 
per  cui,  verbigrazia,  facio  diventa  -ficio  in  confido,  salsus  -sulsus 
in  insulsus.  Ma  di  qui  non  ne  viene  che  possa  dirsi  in  termini 
generici  che  salio  era  anche  silio,  e  saltus  anche  sultus,  come 
non  si  direbbe  che  facio  era  anche  fido  e  salsus  anche  sulsus. 
Il  processo  secondario  di  trasformazione  ne'  così  fatti  vocaboli 
composti  è  affatto  estraneo  ai  semplici,  salvo  qualche  rarissima 
eccezione  come,  p.  e.,  in  eludere  per  claudere;  ed  è  quindi  al 


Postille  etimologiche.  139 

tutto  contrario  al  principj  della  fonetica  latina  il  far  venire 
dal  semplice  saltus  un  semplice  sultus,  per  giugnere  ad  un  sll- 
tus  del  quale  si  avrebbe  bisogno.  Data  poi  anche  per  verisimile 
una  forma  siltus  da  salio,  essa  non  potrebbe  valere  id  quod 
salii,  poiché,  o  la  si  piglia  come  participio,  e  in  tal  caso  il  senso 
suo  più  ovvio  e  naturale  sarebbe  un  participio  perfetto  passivo, 
e  quindi  mal  proprio  a  significare  'che  salta'  'saltante',  o  si  con- 
sidera come  un  sostantivo  della  4="  declinazione,  e  allora  vi 
sarebbe  significata  l'azione,  cioè  l'atto  del  saltare,  come  nel  lat. 
saltus,  it.  salto.  Per  la  qual  cosa  noi  abbiamo  per  sommamente 
improbabile  l'etimologia  che  condurrebbe  il  modenese  siila  ad 
un  lat.  silta,  sulla,  salta,  da  saltus.  Né  più  verisimile  ci  sembra 
l'altra  da  scindo,  per  sostener  la  quale  si  ricorre  a  formazioni 
e  trasformazioni  soverchiamente  ribelli  cosi  alle  leggi  morfolo- 
giche come  alle  fonetiche  del  latino  e  dell'italiano.  Così  per 
es.  un  positivo  siila,  donde  scintilla,  sarebbe  al  tutto  senz'ana- 
logia nella  derivazione  de'  nomi  latini.  Quindi  anche  questa  eti- 
mologia vuole  essere  abbandonata  come  al  tutto  improbabile. 

Vediamo  ora  se,  dovendo  noi  ad  ogni  modo  cercar  l'origine  di 
questa  voce  silta,  non  se  ne  trovi  qualcun' altra  che  abbia  per 
sé  molto  maggior  grado  di  verisimiglianza. 

Il  nome  saetta  (lat.  sagitta)  col  significato  di  'fulmine'  è,  si 
può  dir,  generale  ne'  vari  dialetti  d'Italia;  e  in  alcuni  piglia  forma 
più  0  meno  alterata,  come  p.  e.  nel  sajeta  boi.  regg.  ecc.,  nel  scita 
del  bresciano,  e  nel  sita  dei  dialetti  veneti;  la  quale  ultima  forma 
è  da  credere  che  fosse  anche  propria  di  dialetti  emiliani,  giacché 
Anton  da  Ferrara  in  quella  sua  nota  canzone  per  la  supposta 
morte  del  Petrarca  ha:  il  qual  non  teme  la  sita  di  Giove.  Ora 
a  cotesto  sita,  che  non  può  non  aversi  per  forma  sincopata  e  con- 
tratta di  sagitta  (cfr.  p.  e.  ferr.  mistar,  mlstra  -  magistro,  ma- 
gistra),  già  s'accosta  d'assai  il  modenese  silta,  che  in  quel  suo 
l  può  avere  un  suono  ascitizio  (cfr.  san.  albaco  per  abaco,  socol- 
trino  per  soccotrino)  od  anche  più  verisimilraente  metatetico,  in 
quanto  che  silta  può  essere  da  *sitla  "sitiila^  sagittula,  forma 
usata  da  Apulejo  e  attestata  dal  toscano  saettolo,  saeppolo,  saet- 
tolare,  saeppolare\  Circa  la  metatesi  di  l  in  silta  da  sitla,  cfr. 

'  Anche  il  Mussafia  {Beitr,  z.  hunde  der  nordit.  dial.  im  XV  jahrh.^  106  n.) 
propende  a  cavare  il  mod.  silta  da  sagittula. 


140  Flechia, 

nnl,  nap.  Polvica  e  Follica  -  Puhlica,  sp.  olvidar  =  ohlitare,  ecc. 
Sembra  dunque  potersi  conchiudero  che  il  raod.  silia  (che  già 
trovo  nella  Cron.  mod.  di  Jacopino  de'  Bianchi,  pag.  172  e  173) 
venga  con  ogni  verisimiglianza  da  sagitta  e  cosi  questo  dialetto 
proceda,  come  ben  è  da  aspettarsi,  di  conserva  coi  dialetti  emi- 
liani e  cogli  altri  volgari  d'Italia  nel  dare  al  fulmine  il  nome 
di  saetta. 

Pag.  446:  «Si va  imperf,  del  pres.  del  verbo  Essere  cioè  Era, 
«  In  molte  parti  più  remote  dal  dialetto  urbano  i  nostri  rustici 
«  non  dicono  io  era  stato;  ma  me  a  seva  o  sottilmente  me  a  siva 
«  stè.  E  notevole  ancora  che  i  fanciulli  del  nostro  popolo,  lascian- 
«  dosi  guidare  da  un  inducimento  logico  interiore,  conjugano  il 
«  verbo  essere  cosi:  me  a  son ,  me  a  siva,  me  a  san  sto,  me  a 
«  sarò.  Risalendo  quindi  dall'osservazione  dei  volgari  italici  vivi 
«alla  possibile  cognizione  dei  consimili  spenti,  si  dovrebbe  cre- 
«  dere  che  una  forma  plebea  imperfetta  del  verbo  arcaico  èso  od 
«  esu7ìt  fosse  esebam  e  di  so  o  sum  fosse  seham.  Eram  sarebbe 
«allora  un'altra  forma,  il  cui  più  che  perfetto  semplice,  da  esui 
«primitivo  di  fui,  avrebbe  fatto  esueram,  rispondendo  al  com- 
«  posto  esuto-era  od  era  suto  o  stato». 

Le  supposte  latine  forme  arcaiche  eso  e  so  per  esiim  e  sum 
non  sono  punto  verisimili,  perocché  qui  il  m  è  avanzo  di  fles- 
sione indo-europea  (cfr.  sanscr.  asmi,  gr.  zvjI  da  st^J,  ecc.),  e  il 
latino  per  la  prima  persona  singolare  dell'indie,  non  lo  con- 
serva se  non  in  sum  e  inquam,  mentre  p.  e.  il  sanscrito  e  lo 
zendico  lo  mantengono  ancor  generalmente  nella  desinenza  mi 
e  il  greco  pure  nei  cosi  detti  verbi  in  [x-,.  L'ipotetica  forma  eso 
pertanto  presenterebbe  il  deperimento  generale  della  desinenza 
della  prima  persona  dell'indicativo  lat.,  di  cui  il  verbo  sostan- 
tivo non  è  punto  probabile  che  abbia  partecipato  neppure  nel 
romano  rustico,  perocché  la  nasale  labiale  indo-europea  si  con- 
servi ancora,  passata  in  dentale,  in  buona  parte  delle  forme 
volgari  d'oggidì,  e  in  sono  di  pers.  1*  sing.  noi  dobbiamo  vedere 
sum  passato  materialmente  in  son  come  cum  in  con,  coli' ag- 
giunta di  queir 0  che,  desinenza  verbale  già  propria  del  latino, 
restò  nell'italiano  simbolo  della  persona  prima  sing.  dell'indie, 
alla  cui  analogia  fu  poi  tratta,  così  nella  lingua  parlata,  come 
nella  scritta,  eziandio  la  prima  sing.  dell'imperfetto:  ero,  avevo, 


Postille  etimologiche.  141 

amavo,  ecc.  Adunque  le  forme  eso  e  so,  per  esimi,  sum  non 
sono  ammissibili  neppure  in  via  d'ipotesi;  ma  bene  ammette- 
remo come  indubitate  le  antiche  forme  eso,  esit  (onde  ero,  erit), 
non  solo  sommamente  congetturabili  dalla  grammatica  storica 
del  latino,  ma  attestate  come  ancor  proprie,  la  prima  del  carme 
saliare  e  l'altra  delle  XII  tavole  (Varrone,  Pesto,  Macrobio,  e 
Neue,  Form.  d.  lat.  spr.,  II  466). 

Egualmente  inammissibili,  pur  come  ipotetiche,  le  forme  esc- 
ham,  sebam,  per  eraìn  nato  da  esam.  Il  latino  ha  per  l'imper- 
fetto dell'indicativo  in  genere  una  formazione  particolare,  di- 
partendosi in  questo  tempo  dal  sanscrito,  dallo  zendico  e  dal  greco, 
lingue  rimaste  fedeli  al  tipo  dell'imperfetto  protoariano,  che  pro- 
priamente non  è  altro  se  non  un  presente  di  desinenze  apocopate 
colla  prefissione  del  così  detto  aumento  (scr.  zend.  a-,  gr.  £-);  ma 
per  l'imperfetto  del  verbo  sostantivo  si  è  separato  dalla  regola 
generale  del  finimento  in  ham,  has  ecc.,  come  ha  fatto  anche  pel 
futuro;  e  noi  non  abbiamo  alcun  fondamento  per  supporre  che 
insieme  con  esam  (eram),  esas  (eras)  vi  sia  mai  stata  una  forma 
d'imperfetto  rispondente  al  tipo  comune,  cioè  eseham,  seJjam,  se- 
condo che  congettura  il  Galvani. 

Inammissibili  finalmente  per  la  grammatica  storica  del  latino 
sono  pure  esui,  esueram,  che  secondo  il  G.  verrebbero  ad  es- 
sere primitivi  di  fui,  fueram.  In  tutte  le  lingue  indo-europee  il 
verbo  sostantivo  ha  tra  le  sue  singolarità  principalmente  quella 
di  sostituire  in  certi  modi,  o  tempi,  o  forme  alla  propria  radice 
as  (lat.  es,  gr.  za)  quella  di  un  altro  verbo.  Cosi  p.  e.  nel  sanscrito 
si  compie  mediante  la  radice  hhù  =  \dii.  fu;  nel  greco  per  mezzo 
di  Yiyvoy.y.'.;  e  in  lat.  di  fu-,  ris  pondente  etimologicamente  al  scr. 
hhù.  Anche  l'umbrico  e  l'osco  presentano  queste  sostituzioni  di 
fu-  ad  es-. 

Rigettata  come  improbabile  l'esistenza  di  eseham,  sebam  per 
eram  nel  romano  volgare  non  solo  dell'epoca  arcaica,  ma  anche 
per  un  periodo  qualunque  della  propria  latinità,  donde  derivare, 
come  vorrebbe  il  Galvani,  il  mod.  seva,  siva  (e  quindi  le  ana- 
loghe derivazioni  degli  altri  dialetti)  per  era,  ecc.,  cerchiamo  il 
come  queste  forme  si  siano  più  verisimilmente  introdotte  nella 
flessione  del  verbo  sostantivo  ne'  nostri  volgari. 

È  noto  come  nella  formazione  delle  lingue  uno  de'  più  fecondi 


M2  Flechia, 

principj  sia  quello  dell'analogia.  Ora  appunto  in  virtù  di  que- 
sto principio  noi  vediamo  il  verbo  sostantivo  nelle  lingue  neo- 
latine andar  qua  e  là  abbandonando  le  apparenti  sue  anomalie 
di  flessione  ed  accostarsi  più  o  meno  alle  forme  ordinarie  degli 
altri  verbi.  Esse  non  risponde  alle  forme  generalmente  proprie 
dell'infinito  latino  {-are,  -ère,  -ere,  -Ire),  materialmente  ripro- 
dotte dal  neo-latino;  e  quindi,  come  a  velie  subentra  volere,  a 
Iposse  potere,  ad  offerre  {obfcrre)  offerire,  offrire,  cosi  ad  esse 
essere.  L'infinito,  per  la  sua  indeclinabilità  e  impersonalità  o, 
se  meglio  vogliamo,  onnipersonalità,  è  la  forma  grammaticale 
più  acconcia  a  dinotare  l'astratto,  la  nozione  fondamentale  ;  quindi 
essendosi  la  radice  es-  dell'infinito  latino  {esse,  es-t\,  es-tis) 
fatta  ess- {ess-ere) ,  in  tutti  quei  casi  dove  il  verbo  sostantivo, 
per  impulso  analogico,  abbandonava  non  solo  la  forma  anomala, 
ma  anche  il  doppio  riflesso  della  radice  latina  {es- ,  er-),  in 
luogo  di  questa  ponevasi  ess-\  onde  ''essiamo,  *essete,  *esserò, 
*esserai,  ecc.,  essendo,  essuto,  e  da  queste  forme,  per  l'aferesi 
qua  e  là  già  toccata  a  questo  verbo  nelle  lingue  antiche,  usci- 
vano siamo,  sete,  sera,  serai  S  ecc.  (donde  sarò,  sarai,  ecc.), 
sendo,  suto.  L'imperfetto  ind.  che  nel  latino  era  già,  come  il 
futuro,  una  forma  unica  e  speciale  nella  flessione  del  verbo,  dovea 
naturalmente,  fra  le  tendenze  analogiche,  lottare  per  la  pro- 
pria esistenza,  come  quello  che  non  solo  discordava  dalla  forma 
comune,  ma  aveva  anche  un  tema  troppo  discosto  dalla  nuova 
radice  ess-;  quindi  mentre  le  persone  dal  tema  accentato  pote- 
rono attenersi  al  tipo  latino  era,  eri,  era,  erano,  quelle  del 
tema  atono,  o  foggiavansi,  pur  conservando  il  tema  latino,  al 
tipo  più  comune  {eravamo,  eravate),  od  erano  soppiantate  da 


'  Sete,  tipo  normale,  essenzialmente  proprio  degli  antichi,  surrogato  poi 
neir  uso  comune  da  siete,  forma  causata  probabilmente  da  fenomeno  analogo 
a  quello  di  siei  da  sei  (=  s-ei,  s-es;  cfr.  la  mia  Nota  intorno  ad  una  pecu- 
liarità di  fless.  verb.  in  ale.  dial.  lomb.,  p.  4),  proprio  cosi  di  antichi  come 
odierni  dialetti  della  Toscana  (v.  Nannucci,  Saggio  delprosp.  gen.  ecc.,  p.  205); 
sera,  serai,  ecc.,  donde  sarò,  sarai  in  analogia  di  darò,  starò,  farò,  dove  il 
fiorentino  ha  serbato  ar  in  sillaba  atona  sì,  ma  iniziale,  mentre  da  restarò, 
circondarò,  amaro,  ecc.  [restare -habeo,  ecc.)  fece  resterò,  circonderò,  amerò, 
per  quella  sua  irresistibil  legge  che  in  sillaba  atona  e  non  iniziale,  dinanzi  a 
vocale,  vuole  er,  non  ar,  secoudochè,  per  legge  diametralmente  opposta,  vor- 
rebbero principalmente  il  sanese  e  l'aretino. 


Postille  etimologiche.  143 

forme  neo-latine,  cosi  di  tema  come  di  flessione,  quindi  'lessa- 
vamo, *essavate,  donde,  mercè  Taferesi  sopraccennata,  savamo, 
savate,  frequentissimi  negli  antichi  scrittori  toscani  '.  Ora  corno 
questo  savamo,  savate  per  *essavamo,  *essavate  nel  toscano,  così 
il  seva  0  siva  per  *esseva,  *essiva  nel  modenese  (cfr.  mod.  dseva, 
dsiva  =  diceva);  forme  che  noi  non  dobbiamo,  come  dissi  di  so- 
pra, ripetere  da  un  antico  esedam,  seham,  ma  si  da  un  esseva 
al  tutto  neo-latino'". 

A  pag.  452  il  Galvani  trae  soga  dal  -jugia  del  lat.  suhjugia, 
nome  che  davasi  a  coreggie  con  cui  s'adattava  il  giogo  al  collo 
de' buoi  e  anche  dei  cavalli  (cfr.  p,  132),  e  ciò  perchè  nel  mode- 


*  È  assai  probabile  che  il  primo  a,  non  solo  di  eravamo,  eravate,  ma  anche 
di  lessavamo,  lessavate,  donde  savamo,  savate,  siano  originarj  e  non  nascano 
da  e;  e  ciò  per  la  gran  tendenza  dell'antico  toscano  alle  desinenze  -avamo, 
-avate,  onde  p.  e.  avavamo,  avavate,  leggiavamo,  leggiavate,  salavamo  (per 
salivamo)  ecc.,  forme  nate  piuttosto  per  analogia  della  prima  conjugazione 
(cfr.  amavamo,  amavate)  che  non  per  ragioni  meramente  fonetiche  (cfr.  Riv. 
di  fil.  it.,  IV  347).  Il  Nannucci,  assai  benemerito  di  questi  studj  per  la  quan- 
tità dei  fatti  raccolti,  ma  poco  veggente  nella  storia  delle  forme  verbali,  da 
savamo,  savate  arguisce  non  solo  quel  suo  immancabile  infinito  sare,  ma 
anche,  pel  sing.  dell' imperf.,  sava,  savi,  sava,  forme  tutte  le  quali  non  possono 
essere  esistite  se  non  nel  suo  cervello. 

-  La  lingua  francese  ha  tutto  l'imperfetto  dal  tema  A" étre,  la  nuova  forma 
dell'infinito  {ét-re,  ant.  es-t-re  da  ess're,  essere,  con  epentesi  di  /  tra  s  e  r 
come  p.  e.  in  croitre,  ant.  crois-t-re,  cres're,  crescere  ecc.).  Nell'odierna  sua 
forma  étais  ecc.  potrebbe,  sotto  l'aspetto  così  fonetico  come  morfologico, 
tenersi,  come  fu  veramente  tenuto,  per  un  normale  riflesso  di  stabam  ecc.; 
ma  l'antica  forma  normanna  esteie,  e  non  estoe,  quale  avrebbe  dovuto  esservi 
un  riflesso  di  stabam,  attesta  una  flessione  che  non  poteva  essere  se  non  la 
propria  del  verbo  estre  {cir.LmRi:,  Eist.  de  la  langue  fr.,  II  201).  Il  verbo 
stare  ha  dato  al  francese  il  part.  été  (ant.  esté,  ested,  estet),  che  se,  quanto 
al  tema,  potrebbe  raddursi  anch'esso  ad  étre,  non  lo  potrebbe  quanto  alla 
formazione,  perocché  da  estre,  étre,  non  sarebbe  potuto  venire  se  non  estut, 
étu^  quale  ci  si  attesta  dal  lorenese,  e  quale  è  probabile  che  fosse  anche  un 
tempo  più  largamente  nella  lingua  d'oil,  scomparso  dipoi  nel  parlar  comune 
dinanzi  ad  estét,  eté  da  status,  come  nell'italiano  l'analogo  essuto,  suto  di 
contro  a  stato.  Il  futuro  e  il  condizionale  francesi  formaronsi  da  essere  prima 
della  sincope,  che  ha  determinato  étre,  quindi  le  antiche  forme  esserai^  cs- 
seroie  ecc.,  ridotte  poi,  per  aferesi  comune  all'italiano,  a  serai  ecc.;  che 
altrimenti  ne  sarebbe  stato  estrai,  étrai  ecc.  in  analogia  di  crottrai,  2^arai- 
trai  ecc.  da  croitre,  paraìtre.  Il  gerundio  estanl,  étant,  è  pure  da  estre,  come 
da  essere  viene  l'it,  essendo,  essente. 


M4  Flechia, 

aese  soga  vale  anche  corda  con  che  si  legano  al  capo  i  buoi'. 
Cosi  da  siibjugia  come  dall'  ipotetico  subjuga  non  si  può  dedur 
soga,  se  non  passando  per  mutazioni  fonetiche  più  o  meno  in- 
verisimili.  Il  basco  ha  soca;  e  questa  sarà  per  avventura  la 
forma  più  originaria  di  tal  vocabolo;  come  si  potrebbe  anche 
arguire  dal  socas  tortiles  che  s'incontra  in  un  documento  de' 
tempi  di  Giustiniano.  E  queste  forme  poi  si  potrebbero  ancor  meno 
derivare  da  suhjugia  o  subjuga.  Adunque  il  soga  della  bassa 
latinità  e  de'  nostri  volgari  è  probabilmente  una  modificazione 
assai  naturale  di  un  più  organico  soca,  parola  d'origine  incerta, 
forse  celtica,  con  cui  si  connette  per  avventura  il  Gcox-àp^ov  della 
media  grecità,  misura  di  lunghezza  (cfr.  Diez,  Et.  wòrt.,  P  386). 
Alcuni  dialetti  posseggono  questa  voce  anche  sotto  forma  deri- 
vata, come  p.  e.  il  regg.  in  soghcér  (nome  e  verbo),  'cordajo'  e 
'legar  con  soga',  soghett,  il  piac.  in  sogheit,  il  piem.  in  suàstr 
{sogastt'o),  che  presenta  un  fenomeno  normale  nel  dileguo  della 
gutturale  (cfr.  Asc,  Arch.,  II  128).  È  da  credere  che  questo 
vocabolo,  il  quale  è  più  o  men  vivo  in  dialetti  dell'Italia  sup. 
e  s'incontra  pure  nella  Divina  commedia  (L,  xxxi,  73),  non 
sia  proprio  della  Toscana,  poiché  non  è  registrato  nel  Voc.  it. 
della  lingua  'parlata  di  R.  e  F.  Vedi  ancora  Ascoli,  St.  Cr., 
I  22  e  seg. 

Pag.  458:  «Spiura.  Prudore,  prurito.  Come  da  Ungo  lin- 
«  gurio  (sic),  da  scaleo  scaiurio,  cosi  da  peruro  vuole  il  Vossio 
«che  si  facesse  perururio,  donde  uscisse  l'ìrurio  per  sincope. 
«  Da  prurire  si  comporrebbe  exprurire  o  sprurire,  dal  quale 
«noi,  infrangendo  la  prima  r,  avremmo  tratto  spiurir  che 
«  finalmente  ci  darebbe  dalla  terza  persona  del  presente  il  sost. 
«  spiura.  »  Lasciando  da  parte  il  prurio  nato  da  peruro  che  è 
poco  verisimile  (cfr.  Riv.  di  fil.  class.,  I  392;  Arch.  gì.,  II  330), 
noterò  come  nello  spiura  e  spiurir  del  modenese  non  si  deb- 
bano vedere  se  non  due  forme  che  più  organicamente  avrebbero 
sonato  *prura,  prurire;  se  non  che  nel  modenese,  essendosi  la 
prima  r  mutata  per  dissimilazione  in  l  {*plura,  *plurire),  ne 
vennero  poi,  colla  solita  vocalizzazione  di  l  preceduto  immedia- 
tamente da  p  (cfr.  più  =  plus,  pioggia  -  *plovia  ecc.)  e  col  5  in- 
tensivo, regolarmente  le  forme  spiura,  spiurir.  La  mutazione 
di  r  in  ;  (1-r  =  r-r),  causata,  come  si  disse,  dalla  dissimilazione 


Postille  etimologiche.  145 

(cfr.  cala'brone  =  carahrone,  crahrone,  albero  =  arbore,  ecc.), 
seguì  pure  in  altri  dialetti,  onde  per  es.  chiuriri  (sic.  e  cai.) 
=  *phirire,  e,  colla  prostesi  di  s,  spiurir,  spiuri  (emil.-lomb.), 
col  relativo  nome  verbale  spiura  che  nel  mant.  si  fa,  per  con- 
trazione, spira  (cfr.  Ao^ch.  gì.,  II  57,  n.  2).  Il  mil.  ha  inoltre 
con  fenomeni  analoghi  da  pnirigine  cavato  spiurizna,  spiii- 
rizììà,  e  senza  il  s  prostetico  e  con  pù  =  plu  (cfr.  pf«  =plus), 
pùrizna,  piiriznà.  In  altri  dialetti  la  dissimilazione  ha  mutato 
il  secondo  r  in  d,  onde  da  prurire,  con  trapasso  dalla  4^  alla 
3*  conj.,  il  tose,  prudere,  prudore,  prudura,  nap.  p7nidere, 
prodito,  sardo  (gali.)  prudi,  piem.  j^riie  da  prudere,  ecc.  (cfr. 
rado  =  raro,  proda  =  prora,  porfido  =  porphyrus  ecc.).  Già  s'in- 
tende che  la  forma  spiura  non  ha  che  fare  con  alcuna  terza 
persona,  ma  ci  dà  uno  de' così  detti  nomi  verbali  analogo  ai 
nomi  terna,  voglia,  beva,  ecc.,  terminanti,  quai  feminili,  in  a, 
ed  è  nuova  formazione,  come  prudore  e  prudura  toscani,  ag- 
giunti al  latino  prurito. 

Pag.  460:  «Squass.  Concussione,  quassamento,  scossa.  Pacu- 
«  vio  ha  quassus  sostantivo  per  concussio,  di  qui  coli' ag- 
«  giunta  della  s  di  efficacia  il  nostro  squass  e  le  sue  mozioni 
«squassot,  squassament,  ecc.  non  che  il  verbo  squassèr  da 
«  squassare.  »  Piuttosto  che  una  non  interrotta  tradizione  del- 
l'antico quassus,  noi  dobbiamo  vedere,  parrai,  cosi  nello  squass 
modenese  come  nell'  it.  squasso,  uno  di  quei  non  infrequenti 
sostantivi  di  creazione  neo-latina  che  vengono  immediate  da  un 
verbo,  formati  senza  più  dal  tema  di  esso  verbo  e  significanti 
generalmente  l'azione,  come  i  nomi  in  -mento.  E  perciò  squasso, 
squass  stanno  verisimilmente  a  squassare,  squasscér  (da  quas- 
sare,  col  s  intesinvo),  cosi  come  verbigrazia  conquasso  e  scon- 
quasso a  conquassare,  sconquassare ,  assalto  ad  assaltare, 
conforto  a  confortare  ecc.  Ora  come  sarebbe  ardito  il  supporre 
che  in  latino  insieme  con  un  concussus  vi  fosse  un  equivalente 
conquassus,  con  assultus  assaltus,  donde  vengono  gl'italiani 
conquasso,  assalto,  che  secondo  il  criterio  morfologico  si  vo- 
gliono ripetere  dai  frequentativi  conquassare  (forma  già  latina) 
e  assaltare,  così  il  negare  a  squasso  un'analoga  connessione 
con  squassare  e  ripeterlo  dall'  antico  sost.  quassus.  Non  si  può 
certamente  disconoscere,  come  nello  stabilire  le  attinenze  gene- 


140  Flechia, 

tiche  tra  vocaboli  e  vocaboli  non  sorgano  talvolta  dubbj  e  dif- 
ficoltà; e  qui  verbigrazia  non  si  potrebbe  certo  ricisamente 
negare  che  l'arcaico  quassiis  non  abbia  potuto  mantenersi  vivo 
nel  romano  volgare  e  conservarsi  ancora  nell'it.  squasso,  mod. 
sqiiass.  Ma  in  casi  siffatti  appartiene  alla  critica  di  attenersi 
alla  più  verisimile  dichiarazione.  E  cosi  non  dubiteremmo  di 
affermare  che  quantunque  i  latini  uti,  usus  (sost.),  *usare  stiano 
fra  loro  come  quatere,  qiiassus  (sost.),  quassare,  pure  nell'it. 
uso  si  dee  vedere  non  già  un  nome  nato  da  usare,  ma  sì  la 
tradizione  del  lat.  usus,  morfologicamente  connesso  col  suff. 
indo-eur.  -tu  {-su),  mentre  in  squasso  non  sapremmo  vedere  se 
non  un  nome  nato  da  squassare,  come  urto  da  urtare,  crollo 
da  crollare  ecc.  Riassumiamoci:  come  il  lat.  conquassare  ha 
dato  all'  italiano  conquassare  e  sconquassare,  onde  conquasso, 
sconquasso,  cosi  il  lat.  quassare  ha  dato  l'it.  squassare,  mod. 
squassai,  donde  it.  squasso,  mod.  squass. 

Pag.  461:  <^Stagn  agg.  quando  vale  saldo,  reggente,  con- 
«  sistente.  Come  habito  fu  l'iterativo  di  liaheo,  così  di  sum  o 
«  so  fu  sito,  che  si  contrasse  in  sto,  per  rendersi  paragogo  in 
«  stano,  al  modo  stesso  che  do  fu  dano  prima  di  essere  dono. 
«  Da  stano  o  stanno  usci  stagnum,  perchè  l'acqua  vi  sta  e  non 
«  trascorre,  usci  stannum,  perchè  serve  a  risaldare  e  rendere 

«consistente  ed  usci  il  verbo  stagnare Da  questo  viene  il 

«  nostro  aggettivo  stagn,  per  resistente,  e  forse  la  voce  stanga 
«  non  è  che  una  metatesi  di  stagna  e  vale  sostantivamente 
«  quanto  verga  stagna.  »  Sto  non  può  essere  frequentativo  od 
iterativo  che  dir  si  voglia  del  verbo  sostantivo,  perchè  i  cosi  detti 
verbi  frequentativi  del  latino  costituiscono  una  categoria  verbale 
specialmente  propria  di  questa  lingua,  mentre  stare  viene  da 
sta  radice  proto-ariana,  comune  a  quasi  tutte  le  lingue  dello 
stipite  indo-europeo  (cfr.  Fick,  Vergi,  loòrt.,  P  454)'.  Nissun 


'  Anche  senza  ricorrere  alla  storia  comparata  delle  lingue  e  pur  ristrin- 
gendoci al  campo  della  latina,  abbiara  copia  d'argomenti  per  combattere  la 
qualità  di  frequentativo  data  dal  Galvani  al  verbo  stare.  E  così,  tra  l'altre 
cose,  potrebbesi  osservare  che  i  frequentativi  latini  si  attengono  costantemente 
alla  la  conj.,  mentre  stare^  tanto  semplice  quanto  composto,  La  nel  perfetto 
la  forma  raddoppiata,  onde  steli,  adstlti  ecc.  come  1'  hanno  dare  in  dedi,  ca- 
nere  in  cecini,  e  parecchi  altri,  tutti  verbi  primitivi. 


Postille  etimologiche.  147 

fondamento  abbiamo  per  supporre  che  come  insieme  con  dare 
vi  fu  un  arcaico  *danere  (cfr.  danunt-dant,  danam  =  dahd), 
così  con  stare  dovesse  esservi  un  analogo  stanere.  Donare  non 
ha  punto  che  fare  con  quel  verbo  arcaico,  ma  è  un  denominativo 
regolare,  derivato  da  donum  -  indoeur.  e  sanscr.  f?a?2«m.  Qua- 
lunque possa  essere  l'origine  di  stagnimi  e  stannum,  procedenti 
probabilmente  da  uno  stesso  tipo,  essi  non  potrebbero  di  niuna 
guisa  derivarsi  dall'ipotetico  stailo,  ma  si  appuntano  con  grande 
verisimiglianza  in  un  organico  stac-no  o  stag-no  (cfr.  Fick,  l.  e, 
p.  247;  Curtius,  Gr.  et.,  I  180).  Quanto  a  stanga,  noi  l'abbiamo 
bell'e  fatto  nell'ant.  alto  ted.  stanga,  od.  stange,  'stanga'  'per- 
tica' (cfr.  DiEz,  Et.  ivòrt.,  P  398).  Venendo  ora  all'  etimologia 
del  modenese  stagn,  che  quale  aggettivo  con  significato  più  o 
men  connesso  colla  nozione  fondamentale  di  stare  [consistente^ 
sodo,  compatto,  saldo,  fìtto,  duro  ecc.),  è  proprio,  oltreché  del- 
l'emiliano, anche  del  lombardo  e  del  veneziano;  non  è  inveri- 
simile  che  questa  voce  si  connetta  col  verbo  stagnare  attivo 
(da  stagno-  stannjo,  stannio,  stanneo)^;  e  in  tal  caso  sarebbe 
da  vedervisi,  parmi,  un'accordata  forma  del  participio  stagnato, 
simile  a  quella,  p.  e.,  di  cerco  per  cercato,  compro  per  C07n- 
prato  ecc.  e  quale  si  avrebbe  appunto  col  valore  proprio  di 
stagnato  nello  stagno  registrato  dal  Vocabolario  it.  con  esempj 
del  Sannazaro  e  del  Vinci.  Il  Pasqualino  nel  suo  Voc.  sic.  de- 
finisce l'agg.  stagnu  per  'contrario  di  lasciC  che  è  quanto  dire 
'denso',  'fitto',  'serrato'  e  il  Mortillaro  lo  dichiara  per  'rista- 
gnato'. 

A  pag.  4C3  il  Galvani  fa  venire  stallo,  stallare  da  stabuhim, 
stabularle.  Questa  derivazione,  che  a  primo  aspetto  si  direbbe 
indubitata,  presenta  qualche  difficoltà.  Secondo  le  leggi  di  tra- 
sformazione da  stabuhim,  stabulare,  verrebbero  normalmente, 
per  via  delle  forme  sincopate  stablum,  stablare,  come  venner  di 
fatto,  stabbio,  stabbiare,  quale  verbigrazia  pabbio  da  pablum, 
pabulum  (cfr.  Ardi,  glott.,  II  367  seg.).  Da  stabuhim,  stablum 
sarebbero  anche  potuti  venire  staulo  e  stolo  come  da  fabula, 
fabla  sono  venuti  faida  e  fola,  e  da   tabula,   tabla  tanta   e 


'  Già  negli  antichi  scrittori  latini  stagnum  per  stanymm  e  staaneus,  sta- 
gnatus  per  stanneus,  stannatus. 


Ì48  Flechia, 

iola\  ma  inverisimilmente  stallo,  stallare.  Sembra  quindi  più 
probabile  l'opinione  del  Diez,  che  dall' ant.  alto  tedesco  stai 
{stallo,  locus,  stabulimi),  fa  venire  stallo,  stalla,  quindi  stal- 
lare, stallone,  insieme  coll'ant.  sp.  estalo,  prov.  e  ant.  fr.  estai, 
n.  fr.  ctal  (donde  étaler;  cfr.  ted.  siallen).  Da  stabulum,  come 
ne  venne  l' it.  stabbio,  cosi  anche  il  prov.  e  ant.  fr.  estable, 
n.  fr.  élable  (cfr.  Diez,  Et.  loòrL,  V  397). 

A  pag.  464,  fa  venire  il  mod.  stella,  'scheggia',  'stiappa'  e 
stloer  {■=  stellare),  'schiappare',  'fendere'  dal  latino  rustico  talea, 
falcare  {ex-talea,  ex-taleare).  Per  quanto  questa  etimologia 
possa  sembrare  non  inverisimile  dal  lato  logico,  giacché  dalle 
dette  voci  latine  vengono  taglia,  tagliare,  taglio,  non  è  però 
ammissibile  sotto  l'aspetto  fonetico.  Dati  due  prototipi  extalea, 
extaleare,  nel  modenese,  come  pure  inaltri  dialetti  emiliani,  non 
poteano  venirne  altre  forme  che  staja,  staja^r,  come  da  talea, 
ialeare  sono  venuti  taja,  iajcér.  La  mutazione  dell'a  tonico  in  ce, 
propria  cosi  del  modenese  come  di  altri  dialetti  (cfr.  Mussafia, 
Romagn.  mund.,  p.  3  e  segg.  ;  Ascoli,  Arch.  gì.,  II  444  e  segg.), 
come  p.  e.  nel  mod.  brcBsa -brada,  choìvel  =  cavolo,  chwrna 
-carne  ecc.,  qui  nel  modenese  non  sarebbe  più  stata  regolare 
per  la  posizione  speciale  che  noi  consente;  quindi,  come  per 
es. ,  macca  non  mcecca  per  macchia,  quaja  non  qua^ja  per 
quaglia,  taja  non  tc^ja  per  taglia,  balla  non  baHla  per  balla, 
palla,  così  da  extalea  sarebbe  venuto  in  ordine  sAVa  stalla  non 
stella  né  stcella.  Anche  il  fenomeno  Ila  =  Ija  che  qui  s'avrebbe 
in  stella  =  extalja,  quantunque  normale  in  qualche  lingua  (per 
es.  nel  greco,  in  var.  sarda  ecc.)  e  non  del  tutto  estraneo  ai 
dialetti  della  penisola,  in  questo  caso  non  sarebbe  gran  fatto 
probabile.  Del  resto  qui  si  tratta  di  un  nome  e  d'un  verbo 
largamente  diffusi  nell'Italia  superiore  e  sempre  coli' e  tonica 
anche  in  dialetti  che  non  conoscono  ce  =  a,  e  la,  loro  origine  da 
astella,  sinonimo  del  lat.  astula,  'scheggia',  é  già  stata  varia- 
mente dimostrata,  sicché  io  mi  starò  contento  di  citare  a  questo 
proposito  il  Diez  {Et.  wòrt.,  P  35),  lo  Schneller  [Die  rom.  volks- 
mund.  in  Sudtirol,  p.  194)  e  il  Mussafia  {Beitr.  z.  d.  nordit. 
mund.  im  XV jahrìi.,  p.  110  e  seg.). 

A  pag.  468  il  G.,  dopo  d'aver  riscontrato  il  mod.  strasora 
con  extra  horam,  soggiugne:  «Vediamo  ancora  la  sibilante  s 


Postille  etimologiche.  149 

«supplire  lo  spirito  romano  h  ed  impedire  la  sineresi  delle  due 
«  vocali  a  0,  le  quali  senza  ciò  si  sarebbero  trovati  ad  imme- 
«  diato  contatto.»  Di  un  h  latino  rinforzato  in  5,  quale  pare 
che  qui  s'intenda  dell' /i  di  hora,  non  credo  si  trovi  alcun  esem- 
pio in  tutta  la  famiglia  neo-latina;  né  quindi  si  potrebbe  am- 
mettere in  questo  luogo.  Strasora,  anche  considerato  nel  proprio 
significato,  potrebbe  venire  da  trans  horam,  donde  trasora 
(cfr.  trasandaì^e,  irasordinare,  trasordinario,  ecc.),  poi,  coli' 5 
prostetico,  strasora,  come  da  traforare  (=  transforaré)  stra- 
forare ecc.  Il  significato  di  trans,  'di  là',  'oltre',  piuttosto  che 
ò." extra  'fuori',  si  manifesterebbe  principalmente  nel  costrutto 
proprio  de'  dialetti  nostrani  :  essere  ora  e  strasora,  per  essere 
al  di  là  delVora  debita,  dell" ora  convenuta.  Del  resto  che 
stra--  extra  e  tra-,  tras-  =  trans,  prefissi  rasentantisi  di  signi- 
ficato così  nel  latino  come  nell'italiano,  abbiano  potuto  con- 
fondersi cosi  logicamente,  come  anche  materialmente,  è  assai 
naturale  (cfr.  str  asor  dinar  io ,  trasordinario,  straordinario 
=  extraordinario);  ma  ciò  che  qui  vuoisi  avvertire  è  l'inam- 
missibilità di  11  mutato  in  s,  fenomeno  imaginario,  tanto  più 
da  combattere  in  quanto  che  farebbe  riscontro  coU'aberrazione 
di  più  secoli,  ora  distrutta  dalla  grammatica  comparata,  del  s 
latino  sostituito  al  cosi  detto  spirito  aspro  della  lingua  greca  ; 
mentre,  come  ora  s'insegna  dai  primi  elementi  di  essa  gram- 
matica, in  latino  generalmente  serbasi  intatto,  o,  specialmente 
tra  vocali,  passa  in  r  il  s  originariamente  indo-europeo,  che  nel 
greco,  come  anche  nell'antico  battriano,  passa  in  una  semplice 
aspirazione;  secondo  che  fa  pure  in  alcune  varietà  del  berga- 
masco il  s  iniziale  e  mediano  (cfr.  Asc,  Sludj  crit.,  II  447  n.), 
Pag.  469:  «  Stravacchérs.  Sdraiarsi.  S'avachir  in  francese 
«  vale  accasciarsi,  svigorirsi,  non  reggersi,  e  cosi,  non  solo  degli 
«  uomini,  m.a  si  dice  anche  delle  pelli  quando  son  molli,  come 
«la  vacchetta,  non  reggenti  come  il  cuojo  di  bue  o  di  bufalo;  e 
«  cosi  si  dice  pure  dei  rami  teneri  delle  piante  quando  si  ripie- 
«  gano  e  s'incurvano  verso  terra.  Se  dunque  avaccarsi  anche 
«  per  noi  Galli  cisalpini  accennerebbe  a  questo  difetto  di  ri- 
«  gidezza  e  di  vigore,  figurisi  ognuno  cosa  dovrà  significare 
«  csiravaccarsi  ossia  stravaccarsi'^  Significherà  esso  puntual- 
«  mente  non  più  volgere  verso  terra  incurvo   e   snervato,   ma 


Ì50  Flechia, 

«  sdrajarvìsi  come  corpo  morto  e  dilaccato.  Tutto  poi  viene,  a 
«  quanto  pare,  dal  latino  vascus  per  floscio,  debole,  cascatojo, 
«  da  vedersi  alla  voce  svasco  (floscio).  » 

Il  francese  s'avachir  verrebbe,  secondo  il  Diez  [Et.  io.,  IP  211), 
dall'antico  alto  tedesco  loeicìijan  od  arweichjan,  'ammollire', 
'indebolire',  'inflacchire'.  Dal  latino  vascus,  nel  modenese  sarebbe 
più  verisimilmente  venuto  stravaschcérs ,  cioè  il  s  si  sarebbe 
conservato  come  appunto  nel  mod.  svàscol  (floscio),  che  pare 
si  possa  ammettere  col  Galvani  {Gloss,^  475)  come  procedente 
da  quella  voce  latina.  Vediamo  or  dunque  quale  possa  essere 
la  più  probabile  etimologia  di  questo  verbo  che  risponderebbe 
ad  un  tipo  italiano  *stravaccare. 

E  prima  di  tutto  noteremo  come  esso  s'incontri  generalmente 
nei  dialetti  dell'Italia  superiore,  vale  a  dire  negli  emiliani,  nei 
veneti,  nei  lombardi,  nei  liguri,  nei  pedemontani  e  in  qualche 
varietà  ladina,  ma  non  dappertutto  con  ugual  significato. 

Nei  dialetti  piem.,  gen.,  com.,  berg.,  pav.,  cremon.,  questo 
verbo  significa  'rovesciare',  'ribaltare',  'versare',  'capovolgere', 
'mandar  sossopra';  nei  volgari  ven.,  tirol.,  frinì.,  boi.,  ferr., 
romagn.,  bresc,  mant.,  mod.  e  regg.  adoperato  riflessivamente 
ha  il  significato  di  'sdrajarsi';  in  alcuni  dialetti,  come  nel  mil. 
e  nel  parm.,  amendue  i  significati  \  Ora  egli  pare  indubitato 
che,  non  ostante  il  doppio  valore,  l'etimologia  non  può  essere 
se  non  una  sola;  ed  è  perciò  da  vedere  quale  sia  verisimilmente 
il  senso  primitivo  e  quale  il  traslato.  I  dialetti  lombardi  ci  pre- 
sentano un  appellativo  connesso  con  questo  verbo,  che  ridotto 
a  forme  italiane  sarebbe  stravaccatojo  (mil.  siravaccador,  com. 
stravaccadò)  e  significa  propriamente  ciò  che  nel  linguaggio 
idraulico  dicesi  'emissario',  'scaricatojo'.  Questo  nome  s'incontra 
sotto  la  forma  di  stravacatorium  in  antichi  documenti  lombardi 
(cfr.  P.  Monti,  Vog.  com.  s.  stravacà,  dove  citasi  dagli  Slatuta 
civitatis  Novarice  :  «  Aquce  divertantur  per  stravacatorium 
seti  discargatorium  riigice.  »).  Ora  io  non  dubito  di  qui  vedere 


•  Lo  stravacato  pei'  'torto',  'rovesciato',  'coricato'  detto  di  foglio  o  pagina 
nel  linguaggio  degli  stampatori,  e  ammesso  nel  vocabolario  della  lingua  co- 
mune, non  può  essere  se  non  un  participio  di  questo  verbo  dato  alla  lingua 
da  dialetto  non  toscano,  probabilmente  dal  veneziano. 


Postille  etimologicho.  151 

un  nome  rispondente  ad  un  latino-barbaro  * exlravacuaiormm, 
derivato  da  "cxtravacuare,  donde  lo  stravaccare  o  slravacare 
de' dialetti  dell'Italia  superiore.  Questo  verbo  significò  adunque 
originariamente  'evacuare',  'versar  fuori',  'votare',  applicato 
forse  primamente  a  liquidi,  poi  esteso  anche  ad  altre  sostanze, 
quindi  venuto  a  valer  'rivoltare',  'rovesciare',  'ribaltare',  'buttar 
giù',  perocché  nell' evacuare  o  versare  si  arrovesciano  i  conti- 
nenti come  a  dire  i  vasi,  i  sacchi  ecc.  e  si  versano,  si  buttano 
giù  i  contenuti.  Ora  siccome  chi  si  sdraja,  si  butta  giù,  si  getta 
disteso  per  terra,  cosi  stravaccarsi  che  propriamente  verrebbe 
a  dire  'rovesciarsi',  'buttarsi  giù',  venne  anche  a  significare 
'sdrajarsi',  secondochè  appunto  il  buttarsi  giù  significa  cosi  nel 
toscano  come  in  altri  dialetti  anche  'coricarsi'. 

Quanto  a  -vacare,  -vaccare  =  vacuare  s'avrebbe  il  rinforzo 
d'w  in  V  (cfr.  belva,  ^oar ve,  dolve  =  beUua,  pariiit,  doluit)  che 
qui  s'assimila  colla  precedente  gutturale  (cfr.  gr.  r/.x.o;r=  ì/.fo:), 
onde  da  -vacuare,  -vacvare,  -vaccare.  La  semplice  consonante 
che  abbiamo  in  -vacare  (p.  e.  piem.  stravacci)  può  ripetersi  dalla 
qualità  del  dialetto  intollerante  delle  doppie,  onde  p.  e.  piem. 
vaca  =  vacca;  sebbene  lo  scempiarsi  del  gruppo  consonantico, 
nato  per  via  di  quest'assimilazione,  sia  fenomeno  non  comune 
pure  indipendentemente  dall'idiosincrasia  dialettica;  onde  an- 
che in  volgari,  che  non  rifuggon  la  doppia  consonante,  trovasi 
-vacare  da  -vacvare,  -vacuare,  come  nel  nap.  devacare,  sic. 
divacari  {=  devacuare) ,  'votare',  sardo  bogare  (log.),  bogai 
(mer.),  'estrarre',  'cavar  fuori'  da  vocuare  per  vacuare  (cfr. 
vocuus  per  vacuus,  ecc.  Corssen,  Ausspr.,  IP  QQ)^.  In  alcuni 
casi  la  vocale  u  è  rimasta,  come  nel  genov.  straccila  'esser 
gettato',  'cadere',  dove  sarebbesi  dileguato  il  v  ài  e  ce  travacuare, 
colla  naturale  contrazione  delle  due  simili  (a  =  a  +  a)  e  con  rad- 
doppiamento di  compenso  della  gutturale;  mentre  in  altri  si 
svolse  un  suono  equivalente  al  qu,  onde,  pur  con  dileguo  di  v 
e  contrazione  d'<2  a,  il  sic.  slracquari  (cfr.  tacqui- tacui,  tacque- 
ro =  tacuerunt) ,  'scacciare',  'far  sgombrare'.  Il  napolitano  ha 
stracquare  in  senso  di  'stancare',  che  se  da  un  lato  accenna 


'  Circa  l'analogo  assimilarsi  di  u  (u)   colla  precedente   esplosiva  uè'  dia- 
letti pracritici,  cfr.  Ascoli,  Studj  crit.,  II  271  235  sgg. 


152  Flechia, 

materialmente  al  sic.  stracquari,  dall'altro,  logicamente,  mostra 
pur  connettersi  coU'it.  straccare.  Sarebbe  ora  da  vedere  se  que- 
st'ultimo verbo  non  mettesse  capo  ancor  esso  ad  exlravacuare, 
piuttostochè,  come  congettura  il  Diez,  all'  antico  alto  tedesco 
strecchan,  'gettare  a  terra',  'sdrajare'.  La  sincope  e  contrazione 
che  qui  avrebbero  luogo  in  a- ava,  sarebbero  perfettamente 
analoghe  a  fenomeni,  p.  e.  del  lat.  latrina  =  lavatrina.  Il  ber- 
gamasco ha  sincope,  non  contrazione:  streacà  da  straacà,  come 
neassa  da  naassa,  navassa  (it.  navaccia),  'tino'. 

Pag.  470:  «Strella,  stella.  Il  Vossio.  nell'Etimologico  alla 
«voce  stella,  cosi  si  esprime:  «  quis  dubitet  àcr-rr.p  ab  Orientali- 
«  bus  esse  acceptum  cum  Persis  stella  dicatur  ster,  unde  Esther 
«  nomen  habet,  ut  ad  Eusebium  Scaliger  monet?  —  Da  ster 
«veniva  dunque  l'ànT-zip  de' Greci  e  V  astrum  de' Latini,  non 
«che  lo  stern  de' Tedeschi  e  V  E  strella  degli  Spagnuoli,  per 
«  cui  stella  è  aferesi  e  sincope  di  asterella  od  astemia.  Il  no- 
«  stro  r  mantenuto  entro  la  voce  tiene  adunque  ad  alte  e  nobili 
«  radici  e  la  metatesi  che  invece  di  sterla  ci  dà  strella  non  si 
«verifica  nelle  sue  mozioni  sterlòtt,  sterléna,  sterlér,  sterlé. 
«  Strella  è  quindi  quanto  astrello  od  astrella,  astro  minore  ed 
«  isolato  ». 

Lo  strella  o  strela,  cosi  del  modenese  come  di  altri  dialetti 
emiliani  e  lombardi,  non  è  altro  che  il  lat.  ed  it.  stella,  con 
epentesi  di  r  cosi  frequente  dopo  il  gruppo  st,  come  p.  e,  in  ba- 
lestra =  ballista,  ginestra  =  genista,  incastrare  -  *incastare  (da 
incassettare),  e  dopo  st  iniziale,  come  per  l'appunto  in  strella, 
nel  mil.  strivàl  (stivale),  piem.  strubia  (stupula,  stipula,  stop- 
pia), ecc.  Nello  sp.  estrella  il  r  è  pur  suono  meramente  epen- 
tetico  come  nel  modenese  strella,  inserto  in  estella  =  stella  come 
p.  e.  estar  =:  statue,  estudio  -  studium,  ecc.  (cfr.  Arch.,  II  383).  Il 
latino  stella  poi  è  nato  da  *ster'la,  forma  sincopata  di  *sierula, 
come  p.  e.  puella  da  puer'la,  puerula  (cfr.  L,  Meyer,  Vergi. 
gr.,  II  599).  Se  nel  lat.  stella  sia  da  vedersi  una  forma  afere- 
tica  per  *astella  (da  *asterula),  come  potrebbero  far  credere 
àcTTiO,  aTTpov,  astrum,  o  non  piuttosto  in  queste  ultime  forme 
un  a  prostetico,  quale  s'incontra  non  di  rado  in  greco,  nel  qual 
qual  caso  il  lat.  astrum  sarebbe  probabilmente  voce  tolta  dal 
greco,  non  è  ben  chiaro.  Nel  primo  caso  vi  si  vorrebbe  scor- 


Postille  etimologiche.  153 

gere  la  radice  as,  jàcere,  jaculari  e  il  sufF.  tar,  formativo  di 
nomi  d'agente,  onde  la  prototipa  forma  ariana  sarebbe  stata 
astata  propriamente  jaculator  'dardeggiatore'  'scagliatore  (di 
raggi)'.  Dal  lato  logico  questa  etimologia  riceverebbe  conferma 
dai  tedesco  stralli y  significante  dardo  e  raggio,  e  col  primo 
senso  passato  all'italiano  nella  forma  di  strale,  e  dall' it.  saetta, 
popolarmente  usato  con  valore  di  folgore,  fulmine.  E  cosi,  come 
i  raggi  sono  naturalmente  assomigliati  al  dardo,  si  sarebbero 
anche  i  corpi  celesti  potuti  assomigliare  ad  un  arciere,  ad  un 
saettatore,  quale  propriamente  sonerebbe  il  nome  astar,  come 
procedente  da  as,  jaculari.  Nella  seconda  ipotesi,  il  nome  sscr. 
star  'stella',  proprio  dell'idioma  vedico  e  usato  soltanto  al  plu- 
rale, e  la  più  comune  forma  idra  (da  sidra,  per  aferesi  non 
insolita  al  sanscrito  di  un  cosi  detto  s  impuro),  lo  zendico  giare, 
il  got.  stairnon ,  1' ant.  alt.  ted.  sterro,  l'odierno  ted.  stern> 
Tingi,  star,  tornato  fortuitamente  a  coincidere  coU'antica  forma 
fondamentale,  insieme  col  lat.  stella  {-ster'la,  stenda),  rende- 
rebbero assai  più  verisimile  che  qui  s'abbia  a  fare  colla  radice 
indo-europea  star  (cfr.  gr.  aTopv'j;/i,  lat.  sterno),  'spargere',  'spar- 
pagliare'; nel  qual  caso  questo  nome  usato  primitivamente  nel 
plurale,  secondo  che  trovasi  appunto  essere  sempre  adoperato 
il  nome  star  nel  sanscrito  vedico,  il  più  antico  riflesso  della 
parola  ariana,  avrebbe  propriamente  significato,  come  maschile^ 
'gli  sparsi',  'i  diffusi',  'gli  sparpagliati',  'i  disseminati  (pel 
firmamento)'  (cfr.  Curtius,  Griech.  et.,  I  174;  Fick,  Vergi, 
loórt.  ecc.,  P  250).  Ad  ogni  modo  stella,  nato  da  *ster'la,  *ste- 
rula,  per  assimilazione  di  r  con  l  seguente,  come  in  puella  da 
*puer'la,  *imerula,  non  può  più  ripresentare  esso  r  nel  mode- 
nese stretta,  e  quindi  stipella  non  può  essere  forma  metatetica 
di  sterla  come  presume  il  Galvani,  mentre  per  coatro  noi  affer- 
miamo la  metatesi  colà  dove  il  Galvani  la  nega,  giacché  per 
noi  sterlott  (stellotto),  sterlena  (stellina),  sterlce'r  (stellare), 
sterlcG  (stellato)  sono  forme  metatetiche  di  voci  derivate  da 
stretta  e  stanno  per  slrellott,  strellen,  strellcer,  strelhu.  In 
strella  la  metatesi  non  ha  luogo,  ma  si  solamente  ne'  suoi  de- 
rivati, perchè  nel  primo  caso  la  prima  sillaba  è  accentata  e 
come  tale  ha  in  sé  un  elemento  di  conservazione  che  manca 
alla   sillaba   disaccentata;   quindi   strélla,   ma   sterlena  e  non 

Ar.liivio  glottol.  ital..  IH.  il 


154  Flechia, 

strelléna,  come  p.  e.,  pur  nel  modenese,  hréll,  ma  berléda,  non 
hrelléda  (cfr.  Ardi.,  II  44), 

Pag.  471,  a  proposito  di  sirifla37\  schiacciare,  che  il  G.  tiene 
per  metatesi  di  sfritlcer  (sfrittellare),  reca  come  analogo  esempio 
di  trasposizione  sciflcer  da  fisccer.  Qui  non  si  tratta  punto  di 
metatesi,  ma  di  due  verbi  esenzialmente  distinti.  Fisccer  è  pel 
modenese  un  normale  riflesso  di  fisclare  (da  fìsVlare,  fìstularé), 
donde  l'it,  fischiare,  mentre  sóiflcur  è  dal  lat.  siflare,  sifi^lare^ 
donde,  con  mutazione  della  sibilante  in  palatina,  il  ven.  cifolar, 
ferr.  cifiar,  e,  con  inoltre  la  prostesi  di  s,  il  raod.  e  regg.  sci- 
flcèr.  L'it.  zufolare  viene  ancor  esso  da  sifilare  con  passaggio 
di  s  in  2  (cfr.  lomb.  zi/fola);  e  cigolare  procede  piìi  verisimil- 
mente  con  analoga  mutazione  di  s  in  e,  da  sibilare  (cfr.  tut- 
tavia DiEZ,  Et.  ivòrt.,  V  129,  s.  ciufolo;  II  2,  s.  cigolare). 

Pag.  471,  «Strussièr.  Sciupare.  Trousse  in  francese  è  fa- 
«  scio,  fardello.  Trousse  è  assettato,  e  se  trousser  vale  rac- 
«  cogliere,  alzar  su,  egli  è  appunto  per  raccogliere  ciò  che  spen- 
«  zoli  ed  assettare  ciò  che  può  sciuparsi.  Trousseau  poi  è  il 
«corredo  e  l'occorrente  per  una  novella  maritata.  A  questo 
«concetto  d'unione,  di  legame,  di  assettamento  e  di  opportu- 
«nità  si  oppone  la  s  iniziale  avversativa,  sicché  il  nostro  striis- 
«  sier  vale  il  contrario,  cioè  dissipare,  togliere  d'assetto,  scia- 
«  mannaro  e  sprecare,  e  nel  detrousser,  pure  fancese,  trova  un 
«  verbo  che  rasenta  alquante  sue  significazioni.  Sostantivandone 
«  la  prima  persona  del  presente  abbiamo  anche  strussi  per  uomo 
«  0  cosa  sciupati  o  non  più  sufRcenti  all'uopo  cui  erano  desti- 
«nati,  sicché  strussiérs  vale  sciuparsi  la  vita  e  non  farne 
«  conto,  affaticandosi  eccessivamente  e  sprecare  insomma  il  cu- 
«  mulo  della  propria  sanità.  Nominiamo  finalmente  strussion 
«  lo  sprecone  e  lo  sciupatore.  » 

Non  credo  ammissibile  la  connessione  etimologica  supposta 
dal  Galvani  tra  il  verbo  mod.  strussièr  e  il  fr.  trousse,  'fa- 
gotto', 'fardello',  trousser,  'avvolgere  in  fagotto',  'infagottare'. 
Il  nome  ed  il  verbo  francesi  insieme  col  corrispondente  prov. 
trossa,  trossar,  che  hanno  ancor  riscontro  nello  sp.,  nel  port.  e 
in  alcuni  dialetti  dell'Italia  superiore,  come  nel  piera.  trussa 
e  nel  sic.  truscia,  'ntrusciùr,  strusciar  (cfr.  Ardi.,  II  33,  n.), 
mettono  capo  a  tortus,  tortare  (da  torquere:  cfr.  attortigliare. 


Postille  etimologiche,  155 

'avvolgere'),  derivato,  per  mezzo  àH,  in  tortiare  (cfr.  Arch.,  II  30 
0  seg.),  passato  per  metatesi  in  trotiare,  donde  prov.  trossar  ecc. 
(cfr.  DiEZ,  Et.  IO.,  V  417).  Lo  strussicér  mod.  e  regg.  come 
pure  il  ven.  boi.  ferr.  parm.  strussiar,  piac.  struscia,  romagn. 
struscia,  tose,  e  nap.  strusciare,  ecc.,  significanti  principal- 
mente 'strascinare',  'sciupare',  'faticare,'  vengono  più  verosimil- 
mente da  una  forma  di  verbo  extrustiare ,  dedotta  pure  con  i, 
da  extrustare,  sincope  à." extrusitare  (cfr.  tose,  rovistare  =  re- 
visitare, acquistay^e  =  acquisitare ,  ecc.),  frequentativo  secon- 
dario à'extriidjre  (cfr.  trudere,  trusiis,  trusare,  trusitare)  \ 
Da  un  frequentativo  di  forma  primaria  {extrusare,  potuto  an- 
che passare  in  extriisiare)  vengono  probabilmente  il  parm.  stru- 
sàr,  mi),  strusa,  piem.  siriìsé,  ecc.,  'trascinare',  'strisciare', 
'logorare',  sebbene  foneticamente  potrebbero  procedere  anch'essi 
da  extrustiare  in  analogia  di  brusàr,  brusà,  briisé  da  *per- 
ustiare.  Il  mod.  nom.  strussi  non  ha  poi  nulla  che  fare  con  la 
persona  prima,  ma,  in  quanto  ha  valor  personale,  od  è  una  forma 
accorciata  di  participio  passato,  come  dir  *strussio  per  *sirus- 
siato  (cfr.  compro  per  comprato)^  od  un  sostantivo  verbale  per- 
sonificato. 

Pag.  478:  «  Tafier.  Mangiar  molto,  alzare  il  fianco,  pacchiare. 
«  Tafel  in  tedesco  non  vuol  dire  soltanto  mensa,  ma  facilmente 
«trascorre  alla  significazione  di  mensa  imbandita  e  di  buon  de- 
«  sinare.  Di  qui  i  Lanzi  che  troppo  ci  favorirono,  e  che  vedemmo 
«a  prova  amar  troppo  la  buona  tafel,  ci  avranno  insegnato  a 
«  comporre  il  verbo  tafier,  per  significare  il  far  corpacciate,  os- 
«  sia  il  regalarsi  di  ciò  che,  deducendo  dal  verbo  suddetto,  noi 
«diremmo  del  boni  tafièd,  ossiano  delle  buone  ed  abbondanti 
«tavolate.»  Il  verbo  tafflare,  'banchettare',  e  il  nome  taffio, 
'banchetto'  sono  pur  proprj  de'  dialetti  dell'  Italia  media  e  me- 
ridionale, e  potrebbero  quindi  non  avere  l'origine  che  qui  loro 
si  darebbe.  Dall'ant.  umbrico  tafla  (=  tabula)  possiamo  arguir 
taflare  (=  tabulare),  donde  normalmente  taffiare.  Il  fenomeno 
fia  =  fla  accenna  a  nesso   piuttosto   antico,   e   si   può   dubitare 


•  Foneticamente  e  morfologicamente  analogo  sarà  per  avventura  il  piem. 
tilssé,  'cozzare'  e  fors' anche,  con  epentesi  di  r,  l'equivalente  mil.  triissà,  come 
procedenti  da  *tustiarc^  *tustare,  *tusHare,  *ti(sarc,  tusus,  tundcre. 


156  Flechia, 

se  un  laflare,  taflar  de'  Lanzi  si  sarebbe  ancora  ridotto  a  taf- 
fiare,  iafflar. 

Pag.  482:  «  Tela,  nella  frase:  e  me,  tela,  per  dire:  ed  io  me 
«la  svigno,  sparisco,  e  mi  tolgo  all'improvviso  di  luogo.  Nei 
«giuochi  d'armi  e  di  destrezza  si  chiudeva  l'arringo  con  una 
«  tela,  sicché  entrare  alla  tela  valeva  quanto  entrare  nello  stec- 
«  cato,  uscir  dalla  tela,  uscire  dal  medesimo.  Chi  dopo  esservi 
«entrato  toccava  la  tela,  e  più  chi  la  sorpassava  d'un  salto, 
«  era  come  morto  pel  giuoco,  non  vi  prendeva  più  parte,  ne  po- 
«  teva  esser  tocco  o  preso  degli  altri,  era  insomma  fuori  di  giuoco. 
«  I  Toscani  hanno  far  tela  per  isvignarsela,  noi  ci  contentiamo 
«  di  dir  solo  tela,  che  era  il  grido  di  chi,  saltandola,  avvertiva 
«  l'avversario  che  non  poteva  più  essere  colto  da  lui.  Ed  in  fatti 
«  noi  nel  dir  tela  accompagniamo  la  voce  con  un  gesto  che  in- 
«  dica  il  salto  che  si  faceva  nel  sorpassarla.  »  Dubito  che  la  voce 
modenese  tela,  di  cui  si  tratta  in  questo  luogo,  non  abbia  punto 
a  che  fare  col  nome  tela.  È  assai  frequente  nel  parlar  vivo  del 
popolo,  massime  nella  concitazione  del  racconto,  il  ricorrere  alla 
seconda  persona  singolare  dell'imperativo,  quasi  ad  avvivare  e 
personificare  l'azione  significata  dal  verbo  e  cosi  esprimere  con 
maggior  brevità  ed  efficacia  quello  che  si  vuol  narrare.  E  cosi, 
per  es.,  parlandosi  d'uno  o  di  più,  che  dopo  di  aver  camminato 
lungamente,  giugne  o  giungono  a  un  dato  luogo,  nella  forma 
del  parlar  popolare,  mediante  cotest' uso  della  seconda  persona 
dell'  imperativo,  si  dirà,  verbigrazia,  eYk  e  va,  finalmente  giunge 
0  giungono,  ecc.  E  anche  se  la  proposizione  fosse  enunziata  im- 
personalmente, come  per  es.  bevi  un  bicchiere,  bevine  un  altro, 
e  in  poco  d'ora  si  vuota  la  hottiglia,  per  vuota,  o  vuotano,  o 
votiamo,  ecc.  Già  si  trovano  esempj  di  questa  maniera  di  sin- 
tassi nei  trecentisti',  e  così,  per  rao'  d'esempio,  nel  Sacchetti 
{Nov.  70):  giunti  in  sala,  caccia  di  qua,  caccia  di  là,  ecc.,  per 
cacciano,  ecc.  Anche  gli  antichi  Indiani  conoscevano  analoghe 
formole  di  sintassi;  p,  e.  taglia,  taglia  e  finisce  'per  tagliare; 
MANGIA  del  riso,  BEVI  del  latte,  e  così  egli  pranza  (cfr.  Benfey, 


*  Dio  guardi  però  che  di  questa  sorta  d'iperbati  della  sintassi  popolare  i 
nostri  grammatici  facciano  pur  mai  il  minimo  cenno,  quand'anche  dai  così 
detti  scrittori  classici  se  ne  porgan  loro  non  tanto  rari  esempj. 


Postille  etimologiche.  157 

Volisi,  gramm.  d.  sanshr.  spr.,  §  809,  3).  Or  bene,  per  tor- 
nare al  nostro  proposito,  io  dubito  che  nel  tela,  di  cui  qui  si 
parla,  siavi  un'analoga  forma  d'imperativo  ed  equivalga  alla 
seconda  persona  del  verbo  tenere,  colla  giunta  di  la,  specie  di 
pronome  indeterminato,  di  cui  si  fa  un  uso  tanto  vario,  cosi 
coir  uffizio  di  soggetto  (per  es.  la  va  male)\  come  d'oggetto 
(per  es.  farla,  farsela,  intendersela,  pretenderla,  ecc.).  Come 
è  noto,  il  toscano  e  la  più  parte  degli  altri  volgari  d'Italia, 
hanno  due  forme  per  la  seconda  persona  sing.  dell'imperativo 
di  tenere,  cioè  tieni  (var.  dial.  tiene,  tene,  leni,  ten.  Un,  ecc.) 
e  tè,  l'ultima  usata  generalmente  in  senso  ài  piglia, prendi,  ecc.; 
e  anche  per  allettare  i  cani  in  quanto  sogliono  chiamarsi,  offe- 
rendo loro  qualcosa  e  perciò  originariamente  anche  qui  in  senso 
di  tieni,  prendi.  Nel  mod.  tela  io  vedrei  pertanto  questo  té  in 
senso  di  piglia,  prendi,  seguito  dall'enclitico  pronome  la,  per 
l'appunto  come  sarebbe  tienila,  Ilenia,  tiella  {=tieìi-la),  o  tóla 
{=  toglila),  p^igliala,  prendila  In  piemontese,  p.  e.,  per  espri- 
mere quello  che  dice  il  mod.  e  me,  tela,  si  direbbe  benissimo  e 
mi,  pijla  {ed  io,  pigliala),  oppure  e  mi,  ciapla  [ed  io,  chiappala), 
accompagnandosi  per  l'appunto  questa  maniera  di  dire  con  un 
segno  della  mano  o  delle  mani,  volendosi  probabilmente  signi- 
ficare 0  tu  che  rn  insegui,  acchiappami  se  p^uoi,  oppure  ed  io 
piglio  questa  via,  ecc.  E  credo  che  nello  stesso  toscano  si  dica 
p.  e.  ed  io,  fuggi  ovvero  ed  io,  dalla  a  gamie,  ecc.;  e  cosi  via, 
via,  ne' varj  dialetti,  con  modi  più  o  meno  analogi,  cioè  con 
una  formola  interjettiva,  espressa  mediante  la  seconda  persona 
singolare  dell'imperativo. 

Pag.  503:  «Ucalér.  Andar  vociando.  Feste,  seguitando  La- 
«  beone,  spiega  pròx  per  proba  vox,  il  che  torna  a  pro-ox  o 
«  porro-vox,  cioè  più  che  voce.  Questo  mostra  che  vox,  senza 
«  lo  spirito  latino  appreso  dagli  Eolici,  era  ox  od  ocs  e  che  da 
<(.ocs  poteva  venire  ocare  semplice  di  procare  per  porro  vo- 


*  Il  Fanfani,  Voc.  it.,  ha:  «  La,  pronom.  f.,  sempre  è  quarto  caso  del  mi- 
nor numero.  »  Se  ciò  fosse,  il  Monti  avrebbe  errato  rendendo  nella  sua  tra- 
duzione dell'Iliade  (xxiv,  373)  per  la  va  come  tu  dici  il  greco:  outo)  r/j  rxòs 
y'  ìttl  fjìz  ùyopi-JEig.  Qui  la  è  chiaramente  al  primo  caso,  né  più  né  meno  che 
questa,  p.  e.  in  oh  questa  è  bella!  Del  quale  uso  di  questa  il  F.  non  fa  pur 
parola  nel  suo  vocabolario. 


158  Flechia, 

«care  intensivo  di  voco,  chiedere  molto  e  spesso,  donde  ifìro- 
«  cus  per  petitore  principale  e  insistente.  Ora  dal  piano  ocare, 
«  equivalente  di  vacare,  viene  la  forma  nostra  iterativa  ocalare 
«  per  andar  vociando.  »  Data  pur  per  verisimile  (che  non  ci  pare) 
la  riduzione  di  proba  vox  o  porro  vox  a  prox,  non  saremmo 
per  ammettere  tanto  di  leggeri  il  semplice  dileguo  di  v  in  va- 
care che  come  di  v  iniziale  segufta  da  vocale  nel  latino  sarebbe 
sènza  esempio.  Il  ripetere  poi  il  v  di  vox,  vocare  da  influenza 
eolica,  fa  contro  le  nozioni  elementari  della  genesi  del  latino, 
essendo  troppo  noto  come  qui  s'abbia  la  rad.  indo-europea  vac 
dire,  parlare,  che  s'incontra  in  sanscrito  sotto  le  forme  vac-, 
vac-,  uc-,  uc-  (p.  e.  vàcii,  dicit,  vàcmi,  dico,  uctàs,  dictus,  ucjàiè, 
dicitur  ecc.),  nel  greco  comune  sotto  quelle  di  z~-  (da  vz~-),  o-- 
(da  Fo--)  (p.  e.  £-0:,  rj'h  oTra,  el-ov  -  fsfs-qv  ecc.)  ;  mentre  procus, 
procare  non  han  punto  che  fare  con  vocare,  ma  si  radducono 
pure,  insieme  con  prex,  precari,  ad  una  radice  ariana  prac 
{pare),  chiedere,  domandare,  interrogare  (cfr.  Fick,  Vergi,  wòrt., 
IP  160,  243,  ma  insieme  Asc,  Fonol.  indo-it.-gr.,  228 n.). 

Quanto  all'origine  ò^ucalcér,  comincerò  dal  notare  come  un 
verbo  radicalmente  e  logicamente  connesso  con  quello  del  parlar 
modenese  si  trovi  in  alcuni  dialetti  cosi  dell'Italia  superiore 
come  della  Francia:  per  es.  ferr.  uclar  (gridare  per  dolore  o 
per  ira),  quindi  uclon,  uclada;  frinì,  ucci,  ucade^;  triv.  ucàr; 
piera.  ile,  iiché;  prov.  huchar,  uchar,  ucar\  fr.  hucher,  e  tra' 
dialetti  huker  (Hainaut),  huquer  (piccardo),  houki  (v/all.),  eco. 
Il  significato  più  comune  di  questo  verbo  è  di  'chiamare  gri- 
dando'. Nel  francese  d'oggidì  non  si  adopera  più  gran  fatto, 
salvochè  come  termine  di  caccia;  ma  ben  vivo  n'è  l'uso  ne' dia- 
letti, dove  questo  verbo  dinota  un  modo  di  chiamarsi  di  lon- 
tano, principalmente  proprio  delle  campagne  e  dei  monti.  Il 
Jaubert,  registrandolo  come  proprio  dei  dialetti  della  Francia 
centrale  {Glossaire  du  centre  de  la  France,  I  535,  s.  hucher), 
lo  dichiara  così:  appeler,  crier  quelquefois  en  approchant  de 
la  houche  une  main  ou  la  concavifé  des  deux  mains  pour 
augmenter  l'intensitè  du  son.  Ad  un  tal  modo  di  gridare  chia- 
mando,  accenna  anche  un  luogo  di  Rabelays:  Si  cependant. 


La  schietta  forma  friul.  vorrebbe  veramente:  ucà  ecc. 


Postille  etimologicbe.  159 

vous  survcnait  quelque  mal,  je  me  tiendray  près\  huchant 
en  paulme,  je  me  rendray  a  vous  (Gargantua,  I,  6).  Il  Pi- 
pino, nel  suo  vocabolario,  definisce  il  valore  del  pieni,  ùchó 
con  queste  parole:  «Dicesi  di  quelle  alte  voci  sottili  ed  acute 
«  che  fanno  i  contadini  per  farsi  sentir  da  lontano,  usando  ri- 
«  petere  cinque  o  sei  volte  la  o  chiusa,  con  pronunziare  la  prima 
«  più  lunga  di  tutte  le  altre.  »  La  bassa  latinità  conosce  huccus 
od  uccus,  significante  appunto,  come  il  prov.  ed  il  piera.  ùc, 
quel  grido  o  voce  che  si  fa  sentire  iiccando;  onde  nelle  Form, 
sirm.  n.  30  si  legge:  qui  ad  ispos  uccos  cucurrerunt.  Il  Diez 
{Et.  w.,  II  348)  non  dubita  punto  di  far  venire  il  fr.  hucher, 
prov.  huchar,  piem.  ì'tché  ecc.  dall'avverbio  locale  huo  (qua, 
qui),  e  questa  etimologia  non  è  senza  gran  verisiraiglianza.  Di 
fatti  questo  gridar  di  lontano  mira  principalmente  od  a  chiamare 
altrui  invitando  a  recarsi  dov'è  chi  grida  od  anche  semplice- 
mente ad  indicare  dove  trovasi  il  gridatore;  quindi  la  formola 
più  naturale  e  laconica  doveva  essere  quella  di  huc  od  hic: 
quindi  ben  poterono  formarsi  il  verbo  hucare,  huccare  col  senso 
di  'gridare  huc'  e  hucus,  huccus  con  quello  del  'grido  huc\  Il 
mod.  ucaldr  accenna  a  un  derivato  per  via  del  suff.  ul,  huccu- 
lare,  forma  sincopata  huclare,  rappresentata  dal  ferr.  uclar. 

Pag.  504:  «Urgól  e,  per  metatesi,  rugól.  Ramarro.  Nelle 
«  nostre  campagne  è  invalsa  la  credenza  che  il  lucertolone  verde 
«  0  il  ramarro  sia  amico  dell'  uomo,  e  che  ove  lo  vegga  dormire 
«  in  prossimità  d'una  biscia,  perchè  questa  non  gli  entri  in  corpo, 
«lo  morde  a  un  orecchio  od  altrimenti  lo  eccita  a  risvegliarsi' 
«di  qui,  sino  a  miglior  dichiarazione,  si  direbbe  che  urgòl  è 
«  quanto  urgulus  od  urgeolus,  e  che  il  ramarro  fu  detto  così 
«quia  urgei  jacentem  per  servirmi  d'una  frase  ciceroniana.  Se 
«  invece  la  voce  originaria  fosse  rugól,  questa  potrebbe  accen- 
«  nare  per  avventura  a  ruiculus  e  perciò  al  corso  precipitato 
«  di  quel  vispo  animaletto,  di  cui  Dante  scrisse  Inf.  e.  25. 
Come  '1  ramarro  sotto  la  gran  fersa 

Dei  dì  canicular,  cangiando  siepe, 

Folgore  par,  se  la  via  attraversa, 

«E  qui  mi  permetterò  di  aggiungere  che  il  ramarro  de'  Toscani 
«  sembra  un  aggettivo  sostantivato,  tratto  non  da  lacertus  vi- 
«  ridis,  ma  da  lacertus  ramarius,  cioè  che  ama  la  rama  od  il 


IGO  Flecliia, 

«  ramo,  che  predilige  le  piante  o  le  siepi.  Nunc  inrides  etiam 
«  occultant  spineta  laccrtos  (Virg);  il  che  volle  appunto  indicare 
«l'AUighieri  coli' inciso  cangiando  siepe.  Cosi  una  maniera 
«  d'uccelli  feditori  o  prenditori  veniva  detta  ramace,  ramiera  o 
«raminga,  dall'essere  uscita  di  nidio  e  già  divenuta  foresta.» 

Le  etimologie  che  qui  si  danno  del  mod.  urgòl,  rugai,  'ra- 
marro', sono  di  per  se  stesse  inammissibili,  principalmente  per 
ragioni  di  grammatica  storica.  Nel  modenese,  urgulus  dovrebbe 
dare  iirghel  o,  secondo  la  pronunzia  di  contado,  vrgiiel,  e,  se 
con  forma  sincopata,  urg^urglus.  Da  urgeohis  verrebbe  per 
legge  meramente  fonetica,  non  già  urgòl,  ma  urzol,  né  più  né 
meno  che  da  hordeolus  (cfr.  p.  164).  Da  ruiculus  poi,  contratto 
in  ruculus,  non  poteano  venire  se  non  rùchel,  rùghel,  rùquel, 
riiguel,  e,  per  via  di  sincope,  ruc  =  riiclus.  Tutte  queste  sareb- 
bero evoluzioni  affatto  normali.  Ma,  come  vedremo,  sono  an- 
cora altri  non  men  validi  argomenti  che  atterrano  le  congetture 
etimologiche  del  Galvani. 

Com'è  noto,  i  Latini  chiamavano  tacerla  o  lacertus  tanto 
la  lucertola  comune,  quanto  il  ramarro;  se  non  che  questo  sole- 
vano distinguere  coli' aggiunto  di  viridis;  quindi,  oltre  il  so- 
vrallegato verso  di  Virgilio,  troviamo  in  Orazio  virides  rubum 
dimovere  lacertae  (Odi,  I,  23  6);  e  in  Plinio  sam^itììi  in  ven- 
tre viridis  lacerti  arundine  dissecti  tradunt  inveniri  [Hist. 
nat.  XXXVII  57);  e  i  Leccesi,  ancora  oggidì,  al  ramarro  danno 
il  nome  di  lucerla  erde,  lucerione  erde.  Il  nome  tacerla  o 
lacertus  si  è  sotto  più  o  men  variata  forma  conservato  assai 
largamente  nella  famiglia  degli  idiomi  neo-latini,  sì  per  dinotare 
la  lucertola  comune,  sì  per  designare  il  ramarro.  Alcuni  dialetti 
riflettono  normalmente  la  forma  latina  ;  a  cagione  d'esempio  il 
nap.  tacerla,  il  pieni,  lazerta  (var.  zalerta,  lazerna),  ecc.;  ma  la 
più  parte  presentano,  così  in  ordine  alle  vocali  come  alle  conso- 
nanti, alterazioni  che  fonologicamente  parrebbero  essere  più  o 
meno  anomale;  quindi  con  mutazione  d'«,  per  es.,  tose,  lucerla, 
lucertola,  lomb.  Inserta,  luserton,  ecc.,  sardo  luscertola  (mer.), 
ti-licherta  (sett.),  li-ligherta  (log.),   zi-lichelfa   (gallur.)';  e 


•   Cadrebbero  anche  qui   per  avventura,  quanto  al  riflesso  normale  delle 
vocali,  i  teramesi  scertella  (lacertella)  e  sciortorclla  (  lacertolella)  ;  se  non 


Postille  etimologiche.  161 

con  alterazione  d'entrambe  le  vocali,  p.  e.,  berg.  liguri,  trent. 
ligord,  lugord,  grig.  lucard,  vie.  lisardola  o  risardola  (cfr.  fr. 
lézard).  Tutte  queste  forme  mostrano  aperto,  mi  pare,  connet- 
tersi etimologicamente  col  lat.  lacerta,  lacerhis.  Ma  insieme  con 
queste  voci  noi  troviamo  nei  dialetti  dell'Italia  superiore  certe 
forme  di  nomi  significanti  'ramarro'  che  presentano  un  forte  di- 
stacco dalla  forma  latina,  dalla  quale  però  sarebbe  ardito  lo  sce- 
verarle dal  lato  etimologico.  Queste  forme,  oltre  le  già  toccate 
mutazioni  della  vocale,  ne  offrono  altre  non  men  singolari  ri- 
spetto alla  consonante,  cioè  il  digradamento  in  media  della  den- 
tale tenue  immediatamente  preceduta  da  r  (cfr.  Arch.,  II  154  n.), 
già  osservabile  nelle  ultime  delle  citate  forme,  e  più  special- 
mente l'intiero  dileguo  di  essa  dentale,  come  per  es.  nel  ven. 
vie.  ligòro  (cfr.  Chiose  sopra  Dante,  p.  196;  Mussafia,  Mon. 
ani.  di  dial.  it.  p,  37,  V,  93,  94),  liguoro  (v.  Acarisio,  Voc.  s. 
ramarro),  ligùro  (Spatafora,  Fì^os.  it.  s.  v.;  Voc.  il.  s.  v.),  ven. 
legùro,  boi.  ferr.  e  berg.  lignr,  trent.  lugór,  ecc.  In  tutte  que- 
ste forme  si  può  credere  che  abbia  per  avventura  avuto  luogo 
la  perdita  della  dentale,  secondo  si  dovrebbe  arguire  dalle  va- 
rietà berg.  liguri  e  ligùr,  trent.  lugord  e  lugór,  mentre  la 
serbata  gutturale  latina  di  lakertus  farebbe  credere  molto  an- 
tica la  mutazione  dell' <?  in  o  {u),  come  in  a  per  lo  sp.  lagarto\ 
Con  queste  forme  vanno  pur  raffrontate  il  gen.  lago,  piem. 
ìajòl,  e,  coU'aferesi  di  l  scambiato  per  l'articolo,  come  nella 
forma  vent.  che  si  cita  più  innanzi,  ajòl  (da  lagòl',  cfr,  aiig, 
aguzzo,  acut-io-)  e,  con  epentesi  di  n,  com.  lingóri,  parm.  ran- 
gòl,  ventim.  angó'  (cfr.  cat.  llangardax,  svizz.  linzard).  Le 
forme  liguri  e  pedemontane  paiono  accennare  ad  un  lagóro  di 
fase  anteriore. 

Come  ognun  vede,  con  queste  varie  forme  vuol  pure  essere 
congiunto  il  mod.  rugòl  (cfr.  trent.  lugór),  con  cui  la  varietà 
urgó)l  sta  in  quella  medesima  relazione  che  col  ferrarese  Ugur, 
ligiiór  stanno  le  var.  algùr,  alguór,  presentandovisi  quella  sin- 


ché qui  ebbe  luogo  l'aferesi  di  la,  scambiato  per  l'articolo,  e  nell'ultima 
forma  l'è  passò  dipoi  in  o  per  assimilazione  regressiva;  come  vi  cade  pure 
Var  sititela  parm.,  che  pare  non  sia  se  non  l'alterazione  di  lacertella 

'  Già  s'intende  che  la  gutturale  delle  forme  sardesche  dinanzi  ad   e   vuol 
essere  cimentata  con  altro  criterio  (cfr.  Ascoli,  Arch  ,  II  143  seg.,  num.  23). 


162  Flechia, 

cope  e  quella  prostesi  di  vocale  (qui  pel  mod.  forse  metatesi),  che 
in  sillaba  iniziale  ed  atona,  cominciante  principalmente  da  liquida, 
sono  cosi  frequenti,  massime  in  dialetti  emiliani  e  pedemontani 
(per  es.  mod.  alvam-  letame,  alvcér  =  levare,  armor  =  rumore, 
arvers  =  reversus ,  ecc.  (cfr,  Arch.,  I  221  e  seg.;  II  26  e  seg., 
31  ecc.  ;  Mussafia,  Darsi,  d.  romagn.  ìnund.,  p.  38  e  seg.).  Urgòl 
adunque  non  è  altro  che  un'alterazione  di  rugòl,  e,  se  non 
sono  infondate  le  connessioni  di  sopra  congetturate,  entrambe 
queste  forme  finirebbero  per  metter  capo  all'equivalente  latino 
lacertus  o,  ad  ogni  modo,  verrebbero  di  là  donde  le  varie 
forme,  colle  quali  van  confrontate  le  modenesi  e  per  conseguente 
da  ben  altra  fonte  che  non  da  quella  loro  assegnata  dal  Galvani. 

Lascio  di  citare  una  varietà  di  forme  cosi  italiane,  come 
francesi  e  provenzali,  le  quali,  comunque  più  o  men  manifesta- 
mente connesse  colle  precedenti,  non  aggiugnerebber  gran  peso 
agli  argomenti  già  messi  innanzi  per  dimostrar  probabile  la  loro 
derivazione  dai  nome  lacertus ',  ma  prima  di  por  fine  a  questa 
postilla  non  sarà  fuor  di  proposito  il  dire  di  alcuni  nomi  ita- 
liani del  ramarro  che  troppo  manifestamente  non  hanno  che 
fare  col  nome  latino. 

Il  nome  ramarro  viene  dal  Mahn  derivato  da  rame,  quasi 
'avente  color  di  rame'  [Et.  unt.,  lxxxvii)  e  citasi  a  conferma 
di  questa  etimologia  il  ted.  kupfereidechse,  'lucertola  color  di 
rame'  (cfr.  Diez,  Et.  wtb.,  IP  56).  Non  parmi  però  s'abbia  da  ri- 
gettare come  del  tutto  improbabile  l'etimologia  che,  citata  anche 
dal  Galvani,  farebbe  venir  questo  nome  da  ramo.  Potè  dirsi 
in  origine  lacertus  ramarius,  sinonimo  di  lacertus  viridis, 
per  distinguere  questa  specie  come  'lucertola  del  ramo',  '1.  degli 
alberi',  dalla  'lucertola  delle  muraglie',  '1.  dei  tetti'.  Quest'ori- 
ginazione  non  sarebbe  punto  inverisimile  né  dal  lato  fonologico 
né  dal  morfologico.  Dal  lato  fonologico  s'avrebbero  per  es.  il 
nap-  somarro  =  somario,  e  il  sic.  Fieaì^ra,  ni.  =/lcaria;  che  però 
farebbero  anche  per  l'altra  etimologia.  Dal  lato  morfologico  e 
anche  logico  avremmo  ancora  argomento  nel  fr.  ramier,  detto 
del  colombo  selvaggio,  per  distinguerlo  dal  domestico,  che  non 
va  guari  sugli  alberi  ;  nel  teramese  ramarro,  che  vale  'ranoc- 
chio', batraco,  com'è  noto,  d'abitudini  arboree;  e  nell'appellativo 
ramarro,  che  nella  Toscana  dicesi  anche  (o  almeno  si  diceva; 


Postillo  etimologiche.  163 

che  il  Voc.  it.  della  lingua  parlata  del  Rigutini  più  noi  regi- 
stra) di  coloro,  che  mantengono  l'ordine  nelle  processioni,  in 
alcuni  dialetti  chiamati  analogicamente  bastonar  (bresc.  ecc.), 
mazziér  (ven.),  bacchitteri  (sic),  e  cosi  tutti  dal  portare  in 
mano  'ramo'  o  'bastone'  o  'mazza'  o  'bacchetta'.  Non  so  poi  se, 
dal  lato  morfologico,  da  rame  {ceramen)  non  sarebbe  piuttosto 
dovuto  venire  ramigno  o  ramino  (cfr.  ferìHgno,  bronzino,  ar- 
gentino, ciner  ino  ecc.);  non  già  che  non  v'abbian  nomi  di  co- 
lore in  -ario;  ma  di  regola  essi  vengono  da  altro  nome,  già 
significante  un  colore,  del  qual  nome  il  derivato  non  è  per  lo 
più  se  non  una  specie  di  diminutivo,  come  per  es.  in  bianchera 
{=  blancaria) ,  detto  dal  mil.  d'una  sorta  d'uva,  dal  piera.  di 
meliga  ossia  gran  turco;  nel  mil.  rossera  {=  riissaria) ,  piem. 
neirera  {=nigraria),  in  ambo  i  dialetti  aggiunto  di  una  qua- 
lità d'uva,  nel  mil.  negrera  anche  d'una  sorta  d'erba;  e  gal- 
barius  da  galbus,  'giallo',  ha  dato  a  più  vernacoli  dell'Italia 
superiore  il  nome  del  rigogolo,  onde  per  es.  lomb.  galbér,  gal- 
bé  ecc.,  piem.  garba,  garabé,  sgarbé,  ecc.,  mod.,  regg.,  parm. 
galbcéder  (cfr.  prov.  flavart  da  flavus,  'giallognolo'  e,  quanto 
alla  metatesi ,  leggiadro  per  leggiardo  =  leviario  ;  e  Riv.  di  fil. 
class.,  II  193). 

L'Acarisio,  ferrarese,  nel  citato  Voc.,  s.  'ramarro',  dice  :  «  li- 
guoro  (cfr.  ferr.  liguór,  alguor)  lo  domandiamo,  altri  ha  ma- 
garasso.»  Quest'ultimo  nome  {=  magay^accio)  presuppone  un 
primitivo  magaro,  che,  parossitono,  parrebbe  accennare  a  [j.y.v.y.- 
po?.  Mal  si  potrebbe  dire  se  da  questo  magaro  venga  per  sincope 
e  contrazione  il  romagn.  ìnar,  che  il  Diez  {l.  e.)  mostra  tenere 
per  forma  aferetica  di  ramarro  (cfr.  friul.  rage  =  *anarace, 
anatr acciai ',  v.  però  Asc.  St.  crit.,  I  57,  57n.). 

Il  sajettone  nap.  e  la  terzina  di  Dante  si  commentano  a 
vicenda;  ed  è  bella,  parrai,  questa  fortuita  ed  inconsapevole 
coincidenza  dell'intuitiva  popolare  con  quella  del  divino  poeta. 

Possono  infine  mentovarsi  come  nomi  d'incerta  origine  lo 
scefrofrio  calabr. ,  il  racano,  ragano,  racono  nap.  e  rom.,  il 
ghezz  {  =  ghezzo  =  CGgyptiiisì)  friul.  e  lomb.,  il  vanuzzu  sic, 
il  sarmenula  lece.  Il  nap.  lancelotto  e  il  friul.  martinac  pajono 
connettersi  con  nn.  pp.  come  l'ant.  fr.  limberd,  e  il  prov.  lam- 
bert, laimbert,  limbert  che  diffìcilmente  si  potrebbero  derivare 
da  lacertus. 


164  '  Flechia, 

A  pag.  505,  a  proposito  del  inod.  urzól  {=  hordeolus),  'ov- 
zajuolo',  il  G.  dice  oscurata  la  o  iniziale,  come  il  più  spesso 
ne' minorativi  ossia  diminutivi.  Questo  digradamento  od  oscu- 
ramento d'o  in  u  non  è  causato  da  altro  che  da  essere  atono 
l'o;  quindi  il  mod.  orz  =  Jioi^deus,  ma  urzól  =  hordeolus,  come 
a  cagion  d'esempio  òrel  =  *orulus  (che  è  pure  diminutivo,  dal 
lat.  ora)y  'orlo'  ma  urulàr  =  ondare ,  dórmen  =  dormono,  ma 
durmir  =  dormire.  Si  tratta  qui  di  una  notissima  legge  fone- 
tica, essenzialmente  propria  della  più  parte  de' volgari  italiani, 
per  la  quale  le  vocali  forti  e  eà  o,  in  quanto  sono  atone,  si 
digradano  rispettivamente  nelle  deboli  ed  affini  i  ed  u,  onde 
p.  e.  da  nepote,  nipote,  da  seniore,  signore,  da  medulla,  mi- 
dolla ecc.,  da  officio,  uffizio,  da  hotello,  budello,  da  focile, 
fucile;  mentre  le  dette  vocali,  quando  sien  toniche,  di  regola 
si  conservano,  ovvero,  se  brevi,  più  comunemente  si  dittongano 
rispettivamente  in  ie  ed  uo;  quindi  séra,  spéro,  cento,  piede 
{ma  pedone),  tiene  (ma  teneva);  voce,  nome,  morte,  niuojo 
(ma  morire),  suole  (ma  soleva),  giuoco  (ma  giocare  o  giucare). 

A  pag.  508  connette  «valudegh,  vano,  vuoto,  casso,  e  me- 
taforicamente zucca  vuota,  uomo  di  poco  senno  »  con  vaglio, 
vagliare,  e  ciò  perchè,  dice  il  Galvani  «  il  vagliume  cioè  tutto 
quello  che  rimane  sul  vaglio  e  che  mediante  il  soffio  viene  sven- 
tolato via,  è  da  noi  detto  valudegh,  colla  vocale  spregiativa 
in  vece  di  vagliatico,  ecc.»  Non  dubito  di  dir  falsa  questa 
etimologia.  Il  valudegh  modenese  non  può  essere  altro  che  una 
forma  alteratasi  per  metatesi  di  vocali  da  vuladegh  {=vola- 
tico)',  e  ciò  primieramente  perche  un  derivato  con  un  suffisso 
uiico  per  atico  sarebbe  senz'analogia,  poi  perchè  i  dialetti  più 
o  meno  affini  al  modenese  accennano  tutti  a  volatico,  volatica, 
come,  a  cagion  d'esempio,  il  regg.  voladga,  parm.  e  ferr.  volaiga, 
mil.  voladega,  oradega,  oradaga,  ven.  voladega,  oladega,  berg. 
oladega,  oladga,  olatica,  crem.  vuladega,  uladega,  friul.  vola- 
die  (cfr.  salvadie  =  silvatica,  e  Arch.,  I  521),  romagn.  vulcud- 
ga  ecc.,  significanti  principalmente  'friscello',  'fior  di  farina  che 
vola  nel  macinare',  e  anche  'empetiggine',  per  quelle  tenuissime 
scagliette  che  staccansi  dalla  pelle  e  volano  a  somiglianza  di 
crusca  sottile  e  leggera.  Quanto  al  senso  metaforico  del  mod. 
valudeg,  cfr,  l'it.  volatico,  'volubile',  fr.  volage  {=volaticus, 


Postille  etimologiche.  165 

ctV.  sauvage  =  silvaticus),  il  volagio  dell'antico  volgarizzatore 
di  Seneca,  il  piem.  vulagi,  che  sono  probabilmente  rlae  fran- 
cesismi; poiché  la  più  schietta  forma  pel  toscano  sarebbe,  in- 
sieme con  volatico,  volaggio  (cfr.  selvaggio),  e  pel  piemontese 
volai,  fem.  volaja  (cfr.  salvai,  salvaja).  Quasi  superfluo  il 
notare  che  il  piém.  volaja,  'pollame',  'selvaggina'  procede  col 
fr.  volatile,  dal  tipo  volatilia,  donde  si  trassero  pure,  ma  più 
tardi,  come  l'attesta  l'intatta  dentale,  il  piem.  vulatija  e  il 
fr.  volatine. 

Pag.  508:  «  Vajon  (a).  Ajone,  ajoni,  ajato,  a  zonzo.  Il  verbo 
«  latino  vado  ci  lascia  supporre  l'esistenza  di  ado  in  luogo  di 
os^adeo,  il  quale  ado  diveniva  andò  per  quel  modo  tante  volte 
«avvertito  che  da  loaco,  nico ,  taco  e  simili  fé'  uscire  pango, 
«ìiingo,  tango.  Ma  questi  verbi  prima  che  l'urbanità  e  gli 
«scrittori  fissassero  loro  un'uscita  determinata,  ne  avevano 
«parecchie,  rimaste  in  seguito  più  o  meno  volgari,  come  sa- 
«  rebbe  andare  per  ànde7^e.  Da  vadere  era  l'iterativo  vadicarc 
«  donde  vagare.  Da  vagare  erano  non  solo  vagits  e  vagiiis, 
«  ma  vajare  e  vajus.  Vajare  e  vajus  li  vediamo  nella  nostra 
«  voce  vajon  e  vagone;  per  cui  andar  a  vajon  è  quanto  andar 
«  vagone  o  a  vagone  od  a  zonzo,  cioè  vagabondando.  Vagius  lo 
«  vediamo  nella  voce  mal-vagio,  che  significa  mal  vagante,  che 
«  va  male,  ossia  che  ha  tendenza  verso  il  male.  Siccome  poi 
<ivado  non  è  altra  cosa  da  ado,  pronunciato  scolpitamente 
«collo  spirito  italico,  cosi  tanto  è  il  nostro  vajon,  quanto  è 
«V ajone  od  ajoni  od  ajato  de' Toscani.  Da  ajar'e  per  ultimo, 
«  nel  significato  di  vagare,  viene  randagio  cioè  rant-agio,  che 
«  va  errando,  e  può  venire,  con  pronuncia  sibilante,  asiare,  cioè 
«  il  nostro  asièr  quando  vale  appunto  vagare  intorno,  »  Può 
ammettersi,  mi  pare,  come  non  inverosimile  la  connessione  eti- 
mologica del  mod.,  anzi  emiliano  vajon  con  vagiis ,  vagare, 
sicché  propriamente  esso  valga  vagone,  a  cui  starebbe  nella 
corrispondenza  fonetica  di  j  a  g,  come  per  es,  sajo,  sajone  a 
sagum;  ma  non  son  punto  ammissibili  varie  ipotesi  che  qui  si 
fanno  contrarie  del  tutto  alla  critica  glottologica.  Primiera- 
mente inaccettabile  la  supposta  esistenza  di  un  ado  per  adeo, 
donde  fa  poi  venire  andare.  In  adeo,  come  ognun  sa,  abbiamo 
il  verbo  eo  preceduto  dal  prefisso  ad,  come  da  ab  in  abeo,  da 


166  Flechia, 

curn  in  coeo,  da  ex  in  exeo  ecc.  ;  e  qui  parrebbe  che,  in  quella 
vece,  adeo  fosse  nato  da  un  ipotetico  ado,  tutt'  uno  con  vado, 
che  sarebbe  un  assurdo.  Vagare  non  può  essere  nato  da  un  ipo- 
tetico vadicare;  ma,  sotto  la  forma  deponenziale  di  vagavi,  lo 
troviamo  in  latino  derivato  da  nome  insieme  con  tutta  la  nu- 
merosa falange  de' verbi  denominativi,  cosi  della  prima  come 
della  seconda  e  quarta  conjugazione,  cioè  da  vagus,  come  v.  gr. 
Iwtar'e,  Icetayn  da  Icetus,  miravi  da  mirus  ecc.  (cfr.  Meyer, 
Vergi,  gr.,  II  5  e  segg.).  Rigettato,  come  assurdo,  l' ipotetico 
adere,  non  potremmo  quindi  cavarne  né  *àndere  né  andare,  il 
quale  ultimo  verbo,  d'etimo  assai  controverso,  verrebbe,  secondo 
la  maggior  verisimiglianza,  da  aditare,  frequentativo  d'adire, 
che  con  epentesi  di  n  passò  in  anditare  (cfr.  andito ~  aditus, 
rendere  =  reddere ,  santoreggia  =  satureja  ecc.)  e  si  ridusse 
quindi  per  sincope  d'z  ed  assimilazione  progressiva  dì  t  in  d 
{and' tare,  and-dare)  ad  andare  (cfr.  Diez,  Et.  io.,  I  22  e  segg.; 
LiTTRÉ,  Dici,  de  la  langue  fr.  s.  aller).  Che  le  voci  tose,  ajone, 
ajoni,  ajato  si  originino  pure  da  vagus  non  oserei  ne  affermare 
né  negare,  per  quanto  nel  toscano  possa  parer  singolare  il  di- 
leguo di  V  iniziale^;  ma  ben  negherei  la  connessione  di  ran- 
dagio con  un  verbo  ajare,  parendomi  che  in  qyiQW-agio  debbasi 
vedere  una  semplice  desinenza,  analoga  per  avventura  a  quella 
di  7ìialvagio^'  e  connessa  col  teutonico,  come  già  farebbe  anche 
supporre  la  parte  fondamentale  del  nome  (cfr.  prov.  randa, 
randonar,  fr.  randon,  randonner,  randonnée  ecc.).  Quanto  ad 
asicér  ne  crediara  solo  verisimile,  per  non  dir  certa,  l'origine 
già  accennata  dallo  stesso  Galvani  a  p.  159,  cioè  a  quella  che 
fa  venir  questo  verbo  (asiàr,  asicér,  asta,  asié),  proprio  di 
dialetti  dell'Italia  superiore  e  segnatamente  emiliani  e  piemon- 
tese, da  asilio  (per  asilo,  cfr.  Rivista  di  fil.  ci.  I,  194),  forma 
attestata  da  un  antico  glossario  che  ha:   «asilio,  ;rjw(|/,  olcr-oo; 


'  Questo  dileguo  di  w  potrebbe  ammettersi  in  quanto  *vajone  *vajato  negli 
ordinarj  loro  costrutti  fossero  stati  preceduti  da  voce  finita  in  vocale ,  nel 
qual  caso  questa  semivocale  iniziale  potrebbe  tenersi  per  fognata  come  di 
frequente  tra  due  vocali,  al  modo  che  nell'odierno  fiorentino  si  dirà,  per 
esempio,  una  isita  (visita),  la  oce  (voce),  ecc. 

-  Circa  la  molta  probabilità  dell'origine  pur  tedesca  di  maloagio ,  vedasi 
il  Diez,  Et.  w.,  V  2Q2. 


Postille  etimologiche.  167 

(cfr.  Fabretti,  Gloss.  s.  v.)  »;  sicché  asicéì^  -  asiliare  significhi 
propriamente  assillare,  cioè  'infuriare',  'correre'  per  puntura 
d'assillo,  ed  anche  semplicemente,  per  traslato,  'infuriare',  'cor- 
rere, andare  qua  e  là  senza  scopo'.  Notevole  come  asilio  per 
asilo  ne'  normali  riflessi  del  ven.  asegio,  friul.  asej,  significhi 
non  Vassillo,  ma  pungiglione  delle  vespe,  delle  pecchie,  e  nel 
veneziano  anche  il  pugnetto  o  pungolo  de' buoi,  venendo  cosi 
ad  assumere  il  significato  à'aculeiis  che  in  essi  dialetti  avrebbe 
potuto  dare  normalmente  agugio,  agiij  od  anche  guj,  ma  solo 
vi  si  presenta  sotto  le  derivate  forme  d'agugid  {aculeato),  gu~ 
jade  {acideata)  'pungolo  de'  buoi'  (cfr.  Riv.  di  fil.  ci.  I,  385  e 
seg.)  ^  Finalmente  noterò  ancora  che  le  forme  ipotetiche  di  taco, 
nico,  donde  il  G.  fa  venir  tango  e  ningo,  non  sono  punto  am- 
missibili, avendo  ciascuno  di  questi  due  verbi  per  fondamento 
una  radice  indo-europea,  terminata  da  gutturale  media:  stag, 
snigh. 

Pag.  518:  «Zapell.  Inciampo  o  ficcatoja.  Se  da  capere,  ausi- 
«liando  la  e  colla  sua  quiescente,  ferarao  ciapér,  mutammo  poi 
«insieme  il  eia  in  za,  come  in  zanza  e  zavata  per  ciaìicia  e 
«  ciabatta,  e  femmo  zapér,  donde  paragogicamente  uscirono  za- 
«plér,  inzaplér,  inzaplérs,  non  che  il  nostro  zapell,  quasi  cia- 
«  pello,  per  inciampo,  impigliamento,  prenditoja,  ecc.  »  Circa  la 
inammessibilità,  anche  solo  dal  lato  fonetico,  di  ciapoér  (chiap- 
pare) da  capere  e  la  sua  rispondenza  ad  un  organico  clapare, 
clappare,  vedasi  Ardi.  II,  5.  Per  le  stesse  ragioni  fonetiche  è 
impossibile  il  raddurre  zapell  non  solo  a  capere,  ma  anche  a 
ciapcer.  Come  la  fonetica  non  potrebbe  ammettere  nell'ambiente 
modenese  una  trasformazione  del  lat.  ca  in  eia  né  perciò  un 
ciapér  o  ciapcér  da  capere,  cosi  non  ammette  neppure  za  nato 


'  Al  bresciano  goj,  'pungolo'  che  nel  citato  luogo  della  Rivista  io  allegavo 
come  rarissimo  riflesso  popolare  d'aculeo,  non  dubito  d'aggiugnere  il  gen. 
sagugcju,  piem.  sauj^  'pungiglione  ad  ago  delle  vespe'  ecc.  e  nel  piem.  anche 
fig.  'lingua  mordace'  'lingua  serpentina',  nelle  quali  due  forme  di  nomi  mal 
saprei  dire,  se  il  s  vi  sia  per  mera  prostesi  (che  dinanzi  a  vocale  verrebbe  ad 
essere  assai  singolare),  od  abbia  altra  origine.  Il  genovese  ne  trasse  anche  il 
verbo  sagi'ujgà,  come  da  goj  il  bresciano  ha  gojà  (=  acuUarc\  pur  proprio 
del  bergamasco,  il  quale  é  probabile  che  possegga  anch'esso  il  nome  goj,  non 
registrato  però  ne'  vo'^abolarj  di  questo  dialetto. 


168  Flechia, 

da  eia,  se  questo  sia  già  esso  medesimo  una  risultanza  di  da, 
quale  appunto  sarebbe  in  ciapér  procedente  da  clapare  {clap- 
paré).  Quindi  impossibile  che  ciapo^r  passi  in  zapcér,  come  im- 
possibile che  il  mod.  ciamcér  {clamare)  passasse  mai  in  zamair, 
ciwva  {clave)  in  zceva.  Qualunque  pertanto  possa  essere  l'origine 
del  mod.  zapell,  la  critica  fonologica  ci  vieta,  già  per  cosi  dire, 
in  via  preliminare,  di  ripeterlo  da  parola  latina  che  cominci  da 
ca.  Poiché  il  G.  confronta  il  mod.  zanza,  zavata  col  tose,  cian- 
cia, ciabatta,  onde  la  formola:  'mod.  ^a  =  tose.  cia\  si  potrebbe 
inferire  che  il  mod,  zapell,  quando  avesse  riscontro  etimologico 
con  voci  toscane,  gli  dovesse  rispondere  ciapello  o  ad  ogni  modo 
qualche  vocabolo  fondato  sul  tema  ciap-.  Il  toscano  inciampo, 
equivalente  al  mod.  zapell,  è  manifestamente  voce  composta  di 
iwrciampjo,  la  quale  ultima  parte,  passata  a  forma  diminutiva 
analoga  al  mod.  zapell,  sarebbe  "ciampello.  Ora  a  questa  forma, 
in  quanto  il  tema  è  rinforzato  da  nasale,  risponderebbe  meglio 
il  regg.  e  boi,  zampell,  significante  lo  stesso  che  il  mod.  za- 
pell, cioè  inciampo.  Come  ognun  vede,  non  potendo  separarsi  il 
mod.  zapell  dal  boi.  e  regg.  zampell,  nò  questa  dal  toscano 
-ciampo  {in-ciampo),  noi  veniamo  qui  ad  avere  una  radice  o 
tema  comune,  la  cui  forma  più  semplice,  cioè  non  ancor  rin- 
forzata dalla  nasale,  è  rappresentata  dal  mod.  zap-éll  (ciap-). 
Le  forme  nasalizzate  stanno  alla  modenese  come  per  es.  vampo 
a  vapo{r),  Campidoglio  a  Capitolio,  strambo  a  strabo,  zem- 
bo^  a  gibbus,  lambrusca  a  labrusca,  tromba  a  *truba  da  tu- 
ba, ecc.,  nei  quali  esempj  tutti  abbiamo,  come  in  zamp-  e  ciamp-, 
la  nasale  inserta  dinanzi  a  labiale.  Da  ciampo  il  toscano  ebbe 
(oltre  l'arcaico  ciampare):  ciampicare ,  ciampicone  e  inciam- 
pare^ donde  il  nome  verbale  inciampo.  L'origine  poi  di  queste 
voci  pare  sia  da  ripetersi  dal  teutonico,  dove  noi  troviamo,  presso 
il  basso  tedesco,  la  parola  tappe  significante  'piede',  'zampa', 
'piota'  e  il  connessone  verbo  tedesco  zappeln,  'sgambettare',  'me- 
nare i  piedi'.  E  quasi  poi  superfluo  il  notare  che  anche  la  parola 
zampa  ha  la  stessa  origine  (cfr.  Diez,  Et.  io.,  II  435).  Quanto 


'  Il  Fanfani  registra  nel  suo  Voc.  it.  semhuto  {-  gibbuto),  tolto  dal  Ciriffo 
Calvaneo,  ma  noii  il  suo  primitivo  sembo,  vivo  così  in  alcune  parti  della  To- 
scana occidentale,  come  nella  Liguria. 


Postille  etimologiche.  169 

allo  svolgersi  de'  nuovi  significati  si  confrontino  con  impedire, 
im'pedimentum ,  gr.  rÀÌ-n,  -zly.bi,  tutti  dal  nome  significante 
piede.  Ne' dialetti  lombardi  e  nel  piemontese  zappai,  zapél,  sa- 
pél  vale  'chiudenda',  'valico  nelle  siepi',  'callaja'. 

Pag.  520:  «Zavata.  Ciabatta.  Si  legge  in  Pesto:  Clavata 
«  dicuntur  aut  vestiraenta  clavis  intexta  aut  calciamenta  clavis 
«  confixa.  Ora  il  clavus  o  clovus  diviene  chiovo  o  chiodo,  o  ciod 
«  0  ciold,  la  clavis  diviene  chiave  o  deva,  la  calzatura  clavata 
«divenne  dunque  ciavata,  e  per  quest'aspra  profferenza  che  fa 
«  dire  zira  e  zera  alla  cera  e  alla  ciera,  potè  riuscire  in  zavata 
«  a  significare  lo  zoccolo,  non  la  scarpa,  la  calzatura  rozza,  non 
«l'urbana,  e  quindi  la  disprezzata  e  fuor  d'uso.»  L'etimologia 
di  ciabatta  da  clavata,  già  messa  innanzi  da  Ottavio  Ferrari  e 
da  altri,  è  inammissibile,  come  quella  in  cui  troppo  flagrantemente 
sarebbero  violate  le  leggi  di  trasformazione.  Dato  un  latino  da- 
vata  ed  anche  ammesso  come  non  impossibile  il  raddoppiamento 
del  t  (civ.  pignatta  ^pineata),  noi  avremmo  ad  ogni  modo  do- 
vuto aspettarci,  p.  e.,  chiavatta  pel  toscano  ciabatta',  ciavata  pel 
mod.  zavata,  piera.  savata,  ecc.  Né  giovano  a  spiegare  queste 
alterazioni  gli  esempj  che  qui  si  citano;  perocché,  pure  ammesse 
come  indubitate  le  alterazioni  che  in  essi  esempj  si  allegano, 
noi  soggiungiamo:  ma  clavus  o  clovus,  se  nel  modenese  die- 
dero regolarmente  ciod  o  ciold  (cfr.  Ardi.,  II  334  e  seg.),  non 
avrebbero  però  mai  potuto  dare  né  zod  né  zold;  se  zira  e  zera 
presentano  risultanze  normali  dirimpetto  a  cera,  ciera,  non 
sarebbero  però  mai  potuti  venire  da  un  organico  *clera.  Bi- 
sogna persuadersi  che  i  fenomeni  fonetici  sono  sempre  gover- 
nati da  leggi  fisse  e  determinate,  e  la  violazione  di  dette  leggi 
è  sempre  grave  obbiezione  alle  identificazioni  etimologiche.  Ora 
di  tutte  le  forme  che  noi  troviamo  largamente  rappresentate  di 
questo  vocabolo  nella  famiglia  neo-latina  (sp.  zapata ,  zapato, 
port.  sapata,  sapato,  prov.  sabata,  fr.  savate,  it.  ciabatta,  ecc.) 
non  havvene  alcuna  che  possa  regolarmente  dedursi  da  cla- 
vata; quindi  assai  probabile  la  sua  origine  non  latina,  cioè  o 
dall'arabo  sabat,  nome  verbale  da  sabata,  calzare,  secondo 
Sousa  (cfr.  Diez,  Et.  w.,  I  125,  s.  ciabatta),  ovvero,  secondo 
Mahn  {Etijm.  unters.  XV),  dal  basco  zapata,  'scarpa',  zapatu, 
camminare,'  sapatcea,  'calpestare'. 

Archivio  (.''«"<>'■  ital,  III.  12 


170  Flechia, 

A  pag  521,  a  proposito  del  mod.  zemna,  'giumella',  che  molto 
appropriatamente  egli  confronta  con  gemina  manu  mentre  il 
toscano  giumella  viene  dalla  forma  diminutiva  di  gemina,  cioè 
da  gemella  manu  (circa  Yu  =  e  cfr.  p.  e.  piem.  fiìmela  =  femella), 
dopo  di  avere  osservato  che  i  Latini  chiamavano  gemellar,  o 
gemellarla^  una  maniera  di  vaso  che  conteneva  doppia  misura, 
soggiunge:  «Chi  sa  che  forse  l'antica  camelia  e  la  moderna 
gamella  non  siano  una  corruzione  di  gemellar  e  che  non  traesse 
il  nome  dal  servire  gemello  usu,  a  contenere  cioè  la  bevanda 
ed  il  cibo.  »  La  più  verisimile  etimologia  di  camelia  (donde  ga- 
mella), è  quella  che  fa  questo  nome  diminutivo  di  camera,  sic- 
ché da  camera,  'camerula,  *camerla,  camelia  come  p.  e.  da 
*puera,  *puerula,  *puerla,  puella.  La  foggia  superiore  del  vaso 
chiamato  camelia  potè  benissimo  avergli  fatto  dar  questo  nome. 
Ad  ogni  modo  la  connessione  accennata  dal  Galvani  tra  camelia 
e  gemellar  sarebbe  nel  campo  latino  già  fatta  inverosimile  da 
mere  cagioni  fonetiche;  perocché  gemellar,  insieme  con  gemel- 
lus,  geminus,  ha  nell'iniziale  una  consonante  originariamente 
media  e  molto  anticamente  palatina,  che  contra  ogni  analogia 
storica  si  sarebbe  fatta  tenue  e  gutturale  in  camelia. 

Pag.  522:  «Zerchér.  Cercare.  Noi  diciamo  zirca  o  zerca 
«  per  circa  o  intorno,  perciò  zerchér  viene  da  drenare  in  luogo 
«  di  circuire  per  circumire,  di  qui  zerca  per  gita,  intorno,  ecc.» 
Un  ipotetico  drenare  non  si  potrebbe  ammettere  se  non  come 
nato  da  un  altro  ipotetico  circus  della  quarta  declinazione,  quali, 
a  cagion  d'esempio,  cestuare  da  cestus,  tumultuare  da  tumula 
tus,  ecc.,  né  si  dà  nel  latino  analogia  di  verbo  composto  con 
ire  come  circuire,  né  d' altro  verbo  della  quarta  che  passi  alla 
prima  conjugazione,  come  farebbe  circuire  mutandosi  in  dr- 
enare. Del  resto  che  cercare,  mod.  zerchcér,  ecc.,  venga,  non 
da  drenare,  ma  sibbene  da  circare,  piuttosto  che,  come  per 
alcuni  s'è  creduto,  da  qncericare,  o,  con  anche  minor  verisi- 
miglianza,  da  quceritare,  viene  messo  fuor  d'ogni  dubbio  cosi 
dalla  realtà  di  esso  verbo  lat.  circare  in  senso  di  circuire,  già 
usato  da  scrittori  della  buona  latinità,  quali  Properzio,  Ti- 
bullo, ecc.  (v.  Porcellini,  Voc.  s.  circo),  come  pur  dalle  ragioni 
fonologiche.  Di  cercare  usato  nel  primitivo  suo  significato  di 
'circuire',  'andare  attorno',  'girare',  'perlustrare',  s' hanno  ancor 


Postille  etimologiche.  171 

molti  eserapj  negli  antichi  nostri  scrittori,  come  pur  nell'antico 
francese  e  spagnuolo  (cfr.  Diez,  Et.  io  ,  V  s.  v.)  '. 

Pag.  524:  «Zeppa.  Ceppo.  La  voce  hiceps,  iriceps,  prceceps, 
«non  che  ccepa,  ci  dichiarano  che  cep  e  ccepa  in  antico  va- 
«  levano  caput.  Da  tali  uscite  arcaiche  provengono  dunque  il 
«  ceppo  comune  e  la  zeppa  nostra  pel  capo  delle  radici.  »  La 
trasformazione  di  caput  in  -ceps  nelle  parole  composte  hiceps, 
iriceps,  pra?ceps,  come  pure  in  anceps,  è  dovuta  a  indeboli- 
mento e  sincope  di  vocali  che  sono  de'  fenomeni  più  noti  nella 
grammatica  storica  del  latino;  e  una  siffatta  trasformazione 
non  poteva  aver  luogo  in  tali  nomi,  se  non  nel  nominativo  sin- 
golare, dove  abbiamo  -ceps  = -caputa s,  mentre,  fuor  del  nomi- 
nativo sing.,  negli  altri  casi  caput  è  rappresentato  dalla  forma 
-cipit-  (p.  e.  hi-cipit-is).  Adunque  le  forme  che  prende  caput 
in  questi  composti  sono  del  tutto  accidentali  e  determinate  da 
mere  leggi  fonetiche.  È  quinii  del  tutto  assurdo  il  volere,  fon- 
dandosi su  questo  ceps  rispondente  a  -cipit  = -caputa s,  con  queste 
accidentali  forme  di  nomi  connettere  etimologicamente  coepa, 
che  sarebbe  come  chi  credesse  poter  dedurre  fcex,  fcucis  ,  dal 
verbo  facere,  perchè  la  sua  radice  fac  diventa  -fec-  in  car- 
nifex  {carni-fec-s).  L'italiano  ceppo,  col  femminile  moò..  zeppa, 
viene  regolarmente  dal  lat.  cippus.  La  parola  ceppo  ha,  come 
ognun  sa,  varj  significati,  alcuni  dei  quali  assai  strettamente 
connessi  col  cippus  cosi  della  buona,  come  della  media  ed  in- 


*  II  siciliano,  presentando  così  pel  verbo  come  pel  nome,  un' e  nella  sillaba 
tonica  e  non,  come  sarebbe  da  aspettarsi  in  questo  dialetto,  un  i,  onde  p.  e. 
cerca,  cercanu,  non  circa,  circanu,  fa  sospettare  se  esso  non  abbia  veramente 
il  suo  circari  da  qncericare;  e  questa  e  tonica  del  siciliano  parrebbe  essere 
tanto  più  calzante  per  questa  derivazione  in  quanto  trova  un' e  chiusa  nel- 
l'italiano: cerca  non  cerca  (cfr.  Ascoli,  Ardi.,  II  146,  398).  Lo  Spano 
nel  suo  Voc.  sarà,  sotto  chirca,  chircari  rimanda  anche  a  quircu,  quircare' 
ma  questo  verbo  poi  a  suo  luogo  non  ò  registrato;  e  nella  parte  italiano- 
sarda  del  vocabolario  cerca  e  cercare  non  son  tradotti  se  non  con  chirca, 
chircari.  Si  potrebbe  quindi  anche  credere  che  le  forme  quirca,  quircare,  le 
quali  per  la  qualità  della  gutturale  accennerebbero  a  qucericare,  possano 
essere  mere  fiuzioni  letterarie  affine  di  accostarle  ad  un  ipotetico  qucericare. 
Superfluo  il  notare  che  qui  da  una  parte  l'i  per  e  tonica  in  posizione  non 
farebbe  contro  qucericare  (cfr.  hiccu  =  becco,  ispigru  -  spedo)  e  dall'altra  la 
gutturale  di  chirca,  chircare  non  ajuterebbe  punto  l'etimologia  di  qucericare 
(cfr.  p.  e.  chircu,  cerchio,  e  .'V.scoli,  Ardi.,  II   143  e  seg.). 


172  Flechia, 

fìma  latinità;  gli  archeologi  poi  usano  cippo  con  forma  imme- 
diatamente tolta  al  latino. 

Pag.  524:  «Zezla.  Giuggiola.  Da  sugere  usci  fuori  la  forma 
«  epentetica  (sic)  sugicare,  donde  la  contratta  neo-latina  suc- 
«  dare.  Nella  sdolcinata  e  carezzevole  lingua  delle  nudrici,  cosi 
«nostre  come  d'oltrapennino,  la  mammella  non  si  disse  succia, 
«  ma  ciccia  e  zizza,  per  cui  zizzare  valse  suggerc  o  succhiare, 
«  ed  il  capezzolo  fu  detto  cicciolo  o  zizzolo,  e  più  infrantamente 
«  zezzolo  e  da  noi  zizlen,  quasi  succinolo  o  succhiolino.  Dalla 
«  sua  forma  chiamammo  noi  dunque  zezla  la  giuggiola  per 
«dirla  zezzola  o  mela  zezzola,  cioè  tale  da  render  pronta 
«  figura  di  zezzolo  o  di  capezzolo.  —  Nello  stesso  linguaggio 
«baliesco  anche  ciccia,  per  carne,  si  dice  zezza  e  zizzena.» 
Il  Galvani  non  ha  avvertito  come  il  mod.  zezla  'giuggiola' 
si  pronunzi  con  z  dolce  {ds),  mentre  in  tutte  le  altre  voci 
qui  confrontate  lo  ^  è  gagliardo  {ts)\  il  che  già  basterebbe 
di  per  sé  solo,  per  chi  sappia  il  valore  di  questi  differenzia- 
menti fonetici,  a  far  dubitare  della  loro  identità  etimologica. 
Tra  zezla  {*gigla),  'giuggiola'  e  zizza  [ciccia)  abbiamo  quella 
stessa  diversità  che  è  tra  7nezzo  {medio),  e  ìnezzo  [mitio,  mitis), 
stramaturo.  Adunque  il  mod.  zezla  non  è  altro  che  una  delle 
tante  forme  prese  dal  latino  jujuba,  variamente  rappresentato 
dal  nap.  Jo/^ma,  joima,jojela,  tose,  giuggiola  e  anche  zizzola, 
roraagn.  zezula,  ven.  bresc.  zizola,  ferr.  zizula,  boi.  regg.  zi- 
zla,  parm.  zuzla,  gen.  zizzua,  ecc.,  e,  con  epentesi  di  n,  um- 
brico  e  roman.  genzola,  tir.  e  ver.  zinzola ,  sard.  zinzula, 
sic.  'nzinzula,  eco.,  lasciando  stare  alcune  forme  derivate  cosi 
lombarde  come  pedemontane,  le  quali  accennano  comunque  ad 
un'origine  verisimilmente  identica.  Le  forme  più  regolari  dei 
nomi  volgari  procedenti  dal  latino  jujuba  sarebbero  state  jo~ 
jova,  giuggiova,  zuzzova,  zizzova,  ecc.;  ma  qui  un  l  per  v 
non  ha  nulla  di  singolare,  per  chi  sappia  che  nottola  sta  per 
nottova  [noctua),  che  il  nap.  ha  vedola  per  vedova,  'mperpetolo 
per  ^mperpetovo  {in  perpetuum),  l'ant.  pisano  cigolo  per  cigovo 
{exiguus)  (cfr.  inoltre  Ardi,,  II  10,  n.  I).  Quanto  al  m  =  v{b) 
del  nap.  jojema  cfr.,  p.  e  ,  Giacomo  per  Jacovo,  Jacobo  {Jacob). 

Secondo  Plinio  il  giuggiolo  fu  introdotto  dalla  Siria  in  Italia 
da  un  certo  Papiniano  ai  tempi  d'Augusto,  e  quantunque  il  nomo 


Postille  etimologiche.  lf3I 

jujuha  non  ci  sia  attestato  da  scrittori  della  buona  latinità, 
noi  dobbiamo  tuttavia  considerarlo  come  di  forma  più  organica 
e  quindi  più  antica  che  non  è  il  greco  ^i^uipov  (lat.  zizyphum), 
che  sta  secondo  ogni  verisimiglianza  per  jfj'J9ov  (cfr.  Benfey, 
Griech.  vmrz.,  I  686;  Curtius,  Gr.  et.,  II  196),  e  questo  alte- 
ratosi probabilmente  per  dissimilazione  da  jjj'j'pov.  Il  neo-greco 
ha,  come  vari  dialetti  italiani,  sostituito  all'antica  forma  Tepen- 
tetico  ^ivì^i9ov. 

A  pag.  527,  a  proposito  del  mod.  zohhia  [giovedì)  confrontato 
con  jovia  dies,  reca  ad  esempio  di  v  cambiato  in  ì),  hoce,  boto,  ecc., 
per  voce,  voto.  Sarebbero  stati  più  conformi  alla  retta  dimo- 
strazione di  questo  fenomeno  gli  esempj,  verbigrazia,  di  trebbio 
da  trivium,  bebhio  da  bivium,  allebbiare  da  alleviare,  ecc., 
nelle  quali  voci  tutte  il  v  che  passa  in  &  è  in  una  posizione 
condizionata,  al  tutto  analoga  a  quella  di  v  in  jovia. 

A  pag.  528  dice  il  G.  che  il  modenese  da  jugum  ha  fatto 
zov  non  zogh,  per  evitare  l'equivocazione  che  ne  sarebbe  ve- 
nuta con  zogh  nato  da  jociis.  Credo  che  le  ragioni  di  questo 
differenziamento  siano  meramente  fonetiche.  In  fatti  molti  altri 
dialetti,  nei  quali  qualora  si  fosse  conservato  il  g  di  jugum 
come  gutturale,  non  sarebbe  potuta  nascere  equivocazione,  cam- 
biarono ciò  non  di  meno  la  detta  gutturale  in  v  o  f  oà  anche 
la  gettarono,  quindi  p,  e.  mil.  e  piem.  gov  {= jugum),  gOg  (jocus), 
bresc.  zof,  zuc,  boi.  zo,  iug,  parm.  zov,  zóg,  ecc.  Notisi  inoltre 
come  il  ferrarese  dice  zòv  per  giogo,  ma  anche  zòg  con  o  chiusa 
tanto  per  giogo  quanto  per  gioco,  senza  badare  se  ciò  dia  luogo 
ad  equivoco  (cfr.  p.  131).  Dunque  se  il  mod.  à^  jugum  ha  fatto 
zov,  da  jocus  zog,  ciò  viene  dal  fatto  che  due  prototipi  latini, 
materialmente  diversi,  venivano  anche  assai  naturalmente  nelle 
loro  trasformazioni  a  dar  risultanze  finali  rispettivamente  di- 
verse; e  ciò  in  conformità  delle  leggi  d'evoluzione,  specialmente 
proprie  di  ciascun  dialetto.  La  possibile  equivocazione  né  impe- 
disce né  determina  mai  l'adempimento  di  una  legge  fonetica,  e 
potrebbe  solo  influire  sull'uso  d'una  piuttostochè  d'altra  tra 
più  forme  esistenti,  come  per  es.,  tra  giustizia,  giustezza,  spe- 
ione,  sprone,  ecc. 

Ingegnosa  e  verisimile  la  derivazione  che  il  G.  fa  a  p.  528 
del  modenese  zidoér,  allacciare,  dal   lat.   acia,   'accia',  donde 


174  Flecbia, 

un  verbo  aciare,  che  derivato  in  adulare,  o  piuttosto  aciolare, 
dà  naturalmente  e  regolarmente  per  via  d'aferesi  il  mod.  zu~ 
Icer;  sicché  propriamente  cotesto  verbo  significherebbe  'legare 
con  accia'.  Questa  derivazione  verbale  da  accia  verrebbe  anche 
a  ricever  conferma  dal  nap.  rinacciare  {rc-in-acìarc),  'riraen- 
dare',  rinacce,  'rimendatura',  cioè  'ricucire  con  accia',  'ricucitura 
fatta  con  accia'  (cfr.  Mussafia,  Bcitr.  31,  s.  azolar)\  Non  del 
pari  verisimile  crederei  la  medesima  origine  A'acia  che  il  Gal- 
vani vorrebbe  pure  attribuire  a  lazcér,  alazcér  (allacciare), 
slazcér,  deslazcér  (slacciare),  connettendoli  con  un  laza  nato 
da  acia,  mediante  prefissione  di  l,  quale  avrebbe  per  es.  luogo 
in  languria  da  anguria.  Mi  par  troppo  chiaro  che  le  suddette 
forme  insieme  col  tose,  tacciare,  allacciare,  slacciare,  dislac- 
ciare si  connettano  con  laccio  {=  laqueus),  mod.  laz  e  se  n'ha 
quindi  un  verbo  che  risponde  materialmente  al  lat.  laqueare. 
Questo  verbo  cominciò  dal  significare  legar  con  laccio,  poi  le- 
gare in  genere,  e  ciò  per  quel  trapasso  dalle  nozioni  speciali 
alle  generali,  così  frequente  nella  fortuna  delle  parole. 

A  pag.  540  dalla  forma  sequel  (secolo),  propria  de'  contadini 
modenesi,  argomenta  che  seculum  era  quanto  sequiculum  e 
perciò  veniva  da  sequor  e  valeva  sequela.  Non  intendo  punto 
d'oppugnare  la  connessione  etimologica  che  possa  avere  seculum 
con  sequor,  nonostantechè  la  pili  genuina  ed  autentica  orto- 
grafia scBCulum  distaccherebbe  perentoriamente  questo  nome 
cosi  da  sequi  come  da  secare,  con  cui  solevano  connettere  que- 
sto verbo  gli  etimologisti  (Corssen,  Ausspr.,  V  377;  Beitr.  z. 
it.  spr.,  24  seg.);  ma  voglio  solo  osservare  che  una  tale  etimo- 
logia non  può  trarre  nessun  valore  dalla  pronunzia  sequel  piut- 
tosto che  sechel  o  secol;  giacche  è  una  specialità  dei  dialetti 
emiliani  l'impinguamento  della  gutturale  quale  si  ha  in  sequel 
da  seculum,  come  si  può  veder,  p.  e.,  nel  boi.  bliquel  =  umbili- 
culus ,  miraquel  =  miraculum ,  sfundraquel  =  exfundaculum, 
spettaquel  =  spectaculum,  tabernaquel  =  tabernaculum,  ecc.  Un 
tale  impinguamento  ha  pur  luogo  in  ordine  alla  gutturale  me- 
dia, sia  che  questa  proceda  dalla  tenue,  come  p.  e.,  in  priguel 


'  Vedi  però  il  D'Ovidio  (Arc/i.,  IV  157),  che  nel   campobassano  renacce, 
'rimendatura',  vede  erinaceus,  quasi  parte  'ruvida',  'arricciata'. 


Postille  etimologiche.  175 

=  pericuhim,  sia  che  essa  si  trovi  già  originariamente  tale,  come 
p.  e.,  in  reiguel  =  reguhan,  trianguel  =  triangulum,  mod.  in- 
guanguel,  che  lo  stesso  Galvani  fa  venire  da  un  organico 
ingangolo  (p.  307).  Adunque  la  forma  sequel  sarebbesi  prodotta, 
nella  pronunzia  del  contado  modenese,  quand'anche  secuhim, 
in  cambio  di  venire  da  sequi,  procedesse,  per  un  supposto,  da 
secare,  a  quella  stessa  guisa  che,  per  es.,  miraquel  viene  da 
miraculum  e  non  da  miraquulum. 

Convengo  del  tutto  col  Galvani  (p.  541),  che  inghirola  (be- 
verino delle  stia)  non  possa  essere  altro  che  aqiiariola  'acqua- 
juola';  ma  non  credo  che  neppur  per  ipotesi  si  deva  mai  pensare 
ad  un  lat.  mgerula  od  inger ionia,  donde  al  modenese  non 
sarebbero  potuti  venire  se  non  inzerla  od  inzercia,  passanti 
per  le  forme  sincopate  d' ingerla  od  ingercla. 

A  pag.  547-49,  dopo  toccato  di  varie  etimologie  poco  proba- 
bili, già  da  altri  messe  innanzi,  di  magnano  (presso  i  Toscani 
'chiavajuolo',  ma  nei  dialetti  dell'Italia  superiore  'calderajo'),  ne 
propone  alcune  sue  non  meno  problematiche.  Siccome  non  fa 
cenno  di  quella  del  Diez  che  sarebbe  pure  al  parer  mio  la  più 
verisimile,  non  sarà  fuor  di  proposito  ch'io  ne  citi  le  precise 
parole:  «  Spagn.  rnana  (magna),  port.  manha,  basco  maina, 
'arte',  'artifizio',  'astuzia'.  Si  dice  venire  da  manus,  ma  come? 
Assai  più  regolare  sarebbe  la  sua  derivazione  da  machina, 
mach'na,  'stratagemma',  'astuzia'.  Quindi  anche  l'inesplicabile  it. 
magnano  (cat.  manyà,  dial.  fr.  magnan,  magnier,  vali,  perfino 
mignon),  'chiavajuolo',  propriamente  'artefice'  {Et.  ìo.,  IF152).» 
Magna  (sp.  ìiiana,  port.  manha)  nato  da  mach'na,  sincope  di 
machina,  è  regolare  per  lo  spagnuolo;  dovechè  la  forma  popo- 
lare del  latino  machina  in  Italia  è  macina,  colle  varie  forme 
dialettiche  macena,  masena,  masna,  ecc.  Adunque  magnano 
(piem.  e  gen.  magnino)  sarebbe  una  voce  introdottasi  in  Italia 
dai  dialetti  dell'Europa  occidentale,  il  che  si  renderebbe  anche 
più  verisimile  pel  non  trovarsi  punto  nell'Italia  meridionale,  cioè 
né  nel  napolitano,  né  nel  siciliano.  La  parola  magnano  avrebbe 
pertanto  significato  in  origine  'l'uomo  dalle  macchine',  'l'uomo 
dagli  ingegni,  dagli  stratagemmi,  dai  ferruzzi',  'artefice',  'fabbro', 
quindi  con  significato  più  speciale  'chiavajuolo',  'fabbro  ferrajo', 
'calderajo',  'pajolajo',  'ramiere',  ecc.;  che  tutti  questi  varj  sensi 


17G  Flecliia,  Postille  etimologiche. 

si  trova  avere  magnano,  cosi  nell'  uso  de'  nostri  volgari  come 
in  quelli  d'oltreraonti.  Noterò  ancora,  come  il  nome  magnano 
significhi  eziandio  presso  alcuni  dialetti,  come  per  es.  nel  mila- 
nese, 'furbo',  e  in  Toscana  corre  un  proverbio  che  dice:  «  avere 
più  segreti  che  un  magnano  »,  nel  che  è  forse  ancora  un  avanzo 
del  significato  primitivo. 


Agli  amici  dell'Archivio. 

Profitto  di  questo  po'  di  bianco,  per  dare  agli  amici  doWArchivio  qualche' 
risposta  e  qualche  annunzio. 

Insieme  con  la  presente  puntata,  si  pubblica  pur  l'ultima  del  quarto  vo- 
lume; e  sono  pressoché  pronti  i  pochi  fogli  che  mancano  a  compire  il  terzo. 

Mentre  cosi  si  chiudono  i  primi  quattro  volumi  deìV Archivio,  se  ne  aprono 
simultaneamente  altri  quattro.  II  quinto  e  il  sesto  son  dedicati  al  Codice 
Irlandese  dell'Ambrosiana;  e  insieme  coi  presenti  fogli,  esce  anche  la  prima 
dispensa  del  quinto.  Il  settimo  e  l'ottavo  avranno  poi  la  bellissima  fortuna 
d'essere  per  gran  parte  occupati  da  lavori  di  Giovanni  Flechia;  tra  i  quali 
ra'è  lecito  annunziare  sin  d'ora:  le  illustrazioni  delle  antiche  rime  geno- 
vesi, pubblicatesi  nel  secondo  volume  (e  non  potute  illustrarsi  dal  dott.  La- 
gomaggiore,  com'egli  avrebbe  voluto  e  saputo,  per  gravi  ragioni  che  ne  lo 
hanno  distratto),  e  un  largo  studio  sullo  origini  dei  cognomi  italiani. 

G.  I.  A. 


CnONtCA  DBLl  IMPJEBAnOBI. 

ANTICO    TESTO  VENEZIANO, 

©RA    PRIMAMENTE    PUBBLICATO 

DA 

A.  CERUTI. 


AVVERTIMENTO    DELL'  EDITORE. 

Uo  codice  cartaceo  del  sec.  XV,  conservato  nell'Ambrosiana  (H.  31.  Inf.), 
il  cui  titolo  leggesi  nell'ultime  tre  linee  che  servono  di  chiusa,  contiene  una 
storia  sommaria  d'imperatori  d'Occidente  da  Ottaviano  Augusto  sino  alla 
morte  di  Luigi  IX  re  di  Francia,  avvenuta  nel  1270  in  seguito  all'esito  in- 
felicissimo della  sua  seconda  Crociata.  L'ignoto  autore,  ponendo  fine  alla 
sua  narrazione,  volle  anche  ricordarci  d'averla  compiuta  nel  gennaio  dell' a. 
1301.  Il  codice,  posteriore  di  forse  un  secolo  e  mezzo,  ricorda  questa  data, 
avendovela  materialmente  trascritta  l'amanuense,  pure  anonimo,  sul  suo 
esemplare,  se  per  avventura  non  dall'originale  medesimo,  da  altre  copie  forse 
di  poco  ad  esso  posteriore;  stile  non  raro  nei  copisti.  Per  questa  apparente 
menzogna  dell'apografo  non  è  però  a  negarsi,  che  l'autore  primitivo  di  que- 
sta Cronaca  l'abbia  veramente  compilata  sul  finire  del  mille  dugento,  o  ap- 
punto nell'anno  da  lui  segnato,  se  si  pon  mente  all'epoca  dei  fatti  e  de' per- 
sonaggi, che  ultimi  compaiono  nella  sua  narrazione,  oltre  la  quale  il  Cronista 
non  protrasse  forse  di  molto  i  suoi  giorni,  essendosi  egli  prefisso  un  limite 
al  racconto,  cui  dichiara  di  lasciar  completo  e  finito.  Ei  ne  tace  il  suo  nome, 
ma  il  linguaggio  da  lui  adoperato  ci  riporta  a  Venezia,  quantunque  in  nes- 
suna frase  o  parola  della  Cronaca  siavi  alcun  cenno  della  patria  o  dell'es- 
sere suo. 

La  compilazione  originale  del  racconto  è  quindi  anteriore  di  più  d'una 
decina  d'anni  al  libro  in  volgare  veneziano,  dedicato  a  Clarino  Badoero  duca 
di  Creta,  de  Regimine  Eectoris,  ossia  del  governo  della  famiglia  e  della 
cosa  pubblica,  scritto  nel  biennio  fra  il  1313  e  il  1315  da  frate  Paolo  mino- 
rità, autore  ben  noto  ai  filologi. 

Il  Codice  cartaceo  in  f."  si  compone  di  pag.  10  a  doppia  colonna  di  linee 
34  ciascuna,  di  scrittura  quadrata,  comune  sin  quasi  a  tutto  il  sec,  XV;  e 


178  Ceruti, 

ad  onta  delle  non  poche  mende  che  vi  s'incontrano,  non  può  senza  ingiustizia 
annoverarsi  fra  i  meno  corretti.  V'hanno  qua  e  là  alcuni  radi  ritocchi  di 
mano  quasi  contemporanea,  intesi  or  a  correggere  un'errore  sfuggito  dalla 
penna  del  copista,  ora  ad  ammodernare  nella  forma  qualche  parola.  Una 
grave  corrosione  di  data  antica  guastò  nella  parte  superiore  del  margine  le 
prime  sei  o  sette  linee  della  colonna  esterna  degli  ultimi  sette  fogli  ;  è  quindi 
impossibile,  in  mancanza  d'altri  esemplari,  riparare  alle  lacune  derivate  da 
quel  guasto,  senza  ricorrere  a  sostituzioni  arbitrarie;  né  io  mi  attentai  di 
farlo,  essendomi   proposto  di  riprodurre  il  dettato  colla  maggior  diligenza  e 


Essendo  questa  Cronaca,  più  che  un  brano  di  storia,  un  monumento  filo- 
logico, non  credetti  necessario  seguirne  l'autore  nella  descrizione  delle  vi- 
cende da  lui  narrate,  verificarle  o  correggerne  le  molte  inesattezze. 

A.  C. 


1"  Di'ieJo  la  natività  del  nostro  segnor  Yhesu  Cristo,  Ottavian  au- 
gusto impera  anni  xiv.  Questo  de  generacion  roman  nassudo  de  pare 
che  ave  nome  ottavian  senador,  e  la  generacion  de  la  mare  descendi 
da  Enea,  e  fo  nievo  de  lulio  Cesaro,  e  per  adotioa  el  fo  fyo.  Tuto-1 
mondo  el  redusse  in  una  monarchia,  zoe  in  uno  volere,  ne  homo  de 
tanto  prexio  fo  senza  vicii,  che-1  serviva  ala  libidine,  zoe  ala  vo- 
lontà carnai,  e  intra  xii  caraare  e  altre  tante  donzelle  elio  soleva 
zasere;  e  vezando  li  povuli  de  roma  questa  esser  de  tanta  belleza, 
che  nessun  in  li  otchi  soi  elo  podeva  guardare,  e  de  tanta  prosperità 
e  paxe,  che  tuto-1  mondo  el  se  fé  tributario,  zoe  che  tuti  li  rendeva 
tributo,  e-li  romani  li  disse:  nu  te  volgiemo  adorare,  imperzo  che  dio 

p  e|in  ti,  e  si  questo  non  fosse,  non  te  andareve  tute  chosse  prospere; 
el  qual  questo  refuando,  lu  domanda  induxia  e  aspetto,  e  chiama  si- 
billa tyburtina  savia  che  vegnisse  a  lui,  a  li  quali  el  disse  quello 
che  li  senadori  li  avea  dito,  la  qual  daraanda  spatio  di  tre  di,  in  la 
quali  ella  fé  streto  zezuno.  E  driedo  lo  terzo  di  la  repuose  al  irape- 
rador  in  questo  muodo:  segno  de  zudisio,  la  terra  comenzera  a  ba- 
gnarse  da  sudor;  de  cielo  vegnera  el  re  che  vegnera  per  li  siegoli,  e 
le  altre  cosse  che  segue.  E  incontinente  averto  fo  el  cielo,  e  tropo 
gran  splendor  descese  sovra  da  elio,  et  elio  vete  una  bellitissima 
verzene  stagando  sovra  un  altare,  e  tegnando  un  fantolin  in  le  soe 


'Cronica  deli  Imperadori'.  179 

braze.  Elio  tropo  se  meravelgiava,  e  aldi  una  voxe  digando:  Questo 
altare  e  del  fylglol  de  dio;  el  qual  incontinente  zetandose  a  terra 
lo  adora;  la  qual  vision  con  zo  fosse  che  lu  1-avesse  recitada  e  dita 
ali  senadori,  elli  se  meravelgiava  molto.  Questa  vision  fo  in  la  ca- 
mera de  Ottavian  imperador,  do-e  mo  la  chiesia  deli  frar  menor,  la 
qual  ven  dita  la  chiesia  de  santa  maria  celi. 

Gonzo  fosse  chossa  che  Ottavion  retornando  venzedor  de  oriente 
fosse  intrado  in  roma  con  tre  vitorie,  in  quella  fiada  inprimajau-  2» 
gusto  da  li  romani  el  fo  salutado,  imperzo  che  la  chossa  publica, 
zoe  li  beni  del  comun  lo  aveva  cressudi.  Questo  vense  per  batalgie 
quelli  de  dacia  e  molto  gran  zente  di  Germani  el  sconfisse,  in  la 
qual  bathalgia  xl  milia  Germani  el  mena  con  sie,  e  sovra  la  riva 
del  reno  in  franza  li  luoga.  Nessun  in  batalgia  fo  più  ingraciado  de 
lui  XLiv  anni,  inli  quali  solo  el  resse  1-iraperio;  civilissimamente 
el  vive  li  XII,  e  li  altri  anni  el  regna  chon  anthonio.  Questo  molto 
se  alegra  quando  lu  avea  trovada  la  cita  lateriza,  e  quando  lu  avea 
bandonada  la  citade  marmoregna  e  ornada  de  molto  grande  belleza. 

In  li  anni  de  quello  del  xxv"  Virgilio  mori  a  brandizo,  elle  osse 
de  quello  fo  portade  a  napoli.  In  I-anno  de  quello  xxxv  Oratio  poeta 
mori  a  roma.  In  lo  tempo  de  Ottavian  era  una  thaverna  de  gran 
fama  de  za  del  thevro,  la  qual  imperzo  vegniva  dita  meritoria,  che- 
li chavalieri  degni,  quello  che  per  li  soi  soldi  li  avea  mei'itado,  so- 
lazando  eli  spendeva,  dela  qual  in  lo  di  de  la  natività  del  segnor 
una  fontana  d-oio  rompe  a  honor  de  la  beata  maria  verzine;  con- 
struta  fo  li  una  ]  chiesia  del  beato  calixto  primo.  Morto  e  Ottavian  2* 
augusto  in  I-anno  dela  vita  soa  lxxvii  a[iresso  arella  cita  de  Cam- 
pagna, e  fo  sepelido  in  campo  marzo. 

Inlo  tempo  de  Ottavian  computado  fo  el  numero  deli  citadini  de 
roma  lxxxx  fia  ccc  milia  et  lxxx  milia. 

Inl-anno  del  segnor  xiv  Tyberio  segnoreza  anni  xviii,  in  fine  al 
anno  in  lo  qual  passionado  fo  el  nostro  segnor  yhesu  cristo,  e  driedo 
la  passion  de  quello  anni  v.  Questo  fo  fiastro  de  Ottavian  e  zenere 
e  etiam  fjo  per  adocion,  zoe  fyo  per  amor,  e  fo  asai  venturado  e 
savio  in  arme;  in  lo  qual  era  molta  sciencia  de  lettere.  In  lo  parlare 
lu  era  molto  chiaro,  ma  de  inzigno  pessimo  e  insidioso,  infenzandose 
de  volere  quello  che  non  voleva.  Questo  in  li  xxiii  anni  del  so  im- 
perio, de  la  etade  de  lxxxyiii  anni,  chon  gran  furor  quelli  che  era 
senza  colpa  e  non  nosevol  insiembremente  cheli  stranii  elio  li  puniva, 
e  chon  allegreza  de  tuti  el  mori  in  Campagna.  Questo,  segondo  che 
diseva  losefo,  in  tuti  li  suoi  fati  lu  era  moroso,  onde  quando  elio 
faxeva  procuradori  in  le  provincie,  a  pena  che  mai  elio  li  mudasse. 


180  Ceruti, 

3"  In  lo  te|rapo  de  questo,  Ovidio  poeta  mori,  in  bando  siando,  e  poncio 
pylata  da  tyberio  fo  mandado  procurador  in  iudea,  el  qual  el  may- 
stro  dele  ystorie  afferma  esser  nassudo  in  la  cita  de  lyon.  In  questo 
luogo  mete  losepho,  che  fo  spianador  dele  ystorie  deli  zudei,  di- 
mando de  cristo  laldevol  testimonianza:  el  fo  a  questi  tempi  savia 
homo,  che  lu  era  fator  dele  maravelgiose  ovre  e  dotore,  e  molti 
che  vegniva  a  elio  e  molti  deli  zudei  elo  amaistra.  Cristo  questo 
era;  e  ploxor  altre  chosse  de  la  soa  passion  e  resurroccion  el  disse. 
Driedo  la  passion  del  segnor,  el  dito  iraperador  Tyberio  impara 
anni  v;  poncio  pylato  per  molte  accusation  contra  quello  fate  da 
Tyberio  fo  mandado  in  bando  a  vienna  in  bergogna,  e  per  molte  pene 
le  qual  li  lu  sostene,  si  medesmo  se  alcise  chola  soa  propria  man. 
Erodes,  el  qual  aveva  morto  Zuanne  batista,  e  soto  qual  fo  passio- 
nado  cristo,  con  Erodiada  soa  molgier  apresso  vienna  fo  mandado 
in  bando,  e  li   miseramente  mori. 

Inl-anno  del  segnor  xxxvii  Gayo,  el  qual  galicula  vegniva  dito, 
segnoreza  anni  tre,  mesi  x,  di  viii.  Questo  malissimo  homo  fo,  con 
doi  suo   sorori  el  zase  carnalmente,  e  una   fya  de  una   de  quelle  el 

37,  coignosce  del  peccado,  e  fo  nievo  de  tyberio  cesaro.  Jeronimo  sovra 
el  matheo  dissi  che  del  gayo  cesaro  primo  tuti  li  romani  re  Ciesari 
ven  diti.  Questo  Gayo  conzo  fosse  chossa  che  contra  tuti  elio  sma- 
niasse, con  gran  avaricia  e  libidine  e  eciam  dio  crudelitade,  a  roma 
in  lo  palazo  el  fo  morto. 

In  li  anni  del  segnor  xlii  Claudio  impara  anni  xiv,  mesi  vii,  di 
XXVIII.  Questo  fo  frar  de  pare  (de)  Galicola.  Questo  a  quelli  de  Britagna 
fé  batalgia,  e  eciaradio  algune  ysole  ultra  Britagna  messo  in  lo  Oc- 
ceano  alo  romano  imperio  el  suiuga,  le  quale  ven  dita  archades. 
Questo  molto  era  civile,  e  vive  anni  xliii,  e  driedo  la  morte  fo  con- 
segrado  e  divo  fo  appellado.  Questo  de  nessuna  memoria  fo,  e  morte 
soa  molgier,  puocho  driedo  zugando  in  lo  triclinio,  el  demanda  per- 
che la  dona  non  vegniva.  De  cibo  e  de  vino  in  ogni  tempo  e  luogho 
lu  era  disordinado,  e  impensa  de  fare  statuti  e  leze,  que  guederdon 
elio  dovesse  dare  a  quelli  che  daesse  flado  e  strepido  de  ventre  in 
convivio,  con  zo  fosse  chossa  che  per  continentia  e  per  vergogna  elio 
avesse  trovado  che   un  fosse  perigulado;  e  una,  la  qual    ave  nome 

4«  messalina,  e  si  chomo] scrive  zovenale,  la  fo  de  tanta  luxuria,  che  in 
li  bordelli  in  prima  secretamente  andava,  e  poi  publicamente  a  tuti 
se  exponeva,  e  cosi  non  saciada  ma  inlassada  partandose,  le  nobele 
femene  a  questa  medesma  chossa  si  traheva.  Questo  conzo  fosse 
chossa  che-I  manchasse,  Britanico  so  fyo  per  conscio  dela  moier 
fazando  senza  parte  del  roman  imperio,  Neron  marido  de  soa  fya  lo- 


'Cronica  deli  Imperadori'.  181 

designa  e  fé  imperador,  e  chossi  el  zenere  in  ordeno  ande  inanti  al 
fjo.  In  lo  tempo  de  questo  Claudio,  piero  apostolo  vene  a  roma,  e 
li  Kxv  anni  el  resse  la  chiesia,  e  predicando  la  fede  salutevole,  et  de 
potentissime  vertude  quella  lo  aprova.  In  questi  tempi  uno  oxello 
che  ave  nome  feuix,  aparse  in  Egypto,  la  qual  avanti  vi  anni  era 
aparso  in  Arabia;  lo  qual  oxel  vive  infine  cinque  cento  anni,  si 
chomo  ven  dito,  e  poi  si  raedesmo  ardandose  in  lo  nido,  si  renasci; 
e  questo  oxello  e  a  modo  de  agoya  grande,  abiando  una  cresta  in 
cavo  e  circha  el  collo  cholor  d-oro,  exceto  la  coda,  lo  splendor  del 
quale  si  chomo  rosa  e  ceruleo,  segondo  che  ven  scrito. 

In  li  anni  del  segnor  lvi  Neron  impara  anni  xiii,  mesi  vii,  di  xxx. 
Questo  lo  romano  im|perio  deforma  e  smenema;  el  piscava  chon  rede  4^ 
d-oro,  le  quale  con  fune  de  seda  vegniva  deseese.  Infinita  parto  del 
senado  elio  alcise,  ali  boni  horaini  lu  fo  inimigho.  Citaretico  habito 
o  ver  tragico  lo  usa;  molti  horaicidii  el  cernesse,  li  frar,  la  molgier, 
la  mare,  el  raaistro  lo  alcise,  la  cita  de  roma  la  arse,  ali  christiani 
lu  de  la  prima  persecucion,  e  per  queste  chosse  dali  romani  tuti 
abandonado  insembremente,  e  del  senado  el  fo  zudigado  si  chomo  ini- 
migo.  In  lo  tempo  de  questo  in  I-anno  vi  lachomo  frar  del  segnor, 
el  qual  da  tuti  vegniva  appellado  insto,  deli  zudei  in  prima  fo  la- 
pidado,  e  poi  chon  una  pertegha  li  fo  rotti  li  cervelli  e  mori;  e  Se- 
neca de  Cordubia  pare  de  lucan  poeta  commandador  de  Neron,  de 
vita  e  de  sciencia  preclaro,  per  salassadura  de  vena  per  caxon  de 
vencno  de  commandamento  de  Neron  si  mori.  In  questo  tempo  ludea 
alli  romani  se  fé  rebella,  e  da  Neron  vespaxian  fo  mandado  contra 
quel.  Neron  etiam  dio  a  tute  li  suoi  malitie  azonse  che-li  santi  de  dio 
piero  e  poli  fosse  morto;  e  conzo  fosse  cessa  perche  lu  aveva  fatto 
ardere  parto  de  roma,  e  per  altri  soi  malifitii  el  fosse  cerchado  per 
darighi  pena,  elio  fuzi  fuora  del  palazo,|e  in  lo  borgho,  el  qual  era  5*. 
intro  salaria  e  numentana  el  quarto  melgiar  de  roma,  si  medesmo 
alcise,  e  dali  levi  el  fo  manza,  si  chom  ven  dito.  De  quello  disse 
Svetonio,  che  conzo  fosse  chossa  che  fosse  malissimo,  nessun  homo 
per  alguna  parte  del  corpo  casto  o  puro  elio  zudigava;  nessuna  veste 
II  fiadr  el  vesti,  alli  muli  el  fé  suocle  d-arzento,  e  in  nessuna  chossa 
el  fo  più  dannoso  chom  in  edificare,  che  la  largeza  del  so  palazo 
per  structura  e  de  adornamento  de  oro  e  de  arzente  e  de  gemme  0 
de  avolio  con  brieve  parola  non  se  pò  comprendere.  In  questi  tempi 
el  coliseo  a  roma  fo  redrizado,  habiando  de  alteza  pie  e  e  vii. 

Inl-anni  del.  segnor  lxx  Galba  impera  mesi  vii,  0  in  ybernia,  la 
qual  e  parte  de  spagna,  vitello  in  germania,  Otton  lo  roman  imperio 
per  anno  rczando,  intro  si  se  alcise. 


182  Ceruti, 

Inli  anni  del  segnor  lxx  Vespasian  impera  anni  ix,  mesi  x,  di  xxii. 
Questo  fo  fato  imperador  apresso  palestrina  e  obscuramente  la  nassi, 
ma  in  alcune  chose  el  fo  da  esser  comparado.  Soto  questo  ludea  se 
desparti  del   romano  imperio.  Questo  con  lo  tyto  so  fyo  de  yerusa- 

5*  lem  triumpha,  |e  per  amor  de  questo  al  senado  e  al  puovolo  de  roma 
elio  fo  amabile  e  iocondo;  per  fluxo  de  ventre  el  mori,  e  conzo  fosse 
che-I  fosse constreto  da  la  morte,  elio  se  driza  im-pie  e  disse:  el  se 
diexe  alo  imperador  partirse  e  andar  allo  imperador  eterno.  Questo 
de  Claudio  imperador  in  Germania  e  in  Britagna  trenta  fiade  man- 
dado  e  doi  fiade  chon  hoste,  elio  scomfìsse  la  fortissima  zente  e  allo 
imperio  romano  elio  li  sottometesse. 

In  I-anno  del  segnor  lxxix  Tyto  impera  anni  tre.  Questo  con  so 
pare  vespaxian  Jerusalem  destrusse,  e  da  quelli  tuti  li  ornamenti  del 
tempio  fo  portadi  a  roma,  e  apresso  da  questo,  Jeronimo  in  la  expo- 
sicion  de  loele  disse  che  in  lo  tempo  de  paxe  li  fo  reponudi.  Questo 
fo  raeravelgioso  de  tute  vertude  in  tanto  che  delicie  dela  humana 
generacion  el  fosse  dito.  Questo  quelli  che  aveva  conventi,  siando 
stadi  in  contra  da  lui,  elio  li  lagava  quel  medesma  familiaritade,  la 
quali  inanti  aveva  abiudo,  reraagnando;  de  tanta  liberalitade  el  fo, 
che  a  nessun  elio  non  negava  chossa  alchuna,  digando  che  nessun 
dal  imperador  se  doveva   partir  tristo,  digando  che   elio  avea  perda 

6«  quel  di,  in  lo  qual  niente  aveva  dado;|e  fo  sepelido  apresso  li  sabini 
in  quella  villa,  in  la  qual  fo  so  pare  ;  e  siando  morto,  tanto  pianto  fo 
in  roma,  che  quasi  tuti  la  soa  morte  planzeva,  e  quamvisdio  che-I 
pare  fosse  de  gran  vertu,  ampo  el  fyo  impara  ch-ello  passa  el  pare 
de  vertu,  e-1  vene  inanti  messo  al  pare  in  le  scriture  e  in  lo  parlare. 
In  I-anni  del  segnor  lxxxii  Doraitian  impera  anni  xiii,  mesi  v.  Que- 
sto frar  de  tyto  fo.  In  li  primi  anni  el  fo  atemperado,  e  per  lo  im- 
perio incontinente  a  grandissimi  vicii  elio  se-de  in  tanto,  e  fé  che  li 
meriti  del  pare  e  deli  fradelii  elio  dispresia.  Lu  alcise  de  nobilissimi 
homini  del  senado,  segnor  e  segnor  primo  se  fé  appellare,  e  nessuna 
statua  se  no  d-arzento  o  d-oro  elio  soffri  che  fosse  messo  a  elio  in  lo 
capitolio:  li  cosini  soi  la  si  alzise;  Zuanne  evangelista  fo  per  elio 
mandado  in  patmo.  Driedo  Neron  elio  de  la  segonda  persecution  ali 
christiani;  quamvisdio  che  fosse  stado  fyo  de  vespaxian  e  frar  de 
Tyto,  a  nessuna  cessa  fo  a  elli  simile,  ma  si  fo  simile  a  neron  o  ver 
a  Galicula;  e  per  amor  de  zo,  conzo  fosse  chossa  che  per  queste  ma- 
licie  a  tute  persone  fosse  in  noia,  elio  fo  morto  dali   soi   in  pallazo 

Qb  in  li  anni  xxxvi  dela  etade  soa,  e  con  deshonor  elio  fo  sepelido.  j  In 
lo  tempo  de  questo,  dyonisio  ariopagita  fo  passionado  cheli  suoi  com- 
pagni, e   san  lucian  discipulo  del   beado   piero  apostolo,  li  quali  san 


•Cronica  deli  Imperadori'.  183 

elemento  aveva  conzonti  mandandoli  in  franza.  In  lo  tempo  de  questo 
edificado  fo  lo  tempio  pantheon,  el  qual  mo  ven  dito  santa  maria 
reonda,  e  fato  fo  in  questo  muodo:  li  senadori  sapiando  che  quelli 
de  persia  aveva  revelado,  conzo  fosse  chossa  ch-eli  volesse  man- 
dar la  Marche  agripa  prefeto  de  roma,  e  quello  non  volesse  andar, 
demandando  deliberacion  de  tre  di,  conzo  fosse  che  una  note  sovra 
questo  pensando  1-avesse  dormio,  e-Ii  aparse  una  feraena  dimando,  che 
se  imprometesse  de  far  un  tempio  a  honor  de  quella,  e  cosi  com  li 
dirave,  el  venzerave  per  lo  so  alturio,  digando  si  esser  chiamada 
cymbelle,  mare  de  tuti  li  dii;  e  conzo  fosse  che  Agrippa  questo  a- 
vesse  impromesso,  levandose  la  doman,  e  questa  vision  ali  senadori 
lu  avesse  dito,  el  fo  mandado  eoa  grande  aprestamento  de  nave  e 
de  cinque  legion  de  chavalieri  in  persia,  e  siila  scombati  e  vense. 

In  li  anni  del  segnor  lxxxxv  Nerva  impera  anno  i,  mesi  iv.  Que- 
sto danna  tute  quelle  chosse,  le  qualle  domician  aveva  fate;  onde  zuane 
evangelista   retornajdel  bandizamento ,   in   lo   qual   lu  era  iu   effe  so  7" 
naandado. 

Inli  anni  del  segnor  lxxxxvi  Traian  impera  anni  xix.  Questo 
abiando  preso  asia  e  Babilonia  alle  fin  de  Judea,  poi  lu  aride  in 
alexandria.  Questu,  non  per  si,  ma  per  li  suoi  conselgieri  comanda 
che-I  fosse  dada  la  terza  persecucion  alli  cristiani.  Questo  siando  de 
la  famelgia  apresso  agrippa,  in  spagna,  in  ytalia  e  in  franza  fato 
fo  imperador.  Questo  driedo  augusto  le  fin  del  romano  imperio  lonzi 
e  ampiamente  amplia,  e  infine  ali  fin  de  India  lu  ande;  in  lo  mare 
rubro  el  messe  navilio,  azo  che  per  quello  le  fine  de  India  el  gua- 
stasse; a  Roma  e  per  le  provencie  fazandose  inguale  a  tuti,  li  amisi 
suoi  el  visitava  per  caxon  da  saludarli,  e  visitava  li  infirmi,  a  tuti 
lu  era  liberal.  Questo  driedo  la  gran  gloria  de  bathalgia  retornando 
de  persia,  apresso  silentica  del  fluxo  de  ventre  el  mori,  elle  osse  de 
quello  fo  messo  in  una  urna  d-oro  e  a  Roma  fo  portade  in  lo  mer- 
cado,  lo  qual  elio  ediffica,  e  soto  la  coIona  fo  messi,  1-alteza  dela 
qual  era  cxl  pie.  Questo  solo  de  tuti  apresso  roma  fo  sepelido,  e 
intro  li  divi  fo  reputado.  De  questo  si  e  questo  gran  memoriale,  che 
in  lo  senado|nou  altramente  deli  principi  de  esser  chiamado,  se  no  yt 
più  beado  augusto,  meior  de  traiano^  Soto  elio  fo  passionado  santo 
Ignacio  discipulo  de  san  Zuanne  evangelista,  veschovo  de  antliiochia, 
el  qual  ande  a  Traian  che  retornava  dela  viteria,  e  menazava  de 
dar  morte  ali  cristiani;  e  confessandose  esser  cristiano,  el  fo  vento 


'  'non   altrimenti   dei   principi   deve   es^er  detto  (chiamato),  se  non  «  più 
beato  di  Augusto,  migliore  di  Trajano  »." 


184  Ceruti, 

con  ferro  e  fo  portado  a  Roma.  El  chuor  de  questo,  conzo  fosse 
che-1  fosse  diviso  in  molte  parte ,  el  nome  de  cristo  in  zascliadune 
parte  de  letere  d-oro  fo  trovado  scrito. 

In  quel  tempo  Eustachio,  el  qual  fo  so  nome  plaido,  maistro  dela 
eavalaria  de  traian  imperador,  al  qual  don  fina  a  tanto  che-I  fosse 
a  chazare,  intra  le  come  da  un  cervo  li  aparse  cristo  in  croxe,  e 
poi  chela  molgier  e  filgioli  fo  batiza,  e  si  chomo  cristo  li  aveva  dito 
davanti,  molto  aversitade  chola  molgier  e  cheli  filgioli  elio  sostenne; 
e  pantheon  a  roma  da  sayta  de  fuogo  fo  arso,  e  alli  perfin  fo  repa- 
rado.  Plinio  orador  e  ystorico  fiori,  el  qual  mitiga  traian  imperador 
dela  persecucion  dali  cristiani,  lo  qual  li  perseguiva,  scrivando  al 
imperador,  che  niente  de  mal  se  trovava  in  quelli,  dastier  che  alle 
ydole  i-no  sacrificava,  e  in  anzi  di  li  levava  adorar  Dio. 

8«  Inlo  tempo  de  questo  Symon  eleo|fas  chosin  de  Jachomo  apostolo, 
el  qual  avea  succedu  a  elio  in  lo  veschovado  a  Jerusalem,  fo  inco- 
ronado  de  martirio. 

Inl-anno  del  segnor  cxxi  Adrian  impera  anni  xv.  Questo  la  se- 
gonda  fìa  suiuga  li  zudei  che  aveva  revelado,  e  roma  e  Jerusalem 
lu  restaura  e  amplia,  non  zudei  ma  altra  zente  in  quella  legando. 
Questo  fo  in  tute  chosse  glorioso,  leze  molte  el  fé,  e  una  coIona  in 
so  nome  el  fé  fare,  el  qual  quamvisdio  che-I  fosse  nievo  de  traian, 
ampo  alla  gloria  de  traian  abiando  invidia,  incontinente  tre  proven- 
cie,  zoe  syria,  Mesopothanea  e  armenia,  le  qual  traian  ali  romani 
aveva  aquistade,  elio  le  lassa.  Anchora  de  dacia  sforzandose  de  far 
al  simile,  li  araixi  peizora  quello,  imperzo  che  traian  abiando  venta 
dacia,  de  tuto  lo  mondo  1-avea  manda  a  Roma  infinita  moltitudene 
de  homini  a  coltivar  li  campi  e  le  citade;  paxe  ampo  in  omni  tempo 
I-ave  del  suo  imperio.  De  latina  parola  el  fo  sommo  parlador,  e  del 
griego  parlare  el  fo  molto  amaistrado,  diligentissimo  circa  lo  errarlo, 
Zoe  lo  luogo  ce  che  sta  I-avere,  e  circa  la  disciplina  deli  cavalieri. 
El  mori  in  campagna  in  I-anno  del  imperio  so  xxi.   Lo  senado  non 

g6  volse  dare  a  elio  li  divini  honore,  e|ampo  el  so  soccessor  chom  molta 
fatiga  apresso  li  senadorì  apena  ave  quello;  e  adrian  abiando  refato 
Jerusalem,  comanda  che  a  nessun  zudio  fosse  dada  licencia  da  in- 
trar,  ma  solamente  ali  cristiani.  E  in  quel  tempo  fato  fo  che  lo 
luogho  dela  passion  de  cristo  fosse  dentro  dali  muri,  el  qual  in  prima 
era  de  fuora;  e  imperzo  che-I  vegniva  chiamado  Elyo  Adrian,  volse 
che  Jerusalem  fosse  chiamado  del  so  nome  EIya. 

Soto  adrian  fo  passionada  la  beada  verzene  Seraphia  de  anthìochia 
per  generacion,  stagando  in  la  chasa  de  la  nobilissima  femina  Sa- 
bina, la  qual  per  la  soa  dotrina  1-avca  convertida;  onde  santa  sabina 


'Cronica  deli  luiperadori'.  185 

imperzo  che-1  fo  accusada  che  1-avea  recolte  le  osse  de  serafia, 
alle  per  fin  de  martirio  la  fo  coronada.  la  questi  tempi  ecìamdio  fiori 
el  segondo  philosopho,  el  qual  philosopha  in  ogni  tempo,  servando 
scilencio;  ella  chaxon  del  silencio  inlo  so  libro  se  demonstra.  In 
questo  tempo  aquila  de  generacion  pontico,  segondo  interpredo  dela 
leze  de  raoyses,  fiori.  Questo  adrian  comanda  per  una  lettera,  che  a 
nessun  fosse  licita  chossa  li  cristiani  condannare  senza  obieto  de  pec- 
cado  o  ver|pruova.  Questo  daspo  che  la  chossa  publica  chon  iustis-  9» 
sime  leze  I-ave  ordenado,  e  lo  luogho  oe  che  sta  11  libri  athenes  I-ave 
construta  de  raeravelgiosa  ovra,  el  mori  in  campagna.  In  lo  tempo 
de  questo  «in  quella  fiada  imprima  mente  al  rauodo  griesischo  in  la^ 
chiesia  orientai  deli  cristiani  li  rainisterii  fo  celebradi ,  li  quali  a- 
vanti  era  stadi  celel)radi  al  muodo  zudaico. 

Inli  anni  del  segnor  cxl  Antoino  piathoso  impera  choli  filgioli 
anni  xxxii,  mesi  ni.  Questo  imperador  per  questo  cothal  nome  re- 
ceve,  imperzo  che  in  ogni  regno  siando  retegnude  plezarie,  li  debiti 
deli  creditori  elio  relaxa.  Quello  zenere  de  Adrian  fo,  circha  li  cri- 
stiani el  fo  piathoso,  e  in  tanto  lu  regna  quieta  mente,  che  degna 
mente  elio  fo  dito  piathoso,  e  pare  lo  errarlo,  oe  che  sta  I-avere, 
pieno  e  richo  lo  lagha,  e  li  beni  del  comun  lu  acresce;  e  driedo  la 
morte  soa  si  chomo  romulo  vegniva  coltivado  e  honorado,  e  mori 
apresso  orta  villa  soa,  la  qual  era  xii  melgia  lonzi  de  roma,  e  intro 
li  divi  fo  portado  e  degna  mente  fo  consegrado.  In  lo  tempo  de  que- 
sto, Gualtier  medigho,  che  fo  de  nacion  de  Bergamo,  a  roma  clari- 
fica,  zoe  fo  apresiado  in  vertude.llu  quel  tempo  fiori,  zoe  fo  apre-  g^ 
xiado,  pompeyo  de  nacion  de  spagna,  el  quale  le  ystorie  de  tut-el 
mondo  dal  tempo  de  Nin  re  de  quelli  de  Assyria  infina  alla  monar- 
chia de  Cesaro  lu  redusse  in  latina  parola,  distinguandole  per  libri 
XLiv;  la  abreviacion  deli  qual  fé  Instino  so  discipulo,  el  qual  lustin 
philosopho  ad  Anthonio  piathoso  [...]  lo  libro  componudo  dela  cristiana 
religion,  e  benigno  fo  quello  alli  cristiani.  Questo  antonio  in  tanto  fo 
piathoso,  che  a  nessun  fo  axerbo,  fazando  ali  boni  honore,  el  qual 
non  [ven?]  dito  che  avesse  dito  chetai  parola:  più  volentiera  volgio  per 
exempio  de  scipion  un  citadin  servare,  che  mille  iniraisi  alcidere.  La 
fya  de  questo  antonio,  la  quale  avea  nome  faustina,  conzo  fosse 
cossa  ch-ell-avesse  vezudi  li  gladiadori  combatando  in  sierabre,  la 
se  inaraora;  per  la  qual  chossa,  conzo  fosse  chossa  che  la  coraen- 
zasse  d-avere  male,  a  so  marido  marcho  antonio  la  chason  del  so 
mal  la  manifesta;  el  qual  per  lo  conscio  deli  medisi  de  Caldea  uno 
de  quelli  gladiatori  fé  alcidere,  e  del  sangue  de  quello  el  corpo  de 
faustina  fé  onzere,  maxima  mente  quella  parte  del  corpo,  doe  libidine 

Ar.liivio  eloti.ol.  ita!..  Ut.  13 


180  Ceruti, 

10"  delii  concupiscencia  raazor  mente  se  inflaraiu.i;  ]  la  qual  chossa  siando 
fata,  la  tentation  cessa  e  eciamdio  la  inflrmitade. 

Inlo  tempo  de  questo  antlionio  fiori  Tliolomio,  homo  meravelgioso 
in  sciencia  mathematica,  el  qual  più  azonse  in  astronomia  cha  fosse 
luto  quello,  el  qual  inanti  scrito  elio  trova;  e  fo  portado  ad  alexan- 
dria,  e  con  instruraenti  de  astronomia  lu  observa  le  stelle  in  lo  tempo 
del  predito  imperador  in  alesandria  e  in  Ruodo:  el  fo  etiamdio  de 
statura  moderado,  de  color  bianco,  de  forte  ira,  de  puoco  cibo,  abian- 
do  el  flador  odorifero  e  le  vestimente  resplendente.  E  compose  moki 
libri,  Zoe  Almaiesti  e  la  perspectiva,  e  inli  iudicii  quadrupartido,  e 
centilogio  e  ploxor  altri,  e  vive  anni  lxxviii;  e  deli  proverbii  suoi 
e  maravelgiosa  chossa  che  intra  li  horaiui  1-3  più  alto,  el  qual  non 
cura  in  man  de  chi  sia  el  mondo,  e  questo  el  qual  per  altra  non 
ven  correlo,  altro  per  elli  cerreti  sera,  e  queste  ultime  promission 
se  cavi. 

In  I-anno  del  segnor  clxxii  Marcho  anthonio  vetchio  chon  so  frar 
luzo  aurelio  in  que  modo  lu  impera  anni  xix.  De  questo  Roma  co- 
menza  ad  aver  ii  iraperadori.  Questo  optimo  fo,  ampo  dali  suoi  rao- 

10^  vesta  fo  ali  cristiani  la  |  quarta  persecucion.  In  Io  tempo  de  questi 
in  prima  la  chossa  publica  per  inguai  raxon  obedi  a  quelli  che  ami- 
nistrava lo  imperio.  Morto  ampo  I-uno,  solo  Anthonio  la  chossa  pu- 
blica resse,  e  si  in  oriente  in  asia,  chomo  in  occidente  in  franza  molti 
de  martirio  fo  coronadi.  In  asia  santo  policarpo  e  altri  con  elio  xii 
de  philadelfia,  in  franza  sen  insto  veschovo  de  vienna  e  forcio  ve- 
schovo  de  lyon  con  innumerabile  moltitudine  de  martirio  fo  coronadi; 
el  qual  marcho  antonio,  che  digna  mente  el  possa  laldare,  del  comen- 
zamento  dela  vita  soa  el  fo  tranquillo.  Questo  a  nessun  aiugniraento 
claro,  le  provencie  chon  gran  beniguitade  e  moderamento  trata,  in- 
tanto che  dala  infancia  soa  el  volto  ne  per  allegreza  ne  per  gra- 
meza  elio  non  avesse  muado,  in  scientia  philosophistica  de  lettere  si 
griege  chomo  latine  molto  fo  amaistrado,  in  dare  doni  allegro,  driudo 
la  vitoria  magnifico.  Questo  etiamdio  in  panonia  mori,  da  tuti  chia- 
raado  certe  mente,  intro  li  divi  portado  fo.  Per  quel  medesmo  tempo 
fiori  Zilio  scritor  ystoriograff'o  e  la  beada  prasceda,   la  quale  conzo 

11"  fosse  chossa  I  che  la  se  sepelisse  li  corpi  deli  martere,  ella,  azo  che 
la  possesse^  de  questo  mondo  driedo  quelli,  ora  allo  segnor,  incon- 
tinente exaldida  la  soa  oracion,  morando  in  paxe  a  cristo. 

Questo  driedo  la  1)atalgia,  la  qual  aveva  contra  li  germani,  schiavi. 


'  'acciocché  ella  potesse  (passar)  di  questo  mondo  ecc.,  (e)  tostamente  (fu) 
esaudita". 


'Cronica  deli  Imperadori".  187 

Glanachi  e  assamati,  conzo  fosse  chossa  che  siando  nudado  lo  erra- 
rlo, nessuna  chossa  avesse  da  dare  ali  chavalieri,  no  volgiando  de 
algun  esser  molesto,  inazor  mente  alle  leze  ^  li  vasi  d-arzento  e  d-oro 
e  lo  ornamento  dela  molgier  e  molti  altri  ornamenti  alienare,  cha 
lo  senado  o  ver  le  provincie  gravare;  ma  abiando  elio  abiu  vitoria, 
no  sola  mente  quelle  el  recovra,  ma  eciamdio  a  tute  le  provincie  li 
trabuti  elo  relaxa. 

Inl-anno  del  segnor  clxxxvii  Comodo  driedo  anthonio  impera  anni 
XIII  con  luzo  anthonio.  Theod)SÌo  interpredo  terzo  fo  abiu,  e  yreiigo 
veschovo  de  lyon  in  dotrina  fo  reputado  meravelgioso.  Questo  co- 
modo de  anthonio  fyo  niente  ave  de  proprietate  del  pare,  senno  che 
contra  li  germani  beada  mente  el  combate;  el  se  sforza  de  redur  al 
so  nome  el  mese  de  settembre,  azo  che-1  fosse  dito  Comodo.  El  mori 
de  morte  subitanea  con  tantaldisgracia  deli  homini,  che  inimigho  11'' 
dela  humana  {^eneracion  elio  era  zudigado.  Questo  dito  Comodo  a 
luti  incomodo  in  la  chasa  vestale  strangulado  mori.  Questo  don  fina 
tanto  che-I  regnasse,  el  manda  philippo  nobile  roman  in  Egyto,  azo 
che-I  fosse  prefeto  de  Alexandria;  del  qual  soa  fya  Eugenia,  con  n 
soi  eunuchi,  prothoe  iacinto,  segreta  mente  partandose  del  pare  zentil, 
in  abito  de  homo,  Eugenio  chiaraandose,  se  fa  bathezare;  e  siando 
fati  monesi  in  un  monestiero,  conzo  fosse  che,  morto  siando  1-abade, 
Eugenio  fosse  fato  prelato,  per  una  femina,  la  qual  era  inamorada 
in  elio,  imperzo  cli-elo  noli  avea  consentido,  si  chomo  oppressor  e 
rio  homo  fo  desfamado  chon  tuti  li  monesi.  E  questo  don  fina  a  tanto 
che,  siando  preso,  el  vegnisse  a  tormentare  dinanzi  d.l  prefecto, 
siandogli  s  [uarzade  le  veste,  la  si  mostra  esser  soa  fja  Eugenia,  e 
li  eunuchi  prolho  e  iacinto  esser.  Grande  allegreza  fo  fata;  el  pare 
chon  tuti  fo  batezado,  e  Melancia,  la  qual  era  desfamadrixe,  da 
fuogo  de  cielo  fo   arsa. 

Inl-anno  del  segnor  ce  Elyo  pertinaxe  e  Severo  impara  anni  xviii 
Questo  elyo  siando  pregado  del  senado,  che  la  moier|augusta  e-1  fyo  ig» 
lo  feze  cesare,  e  elio  non  volgiando  fare,  disse  che-I  bastava  che-1 
dovesse  regnare;  ale  perfine  per  tradimento  dali  cavalieri  pretoriani 
fo  talgiado  a  peze.  Symaco  iv  interpredo  fo  abu ,  Narcisio  ve- 
schovo de  yerusalem  de  vertude  ploxor  fo  celebrado.  Ternulliano  ^ 
affer  inla  chiesia  fo  trovado  meravelgioso,  Origene  in  alexandria  in 
studii  fo  amaystrado.  Questo  elyo  pertinaxe,  homo  de  gran  tempo  et 


•Forse  doveva  leggere:   maSonnente  aleh'  (cfr.   alesse  39').  cioè    *niag- 
giormente  elesse',  preferì. 
'  Tertulliano. 


188  Ceruti, 

in  tute  chosse  drito,  uncha  mai  no  tolse  doni,  e  unclia  mai  non  fo  se- 
duto a  vendegarse;  el  qual  fo  morto  el  sexto  mese,  inlo  qual  elio 
comenza  a  regnare. 

In  I-anno  del  segnor  ccxviii  Severo  de  goneracion  de  affrica  impara 
anni  xtii.  Questo  homo  fo  de  batalgia,  de  griege  e  latine  lettere  el  fo 
molto  araaistrado,  a  demandare  diligente,  a  dar  liberal.  Severo  eciam- 
dio  la  quinta  persecucion  adovra  in  li  cristiani,  in  la  qual  molti  santi 
jìer  diverse  provincie  fo  passionadi,  intro  li  quali  fo  a-leoricio^  pare 
de  Origene  talgiado  el  cavo,  lassando  Origene  anchora  de  tenera  etade 
chon  setti  fradelli  ella  mare  de  quelli  vedova;  ma  el  predito  origenes 
Ig»  abiando  xvii  anni,  si  amaistrado  era  in  gramatica,  che  amaistranldo 
in  quella,  la  mare  e  li  fradelli  lu  sustentava.  In  quella  fiada  fo  pas- 
sionado  yrengho  chon  gran  multitudene  de  puovolo,  e  severo  mori 
in  Britania,  la  qual  mo  ven  dita  anglia  de  Eborazo.  Questo  severo, 
de  natura  servo,  molte  batalgie  beata  mente  el  fé;  el  venzi  quelli  de 
parcia  e  de  arabia,  e  molte  chosse  a  lo  romano  imperio  in  tuto-l 
mondo  el  recovra;  el  qual  etiandio  trata  fuora  la  gloria  dela  batal- 
gia, alli  civili  studii  e  in  sciencia  de  philosophia  el  fo  chiaro.  La 
dredana  batalgia  in  Britagna  lo  ave,  e  azo  che  le  provencie  aquistade 
con  ogni  segurtade  lo  guarnisse,  spacio  de  cxxxii  melgiara  del  mare 
in  fina  a  lo  mare  el  redusse.  Questo  in  prima  fo  avocato;  alle  perfine 
per  diversi  officii  montando  pervenne  allo  imperio.  Questo  e-1  primo  e 
I-ultimo  imperador  che  fo  de  affrica. 

In  I-anno  del  segnor  ccxxxv  Anthonio  carathalla  impara  anni  vii,  e 
severin  fjo  so.  Questo  fo  fjo  de  Severo  imperador  e  fo  pessimo.  In 
Jericho  la  quinta  adicion  de  scriture  e  trovada,  el  fatop  dela  qual 
non  appare.  Questo  fo  deli  costumi  del  pare  più  aspero,  de  luxuria 
13"  irapacientissimo,  in  tanto  che  soa  maregna  iulia  elio  tolse  per  moier. 
Questo  conzo  fosse  ch-elo  aprestasse  batalgia  a  quelli  de  parcia,  el 
mori  apresso  Edissa  citade  in  I-anno  del  so  imperio  vii. 

In  I-anno  del  segnor  ccxlii  Martin  impara  anno  uno.  Questo  con 
so  fyo  per  invidia  fo  talgiado. 

Inl-anno  del  segnor  ccxLin  Anthonio  impara  anni  tre.  La  sesta 
edicion  e  trovada  a  Nicopoli.  Sabelio  nassi.  Questo  anthonio  luxu- 
riosa  mente  vive,  in  tanto  che  nessuna  generacion  de  luxuria  fosse  che 
elo  non  adovrasse,  e  fo  morto  del  rumor  dali  cavalieri  de  roma  chon 
soa  mare. 

Inl-anno  del  segnor  ccxlvi  Alexandre  impera  anni  xiii.  Questo  de 
I-oste  cesaro  e  del  senado  dito  augusto.  Persia  el  venzi  per  batalgia. 


DoTrebbe  dire:  'a  Leonida' 


'Cronica  deli  Imperadori".  189 

Questo  resse  la  disciplina  deli  cavalieri  crudelissima  mente  ;  per  as- 
sessor  I-ave  ulpian  condì tor  de  raxon,  e  a  roma  el  fo  favorevole,  e 
mori  in  franza;  per  remor  deli  cavalieri  fo  degolado  in  magoncia.  In 
quel  tempo  Origenes  driedo  li  apostoli  sovra  tuti  in  la  cliiesia  de  dio 
in  sciencia,  in  eloquentia  e  in  vita  fiori,  e  in  quella  fiada  comenza  de 
diversi  libri  componere,  abiando  vii  donzelle  e  vii  zovejne,  excepto  13* 
li  altri  sentori,  che  de  la  bocha  soa  scriveva  le  raatierie  de  diversi 
libri;  e  tante  chosse  scrissi,  che-1  beato  Jeronimo  confessa  se  aver 
letto  vn  railia  voluraine  de  libri,  excepto  le  epistole,  le  qual  a  di- 
versi el  scrisse.  De  quello  era  proverbio,  che  thal  chomo  era  la  soa  vita, 
cothal  era  la  soa  dotrina,  che  sovra  lete  mai  non  zasse,  chalzari  un- 
ìcha  mai  non  porta,  carne  uncha  mai  non  manza,  vino  uncha  mai  el 
non  bevi,  segondo  che  se  leze  inla  ecclisiastica  ystoria;  e  conzo  sia 
chossa  che  de  santissima  vita  el  sia  stado  e  de  dottrina  meravelgiosa, 
li  gran  dotori  si  lo  scusa  deli  errori,  li  quali  ven  imponudi  a  elio, 
si  chomo  Eusebio  de  Cesarla  e  Tuffino  preve;  del  qual  scrivando  Je- 
ronimo, e  molti  altri,  e  dise  che  driedo  la  morte  soa  li  heretisi  ad 
oscurar  el  claro  nome  so  ali  libri  soi  si  oppone  chose  de  rixia.  Mam- 
mea  mare  del  imperador  cristiana  auditrixe  fo  de  erigane  e  deli  altri 
cristiani  amaistrarixe,  e  per  questo  da  so  fyo  la  fo  morta.  Santo 
ypolito  veschovo  de  porto  a  quel  tempo  fé  bone  chosse  molte  e 
chiare. 

Inl-anno   del  segnor   cclxix  Maximian  impera  anni  iii.  Questo  pri- 
mo del  corpo  di  cliavalieri  senza^decreto  del  senado  fo  fato  imperador,  U" 
e  persegui  li  cristiani;  el  venzi  li  zermani  e  li  parti;  alle  per  fine,  siando 
abandonado  dali  chavalieri  soi,  da  pipin  de  acquilia  chon  so  fyo,  lo 
qual  era  anchora  puto,  fo  morto. 

Inl-anno  del  segnor  cclxii  Gordian  impera  anni  vi:  fabian  fo  re- 
velado  per  testimonianza  de  spirito  santo  in  specie  de  columba  so- 
vra el  cavo  de  quello,  digando:  tu  sera  ordenado  veschovo  de  roma. 
Questo  Gordian  daspo  che  de  persia  lu  ave  viteria,  vegnando  a  roma, 
apresso  la  citade  per  inganno  de  philippo  el  fo  morto.  In  questi  tempi 
fiori  affrican,  intra  li  scritori  dela  chiesia  molto  nomenado. 

Inl-anno  del  segnor  ccLxviii  Philippo  con  so  philippo*  impera 
anni  vii.  Questo  fo  el  primo  imperador  Cristian,  del  qual  etiaradio  el 
primo  anno,  mille  anni  da  poi  che  roma  fo  fato,  ven  dito  che  fosso 
complidi;  per  la  qual  chossa  li  romani  fé  meravelgiosa  solennità;  li 
deniava  per  spacio  de  in  note  in  molta  allegreza.  Questo  fo  batizado 
del  beado  poncio  martere  in  Nicena  cita  de  provenza.  Intrambi  questi 


'con  £0  (fyo)  philippo' 


190  Ceruti, 

del  osto  fo  morti,   ci  pare  a  roma,   el   fyo  a   verona,   el  qual  fyo  in 
tanto  fo  de  crudele  animo,  che  per  quello  che  savesse  fare  algun,  el 

I4ft  non  se  pos  seva  meter  a  rider.  Questi  do  iraperadori  li  thesauri  soi 
al  beado  systo  lassa  e  alla  chiesia;  li  quali  decio  più  zovene,  el  qual 
non  era  imperador,  ma  cesaro  fo,  dal  beado  lorenzo  recheri,  si  chomo 
se  leze  in  la  legenda  del  beado  lorenzo.  Questo  philippo  più  vetcliio 
in  tanto  era  confirraado  in  la  fé  de  cristo,  che  prorata  mente  confes- 
sando li  suoi  peccadi,  in  la  festa  de  pasqua  denanzi  da  tuto  el  puo- 
volo  el  comunegasse. 

Inl-anno  del  segnor  cclxxv  Decio  impera  anni  ii,  mesi  iv.  Questo 
in  tute  chosse  fo  rio,  ma  ampo  lu  fo  savio  in  arme;  lu  ave  in  odio 
li  poveri,  e  ali  cristiani  lu  de  la  septima  persecucion.  Questo  de  la 
pononia  de  soto  nassudo,  in  batalgia  fo  morto  dali  barbari. 

Inl-anno  del  segnor  cclxxvii  Gallo  chon  volusiano  impera  anni  ii, 
mesi  IV  ;  per  ingurdisia  del  ventre  el  mori.  Cyprian  veschovo  in  Car- 
thagine  fiori. 

Inl-anno  del  segnor  cclxxix  Valerian  con  so  fyo  Garieno  impara 
anni  xv.  Questo,  Gotta,  grecia.  Macedonia  scombati  e  asya.  Questo 
in  Jerusalem  e  Mesopothamia  fazando  batalgia,  da  Sapor  re  de  persia 

1^"  vento  fo  e  in  le  servitude  e  reduto;  e  tanto  quanto  ellvive,  el  re  de 
quella  medesma  provincia,  metando  el  pe  su  la  testa  de  quello,  lu  era 
usado  montar  a  chavallo.  Questo  in  lo  principio  del  so  imperio  per- 
segui molto  li  cristiani,  e  molto  sangue  de  santi  fo  sparto.  In  quella 
fiada  fo  passionado  Cyprian,  marzo  luzo  papa.  Garieno  in  priemera 
mente  la  cossa  publica  rezando,  poi  retornando  in  lascivia  e  in  vani- 
tade,  pezorando  la  chossa  publica,  per  inganno  de  aurelio  doxe  so, 
morto  fo  da  valerian,  e  Garieno  un  decio  in  Cesaro  fo  creado,  ma 
ampo  non  fo  lu  imparador  el  dito  decio  menor;  e  da  questo  san  syxto 
e  san  lorenzo  fo  raarturizadi.  El  beado  syxto  in  yspagna  fé  bone  ope- 
racion,  doe  zovene,  zoe  lorenzo  e  Vincenzo,  componudi  de  belli  costu- 
mi elio  li  guarda  e  chon  si  lo  mena  a  roma,  e  lorenzo  remagnando, 
Vincenzo  in  yspagna  retorna,  e  soto  dyoclitian  marturizado  fo. 

In!-anno  del  segnor  ccxciv  Claudio  impera  anno  vii,  mesi  viii.  Que- 
sto li  Gotthi,  Illirico  e  macedonia  guastando  recovra,  e  abiando  venti 
li  alemani,  de  infirmitade  el  mori. 

15*  Inl-anno  del  segnor  ccxcv  Aurelio  impera  anni  cinque.  Questo  fa- 
zando persecucion  ali  cristiani,  da  folminerio  da  cielo  el  fo  corretto, 
ma  non  mori.  Questo  de  dacia  rivese  siando  nassudo,  possente  in  ba- 
thalgia,  cinque  Sade  li  Gotthi  potentissima  mente  vense.  Que>to  in  pri- 
ma apresso  li  romani  la  corona  messe  in  cavo  so,  adornada  con 
gemme.  Questo  chon  muri  più  forti  roma  cense,  el  tempio  del  sole  lu 


^Cronica  deli  Imperadori'.  191 

edifica,  in  lo  qual  infinito  oro  e  gemme  el  messe,  lo  uso  dela  carne 
de  porcho  al  puovolo  restituì.  Questo  aurelio  imperador  vignando  in 
franza,  crudeli  statuti  ordena  centra  li  cristiani,  e  vignando  a  senon, 
santa  Colomba  e  tuti  li  cristiani  alcise.  Ad  antysiodoro*  molti  do 
martirio  incorona;  la  cita  de  franza,  la  qual  Qenabo  vegniva  dita, 
per  lo  nome  so  aureliana-  la  chiama.  El  fo  morto  per  malicia  da  un 
so  servo,  e  intro  li  divi  fo  portado. 

Inl-anno  del  segnor  ccc  Alhyco  impera  mesi  vii.  Questo  savio  e 
largo  fo,  e  ampo  niente  potè  mostrare,  per  che  elio  mori  de  subita 
morte. 

Inl-anno  del  segnor  ccc  Pio  impera  anni  vii,  mesi  in.  Questo  do 
re  ven>e;  Manicheo  heretigo  se  leva.  Questo  de  generacion  de  persia, 
aguzo  de  inzigno,  de  cuostumi  barbaro,  Manes  in  prima  dito,  ma  per! 
aietto,  Zoe  per  sovra  nome,  Manichio  se  disse.  Questo  affermava  ii  16' 
principi,  I-uno  de  ben  e  I-altro  de  mal,  un  de  luxe  e  I-altro  de  tene- 
bre, e  molti  lassa  successori  del  so  errore.  Per  certo  prò  imperador 
apresso  Guitrio  del  remor  dali  chavalieri  el  fo  morto. 

Inl-anno  del  segnor  cccvii  Florian  impara  anni  ii.  Questo  ven  dito 
che  morisse  per  talgiadura  de  vene.  Questo  niente  fé  che  sia  degno 
de  memoria. 

Inl-anno  del  segnor  cccix  Laro  con  suo  filgioli  Carino  e  raunerian 
impera  anni  ii.  Questo,  in  tute  chosse  rio,  de  pizolo  fulminerio  el  peri; 
eciaradio  li  fylgioli  de  quello  intrambi  fo  morti. 

Inl-anno  del  segnor  cccxi  Dyocliciaa  e  Maximian  impera  anni  xx. 
Questo  dyoclician  obscura  mente  nassu,  con  divini  libri  adusti,  li  cri- 
stiani in  tuto-1  mondo  persegui  x  anni.  Questo  inprima  mente  le  gem- 
me ale  veste  e  ale  calciaraente  comanda  che  fosse  messe,  conzo  fosse 
che  tuti  li  principi  da  li  in  driedo  usasse  de  sola  purpura;  alle  perfin 
el  mori  per  veneno.  Questo,  nassu  de  dalmacia,  Maximian  un  ciesaro 
fé,  mandandolo  in  franza  contra  el  puovolo  deli  villani,  li  quali  con 
grieve  man  al  roman  imperio  se' aveva  opponu,  li  quali  elio  castiga  ig* 
e  constrense;  ma  in  quella  via  la  legion  de  thebe,  dela  quale  el  beato 
mauricio  era  cavo,  conzo  fosse  cossa  che-1  renunciasse  de  sacrificare 
alle  ydole  del  prefato  Maximian,  in  un  luogo  de  franza  per  cristo 
volentiera  mori.  In  questo  mezo  dyoclitian  in  oriente  e  Maximian  in 
occidente  fé  guastare  le  chiesie  e  cilcidere  li  cristiani,  la  qual  perse- 
cucion  quasi  più  dura  era  de  tuti  li  antecessori,  che  per  x  anni  chon 
varii  statuti  li  libri  dela  divina  leze  li  fé  ardere,  e  le  chiesie  in  za- 
schadun   luogo   fé   minare,  e  li  prelati  dele   chiesie  fé   talgiare;  non 


Auxerre.  '  Orleans. 


192  Ceruti, 

etade,  non  sexo,  non  condicion  scampava,  che-1  non  fosse  tajadi  quelli 
che  non  sacrificava. 

In  quel  tempo  siando  incoronado  de  martirio  Gayo  papa,  Marcellin 
fo  eletto,  in  lo  tempo  del  qual  tanta  forza  de  persecucion  fo,  che  in 
XXX  die  XXXII  milia  intra  homini  e  femene  per  diverse  provincie  fo 
coronadi  de  martirio,  in  tal  muodo  che  quel  Marcellin  papa  duto  per 
paura  sacrifica  ali  ydoli  ;  ma  poi  retornando  a  penitencia  e  sentenza 
centra  si  dagando,  per  che  lu  era  andado  contra  el  papado,  de  dyocli- 
ciau  fo  incoronado  de  martirio.  Per  quella  medesma  persecucion  pas- 

17"  sionadoifo  in  roma  Anastaxia  verzene,  sebastian,  Agnese,  lucia,  Aga- 
tha  verzene.  Gorgon,  Quintino  e  grisogono.  In  quel  tempo  apresso 
egea  fo  passionadi  Cosma  e  damian  in  un  die  nassudi,  in  carne  e  in 
spirito  zemelli:  apresso  frigia  una  cita  tuta  de  cristiani  circundada, 
azo  ch-eli  no  podesse  fuzire,  con  tuti  arsa  fo.  In  Britagna  e  in  En- 
gelterra  in  quella  fiada  quasi  tuta  la  cristianità  fo  destructa;  in  quella 
fiada  eciamdio  fo  passionado  el  beado  Grigolo  martere. 

Inl-anno  del  segnor  cccxxxi  Valerio  impera  anni  ii  con  Constantin 
e  lucin.  Questo  Constantin  spagna  suiuga  a  si,  e  la  fya  del  re  de  Bri- 
tania  per  nome  elena  tolse  per  concubina,  dela  qual  el  zenera  Con- 
stantin grande;  el  qual  ale  per  fin  in  Eboracia^  in  Britagna  mori,  e 
Constantin  fyo  so,  nassu  de  quella  concubina,  imperador  lassa  da 
franza;  el  qual  fato  imperador,  alli  citadini  e  alli  soldadi  del  oste  e 
altri  el  fo  aceto  e  amado;  e  vignando  a  roma  contra  Maxenzo,  el 
qual  li  romani  avea  fato  imperador,  el  qual  in  tanto  fo  plen  de  vicii, 
che  nessun   vicio  non  era  che  elio   non    lo  fazesse,  inlo  segno  de  la 

17»  croxe,  el  qual  g-e  monstrado,  el  vense.  Soto  questoj Maxcencio  fo  pas- 
sionada  la  beata  catherina. 

Inl-anno  del  segnor  cccxxxiii  Constantin  impera  anni  xxx,  mesi  x, 
di  XI.  Questo,  dito' grande,  fato  Cristian,  de  licencia  ali  cristiani  li- 
bera mente  de  congregarse,  e  le  chiesie  a  honor  de  yesu  cristo  el  fé 
fare.  In  questi  tempi  la  rexia  arriana  nasci  e  apparse,  e  lo  concilio 
fo  congregado  a  Nicena  de  Constantin  a  condannare  la  rexia,  e  fo  da 
cccxviii  veschovi;  in  lo  qual  concilio  el  beado  Nicolo  veschovo  de 
Mirea  fi  letto  esser  stado.  Scisma  deli  donatisti  nassi  da  un  donado 
affricano,  el  qual  li  gradi  dela  menoritade  in  le  persone  raeteva.  Que- 
sti, siando  venti  Maxenzo  e  lucine  e  severo  imperador,  da  Silvestro 
papa  per  caxon  da  mandarlo  dela  levra  elio  fo  batezado,  onde  tute 
le  imperiai  dignità  elio  li  de  al  papa,  e  elio  passa  a  Constantinopoli. 
Algun  a  dito  che  Constantin   in  1-ullimo  tempo  dela  vita  soa  fo  re- 


Ebreville. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  193 

batizado  da  Eusebio  veschovo  de  Nicomedia,  e  per  la  dotrina  soa  Mar- 
tiano  se  converti;  ma  questo  da  Constantin  vea  dito  raendosa  mente, 
imperzo  che-1  beado  Grigolo  in  lo  registro  so,  quando  el  parla  a 
Mauritio,  elio  lu  appella  de  bona  memoria.-  In  la  ystoria  tripartita 
la  sua  morte  e  li  soi  fati  ven  trovadi  boni,  e  sovra  lo  salmo  xin  IS» 
el  beado  ambrosio  disse  quello  esser  de  gran  merito  apresso  de  dio, 
imperzo  che  lo  primo  dali  imperadori  la  via  dela  fé  e  dela  devo- 
cion  alli  principi  elio  lassa,  e  ysidoro  inle  Cronice  suoe  repro- 
vando queste  chosse,  al  pestuto  disse  quello  beada  mente  aver  ter- 
minado;  onde  li  Griexi  anumera  Constantino  in  lo  cathalogo  dali 
santi,  e  con  solennità  fa  festa  de  quello  a  xxi  di  de  mazo.  Ma  quelle 
chosse,  le  quale  mendosa  mente  del  predito  Constantino  e  dito,  de 
Constanzo  so  fyo  tute  verasie  ven  trovade  ;  e  non  v-e  de  vertu  si- 
raele  principe  de  tanta  devocion,  in  tanto  aver  merchado,  che  cossi 
vii  mente  elio  1-avisse  dispreziado  el  baptesmo,  el  qual  lu  avea  rece- 
vudo  del  beado  Silvestro,  per  lo  qual  si  e  corporal  mente  dela  levra 
e  spiritual  mente  del  peccado  elio  avea  cognoscudo  esser  mondado,  e 
eciamdio  lu  avea  testimoniado  si  aver  vezudo  cristo  in  lo  batesmo; 
onde  che  per  la  gran  religion,  la  qual  elio  avea  a  coltivar  cristo,  e 
per  tropo  gran  reverenda,  la  qual  lu  avea  ala  chieresia,  el  ven  creto 
questo  dali  aversarii  dela  fede  esser  dito  fiticia  mente,  che  in  tanto 
lu  ama  de  coltivar  cristo,  che  in  continente  chomo  el  fo  batizado, lel  18* 
comanda  che  chiesie  dali  cristiani  in  ogni  luogo  fosse  redrizade;  e  in 
lo  palazo  laterano,  a  honor  de  cristo,  la  chiesia,  che  mo  ven  dita  la 
chiesia  del  Salvador,  elio  la  fé  fare,  azo  che  per  questo  la  università 
deli  homini  savesse  che  nessuna  dubitacion  circha  la  fé  de  cristo  e  del 
error  passado  in  lo  cuor  so  non  era  romasa  chossa  alguna;  la  qual 
chiesia  Silvestro  papa  solenne  mente  la  consegra,  la  qual  consegracioii 
in  fina  anchosi,  chomo  alla  prima  chiesia,  non  solamente  a  roma,  ma 
etiamdio  inle  circurastante  region,  solenne  mente  ven  celebrada  el  nono 
die  de  novembre.  Inlo  tempo  de  la  qual  consegraxon,  la  ymagine  del 
Salvador,  non  per  ovra  de  liomo  ma  per  ovra  divina,  in  quella  fiada  in 
prima  a  tut-el  puovol  de  roma  aparse  impenta  in  un  muro,  la  qual 
apar  in  fina  anchoi;  e  conzo  fosse  chossa  che  quello  raedesmo  papa 
abia  ordenado  in  zaschadun  luogho  inle  chiesie  esser  altare  de  piera, 
in  la  predita  chiesia  elio  non  adriza  altare  de  pria,  ma  de  legno; 
inanzi  I-abito  stabili  e  ordena,  e  lo  altare,  in  lo  qual  el  beato  piero 
e  li  altri  suo  successori  in  fina  ali  tempi  de  Silvestro  ven  dito  aver| 
celebrado;  e  in  quella  fiada  regnando  la  persecucion,  certo  statio  de  19- 
veschovo  non  era  in  roma,  ma  dove  melgio  li  posseva,  o  ver  in  criti, 
o  ver  in  cimitierii  solo  terra,   over  in  cliasa   de   homini    fideli  o  do 


194  Ceruti, 

feraene,  li  celebrava  mossa  sovra  1-altar  de  legno,  el  qual  era  con- 
cavo o  de  archa,  abiando  iv  circuii  in  li  canton,  per  li  quali  rv  prie- 
vedi  al  luogho  che  se  celebrava  si  staxeva;  e  per  reverenda  de  san 
piero  e  deli  altri  santi  .pontifici,  el  beado  Silvestro  ordena  che  nes- 
sun celebrasse  sovra  questo,  se-I  non  fosse  veschovo,  el  qual  infina 
anchoi  ven  observado;  ma  intro  quella  deponuda  la  mensa,  solo  el 
sommo  pontifico  celebra,  la  qual  ven  deponuda  in  cena  domini,  zoe 
del  segnor,  la  zuoba  santa,  e  no  ven  reponuda  se  non  al  sabbato 
santo  driedo  el  batisrao.  E  constantin  a  Nicoraedia  mori. 

Inl-anno  del  segnor  ccclxiv  Constantin  con  constante  e  Constanzo 
fradelli  resse  lo  impierio  anni  xxxiv.  Questi  fyoli  del  gran  Constantin 
fo,  e  questi  fradelli  corabatando,  le  forze  de  roma  se  consumava; 
poi  solo  Constantin  triumphando,  tene  I-imperio  e  fo  Cristian,  el  qual 

19*  li  duxe  del  frar  de| Constanzo  1-alcise,  e  ali  perfine  abiando  tolto 
I-imperio,  Constanzo  fato  fo  arian.  Lì  cristiani  in  tuto-1  mondo  In 
perseguiva;  per  lo  favor  del  qual  frieto  Ario,  don  fina  tanto  che  in 
Constantinopoli  alla  chiesia  lu  andasse,  corabatando  dela  fé  contra 
li  cristiani,  e  andando  per  la  casa  de  Constanzo  alo  necessario,  li 
lu  perse  la  vita,  mandando  fuora  1-enteriori.  Donado,  dei-arte  dela 
gramatica  scritor  e  precetor  de  Jeronimo,  sommo  fo  abiu;  Antonio 
monego  mori;  le  osse  del  beado  andrea  apostolo  e  del  beado  luca 
evangelista  fo  portadi  a  Constantinopoli.  Questo  bandeza  li  defensori 
dela  fé,  zoe  Anastasio  e  alexandrin  e  eusebio  de  verceij,  li  quali 
poi  fo  revocadi  con  ylario  e  dyonisio  da  millau;  e  polin  de  trevero 
mori,  siando  in  bando  per  paura  de  questo  Constanzo.  Zuiiano  apo- 
stata se  fé  monegho,  azo  che-I  non  fosse  morto  da  quello:  lu  era 
stado  nievo  de  Constantin  grande,  de  so  frar  nassudo.  Onde  conzo 
fosse  chossa  che-I  frar  de  zulian  lu  avesse  za  morto,  themandose 
zulian  che-I  non  fesse  quella  raedesma  chossa,  imprima  monego  fato, 
dende  luogo  fuzando  per  diverse  provencie,  magi  e  astrologi  doman- 
dava se-I  podesse  esser  fato  imperador:    al  qual  conzo  fosse  che-1 1 

20"  demonio  fosse  aparso,  siando  li  presente  uno  mago,  abiando  el  dito 
demonio  recevuda  la  renovacion  dela  cristiana  fé,  elio  li  disse  che-1 
deveva  esser  imperadore. 

Inl-anno  del  segnor  cccxcvii  Zulian  impera  anni  ii,  mesi  viii.  Que- 
sto zulian  apostata  fo.  In  lo  tempo  de  questo  el  beato  martin,  a- 
biando  lassa  la  chavalaria,  fiori.  Questo  nievo  de  Constantin  fo;  el 
qual  in  tanto  I-imperio  desirava,  che  etiaradio  la  cristiana  religion 
elio  lassa.  Questo  siando  amaistrado  si  deli  libri  seculari  chomo  de- 
li divini,  dela  fede  e  dela  monastica  vita  elio  declina;  el  qual  de 
Con?tanzo  fato  Ciesaro,  siando  mandado  contra  franccschi  e  contra 


'Cronica  deli  Imperadori'.  195 

allemaui,  elio  li  vense,  e  per  queste  chosse  elio  e  insuperbido,  contra 
constanzo  augusto  se  redriza;  e  per  la  morte  de  Constanzo  fato  Au- 
gusto, el  coraenza  de  perseguir  li  cristiani  imprima  per  honori  più 
che  per  torraenii,  tragando  quelli  alle  yJole.  Alle  perfin  fazando  varij 
statuti  contra  li  cristiani,  molti  fo  coronadi  de  martirio,  intro  li 
quali  polo  e  Zuanne  de  Constanza,  fya  del  gran  Constantin  cubicu- 
lario. Anchora  Girilo  dyachono  e  molti  altri  per  terra  e  per  mare 
fo  morti.  Elo  etiandio  de  licencia  a  li  zudei  de  edificare  el  tempio  20'' 
in  Jerusalem;  li  quali  siando  congregadi  de  tute  parte,  quello  ch-eli 
aveva  edificado  con  gran  fadiga,  per  terremoti  fo  destruto  iufiiia  in- 
li  fundamenti,  e  illi ,  lo  luogo  e  lo  lavoriero;  e  conzo  fosse  che  lu 
avesse  procedu  de  combater  contra  quelli  de  persia,  passando  per  Ce- 
sarla de  Capodocia,  molti  deshonori  fé  al  beado  Basilio  veschovo  de 
quella  citade  e  ali  cristiani;  e  manazandoli  da  far  male  per  lo  tempo 
che  deveva  vegnire,  el  beado  Basilio  orando  e  zezunando  choli  cri- 
stiani, vete  la  beada  verzene  comandando  a  mercurio  chavalier,  longo 
tempo  inanzi  in  un  monestiero  sepelido,  che  si  e-1  fyo  so  de  zulian  el 
vendegasse;  la  qual  chossa  fata  fo,  e  zulian  blastemando  mori  e 
clama:  tu  a  vento,  o  gallileo. 

lu  I-anno  del   segnor  ecce  lobinian   impera   mese  vii.   Questo  Cri- 
stian fo,  e  con  sopore  re  de  persia  el  corpo  de  zulian  sepeli. 

Inl-anno  del  segnor  ecce  Valentinian  con  so  frar  valente  impera 
anni  xi.  Questo  fo  Cristian  nassudo  de  panonia  cibalese.  Questo,  soto 
zulian  augusto,  con  zo  fosse  che  la  fé  de  cristianitade  inliegra  elio 
portasse,  e  fosse  tribuno  deli  schutarii,  de  comman|dameuto  del  sacri-  21" 
lego  imperador  siando  a  elio  comandado  o  vero  lu  sacrificasse  ali 
ydole,  o  vero  refutasse  la  chavalaria,  e  de  spontanea  volontà  elio 
lussa  la  milicia;  e  pocho  driedo  siando  morto  zulian  e  lobinian  morto, 
el  qual  per  lo  nome  de  cristo  aveva  perduto  el  tribunado,  soccedando 
al  so  persecudor,  lu  recevi  I-imperio.  Questo  sujuga  la  zente  terribile 
de  quelli  de  saxognia  ali  romani  in  lidi  de  Ocean;  e  in  I-anno  ul- 
timo del  so  im[ierio,  conzo  fosse  chossa  che  quelli  de  saxognia  se 
avesse  sparti  per  le  pannonie  e  quelle  guastasse,  don  fina  tanto  che 
lu  prestasse  batalgia  contra  da  quelli,  apresso  lo  castello  strigonese 
subita  mente  per  fluxo  de  sangue  el  mori.  El  fo  imperador  egregio, 
dexevole  in  volto,  de  sotil  inzigno,  de  parola  eloquentissimo,  quam- 
visdio  che  a  parlare  el  fosse  atemperado.  Questo  castiga  so  frar  va- 
lente, el  qual  poi  chol  filgiol  so  valentinian  impera  anni  iv,  volgiando 
perseguir  li  cristiani,  imperzo  che-1  fosse  de  la  fé  che  se  appella  ar- 
riana,  in  lo  tempo  che-1  vive.  In  lo  tempo  de  questo  valentinian,  e  per 
so  confortaraento,  santo  ambroso  fo  fato  arzi veschovo  de  milan. 


196  Ceruti, 

21*  Inl-anno  del  segnor  ccccxi  Valente  con  gracian  e  valencian  ira- 
para  anni  iv.  Queste  tre  imperiai  dignità  optima  mente  tegne  a  roma. 
Inlo  tempo  de  questo,  ambroso  clarifica  a  railan  in  1-anno  iii  del  im- 
perio de  valente,  el  qual  impera  a  Constantinopoli;  iv  generacion, 
Zoe  Gotti,  ypogothi,  Qipidi  e  vandali,  una  lengua  abiando,  per  nome 
sola  mente  divisi ,  insierabre  mente  in  compagnia  el  danubio  passa. 
Questo  valente  siando  arrian,  molte  persecucion  alli  cristiani  fazando, 
dali  Gothi  in  batalgia  fo  morto.  Queste  leze  avea  dado,  che  li  mo- 
nexi  fosse  homini  d-arme,  e  non  volgiandolo  fare,  elio  si  li  fé  alci- 
dere  choli  bastoni. 

Inl-anno  del  segnor  cdxv  Gracian  con  so  frar  valentinian  impera 
anni  vi.  Per  quel  medesmo  tempo  le  chiesie  deli  cristiani,  le  quale 
era  destrute,  de  comandamento  de  theodosio  fo  refate.  Questo  gra- 
cian, con  zo  fosse  chossa  che-I  vedesse  inextimabile  multitudine  de 
inimisi  centra  si  vegnando,  apresso  de  arzentina  cita  de  franza,  frieto 
per  la  potencia  de  cristo  vense,  e  più  de  trenta  milia  franceschi  elio 
alcise.  Questo  a*  quelli  dela  cultura  dela  verasia  fede;  e  conzo 
22"  fosse  che  infine  ali  tempi  de  quello  la  rexia  de  Arrian] in  ytalia  re- 
gnasse, alla  verasia  fé  la  fé  retornare;  e  fo  Gracian  de  lettere  in- 
struto,  atemperado  de  cibo,  de  sonno  e  de  luxuria  venzidor,  e  de  tuli 
bene  pieno  e  mori. 

Inl-anno  del  segnor  cdxxi  Theodosio  primo  con  valentinian  im- 
pera anni  xi.  Inlo  tempo  de  questo,  gran  scisma  fo  intro  li  pagani 
e  zudci.  Questo  destrusse  li  templi  deli  ydole.  Soto  questo  translata 
leronimo  el  novo  e-1  vetchio  testamento;  Ambroso  driedo  ylario  com- 
puose  li  ynni,  Augustin  a  roma  clarifica,  de  senador  fato  monego. 
Agustin,  conzo  fosse  che-I  fosse  manicheo,  el  se  converti  a  la  fé. 
Questo,  cristianissimo  imperador  fo;  li  suoi  inimisi  non  solamente 
con  ferro,  ma  etiandio  confiandose  del  zezunio  e  dele  oracion,  elio  li 
vense.  Questo  per  la  perfection  dele  vertu  etiamdio  dali  barbari  molti 
veguiva  amado;  onde  molta  zente  a  so  induto,  lassando  li  errori  de- 
le ydole,  a  cristo  se  converti.  Questo  possedando  pacificamente  in  le 
parte  de  oriente  e  de  occidente,  apresso  milan  el  mori,  el  corpo  del 
qual  in  quel  medesmo  anno  portado  fo  a  Constantinopoli;  e  fo  Theo- 
dosio dela  cossa  publica  amplificador,  de  costumi  e  del  corpo  a  tra- 
gga ian  simile,  pietoso, |comun,  pensando  sola  mente  col  habito  si  esser 
differente  e  diviso  da  tuti  li  altri,  in  tute  chosse  honorifico,  largo 
spendedor  de  cose  in  ben. 

Inl-anno  del  segnor  cdxxxii  Archadio  e  honorio  impera   anni   tre- 


'questo  hanno',  questo  ottengono. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  197 

dexi.  In  questi  tera^ji  donaclo  veschovo  de  pyro  fo  abu  meravelgioso 
de  vertude,  al  qual  alcise  uu  gran  draghon,  spuando  inla  bocha  da 
quello,  el  qual  a  pena  che  viii  para  de  bue  el  potè  trar  allo  luogho 
la  che-1  fo  arso,  azo  che  se-1  fosse  vegnu  fredo,  che  lu  non  avesse 
corrotho  I-aere.  Per  quel  medesmo  tempo  li  corpi  deli  santi  abakuk 
e  raichea  propheti  fon  produti,  e  augustin  fo  chiaro  in  scientia  e  do- 
trina.  Inlo  tempo  de  questo,  priscilian  e  pellaglo  heretisi  fo.  Questo 
archadio  fo  fyo  de  theodosio,  homo  de  gran  vertude  e  de  prudencia. 
In  lo  tempo  de  questo,  Alberigo  re  deli  Gothi  vignando  in  affrica, 
intra  in  ytalia,  prese  roma,  e  a  fuogo  e  ferro  la  guasta,  dagando* 
in  prima  quelli  securi,  li  quali  era  in  li  luoghi  santi,  e  specialmente 
la  le  chiesie  deli  apostoli  piero  e  polo  fosse  recevudi;  e  de  la  per 
pulgia  e  Calavria  in  affrica  andando,  Alberigo  apresso  basentin  de 
subita  morte  mori;  e  li  Gothi  parlando  el  fiume  Basentin,  Alberigo 
in  mezo  del  flurae|con  molte  richeze  sepeli,  el  fiume  retornando  al  so  23" 
proprio  disGurrimento  e  andamento;  e-1  re  acolfo  parente  de  alberigo 
constituando  re,  li  retorna  a  roma,  e  si  alguna  chossa  de  residuo  li 
fo,  a  muodo  de  locuste  lo  consuma.  In  quel  tempo  clarissimi  luoghi 
de  roma  per  fulminerii  fo  roti  et  deruinadi,  li  quali  no  potè  esser 
arsi  del  inimisi;  e  chossi  in  tuta  roma  queste  biasteme  de  quelli  che 
chiamava,  imperzo  si  per  Cristo  sostegnir  diseva,  per  che-l  fo  de- 
spresiado  li  sacrifìcii  dali  dii  ;  ma  li  Gothi  partandose  de  roma, 
Galla  fya  de  Theodosio  principo,  soror  de  archadio  e  de  honorio,  con 
si  la  tolse,  la  qual  oculfo  la  tolse  per  moier,  la  qual  poi  ala  chossa 
publica  molto  fo  utele. 

Inl-anno  del  segnor  cdxlv  Honorio  con  theodosio  raenor,  fyo  del 
frar,  impera  anni  xv.  In  li  tempi  de  questo,  li  Gotthi  prese  roma,  li 
vandali  spagna  e  franza  occupa  e  guasta,  e  rodagines  re  deli  Gotthi 
dal  oste  deli  romani  fo  morto.  In  questo  tempo  Pellagio  predicava 
li  amaistramenti  del  suo  error,  alla  dannacion  del  qual  el  concilio  a- 
presso  Cartagine  de  cccxiii  veschovi  fo  congregadi.  In  questo  tempo 
Girilo  veschovo  de  alexandria  fo  reputado  meravelgioso.  jQuesto  ho-  23* 
norio  fyo  de  theodosio  e  frar  de  archadio  fo;  in  lo  tempo  del  qual 
uno  Erodian  con  tre  railia  e  cinquecento  nave  de  affrica  andaado  a 
roma,  la  zente  de  Constanzo,  el  qual  honorio  aveva  capitanio  dele 
soe  batalgie,  si  lo  sconfìsse  in  tal  muodo,  che  solo  intrando  in  nave 
retorna  a  Cartagene  e  li  fo  morto.  In  questi  di,  al  comraandamento 
de  honorio,  e  Constanzo  favorizando,  confondudi  li  eretixi  apresso  af- 


Frobabilmente  si  doveva  leggere  lavando. 


198  Ceruti, 

frica,  le  paxe  alle  cbiesie  fo  renduda.  In  quella  fya  apresso  ypon 
fioriva  el  beado  augustin  veschovo.  In  questi  tempi  apresso  betlileera 
de  Palestina,  el  beado  leronimo  in  I-anno  xci  dela  soa  etade  passa 
a  cristo.  Per  certo  bonorio,  de  costume  e  dela  religion  al  pare  so 
theodosio  simile,  la  cbossa  publica  lassando  pagada,  a  roma  mori,  e 
apresso  la  cbiesia  del  beado  piero  apostolo  in  manseleo  fo  sepelido, 
non  lassando  alchun  berede;  e  doe  fye  de  Stelicono,  Maria  e  ber- 
24»  mancia,  1-una  driedo  I-altra  al  so  matrimonio  compagnada,  1-una  el 
I-altra  vignando  la  morte  subita  mente  per  lo  zudisio  de  dio,  de  que- 
sta vita  verzene  mori;  in  lo  tempo  del  qual  quamvisdio  che  molte 
batalgie  se  coraenzasse,  arapo  fo-le  apaxade  o  ver  studade  con  nes- 
sun o  ver  com  puocbo  sangue.  Questa  clemencia  de  bonorio,  zoe  pie- 
tade,  per  la  qual  fazando  lu  andava  in  anti  a  tuti;  e  quando  algun  a 
olio  avesse  dito,  per  cbe  elio  non  alcideva  li  soi  inimisi  o  ver  li  re- 
belli, el  respondeva:  volesse  dio  cbe-1  me  fosse  possibile  li  morti  a 
vita  far  retornare. 

Inl-anno  del  segnor  cdlx  Theodosio  segondo  menor  con  valen- 
tinian  so  zenero  impera  anni  xxvii.  Questo  abiando  tolto  I-impe- 
rio, incontinente  elio  feze  Cesaro  valentinian  fjo  de  una  soa  amia. 
La  zente  deli  vandali,  de  quelli  de  spagna,  in  affrica  passa,  e  si  la 
guasta,  e  in  ogni  luogo  la  fé  catholica  subvertiva  de  gran  impietade. 
Per  quel  medesrao  tempo  Nestorio  veschovo  de  Constantinopoli  se 
sforzava  in  lo  error  dela  soa  malvasitade,  centra  la  qual  siando 
congregado  el  capitolo  ad  epheso,  el  fo  condanna  la  soa  malvasia 
dotrina.  In  questo  tempo  el  dyavolo,  in  certa  specie  de  moyses  de- 
monstrandose,  don  fina  a  tanto  che-1  prometesse  da  redur  li  zudei 
in  terra  de  promission  per  lo  mare  con  seco  pe,  ploxor  de  quelli  elio 
li  anega  e  alcise;  ma  quelli  che  scampa,  ala  gracia  de  Cristo  se  con- 
gni verti.  In  lo  tempo  de  questo,  el  die  de  san  piero  [de  vincula  da  soa 
molgier  fo  ordenado  che-I  fosse  vardado.  Questo  theodosio  fyo  de 
archadio  recevi  lo  imperio  de  oriente;  el  qual,  morto  bonorio,  el 
manda  valentinian,  fyo  dela  soa  amigha,  azo  ch-elo  recevesse  lo  im- 
perio de  occidente.  In  questi  tempi,  Genserigo  re  dali  vandali,  de 
spagDA  in  affrica  vignando,  quasi  tuta  a  ferro  e  fiamma  e  robandola 
crudelissima  mente  la  guasta.  Soto  questa  tribulacion,  el  beado  Au- 
gustin in  li  Lxxvi  anni  dela  etade  soa  e  xxix  coraplidi  in  lo  vescho- 
vado,  mori  in  cristo,  e  theodosio  a  presso  Constantinopoli  agrevado 
de  infirmita  mori  e  li  fo  sepelido.  In  quel  tempo,  lo  re  deli  hynni, 
atilla,  don  fina  tanto  cbe  con  so  frar  bella  el  regno  de  panonia  e 
dacia  lo  governasse,  uno  so  chosin  e  consorte  del  so  regno  elio  l-.il- 
cise  por  liat.ilgia:  e  fornido  del  alturio  dele  fortissime  z;nte,  le  quale 


'Croaica  deli  Ituperadori'.  199 

elio  ave  suiugade  al  so  dominio,  elio  intendeva  a  destrur  al  roraaii 
imperio,  e  fo  con  li  romani,  Bergognon,  franscischi,  quelli  de  saxo- 
gna,  e  puocho  raen  tut-el  puovolo  de  occidente,  e  assemblasse  in  al- 
vernia;  e  in  prima  el  scorafisse  el  re  de  Bergogna,  lo  qual  venne  in 
contra,  e  alle  perfin  in  tanto  fo  forte  mente  combatu|in  bathalgia,  25" 
che  a  pena  se  trova  uncha  mai  in  alghuna  ystoria,  che  taigiadi  e 
morti  fo  de  1-una  e  de  l-.iltra  parte  clxxx  milia  homini;  e  tanto  san- 
gue fo  sparto,  che  uno  pizulo  riazulo,  che  li  discorreva,  de  sangue 
e  fato  fiume,  e  passa  li  corpi  morti  deli  homini;  e  atilla,  si  chomo 
homo  vento,  retorna  a  panonia;  e  fazando  poi  mazor  oste,  chon  fu- 
ror intra  in  ytalia,  e  in  prima  pjando  agolia,  lu  occupa  tute  le  cita; 
e  alle  perfine^  de  lio  papa  santissimo  ensando  de  ytalia,  in  panonia 
mori;  e  in  Ja  note  dela  morte  de  quello,  Martian  imperador,  el 
qual  in  quella  fiada  a  Constantinopoli  demorava,  vete  in  sonno  I-ar- 
clio  de  Atilla  roto,  per  questo  intendando  elio  esser  morto  ;  e  Va- 
lentin zener  de  theodosio,  per  quel  theodosio  siando  mandado  ciesaro 
ale  parte  de  occidente,  de  consentimento  de  tuta  ytalia  imperador 
fo  fato,  e  per  decreto  de  Theodosio  augusto  fo  appellado.  vii  dor- 
miente fradelli,  sotto  decio  tormentadi,  don  fina  a  tanto  ch-eli  decli- 
nasse la  crudelitade  deli  tormentadori ,  in  una  speloncha  se  messe, 
e  li  driedo  la  oracion  dormisse,  decio  sera  la  spelunca;  e  in  lo  tempo 
de  theodosio  da  dio  desmesceadi  del  somno,  in  lo  qual  ccjanni  li  avea  25» 
dormido,  elli  leva  su  e  confessa  la  fé  dela  resurreccion  dinanzi  da 
theodosio  imperador.  Alguni  eretisi  in  quella  fìada  levadi  la  negava, 
anchora  presente  lo  imperador,  e  molti  fideli  de  cristo  li  dormi  in 
cristo. 

Inl-anno  del  segoor  cdlxxxvii  Martian  e  Valentin  impera  anni  vn, 
per  lo  coraenzamento  del  qual  imperio  el  concilio  de  Calcidonia  fo 
fato,  oe  Eutiches  con  dyostero  fo  condannado.  In  I-anno  etiamdio  vi 
del  imperio  de  questo,  Theodorigo  re  deli  Gotti  con  grande  oste 
assalgi  yspagna.  Santa  Genovefa  clarificha  a  parixe.  Soto  questo  fo 
martiirizado  le  xi  milia  verzene  apresso  Cologna.  Questo  marcian  im- 
perador apresso  Constantinopoli,  fata  conspiracion  contra  da  elio  per 
li  suoi,  elo  fo  morto.  In  quella  fiada  etiamdio  la  cita  Agripina  e  tute 
le  altre  citade  sovra  lo  reno,  e  a  parixe,  reme,  Beluacese,  Embiam, 
e-1  tygro,  e  quasi  tute  le  cita  de  franza,  de  questi  vandali  prese  o 
destrute  fo. 

Inl-anno  del  segnor  cdxciv  Lyo   primo   impera  anni  xvii.  Allexan- 


Qul  devo  mancar  qualcli"  parola. 


200  Ceruti, 

dro  et  egypto  per  lo  error  de  dyoschoro  heretigo  deventando  languido, 

26"  iraplida  in  lo  mondo] la  canina  rabia,  de  spirito  comenza  abalgiare*. 
Per  quel  medesnio  tempo  la  parse  la  resia  deli  acefali,  impugnando 
el  concilio  de  Calcedonia.  In  lo  tempo  de  questo,  helyseo  propheta 
fo  translata  in  alexandria,  e-1  corpo  de  san  marche  a  venexia.  Inlo 
tempo  de  questo  lyo,  Augustulo  apresso  ytalia  el  regno  del  imperio 
assalgi,  ma  edonater,  de  generacion  de  tutene,  con  li  puteni  vignando 
in  ytalia,  siando  preso  cicerano  et  destruta  a  ferro  et  fuogo,  hore- 
ste  preso  in  plaxenza  fo  degolado,  e  augustulo,  el  qual  aveva  im- 
pensado  de  occupare  I-imperio,  e  xv  mese  ampo  la  chossa  publica 
avesse  governado,  vezando  che  Edonater  [che]  tuta  ytalia  avesse  oc- 
cupada,  spaventando  da  gran  paura,  per  spontana  volunta  zetando 
via  la  purpura,  la  maiesta  imperiale  depuose;  e  chosi  edonater  in- 
trando  in  la  cita  de  roma,  elio  ave  luto  lo  regno  de  ytalia,  la  qual 
chossa  che  conzo  fosse  per  anni  xiv  elio  1-avesse  governada,  nes- 
suno imbrigandolo,  theodorico  re  deli  gothi  vignando  deli  parto 
de  oriente,  lu  intra  per  possidere  ytalia.  Per  quel  raedesrao  tempo 
san  Mamerto  veschovo  de  vienna  clarifica,  lo  qual  tre  die   dele   ro- 

26*  gation  inanzi  1-assension  del  segnor  ordena  da  esser  ze|zuna.  Fiori 
etiamdio  in  questi  tempi  prospero  de  nacion  aquitanico,  del  beato 
lyo  papa  notarlo;  el  qual,  apresso  lo  regno  de  ytalia  fato  veschovo, 
per  dotrina  mirabile  clarifìcha,  e  li  honorevol  mente  reposa.  In  que- 
sto tempo  Aymondo  re  deli  lombardi,  conzo  fosse  che  anchora  el 
fosse  in  panonia,  per  accidente  trova  vii  puti  apresso  una  piscina, 
li  quali  [da]  una  meretrice  in  uno  parto  avea  parturido,  e  perche  li 
morisse,  ella  li  avea  cecadi^;  e  conzo  fosse  chosa  che-1  volesse 
savere  che  chossa  el  fosse,  stagando  sul  cavallo,  chola  lanza  che  lu 
portava  in  man  elio  revolse,  e  un  deli  puti  I-asta  del  re  tegni  chola 
man;  la  qual  chossa  vezando  lo  re,  el  se  meravelgia,  e  pronuntiando 
questo  esser  gran  judicio  che  deveva  vegnir,  chon  diligencia  li  fé 
nudrigare;  el  qual  poi  per  meravelgiosa  prodeza  in  re  eletto,  chon 
molta  felicitade  el  governa  li  lombardi. 

Inl-anno  del  segnor  dxi  Zeno  impera  anni  xvii.  Questo  fé  ploxor 
leze,  circhando  de  alcidere  lyo  fyo  de  Augusto,  e  per  quello  la  mare 
de  elio  presenta  altra  figura   simele,   e    quello  lyo   cherigo   occulta 

27«  mente  fé,  el  qual  in  lo  chierigado  infine  ali  tempi  de  lustinivive. 
Per  quel  medesmo   tempo  el  corpo   del   beado  Barnaba  apostolo,  e-1 


'  'colmatasi  nel  mondo  la  rabbia  canina  (dell'eresia),  incominciò  ad  abba- 
jar©  con  lo  spirito'. 
'  ?etadi  (i^etadi). 


'Crouica  deli  Imperadori'.  201 

evangelio  de  Mathio,  per  lo  stilo  de  quello  scrito,  quello  raedesrao 
revelando  fo  trovado.  Questo  zeno  choli  Gotti  fa  patto  de  paxe.  Theo- 
dorigho  siando  puto,  da  so  pare,  principo  deli  Gotti,  a  zen  impera- 
dor  fo  dado  per  ostagio;  el  qual  theodorico,  conzo  fosse  ch-ello  a- 
vesse  xiii  anni,  lo  imperador  zen,  guardando  la  utilitade  dela  chossa 
publica,  manda  quelli  choli  gotti  e  chola  zente  soa  in  ytalia,  la  qual 
Edonater  tegniva  occupada;  e  conzo  fosse  che  thcodoricho  per  vol- 
garia  e  panonia  in  ytalia  fosse  pervegnu,  e  poi  driedo  gran  fadighe 
non  lonzi  da  acquilea  in  li  ubertosi  pascoli  si  e  li  suoi  elo  se  recreasse, 
Edonater  con  tute  le  sforze  de  ytalia  li  luogo  assalgiando,  quello 
scornfito  fo  da  Theodorico;  si  che  Edonater  chon  pochi  romani  fu- 
zando,  conzo  fosse  che  del  puovolo  el  non  fosse  lassa  intrar  in  roma, 
e  a  ravenna  se  luogha;  la  qual  theodoricho  driedo  lo  assiedio  de  tri 
anni  la  destrusse,  e  a  roma  vignando  chon  allegreze  fo  recevudo. 
Poi  theodoricho  ogna  chossa  quieta  mente  tegnando,  la  fya  del  re  de 
franza  si  mena  per  molgier.  In  questi  tempi  henrigo  rejde  affrica,  de-  27* 
la  rexia  arriana  maculado,  più  che  trecento  chiesie  de  veschovi  sera, 
o  li  veschovi  in  bando  a  Sardegna  manda.  In  quel  medesmo  tempo 
la  zente  dali  sarraxini  driedo  molte  e  dure  batalgie  tuta  la  ysula 
de  Bertagna,  la  qual  mo  ven  dita  Engilterra,  possedè.  In  quel  tempo 
san  zerman  de  Antisiora  e-1  lupo  trecese  a  descazare  la  rexia  pella- 
giana  in  bertagna  per  lo  papa  fo  raandado.  In  quel  medesmo  tempo 
fulgencio  clarifica  in  fede  e  in  sciencia. 

In  I-anno  del  segnor  dxxviii  Anastasio  impera  anni  xxvi.  In  lo 
tempo  de  questo,  Trantaraondo  re  deli  vandali  in  affrica  le  catho- 
lice  chiesie  sera,  ccxx  veschovi  in  bando  li  manda  in  Sardegna.  Per 
quel  medesmo  tempo,  apresso  Cartagine  Olyrapio  i  veschovo  arrian 
la  santa  tiinita  biastemando  in  li  bagni,  mandando  I-angelo  tre  fa- 
xelle  de  fuogo,  visibil  mente  fo  arso  ;  e  barabas  veschovo,  el  qual  era 
de  la  fé  arriana,  don  fina  tanto  che  centra  la  regula  dela  fé  bati- 
zando  uno  1-avesse  dito:  Bateza  te  barrabas  per  lo  fyo  in  nome  del 
pare  e  per  lo  spiritu  santo,  incontenente  1-aqua,  la  qual  era  prestada 
a  batizar,  in  nessun  rauodo  non  aparse;  lajqual  chossa  guardando  23* 
quello  che  se  doveva  batizar,  elio  se  parti,  e  seghondo  la  usanza  de- 
la fé  elio  recevi  el  batesmo.  A  questo  hormisda  papa,  el  qual  aveva 
succedudo  a  Symacho,  zoe  che  lu  era  stado  papa  driedo  elio,  solenne 
legati  mandando  in  Constantinopoli,  si  lo  amoni  che  de-la  resia  ar- 
riana el  se  despartisse,  el  qual  non  solamente  li  legati  volse'  aldire, 
ma  etiamdio  elio  non  li  volse  videre;  e  subitamente^  per  zudisio  di- 


'  [non]  volse. 

Archivio  glottol.  iUl.,  TU. 


202  Ceruti, 

vino,  dela  sagita  de  culo  el  mori;  e  regna  chossi  desventurosa  mente, 
si  con  cercondado  de  campagnie  de  diversi  inimisi,  zemendo  spesse  fiade 
e  plazando^;  nessuna  vendeta  lu  merita  de  aldire  dali  soi  iniraisi, 
imperzo  che  elio  non  serva  la  raxon  dele  chiesie,  ma  favorizando  li 
heretixi,  elio  persegui  li  càtholici. 

lai-anno  del  segnor  dliv  lustin  impera  anni  ix.  Questo  per  ardor 
dela  fé  oombateva,  azo  che  lu  podesse  dissipare  li  heretixi;  la  qual 
chossa  aldando  Theodorigo,  re  arrian  de  ytalia,  el  manda  li  suoi  messi 
a  Constantinopoli  a  luslin  iraperador,  commando  che  si  elio  non  resti- 
tuisse le  chiesie  alli  heretixi,  elio  guasterave  tuta  ytalia;  poi  Tran- 

28*  smondo|illirico  receve  lo  regno  dali  vandali,  el  qual  siando  astreto, 
per  sagramento  de  Theodorigo,  a  zo  che-I  [elo]  non  conseiasse  li  cà- 
tholici in  lo  so  regno,  in  anzi  che  lu  recevesse  lo  regno,  li  veschovi 
elio  li  revoca  de  bando  e  revoca  le  chiesie.  Questo  lustin,  imperador 
cristianissimo,  ordena  che  in  zaschadun  luogo  [che]  le  chiesie  deli 
heretisi  fosse  per  la  catholica  religìon,  e  che  fosse  consegrade;  e  conzo 
fosse  chossa  che  lo  re  theodorigo  gottho,  insozado  dela  resia  arriana, 
questo  avesse  aldu,  zuan  papa  e  li  altri  homini  conselgieri  in  Con- 
stantinopoli a  lustin  mandado,  elio  manaza,  che  si  elio  non  restituiva 
le  chiesie  alli  arriani,  elio  alciderave  tuti  li  cristiani  per  ytalia  con 
gladio;  li  quali  honorevol  mente  recevudi  da  lustino,  a  li  priegi  del 
papa  e  deli  messi,  abiando  compassion  dela  morte  de  cristiani,  le 
chiesie  deli  arriani  elio  induxia  e  sovra  sede;  e  don  fina  tanto  che 
questi  messi  demorasse  inla  via,  Theodorico,  stimulado  de  rabia  e 
dela  iniquitade,  elio  alcise  a  gladio  Boetio  senador,  el  qual  elio  a- 
veva  mandado  in  prima  in  bando,  elli   altri   homini  càtholici.  Zuan 

29""  papa  con  quelli,  cholli  quali  |lu  era,  abiando  fato  ben,  da  poi  ch-eli 
torna  a  ravenna,  da  quello  in  prexon  lu  li  fé  morir;  ma  driedo  que- 
sta crudelitade  la  divina  justisia  e  seguida,  che  xc  di  driedo  questa 
malicia  de  subita  morte  elio  fo  morto ,  I-anima  del  qual  un  homo 
santo  remitta  vete  per  zuan  papa  esser  zetada  in  la  bocha  del  vol- 
chan.  A  questo  lustino  cristianissimo,  manda  hormisda,  venerabile 
papa,  in  Constantinopoli  German  veschovo  de  Capoa,  chon  molte  al- 
tre persone,  per  la  revocacìon  dali  veschovi,  li  quali  Anastasio  per- 
fido aveva  descazadi;  li  quali  messi  chon  gran  allegreza  el  clemen- 
tissimo  imperador  receve. 

In  quel  medesmo  tempo  la  beada  Brigida  verzene  mori  in  Scotia. 
Circa  questo  tempo,  hyberigo  re  de  franza,  dali  suo  descazado  dei 
regno  per  caxon  dela  vana  e  luxuriosa  vita,  viii  anni  romase  apresso 


*  pla[n]zando. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  S03 

Basin  re  deli  toringi;  el  qual  siando  revocado  in  la  soa  segnoria, 
Basina  raojer  del  re  Basia  deli  toringi  abiando  abandonada  so  ma- 
rìdo,  ella  venne  via  chon  olderigo;  el  qual  tolgiandola  per  molgier, 
el  zenera  de  quella  Clodoveo,  el  qual  poi,  batezado  per  santo  remi- 
gio,  cristianissimo  fato  fo,  e  inlo  numero  deli  santi  fo |  aggregado.  29* 
In  questo  tempo  ogni  bellcza  dcla  cita  de  anthiocbia  per  terramoto 
fo  zetada  in  terra. 

Inl-anno  del  segnor  dlxiii  lustinian  primo  impera  anni  xxxviii. 
Questo  imperador  Agapito  papa  homo  de  dio  revoca  del  error  de 
Artemio.  Questo  ordena  leze  e  compii  libri,  zoe  el  codego  e-1  dige- 
sto. Belisario  patricio  meravelgiosa  mento  triumpha  de  persia,  el  qual 
de  lustinian  mandado  fo  de  zudea  a  affrica,  e  destrusse  lo  re  deli 
vandali.  In  questo  tempo  roma  fo  assediada  dali  Gotthi  in  circuito 
de  un  anno,  ma  liberado  fo  da  belisario  patricio.  Arador  subdjachono 
dela  chiesia  de  roma,  poeta  raeravelioso,  el  qual  compuose  li  acti 
deli  apostoli  per  versi,  clarifica;  priscian  gramadego  fiori.  Questo 
lustinian  abrevia  le  leze  deli  romani.  In  lo  tempo  de  questo  fata  fo 
rnortalitade  apresso  Constantinopoli ,  per  la  qual  caxon  instituida 
fo  la  solennità  dela  purifìcacion  dela  beada  verzene  maria,  la  qual 
ven  dita  ypapanti  domini,  ypantese  in  lengua  griega*;  in  la  latina 
lengua  ven  aita,  incoìttr are.  In  li  tempi  de  questo, [apresso  monte  cas-  30* 
sin  poi  solitaria  e  streta  vita  in  un  convento  de  monesi  san  bene- 
dito  staseva.  In  li  tempi  de  questo  la  chossa  publica  molto  fo  pro- 
spera, si  in  oriente,  chomo  in  occidente;  e  quamvisdio  che-I  fosse 
circha  li  libri  e  le  leze  intento,  ampoi  per  patricio,  Belisario  per  nome, 
el  qual  elio  constitui  alle  bathalgie,  prospera  mente  in  zascadun  luogo 
el  fé  li  fati;  e  daspo  che  lu  ave  vento  persia  con  incredibili  viteria, 
el  passa  in  affrica  centra  li  vandali,  e  abiandoli  venti,  elo  li  sotopuoso 
al  romano  imperio,  e  passa  in  ytalia  centra  li  gotthi,  li  quali  quella 
e  eciamdio  roma  aveva  occupado;  e  passando  per  Sicilia  vene  a  napoli; 
raa  imperzo  che  li  citadini  per  caxon  deli  gotti,  li  quali  era  dentro, 
elio  non  volse  quello  recevere,  e  puochi  di  combatando,  quella  si  la 
prese,  el  qual  non  sola  mente  smaniado  in  li  gothi,  raa  eciamdio  in  li 
citadini,  crudel  mente  a  nessun  etade  o  sexo  perdonar  non  volse:  elio 
destrusse  li  beni  deli  monestieri  e  deli  chierisi  e  dele  altro  chiesie; 
alle  per  fine  conzo  fosse  che  alla  cita  de  roma  approssimasse,  li  goti, 
li  quali  era  dentro,  in  lo  tempo  dela  note  siando  di 'verso  porte  de  30* 
roma  averte,  in  ver  ravena  li  fuzi,  e  li  luogho  siando  congregadi  in 
batalgia  de  cam[io,  tuli  fo  venti;  e  belisario  patricio  abiando  abia  vi- 


204  Ceruti, 

loria,  elio  retorna  a  lustinian  a  Constaniinopoli ,    condugando  con  si 

preso  lo  re  deli  Gotti. 

In  questi  tempi  tanta  fame  fata  fo  per  tuta  ytalia,  che  le  mare  le 
carne  deli  suoi  puti  manzava.  In  quel  tempo  fiori  Cassiodoro  a  ra- 
venna  sanador,  poi  raonegUo  fato,  ornado  in  sciencia  e  in  loquela. 
Eciamdio  in  questo  tempo,  santo  herculan  vescliovo  de  perosa  mori, 
siando  fato  a  elio  talgiar  la  testa  da  lo  re  deli  Gotti.  Questo  lusti- 
nian daspo  cli-3l  feconstrur  el  meravelgioso  tempio  in  Constantinopoli 
a  honor  de  santa  sophia,  zoe  de  cristo,  li  luogho  in  molta  paxe  mo- 
rando  fo  sepelido.  In  lo  tempo  de  questo,  li  zudei  cho  li  sarraxini,  a- 
dunadi  insierabre,  alcise  tuti  li  cristiani  de  Cesarla  palestina;  la  qual 
cossa  aldando  1-imperador,  manda  uno,  e  gran  vendeta  de  questa  cbossa 
feze.  In  questi  tempi  fo  construtoel  monestiero  de  san  Aiauricio  e  da- 
li  suoi  compagni,  da  Sigismondo   re  de   bergogna,   per  la  morte  de 

31»  soa  fyo,  el  qual  de  conselgio  de  soa  maregna  aveva  morto.  In|questo 
tempo  Clodoveo,  re  de  franza  cristianissimo,  scomfisse  Illarico  re  de- 
li Gotti,  arrian,  apresso  Tolosa.  In  questo  tempo  eciamdio  in  pago  de 
parixe  santa  Genovefa  clarifica. 

Inl-anno  del  segnor  dcxiv  lustin  segondo  impera  anni  xi.  Narses 
patricio,  daspo  ch-elo  sotopuose  el  re  deli  Gotti  in  ytalia  a  lustin 
augusto,  inspaurido  per  le  minace  de  Sophia  augusta,  molgier  de  lu- 
stin, elio  se  muda  alli  lombardi  e  introdusse  quelli  in  ytalia;  e  con- 
zo  fosse  che  la  zente  deli  longobardi  habitasse  in  panonia,  Narses 
con  arbuto,  che  fo  re  de  quelli,  e  con  Rotarlo  soccessor  so,  fati  fo  si 
amisi,  quasi  com  si  fosse  sta  cosini  zermani,  e  ordena  conselgio,  per 
lo  qual  li  podesse  tuor  lo  regno  de  ytalia  a  Augustin  imperador  e  a- 
li  suoi  successori;  la  qual  cosa  fato  fo,  e  asoluto  fo  lo  regno  de  ytalia 
dela  servitudine  de  Constantinopoli;  e  da  quel  tempo  li  romani  per 
patricii  comenza  a  segnorizare,  e  fato  fo  del  regno  de  ytalia  habita- 
cion  deli  longobardi,  li  quali  habiando  scombatu  e  vento  Millan,  ti- 
cino,   Bressa  e  Bergamo,  li  comenza  ad  habitare;  e  driedo  Rotarlo 

316  regna  Gisulfo  e  Elbe|reto,  al  qual  herbereto  succede  lo  re  lombrando, 
e  a  lombrando  succede  Grimualdo.  El  fyo  de  quel  Grimuaklo  impe- 
rava a  li  sampniti.  In  quelli  tempi  quamvisJio  che  li  longobardi  fosse 
batezadi,  niente  de  meno  elli  coltivava  le  ydole,  si  chorao  li  arbori, 
e  eciamdio  al  muodo  bestiai  lo  ydolo  dela  vipera;  del  qual  error  el 
santo  omo  barbato  per  nome,  vescliovo  de  bonevento,  quello  retrasse, 
imperzo  che  1-arbor,  el  qual  elli  adorava,  elio  lu  sfesse,  e  lo  ydolo 
dela  vipera  de  oro  lu  lo  muda  in  un  calixe.  Poi  succedi  in  lo  regno 
deli  longobardi  Arstolfo  re,  coatra  lo  qual  vene  lo  re  pippin  de  franza, 
chiaraado  per  lo  papa,  si  chomo  fi  monstrado  dove  che  ven  dito  de 


'Cronica  deli  Imperadori'.  205 

pippino.  In  li  tempi  de  questo  Romualdo,  el  corpo  del  beado  Bartho- 
loraeo,  apostolo  de  India,  in  prima  pervenne  inla  ysola  deli  lippari, 
poi  in  Bonivento  translatado  fo.  In  lo  tempo  de  questo,  li  armenii 
receve  la  fé  cristiana.  In  quel  medesrao  tempo,  li  longobardi  li  cavelli 
del  cavo  li  tondeva,  e  questo  dela  cima  del  cavo  infina  al  zuffo  ra- 
gnuda  nudava*;  li  cavelli  dela  faza  infina  ala  bocha  li  avea  destexi; 
le  vestimento  de  quelli  era  largo  e  longc,  e  maxima  mente  quelli  de  32" 
lin,  segoni  do  che  li  frixoni  soleva  avere;  le  calze  de  quelli  era  pen- 
dente in  fina  alle  cadechie,  alli  lazi  dele  correze,  de  qua  e  de  la  pen- 
dando  ligade.  E  lustin  iraperador,  el  qual  fo  homo  catholico,  in  ma- 
zor  paxe  averave  finidi  li  die  suoi,  se,  conselgia  de  soa  molgier,  Nar- 
senso  patricio  si  elio  non  l-avcsse  turbado;  da  ogni  parte  batalgie  a 
Instino  imperador  li  vegniva  fate,  daspo  che  narses  era  partido  da 
Instino;  el  qual  molto  vegniva  temudo,  imperzo  che  Narses  era  homo 
molto  pietoso,  in  la  religion  catholico,  in  li  puovri  donador,  studioso 
in  reparar  le  chiesie  deli  santi;  alle  vigilie  e  alle  oration  tanto  era 
intento,  che  più  avea  vitoria  per  prieghi  che-1  faxeva  a  dio,  che  per 
batalgia  de  arme. 

Inl-anno  del  segnor  dcxxv  Tjberio  impera  anni  vii.  In  lo  tempo 
de  questo,  i  longobardi  chon  gran  possanza  prese  ytalla,  e  quelli 
vense  li  Gotthi;  li  quali  era  pagani  e  heretixi,  fati  fo  cristiani.  Que- 
sto imperador  eciamdio  cristianissimo,  ali  povri  era  molto  piatoso,  li 
thesauri  del  pallazo  alli  puovri  el  daxea;  e  conzo  fosse  che-I  ve- 
gnisse  represo,  che  lu  era  dissipador  deli  ben  del  coraun,  |  lu  respuo-  39» 
se  :  E  me  confido  in  lo  segnor,  che  al  comun  nostro  non  mancherà 
peccunia;  ma  de  quelle  cosse  che  dìo  ne  a  dade,  aquistemo  thesauri 
in  cielo.  E  conzo  fosse  chossa  che-I  passasse  per  un  palazo  impe- 
riale, el  vete  in  lo  solare  covertura^  una  tavola  de  raarmore,  in  la 
qual  era  la  croxe  scolpia;  e  conzo  fosse  che  la  tavola  lu  avesse  fata 
levare,  digando  indegna  chossa  esser  che  la  croxe  fosse  calcada  choli 
pei,  la  qual  in  li  peti  e  in  li  fronti  deli  homini  de  esser,  li  aparse 
soto  quella  una  altra  croxe  in  quel  muodo  sculpida;  e  conzo  fosse 
che  lu  avesse  fato  levare  quel  altra  tavola,  li  aparse  la  terza  tavola 
simele;  e  conzo  fosse  che  l-imperador  meravelgiandose  quella  avesse 
fata  levare,  elio  atrova  infinito  tlicsauro. 

In  I-anno  del  segnor  dcxxxii  Mauritio  impera  anni  xx.  In  quel  me- 
desmo  tempo,  san  Grigolo  meravelgioso  homo  fo  reputado.  Elypsa- 
des,  zoe  quella  zente  che  chossì  era  chiamadi,  corabatando  contra  li 


*  ragnudava,  v.  less. 

'  'nel  suolo,  [quasi]  ricopertura' 


20G  Ceruti, 

romani,  fo  descazudi  più  per  oro  che  poi'  ferro,  e  ali   ben  del  coraun 
asai  utelo;  el  qual  veiise  persia  e  arinenia  per  batalgie  e  per  fuogo, 

33"  0  menai homini  in  captività  per  lo  so  prefeto  el  primo  anno  del  so  im- 
perio. In  lo  tempo  de  questo,  san  Grigolo  Arzizagno  in  papa  fo  eletto; 
e  lo  so  consentimento  lu  afferma  alli  imperiali  lettere.  In  quel  tempo, 
in  Sephat,  non  lonzi  de  lerusalem,  la  gonella  del  segnor  lavorada  so- 
til  mente  fo  trovada,  e  del  veschovo  Grigolo  de  antliiochia,  de  Tho- 
maxo  veschovo  da  lerusalem  0  da  altri  in  una  arclia  de  marmore  fo 
logada  in  yerusalera.  In  I-anno  xiii  de  Maurici©,  el  beado  Grigolo  man- 
da in  Engelterra  augustin  monego  per  far  convertir  quelli  de  saxo- 
gnia,  li  quali  de  novello  era  iutradi  in  Britagna  forte  mente,  e  quelli 
de  Britagua,  deli  quali  anchora  li  guallengi  era  remasi,  da  luyterio 
papa  don  fina  tanto  ch-eli  fosse  fati  cristiani*;  alle  per  fin  mauricio 
imperador  chol  beado  Grigolo  discordava  molto,  in  tanto  che  driedo 
molte  tractacion,  le  qual  el  faxeva  al  papa,  e  eciamdio  a  elio  mana- 
zasse  dare  morte,  le  aparse  in  quella  fiada  a  roma  un  homo  in  habito 
de  monegho,  abiando  in  man  una  spada  trata,  e  andando  per  la  cita 
chiamando:   In   questo  raedesmo  anno  Mauricio  morirà  chon  gladio; 

33*  la  qual  cossa|I-imperador  vezando,  dali  suoi  mali  se  penti,  e  per  si 
e  per  altri  lu  ora  a  dio,  azo  che  questa  sentenza  lu  retraesse;  e  fato 
queste  chosse,  lu  aldi  in  sonno  una  voxe  digando:  A  pena  o  qua  o 
in  lo  zudixio  che  de  vegnir,  a  ti  e  perdona;  e  1-imperador  respuose: 
Amador  deli  miseri,  dio,  qua  a  mi  rendi  mal,  azo  che  in  lo  tempo, 
che  die  vegnir,  tu  mi  perdoni.  Poi  siando  Mauricio  moriente,  con- 
zo  fosse  chossa  che  lu  costrenzesse  li  suoi  chavallieri,  ch-eli  non 
fesse  rapine  ne  furti,  ne  a  elli  ampo  elo  daesse  li  soldi  che  lu  era  u- 
sado,  li  cavalieri  provocadi  li  crea,  econstitui  sovra  de  si,  focha  centra 
raauritio  ciesaro;  la  qual  chossa  abiando  alduda  Mauritio,  a  unaysula 
el  fuzi,  e  li  chela  molgier  e  doi  filgioli  per  focha  el  fo  morte.  Que- 
sto fo  lo  primo  dela  zente  deli  griesi,  che  soccedi  al  romano  imperio. 

Inlo  tempo  de  queste,  apresso  damio  una  feraina  parturi  un  puto 
senza  otchi,  senza  brazi,  senza  man  ;  dal  umbigol  in  anzi  lu  era  si  chom 
una  coda  de  pesce;  e  in  lo  fiume  del  Nilo,  apresso  I-ysola  de  lera,  se- 
rene, con  faza  d-omo  e  de  feraena,  dal  oste  de  rema  si  fo  vezude, 
da  domane  infìna  a  mezo  di.  In  questo  tempo  clarifica  zuanne  ve- 
34<«  schovo|de  alexandria,  el  qual,  per  la  grandissima  pietade  di  povri 
de  cristo,  zuan  elemosinarlo  dito  fo. 
Inl-anno  del  segnor  dclii  Focha  impera  anni  viii.  Queste  per  tra- 


*  'dei  quali  ancora  erano  rimasti  (pagani)  i  Vallesi,  raentr'essi  (i  Britoni) 
erano  stati  fatti  cristiani  da  papa  Eleuterio  (!).' 


'Cronica  deli  Imperadori'.  207 

dimenio  dela  cavallaria  iraperador  fato  fo.  Mauricio  augusto  nolìele 
e  molti  altri  ne  fo  morti  da  olio.  Grevissime  batalgie  in  centra  el  re 
de  persia  el  move;  per  li  quali  li  romani  forte  mente  scombatudi,  plo- 
xor  provencie  e  instessa  yerusalem  li  lassa.  Questo  concedi  al  Leado 
bonifacio  papa  iv  veschovi  de  roma  e-1  tempio,  el  qual  pantheon  era 
chiamado,  a  zo  che-1  fosse  consegrado  a  honor  dela  beada  Maria 
verzeno  e  de  tuti  li  santi;  e  patricio,  focha  homicida  non  sustegnan- 
do,  a  Eraclio  in  affrica  lo  manda,  azo  che  so  fyo  Eraclio  contra  fo- 
cha el  mandasse,  la  qual  chossa  fato  fo,  che  Eraclio  con  navilio  ve- 
gnando  vense  focha. 

Inl-anno  del  segnor  dclx  Eraclio  con  Constantin  so  fjo  impera 
anni  xxxi.  In  questi  tempi,  Sisebusto  gloriosissimo  principe  deli 
Gotti  ploxor  cita  deli  romani  tolse,  le  quale  era  a  elio  rebelli,  e  li 
zudei  del  regno,  so  soieti,  ala  fa  de  Cristo  el-li  converti.  El  terzo 
anno  del  imperio  de  questo  Eraclio,  Cosdroe  re  de  persia  molta  parte 
deli  ben  del  comun  prese,  e  guasta  yerusalem,  |  e  arse  le  venerabili  34* 
luoghi;  el  qual  imprexonando  gran  copie  de  puovoli,  inserabre  mente 
chol  patriarcha  zacharia,  el  precioso  lengno  dela  santa  croxe  in 
persia  dusse;  e  in  I-anno  xii  de  Erciclio,  Cosdroe  re  de  persia  fo 
morto  per  Eraclio,  e  in  quella  fiada  el  puovolo  dela  captività  fo 
liberadi,  chela  santa  croxe  fo  revocado.  In  quel  tempo  Macometo 
propheta  deli  sarraxini  se  leva  e  fo  grande;  e  azo  che  nessun  per- 
cevesse,  el  diseva  che  parlava  chol  I-angelo  quante  fìade  el  zazesse, 
e  del  principado  deli  laroni  el  pervenne  al  regno;  e  eciamdio  da 
un  raonegho,  el  qual  avea  nome  Sergio  apostata,  el  vegniva  infor- 
mado  per  inganar  el  puovol  cristiano.  Questo  eraclio  abiando  venta 
persia,  con  gloria  retornando,  elio  redusse  a  lerusalem  Zacharia  pa- 
triarcha e  tuto-1  puovol  cristiano,  che  era  stado  in  prexon  cativa- 
do;  e  portando  la  santa  croxe,  la  qual  da  Cosdroe  lu  avea  recevuda, 
ornado  dela  regal  corona,  don  fina  tanto  che-1  volesse  intra  per  la 
porta,  per  la  qual  essi  cristo  portando  la  croxe  ala  passion,  la 
porta  per  divina  vertu  fo  serada;  e  siando  umiliado  a  intrare,  la 
porta  se  avri,  e  chossi  siando  portada  la  croxe,  lu  institui  che  la 
festa! dela  exaltacion  de  quella  croxe  fosse  fata  ogni  anno.  35<» 

In  quel  tempo  fiori  ysidoro  veschovo  de  yspalo,  soccessor  del  beado 
leandro.  Questo  homo,  molto  araaistrado,  [in]  lo  libro  dele  yti- 
raologie  elio  compuose,  la  cronica  etiamdio  del  tempo  de  leronimo 
in  fine  ala  morte  soa  el  scrisse.  In  questi  tempi  fiori  san  gallo  ab- 
bado  in  allemagnia,  discipulo  de  san  colurabano.  In  I-anno  del  im- 
perio de  Eralio  xv,  li  sarraxini,  li  quali  da  li  in  driedo  soto  lo 
regno   de  persia  era  stadi,  Eraclio  quelli  abiando  venti,  al  romano 


208  Ceruti, 

imperio  li  rende.  In  quel  tempo  Machoraeto  principe  dali  sarraxini 
mori,  poi  Bobier  principa.  Epaclio,  conzo  fosse  cossa  che-1  fosse  a- 
stronomo,  el  vete  in  le  stelle  lo  regno  so  da  la  zente  circumcisa  de- 
ver  esser  vastado;  per  la  qual  chossa  el  comanda  allo  re  de  Franza 
ch-el  coma  {sic)  che  tuli  li  zudei  in  lo  so  regno  fosso  batezadi,  la 
qual  chossa  fato  fo.  Vero  e  che  poi  dentro  li  romani  el-li  sarraxini 
nassi  batalgia  da  non  perdonare,  in  tanto  che  Eraclio  temandose  do- 
la croxe  del  segnor,  quella  de  yerusalem  in  Constantinopoli  trans- 
porta-, dela   qual   gran   parte  poi,  in  I-anno  del  segnor  mccxltiii,  a 

35*  instancia|del  cristianissimo  lovixe  re  de  franza  a  parixe  fo  portado. 
In  quel  tempo  santa  aurea  clarifica,  la  qual  santo  Eligio  la  messe 
inlo  monestiero,  el  qual  a  parixe  elio  avea   construto  apresso  el  pa- 
lazo  del  re. 

Inl-anno  xxviii  de  Eraclio,  li  sarrasini,  li  quali  avea  revelado  a 
elio,  abiando  destruto  lerusalem,  elli  prese  anthiochia;  e  dendo  luo- 
gho  Eraclio  fato  ydropico,  mori  maculado  dela  rexia  deli  mona- 
cheliti^  li  quali  niega  in  cristo  esser  stado  doe  voluntade;  e  da  pò 
che  la  croxe  del  segnor  el  porta  in  yerusalem,  el  stete  in  quelle 
porte,  e  chol  patriarcha  dali  lacchiti  disputando,  da  quello  el  fo  in- 
gannado:  e  li  lacchiti  e  cristiani,  li  quali  lo  apostolo  lachomo  con- 
verti alla  fede,  ma  li  sente  mal  dela  fede,  ch-eli  afferma  cristo  nassu 
dela  verzene  e  in  celo  esser  ascendudo,  ma  in  nessun  muodo  dio 
esser  stado.  Inlo  tempo  de  Eraclio,  lo  regno  de  persia,  el  qual  per 
la  vertu  soa  lu  avea  schosso  cheli  romani,  in  quella  fiada  dali  sar- 
raxini fo  vento;  e  quelli  de  Arabia,  siando  descazado  lo  so  re  Ormisda, 
in  fin  in  lo  presente  tempo  a  quello  possedu.  Syssebusto  eciamdio, 
re  deli  Gotti  in  spagnia,   molte  citade  lu  occupa,  le  qual  li  roman 

36"  tegniva;  e  da  quel  tempo  in  qua,  | in  zaschadun  luogho  per  lo  mondo 
comenza  a  manchare  irrecuperabile  mente  la  segnoria  dali  romani. 

Inl-anno  del  segnor  dcxci  Constantin  terzo  in  ytalia  con  yradon 
so  frar  impara  anni  xxvii.  Questo  fyo  de  Eraclio  fo  e  in  Sicilia  fo 
morto.  Soto  questo,  gran  parte  deli  beni  del  comun  fo  desolada, 
imperzo  che  fo  pessimo  in  tute  le  chosse,  e  fé  alcire  Martin  papa. 
Anchora  vignando  Constantin  a  roma,  elio  depuose  tuto  quello,  lo 
quale  era  ad  ornamento  dela  cita  de  roma,  e  porta  chon  si  in  Si- 
cilia. In  I-anno  de  Constantin  sexto,  li  sarrasini  occupa  affrica.  Que- 
sto constantin  vignando  da  polo  de  Constantinopoli,  redusse  typo^ 
centra  la  fé  catholica,  zoe  ne  una  ne  doe  volunta  over  operacion  in 


Monoteliti. 

tyto,  come  tosto  si  vede;  ma  il  passo  rimane  alquanto  oscuro  e  incerto. 


'Cronica  deli  Imperadoii'.  209 

Cristo  da  esser  confessar;  e  per  questo  Martin  papa  fazando  conci- 
lio de  ce  vcschovi,  si  anathema  e  scomunega  li  heretisi,  zoe  tyto, 
Sergio  e  polo  del  presente  error  intentor.  Per  questa  caxon  el  papa 
Martin  de  comandamento  de  Constantin  iraperador  fo  preso,  e  alla 
per  fin  a  tersona,  doe  san  demento  era  sta  mandado  in  bandizaraento, 
el  mori.j 

In  quel  tempo,  santo  ydocho,  fyo  del  re  de  Bertagna,  abiando  a-  36^ 
bandonado  el  regno  e-1  mondo,  fato  fo  heremita;  in  pago  pontino 
reposa  in  lo  segnor.  Questo  Constantin  molti  dela  fede  ortodoxa 
a  bote  e  bandizamenti  condanna,  imperzo  che  alla  soa  rexia  li  non 
volesse  obedire;  per  la  qual  cosa,  don  fina  tanto  che  apresso  Con- 
stantinopoli  quasi  a  tuti  el  fosse  in  oio,  et  in  Italia  navegha,  vo- 
landola tuor  de  man  deli  longobardi,  e  li  reposare  e  demorare;  e 
conzo  fosse  che-I  fosse  vegnu  alle  per  fine  de  Bonivento,  Grimaldo, 
de  quella  provencia  dux,  fortemente  contrastando,  I-oste  de  quello 
el  sconfisse;  e  imperzo  vezando  che  li  el  non  fesse  alghun  ben  ,  lu 
anda  a  roma,  al  qual  venne  incontra  reverente  mente  el  papa  vita- 
lian  per  vi  melgiar  lonzi  de  roma,  e  quello  con  moltitudine  de  puo- 
volo  el  condusse  alla  beada  chiesia  de  san  piero;  e  conzo  fosse 
chossa  che-I  fosse  stado  in  roma  per  xii  di,  per  gran  cupidità  duto, 
varii  ornamenti  da  bronzo  e  de  marmore,  deli  quali  roma  vegniva 
ornada,  elo  li  fé  portare  al  theuro,  azo  che  elio  li  transportasse  a 
Constantinopoli;  intra  le  quale  lu  discovri  le  coverture  de  bronzo 
delairaare  de  dio,  el^  martiro,  lo  qual  de  qua  indriedo  vegniva  dito  37" 
pantheon.  Adoncha  siando  despartido  de  roma,  conzo  fosse  chossa 
che-I  navegasse  in  Sicilia,  in  un  bagno  fo  morto  da  la  soa  zen  te;  e 
driedo  la  soa  morte,  li  cavalieri  crea  un  iraperador  armeno,  maxen- 
cio  per  nome;  ma  no  molto  driedo,  Constantin  fyo  de  Constantin  vi- 
gnando li  chon  navilio,  elio  receve  la  purpura  imperiai;  e  Muxenzo, 
con  quel  che  avea  morto  el  pare,  de  morte  crudelissima  li  condanna. 
Inlo  tempo  de  questo,  humaco,  principe  dali  sarrasini,  in  lo  luogo 
doe  imprima  era  stado  el  tempio  deli  zudei,  el  qual  vespaxian  aveva 
destruto,  el  tempio  ch-e  mo  in  lerusalem  la  construsse,  in  lo  qual 
adora  li  sarrasini. 

In  questi  tempi,  lo  exercito  deli  franceschi  vignando  de  proenza, 
intrando  in  lombardia,  al  qual,  conzo  fosse  che  Grimaldo  choli  lom- 
bardi fosse  andadi  in  contra,  [e]  infenzandose  che  se  metcsse  in  fuga, 
laxando  li  pavalgioni  vuodi  do  homini ,  ma  pieno  de  beni  e  raazor 
mente  de  vin;  e  conzo  fosse  chossa  die  li  franceschi,  pensando   che 


V.  Annotaz.,  §  39  e. 


210  Ceruti, 

quelli  fosse  fu7,idi  per  paura  do  lor,  e  fosse  vcgnudi  alli  pavioni,  e  fosse 
S'*  iraplidi  de  ciboje  iniuriadi  de  vin,  de  note,  don  fina  tanto  ch-eli  dormis- 
se, Griraaldo  chola  soa  zente  andando  sovra  quelli,  quasi  tuti  alcise. 
In  I-anno  del  segnor  dccxviii  Constanlin  quarto,  fyo  de  Constantin, 
impera  anni  xvii.  In  lo  tempo  de  questo,  li  sarrasini  asalgi  Sicilia,  e 
con  molta  gran  preda  se  parti.  Inlo  tempo  etiandio  de  questo,  lo 
\i  capitulo  fo  celebrado  a  Constantinopoli,  contra  Grigolo  patriar- 
cha,  de  covili  vescliovi.  Questo  da  fede  fo  catliolico  e  atemperado,  e 
usado  de  savio  conseio,  con  quelli  de  arabia,  li  quali  abitava  in  da- 
masco, e  con  volgari^,  elio  feze  firmissima  paxe,  e  reconza  le  chiesie, 
le  qual  per  li  heretixi  era  sta  ruinade  e  rote  dali  tempi  de  Eraclio 
so  besavo;  e  ande  contra  li  monathiliti,  li  quali  el  par  e  I-avo  1-avea 
defesi,  impinzando  destruxer  le  soe  opinion;  per  lo  qual,  lo  sexto 
capitolo  universal  el  congrega  a  Constantinopoli,  de  cclxxxix  vescho- 
vi;  el  qual  capitolo  declara  do  nature  e  do  voluntade  in  un  segnor 
yhesu  cristo. 

Inl-anno  primo  de  questo,  Grimaldo  re  deli  longobardi  e  deli 
Beneventani,  conzo  fosse  che  lu,  nove  die  driedo  la  salaxadura, 
38"  abiando  tolesto  l-archo  per  voler  ferire]  una  colomba,  la  vena  del 
brazo  si  li  rompe,  e  sovra  raetando  li  medisi  raedigamenti  venenadi, 
el  mori.  In  lo  tempo  de  questo,  la  cita  Tyricia  per  pestilenza  ro- 
mase  senza  puovolo  in  tal  muodo,  che  fuzando  li  horaini  per  li  colli 
di  monti,  intra  la  predita  citade  le  erbe  nascesse;  e  morto  apresso 
Constantinopoli  Ortodoxo  augusto,  so  fjo  lustiniano  succede  a  esso 
in  lo  imperio.  In  lo  tempo  etiamdio  de  questo  Constantin,  la  molgier 
del  re  de  persia,  la  qual  avea  nome  Cesarea,  de  per  lia,  chom  po- 
chi fideli,  secreta  mente  eia  venne  a  Constantinopoli;  doe,  conzo  fosse 
che  per  lo  iraperador  del  santo  fonte  la  fosse  sta  levada,  e  ale 
perfin  trovada  non  volere  tornare  al  so  marido,  se  ira  prima  elio  non 
fosse  fatto  cristiano,  elo,  chon  xl  milia  homini  vignando  a  Constan- 
tinopoli pacifica  mente,  con  tuti  elio  fo  batezado.  In  quel  tempo  Bul- 
degari,  li  quali  abitava  oltra  li  paludi  de  Meotida,  doe  che  e  la  gran 
Bolgaria,  le  fine  deli  romani  guastava;  li  quali,  imperzo  che  Con- 
stantin imperador  no  li  potè  soperchiare,  in  confusion  deli  romani 
feze  pasi  con  quelli,  pagando  a  quelli  trabuto  ogni  anno.  | 
38*  Inl-anno  del  segnor  dccxxxv  lustinian  seghondo  impera  anni  x. 
Questo  contradisse  lapaxe  contra  li  sarraxini  x  anni  per  mare  e  per 
terra.  Questo,  savio,  largo,  bon,  amplifica  molto  lo  imperio  roman, 
li  fati  del  qual  se  leze  in  pantheon  2,  e  feze  molte  leze,  e  molto  ho- 


Bulgari.  "  Nome  d'una  Cronaca.- 


'Cronica  deli  Imperadori'.  211 

nora  li  ecclesiastici  beneficii;  ma,  circha  la  fin  so,  el  sexto  capitolo, 
el  qual  so  pare  avea  fato,  el  se  sforza  da  rompere;  e  Sergio  papa 
in  questo  contrastando  a  elio,  [e]  la  chiesia  indarno  elo  se  sforza  de 
turbare;  e  in  I-anno  x  so,  lyo  patricio  priva  lustinian  del  regno,  e 
abiandolo  privado  quello  del  naso  e  dela  lengua,  elo  lu  manda  in 
bando  a  tersona^  In  questo  tempo  fiori  el  venerabile  Beda  prievede. 
Circha  questo  medesmo  tempo  san  Colomban  de  ybernia  venne  in 
Bergogna. 

Ini  anno  del  segnor  dccxlv  lyo  segondo  impera  anni  in.  A  questo 
lyo,  tyberio  talgia  el  naso,  abiandol  descaza  del  imperio,  e  mandalo 
a  Tersona  in  bando  e  impera  per  quello.  In  quel  medesmo  tempo 
gran  scisma  fo,  che  siando  fato  el  capitolo  de  Agolia,  elo  non  volse 
recevere  el  quinto  capitolo  universal  da  lustin  primo  e  da  vigi|liopapa  39» 
celebrado  a  Constantinopoli,  li  qual  Sergio  papa  redusse  a  concordia. 

Inl-anno  del  segnor  dccxlviii Tyberio  terzo  impera  anni  vn.  Inlo  tem- 
po de  questo,  Gisolfo  dux  de  Bonivento  guasta  ytalia.  Inlo  tempo  de 
questo  Tyberio,  conzo  fosse  chossa  che  lustinian  fosse  messo  in  bando 
a  Tersona,  digaudo  al  puovolo  publica  mente  che  anchora  elo  torave 
lo  imperio,  el  puovolo  per  cielo^  de  augusto  intendesse  quello  alci- 
dere,  el  fuzi  al  principo  deli  turchi,  el  qual  de  a  elio  per  molgier 
una  soa  germana,  e  per  alturio  de  quello  e  deli  Bulgari  elo  recovra 
I-imperio,  e  a  lyon  e  a  tyberio  occupador  del  imperio  elo  li  fé  tal- 
giare  la  testa.  In  tanto  elio  adovra  vendeta  in  li  soi  adversarii,  che 
cotante  fiade,  quante  elio  forbiva  una  goza  de  reuma,  descorrando 
del  so  naso  talgiado,  quasi  tante  fiade  elio  alcidisse  algun  deli  suoi 
adversarii. 

Inl-anno  del  segnor  dcclv  lustinian  segondo  impera  anni  vi.  Que- 
sto e  quel  medesmo,  el  qual  de  sovra  era  sta  privado  del  imperio.  In 
chetai  anno  per  questo  dal  tre  cavo  el  veti  recitado'^;  e  iraperzo  lu- 
stinian seghondo,  da  pò  che  lujave  recevu  I-imperio,  abiando  abra-  39» 
zado  la  fede  ortodoxa,  elo  invida  Constantin  papa  a  Constantinopoli; 
e  quello  vignando  e  retornando,  lu  onora  dela  gloria  apostolica  di- 
gnità. Per  certo  lustinian  ordena  che-1  fosse  destruta  Tersona,  doe 
lu  era  stado  in  bando;  e  abiando  congregade  tute  le  nave  che-1  pota 
avere,  per  lo  patricio  so  lu  alcise  tuli,  exceto  li  fantolini;  e  conzo 
fosse  che  li  fantolini  el  volesse  alcidere,  li  homini  dela  proencia  feze 
so  capitaino  un  bandezado,  el  qual  aveva  nome  philippo,  el  qual  vi- 
gnando a  Constantinopoli,  elo  alcise  lustinian  chol  fyo. 


Cherson.  *  zelo. 

V.  le  annotaz.  lessic,  s. 


212  Ceruti, 

Inl-anno  del  segnor  dcclxi  Philippe  segondo  impera  anno  uno, 
mesi  VI.  Questo  fuzi  in  Sicilia  per  caxon  del  oste  deli  romani.  Que- 
sto conzo  fosse  che-I  fosse  heretico,  el  comanda  che-1  fosse  tolta  via 
tute  le  penture  de  le  chiesie;  per  la  qual  chossa  li  romani  non  volse 
recevere  la  ymagene  del  nome  so. 

Inl-anno  del  segnor  dcclxii  Anastaxio  segondo  impera  anni  in. 
Questo  abiando  preso  philippo,  elo  li  fé  trar  li  otchi.  Questo  in  tute 
chosse  rio  fo;  I-oste  de  questo  alesse  Theodoxio  per  1-imperador,  el 
qual  abiando  vento  Anastaxio,  ordcna  quello  in  prievede.| 
40"  Inl-anno  del  segnor  dcclxv  Theodoxio  ni  impera  anno  uno.  Que- 
sto benigno  fo;  in  humele  cuor  el  tene  I-imperio;  el  qual  Ijo  i)oten- 
tissimo  el  depuose  del  imperio;  el  qual  poi  fato  chierigo,  el  residio 
de  la  vita  el  dusse  in  paxe. 

Inl-anno  del  segnor  dcclxvi  Lyo  ni  chon  Constantin  so  fyo  ira- 
pera  anni  xxv.  In  lo  tempo  de  questo,  li  sarraxini  vene  a  Constanti- 
nopoli,  e  ni  anni  assedia  la  cita,  e  dende  luogo  tolse  molti  beni.  In 
I-anno  iv  de  Ijo,  Luprando,  re  deli  longobardi,  aldando  che  li  sar- 
raxini, li  quali  avea  disfato  Sardegna  de  puovolo,  guastava  quelli 
luogi,  in  li  quali  le  osse  del  beado  Angustino  era,  le  quale  per  la 
guastacion  deli  sarraxini  da  ypona  infìna  li  era  ])ortade,  elo  si  manda 
legati,  li  quali  abiando  dado  molto  oro,  quelle  pretiose  reliquie  chon 
si  porta  infina  a  zenoa,  doe  lo  re  prefato  personal  mente  vignando  in- 
contra, chon  grande  allegreza  e  devocion  quelle  reliquie  portando  a 
pavia,  li  in  la  chiesia  del  beato  piero  apostolo,  la  qual  lu  avea  con- 
struta,  honorevol  mente  le  sepeli.  In  lo  tempo  de  questo  lyo,  Raboto, 
40*  dux  deli  frixon,  dutto  alla  predicacion  da  ulfran  arziveschovo|  de 
zenoa,  azo  ch-el  fosse  batezado,  conzo  fosse  chossa  che  lu  avesse 
messo  un  pe  in  la  fonte.  I-altro  elio  retrasse,  domandando  doe  più 
fosse  deli  suoi  mazore,  in  I-inferno  o  in  paradiso;  e  oldando  che  in 
I-inferno  en  fosse  più,  el  pe,  che  lu  avea  dentro,  elio  lo  retrasse 
eciamdio  e  disse:  Li  doe  li  più  lieve  chosa*  che  io  segua  li  più,  cha 
li  men;  e  chossi  beffado  del  dyavolo,  conzo  fosse  che  molti  beni  elo 
1-imprometesse  in  ploxor  anni,  el  terzo  di  subita  mente  el  fo  morto. 
Questo  lyo  imperador,  seduto  da  uno  che  aveva  abandonada  la  fé, 
contra  le  ymagine  de  dio  e  deli  santi  indusse  batalgia,  e  commanda 
in  zaschadun  luogo  esser  deponude  e  arse.  Per  lo  errore,  Grigolo 
papa  in  li  scriti  molto  quello  represe,  ma  invano;  e  queli  de  Con- 
stantinopoli,  perche  1-avea  deponudo  le  ymagine,  contra  quello  fa  re- 
more algun:  eciandio  per  queste  chosse  fo  raarturizadi,  e  morto  que- 
sto lyo  in  questa  malicia,  succede  so  fyo  Constantin. 


'U  dove  (sono)  i  più;  (più)  lieve  cosa  ecc.' 


'Crònica  deli  Imperadori'.  213 

In  lo  tempo  de  questo  a  Constantinopoli  eco  milia  homini  per  pe- 
stilencia  peri.  Circha  quel  medesrao  tempo,  un  de  syria  falso  veschovo 
aparse,  e  molti  deli  zudei  sedasse.  In  quel  tempo,  la  zente  dali  sar- 
raxini  per  lo  mare  augusto  passando, | tuta  spagna  prese  e  occupa:  41" 
e  conzo  fosse  che,  driedo  x  anni,  li  avesse  volgiudo  occupare  Aqui- 
taiiia,  diario  martello  con  quelli  fazando  batalgia,  più  de  ccc  milia 
de  quelli  elo  alcise,  perdando  deli  suoi  solamente  sin. 

Inl-anno  del  segnor  dccxci  Constantin  v,  fjo  de  lyo,  impera  anni  xxxv. 
Questo,  successor  dele  impietae  malicie  del  pare,  e  persecutor  dele  lezo 
dadedal  pare  in  ogni  tempo  dela  vita  soa,  ali  malificii  e  operacion  deli 
magi  servando  alle  luxurie,  e  molti  chierisi  e  monesi  e  layci  per  quello 
in  la  fede  fo  periguladi;  e  elio  etiamdio  aveva  chi  li  consentiva  in 
tute  chosse,  Anastaxio,  de  falso  nome  patriarcha  de  Constantinopoli. 
In  I-anno  ottavo  de  questo  imperador,  Rachis,  re  deli  longobardi, 
don  fina  tanto  che,  siando  roto  el  pato,  elio  se  sforzasse  per  assalgire 
e  irabrigar  li  romani,  de  Zacharia  papa  non  solamente  del  male  el 
fo  fato  cessar,  ma  etiamdio,  per  lo  instinto  de  quel  papa,  chela  mol- 
gier  e  li  fvlgioli  vignando  a  roma,  fo  fato  monegho;  al  qual  arstolfo 
so  frar  succedi  inlo  regno.  E  in  i-anno  de  quello  xi,  Arstolfo  re  deli 
longobardi  rescosse  trabuto  deli  romani,  e-1  papa  stephano  se  sforza 
de  domandare  l-al|turio  de  pipin.  In  I-anno  de  Constantin  xii,  siando  41* 
vegnu  pipin  in  lombardia,  I-oste  de  arstolfo  fo  vento  dali  france- 
schi.  Anchora  Constantin,  siando  convocado  el  capitolo  a  Constanti- 
nopoli, comandando  che-1  fosse  deponude  le  ymagine,  grevissima 
mente  scandaliza  la  chiesia  de  Dio;  che  tute  le  j^magine,  si  cristo 
chomo  I-altri  santi  representando,  el  comanda  che  le  fosse  deponu- 
de. E  insozado  dele  tentacion  deli  demonii  e  deli  sacrificii  sacrile- 
gi!, e  eciamdio  deli  malicie  deli  menisi,  chossi  la  chiesia  de  Dio  per- 
segui, che  eciamdio  la  malicia  e  la  crudelitade  de  dyoclician,  de  qua 
in  driedo  persecudor  dela  chiesia,  el  parea  passare.  Quel  medesrao 
Constantin  quinto,  chon  so  fyo  lyon  e  con  pipin  re  de  franza  e  pa- 
tricio  deli  romani  e  con  so  filgioli  e  Carlo  magno,  impera  anni  xvi  ; 
e  imperzo  che  chi  a  luogo  caze  la  ystoria  de  pipin,  e  sia  sapiu  chi 
sia  stado  questo  pipin,  la  generacion  per  ordene  nu  desgraeremo. 
Siando  morto  el  primo  pipin,  principe  dali  franceschi,  fato  fo  prin- 
cipe so  fyo  de  una  soa  concubina,  zoe  soa  feraina,  Carlo  dito  mar- 
tello. Questo  fo  homo  de  molte  gran  batlialgie:  elio  suiuga  quelli  de 
saxogna  per  arme,  el  vense  lamfredo  dux  de^li  alleraani,  e  allema-  42-' 
gnia  lu  feze  a  si  respoudere.  Elio  eciamdio  vense  li  svevi  e  li  Bar- 
bari e  Eudon  dux  de  Equitania,  e  chossi  alle  per  fine  Equitania  e 
Borgogna  suiuga  e  sotoraesse  a  si;  e  conzo  fosse  chossa  che   a   elio 


214  Ceruti, 

fosse  conirastado  per  molte  batalgie,  elio  spolgia  e  roba  molte  chie- 
sie,  dagando  le  decerne  ali  cavalieri.  Per  la  qual  chossa  sant  Anchiero 
veschovo  de  aurelia  poi  1-aneraa  de  quello  vete  in  I-inferno. 

In  quel  tempo  ylderigo  regna  in  franza  tuto  debile  e  remesso,  e 
niente  lu  avea  inlo  regno,  se  no  el  nome.  Karlo  martello  vitoriosis- 
simo  poi  mori,  e  in  santo  dyonisio  fo  sepelido;  ma  driedo  algun  tem- 
po, in  la  sepultura  soa  niente  al  pestuto  del  so  corpo  fo  trovado,  se 
no  un  gran  serpente.  De  questo  principado  heredi  fati  fo  Karlo  ma- 
gno, Pipino,  el  qual  a  Karlo  magno  si  chomo  a  primogenito  succedi, 
et  vene  in  Turingia  e  austria,  e  a  Pipin  menore  Borgogna  e  proen- 
za;  ma  Karlo  magno,  in  I-anno  v  del  principado  so,  per  caxon  de 
devocion  ande  a  roma  a  visitare  la  chiesia  deli  apostoli,  li  luogo 
denanzi  da  Zacaria  papa  renontiando  el  mondo,  da  quel  papa  fo  ton- 
dudo  in  chierigo  e  fato  fo  monego  ;  lu  ande  in  lo  monte  da  Syrapti, 

42*  e  fato  li  un  luo|go  a  honor  de  san  Silvestro  e  un  altro  monestiero  de 
sant  andrea,  non  lonzi  da  quel  medesmo  monte,  siando  quelli  ben 
doladi,  li  religiosa  mente  conversado;  e  conzo  fosse  chossa  che  molti 
deli  franceschi  et  deli  tedeschi,  che  vegniva  a  roma,  quello  inquie- 
tasse, el  passa  a  monte  cassin,  e  li,  driedo  laldcvol  vita,  lu  repossa 
in  cristo. 

In  quel  tempo  clarifico  san  Bonifacio  magonthin  arziveschovo  in 
la  ysola  Boethana,  e-1  monestiero  ultese  fonda  in  le  parte  de  Ger- 
mania, el  qual  era  più  chiaro  de  tuti  I-altri  monestieri.  L-abbado 
de  quel  monestiero  de  gran  honor  vene  reputado  in  la  corte  del  im- 
perador;  e  pipin,  siando  so  frar  Karlo  monego,  solo  governa  el  prin- 
cipado deli  franceschi:  e  mazor  segnor  vegniva  dito,  e  manda  a  za- 
caria papa  chi  mazor  mente  dovesse  esser  re:  o  quello  el  qual  e  dado 
al  ocio,  o  quello  el  qual  ogni  peso  del  regno  sustegniva.  Al  qual  con- 
zo fosse  che-1  papa  avesse  respuoso  che  quello,  che  mazor  mente,  el 
qual  più  utel  mente  governasse  el  regno,  li  franceschi  incontenente, 
siando  incluso  lo  re  ylderigo  e  soa  molgier  in  un  monestiero,  consti- 

43<»  tui  so  re  pipin,  el  qual  san  Bonifacio  arziveschovo  magontini  per  com- 
mandamento del  papa  lo  onse  per  re;  dende  luogo  Zacharia  papa 
fo  eleto  e  consegrado.  In  lo  tempo  de  questo,  Arstolfo  re  deli  lon- 
gobardi, per  certi  pessimi  romani  induto,  occupa  toschana  e  la  valle 
de  spoliti,  in  fine  a  roma  pervenne,  le  chiesie,  doe  li  corpi  santi  re- 
possava,  el-li  altri  luoghi  santi  a  fuogho  e  a  ferro  guastando,  del  cavo 
de  zaschadun  demandando  censo;  el  papa  Stephano,  vezando  le  affli- 
ction  deli  homini  e  dele  chiesie,  personal  mente  ande  in  franza  a  pi- 
pin, azo  ch-el  reprimesse  e  descazasse  Arstolfo  re;  el  qual  con  si  in 
ytalia  e  in  fina  a  roma  elio  1-avea  conduto.  In  quella  fiada  pipin  fo 


'Cronica  deli  Imperadori'.  215 

eleto  in  patricio  deli  romani,  e  abiando  elio  con  forte  mane  corapre- 
mudo  Arstolfo  re  deli  longobardi,  e  siando  restituide  le  forze  de  san 
piero,  pipin  retorna  in  franza;  e  morto  Arstolfo,  desiderio  re  deli 
longobardi  fo  fato. 

In  quel  tempo,  el  corpo  de  san  Vide  martere  per  1-abbado  de  san 
dyonisio,  el  qual  avea  nome  folchardo,  de  Roma  fo  portado  in  fran- 
za; e  fiinda  la  batalgia*  de  Aquitania,  in  alverna  e  in  guascogna; 
e  mori  pipin  e  a  san  dyonisio  fo  sepelido,  e  Carlo  Magno  so  fjo  in 
re  fo  substituido.  In  questi  tempi  l-iraperador  de  Constantiiiopoli,|per  43* 
solo  nome  sola  mente  imperava,  [e]  imperzo  che  in  oriente  e  in  oc- 
cidente, de  mezo-di,  quasi  tuto  lo  principe  dali  sarrasini  avea  oc- 
cupado;  per  la  qual  chossa  la  chiesia  deli  fìdeli  molta  persecucion 
sostenne,  ira  per  quello  ch-eli  biasteraava  Machometo,  e  li  sarraxini 
alcise  ploxor  dali  cristiani. 

Inl-anno  del  segnor  dcccxxvi  Lyo  quarto  impera  anni  v  per  si. 
Questo,  conzo  fosse  che  lu  ardesse  in  cupiditade,  el  desiderava  la  co- 
rona de  una  chiesia,  la  qual  aveva  carbonculi;  e  conzo  fosse  cossa 
che  lu  la  portasse  in  cavo,  siando  lu  presa  la  fevra,  el  mori. 

Inl-anno  del  segnor  dcccxxxi  Constantin  vi,  fyo  de  lyo,  con 
yrenza  mare  soa  impera  anni  x;  ma  perche  elo  priva  la  mare  del 
imperio,  eia,  stimulada  de  rancor  femenile,  tragando  li  otchi  al  fyo, 
impera  anni  iii,  e  Constantin  innanzi  che-I  fosse  cecado  da  soa  mare, 
impera  anni  v.  In  lo  primo  anno  de  questo  Constantin,  in  una  se- 
pultura,  zazando  li  un  morto,  trovado  fo  chon  questa  scritura:  Cri- 
sto nascerà  da  una  verzene  e  crezoinello.  Soto  Constantin  e  yrenza 
imperadori,  o  sol,  anchora  tu  me  vedera.  In  lo  anno  vni  del  im- 
perio de  questi,  fato  e  lo  capitolo  [a  Nicena  de  cccl  padri  veschovi,  44» 
in  lo  qual  affermado  fo  el  spirito  santo  dal  pare  e  del  fyo  procedere. 
In  li  tempi  de  questa,  el  sol  se  obscura,  per  xvii  di  non  aparse,  si 
che  molti  diseva  che  questo  era  per  la  ciegazon  del  pietoso  iraperador 
[questo  e]  adevegnu;  e  yrenza,  a  zo  clie  più  segura  mente  la  regnasse, 
li  otchi  deli  fj^oli  de  constantin  so  fyo  la  fé  trar,  a  zo  che  nessuna 
chosa  de  mal  in  ver  da  eia,  per  caxon  dela  azeguxon  del  pare,  la 
qual  la  morte  aveva  seguida,  eli  non  ymaglnasse. 

Inl-anno  del  segnor  dcccxli  Nicheforo  impera  in  Constantinopoli 
anni  ix,  in  li  qual  tempi  lo  imperio  orientai  quasi  a  niente  era  ve- 
gnudo. 

Inl-anno  del  segnor  pcccl  Michel  impera  anni  11.  Homo  era  or- 
todoxo,  0  amabile  a  tuti  fo;  ci  qual  consola  tuti  quelli,  li  (filali  1-a- 

'  Deve  dire:  'e  furono  (/t<n,  v.  Aiinot.,  §  47)  dato  le  battaglie,  ecc." 


216  Ceruti, 

varicia  de  Nicheforo  aveva  offesso,  quelli  fazando  richi;  e  eciamdio 
tati  quelli,  li  quali  contrariava  ala  fé  orthodoxa,  elo  se  sforzava  de 
farli  morir. 

Inl-anno  del  sognor  dccclii  Carlo  primo  magno  impcrador  tolse 
lo  imperio  deli  romani,  e  impara  anni  xiv,  mese  uno,  di  iv.  Questo 
siando  re  de  franza  in  anti  ch-el  fosse  iraperador,  per  li  priegi  de 
44*  Arian  papa|el  fo  cliiamado,  e  assedia  li  longobardi  in  pavia,  doe 
che-1  prese  desiderio  re  e  soa  raolgier,  li  quali  calivi  el  condusse  in 
franza;  el  qual  vignando  a  roma,  conferma  tute  quelle  chosse,  le 
quale  so  pare  pipin  avea  dado  al  beado  piero  apostolo;  azonzando  a 
elio  el  ducato  de  spoliti  e  de  Bonivento,  e  per  priegi  dali  romani 
fato  fo  imperador.  Inlo  tempo  de  questo,  lì  conti  paladini  Rollando 
e  tuti  li  altri  vense  li  sarrasini  in  spagna;  ma  per  tradimento  do 
Gaino  el  conte,  morti  fo.  Questo  abiando  venti  quelli  de  saxogna  e 
altri  zermani  e  quasi  tute  le  region  de  occidente,  a  Colognia  de  qua 
del  reno  doi  ponti  construsse.  Questo  portando  la  barba  alla  longeza 
del  pe,  de  cibo  e  de  bevanda  el  fo  molto  atemperado;  elo  faxeva 
suoi  fìlgioli  chavalcare  chosi  tosto  chomo  la  età  la  sostegniva,  e  al 
arme  intendere,  e  le  fje  faxea  usare  ala  lana  o  ver  chola  rocha  e 
chol  fuso,  azo  ch-ele  non  fosse  pigre  per  star  ociose.  El  regno  deli 
franceschi,  el  qual  driedo  so  pare  pipin  l-avea  recevudo  a  rezere, 
molto  1-amplia  e  acresce;  cristo  sempre  lu  adora  e  honora  con  somma 
pietade.  Vignando  elio  a  roma,  a   un   melo   da  lonzi   el  dismonta  da 

45''  cavallo,  e  andando  a  pe  per  roma  humel,  el  baxava  le  porte  dele 
chiesie;  e  etiamdio  in  quella  fìada  in  roma  alli  monestierii  e  alle 
chiesie  molti  doni  lu  fé.  Questo  sentando  la  terra  santa  occupa  dali 
sarrasini,  abiando  recevudo  li  legati  del  patriarclia  de  lerusalera  e 
de  Constantin  iraperador  de  Constantinopoli,  abiando  compassion  a 
quella  terra  santa,  con  grande  oste  venne  li  luogo,  e  abiando  reco- 
vra la  terra  santa,  conzo  fosse  cliossa  che-I  retornasse  per  constan- 
tinopoli, abiando  portado  oro,  arzente  e  gemme  preciose  Constantin 
imperador  per  presentare  a  elio,  el  non  le  volse  recever,  e  sole  le  re- 
liquie de  cristo  e  deli  santi  ci  domanda;  e  fazando  in  prima  zezunio 
e  oracion,  el  receve  parte  dela  corona  del  segnor,  la  qual  in  quella 
fìada  vezando  elio,  la  flori,  e  receve  un  agudo  dela  passion  del  se- 
gnor,  parte  dela  croxe  del  segnor,  el  sudario  del  seguor,  la  camisa 
dela  beada  Maria,  el  brazo  de  san  symeon,  le  qual  chose  tute  acom- 
pagnandole  molti  miraculi,  el  porta  con  sì,  e  in  aquisgrani  in  la  chie- 
sia  de  santa  maria,  la  qual  elio  avea  construta,  elo  le  repose  e  Ioga. 
Al  numero  etiamdio   deli  alimenti,   zoo    dele    letere   in   I-alfabeto,  el 

45*  fonda  mones  tieri,  e  in  cadun  per  ordcno  una  letera  fabricada  d-oro, 


^Cronica  deli  Imperadori'.  817 

vaiando  più  che  e  libre  de  tornisi,  elo  laglia,  azo  che  per  ordene 
dele  letere  el  tempo  dela  fondacion  de  zascadun  monestiero  se  cogno- 
scesse,  le  qual  letere  anchora  in  ploxor  monestieri  se  trova.  Questo 
eciamdio  iv  arzivescovadi,  zoe  quello  de  trevere,  quello  de  Cologna  e 
magontia  e  quello  de  Salsburgene,  de  richeze  e  de  honore  li  amplia. 
Karlo  de  bone  operacion  mori,  siando  so  fyo  lovix.e  primogenito  co- 
ronado,  e  in  aquis  grani  in  la  chiesia  de  santa  maria,  la  qual  lu  avea 
construta,  honorevol  mente  fo  sepelido;  e  in  anzi  che-I  morisse,  abiando 
chiamado  li  prelati  dele  chiesie,  li  quali  el  puote  aver,  tuti  li  thesauri 
a  quelli  lo  dona,  azo  ch-eli  fosse  distribuidi  per  le  chiesie, 

Inl-anno  del  segnor  dccclxyi  Lovixe  chon  lothario  so  fyo  impera 
anni  xxv.  Questo  fjo  de  Karlo  magno  ave  do  fradelli,  I-uno  che  ave 
terra  todescha,  e  I-altro  el  qual  receve  spagna;  e  intrambi  li  soper- 
chia, li  quali  in  1-ultirao  mal  fine  ave.  Questo  lovixe  tre  fylgioli  avea, 
zoe  lothario,  pipia  e  lovixe;  el  primo,  zoe  lothario,  elo  el  fé  ciesaro, 
el  qual  etiamdio  el| cernesse  ytalia  a  rezere;  el  segondo,  zoe  pipin,  46* 
elo  lo  fé  re  de  aquitania;  el  terzo,  zoe  lovixe,  re  e  principe  fé  deli 
bavari  e  deli  zermani.  In  questo  tempo,  li  legati  de  Micliel  impe- 
rador  de  Constantinopoli  porta  al  iraperador  lovixe,  intra  le  altre 
chosse,  doni,  zoe  li  libri  de  san  dyonisio,  li  quali  chon  gran  allegreza 
fo  recevudi.  In  quel  tempo  fiori  Rabano  monego,  abbado  de  Valde, 
gran  poeta,  preclaro  in  sciencia,  zoe  in  theologia.  In  questi  di  evoldo 
re  deli  danni  a  Magonza  fo  batezadi.  In  questo  tempo  etiamdio  lo- 
vixe re  doli  zermani  fé  batezare  xiv  duxi  de  Boemia  chon  li  suoi 
sequaci,  e  in  la  fé  cristiana  li  fé  amaistrare.  Lovixe  imperador  chon 
Pipin  re  de  aquitania  asali  Britania,  e  quella  guasta  a  ferro  e  a 
fuogo;  ma  poi,  centra  lovixe  imperador,  da  suoi  filgioli  e  deli  mazori 
nassi  grandissimo  movimento;  ma  lo  imperador  bandcza  ploxor  deli 
grandi,  e  per  questo  li  grandi  e  li  fylgioli  de  quelli  più  centra  de  si 
io  provocha. 

Driede  queste  chosse,  per  raalicia  d-alguni  fato  fo,  che  eciamdio 
de  consentimento  del  papa  e  eciamdio  deli  veschovi,  e  per  zudisio 
deli  zeutili,  el  pietoso  imperador  depuose  la  dignità  del  imperio.  El 
puovolo  zajera  partido  del  pare,  apozandose  ali  filgioli;  e  chossi  el  45» 
pietoso  imperador,  dali  suoi  inganado  e  redulo  in  possanza  deli 
filgioli,  depose  I-arme  e  fo  reserado  in  prexon;  ma  disponando  Dio, 
in  quel  raedesmo  anno  el  puovolo  siando  pentido  del  defetto  del  im- 
perador, restituì  quello  al  primiero  honore,  e  li  filgioli  domanda  per- 
donanza  per  quello  ch-eli  aveva  commesso.  In  quel  medesmo  tempo, 
le  osse  del  beado  Vido  martore  da  parixe  fo  translatado  in  Gorbia 
de  Saxognia,  monestiero  molto  solenne;  onde  elli  atestiraoniando  que- 

Archivio  clottol.  ital.,  IH.  ' 


218  Ceruti, 

ste  chosse  esser  adevegnude  in  presagio,  che  da  quel  tempo  in  qua 
la  gloria  deli  francesclu  quanto  al  impicrio  fo  translatada  in  quelli 
de  saxognia. 

In  quel  tempo  li  norraani,  li  quali  era  una  chossa  medesraa  che  no- 
verni,  grieve  mente  infestava  franza;  e  lovixe  iraperador,  da  poi  che  lu 
aveva  confirmado  tute  (quelle  chosse,  le  quale  Constantin  avea  dada 
alla  chiesia  de  roma,  vignando  a  elio  lothario  so  filgio,  a  elio  el  fo 
reconciliado,  e  lagando  a  elio  la  corona  del  imperio,  e  passa  de  que- 
sta vita.  In  questo  tempo,  in  lo  territorio  tolese  una  fantulina  de  xii 

47"  anni,  da  pò  chel  I-ave  recevudo  la  sanjta  comunion  del  prievede  in 
Io  di  de  pasqua,  per  se  mese  pane  e  aqua  dezunando,  e  dende  luogo 
in  anzi  da  ogni  cibo  e  bevanda  per  tri  anni  se  retenne.  Eciamdlo  in 
lo  tempo  de  questo,  in  franza  el*  solsticio  de  istade  siando  nassuda 
gran  terapestade  con  tempesta,  gran  rompamento  de  glaza  chazi;  la 
largeza  fo  de  vi  pie  -e  la  longeza  de  xv,  e  1-alteza  fo  de  ii.  E  strabo 
discipulo  de  rabano  clarifìca,  el  qual  scrisse  lo  libro  del  officio  dela 
chiesia  a  lovixe  imperador. 

Inl-anno  del  segnor  dcccxci  Lothario  primo  impera  anni  x.  Inlo 
tempo  de  questo,  li  sarrasini  destrusse  le  chiesie  deli  apostoli  piero 
e  polo,  infine  inle  fondamenti,  con  tute  le  confine  deli  romani;  li 
quali  poi  in  affrica  retornando,  onde  li  era  vegnudi,  in  I-alto  pellago 
se  anega.  Questo  siando  el  più  vetgio  fyo  de  lovixe,  solo  usurpa 
I-imperio;  e  de  questo  siando  grami  I-altri  dei  fradelli  suoi,  contra 
elio  li  apresta  bathalgia;  e  assunandose  inlo  pago  de  altesiodora, 
tanta  mortalitade  fata  fo  da  intrambe  parte  in  la  zente  deli  france- 
sclu, la  qual  per  nessun  tempo  denanzi  fata  fo  in  la  zente  deli  fran- 

476  ceschi;  e  conzo  fosse  cessa  che  le  forze  de  quelli  tante  fos,se  asse- 
tyade,  che  alli  aversarii  suoi  li  no  poesse  contrastare,  elli  fé  paso 
intro  si,  partando  li  regni  dentro  de  si,  e  romagnando  ampo  1-irape- 
rio  a  lothario.  In  quella  fia  insi  la  fama  in  affrica  e  in  spagna  dela 
pugna  de  questi  tre  frar  per  lo  imperio,  e  imperzo  li  sarraxini  e  le 
altre  diverse  zente  contendeva  in  que  muodo  li  assaysse  lo  regno.  Inlo 
tempo,  Normani  intrando  in  franza  del  mare  per  ligero,  quasi  tuta 
la  guasta  a  ferro  e  a  fuogho;  e  eciamdio  quelli  de  saxogna  da  I-altra 
parte  metandose  contra  1-iraperio,  franza  guasta  a  ferro  e  fuogho. 
Anchora  lothario  con  lovixe  so  fyo  impera  anni  v;  e  lothario  el  xv 
anno  del  so  imperio  abiando  partido  el  regno  dentro  suoi  filgioli,  elo 
renuncia  el  mondo,  e  pò  fé  penitencia  in  un  monestiero,  abiando  elio 
recevudo  I-abito  de  monego;  e  non  molto   driedo  el   passa  de   questa 


'nel',  V.  Amiot.  §  39  e. 


^Cronica  deli  Imperadorì'.  210 

vita,  del  anema  del  qual  gran  question  fo  dentro  li  angeli  e  li  derao- 
nii,  si  che  vezando  e  siando  tuti  li  presente,  el  corpo  parea  vegnir 
trato;  ma  orando  li  monesi,  li  deraonii  se  parti. 

Inl-anno  ix  de  lothario,  santa  eiena,  maro  de  Constantino,  sepelida 
a  roma  in  la  chiesia  de  santo] Marcellino  e  de  san  piero,  fo  portado  in  48» 
franza,  e  in  la  dyocesi  de  zerae,  inlo  raonestiero  de  altovillari,  chon 
gran  veneracion  ven  coltivada. 

Inl-anno  del  segnor  cmi  Lovixe  segondo  impera  anni  xxi.  Questo 
ave  bathalgia  clioli  romani.  Questo  fo  fyo  de  lothario;  e  da  Sergio 
papa  coronado  in  re,  sede  anni  xxi,  e  senza  so  pare  regna.  Inlo  tempo 
etiaradio  de  questo,  li  corpi  santi,  zoe  de  urban  papa  e  Tyburcio,  ven 
dito  che  fosse  translatadi  ad  altisiodoro,  e  in  la  cliiesia  de  san  ger- 
raan  deponudi.  Li  Normani  de  Equitania,  per  quel  raedesmo  tempo 
revignando,  guasta  Andegavis,  Turon  e  pytania;  ali  quali  arnolfo 
duxe  de  Aquitania  vignando  in  centra,  fo  morto,  e  tuti  li  altri  deli 
normani  si  chomo  li  piegore  dali  luvi  li  fo  consumadi.  Eciamdio  inlo 
tempo  de  questo  la  zente  deli  danni  guasta  Engelterra,  elio  re 
molto  piatoso  e  cristianissimo  de  quella  provencia  li  condanna  de  ca- 
pital sentenza.  In  quel  tempo  in  bressa  de  ytalia,  si  chora  ven  dito, 
tre  di  e  tre  notte  sangue  de  cielo  piove.  Ktìrlo,  fyo  menore  de  questo 
lovixe,  in  presencia  del  pare  e  deli  barroni  fo  ingom;  brado  del  de-  43* 
monio;  e  in  quella  inorabracion  el  confessa,  questo  esser  da  elio  de- 
vegnudo,  imperzo  che  lu  avea  tratado  conspiraxon  centra  so  paro 
lovixi  ;  mori  in  Italia,  e  Karlo  so  barba  in  imperador  fo  lovado.  In 
lo  tempo  de  lovixe,  la  desmestega  cura  afflisse  Karlo  re  de  franza  in 
li  filgioli;  che,  don  fina  tanto  ch-el  fosse  provesto*  al  ordene  del  dya- 
chonado,  el  pare  el  prese  e  si  lo  aciegha,  per  quello  che,  ad  aposta- 
sia convertido,  in  ogna  generacion  de  nosere,  perturbando  lo  regno, 
un  altro  zuUan  lo  era  fato;  e  in  verità  I-altro  deli  filgioli,  zoe 
Karlo,  don  fina  tanto  che-I  volesse  provar  la  soa  forteza  con  alguno, 
incauta  mente  fo  morto.  Inlo  tempo  de  questo,  zan  scotto  molto  amai- 
strado  in  scriture  venne  in  franza,  e  per  prieghi  de  lovixi  la  yerar- 
chia  de  dyonisio  lu  translata  de  griego  in  latin;  el  qual  poi  per  li 
discipuli  soi,  li  quali  elio  amaistrava,  con  stilli  forado  el  mori. 

Inl-anno  del  segnor  cmxxii  Karlo  segondo   impera    anni   iii,   mesi 
rs.  Inlo   tempo  de   questo,   li  sarrasini   perde   Sicilia.   Questo   Carlo 
dito  Calvo  ande  a  roma  de  Zuanne  papa,  e  li  romani,    per  presenti 
tragando  a  si,  imperador  fo  fato;   ma   incontinente    batalgia|contra  49« 
da  elio  fo  aprestada  da  lovixe  so  frar,  imperzo  che  senza  el  so  con- 

'  Sarà  da  leggere  proinovesto,  v.  Annot  ,  §  50. 


S20  Ceruti, 

selgio  1-avea  usurpado  I-imperio.  Questo  Karlo  si  in  franza  chomo  in 
ytalia  construsse  e  fé  far  monestieri  de  diverse  religion  e  chiesie  de 
gran  possession,  e  quelle  ch-era  destrute,  si  le  repara.  In  lo  so  tempo 
el  contado  de  fiandra  ave  discordia,  e  fiandra  non  era  do  tanto  no- 
me ne  de  richeze,  si  chomo  1-a  mo,  ma  dali  frostieri,  zoe  del  re  de 
franza  la  vegniva  reta;  e  conzo  fosse  chossa  chel-lo  iraperador  de 
franza  in  ytalia  andasse,  per  uno  zudi[s]io^  el  qual  avea  nome  seda- 
ehia,  el  fo  abeverado,  e  inle  alpe  lu  fini  el  dredan  di.  Questo  in 
compendio 2  fonda  el  monastiero  de  san  Cornelio.  Questa  forteza  1-a- 
vea impensa  da  fare  a  similitudene  de  ConstanLinopoli,  e  del  nome 
so  za  lu  avea  appellado  Kariopolo. 

Inl-anno  del  segnor  cmxxv  Karlo  terzo,  el  qual  ven  dito  grosso  o 
ver  più  zovene,  impera  anni  xii.  Inlo  tempo  de  questo  gran  fame 
fo  quasi  per  tuta  ytalia.  Questo  possedando  pacifica  mente  franza  e 
Germania,  inl-anno  segondo  del  so  imperio  del  papa  zuan  fo  coro- 
nado.    In    questi   di   più  che  v  milia  deli   normani   abiando   alturio 

49*  da|...s  franza  e  la  thoringia  guastando  a  fuogo  e  ferro,  molte  cita 
consuma,  si  chomo  fo  Cologna,  Leodio,  el  tygro,  Ambiani  e  treveri 
e  ploxor  altre  citade-,  e  conzo  fosse  cessa  che  li  germani  e  france- 
schi  vedesse  chossi  dali  normani  e  dali  pagani  esser  oppremudi, 
elli  domanda  1-alturio  de  Carlo  imperador;  e  don  fina  tanto  ch-eli 
fosse  vegnudi  contra  li  normani  con  potente  man,  lo  re  deli  nor- 
mani, abiando  fato  paxe  per  matrimonio,  batizado  fo  e  per  lo  impe- 
rador dela  santa  fonte  fo  recevudo;  e  alle  perfine,  conzo  fosse  ch-el 
non  podesse  quelli  descazare  de  franza,  el  concedi  a  quelli  la  region, 
la  qual  era  oltre  secana'^,  la  qual  parte  in  fina  anchoi  ven  dita  Nor- 
mania  dali  Normani.  El  primo  duxe  deli  normani  fo  Roberto,  e 
jnzenera  Gigelin,  e  gigelin  inzenera  richardo,  e  richardo  lo  segondo 
richardo  e  roberto  de  Guichardo.  Questo  vense  pulgia,  e  roberto  de 
Guichardo  Calavria  e  Sicilia,  e  soperchia  veneciani,  e  Allessio  impe- 
rador deli  griexi;  el  qual  roberto  zenera  Gigelin  noto;  e  cario  im- 
perador, manchando  del  corpo  e  del    spirito,   dali   baron   del   regno 

50"  vegniva  despresiado  e  refudado.  Questo  etiamdio  pizol  tempo  abian|do 
amado  soa  molgier  per  quello  che  più  del  justo  familiarmente  elo 
1-avesse  amada,  e  conzo  fosse  che  al  veachovo  da  Vercelli  lu  avesse 


*  V.  Annotaz,  §  3,  -co. 

*  Oggi  Corapiègne,  che  anche  fu  detta  Carlopolis. 

^  Manca  in  questo  luogo  parte  d' una  parola,  non  rimanendone  che   1'  ul- 
tima sillaba  -ni.  Sicuramente  diceva:  Dani. 

*  Oltre  la  Senna. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  221- 

protestado  si  unchatnai  non  averla  cognoscuda,  e  quella  siando  lai- 
dada*  si  esser  verzcne,  abiando  tolto  combiado  elia^  licentia,  intra 
in  monestiero. 

In  questi  di  la  zente  deli  ungari  siando  insidi  de  assjria,  venta 
da  li  pincernati,  in  panonia  in  prima  venne,  e  siando  descazadi  de 
la  li  avari,  li  infina  anchoi  romase.  Questa  zente,  in  quel  tempo  fo 
dito  ch-ela  fosse  in  tanto  desordenada  da  viver,  che  carne  cruda  li 
manzasse,  e  usasse  da  bevere  el  sangue  de  homo,  si  chorao  e  fal- 
langi,  li  qual  sta  oltra  e  li  reteni  monti. 

Inl-anno  del  segnor  cmxxxvii  Arnolfo  impera  anni  xn.  Questo  com- 
bati  e  scomfisse  li  normani,  li  quali  abiando  guastada  franza,  la  tho- 
riagia  e  dardania  circha  leodio  e  cìrcha  magonza  guastava  con  in- 
credibile plaga;  e  in  quella  fiada  comenza  a  cessare  el  zovo  deli 
normani  e  deli  dani,  li  quali  xl  anni  franza  avea  guastada;  e  den- 
do  luogo  1-imperador  Arnolfo  fato  fo  infermo  de  longa  infirmita,  per 
nessuna  arte  de  medesina  se  podea  aidare,  che-1  non  fosse  consu- 
mado  dali|pediculi;  e  Arnolfo  soccede  so  fjlgio  lovixe,  ma  ala  co-  50» 
rona  del  imperio  el  non  pervenne,  onde  el  fo  fin  del  imperio,  quanto 
ala  posteritade  de  Karlo;  e  questo  fo  per  li  suoa  colpe  e  peccadi, 
imperzo  che  le  chiesie,  le  quale  i  suo  pare  aveva  construte  e  fate, 
elli  no  li  mantegniva,  ma  se  li  dissipava. 

Inl-anno  del  segnor  cmxlix  Lovixe  terzo  impera  anni  vi.  Inlo 
tempo  de  questo,  li  ytaliani  comenza  a  imperare;  tolto  via  I-imperio 
deli  franceschi,  el  fo  transportado  dali  taliani,  segondo  la  sentenza 
dali  romani,  imperzo  che  la  zente  de  franza  non  aidava  roma  cen- 
tra li  lombardi  revelando,  fazando  a  quelli  molte  inzurie^;  per  la 
qual  caxon,  in  lo  tempo  de  quello  lovixe  el  comenza  a  partirse  I-im- 
perio, imperzo  che  alguni,  segondo  che  de  soto  sera  manifesto,  sola 
mente  in  ytalia,  e  alghuni  sola  mente  per  allemagnia  imperava,  in 
fina  a  Otton  primo,  el  qual  comenza  intrambi  luogi  a  imperare.  Que- 
sto lovixe  infuga  Berengero,  el  qual  in  quella  fia  regnava  per  yta- 
lia; e  conzo  fosse  che  per  elio  el  regnasse,  a  verona  el  fo  preso  e 
acechado,  e  Berengiero  al  imperio  fo  restituido. 

Inl-anno  del  segnor  cmlv  Berengiero  primo  impera   anni|iv.   Que-  51» 
sto  molto  savio  in  arme,  ave  bataia  choli  romani.  In  questo  tempo, 
da  Ulgelrao,  primo  principe  de  Bergogna,  el  monestiero  de  Colognia 
fo  fondado. 


V.  Annotaz.,  §  88. 
V.  Annotaz.,  §  39  e. 
V.  Annotaz,,  §  85. 


Sif2  Ceruti, 

Inl-anno  del  segnor  cmlxiv  Corado  Almuno  iiopera  anni  tu;  ampo 
intra  li  imperadori  elio  non  ven  numerado,  imperzo  che  lu  non  im- 
pera in  ytalia,  e  imperzo  elio  non  I-avo  la  benedicion  imperiale.  Inlo 
tempo  de  questo,  li  sarraxini  guasta  pulgya,  Calavria  e  quasi  tuta 
ytalia.  Inl-anno  vii  Corado  re  morando,  denanzi  dali  principi  del  regno 
desegna  re  henrigo,  fyo  de  otto,  duxe  de  saxognia. 

Inl-anno  del  segnor  cmlxvi  Berengìero  ii  impera  anni  viii  in  ytalia. 

Inl-anno  del  segnor  cmlxxiv  Henrigo  re  impera  anni  xvm,  e  que- 
sto per  allemagnia,  ne  questo  intra  li  imperadori  fo  computado,  im- 
perzo che  lu  non  regna  in  ytalia,  e  no  fo  per  lo  papa  incoronado. 
In  lo  tempo  de  questo,  Syrenco  dux  deli  Boemi  se  converti  alla 
fede:  el  qual,  quamvisdio  che-I  fosse  nuovo  in  la  fede,  sovra  tuli  li 
altri  ampo  justa  mente  e  religiosa  mente  el  segnoreza;  driedo  el  qual 
5P  venzeslao  so  fyo  per  justixia,|santitade  e  religione  preclaro  fosse ^, 
so  frar  Bolerlao,  abiando  invidia  ,  ali  soi  piatosi  e  santi  ati  inigha 
mente  aversa;  e  poi,  el  primo  anno,  Otton  da  quello  el  fo  morto, 
usurpando  el  principado;  in  vendeta  del  qual,  otto  imperador  assay 
Burlao  Bolerlao  per  batalgia,  e  per  xiv  anni  combatando  con  quello, 
con  grande  mina  deli  suoi,  [e]  soperchia  quello,  guastando  tuta  Boe- 
mia. El  predito  santo  venzeslao,  quamvisdio  che-I  fosse  principo  e 
segnor,  de  tanta  humilita  e  devocion  el  fo,  che  chomo  un  servo  se- 
gretamente de  note  ala  soa  selva  lu  andava,  e  portando  le  legno  cheli 
proprie  humeri,  in  anzi  le  porte  dele  vedoe  e  deli  povri  secretamente 
deponeva,  e  eciamdio  lu  recolgeva  le  spigo  de  note  del  campo  so,  e 
segretamente  dela  verga  baiando,  e  chela  man  propria  le  ostie  fa- 
zando,  per  le  chiesie  e  distribuiva.  Questo,  driedo  ccc  anni  dela  passion 
soa,  alo  re  dali  dadi  henrico,  dormando,  per  vision  aparse;  e  revela 
a  lui,  che  doveva  morire  dela  soa  generacion  de  morte;  comandando 
a  elio,  che  in  honor  de  si,  el  qual  venzislao  vegniva  dito,  el  con- 
strusse^  un  monesliero;  el  qual  re,  levando  dal  sonno,  meravelgiandose 
52"  dela  vision, |comenza  de  santo  venzeslao,  del  qual  elio  non  avea  mai 
aldu  parlar,  dali  veschovi  e  dali  altri  inquirire  chi  lu  fosse;  e  siando 
certilìcado  che-I  fosse  stado  principo  de  Boemia  e  da  so  frar  morto, 
el  coraenza,  a  honor  del  nome  de  quello,  in  ravalia  del  ordene  de 
Cestella  un  monesliero  de  gran  possession  construre;  ma  in  anzi  che 
lu  lo  compisse,  procurando  so  frar  ahel  de  compirlo,  e^  complido 
quello,  segondo  che-I  santo  avea  revelado,  el  mori. 


*  Manca  la  congiunzione  dalla  quale  dipende  questo  imperf.  cong. 
'  Doveva  leggere:  construisse, 
'  Giova  forse  eliminare  quest'e. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  223 

Ini  anno  del  segnor  cmxcii  Berengaro  in  impera  anni  vm.  Inlo 
tempo  de  questo,  gran  scisma  fo  in  ytalia. 

Inl-anno  del  segnor  m  Lotliario  ii  impera  anni  ii.  Inlo  tempo  de 
questo,  fato  fo  el  sol  chomo  sangue,  onde,  driedo  puochi  di,  raorta- 
litade  de  homini  grandissima  seguida  fo. 

Inl-anno  del  segnor  m  Henrico  re,  e  so  fyo  Otto  primo,  in  re  fo 
coronado. 

Inl-anno  del  segnor  mii  Berengaro  iv,  con  Alberto  so  fjo,  impera 
in  ytalia  anni  xi;  el  qual  Berengaro  con  tropo  gran  crudelitade  pre- 
meva ytalia  e  tegniva  incarcerada  Dalinda*,  che  fo  molgier  de  lo- 
thario  imperador;  ma  Otto  re  de  allemagna,  intrando  in  ytalia  pò-  52* 
tante  mente,  deschaza  Berengario  e  libera  la  rayna,  e  quella  tolgiando 
per  mojer,  la  festa  dela  natività  del  segnor  a  pavia  el  celebra;  ma 
poi  revudo^  in  gratia  Berengaro  de  otto,  lu  li  rendi  lombardia,  ex- 
cepto  la  marcha  trivisina  e  veronese  e  Agolia;  ma  puoi  in  pizol 
tempo,  da  la  apostolica  sedia  e  da  lombardia  venne  legati  a  otto, 
lamentandosse  da  Berengaro  tyranno;  e  Otto,  chiamado  per  la  corona 
del  imperio,  andando  a  roma,  conzo  fosse  che-I  fosse  vegnudo  in 
lombardia,  lu  imprexona  Berengario,  e  in  Bavaria  mandado  in  ban- 
dizaraento,  vignando  a  roma  del  papa  e  dali  romani  solenne  mente 
fo  recevudo  a  incoronarse.  Circa  questo  tempo,  fo  in  Guascogna  una 
femina  dal  ambigui  in  su  divisa,  abiando  doi  petti  e  doi  cavi,  uno 
raanzando,  e  I-altro  alcuna  fia  non  manzava,  e  vive  molto  tempo,  e 
intrambi  si  mori. 

Inl-anno  del  segnor  mxiii  Otto  primo  impera  anni  xii.  Questo  fo 
el  primo  imperador  deli  tedeschi,  e  tolto  l-impcrio  dali  taliani,  soli 
li  tedeschi  impera  in  fine  al  presente  tempo.  Questo,  conzo  fosse 
chossa  che-I  fosse  possente  in  Saxongjnia  e  molti  anni  avesse  regnado  ^3" 
per  allemagna,  alchuni  dali  cardenali  e  deli  romani,  per  lo  rio  stado 
de  Zuanne  papa  xii,  messi  manda  occulta  mente,  azo  che  elio  ve- 
gnisse  a  roma  per  la  necessita  dela  chiesia  de  roma,  e  chossi  pos- 
sedisse  li  governamenti  del  imperio;  e  elio,  per  longobardia  e  per 
tuschana  potente  mente  vignando  a  roma,  del  papa ,  dela  chieresia 
et  del  puovolo  da  roma  honorevol  mente  el  fo  recevudo  e  coronado 
in  imperador;  molte  done  feze  ale  chiesie.  Questo  abiando  pacificado 
ytalia,  chon  soa  molgier  longobarda  retorna  in  Saxogna,  de  la  qual 
el  zenera  un  fyo,   successore  si  del  so  nome,   chomo  del  regno;  al 


'  Leggasi  'Adelaide';  e  il  fatto  è  avvenuto  verso  il  950. 
^  Par  certo  che  qualche   lettera  manchi  a  questa  parola;   ma  rimaniamo 
incerti  fra  'riavuto',  'ricevuto',  e  'rivenuto'. 


S24  Cerati, 

([ual  eciaradio  la  fya  del  imperador  do  Constantinopoli,  inzenerada 
del  roraan  sangue,  li  de  per  molgier.  Dendo  luogho  per  lo  bon  stado 
dela  chiesia  de  roma  ploxor  Cade  a  roma  vignando,  e  anchora  in 
lo  parte  soe  retornando,  li  choii  piathose  ovre  intendando,  inla  soa 
habitacion  apresso  Maydemburch  fabrica  una  chiesia  de  meravelgiosa 
belleza  a  honor  de  san  Mauricio,  e  quella  de  grandissime  possession 
amplifica.  Questo,  driedo  la  deposicion  de  zuan  papa  per  caxon  dela 

53*  infamia,  siando  creado  papa  lyo  dela  chieresia  de  Roma,  daspoi 
che  a  roma,  siando  elio  assente,  el  terzo  papa,  zoe  Benedeto,  li  a- 
vesse  creado,  vignando  a  roma  chon  grande  hoste,  quella  elio  asse- 
dia, don  fina  tanto  ch-eli  li  presenta  Benedeto  papa  in  destreta;  el 
qual  abiando  raduto  papa  lyo  alla  sedia  soa,  e  abiando  pacificadi 
tuti,  elio  retorna  in  Saxongnia,  menando  chon  si  Benedeto  papa,  el 
qual  fo  li  sepelido,  siando  stado  in  bando.  Questo  eciaradio  conver- 
tando  a  Cristo  moltetudine  de  pagani,  abitando  circha  quello  medesmo 
luogho,  beada  mente  mori,  e  a  Maidenburg  inla  chiesia  de  san  Mau- 
ricio fo  sepelido. 

Inl-anno  del  segnor  mxxt  Otto  segondo  impera  anni  xx  con  Otto 
so  fyo.  Questo,  conzo  fosse  chossa  che  lu  perseguisse  griesi  in  Ca- 
lavria,  no  cauta  mente  abiando  per  se  li  sol  cavalieri*,  ensando  deli 
man  de  quelli,  elio  scapola;  e  alle  perfine  congregando  hoste,  lu  as- 
sedia Boni  vento,  e  abiandol  preso,  le  ossa  de  san  bartholomio,  se- 
gondo che  ven  dito,  dende  luogo  tolse  e  a  roma  in  una  ysola  in  una 
concha  le  logha,  e  in  la  terra  soa,  per  lo  thevro  e  per  mare,  in  la 
predita  concha  lu  aveva  pensa  de  portar;  ma  elo  in  brieve  morando, 

54»  el  precioso  the|sauro  li  romase  infina  al  di  d-anchoi.  Questo  abiando 
laga  so  fyo  Otto  in  saxogna,  chola  rayna  e  chon  gran  hoste  pas- 
sando per  ytalia  vene  a  roma,  e  li  da  Benedeto  settimo  con  allegreza 
fo  coronado  con  la  rayna. 

Eciamdio  era  grandissima  paxe  intra  el  papa  e  1-imperador.  Ade- 
vene  che  in  quel  medesmo  tempo  li  Agareni  e  li  barbari,  abiando 
passade  le  confine  de  Calavria,  ogni  chosa  a  ferro  e  a  fuogo  li  gua- 
sta; contra  li  quali  Otto  imperador  choli  tedeschi,  longobardi  e  fran- 
ceschi  e  romani  procedando,  dura  mente  combate;  ma  li  romani  e 
Boniventani  volzando  le  spalle.  I-oste  deli  cristiani  quasi  al  pestuto 
fo  abatudo,  elio  1-imperador  solo  pervignando  al  mare,  el  pregha  al- 
guni  che  lo  recevesse  in  nave,  digando  si  esser  un  deli  chavalieri 
del  imperador;  li  quali  abiandol  recevudo  in  nave,  considerando  la 
disposicion  e  la  belleza  de  quello,  li  parlava  in  lengua  griegha,  cre- 


*  Qui  deve  mancare  una  parte  del  periodo. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  225 

zando  quello  non  intendere,  che  lu  fosse  1-imperador,  e  ch-eli  volesse 
quello  condure  a  Constantinopoli  al  iraperador  so;  la  qual  chossa  in- 
tendando  1-iraperador  e  grieveraente  dojandose,  elio  se  aprossima  la 
da  elli,  digando  che  lu  aveva  gran  peccunia  ascosa  in  Sicilia,  pre- 
gandoli ch-eli  andasse  la,|e  abiando  recevudo  la  pecunia,  insembre  54^ 
niente  con  allegreza  li  andasse;  e  quelli,  per  amor  de  questo,  an- 
dando allo  lydo,  l-imperador  vete  lo  veschovo  prodoino  in  arme,  el 
qual  aveva  nome  censo;  e  abiandol  chiamado  el  so  alturio^,  lo  im- 
perador  chol  veschovo  tutl  li  notchieri,  zoe  xl,  li  taja,  deli  quali 
un  solo  non  scampa  per  vertu  de  san  piero  apostolo,  el  qual  lo  ira- 
perador solici ta  mente  invocava;  e  chossi  vignando  dela  imperarixe, 
con  allegreza  de  quella  e  dali  soi  baroni  recevudo,  retornando  a 
roma,  driedo  puochi  di  el  mori,  e  apresso  san  piero  honorevol  mente 
el  fo  sepelido. 

In  questo  tempo  Alberto  de  nacion  de  Boemia  fiori.  Questo,  in  pri- 
ma praganese  veschovo,  poi  per  revelacion  de  dio  vignando  a  pano- 
nia,  batiza  el  primo  re  deli  Ungari,  zoe  santo  Stephano,  con  molti 
altri;  dende  luogo  passando  per  pollonia,  e  quelli  in  la  fede  confer- 
mando, e  vignando  in  Brexa  e  predicando  li  la  fede,  el  fo  corojiado 
de  martirio  in  I-anno  del  segnor  mxlv.  Soto  questo  tempo,  santo  Edu- 
jardo  re  d-engelterra  da  soa  raaregnia,  segondo  che  ven  dito,  per  in- 
ganno fo  morto,  fazando  grandissimi  miraculi. 

Inl-anno  del  segnor  MXLv|Otto  ni  impera  anni  xix.  Questo  Otto  55« 
terzo,  fyo  del  segondo  otto,  vignando  a  roma,  del  papa  Grigolo  quinto 
in  imperador  fo  coronado,  e  da  roma  passa  in  pulgia  a  sant  anzelo 
per  caxon  de  pelegrinacion  e  de  oracion;  e  fazando  retornamento  per 
benevento,  el  corpo  del  beado  veschovo  polo  con  sì  porta  a  roma. 
Questo,  abiando  ordinada  ytalia,  fazando  transito  per  franza,  in  Sa- 
xongnia  retorna;  ma  crescenso,  consulo  deli  romani,  abiando  infugado 
Grigolo  papa,  el  feze  papa  un  griego,  el  qual  ave  nome  zuanne,  ve- 
schovo de  plaxenza  molto  pecunioso;  la  qual  chossa  aldando  1-irape- 
rador,  retornando  a  roma,  con  gran  furor  assedia  crescenso  in  lo 
castello  de  sant  anzelo  si  longa  mente,  don  fina  tanto  che  quello  cholo 
castello  siando  preso,  a  quel  cressenzo  fé  talare  la  testa,  e  a  quel 
pontifico  fé  trar  li  otchi,  e  de  tute  le  altre  raembre  lo  debilita.  E 
dende  luogo  1-imperador  abiando  ordenado  le  chosse  del  imperio,  e 
menando  con  si  alghuni  nobili  romani,  in  Saxognia  retorna,  e  visi- 
tando lo  luogo  in  pollonia,  doe  santo  alberto  martore  repossava,  a- 
biando  tolto  el  so  brazo,  a  roma  el  retorna,  legando  quello  in  1-y- 


*  V.  Annot.,  §  39  e. 


220  Ceruti, 

55*  sola]  in  la  cliiesia,  in  la  qual  ven  dito  che  mo  repossa  san  Bartho- 
loraio  apostolo.  In  quella  fiada  l-imperador  comenza  construere  el 
pallazo  de  zulian  iraperador;  ina  contrastando  li  romani,  l-imperador 
ubiando  recevudo  molte  persecucion  dali  romani,  driedo  puochi  di 
la  vita  fini;  e  quamvisdio  che  questi  tre  otti  per  succession  de  ge- 
neracion  avesse  regnado,  ampo  el  fo  instituido  daspo,  che  per  li  of- 
ficiali del  imperio  1-iraperador  fosse  eletto;  li  quali  e  vii,  zoe:  tre 
eancelieri,  si  chomo  quel  de  magonza,  el  canceliero  de  Germania,  el 
treverese  de  franza,  el  colognese  de  ytalia,  el  marchese  brandenbur- 
gese,  el  camerlengo  palatin,  confaloniero  dapifer,  dux  de  saxognia, 
porta  la  spada,  el  seschalco,  el  re  de  Boemia;  unde  versus: 

Maguntinensis,  treverensis,  cologniensis 
Quilibet  imperii  fit  cancelarius  horum, 
Et  palatinus  dapifer,  dux  portitor  ensis, 
Marchio  praepositus  camerae,  pincerna  Boemus 
Hii  statuunt  cunctis  per  saecula  summum. 

In  questi  tempi  fiori  folberto  veschovo  de  Cracovia,  el  qual,  intra 
le  altre  chosse  laldevole,  el  compose  li  resposi  de  schiata  de  yesse, 
e  lo  sole  de  justisia,  e-1  cuor  de  nuova  lerusalera. 

56»  Inl-anno  del  segnor  MLXivjHenrico  primo  impera  anni  xii,  mesi  v, 
e  romase  el  regno  vuodo  anni  n.  Inlo  tempo  de  questo,  la  luna  se 
converti  in  sangue,  zoe  in  color  de  sangue;  e  nota,  più  e  henrigi  re 
che  henrici  imperadori,  onde,  quando  el  se  leze  henrico  primo,  per 
raxon  del  imperio  fi  dito  primo,  e  per  raxon  de  nome  fi  dito  segon- 
do.  El  fo  uno  henrico  re  in  anzi  da  quello,  zoe  intendo  deli  Coradi  : 
de  questo  henrico  imperador  fo  so  moier  sancta  Tymegondis,  e  in- 
trambe  romagni  verzene,  e  in  la  chiesia  bavergese,  la  qual  li  edifica, 
li  repossa,  fazando  miracoli.  Questo  henrigo,  dux  deli  Boemi,  da 
tuti  li  principi  eleto  imperador,  molte  batalgie  prospera  mente  feze  in 
Germania,  Boemia  e  ytalia;  alle  perfin  volgiando  a  solo  dio  servire, 
conzo  fosse  che-I  fosse  cristianissimo,  el  vescbovado  babergese  el 
fonda,  e  allo  re  dali  ungari  Stephano  soa  seror  dagando  per  molgier, 
si  quello,  chomo  tuto  lo  regno  de  quello,  chiama  alla  fede.  Questo 
eciamdio  la  citade  babergese,  la  qual  fo  de  san  piero,  per  la  Nargi- 
nese  apresso  el  papa  commuda. 

Inl-anno  del  segnor  mlxxviii  Conrado  primo  impera  anni  xx,  e 
romase  el  regno  vacuo  anni  iii.  Questo  molte  leze  feze.  Questo,  de- 

56*  sirandoj servare  paxe  in  terra,  statui  che  qualuncha  deli  principi 
rompesse  paxe,  fosse  a  elio  talgia  la  testa;  ma  transgressor  de  que- 
sto statuto  el  conte  lupoldo  fo  accusado,  el  qual  desirando  servare  la 
vita,  con  puochi,  chola  molgier  e  cheli  fylgioli  o  ver  puti,  occulta- 


'Cronica  deli  Imperadori'.  227 

niente  fuzando,  in  una  soletudene  o  ver  selva  andando,  quella  molti 
tempi  si  cbomo  heremita  habitava,  nessuna  persona  questo  sapiando 
lo  che-I  fosse  vegnudo.  Ma  adevene,  che-1  imperador  ande  a  quelle 
parte;  e  ccuizo  fosse  chossa  che,  per  caxon  de  chazar,  perseguando 
bestie,  c4  descorresse  per  la  selva,  elio  si  se  deslonga  da  tuti,  che 
solo  romagnando,  al  pestato,  el  no  savesse  la  dove  che-I  fosse;  e  a- 
proximando  la  note,  lo  imperador,  molto  anxio,  per  caxo  venne  al 
reraitorio  del  predito  conte;  el  qual  benigna  mente  fo  recevudo;  con- 
zo  fosse  che  driedo  la  fadiga  el  dormisse  in  lo  letto,  e  in  quella  note 
medesma  la  moier  del  predito  conte  avesse  parturido  un  fyo,  1-im- 
perador  aldi  una  voxe  in  sonno,  che  quel  puto  serave  anchora  so 
zenere  e  successor  del  imperio.  Questa  voxe  1-imperador  in  prima  di- 
sprexiando,  conzo  fosse  chossa  che  daltre  cavo  fosse  anxio  i,  abian- 
do  vezudo  el  puto  de  do j  mane,  con  zo  fosse  chossa  che-I  fosse  perve-  57» 
gnu  dali  soi,  abiando  chiamado  doi  secretarli  suoi,  occulta  mente 
comanda  che-I  predito  fantolin  elli  tolesse  e  in  la  selva  1-alcidesse, 
e  a  elio  el  chuor  del  fantolin  li  portasse;  e  quelli,  segondo  el  coman- 
damento predito,  el  fantolin  tolse,  e  siando  movesti  a  misericordia, 
elli  non  1-alcise,  ma  lassandolo  in  lo  boscho,  el  chuor  de  una  lievore 
che  era  preso,  in  argumento  de  quella  morte  al  imperador  li  porta. 
E  adevene,  che  in  quella  bora  el  dux  henrigo,  per  caxon  de  cazare, 
in  quella  medesma  selva  radegando  solo,  lu  aldi  ci  fantolin  vagando 
e  planzando;  e  vezandolo  bello  e  portandolo  occulta  mente  a  soa  mo- 
ier, che  non  podeva  aver  fìlgioli,  el  comanda  a  quella  ch-ela  affer- 
masse ch-eli  1-avesse  inzenerado,  e  chossi  fo  fato,  e  chiamalo  del  so 
nome  henrico.  E  con  zo  fosse  chossa  che  1-imperador  questo  puto  a- 
vesse  vezudo,  pensando  quello  esser  el  volto,  el  qual  de  qua  in  driedo 
avea  vezudo,  e  etiamdio  la  etade,  el  imperador  retene  el  zovene,  che 
lu  li  servisse  denanzi,  quamvisdio  el  non  plaxesse  a  so  pare,  zoe  el 
duxe  henricho,  tratando  a  presso  da  si,  chomo  quello  occulta  mente 
elldesperdesse;  e  driedo  algun  tempo,  el  manda  quello  con  lettere  57* 
ala  imperarixe,  scrivando  che  se  ella  voleva  tegnir  la  soa  gracia,  in 
quel  di  el  qual  quel  zovene  vignisse  da  eia,  quello  occulta  mente  fesse 
soffogare.  Ma  lo  zovene  fazando  la  soa  via,  conzo  fosse  chossa  che 
in  la  chasa  de  un  prieve  el  reposasse,  el  prieve,  dormando  quello,  el 
cerca  le  lettere  de  quello,  e  veto  che  era  lettere  del  imperador;  e  a- 
vrando  quelle  scaltrida  mente,  elo  le  muda  dextra  mente,  che  abiando 


•  V.  le  annotaz.  lessic,  s.  'recavo'.  E  si  traduce:  'sprezzata  imprima  co- 
'desta  voce  dall'imperatore,  quando  poi  nuovamente  egli  s'impensierì  per 
'aver  visto  il  figliolino  la  mattina  appresso,  e  raggiunto  che  fu  da' suoi,  ecc.' 


228  Ceruti , 

raso:  in  quello  die  rauora,  el  remesse  suso:  in  quel  die  mia  fya  li  sia 
daf^la;  la  qual  chossa  fato  fo,  quaravisdio  che-I  fosse  con  grande  am- 
miracion  dela  imperarixe  per  lo  suobito  coramandamento,  del  qual  la 
se  feze  gran  meravelgiaj  la  qual  chossa  vezando  l-imperador,  se  rae- 
ravelgia  molto;  ma  poi  trova  el  pare  verasio  de  quello  un  nobele  conte 
esser  stado,  el  qual  credeva  che-I  fosse  stado  villan,  e-1  so  dolor  fo 
mitigado;  el  qual  henrico  poi  soccedi  a  Conrado  in  I-Imperio,  e  in  Io 
lego  dove  che  nasce,  elio  fé  far  un  gran  monestiero. 

Inl-anno  del  segnor  Mci  Henrico  segondo  impera  anni  xvii.  Questo 
henrico  ven  dito  fjo  de  Corado,  o  ver,  segondo  altri,  zenere  de  quello. 

5S«  Questo  vignando  in|ytalia,  el  prese  pandolfo  principo  de  Capoa,  e 
quello  siando  preso,  con  si  el  porta  via,  e  un  altro  pandolfo  conte 
theatin  ordena  principo.  Inlo  tempo  de  questo,  li  Normani  intra  in 
roma,  e  Cadulo  aveva  bathalgia  centra  li  Normani  in  li  pradi  de  san 
piero.  In  quel  tempo,  el  duxe  Gottifredo  venne  in  ytalia,  e  li  Normani 
si  persegui  quello  da  roma  infina  ad  aquin.  Inlo  tempo  de  questo 
imperador,  el  corpo  de  un  ziganto  fo  trovado  a  roma  non  corroto; 
1-avertura  dela  plagha  de  quello,  dove  che  fo  implegado,  era  iv  pe 
e  mezo;  el  corpo  so  de  quello  soperchiava  1-alteza  del  muro,  e  fo  tro- 
vado una  lucerna,  del  cavo  de  quello,  ardando,  la  qual  chol  fia  non 
se  podea  morzare,  ne  con  liquor;  ma,  con  stilo  fato  un  forame  sotto  la 
fiamma,  amorzado  fo  per  quel  forame,  siando  li  introduto  I-aere.  Questo 
ven  dito  esser  stado  morto  da  turno;  el  titulo  de  questo  era:  Palas, 
fyo  de  evandro,  el  qual  la  lanza  de  turno  cavaliere  alcise,  al  so  costume 
o  ver  usanza  zase  chi. 

In  questo  tempo,  una  statoa  de  marmore  era  in  pulgia,  abiando, 
circha  el  cavo  so,  un  circulo  de  bronso,  in  lo  qual  era  scrito:  ka- 
lendis  maji  oriente  sole  habebo  capud  aureum;  la  qual  chossa  un  sar- 

58*  raxino,  preso | da  roberto  de  Guichardo,  intendando  quello  che-I  fosse 
a  dire,  e  quello  che-1  significasse  in  le  kalende  de  mazo,  levando  el 
sole  nassudo  el  termene  dela  ombra  de  quello^,  el  trova  soto  I-ombra 
del  cavo  infinito  thezoro,  el  qual  elio  per  reschatarse  .  .  .2  Inlo  tem- 
po de  questo,  la  chiesia  de  franza  per  Berengier  de  Turon  fo  pertur- 
bado,  el  qual  affermava  el  corpo  de  Cristo,  el  qual  nu  receverao,  non 
esser  verasio  corpo  de  Cristo;  centra  el  qual,  Nicolo  papa  con  cxin 
veschovi  celebra  concilio;  el  qual  Berengiero  altra  fiada  fi  dito  esser 
stado  santo  homo;  e  driedo,  la  retratacion  digando  avanti  la  fin  dela 
morte,  beada  mente  mori;  la  retratacion  del  qual  error  ven  metudo 


*  'rilevando  il  sole  oriente  il  limite  dell'ombra'. 
'  Manca  qualche  parola. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  229 

in   lo   decreto   dola   consecracion,  destrucion  segonda  ^  :  Ego  Beren- 
garius. 

Inl-anno  del  segnor  mcxviii  Henrigo  ni  impera  anni  xlix.  Questo 
in  prima  venne  a  roma  del  mese  de  mazo  dxxv  (?).  In  quel  tempo  fa- 
me e  mortalitade  fo  quasi  in  ogni  terra;  e  assedia  la  cita  tyburtina 
die  III  del  mese  de  zugno.  In  lo  tempo  de  questo,  una  stella  clarissi- 
ma  in  lo  circuito  dela  prima  luna  andada  e  xm  del  kalende,  in  lo 
commenzamento  dela  note-.  Inlo  tempo  de  questo,  yldebrando  carde- 
nal,  el  qual|poi  Grigolo  papa  fato  e,  conzo  fosse  chossa  che-I  fosse  59" 
legato  in  franza,  e  in  lo  concilio  lu  avesse  procedu  contra  molti  ve- 
schovi  per  symonia,  e  conzo  fosse  che  contra  un  veschovo  molto  in- 
famado  el  volesse  prociedere,  e  quelli  per  peccunia  avesse  corruti  li 
testimonii  che  1-aveva  accusado,  disse  lo  legato  in  lo  concilio:  Cesse 
lo  humano  judixio;  sia  produto  in  raezo  lo  oraculo  dela  deitade,  con- 
zo fosse  cosa  clie-1  fosse  certo,  che  la  grada  dela  dignità  del  ve- 
schovo sia  don[de]  de  spiritu  santo,  e  qualuncha  che  compra  el  ve- 
schovado,  fa  contra  el  spiritu  santo.  Se  tu  adoncha  [fa]  contra  el  spi- 
ritu santo  tu  non  hai  fato,  debi  dire  gloria  patri  et  fìlio  et  spiritili 
santo.  El  qual,  conzo  fosse  che  lu  1-avesse  coracnzado,  in  nessun 
modo  puote  dire  et  spiritai  santo,  più  volte  retornando  a  dire;  ma 
siando  schazado  del  veschovado,  in  quella  fiada  piena  mente  el  disse. 
Questo  yldebrando  poi  Grigolo  papa  fato,  tuto  contra  henrigo  impera- 
dor  andava,  imperzo  che-I  procurava  discordia  in  la  chiesia,  e  1-im- 
perador,  quanto  per  quello  che-I  potè,  el  depuose  Grigolo  del  papado, 
constituando  per  quello  Guiberto  veschovo  de  ravenna. 

In  lo  tempo  de  questo,  un  possente  homo,  don  fi|na  chel  sedesse  in  59* 
lo  convivio,  chiara  mente  fo  circomdato  da  s[fjorze;  e  conzo  fosse 
chossa  che-1  fosse  innuraerabile  moltitudine  de  sorze,  de  nessun  li 
pilgiava,  se  no  de  quello;  ma  conzo  fosse  chossa  che  duli  soi  in  lo 
pellago  del  mare  fosse  conduto,  niente  a  elio  zoa;  imperzo  che  le 
sorze  seguando  la  nave,  quella,  infina  che  1-aqua  intrava  dentro,  ro- 
segava.  Adoncha  desraontando  elio  in  terra,  dali  sorze  tuto  fo  squar- 
zado  e  manzado.  Quella  medesma  chossa  ven  dita  [a]  esser  devegnuda 
a  un  principo  de  polonia;  e  questa  ven  zudighada  menor  meravelgia, 
imperzo  che-1  ven  dito  per  certo,  che  in  algune  terre,  se  lyopardo  al- 
gun  homo  morderà^,  incontinente  par  che  vegna  sorze  in  quantitade, 


'  Doveva  leggere:  'distinzione  seconda'. 

^  A  questo  periodo  par  che  manchi  un  verbo;  e  anche  vi  dev'essere  qual- 
che altro  guasto. 
'  V.  Annotaz.,  §  54. 


230  Ceruti, 

azo  cho  raitege  *  1-emplegado;  e  eciaradio  ven  trovado  da  un  princì- 
po,  che  per  nessuna  arte  de  medixina  podea  esser  aidado,  che  li  pe- 
dotchi  non  Io  consumasse.  E  siando  questo  henrico  imperador,  mera- 
velgiosa  moltitudene  deli  ffanceschi  abiando  recevudo  la  croxe  in 
aitarlo  dela  terra  santa,  li  quali  era  da  no  poder  esser  scombatudi, 
passando  per  terra,  e  alle  per  fine  per  la  cita  do  Constantinopoli,  per- 
venne ad  Anthiochia;  e  fo  capitanio  de  questo  hoste  Gotofredo  de  lo- 

60''  thoringia,  el  conte  bles|sese,  el  conte  de  fiandra  de  sen  zilio,  e  molti 
altri  nobili  e  baroni.  In  anzi  che  anthiochia  fosse  presa,  santo  Andrea 
aparse  a  un  villan  siraplize,  de  generacion  provincial,  digando:  Ve- 
gni,  che  io  te  mostraro  la  lanza,  chela  qual  fo  forado  yesu  cristo  ; 
el  qual  villan,  siando  presa  la  dita  cita,  de  presente  lo  dito  conto  e-1 
capellan  so,  in  la  chiesia  de  san  piero  cavando  terra,  in  lo  luogo  in 
lo  qual  lu  avea  avudo  revelacion,  lu  trova  la  lanza  inl-anno  del  se- 
gnor  MLXxxix;  e  ploxor  dubitando  ch-ela  non  fosse  la  lanza  de  cristo, 
uno,  el  qual  per  nome  era  chiamado  Bartlioloraeo,  al  qual  cristo  a- 
parse  e"  dela  lanza  li  avea  significado,  con  quella  lanza,  per  lo  fuo- 
gho  de  XIII  pie,  el  qual  lu  avea  commandado  che  fosse  fato,  el  passa 
senza  pena  algliuna;  e  chossi  I-oste  ave  fidanza  in  cristo  e  inla  lan- 
za, e  ande  in  anzi  senza  paura  per  Acri,  la  qual  ven  dito  Tholoraai- 
da;  li  3  venne  a  Cesarla,  doe,  conzo  fosse  chossa  che  li  fosse  un  spar- 
viero, zeta  una  colomba  volando  de  sovra  I-oste,  grieve  mente  irapla- 
gada,  circha  la  qual  trovado  fo  letere,  le  quale  la  portava  de  tal 
sentencia:  Lo  re  acharon  cavina(?)  vene;  zente  contenciosa,   centra 

QQb  li  quali  per  ti  e  per  altri  la  toa  leze  defendi.  Anchora  annuncia|le 
altre  cita,  poi,  vignando  li,  assedia  lerusalem;  si  e  cita  metuda  e 
situada  in  montagne,  non  abiando  ni  fontane  ne  selve,  excepto  la 
fontana  sicilice,  oe  alla  fiada  aqua  sufficiente  mente  se  truova;  e  era 
stada,  driedo  la  destrucion  de  tyto  e  de  vexpaxian,  per  helyo  Adrian 
meravelgiosa  mente  reparada;  ma  non  [ne]  in  quel  medesmo  luogo, 
oe  la  fo  in  prima.  Ine  luogo  Gotifredo,  el  qual  li  era  stado  re  lo  se- 
gondo  anno,  morto  fo  sepelido;  e  ven  creto  che  in  quella  fiada  fato 
avesse  passazo  pia  che  ce  milia  cristiani  in  alturio  dela  terra  santa. 

Anchora  inl-anno  del  segnor  mcxlvii,  a  instancia  do  Eugenio  papa 
e  del  beado  Bernardo  e  dela  soa  predicacion,  el  re  de  franza  dito 
lovixe,  da  quello  abiando  recevudo  la  croxe,  e-1  imperador  Corado 
chon  gran  moltetudene  de  franceschi  e  de  todeschì,  altri  per  panonia, 


'  V.  Annotaz.,  §  55. 

^  Questa  congiunzione  non  è  nel  cod. 

■■'   Thnlomaida;  da  li  ecc. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  231 

altri  per  mare  in  fina  a  Constantinopoli  vignando,  altro  ad  elli  venne 
che  quelli  ch-eli  sperava,    iraperzo  che   alguni   de   quelli,   priesi  da 
turchi,  altri  per  fadiga  e  ploxor  per  fame  e  per  besogna  fo  consuma- 
di,  si  che  1-imperador  con  puochi  a  pena  retorna;  e  lo  re  lovixe,  per 
caxon  de  oracion  si  chomo   pelegrin  in  lerusalem  alghuna  cliossa  o 
ver  pocho  romagnado,  torna  a  casa;|e-l   imperador   Ilenrigo   siando  61" 
in  italia,  el  principe  de  allemagnia  vignando  in  prothen',  un  Redolfo 
duxe  de  saxognia,  in  re  a  si  eleze;  el  qual  iraperzo  che  Grigolo  papa, 
a  peticion  del  imporador,  ne  convento  ne  confesso  scomunigare  vol- 
se, el  imperador,  chon  gran  batalgia  abiando  abu  viteria  centra  re- 
dolfo, e  abiando  chiamada  la  corte  in  Brixina^,  Guiperto,  arzivescho- 
vo   de  ravenna,   el  procura   ch-el   fosse   eletto  in  papa;  per  la  qual 
chossa  da  Grigolo   papa  el  fosse   stato  scomunegha,  al  pestuto  vi- 
gnando a  roma  con  I-antipapa,  Grigolo  papa  elli  cardenali,  con  molte 
hoste  lor,  assedia  in  roma.  Ma  daspo  che-I  fosse  destruti  li  campi  elle 
vigne,  conzo  fosse  chossa  che-I  imperador  avesse  tratto  a  si  el  favor 
del  puovolo  roman,  latrando  in  roma  e  fazando  consegnare  Guiperto 
in  papa,  da  elio  el  fo  incoronado  imperador;  e-1  papa  Grigolo,  cholli 
cardenali,  in  lo  castello  de  sant  anzelo,  in  lo  qual  lu  era  andado,  fo 
serado;  centra  lo  qual  Roberto  de  Guìchardo  re  de  pulgia  chon  gran 
hoste  vignando,  e  roma  un  die  pilgiando,  e-1  imperador  chol  so  an- 
tipapa infina  a  sena  fuzando,  el  trasse  fuora  el  papa  Grigolo  e  li  car- 
denali del  castellojde  sant  anzelo"^ 61* 

li  quali  avea  consentido  al  imperador  in  questo.  Circha  questi  tempi, 
la  cita  de  seragoza^  in  Sicilia  gran  terramoto  sostenne,  in  tanto  che 
un  di  de  domenegha,  circha  I-ora  terza,  don  fina  tanto  che  la  messa 
se  cantasse,  la  cliiesia  mazor  tute  lo  povolo  e  la  chierisia  oppri- 
messe, salvo  sola  mente  el  prievede  e  lo  dyachono  e-1  subdjacono  che 
celebrava  la  messa,  non  senza  gran  ammiracion  de  tuti  li  horaini. 

Inl-anno  del  segnor  mclxvii  Henrigo  iv  fjo  de  henrico  impera 
anni  xv.  Questo  abiando  recevudo  I-imperio  pyando  so  pare,  elo  el 
fé  morir  in  prexon.  Inlo  tempo  de  questo,  Roberto  de  Gaicardo  vense 
Alessio  Cumano^.  Questo  roberto  fo  de  la  zente  de  franza,  el  qual 
venne  a  roma  chon  grande  hoste,  volgiando,  se  lu  avesse  possudo. 


*  Dovrebbe  dire:  i  principi  d'Alleraagna  riunendosi  in  Forchheim,  ecc. 

*  Bressanone  (Brixen). 

'  Qui,  e  nei  rimanenti  sei  fogli,  il  ms.  ò  guasto  da  corrosione,  cbe  occu- 
pa parte  di  sei  e  più  linee  di  colonna. 

*  Siracusa. 
''  Comneno. 


232  Ceruti, 

occupare  roma;  ma  quello  siando  cazado  de  la,  intro  in  lo  regno 
de  Sicilia  e  de  pulgia,  el  qual  lu  pilgia  a  puocho  puocho.  Questo  ave 
un  fyo,  el  qual  ave  nome  raglerò  re  de  Sicilia,  e  una  fya,  la  impe- 
rarixe  de  Constantinopoli,  mare  de  federico  iraperador,  el  qual  fo 
62"  promovesto  centra  otto.  Questo j 

più  deli  altri  fioriva.  Inlo  tempo  de  questo,  a  Pasquale  papa,  da 
questo  iraparadore  non  bene  tratado,  e  morto,  soccede  Zuanne  dela 
chiesia  de  roma  cancelliero,  appellado  Gelasio;  ma  1-emperador  non 
fo  ala  eleccion,  e  uno  de  spagna,  el  qual  avea  nome  Bordino,  a  quello 
sovra  ordena;  ma  Gellasio  siando  morto  in  Collogran*,  e  Calixto  li 
in  papa  consegrado,  lo  imperador,  con  luti  quelli  che  li  consenti,  fo 
scoraunegado  per  quello,  e  papa  Calixto  a  roma  prosperando,  abiando 
preso  in  Sutrio  Bordino,  da  tuto  el  senado  e  puovolo  gloriosa  mente 
fo  recevudo.  In  questi  tempi,  hugo  de  san  vitore  a  parixe  clariflca; 
e  eciamdio  in  questo  tempo,  1-ordene  deli  templieri,  congregado  de 
cavalieri,  in  yerusalem  scemenza,  e  fo  diti  cavalieri  del  tempio,  im- 
perzo  che  inlo  portegho  del  tempio  li  ordena  la  siedia  del  so  or- 
dene;  e  Henrico  iraperador,  retornando  a  consciencia,  resigna  a  Ca- 
lixto papa  la  investixon  deli  veschovi  e  deli  altri  prelati  per  lo  anello 
e  per  la  bacheta,  per  la  qual  investixon  con  pasqual  papa  molto  a- 
62^  veva  intendudo;  e  concede  per  tuto  lo  imperio  e  a  tute!  le  chiesie 
che-1  fosse  fato  canonicha  eleccion,  e  restituì  alla  chiesia  de  roma  le 
possession  elle  regalie  del  beado  san  piero,  le  qual  per  la  soa  o  per 
altra  discordia,  abua  chela  chiesia,  era  stade  alienade;  e  le  posses- 
sion dele  altre  chiesie  e  de  altri  si  chierisi  chomo  layci,  le  quale  per 
caxon  dela  guerra  soa,  la  qual  lu  aveva  chela  chiesia,  era  sta  tolte, 
fidel  mente  dispuose  che  fosse  restituide. 

In  lo  tempo  de  questo,  el  papa  Calixto  lo  veschovo  postellan^,  per 
reverenda  del  beado  lachomo  apostolo,  el  qual  li  reposa,  lu  1-insti- 
tui  arziveschovo,  soto  penando  a  elio  tuta  la  Emeritana  provincia,  e 
la  luchana  chiesia  lu  la  privilegia  dela  gracia  del  palio.  Questo  hen- 
rico, imperzo  che  so  pare  lu  aveva  deshonestado,  per  iuxto  iudixio 
de  Dio  ven  creto  senza  heriedo  esser  descazudo  che  elio  mori,  non 
abiando  ne  fyo  ne  fya,  al  qual  soccede  lothario  dux  de  saxongnia. 

Inl-anno  del  segnor  mclxxxii  lothario  iv  impera  anni  xi.  In  lo 
tempo  de  questo,  grande  fame  fo,  e  quasi  tuta  ytalia  assaij.  Questo, 
imperador  fato,  in  ytalia  feze  hoste,  e  con  arziveschovi  e  veschovi  el 


'  Mori  nel  monastero  di  Cluny. 
'  Il  vescovo  di  Compostella. 


'Grouica  deli  Imperadori'.  233 

papa  Innoconcio  Ioga  in  la  cliiosia  laterana;  e  da  quel  mede3mp|Ia-  63' 
nocencio,  lothario  fo  incoronado  per  imperador.  Questo,  inlo  primo 
anno  del  so  imperio,  contra  li  Boemi  andando,  per  tradimento  de  al- 
guni  suoi  cavalieri,  o  principi,  gran  batalgia  deli  suoi  cavalieri  a 
sostegnudo.  Questo  eciamdio,  driedo  la  soa  incoronacion,  aceso  de 
i-amor  de  dio  e  dela  chiesia,  si  cliomo  homo  verasia  mente  catholico 
e  avocato  dela  chiesia,  le  forze  del  imperio  in  contenente  excita,  e 
contra  rogiero  conte,  el  qual  se  era  redrizado  contra  el  papa,  e  lo 
regno  de  Sicilia  1-avea  occupado,  insembre  mente  chol  papa  Innocentio 
in  pulgia  potente  mente  intra,  e  abiando  infugado  Ruziero  in  Sicilia, 
constitui  dux  de  pulgia  el  conte  Raymondo.  A  questa  viteria,  li  pi- 
sani con  navilio  molto  fo  obedieuti  al  sommo  pontifico.  Eciamdio  in 
quel  tempo,  contra  volunta  de  Innocencio  papa,  li  romani  so  resforza 
de  renovare  el  senado.  Per  quel  medesmo  tempo,  tanta  sicitade  fo  in 
fraiiza,  che  li  fiume,  le  fontane,  li  lachi  e  li  pozi  se  sechava,  e-1  fuo- 
gho,  el  qual  intrava  in  la  terra,  ne  per  le  sfessure,  ne  per  frodo,  ne 
per  altra  arte  non  se  posseva  amorzare. 

Inl-anno  del   segnor  mcxciii  Corado  segondo  impera  anni   xv.  ;Tnlo  G3'' 
tempo  de  questo 

la  cita  de  roma,  dispresiando  le  richeze  e  le  superfluità;  per  li  diti 
del  qual  molti  grande  homini  deli  romani  seguiva  quello;  el  qual  poi 
siando  preso,  in  odio  deli  chierisi  fo  apichado.  Inlo  tempo  de  questo, 
ascalona  fo  presa  dali  cristiani.  Inlo  tempo  de  questo,  in  I-anno  del 
segnor  mclxxxix,  Zuanne  deli  tempi,  el  qual  anni  ccclxi  era  vivu  al 
tempo  de  Karlo  magno,  del  qual  lu  era  sta  soldado,  mori.  Questo 
Corado  re,  de  freukenvorchS  de  san  Bernardo,  quasi  con  tuti  li  prin- 
cipi recevi  el  segno  dela  santa  croxe,  e  in  quelli  tempi,  compagni 
de  pelegrinacion  sovra  numero  multiplica,  e  de  lothoringia,  flandria, 
franza  e  ingelterra  con  apresso  de  ce  nave  li  prospera;  e  Corado 
imperador,  daspo  che  lu  retorna  de  oltra  mare,  mori,  el  qual,  quam- 
visdio  che-1  regnasse  xv  anni,  arapo  non  ave  la  benedicion  imperiai. 
In  quel  tempo  fiori  Richardo  de  san  vetore.  In  questo  tempo,  fo 
translatado  lo  libro  de  Zuanne  damasceno  in  latin;  e  maistro  piero 
lombardo  fiori,  el  qual  corapuose  lo  sentencie;  e  inl-anno  del  segnor 
MCLii,  Gracian  monegho,  de  Glassa-  cita  de  Toschana  nassudo,  com- 
puose  lo  decreto,  segondo  che  disc  hugazon,  ii,  questione  vi,  quod 
forgiai ùi" 


V,  Annotaz,  §  78. 

Vuol  dire  Chiusi  (Clusium' 

Archivio  plot'ol    ital..  III. 


231  Ceruti, 

e  coroiuulo  fo  in  la  cliiesia  de  saa  piero.  In  questo  tempo,  andado  elio 
apresso  tyburtina,  el  comanda  che  la  cita  tyburtina  fosse  rehedifi- 
cada;  e  retornando  el  primo  anno,  el  destrusse  spoliti.  Questo  fo  lar- 
go, strennuo,  iocondo  e  nobile,  e  in  tute  cliosse  el  fo  glorioso.  In  quel 
tempo,  el  re  de  Allapia  prese  edissam  cita,  la  qual  in  Genesi  ven 
dita  Arach,  e  li  franceschi  che  fo  li  prese,  o  elio  li  fé  morir,  o  elio 
li  condanna  a  star  in  servitudene;  eP  arziveschovo  dela  cita,  quasi 
dux  del  puovolo,  chon  tuta  la  chierisia,  imperzo  ch-eli  non  volse  ne- 
gar cristo,  in  meza  dela  cita  denanzi  da  si  fé  talgiare  le  teste;  e 
chossi^  la  cita  edissa,  la  qual  de  Abagaro,  re  de  quella  ortodoxo, 
al  qual  cristo,  in  anzi  la  passion  soa,  si  chom  se  leze  in  la  ecclesia- 
stica ystoria,  scrisse  la  epistola,  e  dende  luogo  per  lo  apostolo  to- 
rnado era  stada  predicada  e  a  cristo  consegrada,  in  quella  fiada  in 
primieramente  dela  zente  fo  scomunegada;  la  qual  ven  posseduda, 
adornada  del  sangue  deli  novi  martere. 

In  li  tempi  de  questo,  el  sol  se  oscura,  un  puocho  inanti  nona,  e 
longa  hora  driedo  1-hora  de  nona  in  quel  medesmo  stado  romase.  In 
64''  questo  anno, |  gran  fame  fo.  In  quel  medesmo  anno,  preso  fo  el  se- 
pulchro  del  segnor  e  la  soa  croxe  del  soldan.  Questo,  conzo  ""fosse 
chossa  che-I  fosse  vegnudo  a  roma  per  la  incoronacion,  e  pacifica 
mente  chon  grande  allegreza  da  Adrian  papa  el  fosse  stado  incoro- 
nado,  e  fato  tute  chosse:  conzo  fosse  chossa  che,  inanti  nona,  al 
luogo  so,  el  qual  era  inlo  prado  de  Neron,  el  fosse  insaido,  li  ro- 
mani, con  arme  incalzando  la  famelgia  dela  porta  de  sant  Anzolo, 
crudelmente  1-assaij,  infina  al  territorio  del  imperador  crudel  mente 
perseguando;  ma  ingrossando  el  remore,  li  tedeschi,  assunadi  in  siem- 
bre,  crudel  mente  descaza  li  romani,  in  tanto  che  abiandone  molti  a- 
batuti  e  priesi,  con  gran  priegi  del  papa  a  pena  che-li  prese  fosse 
restituidi.  Questo,  driedo  la  morte  de  adrian  papa,  pessima  mente 
chon  alexandro  papa  stete,  in  preiudicio  de  quello  a  iv  scismatici 
successivamente  adrizandose,  dagandoli  alturio  el  re  de  franza,  niente 
li  zoa,  cheli  qual  papa  alexandro  era  fuzido;  e  abiando  congregado 
gran  moltitudene,  maxima  mente  de  doi  regni,  zoe  de  Boemia  e  de  da- 
cia abiando  abiu  alturio,  vignando  in  Bergogna  se  sforzava  de  extir- 


•  V.  Annoi.,  §  39  d. 

*  ^e  coiì  la  città  di  Edessa  (la  quale  diede  Abgaro,  suo  re  ortodosso,  cui 
'Cristo,  prima  della  passione,  come  leggesi  nella  storia  ecclesiastica,  scrisse 
'l'epistola;  e  dipoi  aveva  avuto  la  predicazione  dall'apostolo  Tomaso,  ed  eia 
'stata  consacrata  a  Cristo),  in  quella  volta  fu  primieramente  di  una  gente 
'scomunicata;  la  qual  (città  ne)  è  posseduta  ecc." 


'Ciouica  deli  Imperadori'.  235 

pare;  ma  dagando  alturio|el  re  de  Engel  terra  al  re  de  franza,  niente  65" 
fo  de  ben.  Millan  da  federigo  fo  destruto,  del  mese  de  marzo  in 
I-anno  del  segnor  mclxii,  elli  muri  de  quella  cita  altissimi  dali  fon- 
damenti fo  ruinadi,  e  tute  le  altre  chosse  fo  arse  o  raetude  in  cenere; 
Albano  dali  romani  fo  arso  el  sexto  di  de  avril.  Questo,  driedo  molte 
perseeucion  per  molti  tempi  fate  ad  allexandro,  temandose  che  dela 
soa  segnoria  elio  non  descazisse,  perche  li  lombardi  li  aveva  reve- 
lado,  [e]  per  la  prosperità  del  papa  alexandro  abiando  mando  di  messi 
solenne,  che-I  se  reconciliasse  al  papa  se  fadigha*;  e  da  poi  che  a 
veniesa  el  fo  reconciliado  al  dito  papa,  elo  fo  poi  retornado  in  la  soa 
siedia  de  roma  missier  lo  papa,  e  per  missier  lo  dux  e  per  lo  comun 
de  veniesia;  e  abiando  federigo  tolto  el  segno  dela  croxe  per  caxon 
de  andare  per  terra  e  non  per  mare,  chon  gran  moltitudene  e  deli- 
beracion  dela  terra  santa  procedando^,  conzo  fosse  chossa  che-I  fosse 
in  Armenia,  in  un  pizol  fiume  el  se  anegha;  e  so  fyo,  el  qual  in 
quella  fyada  con  si  avea  menado,  el  corpo  de  quello  el  tolse  e  por- 
tallo  in  fina  al  tyro,  e  li  fo  sepelido;  e  conzo  fosse  chossa  che  lu 
assediasse  tholoraaida  zoe  acri,  el  mori  quasi ^tuti  li g56 

fato  passazo. 

In  quel  medesmo  tempo  fo  1-abade  Ioachim  in  Calavria,  el  qual 
scrisse  ploxor  libri  sovra  leremia  e  sovra  lo  apocalypsi  e  de  tuti 
libri  deli  propheti.  Questo  avea  predito  ali  diti  re,  li  quali  a  elio 
avea  demandado  dela  pelegrinacion,  ch-eli  voleva  fare  ala  terra 
santa,  che  puocho  ben  farave,  imperzo  che  ancliora  non  era  vegnudo 
el  tempo.  In  lo  tempo  de  federico  imperador,  Rodolfo  arziveschovo 
de  Colognia,  li  corpi  deli  tre  magi  de  persia,  portadi  a  Constanti- 
nopoli  del  imperador,  e  dende  luogho  de  san  zorzi  miraculosa  mento 
a  Millan  era  portadi,  siando  Millan  destruto  de  quel  medesmo  fede- 
rico, li  fo  transportadi  a  Colognia.  Sotto  questo  imperador,  san  Tho- 
maso  arziveschovo  de  Cantuaria  in  la  chiesia  soa  del  arziveschovado 
fo  morto,  e  alle  perfino  fazando  gran  miraculi,  per  Allexandro  papa 
fo  canonizado.  Inlo  tempo  eciamdio  de  questo  predito  imperador,  fiori 
jìiero,  dito  manzador,  in  franza,  el  qual  compuose  la  ystoria,  che  ven 
dita  scolastica,  d-entrambi  dei  li  testamenti.  In  quel  tempo  Henrico 
re  de  Engelterra  per  caxon gga 


'  Anziché  mando  di,  si  leggerà  mandadi;  e  tradurremo:  'avendo  mandati 
messi  solenni  a  felicitare  il  papa,  s'afifaticò  di  riconciliarsi  (che  si  conci- 
liasse) con  lui'. 

'  V.   Annoi ,  §  78. 


530  Ceruti, 

dito  lato,  ma  el  papa  Alexandre,  in  la  pre- 
dita  cita  tusculana  recevudi  li  messi  e  aldudi,  manda  doi  cardenali 
alle  parte  de  frauza,  azo  ch-eli  investigasse  la  innocencia  del  re,  dc- 
nanzi  deli  quali  lo  re  zura,  che  unchamai  de  conscio,  ne  de  comraan- 
daraento  so,  lu  non  era  stado  morto,  ma  per  caxon  dela  turbacion, 
la  qual  apresso  quello  lui  aveva  abiu,  lu  era  stado  morto;  per  quello 
incontenente  ci  proferi  ce  cavalieri  de  andare  oltra  mare,  e  star  li 
per  un  anno;  e  abiaudo  elio  recevudo  el  segno  dela  croxe,  promosse 
infra  tre  anni  passar  oltra  mare. 

Inl-anno  del  segnor  mcc^lv  Ilenrigo  quinto  impera  anni  viii.  Co- 
ronado  fo  del  mese  d-avril,  lo  segondo  di  driedo  la  pasqua,  e  in  quel 
medesmo  mese  fo  dado  el  regno  tusculano  alli  romani  dal  iraperador, 
e  destruto  fo  da  elli.  In  quel  medesmo  anno  el  sole  se  oscura  a  ix 
del  kalende  de  luio,  quasi  da  terza  in  fine  a  nona.  Questo,  soto  Ce- 
lestino e  Innocencio,  impera  anni  vii  e  mesi  iv.  Questo,  in  I-anno  pri- 
mo de  la  soa  corona,  intra  inlo   regno  de  Sicilia,   e  preso   le  terre 

CG'^  infine  e  napoli,  e  assedia  napoli|per  in  mese,  e  li  tanta  infermitade 
assaij  I-oste  soa,  che  quasi  tutti  mori,  si  che  l-imperador  con  puochi, 
siando  infermo,  retorna.  Questo  tolse  Constanza  fya  del  re  de  Sici- 
lia; e  in  I-anno  quarto  del  imperio  so,  tuto  lo  regno  de  pulgia  assi' 
lo  suiuga,  e  li  flazella  ploxor  rebelli  de  diverse  pene;  e  tancreto,  fjo 
del  re  Tancredo  deli  Siciliani,  chon  soa  mare  margarita,  e-1  re  deli 
impiratari  (sic)  condusse  con  si  priesi  in  allemagna;  el  qual  siando 
morto  a  panormo,  dessensio  nassi  introli  principi  de  allemagna;  una 
parte  elleze  otto,  el  I-altra  philippo,  ma  otto  fo  coronado  de  coman- 
damento del  papa;  ma  alle  perlin  ottegnando  philippo  [sotto]  la  paxe 
formada  intra  li  altri,  dolosa  mente  da  lanturgnio^  el  fo  morto,  e 
chosi  ottene  Otto;  e  Innocencio  papa,  el  qual  in  quel  anno  aveva  soc- 
cedu  a  celestin  in  lo  papado,  era  stado  aversario  de  philippo  per  so 
frar  Henrico  imperador,  el  qual  era  andado  contra  la  cristiana  reli- 
gion  in  lo  regno  de  Sicilia,  e  li  arziveschovi  e  veschovi  aveva  tal- 
giadi,  e  contra  la  romana  chiesia  sempre  aveva  adovrado  tyrannia; 
per  la  qual  chossa  lo  scomunegha  quello  e  tuti  li  suoi  fautori,  e  a 
otto  duxe  de  saxognia  viril  mente  se  aderse  et  apoza,  e  quello  in  a- 

67»  quis]grani  in  re  de  Allemagnia  fé  coronare;  e  philippo  duxe  de  Saxo- 
nia  gran  parte  de  allemagnia  per  si  avea  abiu. 

Inl-anno  del  segnor  mccl  preso  fo  Constantinopoli  da  franceschi  e 


'  V.  Annotaz.,  §  41  f. 

-  L'uccisore  è  stato  Ottone  di  Wittelsbach.  Laniurgio  occorre   più   tardi 
(08'',  60'')  per  'hingravio'. 


'Cronica  doli  Imperadori'.  237 

da  veneciani,  e  Balduin  conte  do  lìandra  li  constitui  iinpcrador;  la 
qual  [dela]  presa,  eciamdio  driedo  ploxor  di,  [e]  ploxor  abitador  dela 
cita  non  credeva,  o  ver  per  la  fortcza  dela  cita,  o  ver  por  amor  dela 
antigha  profecia  deli  propheti ,  la  qual  lu  avea  prophetizado  che  la 
dovesse  esser  presa  per  I-angelo,  e  chossi  li  non  erodeva  per  ho  po- 
dere esser  presa;  ma  intrando  1-inimisi  per  lo  muro  in  la  citade,  oe 
era  irapcnto  I-agnolo,  li  abitadori  dela  cita  cognosci  si  esser  inganadi 
per  equivocacion  del  angelo.  In  questo  anno,  seghondo  che  da  ploxor 
ven  dito,  la  segnoria  dali  thartari  avea  coraraenzamento  ;  e  questi, 
soto  li  monti  de  india,  in  la  region  dita  thartara,  constituidi  contra 
lo  segnor  so,  re  de  india,  david  per  nome,  fyo  de  zuane  prevede  de 
occidente,  a  debellacion  dele  altre  terre  procede. 

Inl-anno  del  segnor  mccvii,  da  Innocentio  papa  xii  abbadi  del  or- 
dene  de  Castella  in  la  terra  deli  Albigeni  a  predicare  la  fé  alli  heretixi 
fo  raandadi,  ali  quali  didato  veschovo  dejoxo 57 

scomenza  I-ordine  deli  predicadori. 

Inl-anno  del  segnor  mccliii  Otto  iv  dela  zente  de  saxognia  da 
missier  Innocencio  papa  in  fo  coronado  inla  basilica,  zoe  in  la  chie- 
sia  de  san  piero,  ma  non  fo  ad  elio  per  caxon  deli  maleficii  honor 
attribuido.  Questo,  in  contenente  chomo  I-ave  tolta  la  corona,  aveba- 
talgia  cholli  romani,  e,  contra  la  volontà  da  missier  lo  papa,  intra 
inlo  regno  de  pulgia,  tolgiando  quello  a  federico  re  de  Sicilia;  onde 
el  papa  scomunegha  quello.  El  quarto  anno  del  imperio  so  li  prin- 
cipi elesse  federico  in  imperador;  el  qual  vignando  chon  navilio  in 
fina  a  roma,  da  missier  lo  papa  e  dal  puovolo  honorevol  mento  fo 
recevudo;  el  qual  vignando  in  Allemagnia  contra  Otto,  li  mcravel- 
giosa  mente  triumpha. 

Inl-anno  del  segnor  mcclvii  Federico  11  fo  incoronado  da  honorio 
terzo  inla  chiesia  de  san  piero,  e  regna  anni  xxiii.  Questo,  dela  infan- 
cia  per  la  chiesia  si  chomo  per  mare  fo  nudrigado,  e  siando  prorao- 
vesto  al  alteza  del  imperio,  don  fina  tanto  che  otto  fosse   desposto, 

elio  non  favorcza  la  chiesia] Cg« 

papa,  el  qual  aveva  incoronado 

fradello  rebello  e  ala  chiesia  .  .  .  abiandolo  vezudo  esser  ad  ver- 
sarlo, quello  anathema,  e  tuti  li  baroni  asolve  dela  soa  fidelità. 
Inlo  tempo  eciamdio  de  questo,  inl-anno  del  segnor  mccxxxiii,  in  li 
idi  de  fevrar,  frar  Zordan,  maistro  de  tuto  1-ordene  deli  predica- 
dori,  de  vita  e  de  sciencia  laldevol,  oltra  mare,  oe  che  lu  era  an- 
dado  a  predicare  ali  sarraxini,  in  lo  porto  del  mare  ci  mori.  E  in 
questo  tempo,  siando  de  qua  in  driedo  nassua  discordia  intra  1-irapc- 


238  Cenili, 

rador  e  honorio  papa,  da  Grcgolo  con  excomunegaxon  fo  rcnovado; 
e  do  cardenali,  lachorao  penestrin  e  Otto,  pel  l-alturio  de  la  chiesia 
contra  federico  fo  mandado  legati  oltra  li  monti;  e  conzo  fosse  chossa 
a  corte'  con  prelati  ploxor  per  le  nave  deli  pisani  li  fo  presi.  Que- 
sto federico,  so  fyo  proprio,  el  qual  avea  nome  henrico,  in  quella 
fìada  re  de  Allemagnia,  accusado  a  elio  de  rebellion,  condugandolo 
preso  in  pulgia,  per  scalore  dele  carcere  lo  sofogo.  Questo  impera- 
dor,  siando  segnado  dela  croxe,  longamente  durando  la  sentenza  de 
la  scomunegaxon,  passa  el  mare,  e  lassa  raazor  desolacion  che  con- 

68''  solacion  ala  terra  santa; |e  daspo  che  da  Innocencio  papa  el  fo  de- 
ponudo  dal  imperio,  li  principi  eleze,  contra  quello,  Lanturgio  de 
turingia;  el  qual  poi  in  pizol  tempo  morto,  Valentin  conte  de  holan- 
die  ale  perfin  contra  elo  fd  eletto  dali  principi.  Ma,  driedo  pizol 
tempo,  el  fo  morto  dali  frixoni;  e  chossi  1-nno  eletto  e  I-altro  non 
avea  la  benedicion  imperiale. 

Inlo  tempo  de  questo,  inl-anno  del  segnor  mccxlviii,  lovixe  re  de 
franza  passa  oltra  mare;  lu  ave  alliegro  principio,  tristo  insimento, 
e  intrando  in  la  terra  santa,  el  prese  damiata;  ma  puocho  driedo, 
quasi  abiando  perduda  la  soa  zente,  el  fo  preso,  quamvis,  volgiando 
dio,  el  fosse  restituido.  Questo  federigo,  da  poi  che-I  fosse  desposto 
del  imperio,  conzo  fosse  chossa  che  lu  assediasse  parma  con  gran 
possanza,  intra  le  altre  cita  de  lombardia  più  desiderata,  del  legato 
da  raissier  lo  papa  e  da  li  parmesani  el  fo  vento;  e  abiando  perso  el 
so  thezoro  elle  soe  chosse,  retornando  in  pulgia,  li  infermado  grieve 
mente,  el  mori;  e  manfredo,  so  fyo  naturai,  partandose  la  segnoria 
e  li  thesauri,  [e]  ale  perfine  el  regno  de  Sicilia  obtene  e  ave  ;  don  fina 
tanto  che  Karlo,  frar   del  re  de  franza,  in  quella   fia  conte  de  pro- 

69"  enza,  chiamado  per  ur[ban  iv  papa,  soto  Clemente  papa  iv  vignando, 
quello  Manfredo  priva  dela  vita  e  del  regno. 

Questo  federico,  da  Augusto  primo  nonagesimo  quinto  fo  impera- 
dor.  Inlo  tempo  da  quelli  medesmi  ^  federico  imperador,  in  I-anno  del 
segnor  mccxxxix,  la  gente  deli  thartari,  siando  occupade  le  parte 
orientale  e  crudel  mente  solette,  partandose  in  do  parte s,  in  ungaria 
e  pollonia;  inlo  qual  luogho  abiando  abiu  con  quelli  bathalgia  de 
campo,  el  frar  del  re  de  ungaria,  dux  de  Cologna,  de  panonia  e  de 
Polonia,  e-1  nobile  duxe  de  flessia  fo  morti;  e  I-altro  puovolo,  si  inli 
homini  chomo  in  le  femene,  li  quali  potè  trovare,  chon  gladio  li  fé 
morir;  e  chossi  quelle  terre,  maxima  mente  ungaria,  elio  la  messe  in 


•  V'ha  qui  lacuna  d'alquante  parole.  '  V.  §  36 n. 

'  Qui  sembra  mancare  un  verbo  finito:  'sopravvenne',  o  simile. 


'Cronica  deli  Imperadoii".  239 

solltudene  e  in  destrucion  in  tal  muodo,  che  per  gran  fame  lo  mare 
manzasse  la  carne  deli  so  fantolini,  e  ploxor  dala  polver  da  un  monte 
per  farina  li  usasse. 

Inlo  tempo  de  questo,  in  borgogna  imperiai,  per  la  terra,  soluta 
dali  monti,  circha  v  milia  homini  fo  soffogadi  ;  e  uno  grandissimo 
monte,  partandose  dali  altri  monti,  passando  per  ploxor  meia  de  una 
valle,  alli  altri  monti  se  conzonse,  e  inla  valle  tute  le  ville  de  terra 
e  de  piere  lo  covri.  Inlo  tempo  etiamdio  del  re  ferando,  in  toletta  de  69* 

Spagna       

o  vero  cavitade    . 

libro,  quasi  folii  de  legno  abiando;  el  qual  libro,  scrito  de  tre  len- 
gue,  Zoe  lengua  zudaica,  griegha  e  latina,  tanto  de  lettera  aveva, 
quanto  un  salterio,  e  parlava  de  tre  mondi,  da  adam  in  fina  ad  anti- 
cristo, le  proprietade  deli  homini  de  zaschadun  mondo  exprimando. 
El  principio*  del  terzo  mondo,  el  fyol  de  dio  nascerà  dela  verzene 
maria,  e  per  salute  deli  homini  lu  sostiegnera  passion;  e  lezando 
Io  zudi[s]io2,  incontinente,  con  tuta  chasa  soa,  fo  bathezado.  Era 
eciamdio  inlo  libro  scrito,  che  inlo  tempo  de  ferrando,  re  de  Castella, 
deveva  lo  libro  trovarse,  e  someiente  chossa  tu  troveras  soto  Con- 
stantin  vi. 

El  romano  imperio,  o  ver  driedo  la  morte,  o  ver  driedo  la  dispo- 
sicion  de  federico  imperador  segondo,  dal  iraperador  commenza  a  vac- 
care;  e  driedo  la  desposicion  de  quello,  el  papa  Innocencio  quarto, 
el  qual  aveva  quello  deponudo,  feze  elettore  ploxore  a  elezere  lo  im- 
pierio  per  li  principi  de  Allemagnia,  zoe  lanturgio  de  turingha,  el 
conte  de  holandia,  1-un  driedo  I-altro  per  succession,  li  quali  in  anti 

che  alla  imperiale  benedicion del  re  de  castella  70' 

conte  de  cornualgia  ....  Engelterra  allo  im- 
perio elesse,  la  qual  scisma  molti  anni  persevera;  e  imperzo  che  plo- 
xor chosse  notabele,  in  diverse  parte  del  mondo,  vene  in  lo  tempo 
de  questa  vaccacion,  quelle  per  ordene,  segondo  che  più  brieve  mente 
e  poro,  io  expichero. 

E  imperzo,  inl-anno  del  segnor  mccl  inducia^  henrico,  re  de  dacia 
inclito,  da  Abel  so  frar  fo  anegado  in  mare,  per  caxon  de  regnare 
driedo  elio;  el  qual  Abel  puocho  honore  hebe  e  de  prò  per  questo  re- 
ceve;  imperzo  che-I  seguente  anno  del  regno  so,  conzo  fosse  chossa 
che  lu  avesse  voiu  suiugare  li  frixon,  da  elli  el  fo  morto. 


V.  Annotaz.,  §  39  e. 
Cfr.  p.  220  (49a). 
in  'Dacia'  ? 


2-10  Ceruti, 

Inl-aiiiio  del  i^eguor  mccli,  Conrado  re,  fyo  de  federico,  siando 
morto  so  pare,  vene  in  pulgia  per  mare,  per  caxon  do  tuor  el  regno 
de  Sicilia;  e  abiando  preso  napoli,  li  muri  de  quella  citaci  destrusse 
inflna  inli  fondamenti;  ma  conzo  fosse  chossa  che-1  seguente  anno 
del  so  intramento  in  pulgia  elio  avesse  coraenzado  a   infermarse,   el 

70*  criestero,  el  qual  dali  medisi  vegniva  zudigado  esser  a  salude,lme- 
sceado  con  veneno  de  ad  elio  la  morte. 

Inl-anno  del  segnor  mcclix  Constantinopoli,  la  qual  do  qua  in 
driedo  per  li  francescbi  e  veneciani  era  stada  presa,  per  palealuogho 
imperador  deli  griesi  in  batbalgia  fo  rccovrada.  In  quel  anno,  in 
Toschana  de  ytalia  fiorentini  e  lucbesi  miserabile  aiugnimento  ave; 
iraperzo  cbe,  confidandose  dela  moltitudine  e  dela  forteza  dali  suoi, 
conzo  fosse  cbossa  ch-eli  fosse  intrado  inlo  contado  deli  senesi,  e  li 
senesi,  con  forte  alturio  de  missier  Manfriedo  in  quella  fìada  re  de 
Sicilia,  fosse  essudo  [a]  in  centra  a  bataia  cbon  quelli,  fiorentini  e 
lucbesi,  per  inganno  dali  suoi,  fo  scomfìti  e  inganadi;  e  iraperzo  che, 
inlo  comenzamento  dela  scomfita,  li  primi  intro  li  fiorentini  era  li 
inimisi  cbe  andava  denanzi,  [e]  inli  suoi,  cheli  senesi  andando  a  ferire, 
molti  fo  scombatudi  e  morti  ^;  e  fo  dito,  cbe  deli  fiorentini  e  deli  lu- 
cbesi in  quella  fiada  fo,  dentro  morti  e  presi,  più  cha  vi  milia  homini. 
Inl-anno  del  segnor  mcclx,  el  re  de  ungaria  assaij  de  batalgia 
el  re  de  bobemia,  per  caxon  dele  suoe  terre,  abiando  in  I-oste  soa  de 
diverse  nacion  de  quelli  de  oriente  e  de  pagani,  cerca  xl  milia  cba- 

71«  valieri;  al  qual  el  re  de  Boemia  con  e  milia  chava|lieri  venne  in  cen- 
tra. Anchora  ven  dito  cbe  lu  avesse  abiu  vii  milia  cavalli  coverti 
da  ferro  ;  e  conzo  fosse  chossa  cbe  in  le  confine  deli  regni  fosse  co- 
menzado,  per  movimento  dali  chavalieri  e  dele  arme  tanta  polvere 
de  terra  se  leva,  cbe  da  mezo  die  a  pena  che  un  cognossesse  I-altro; 
alle  perfine  li  ungari,  siando  el  re  so  grievemente  inpiagato,  vol- 
zando  le  spalle,  conzo  fosse  chossa  cbe  lor  se  aff'rezasse  de  fuzire,  in 
un  fiume  profondissimo,  el  qual  li  deveva  passar,  cercha  xiv  milia 
homini  fi  dito  de  esser  anegadi,  excepto  li  altri  che  fo  morti.  Soto 
lo  re  de  Bohemi,  el  qual  avea  abiu  viteria,  e  era  intrado  in  ungaria, 
el  re  de  ungaria  demanda  paxe;  e  le  terre,  le  quale  era  stade  caxon 
dela  discordia,  elio  le  restituì  e  confirma  amistado  per  lo  tempo  che 
devea  vegnir,  amezando  el  matrimonio. 

Inl-anno  del  segnor  mcclxii,  urban  iv  el  regno  de  Sicilia,  el  qual 
manfredo  violente  mente  tegniva,  a  Karlo  conte  de  proenza,  frar  del 
re  de  franza,  lo  dona,  azo  che  lu  lo  tolesse  dele  man  de  quello. 


'  Alquanto  incerto  questo  passo. 


'Cronica  deli  Imperadori'.  241 

Inl-anno  del  segnor  mcclxiv,  una  stella  appellada  cometes  si  no- 
bele  aparse,  che  nessun,  che  vivesse  a  quel  tempo,  non  veto  una 
chossi  fata,  che  da  oriente  chon  gran  splenjdor  levava ^P 

una  chossa,  zoe  conzo  fosse  chossa  cba  tre  mese  l-avesse  durado; 
quella  in  prima  apparando,  el  papa  urban  coraenza  a  infermarse;  e 
in  quella  notte  che-I  papa  mori,  quel  cometes,  zoe  quella  stella,  di- 
sparse. 

Inl-anno  del  segnor  mcclxv,  ci  predito  Karlo,  el  qual  per  rocu- 
peracion  del  regno  de  Sicilia  per  urban  papa  era  stado  chiamado,  con 
navilio  venne  a  roma,  dove  in  quella  fiada  in  senador  hi  era  stado 
eleto;  e  de  la  intrando  in  pulgia,  per  bathalgia  de  campo  abuto,  al 
predito  Mamfredo  tolse  el  regno  ella  vita. 

Inl-anno  del  segnor  mcclxvi,  molto  gran  moltitudene  de  sarra- 
xini  de  Affrica  passando  per  lo  mare  Augusto,  in  Spagna  gran  plaga 
lor  fé  in  li  cristiani,  intendando  recovrare  spagna,  la  qual  de  qua  in- 
driedo  li  aveva  persa;  ma  li  cristiani  de  quelle  parte  siando  assu- 
nadi  e  aidadi  per  1-alturio  deli  segnadi  dela  croxe  de  diverse  parte, 
quamvisdio  con  molto  sangue  dali  cristiani ,  triompha  e  ave  viteria 
dali  sarraxini. 

Inl-anno  del  segnor  mcclxvii  el  so1| 72« 

In  I-anno  del  segnor  mcclxviii,  Coradin,  de  qua  in  driedo  nievo  de 
federico  imperador,  desprexiando  la  scomunegaxon  de  missier  lo  pa- 
pa, centra  missir  lo  re  Karlo  presuraando  de  andar  (el  qual  re  Karlo 
la  chiesia  avea  fato  re),  deli  tedeschi,  li  quali  I-ave,  siando  li  azonti 
lombardi  e  toschani  ploxor,  pervene  infìna  a  roma;  doe,  conzo  fosse 
chossa  che,  si  chomo  e  usanza  de  imperador,  el  fosse  recevudo  so- 
lenne mente,  siando  acompagnado  chon  lui  el  senador  de  roma,  mis- 
sier henrigo  frar  del  re  de  Castella  e  ploxor  deli  romani,  centra  lo 
re  Carlo  intra  in  pulgia;  ma,  driedo  la  dura  batalgia  de  campo,  Co- 
radino  cheli  suoi  volzando  le  spalle  fo  preso,  e  da  Karlo  a  elio  con 
molti  altri  nobili  fo  talgiada  la  testa. 

Inl-anno  del  segnor  mcclxx,  lovixe  re  de  franza,  non  spaventado 
dele  fadige  e  dcle  spensarie,  le  qual  de  qua  indriedo  lu  aveva  fate, 
oltra  mare  daltre  cavo*,  con  doi  fyoli,  siando  conzonto  con  elio  el  re  de 
Navara  e  ploxor  prelati  e  baroni,  per  recovrare  la  terra  santa  prese 
de  andare.  Vero  e,|azo  che  la  terra  santa  più  leziera  mente  se  reco-  72'. 
vrasse,  ave  so  conscio  che  inprima  ci  regno  de  tonisto'-^,  el  quale  0  in 


•  V.  le  Annotaz.  lessic.  s,  'recavo'.  *  Tuuisi. 


212  Ceruti, 

luezo,  el  qual  non  daxeva  pizolo  imbrigamento  a  quelli  che  fuxca 
passazo,  fosse  sotto  messo  ala  possanza  dall  cristiani;  e  conzo  fosse 
cliossa  che  con  potente  man  li  avesse  preso  el  porto  e  Cartagene,  la 
qual  e  apresso  tonixto,  la  infermità,  la  qual  in  quel  anno  fo  grande, 
maxima  mente  circha  le  confine  del  mare,  in  I-oste  de  quelli  tropo  re- 
gna. Inprima  tolse  la  morte  un  deli  filgioli  del  re  de  franza;  poi  el 
legato  da  raissier  lo  papa,  missier  lo  cardenale  albanese;  e  poi  in- 
slesso  lo  re  lovixe  cristianissimo,  con  ploxor  conti  e  baroni  e  altri 
simplici  homini.  Chomo  beata  mente  el  predito  re  abia  termena  la  vita 
soa,  el  re  de  navara  per  soe  lettere  scrisse  a  missir  toscholano,  che 
inla  soa  infìrmitade  non  cessando  de  laldare  el  nome  de  cristo,  quella 
oracion  alguna  fiada  el  diseva:  Fa  nui,  missier,  che  demandemo  con 
desiderio,  le  prosperità  de  questo  mondo  despresiar,  e  nessune  aver- 
sita  temere.  Orava  eciamdio  per  lo  puovolo,  el  qual  lu  avea  conduto 
con  si,  digando:  Missier,  seras  al  puovolo  to  santificador  e  guarda- 

73«  dor  et  cetera;  e  conzo  fosse  che  lu  approximasse  alla  fine,  el  guarda] in 
cielo  digando:  Io  entraro  in  caxa  toa,  e  adorerò  el  tenaplo  santo,  lo 
nome  to,  e  confesserò  el  nome  to,  missier.  E  questo  dito,  el  dormi 
in  lo  segnior,  zoe  passa  de  questa  vita;  e  conzo  fosse  chossa  che  dala 
morte  del  piatoso  re  I-oste  deli  cristiani  se  turbasse,  e  I-oste  dali 
sarraxini  sen  allegrasse,  missier  Carlo  re  de  Sicilia,  combatidor  for- 
tissimo, per  lo  qual,  vivando  anchora,  so  frar  el  re  de  franza  aveva 
mandado  chon  navilio,  venne  con  gran  cavallaria,  del  aiugnimento  del 
qual  cresce  allegreza  alli  cristiani  e  tristicia  alli  sarraxini;  e  conzo 
fosse  che  molto  più  paresse  esser  sarraxini  che  cristiani,  in  nessun 
muodo  ampo  se  aldegava  li  sarrasini  cheli  cristiani  vegnire  a  batalgia 
generale,  ma,  per  alguni  scaltrimenti,  molti  senestri  o  ver  danni  a 
quelli  faxeva,  deli  quali  uno  fo  chotal:  imperzo  che  elio  e  quella  region 
molto  sablonegna,  e  inlo  tempo  dela  secheza  molto  polverosa;  onde  li 
sarraxini  ordena  ploxor  melerà  de  homini,  suso  un  monte  visino  ali 
cristiani,  azo  che,  quando  el  vento  ferisse,  movando  el  sabion  si  sus- 
sitasse  polvere  la  dela  parte  deli  cristiani,  la  qual  polvere  fé  molta 

73*  molestia  alli  cristiani;  ma  alle  perfine  an|dada  via 

e  varii  instrumenti 

a  quali  intendeva  de 

la  qual  chossa  vezando  li  sarraxini  feridi  da  paura,  patti  cholli  cri- 
stiani commenza,  intra  li  quali  questi  ven  dito  a  esser  stadi  princi- 
pali, zoe:  che  luti  li  cristiani  inpriexonadi  in  lo  regno  so  devesse 
esser  liberadi;  e  che  alli  monestieri  a  honor  de  cristo,  in  tute  le  cita 
de  quel  regno  constituidi,  la  fé  de  cristo  per  li  predicadori  e   per  li 


'Cronica  deli  Imperadori'.  243 

raenori  e  per  li  altri  qualuncha  libera  mente  sia  predicada;  e  quelli 
che  volesse  esser  batezadi,  libera  mente  se  batezasse;  e  pagade  spese 
deli  re,  li  qualr  li  avea  fate;  lo  re  de  tonisto  allo  re  de  Sicilia  tri- 
butario fo  fato.  Eciamdio  ploxor  altri  patti  fo,  li  quali  a  esser  raetudi 
che  longa  chossa  serave;  e  conzo  fosse  chossa  che  per  lo  aiugnimento 
del  re  Odoardo,  fyo  del  re  d-engelterra,  e  per  la  moltitudene  deli 
frisoni  e  deli  altri  peregrini ,  in  tanto  fosse  stado  cressuda  I-oste 
deli  cristiani,  che  circha  ce  milia  combatidori  li  fosse  crezudi  essere; 
e  imperzo  che-I  fosse  creto,  che  non  solamente  la  terra  santa,  ma 
eciamdio  tuto  lo  sarrasinesmo  li  dovesse  aver  suiughado,  per  li  pec- 

chadi  rechirando  zo,  zenza  alghuna  utilità  del  oste  fo| 74'» 

etiamdio  la  terra  santa     .     .     . 

deveva  esser  andadi,  non  aveva  governador  deli  pelegrini,  imperzo 
che-I  patriarcha,  el  qual  era  legato  inla  terra  santa,  in  quella  fia 
era  morto;  e  eciamdio  la  sedia  apostolica,  la  qual  deveva  providere 
in  I-uno  luogo  e  inl-altro,  in  quella  fia  vacava;  e  eciamdio  el  re  de 
navara,  el  qual  infermo  de  affrica  avea  procedu,  vignando  in  Sicilia 
mori.  El  soldan  de  Babilonia,  abiando  molesto  che  missier  Edoardo 
predito  in  la  so  terra  con  soa  cavallaria  demoranza  alguna  longa 
mente  fesse,  el  chiama  un  so  miro,  e  amaistra  quello  che  lu  se  in- 
fenzisse  esser  amigo  del  re  Edoardo  e  inimigho  de  quel  Soldan;  el 
qual  amiraio,  tanta  amistade  cholo  predito  re  Edoardo  fé  per  un  messo, 
el  qual  el  manda  a  quello,  che  quasi  fìdele  quel  messo  fosse  fato,  e 
chossi  domestigo  e  familgiar  del  re,  che  cotante  fiade  e  quando  elio 
plaxesse,  elio  intrasse  in  la  camera  del  re.  E  imperzo  1-adevene  che 
una  note  quel  messo  intrando  in  la  camera  del  re,  conzo  fosse  chossa 
che  lu  vedesse  quel  re  esser  solo,  fazando  assalto  in  quello,  con  un 
curtello  venenado  lu  implaga;  el  qual,  |  gravado  dela  ferida,  siando  14!> 
fuora  del  leto,  chole  man  lo  abate  in  terra  el  so  inimigho,  e  cholo 
dito  cortello  venenado  incontinente  lu  1-alcise  quello;  e  driedo  puo- 
chi  die,  fazandose  medigare,  recevi  sanitade  centra  ogni  speranza 
deli  amisi,  e  fo  curado  e  fato  san,  e  retorna  a  casa  soa  chon  alle- 
greza. 

L-e  complida  la  cronica  deli  Imperadori  romani,  e  questo  fato  e  in 
Mccci,  inditione  xiv,  dio  mensis  januarii. 


Correzioni:  A  p.  190,  1.  15  dal  fondo  (col.  15»),  va  interpunto  così:  morto 
fo;  da  valerian  e  Garieno  ecc.;  e  a  p.  232,  1.  7  dal  fondo  (col.  62''):  descazudo,  che 
elio  mori  non  ecc. 


ANNOTAZIONI  «lALETTOLOfilClIE 
ALLA  'CRONICA  DELI  IMPERADORI  ROMANI' 

ni 

G.  I.  A. 


I  criteri  dialettologici  confermano  prontamente  la  sentenza  che  i 
criterj  paleografici  dettavano  al  Ceruti,  quando  egli  si  faceva  a  mi- 
surare la  distanza  che  intercede  fra  l'età  in  cui  questa  'Cronica'  è 
stata  composta  e  quella  a  cui  spetta  l'apografo  che  qui  si  riproduce 
(p.  177).  Tre  note  caratteristiche  dell'antico  veneziano  si  erano  prin- 
cipalmente dovute  menomare  durante  quel  periodo;  e  sono:  la  seconda 
persona  del  singolare  in  -s  (v.  Arch.  I  461-2),  della  quale  due  soli 
esemplari  hanno  qui  resistito  all'opera  innovatrice  (v.  §  48);  la  prima 
singolare  del  verbo  'avere'  nella  forma  di  ai  od  e,  che  insieme  importa 
la  prima  singolare  del  futuro  in  ai  od  e  (v.  Arch.  I  464 n,  472 n,  e  cfr. 
ib.  432),  del  qual  fenomeno  qui  piti  non  resta  alcun  vestigio*;  e  final- 
mente la  conservazione  dei  nessi  cl  pl  ecc.  (v.  Arch.  I  460),  circa  i 
quali  il  vecchio  qui  si  mescola  col  nuovo  (v.  §  15),  Ancora  può  andar 
notato  in  questo  luogo,  che  manchi  al  nostro  testo  ogni  esemplare 
di  -mentile  =  -mente  nell'avverbio  (cfr.  Arch.  I  459  541a),  e  in- 
sieme accennarsi  ai  §§  24,  41  a  e  43. 

Tuttavolta,  gl'innovamenti  che  la  mano  del  copiatore  o  de' copia- 
tori ha  fatto  subire  alla  primitiva  forma  dialettale  della  'Cronica', 
non  tolgono  che  il  documento,  come  a  noi  viene,  si  possa  annoverare 
fra  i  più  cospicui  dell'antico  dialetto  veneziano.  S'aggiungeva  poi, 
in  me  e  in  altri,  il  desiderio  di  annodare  le  osservazioni,  alle  quali 
questo  documento  dà  motivo,  con  quelle  che  già  stanno  raccolte  nel 
primo  volume  di  questa  collezione,  e  con  altre,  che  altri  testi  vene- 
ziani non  tarderanno  a  suscitarvi.  Perciò,  senza  voler  dare  tutto  quello 
che  pur  si  poteva,  sono  nondimeno  proceduto,  in  queste  Annotazioni, 


*  Il  nostro  testo  ha  mostravo  60%  poro  potrò  70%  entrarò  ecc.  73*;  cfr. 
Muss.  Cat.  13  15. 


Anuotaz.  a  iiaa  Cronica  veiiez.:  lisordio.  245 

con    una   tal   quale   aliondanza,   e  ho   spinto  di  continuo  lo  sguardo 
anche  al  di  là  della  'Cronica'. 

Il  Mussafia  è  stato  il  primo,  e  per  un  pezzo  il  solo,  che  atten- 
desse a  illustrare  con  metodo  rigoroso  gli  antichi  testi  veneti  o  ve- 
neziani; e  qui  di  frequente  io  mi  riferisco,  o  alludo  col  pensiero,  ai 
seguenti  suoi  lavori:  Monumenti  antichi  di  dialetti  italiani  (Muss. 
Mon.,  Mon.),  Vienna  1864;  Il  Trattato  De  Regimine  Rectoris 
di  Fra  Paolino  Minorità  (Muss.  Reg.,  Reg.),  Vienna  1868;  Beitrag 
zur  kunde  der  norditalienischen  muìidarten  (Muss.  Beitr.,  Beitr.), 
Vienna  1873;  Zur  Katharinenlegende  (Cat.),  Vienna  1874.  I  testi  che  si 
producono  nella  prima  e  nell'ultima  di  queste  scritture,  son  veronesi 
o  al  veronese  s'accostano;  e  circa  la  ragione  territoriale  dei  glossarj 
che  sono  spogliati  nel  Beitrag,  mi  riferirò  per  ora  a  quel  che  n'è 
detto  nell'Arch.  II  404-5.  Cito  insieme  anche  la  bella  descrizione  che 
il  Mussafia  ha  dato  dell'antico  milanese  com'è  nelle  scritture  di  Bon- 
vesin  da  Riva  (Bonv.),  cfr.  Arch.  I  299  n,  302  n.  I  numeri  che  ac- 
compagnano le  citazioni  dei  Mon.,  del  Beitr.  e  della  Cat.,  rimandano 
alle  pagine  degli  estratti  (quando  per  Cat.  non  sia  espressam.  citato 
il  verso);  quelli  che  seguono  le  citazioni  del  Bonv.,  richiamano  al- 
l'incontro i  paragrafi  dell'anzidetta  descrizione.  Per  'Trist,'  cito  poi 
il  saggio  del  Tristano  in  ant.  dial.  di  Venezia,  datoci  anch'esso  dal 
Mussafia  (v.  Arch.  I  448). 

Allego  inoltre  esempj  o  riscontri  dalle  altre  fonti  che  ora  specifico: 
Pas.-Cecch.  =  Antichi  documenti  veneziani  raccolti  da  L.  Pasini 
e  pubblicati  da  B.  Cecchetti  (v.  Arch.  I  448),  Atti  dell'Istituto  Ve- 
neto, t.  XV.  Rimando  coi  numeri  alle  pagine  di  cotesto  volume. 

Car.  =  La  Cronaca  di  Raffain  Caresini  tradotta  in  volgare  vene- 
ziano nel  secolo  XIV,  Venezia  1876,  editore  il  Fulin,  che  ha  fatto 
egregiamente  la  sua  parte.  Citerò  secondo  la  numerazione  del  codice, 
assegnato  alla  fine  del  1300.-  È  questo  pure  un  testo  di  non  poca 
importanza  per  la  storia  del  dialetto  di  Venezia,  molto  pregevole  in 
ispecie  per  la  nitida  e  costante  sicurezza  della  sua  lezione;  e  la  so- 
lennità dello  stile,  che  in  parte  dipende  dalla  solennità  dell'originale 
latino,  in  parte  dall'abilità  letteraria  del  traduttore  (uomo  certamente 
ben  più  colto  che  non  fosse  l'autore  della  'Cronica  deli  Imperadori  '), 
non  nuoce  più  che  tanto  alla  schiettezza  del  vernacolo.  S'ha  un  buon 
dato  di  seconde  persone  singolari  nel  curioso  capitoletto:  Inuectiua 
conlra  li  padoani  (IG*-17*,  cfr.  40);  ma  il  -s  non  vi  si  vedo  se  non 


V40  Aucoli, 

iieììd  combiuazioric  col  i^ronomo  enclitico  {metes-tu  tu  metti,  penMes'tu 
[tdiiH]  tu?;  del  resto:  tu  tof/i,  tu  rneti,  tu  uxaui  ecc.),  nella  quale  re- 
hiato  ot'(ji  ancora;  e  manca  perciò  \i\it  nel  tipo  monoaillabico  (<m  a 
intidiad'j)  e  nel  congiuntivo  (iu  possi]  cfr.  /^a  c/ie  fu  inquiri  la  fjacre 
e  skfjui  queUx  hO'),  che  ò  cosa  un  poco  strana.  Dura  all'incontro  l'-c 
ant.  vene/,,  o  padov.  nella  prima  «ing.  del  futuro;  jo  par/artf  1,  io 
descriuerd  15,  io  naren!  e  ni  rnostrerd  'io*,  io  re  ferire  50,  io  passere 
80,  io  uacerd  ih.,  /"«r^f  «o/a  101,  allato  a  io  poro  potrò  15,  io  seró  41*. 
Di  qualclio  vestigio  propriamente  pa'Iovano  che  «la  in  questa  scrit- 
tura, »i  vegga  la  nota  al  §   1. 

Cori.  »  Addttamenia  duo  ad  Chronicon  CorfAmioruìn,  unum  ah 
anno  MC'CCLLV.  uaque  ad  annurn  circiler  MCCCLXV.,  alterum  ah 
anno  MCCCÌjIV.  (recto  -LIX)  UHqae  ad  MCCCXCI.,  patavina  dio- 
Unto  scripta  ah  auctorihus  anonyniin\  in  MuuATOiii,  Ker.  Ital.  Script., 
XII  9.50-88,  Citerò  il  numero  della  colonna,  omettendo  il  centinajo. — 
Dello  6  avvertire,  come  il  Muratori  preHontÌH«e  le  nostro  indagini  : 
•/lullo  autom  negotio  patuvinilat<im,  hoc  ent  patavinara  dialectum,  hinc 
•fcmovere  potuissem;  Hed  primigenium  colorem  erunt  fortasse,  qui 
Miahere  malint,  quam  emendatiorem  linguam  (057)'.  Ma  c'è  da  ridire 
circa  la  'patavinila)*'.  La  intonazione  del  racconto  o  la  qualità  delle 
notizie  ben  ci  prova  olio  questo  scritturo  [«rovengano  da  Padova;  ma 
il  loro  dialetto,  quando  addirittura  non  italianeggi,  ò  pretto  vene- 
ziano, o  [)oco  ci  manca.  ^Jii  autori  saranno  Hlati  padovani;  ma  hanno 
con  molta  cnra  nascosto  tutto  quanto  distingueva  il  loro  proj^rio 
vernacolo  da  quel  di  Venezia  (v.  Ardi.  I  d20-'jri);  e  anzi  aspirarono 
Il  BollovarHÌ  ancora  di  pilj,  come  p.  cs.  nel  sostituire  l'-ó  toscano, 
di  .'J.  sing.  perf.  della  1.  conjegaz. ,  alla  desinenza  propria  allora  a 
Venezia  od  a  Padova'.  Solo  pochissime  forme  tradiscono  il  vero  'pa- 
vano',  o  megli')  il  tipo  veronese-padovano;  e  anzi  una  sola  ve  n' ò 
d'insigne:  clk  ;jc,  fo  serre  <7r/o,  esso  le  furon  chiuso  dietro,  8.'i. 
S'aggiungono  i  due  plurali:  famii  02,  Girardo  de'  Nigri  72;  o  pa- 
dovaneggia  anche  cavaijli  85  fcfr.  81)^.  Ma  del  resto  son  continuo  e 


'  cerrM,  tratt'i,  lji,  ar/itd  72,  «on  partic.  fam.  pi.  PiuttoHto  hì  [lotrobbor 
cro'loro  sfuggiti  alla  riduzion'i  letteraria:  doniand'i.,  nicf/'i,  7.3.  Ma  naranno 
Uivzn  (Jl  proHcnto  (<lorii.''iH(la  ni'',',';i),  corno  appunto  Io  rnOHtra  la  Htam[,a  mu- 
raloriana. 

'  Ancho  y;  por  Mi'  aco.  pi.,  OJ  (bia),  na  di  'pavano'  { //':  r  yi,  v.  Arch.  I 
i'32n). 


Aimolìvz.  il  UHM   ('i.)iii>-.i   \.<n.>/,  :   I-Iimm'.Iu).  217 

costanti  lo  coiitravvonzioiii  allo  nonno  'pavuno';  o  oo.si  :  (»//»*,  ìjhcIU, 
caste UiT2,'7i,  questi^  todcscUHM,  /uva-»  ih.,  Li  lato  (W;  uuimovia  il».;  ooo. 

Aco.  »  Atto  (li  aiKMisa,  iti  dial.  (luasi  prottamoiito  voiio/.iauo,  oho 
i  cittadini  (li  Tol.i  prosontano  ii.l  l;{[>;{  all.i  Signoria  di  Vtìlltì/.la,  Con- 
tro Ni(M»l(^  /iHio;  (hIìIo  da  '!".  IìUoiani  ind  t.  vVl  doW Archivio    V<*mto, 

(■omm.'^  Michael is  Sfoiis  ilncis  Vcmtiafum  matidala.  Hlommis- 
siono'  olio  risalo  al  prin(;ipio  dol  hoc.  XV,  o  ora  (>  pnhMioata,  mocoikIo 
un  oHohiplaro  iiin.  di  (luid  hoooIo,  da  Aiit.  Ivio,  ii.d  V  v.d.  iloir*Ar- 
choografo  Triostino'.  Cito  Nooondo  la  nnmora/iono  A,^^<;\\  Articoli  ohtì 
ò  iiolla  (."onuiii.H.siono  stessa.  Man.  a  il  v  di  .icoiida  porsona:  ./o.'/zoivi 
tu  )i(ui   pilli.  Ili  (!r/ii   '.VA. 

Por  MVol.t.'  (<  To/./.o'  .il  .ilaiio  I  t'onipniiiiiK'iili  .ho  ;Mà  oraiu» 
cosi  nlloKati    n.d    primo    v.dnino;    v.    ili.    I  I.S. 

l'.v.  •-  11  Cnitare  di  Ihiva  d'AtifoìiK,  pulddicato  dal  K,a.ina  ii.''.iiioi 
Mvoali  di  l''i-ancia',  iloh'it^tia  1872.  1  numeri  elio  apponK'(t,  nono  i|ii<dli 
(loi  V(M'HÌ. —  QiioHto  (Cantare  hi  fa,  ir»  corti  pa^r^i ,  ni(<7,7,o  lVani'(>ri(\  o 
piti  olio  ni(V/,/.()-,   ma  <>  un   'iliri.lÌHiiio*  elio  oriii.ii   div(Mita   lion   r.iro;  <\ 

HO  a  MK)  aVV(Uiiio  di  iicrivoro  «ho  il  'Uovo'  mi  N.ii.ddio  Ioitk»  dovilln 
mandane  col  'IJainanlo  o  !  ..<ri,.;:nii..'  (,\r.-h.  1  IMii),  oo.loil,;,  m,.,!  ■ 
tony.a,  troppo  Mlavorov.do  al  .lial.-tl..  .I.d  'i'.ov..'.  .u  romiav.i  .-niH.i  |.arto 
elio  n'ò  [lill  inl'raiioioHata,  la  a. da  «h.'  i.i  .liiora  iiv(>:im1  p(tl,uto  vodcn». 
Voro  ò  olio  il  molto  Hagaco  c.lil.oro  n.tn  Ir. Illa  pili  liiNÌn|-;lii(M'aiiionto 
il  lingua|^KÌo  (Idi  rtuo  t.>«to,  «di'(*HH  c'Hio.sc.na  p.<r  intiero,  e  rieUiiO  U 
dirlo  un  //ov/o  pinttoito  elio  un  (liid(d,to  (pp.  Mii  «  ì'-'l).  Ma  lio  ra- 
giono di  crodi'ro  clu  il  mio  j^-.iu.li/.io  Oì".hì  aar.ddio  inoli.)  pid  unte;  o 
il  l'atto  (^,  r\\n  il  'I'.ov..'  ò  vorainont.i  nn  t.vito  '  voii.'/.ian..',  .hia/zat.» 
(|na  o  là  ili  roli.i  li  aiii<.o:io,  i\  dio  la  critica  iu\  no  pu.>  alioiid.'inl<>iii<<nto 
valere  per  la  ntoria  (hd  dialetto  di  Vene/.ia,  I  (H'iterj  «lial.-ll  ili  m'in 
durnddioro  poi  a  rahliaMrtiiro  l'etfl  di  (|uer«to  'Movo',  .Ini  il  li  ijua 
aMHCgna  alla  iind-ù  (hd  «oc.  XIV.   lo  Io  farei  (hdla  prima  m«d,a  del  \  V. 

Un.'-'  liiiiiutvdii  e,  Lrirtu/t-iìio,  od.  Tioza  ;  vediiK»  Ar«di,   I    llil  Un. 

vr.  -  //   dnilrltn   ,1,     \','rn}ni.   iii'l   !ii'<;>l„    il,    l),ni(r,    por    iiioiim.   .■;iii. 
prof.   Luìkì  <UirKi(,   llolo;-;iia  lH7:i,  e.-itratto  .lai    VI    v.d     .hi   'l'i..pii 
griutoro'. 

gtiv.  "  liirni:  penoveni  della  fine  del  aer,  sin  e  dfl  iinunpin  di'l 
xiVy  edito  da  N.  IjA(iumao«iioiik,  An  li.  II  IM-l-.'Jiy.  HI  citano  lo  pagine. 


218  Ascoli 


I.  Vocali  toniche. 

1.  Effetto  elio  Vi  atono  finale  eserciti  sulla  determinazione  delia 
tonica  (v.  Arch.  I  45on,  540-41):  illi  20''  (cfr.  §  41),  che  non  m' ò 
esempio  affatto  certo;  libre  de  tornisi  45  (ma:  senesi,  luchesi,  70''); 
orili  (sing.  creto,  v.  less.  )  19».  È  costante  ortografia:  Spoliii  Spo- 
létum  43%  44'',  GÌ";  dove  è  da  notare,  circa  l'uscita,  che  si  risale  u 
'Spoleti',  da  mandarsi  con  'Ascoli'  Asculum,  e  altrettali.  L'm  che  ò 
nel  plur.  duxi  duci,  duchi,  46%  ò  di  solito  anche  nel  siug.  :  duxe  58*  ecc. 
(doxi  una  sola  volta,  se  ho  veduto  bene;  v.  less.),  diix  §  8.  Di  'lupo-' 
occorre  solo  il  plurale:  luvi  48''  (allato  a  lovi  5%  in  cui  la  scrittura 
ò  ritoccata);  e  giova  che  sia  qui  notato,  insieme  con  infirmi  T.  Ma 
franscischi  'Franceschi'  24'',  non  vale  gran  che,  siccome  s'accompagna 
con  franceschi  20%  21'',  70'',  ecc.,  e  col  sing.  griesisco,  §  27,  Scarse, 
insomma,  le  vestigia  del  fenomeno;  ma  ancora  si  vegga  il  §  3.* 

2.  L'è  del  caratteristico  riflesso  di  'sancto-'  ("sàjnto;  v.  Arch.  I 
456-57)  è  qui  sopraffatto  dalla  forma  letteraria.  Rimane  sen,  quasi 
proclitico,  in  seti  insto  10'',  e  sen  zilio  (v.  less.);  ma  vengono  insieme: 
san  piero  24"',  san  Silvestro  42'',  sani  andrea  ib.,  santo  Andrea  60% 
santo  Policarpo  10''.  ^ 

3.  Abonda  il  dittongo  voluto  dall'E  breve  e  dall'^  {ié):  I.  una  lie'vo- 
re  lepre  57%  pidr/ore  48^  ;-  brìeve  5%  5.3%  brievemente  70*,  lieve  40''  (e 
così  V analogico  grieve  16*,  grievemente  46'',  54*,  60%  68'');  niega  35'', 
siegua  40%  li  priegi  28%  44*,  44",  64",  prieghi  32*,  48'';  diexe  de- 
cet  5*;-  intiegra  20''  (e  anche  alliegro  68''),  piera  IS"*  (e  gli  starebbe 
allato:  pria  ib.),  piere  69*.  Il  dittongo  passato  nell' atona,  è  in  sos- 
tiegnerd  69''.  All'uscita:  un  pe  40'*,  ci  pe  15%  del  pe  44'',  iy  pe  SS'» 
im-pid  5''  {choli  pei  32%  xm  pie  60*).  —  II.  griego  grasce-  8%  4S'', 
55*,  griega  29",  54*,  griegha  69",  griexi  18*,  49",  griesi  33",  53",  70", 
griege  10",  12*;  siegoli  1";  ciesaro  10*  ecc.  (v.  §  38),  ciesari  3". 


*  La  'fi'ott.'  ha  villi  vidi,  allato  a  vette  vide,  ma  è  un  testo  veneziano  che 
sa  di  terra  ferma.  A  ogni  modo,  la  dilTerenza  si  riproduce  in  Bv.:  vete  pass., 
e  vitti  I87I.-  Rn.  parisi  potresti  254.  E  occorrono  sporadicamente  ili,  quili, 
in  varj  testi  venez. 

"  Car.  :  sen  Marcho  16*,  sen  Blaxio  25*,  73,  sen  Z'anc  48,  sen  Vidal  91, 
allato  a  san  Marcho  20%  23"^,  san  Polo  4«;  ecc. 


Annotaz.  a  una  Cronica  veuez.:  Suoni.  249 

Dall' e  di  antica  posizione:  pvievede  prete  (présbytcr)  38'',  Ql'', 
prieve  57'' bis,  prievcdi  19\* 

II  dittongo  è  assai  facilmente  promosso  dall'i  clie  apre  l'iato  nella 
sillaba  seguente;  e  s' hanno,  non  solo  matierie  IS"*,  impierio  19\  A&\ 
69''  [imperio  pass.),  Veniesia  65%  siedia  62%  65^  (in  altri  passi  :  sedia), 
assiedio  27%  nei  quali  si  risale  o  si  potrebbe  risalire  a  un' e  breve, 
raa  ancora:  monestiero  tnonestierii  monestieri,  IP  ecc.,  45^,  30%  45% 
cimiiierii  19%  nei  quali  si  risale  ad  e  (cfr.  Arch.  I  423-24,  488, 
541  a). 2  Si  direbbe  che  possa  bastare  anche  il  solo  -i  a  produr  co- 
desto effetto,  confrontato  priesi  60'',  61'',  GG''  [presi  68%  70'')  con  preso 
G3'',  dove  si  risale  ad  -cv-  =  ENS  (cfr.  §1).  S'aggiungono  coli' «e, 
oltre  impriexonddi  73''  (altrove  imprejc.,  prexón),  anche  heriedo  62'' 
[herede  23'')  e  prociedere  59%^  malgrado  Ve  ài  'hered-'  e  'cedere';  e  la 
cosa  può  parere,  a  prima  vista,  alquanto  singolare.  Senonohè,  pure 
il  toscano  devia,  col  darci  Ve  aperta,  anziché  la  chiusa,  in  erède  e 
cèdere  procèdere;  laonde  pur  qui  si  ritorna  a  quelle  concordanze  no- 
tevoli, per  le  quali  le  apparenti  anomalie  neolatine  si  risolvono  in 
legittime  continuazioni  di  pronunzie  volgari  romane,  diverse  dalle 
classiche'*.  Anche  zielo  [gielo)  C^Xo-,  39%  ritrova  1'^  aperta  nel  to- 
scano zèlo;  e  rimane  frieto  (v.  less.),  pel  quale  non  abbiamo  la  rispo- 
sta toscana,  oltre  Maìifriedo  IQi^  allato  a  Manfredo  IV. 

ÉO:  zudio  8%  cfr.  49*  e  69";  lyo  §  35. 

Il  dittongo  dall' e  secondaria  è  nel  noto  esempio:  missier  65'  bis, 
70%  72%  missir  T2\  72%  ^ 

4.  Abonda  anche  il  dittongo  voluto  dall' o  breve:  puovolo  5'',  12% 
14%  15%  16%  64%  puovulo  24''  [povuli  1%;-  pruova  9%  [truova  60"], 
muova  57",  cuor  40%  fuora  4",  8",  61%  74";  compuose  22%  29",  35% 
63",  (?e/jwose  26%  36%  ecc.,  sotopuose  SO"",  31"-  (e  l'analogico  respuose  32^ , 
col  ditt.  passato  nel  partic.  :  respuoso  42");  fuogo  7",  11",  22",  27% 
luogo  8%  16"  bis,  lungho  3"  [logo  57";  e  il  dittongo  passato  nell'atona: 


*  Ma:  ruffino  ^^reffi  13'',  e  aitane  precede  Preto  Gianni  67'. 

*  Anche  Vi  à' insigne  ingenio-  2',  15%  21*,  dovrà,  ripetersi  dall'i  clic 
susseguiva  nell'iato,    Cfr.  emigna  e  art  Ro.  32G. 

»  concieder  Pas.-Cecch.  161.5,  1616,  Car.  G%  36*,  Conim.  S,  procieda  58, 
sicccicde  Car.  23*,  heriedi  8'J*. 

'  V.  per  ora:  Arch.  II  398-9,  IV  I48n.  L' e  aporta  toscana  di  spèra  spia- 
vano andava  ricordata  anche  ib,  li  441  e  I   169. 

''  mcdiesimo  Trist ,  lor  mcdicximi  Car.  30,  mcdicxivio  4^1,  SI". 

Ar.-liivio  cl-'ttol.  ilal..  III.  '' 


lunga  2\  ma  legando  S' ;  cfr.  puoté  §  ICn);  muodo  V',  6'*,  16'',  23', 
23^  27^  3r,  35\  38%  73»  {modo  4");  iJitodo  Rodi  10%  v.  §  38.  Coi 
quali  manderemo  anche  vuodo  56*,  vuodì  37% 

Dall' 0  di  antica  posizione:  puoi  post  52%  allato  a  /)oi  §§  63,  64;  di 
posizione  neolatina:  zuoba  *jovja  giovedì  19";  di  posizione  antica  in- 
sieme e  neolatina:  suocle  zoccoli  5%  tuor  torre  togliere  31°,  36'',  70\'' 

Finalmente,  l'wo  dall' o  che  viene  da  au  (cfr.  §  7),  nei  soliti  due 
esempj:  puoco  10%  puocho  3%  21%  24'%  04%  65'',  68''  (6P:  a  puocho 
puocho),  puochi  30",  52%  54''  ecc.;  puovri  (povri)  §  9. 

5.  Per  r  1  in  e,  nella  posizione,  son  da  notare  (cfr.  Arch.  II  447-8)  : 
veììse  vinse  2%  6%  15%  vento  7%  14%  20%  25"  ecc.,  venti  15%  venta  8% 
convento  6P;  provencia  36'',  48%  provencie  12'',  19'',  34»;  cense  15''; 
costrense  16'';  impento  (ira-pi[n]cto-)  67%  impenta  18'';  lengua  21% 
lengue  69'';  che  son  tutti  esempj  per  uno  stesso  gruppo  di  formole  (INC 
ING).  S'aggiunge,  ancora  nella  posizione  latina:  senestri  73»;  ^  e  in 
posizione  tramontata:  meio  miglio  (lega)  44^,  per  ploxor  meia  69». 
Col  quale  esempio  (cfr.  melgia  ecc.  §  25),  veniamo  a  rasentare  questi 
altri,  di  posizione  neolatina  (cfr.  Arch.  I  177):  famelgia  64%  conselgio 
e  conseio,  49%  4°,  QQ*,  maravelgia  59''.  Ancora  di  posizione  neolatina: 
maregna  ecc.,  v.  §  26.  Ma  è  diverso  il  caso  di  vete,  cioè  di  'vid[d]e* 
nell'analogia  di  'stette',  20''  ecc.  (v.  §  52). 

Per  Tu  in  o,  nella  posizione,  son  da  notare  (cfr.  Arch.  II  448)  : 
azónse  10»,  a'zonti  72»,  conzónse  69%  con'zonto  12'',  conzonti  6''  ;  ónsc 
43*,  onzere  9''.  Qui  va  anche  Perosa  30''.^ 


*  Ma  V  uo  di  cuostumi,  15'',  è  certamente  uu  errore.  In  Car.  è  fuorsi  51*^ 
esempio  di  ant.  posiz.  sempre  sentita,  e  v'è  Y uà  nella  formola  -drio:  attuo- 
rio  ajutorio  61,  territuorij  15,  notuoria  14*,  aggiungendosi  pure  Antuonio  78, 
Ambruoxo  73,  memuoria  34*,  e  anche  custuode  20.  Da  ciò,  considerato  in- 
sieme il  corrispondente  lusso  degli  ié,  viene  a  quel  testo  come  una  nota  di 
'padovanesimo'. —  Iscriz.  :  helemuosena  -muosene.  Gamba  16. 

^  Anche  è,  più  d'una  volta,  cerca  'circa':  cerca  XL  milia  70'',  cercha  xiv 
milia  71*  {cercondddo  28*);  ma:  circha  li  libri  30',  circha  questi  tempi  61'', 
circha  et  collo  4%  e  anche  circhdndo2  6'',  come  piscóva  4^.-  Car.:j  mexe  o 
cercha  49*,  ccc  de  lor  ouer  cercha  55,  cercha  nona  58,  ouer  cercha  60,  cer- 
cha LX  65,  cercha  el  meio  di  81*,  cercha  la  hora  88*,  95,  96;  ma  circha 
85,  96*.  Comm.  :  zercha  36,  38,  air/un  castelan  over  zercavexinj  over  altri 
de  quele  parte  (circonvicini)  55. 

'  Superfluo  accumular  citazioni,  per  questo  paragrafo,,  da  altri  testi  vene- 
ziani 0  veneti.  Restringiamoci  a  questo  poco:  malegno  Car.  4,  benegno  vr. 
34,  no  te  i'cn^is-tu  la  sim  Rv.  010,  so  c^ì'^a  hi  spa  r>\3,  vcrm<:io  1655,  2307;  - 


Annotaz.  a  una  Cronica  venez.  :  Suoni  251 

6.  Per  l'i  intatto  nella  posizione,  son  da  notare:  miro  (intcì';  cfr. 
Arch.  I  4G4n)  5^  12%  15%  47%  intra  14%  16%  46"  (e  fuor  d'accento: 
intramhi  intrambe  v.  §  46,  oltre  le  forme  verbali:  intrare  34'',  in- 
trar  27%  intra  infin.  34%  intrado  1%  intradi  33%  intrando  23%  26% 
47%  Ì7itrd  perf.  22%  25%  26%  50")*;  e  dito  detto  1%  3%  dita  3". 

Per  l'o  intatto  nella  posizione:  lonzi  lungi  7%  27%  33%  36%  42%  4 1"". 

Per  l'u  intatto  nella  posizione  :  dutto  'ducto-'  40%  dato  per  paura 
16%  conduto  59%  reduto  15%  53%  induto  43%  seduto  sedotto  12%  40% 
introduto  58%  produto  59";  corruti  59";  sepulchro  64''. 

7.  È  intatto  I'au  in  ihesaiiro  32%  54",  thesauri  32",  32\  45%  68% 
cfr.  Arch.  I  500.  Ma  insieme:  tJieèoro  58%  6S^. 

AUD,  AUT,  AUC,  danno  rispettivamente  ald,  al  t,  ale'  (cfr.  Ardi.  I 
157-8  500-1  ecc.).  Gli  eseaipj,  che  nel  nostro  testo  occorrono,  son 
tutti  di  formola  disaccentata;  ma  è  tuttavolta  ragionevole  e  oppor- 
tuno, ch'essi  compajano  in  questo  luogo:  aldire  udire  28",  aldando 
udendo  28",  30%  40%  55"  {oldando  40"),  aldu  udito  28%  52",  aldudi  uditi 
m\  alàuda  33%  exaldida  esaudita  11",  aldi  udì  1%  33%  56%  57-'^; 
laldare  lodare  10%  72%  laldada  50",  laldevol  3",  42%  68*,  chosse  lal- 
devole  55"  ;2  se  aldegava  osavano  ('aud-ic-ahant,  cfr.  Muss.  Beitr. 
25)  73";  allurio  ajuto  (*autório,  v.  Arch.  I  456,  Muss.  1.  e.  26)  6'', 
24",  39",  41",  49",  59",  60",  64",  70",  71"  ;5  alcidere  uccidere  (aucci- 
dore)  9",  16",  26",  alcire,  36",  aleideva  24",  alcisc  pass. 

V.  ancora  il  §  4  in  f. 

II.    VOCALI   ATONE. 

8.  Dileguo  di  E  1  o  all'uscita  (cfr.  Arch.  I  427-8  457  467-8,  Muss. 
Cat.  6-7,  Beitr.  15): 


in  quelo  ponto  Comm.  59,  vni  non  de  entrare  ponto  Pozzo  58,  v.  59,  ecc.  Si 
cfr.  Bonv.  15,16,  99n;  31;  egnv.:  verna  108,  enpente  266,  se  destcnse  171,  in- 
spense destrenze  290,  malegno  181  e  altr.  —  Del  rinaauente,  anche  il  napolet. 
dice  depegnere  cegncre  astregnere,  ogncre  pognerc;  e  Celso  Cittadini  già 
notava:  ^.... ponto,  e  onta,  o  gionto  per  o  chiuso,  come  dicono  i  Sanesi  con 
'tutto  l'altro  d'Italia  da'  Fiorentini  in  fuore,  i  quali,  punto,  e  unto,  o  giunto 
'dicono:  e  così  altri  vocaboli  simili'.  Op ,  p.  1G7, 

'  Ma:  dentro  30^  bis,  dcntrambi  05'',  e  sarebbe  uno  stento  il  voler  di- 
videre de-'ntro  ecc. 

-  50  laido  suo  laudo,  Pas.-Cecch.  1599. 

'  Anche  si  consideri  Altcsiodorn  Autissiodorum  (Auxerre)  17'.  Ma  Anii/- 
siodoro  ITi'. 


202  Ascoli, 

dux  36\  39",  40%  42%  51%  55%  57%  Gi%  03%  01%  05'  (ma:  duxe 
58%  01%  07*)^; 

cos(  com  li  dirave  0'',  quasi  coni  si  fosse  sta  31%  si  chom  se  leze 
64*,  si  chom  ven  dito  5*,  48",  si  chom  una  33^,  si  con  cercondado 
28";  per  hom  {ho)  67";- 

de  lor  37%  con  molte  hoste  lor  01%  theodosio  menor  23%  24";  ecc. 
(cfr.  §  36); 

umhigol  (v.  less.)  33%  laldevol  08%  de  avril  05'  (cfr.  §  36); 

Milan  21%  2P,  22%  Millan  19\  31%  65%  05%  de  Ocean  21% 
Gracian  22%  Jastin  pass,  (ma  Justino  28'',  29''),  Constantin  pass.,  e 
così  di  più  altri  nomi  proprj  in  -no;  io  imperio  roman  38%  nobile 
roman  11"",  roman  imperio  16%  24''  (ma:  romano  imperio  30'),  re 
arrian  28',  /aio  /<)  arzVm  19'',  siando  arrian  21'',  volchan  29',  5o>z 
38'',  /m  31%  um  37',  m  prgron  46%  m  5e>2  22%  fato  ben  29',  ii  Fri- 
xon  40',  Ze  rcgion  44'',  /g  diverse  religion  49',  Je  Zi  Z^en  iZgZ  comwn 
32%  34'  (ma:  de  li  beni  del  comun  36',  pleyio  de  beni  37');  ecc.  (cfr. 
§  36). 

9-  Dileguo  dell' E  di  penultima  (cfr.  Ardi.  I  424-5  455):  ovra  9% 
IS"",  ovre  3",  53",  povri  puovri  34',  51%  32',  e  forse  alcire^^alcidere 
(§7)5,  Qui  ancora  il  caso  congenere  del  dileguo  dell'e  di  protonica 
interna:  reenvrare,  v.  less. 

Dileguo  dell'i  di  penultima:  inedesmo  IS*",  21''  ecc.,  medesma  4% 
5*,  16'',  19'';  e  qui  anche  batesmo  28%  comunque  Vi  non  ispetti  alla 
base  originale. 

Ddll'o  [u)  di  penultima:  suocle  zoccoli  5''. '' 

ÌO.  L'i  di  penultima  passa  in  e:  humele  40',  45',  simele  18',  26% 
32''  (6"  bis  e  23*:  simile;  42':  debile),  utele  23',  32%  nobele  4%  34% 


•  [Acc:  si  fes  caregar],  dux  Bv.  20,  63  ecc.,  plax  427,  457  {plaxe  536, 
849),  15!0,  1515,  meltris  meretrice  145,  1529,  pong  221,  568;  cfr.  Marchese 
di  Est  Cort.  70,  71,  74,  80  {Este  84,  8G,  87), 

-  Cfr.  Reg.  149,  Mon.  9;  si  de  gente  con  de  arme  Pas.-Cecch.  1604,  cfr. 
Bv.  1802,  1960,  con  sa  Rti.  191,  con  po-tu  199,  cfr.  252,  263;  hon  nado  Bv. 
630,  algun  hon  se  genga  ecc.  643,  cfr.  825,  1310,  1357,  vu  non  ave  hon  in 
tuta  ecc.  961,  cfr.  1160.  L-om  pò  far,  ant.  iscriz.,  Gamba  11. 

'  Più  facilraenta  si  concede  il  dileguo  dell'e  nella  base  degli  ant.  mil.  olclr, 
rive  ridere,  Bonv.  127,  cfr.  ib.  12,  23.  Rq.:  anclr  254,  cfr.  711,  perf.  onci  313, 
317;  gnv.  onciró  235. 

*  Cfr.  il  1).  1.  jUIo  Aiolo,  Car.  5*,  7. 


Annotaz.  a  una  Cronica  venez.:  Suoni.  253 

57'',  7P,  noiaheU  TO'"  (pi.),  martere  (y)  IT,  43%  46"',  55%  li  novi  mar- 
tere  C4\  decerne  42\  anema  42\  femene  16'',  SS**,  domenegha  61''> 
portegho  62^;  mitege  §  55;  reriene  8'",  17^  {verzine  2^),  ordene  4% 
41%  45%  62%  68%  70%  ymagene  39''  {ymagine  40%  4P),  moUetudene 
60%  moUitadene  59'',  04%  65%  71"  (ma:  moUetudine  53",  moltitudine 
59%  70"),  similitudene  49%  soletudenc  5G%  soliludene  69%  E  cosi  di 
protonica  interna:  femenile  43^,  smenemd4^',  alia  termendl'Z^,  mera- 
velgioso  ecc.  23%  59'',  29'',  26''  (base  peraltro  clie  ha  Te  anche  .sotto 
l'accento,  §  5).  E  di  protonica  iniziale:  menor  23",  21^,  59'',  segnai' 
pass.,  segnarla  36\  serene  sirene  33",  senestri  73%  besavo  37",  saiz 
remore  63",  verta  34"'.-  Cfr.  Reg.  142,  Mon.  9,  Bonv.  17;  Car.:  si- 
mieiiele  sinoiglievole  70*,  ecc.,  Comm.  :  inviolevelmente  55,  56.  * 

11.  È  un  a  per  Te  primaria,  o  secondaria,  di  protonica,  in  pia- 
toso  32%  48%  73*^  (32*^  e  46=^:  pietoso),  piatosi  51",  piathoso  9%  9", 
piathose  53%  rayna  [rojina]  regina  52",  54*  bis,  alimenti  elementi 
45%  alesse  39";  trabuto  38",  41*,  manazdndoli  20",  manazà  28",  ma- 
nazasse  33*  (allato  a  mindce  31*);  impara  imperò,  pass,  (allato  a 
impera).  Cfr.  Reg.  141,  Beitr.  15,  92,  Bonv.  5.2 


'  Questa  dell'/  atono  di  penultinaa  in  e,  rimase  perennemente  una  proprietà 
distintiva  del  dialetto  veneziano  ;  e  si  adattano  a  codesta  riduzione  anche  le 
parole  nuove,  come  obedendo  a  una  norma  analogica  delle  piti  stringenti.  Cosi, 
introdottasi  Velice  nella  navigazione  a  vapore,  si  senti  subito  dire  a  Venezia: 
l'éleze,  ed  è  come  dire  che  la  nuova  parola  vi  subì  immediatamente  l'alte- 
razione che  le  voci  tradizionali  hanno  subito  secondo  il  presente  paragrafo 
e  secondo  1118''  (cfr.  p.  e.  Monséle'ze  ~  Monselice,  ecc.).  Molti  si  maravigliano 
della  regolare  costanza  che  s'avverte  nelle  evoluzioni  fisiche  della  parola,  o, 
in  altri  termini,  dell'esistenza  delle  leggi  fonetiche.  Ma  le  cause  delle  prin- 
cipali riduzioni  son  veramente  etniche,  cioè  dipendono  da  predisposizioni  orali, 
le  quali  inducono  a  divariazioni  costanti  di  quell'entità  fonetica  che  uno  strato 
etnico  assume  dall'altro;  e  alla  difScoltà  orale  o  alla  dissuetudine,  che  s'op- 
pone a  una  data  forma  fonetica,  vien  poi  ad  aggiungersi  anche  un'operazione, 
quasi  istintiva,  di  coerente  riduzione  fonetica,  di  uormal  distinzione  fra  il 
proprio  e  l'altrui.  La  trasformazione  tradizionale  o  connaturale  si  afforza  e  si 
continua  mercè  l'energia  del  principio  analogico,  la  cui  potenza,  cosi  mani- 
festa nella  morfologia  vera  o  propria,  va  attentamente  esplorata  anche  nel 
giro  delle  mere  evoluzioni  del  suono. 

*  Più  ancora  dell'a  di  piatoso,  è  fermo  quello  di  raina.  Cosi  in  Trist.  e  Cat.  ; 
e  Car.  raine  34,  Bv.  rayna  Gi6,  1742.  Circa  alesse,  cfr.  p.  187n  (li"),  Mon. 
104  e  Cat.  4  (v.  506:  allesse).  Pozzo  56,  Bonv.  Ili,  112,  121,  133.  Nel  Voc. 
it.  :  aleggere  e  alleggere. 


$54  Ascoli, 

12.  Resiste  anche  fuor  dell' accento  la  prima  e  di  'debere':  clever 
35%  deveva  20%  20%  01%  09%  71%  74''  {doveva  51'^,  devesse  73\  e 
così  Car.  :  dener  27%  deuesse  30%  ecc. 

13.  Favorito  il  conservarsi  o  il  prodursi  dell'a  finale  negli  inde- 
clinabili: cantra  30%  37%  ecc.,  in-contra  34%  71=*  (v.  70''),  cha  uncha 
altra  §§  84,  09,  79;  -fina  §  77;  fuora  §  4;  adonca  37%  adoncha  59\* 
Non  ispetta  propriamente  a  questa  categoria  morfologica,  ma  può 
qui  ricordarsi  anche  ogna  chossa  27'^,  agna  generacian  48''  [da  ogni 
parte  32''),  malgrado  la  spinta  analogica  del  genere  09.  ^ 

III.    CONSONANTI. 

14.  LJ. -L'esito  di  questa  formola  oscilla  continuamente  fra  Ig  e 
j.  Così  molgiér  3%  38%  moier  4";  batalgia  14'',  hataia  51";  conselgio 
49%  conselgieri  7%  conseio  4';  fylgiol  1",  fyastro  2'',  fyo  fio  2'',  4% 
fya  3%  11'';  pavaZ_$^toni  e  paviani  37';  volgianda  11%  voidndo-la  30''; 
famelgia  7°,  meravelgiaso  23''  ecc.  (meraueiioso  29'');  cZ-oio  2%  Zt«o 
00'',  metór  7'',  pyando  25".  Qui  riviene,  per  /Ji  a  LI,  anche  assalgi 
assali  25''  ecc.,  allato  ad  assa?/,  cioè  'assaji%  51%  assaJj  02'',  l-assaij 
04%  assaysse  47''  (Bonv.  :  assalie  assale  109;  Reg.:  so/e  arsair  147 
151);  e  a  formola  atona:  Fercci;  19'',  allato  a  FerceZ/t  50\-  Cfr. 
Reg.  145,  Mon.  10,  Bonv.  35,  40. 

15.  CL  PL  ecc. -La  formola  intatta  si  avvicenda  con  la  riduzione 
italianeggiante,  e  per  cl  questa  affatto  prevale  (cfr.  Arch.  I  303-4n, 
452). 

cl:  darà  10'',  13'',  clarissimi  23%  chiaro  12'',  chiare  13'';  chia- 
ma 1%  15'',  chiamada  31%  chiamada  0''  ;  chiesia  1%  12%  ecc.,  chiesie 
10";  e  a  formola  interna  (clo  tlo):  otchi  1%  33%  39%  43%  55%  no- 
ichieri  54'',  pedotchi  59'',  vetchio  10%  14'',  vetgio  47'.  ^ 

gl:  glaza  47%  gladio  28"  bis,  33%  69\ 

^l:  più  10"  ecc.  {più  e  pili,  4.0^),  pio xor  v.  §  36;  pianto  0%  2)Za>z- 
ieya  ib.;  ;)iew  17%  implidi  Bl^,  implida  25'',  complido  52%  complidi 


'  Cfr.  Reg.  142,  Cat.  4,  Beitr.  15,  Bonv.  6,  e  guv.  pass.-  Rn.r  unda  unde 
408,  409. 

»  Cfr.  Mon.  113,  Reg.  145,  vr.  36,  Car.  pref.  Fui. 

'  tch  tgj  esprimono  e.  La  scrittura  lascia  dubbio  talvolta  fra  te  e  ce.  — 
L'esito  j  =  Ij  -  CL  s' ha  nella  continuazione  di  'ad-pariclare'  pur  col  signif.  di 
'apparecchiare':  appaviada  Cort.  82,  Pozzo  83,  aparid  Bv.  2040,  ecc. 


Anuotaz.  a  una  Crouica  vene/.:  Suoui.  255 

11''  (ma:  compirlo  compisse  ò2%  o  pieno  22');  plac/a  50%  71'',  plagha 
implegado  58%  implagada  69%  ecc.  ;  plezarie  'pieggierle'  9"  ;  tempio 
5'%  6^  15%  templi  22\ 

fl:  fiori  pass.,  fioriva  23'';  flado  3%  //ac^ór  10%  fiume  22'',  23% 
25"  ;  infiamma . . . ,  fiamma  24''  ;  fiandra  60%  flandria  63'',  fiandra  49% 

bl:  ^'itXMCO  10';  hlastemando  20'',  biastemando  27'',  blasfeme  23% 
òiastemava  43^ ;  -  sablonegna  §  26,  allato  a.  sabión  73°. 

16.  Circa  la  digradazione  di  sorda  interna  in  sonora  (fra  vocali,  di 
solito),  ò  da  avvertire,  sulle  generali,  che  il  fenomeno  investe,  come 
per  spinta  analogica,  anche  molta  parte  di  quelle  parole  che  mal  si 
potrebbero  attribuire  al  dialetto,  e  perciò  non  lasciano  presumere  che 
l'alterazione  vi  provenga  dalla  evoluzione  storica  vera  e  propria^. 

17.  Per  la  digradazione  della  sorda  gutturale,  citeremo:  piégore 
48'';  zugando  giocando  S*»;  algun  11",  l?"*,  alguni  25'',  alguna  18% 
alglmna2o'^\  inighamente  iniquamente 5P;2  vendegarse\2^^  vendegasse 
20'',  scomunigare  scomunagado  6P,  62";  degolado  decollato  13%  26";^ 
gramadego  29*',  cherigo  26''  ;  ecc.  Strani  e  non  credibili  esempj  di  con- 
servazione: lachi  laghi  63^,  e  sequaci  (spagn.  sccuaz)  46".       Cfr.  §  18. 

18.  Se  al  e  delle  formolo  ce  ci,  precedute  che  sien  da  consonante,  o 
a  quello  della  formola  cj,  si  risponde  per  z  (sordo;  venzedor  venzidor 
l'',  22%  braze  braccia  1'',  glaza  41")',  precedute  all'incontro  che  sieno 
da  vocale,  s*  ha  pure  in  queste,  di  solito  (come  per  varj  morii  si  ri- 
prova), il  digradamento  di  sorda  in  sonora,  e  così  s'ottiene  z,  ^  che 
la  scrittura  esprime,  quasi  indiflferentemente,  per  z  {g)  o  x  o  s.  Ci- 
tiamo: paxe  e  pasi,  1%  8%  38*  ;  faxelle  27'';  axerbo  9"  ;  zazesse  gia- 


'  Appena  occorre  notare  il  caso  inverso,  di  qualche  sorda  sporadicamente 
rimessa  dove  pur  correva  la  sonora  del  vernacolo;  come  in  rcfutasse  21"; 
puoté  45'',  59%  2J0té  59%  desiderala  68''.  Il  p  ò  costante  nel  letterario  so- 
perchiare 38*,  cfr.  45'',  49'',  58*,  allato  a  de  sovra  39';  e  cosi:  soperclerd 
Pas.-Cecch.  1602,  sopercli  Reg.  145,  soperclaoa  Cat.  v.  13,  per  soperchia  so- 
licitudene  Car.  23*;  sopergiar  soperr/io  Bonv.  37;  e  pur  gnv.  :  soperjhar  185, 
saper jo  248,  soperzhar  239,  soperzha  297.  Notevole  il  e  etimologico  in  colfo 
Comm.  61. 

^  enegamente  Cat.  6,  inigo  Bonv.  04,  gnv.  105  ecc.-  Cfi-.  less.  s.  scalore. 

'  degold  Bv.  305,  gnv.  105  ecc. 

*  La  distinzione  tra  sorda  e  sonora  (-,  i),  estranea  naturalmente  al  codice 
(che  sempre  ha  j;),  s'introduce  nel  presente  spoglio,  quando  cautamente  si 
possa,  per  conseguirvi  una  maggiore  evidenza. 


?50  Ascoli, 

cesse  34'',  zazando  giacendo  •13\  zascre  V;  nosere  •IS''.  Ma  il  -ci  ili 
plurale  farà  come  una  categoria  di  per  so:  mónexi  mónesi  mónisi,  mo- 
naci, 21'',  IP,  41^ ,  griexi  f/riesi  greci  §  3,  immisi  9'',  SP,  67%  chierisi 
30%  heretìxi  (allato  a  catholici)  28%  ÒT.-  Cfr.  Reg.  144,  Mon.  10, 
Beitr.  18,  Bonv.  65,  74,  75,  76,  77,  82,  108. 

19.  Lo  i  {z  -X — S-)  poi,  appena  occorre  avvertirlo,  ha  insieme 
tutte  le  normali  funzioni  del  r/  italiano^:  zeììte  2%  Zennani  44'',  46' 
{Germani  49'',  Germania  49''),  fuèire  17%  vérzene  8'',  17%  manza  S';- 
zezuno  ecc.  v.  less.,  zugno  58'',  zudei  3%  aioni:a»Trfo  aggiungendo 
44'',  mazo  maggio  58"*,  mazor  25'',  GP,  pezorando  ..',-  chozin  cu- 
gino 8%  raxon  56%  caa;on  55%  ^'J'cicon  46'*,  apresiado  aprcxiado  -pre- 
giato 9%  9''.  —  L'  antico  dileguo  del  ^  è  in  maystro  3%  maistro  4'', 
7'',  amaistrd  3\ 

20.  La  dentale  sorda  e  digrada  e  si  dilegua:  senado  12%  marido 
4*,  imperador  ecc.;  refudado  49'',  refuando  P;  2)0(ieya  S?'*",  poesse  47'» 
(cfr.  §  56);  commudd  56^,  wwà  57*-;  /?ada  1%  8%  12%  25%  /^a  47% 
50%  74*,  fpd  23'';  spuando  22'';  reonda,  mesceado  e  amia,  v.  less. 
Il  qual  doppio  fenomeno  va  in  ispecie  osservato  nell'esponente  del 
partic.  perfetto.  Così  avremo:  portado  22%  45%  portadi  5'',  perigli- 
lado  3'',  pregado  12%  JatZo  6%  s^acZi  35%  cZacZa  7%  dade  32'',  ornada 
2';  vegnudo  44'',  recc^wcZo  45%  cressudi  2%  confondudi  23'',  nassudo 
P  ecc.,  nassudi  17%  nassucZa  47%  renduda  23'';  sculpida  32'';-  dormio 
&",  scolpiti  32'';  aèi<a  avuta  62'',  nasswa  nata  68';-  manda  8",  reco- 
?;m  ricuperato  (-a)  45%  /osse  s^a  fossero  stati  31%  em  sia  foi^g  62% 
condanna  condannata  24%  occupa  occupata  45'';  vegni'i  36'',  41'',  j^er- 
vegnu  27%  adevegnù  44%  nassii  16"  bis,  17%  35%  percoli  S**.  -  Cfr.  Arch. 
I  458,  Reg.  148 n,  Mon.  11,  Beitr.  15,  Bonv.  116. 

21.  TR.  Il  t  di  questa  formola  sempre  è  perduto  nelle  voci  schiet- 
tamente vernacole:  pareV,  3%  5%  mare  61%  so  frar  36%  ecc.,  fgo 
del  frar  23%  tre  frar  47"  {fradetli  6^)%  li  frar  menor  P;  piero  4"; 


*  Ond'è  che  senza  certo  equivoco  si  adopera  il  solo  g  anche  per  la  pro- 
nunzia gutturale  innanzi  ad  e  ed  i:  le  spige  SP,  griege  §  3,  large  e  longe  3P, 
largeza  5%  47%  longeza  47'';  wife^re  §  55;  luogi  40=^,  25ne<7i  44%  44%  64'*. 
Cfr.  Reg.  144. 

^  Cfr.  §  36.  -  Porre  che  frar  sia  il  nomin.  'frater'  (v.  Beitr.  59),  torna  come  a 
dire  che  l'antico  -r  si  conservi,  ed  è  cosa  molto  arrischiata  (cfr.  priévede  ecc. 
§  3).  Vero  é  che  anche  ponendo  frar  =  «fratre'  s'incappa  nella  difficoltà  della 


Aunotaz.  a  una  Cronica  venez.  :  Forme.  557 

piera  piere  §  3;  laroni  (?)  34''-,  imperarixj  5i^,  57''  bis,  GÌ'';  poro 
potrò  70\  Cfr.  Arch.  I  458,  469 a,  528 n.  Resta  all'incontro  la 

esplosiva  dentale,  allo  stato  di  sonora,  in  nudrirjare  20'',  nudrigado 
67''  (se  nodrigaua  Car,  61,  nudrigarlo  91*),  a  tacer  di  desfamadrixs 
11"  e  altrettali  ^. 

22.  Dileguo  di  d  primario,  è  in  confìandose  22^  Circa  desgraeremo, 
si  vegga  il  less. 

23.  La  sorda  labiale  in  v:  cavo  4%  12%  \t)^,  16%  carelli  31";  re- 
covrd  V.  less.;  ovra  18",  adovrd  12%  39%  adovrado  Q^'^',^  percevesse 
34";  rivese  'ripense-'  15";  liévore  lepre  57%  Icvra  lebbra  17",  18'.  — 
B  in  y:  fevra  43",  fcvrar  68". 

24.  Dileguo  di  v  primario,  è  in  zod  giovò  59",  61";  cfr.  vc'doe  51"; 
e  pel  fenomeno  in  generale:  Arch.  I  458-9,  Beitr.  17.  Doppio  il 
riflesso  di  w,  e  sarà  come  dire  che  il  nuovo  qui  ancora  si  mescoli 
col  vecchio  (cfr.  Reg.  144):  guarda  (serbò,  tenne  con  sé)  15*,  guar- 
dando (considerando)  27"'',  28%  guardador  (custode)  72",  allato  a  var- 
dado  (osservato)  24".  Insieme  si  può  mandare:  guasta  24",  guastava 
guastacion  40%  allato  a  vastado  35\  Guallengi  33=*  dirà  Vallesi,  cfr. 
less.,  s.  vagando.  Finalmente:  Ulgelmo  51%  cfr.  Vielmo  Car.  73. 

B.   Note  morfologiche. 

I.    SUFFISSI   E   PREFISSI. 

25.  -ARIO.  Doppio,  come  suole,  l'esito  di  codesta  base  (-aro; 
-iero,  -ero,  cfr.  Arch.  I  484-5):  tu  para  de  buo  22^^;  solaro  v.  less.  ;' 
melgiar,  pi.  melgìar  melgiara,  5%  12",  36",  'milliario-'  nel  senso  di 


mancanza  dell' -e  che  resta  normalmente  in  pare  e  mare.  Ma  c'era  il  doppio 
tronco  sor  e  sor  ór  (v.  less.),  che  potea  facilmente  promuoverò  la  perdita  dell'-e 
di  *frare. 

'  Cfr.  Reg.  144,  Mon.  11,  Beitr.  17;  nelle  quali  fonti  ò  anche  norigar,  no- 
rir,  noriga,  cfr.  Arch.  I  458;  norigado  Bv.  C29,  cfr.  1405,  2009,  pugno  quarà 
395,  quarado  619;  e  'nperarixe  Cat.  v.  271.  Gav.:  norio  172,  norigda  178,  ecc., 
inperarixe  guiarixe  164,  desiparixc  guastarixc  300,  porroo  172  ecc. 

*  recovrado  Pas.-Cecch.  1G18,  adovrar,  ovre,  1G25;  uoura  Car.  I,  3*',  uoure 
93*,  aduoura  46;  recovrd  Pozzo  77.  Gnv.  :  ovre  287,  avere  306. 

^  Questo  esempio  s'accoglie  qui  per  l'identità  della  base  fonetica,  ma  ognun 
sa  che  non  vi  si  contiene  un  suff.  -a rio  od  -aria  (par-ia).  E  insieme  giova 
che  sia  addotto  ara  aja  Rn.  582  sgg.,  che  è  sempre  del  venez. 


258  Ascoli, 

'miglio  miglia'';-  lavorkro  20'',  templicri  02';  mcìeni  'luilliaria* 
73%  nel  senso  di  'migliaja'^.  Entrambi  gli  esiti  in  uno  stesso  nomo 
proprio:  Berengaroh2\  Derengkro  -gero  50'',  51°,  -gier  58''.  ^ —  Un 
terzo  esito:  -a'rio  -e rio,  del  quale  ritocco  altrove  (cfr.  per  ora  il 
fem.  -cria  Arch.  I  485  e  IV  359),  è  qui  rappresentato  da  fulmine- 
rio  fulmine  (cfr.  mil.  fulminc'ri,  fulmine  di  gente  o  sim.)  15''  ecc., 
V,  Icss. '» 

26.-  -INEO  (-injo).  Oltre  maregna  maregnia  matrigna  13^,  30''  ecc., 
ancora  i  due  aggettivi  marmoregna{la  cita  marmoregna  città  di  marmo, 
di  pietra,  contrapposta  a  la  cita  lateriza)  2%  e  sablonegna  73%  quasi 
'sabulon-inea',  sabbionosa^. 

27.  -ISCO:  griesischo  grechesco  d^,  franscischi  'franccschi'  Fran- 
cesi 24''  (v.  §  1),  cfr.  hungaresco  Cort.  CO.  -ISMO:  sorrasinesmo 
73".  « 

In  luogo  della  base  verbale  'affrictare'  (affrettare),  è  pur  qui  la  ])ase 
'affrict-iare',  v,  less.  s.  affrezasse. 


28.  DIS-:  se  dislongd  56'';  se  despaìHi  5^,  se  despartisse  28%  des- 
partido  37^;  descazisse  §  56  (cfr.  descazudo,  che  elio  mori  non  ecc. 
62'');  desgraeremo  v.  less.;  desmontando  59'';  desfamado  diffamato, 
desfamadrixe ,  11'';  desposto  deposto  68'',  desposicion  disposicion  de- 
posizione 69''  (allato  a  deponudo,  p.  e.  68'');  desventurosamente  28^; 
deshonestado  (vituperato)  62'\  Cfr.  Reg.  150  153,  Bonv.  133;  desme- 


*  E  insieme  il  semplice  meio  §  5,  melgia  :  xil  melgia  9%  ploxor  mela  69*. 

"  E  insieme  il  semplice  milia,  v.  §  46.  Cort.  73:  miara  miglia  e  migliaja; 
Pozzo:  miera  de  mie  migliaja  di  miglia  82. 

'  Curioso  è  torniero  torneo  Cort.  83.        ^  elemosinarlo,  34%  è  voce  letterata. 

'  Per  -ANEO  non  trascurerò  capilaino  39%  comunque  gli  stia  allato  ca- 
pitanio  59''.-  Il  solito  radegare  *err-atic-are  (  v.  less.)  mi  porta  poi,  per 
-ATICO,  a  paxenadego  Comra.  42  ter,  51,  che  deve  significare  un  compar- 
timento territoriale  o  amministrativo,  e  ha  una  base  per  me  incerta.  Ritorna 
questo  suff.  in  parentadcgo  Bonv.  132;  e  la  forma  femin.  ci  appare  in  live- 
raiga  fine,  incomemaiga  incominciamento,  gnv.  232  (vegarao  che  liveraiga 
segue  questa  incomenzaiga;  cfr.  liuerai  finiti,  274),  cui  nelle  stesse  Rime 
stanno  accanto  i  mascol.  viazaigo  210,  marchesaigo  253.  Finalmente  sia  ci- 
tato, per  [-ETJ-ICO,  l'aggett.  venodhega  Acc.  (megena  venedegha,  una  mi- 
sura di  grano),  che  ritorna  nel  /Sevérf/.ov  zecchino,  cioò  'moneta  veneziana% 
sempre  vivo  fra  i  Greci  e  gli  Albanesi. 

'  residio  resto  (residuo)  40%  sembra  un  errore. 


Annolaz.  a  una  Cronica  venez.:  Forme.  259 

ritd  Car.  8*,  desposenti  impotenti  57,  61*;  descreserave  Cort.  01,  des- 
tegnudo  63,  desmontando  82;  gnv. :  deslavorai,  ridotti  senza  lavoro, 
279;  e  il  fri. 

29.  DE-:  deruinadi  23%  demonstrandosc  mostrandosi  24^.  —  AD- 
DE-:  adevene  avvenne  54*,  56'',  57*,  l-adevene  74*,  adevegnù  44% 
adevegnude  46'',  allato  a  devegnudo  48'',  devegnuda  59^. 

30.  AD-:  atrovd  32'';  atestimoniando  (?)  46'';  atemperado  v.  less.  ; 
amezando  71*,  che  deve  dire  'tramezzando',  'intervenendo%  civ.  per 
amezamento  di  alguni  Cort.  79,  azó  che  le  galie  de  li  inimixi  non 
mezasse  le  rj  galie  Car.  81,  mezando  iustixia  (l'orig.  lat.  :  mediante 
iustitia)  4%  10,  mezando  el  diuin  alturio  22*,  mezando  le  conforta- 
cion  88.  Ancora  sien  citati:  zuogo  auento  ludum  victum  Car.  62%  lo 
la  aiieme  egli  la  vinse  72%  semo  atradidi  òQ.,  che  pure  vengono  da 
tal  testo  in  cui  è  improbabile  la  mera  prostesi  dell'a.  E  v.  il  §  29. 

31.  IN-:  impento  dipinto  67-"^  ecc.;  impensd  pensò  3'',  impensado  26*, 
impensd  49%  im-pensando  31^ \'^  inzenerd 49^ his^  inzeneradoòl%  inze- 
nerada  53%  allato  a  zenerd  53*;  in  fuga  50%  infugado  55*,  63»;  in- 
saldo salito  64'';  incluso  in  un  monesliero  42'';  in-s-paurido  31*.  Cfr. 
inlassada  nelle  note  lessic;  e  Reg.  150,  Beitr.  22,  Bonv.  133,  Bv.  779. 
Pozzo  85:  questa  legenda  fo  insemplada.  Gnv.:  enpente  266. 

32.  RE-:  se  resforzd  de  renovare,  63*.  33.  SUPER-:  sovra- 
-ordend  62*.        34.  EX-:  scombatù  31*,  scombatudi  34"  ecc. 2 

II.    FLESSIONE   DEL   NOME. 

35.  Figure  nominativali  sono  statio'^  stazione,  stanza,  19*,  e  des- 
sensio  66''  (cfr.  Arch.  II  436),  oltre  il  solito  nievo,  di  cui  v.  il  less. 
Pur  qui  sono  poi  gli  obliqui  sorór  sorella  (v.  less.)  e  mdrmore  32'', 
33*,  36*,  58*  (v.  Arch.  II  427).  E  insieme  occorrono  il  rotto  e  l'obli- 
quo di  'leo'  nella  funzion  di  n.  pr. :  lyo  39%  43*"  ecc.,  lyon  39*,  41''. 


*  die  in-pensar  deve  pensare,  ant.  iscriz.,  Gamba  II. 

*  Car.  34*:  scaminando  da  li  suo  progenitori  (declinans). 

'  È  tuttora  del  dial.  venez.  (vedine  il  Boerio)  e  sempre  masc,  come  l'it. 
stasso.  Car.  71:  lo  lion  monta  suxo  del  so  stasio.  Altro  esempio  congenere 
può  parere  grande  offeso  Cort,  9G3,  secondo  T'Archiv  fùr  òsterreich.  ge- 
schichte',  voi.  nv,  p.  420.  Ma  non  dov'essere  se  non  uà  errore  curioso,  poiché 
la  stampa  muratoriana,  a  cui  ivi  senz'altro  si  ricorre,  porta  a/fesion,  e  in 
quel  passo  e  altrove.  Piuttosto  giova  ricordare  en  lo  possessio,  Gamba  31. 


260  Ascoli , 

La  qual  doppia  forma  ci  conduco  a  OtAo  Ottono  51,  52  ecc.,  col  cu- 
rioso plurale  Otti  55%  allato  a  Otton  50*^  e  Eudon  Elide  42'\  * 

S'ha  die  (dies)  così  al  sing.  comò  al  plur. :  in  un  die  17-'',  01=^,  ci 
nono  die  18%  de  mezo  die  71%  el  die  de  san  picro  21-'',  ituochi  die  74'', 
li  die  suoi  32%  in  xxx  die  IG**  (accanto  a  in  lo  di  17*,  per  xii  di  30'", 
per  xrii  di  44",  in  questi  dt  49");  ma  non  vorremo  vedervi  una  par- 
ticolar  figura  tematica,  malgrado  che  nel  nostro  testo  si  stenti  a 
trovare  altro  esempio  d'epitcsi  {con  sie  §  41)-. 

36.  In  -e  fa  puro  il  nostro  testo  il  plurale  dei  sostantivi  ferainili 
di  terza  latina:  potentissime  vertude  4*,  de  tute  vertude  5'',  altre  ci- 
tade  49%  iustissime  leze  9",  rede  reti  4'',  le  veste  11'',  de  tute  parte 
20%  in  le  parte  22%  a  le  parte  25%  le  confine  47%  54%  71%  72''  {le  fine 
de  India  7%  cfr.  38*)%  le  ymagine  4P.  E  per  l'aggettivo  si  potreb- 
bero citare:  le  nobele  femene  4",  chosse  notabele  70"*,  le  vestimente 
resplendente  10",  le  calze  era  pendente  32*,  e  pur  con  forte  mane  43", 
o  le  quale  4%  4P. ^*  Ma  qui  s'entra  nell'incerto;  s'arriva  cioè  a  quella 
generale  oscillazione  fra  l'-s  e  V-i  nel  plurale  dei  nomi  di  terza  lat., 
la  quale  ben  ritorna,  in  qualche  misura,  anche  altrove,  ma  in  questa 
regione  può  anche  avere,  in  ispecie  per  l'aggettivo,  una  sua  ragion 
particolare.  Poichò  un  antico  strato  idiomatico  qui  andava  spoglio  an- 
che dell'-e  (dava,  p.  e.,  fort  ambigenere,  allato  a  car  cara)  e  il  'rive- 
stimento' delle  antiche  forme  poteva  perciò  portar  seco  e  incertezze  ed 
intrecci  d'ogni  maniera.  Di  che  ritocco  altrove,  e  noto  qui  intanto  : 
dormiente  fradelli  25%  solenne  legati  28*,  molti  grande  homini  63^]  li 
fiume  63%  tre  mese  7P,  doe  zovene  masc.  15",  cfr.  13'',  de  li  suoi  ma- 
dore 40'',  li  divini  honore  8^  ;  le  quale  [cita]  era  a  elio  repelli  34%  ^ 


'  Dinanzi  al  friul.  nigisse  (*necéstas,  Arch.  II  437),  ora  assumerebbe  nuovo 
aspetto  anche  un  venez.  necesso:  e  qiielo  che  fosse  de  necesso  Coram.  18,  s-el 
sera,  necesso  ib.  48.  Ma  il  necesse  di  Dante  ne  andrebbe  sempre  disgiunto. 
Ancora  nella  Comm.  :  biava  a  sócedo,  biava  a  sózedo,  e  là  che  sono  li  suoi 
sósedj,  29. 

"  lo  die  Pas.-Cecch.  1609,  ///  die  1607,  ecc.;  lo  di  1619  (ter). 

'  sulle  confine  Cort.  59  {de'  confini  68),  le  fine  vr.  37. 

*  Cfr.  Reg.  145,  Beitr.  19,  Bonv.  85.  E  qui  riviene  anche  delle  carcere  68\ 
in  le  charcere  iscriz.  Gamba  16,  comunque  sia  di  masc.  lat. 

*  Con  Vi  nel  singolare:  pasi  pace  78^  [paxe  8»  ecc.),  la  quali  5'';  e  anche 
quelli  medesmi  69^.  Cfr.  i  §§  52  e  55.  E  di  plur.  femin.  in  sost.  di  terza 
lat.:  sor  òri  §  46. 


Aunotaz.  a  uua  Cronica  venez.:  Furine.  261 

È  ancora  privo  di  desinenza  il  plurale  dell' un  genere  o  dell'iiUro,  o 
nel  sostantivo  o  nell'aggettivo,  o  in  entrambi  insieme,  negli  esempj  che 
seguono:  li  frar  menorV'  (cfr.  §  21),  in  li  canyon  19',  le  circumstante 
ìrf/ionlS^,  le  [li]  fin  T,  [de  li  wan 53''],  li  qualSQ'',  in  li  qual  tempi  44°, 
le  qual  IS*",  U  qual  chose  tute  45",  le  qual  lettere  45*",  quelli  che  era 
non  nosevol  nocevoli  (va  però  notato  che  la  parola  susseguente  inco- 
mincia per  i)  2^;  ai  quali  s'aggiungono  quelli  che  adduce  il  §  8,  e 
anche  buo  boves  22''.  Cfr.  Cat.  19-20.  S'aggiunge,  come  suole,  che 
sia  costantemente  senza  desinenza  Vaggeit.ploxor,  serva  esso  al  plur. 
mascolino  o  al  ferainile,  preceda  esso  al  sostantivo  o  gli  sussegua: 
ploxnr  anni  40'',  ploxor  monestieri  45'',  ploxor  leze  26'',  ploxor  pro- 
tende 34*,  lombardi  e  toschani  ploxor  72",  de  vertude  ploxor  12*; 
ploxor  da  quelli  24^,  ploxor  dubitando  60*;  ecc.  (unico  esempio,  che  io 
mi  sia  notato,  per  l'appiccicarsi  della  desinenza:  elettore  ploxore  69^)*. 
Che  se  usciamo  dal  tipo  di  terza  latina,  la  oscillazione  si  riduce 
a  pressoché  nulla.  Molte  done  molti  doni,  53^  {do-7Ì  IO''),  rappresen- 
terà il  neutro  Mona'  (cfr.  Cat.  v.  996, 1335),  e  andrà  perciò  coi  nor- 
mali le  come  7'',  le  soe  braze  1'',  le  osse  2%  7^,  8'',^  e  pur  con  ale 
caldamente  1Q\^  Le  ydole  SP,  alle  ydole  7'',  16'',  20^  dele  ydole  22% 
deli  ydole  22%  ali  ydole  21%  alli  ydoli  IG**,  è  anch'esso  un  esempio 
che  rientra  in  quella  categoria  (sTòoAx,  e  cosi  va  dichiarato  anche  le 
ydole  in  Fra  Paolino).  E  non  mi  restano,  oltre  l'esempio  'sui  generis* 
clwli  proprie  humeri  ÒP,  se  non  le  oscillazioni  nel  plurale  dell'  ar- 
ticolo, che  anch'esse  potrebbero  avere  un  lor  motivo  'ante-veneziano': 
li  piegare  48%  in  le  fondamenti  47*,  alli  imperiali  lettere  33%  li  suoi 
malitie  4'',  le  venerabili  luoghi  34''. 

37.  Circa  ii  fìada  5%  allato  a  doi  fìade  5%  trenta  fìade  ib.,  v.  Muss. 
Beitr.  54.  —  'Scisma'  ferainile,  in  grazia  dell'-a:  la  qual  scisma  70*, 
ed  è  ambigenere  pur  nel  Vocab.  it. ''' 

38.  Qui  pure  la  tendenza  a  fare  in  -o  i  maslfelini  che  andrebbero 


'  pluxore  fiae  Cat.  v.  314,  pluxori  ib.  v.  1141. 

'  Cfr.  Reg.  145-6,  Beitr.  19,  Bonv.  86;  in  le  intimo  del  cuor  (l'orig.  lai.:  ab 
intimis)  Car.  29;  donne  doni  gnv.  165,  osse  181,  mcnbrc  ib.,  pome  267. 

'  Ma  con  V -a:  melgia  meia  melgiara  e  meiera,  di  cui  v.  il  §  25. 

^  Così  è  pur  di  'diadema';  e  ia  Car.:  de  la  soa  diadema  20,  Nel  qual  testo 
«anche  notevole:  ci  rede  la  rete  84,  pi.  li  redi  50*;  ma  pur  questo  ma- 
schile, che  ò  latino,  ha  esempj  nel  Voc.  it. 


262  Ascoli , 

in  -e  (cfr.  Beitr.  18;  ecc.);  ma  gli  cserapj  sono  tuli,  per  la  massima 
lor  parte,  che  mal  si  possano  considerare  come  di  schietta  lingua  del 
popolo:  herieclo  02''  { herede  23"^),  ahbado  abate  35%  46%  l-ahhado 
42^  43%  [l-abade  IP,  65^),  ciesaro  16%  20%  25%  33%  45",  cesavo 
3",  9%  12%  13%  15%  principo  27%  34%  35%  39%  4P,  46%  51%  52% 
58%  59",  osto  esercito  14*  (ma:  oste  5",  questo  hoste  59'',  I-oste  13» 
ecc.,  dal  oste  23%  e:  I-oste  soa  66^,  70"),  éiganto  58%  pontifico  55% 
63%  interpredo  8",  IP,  12%  san  demento  6";  e  insieme  può  man- 
darsi thevro  Tevere  (Tebro)  2%  36",  53",  e  pur  Ruodo  Rodi  10%'»  — 
Una  schietta  voce  popolare,  che  dovrebbe  andare  in  -o,  va  all'incon- 
tro, pressoché  sempre,  in  -e  (cfr.  §  36):  zéner  genero  25%  kenere  4% 
9%  56",  57"  (24^:  zenero).  —  Assai  notevole  1'  -i  da  -o,  alla  friulana, 
in  poli  Paolo:  piero  e  poli  4"  {piero  e  polo  22");  e  insieme  può  es- 
sere considerato,  per  l'-i  da  -io:  san  Zorzi  65",  Car.  id.  56*,  87*,  90* 
(friul.  Zorz-,  cfr.  Arch.  1  507).  Sono  esemplari  onomatologici,  che 
s'aggiungono  bellamente  a  quelli  di  cui  era  toccato  a  p.  465  del  I  voi. 
(cfr.  Tornado  nel  less.). 

L'-o  dell'avverbio  cJiomo  lOt,  si  chomo  9%  IP,  tal  corno  13",  ecc., 
potrebb* essere  il  diretto  continuatore  del  secondo  o  di  'quó-modo'. 

39.  L'articolo.  —  a.  lo  libro  47%  in  lo  tempo  33",  35",  in  lo  so 
tempo  49%  in  I-anno  34"  ecc.,  in  I-inferno  40",  in  I-alto  47',  li  tempi 
29",  in  li  pradi  58%  in  le  alpe  49% 

b.  el  =  e'l:  e-l  fyo  12%  el  novo  e-l  vetchio  22%  e-l  capellan  60%  e-l 
imperador  60",  ecc. 

C.  el^en'l:  el  chuor  nel  cuore  7",  el  martiro  37%  el  solsticio  47",  el 
so  alturiOy  nel  suo  ajuto  (in  suo  ajuto),  54",  el  qual  56",  57",  el  prin- 
cipio 69*',  el  primo  anno  14%  cfr.  Mon.  12  (Reg.  148),  Cat.  11  (agg. 
V.  732,  1027),  Bonv.  79,  79  n. 

d.  Dove  dice  el  arziveschovo  64',  si  vorrebbe  a-l;  cfr.  altra  e  li 
reteni  monti  bO^,  rettfuncid  el  mondo  47",  e  Mon.  18,  Pozzo  52,  59.  ^ 


•  Car.:  principo  ],  pontifico  28,  san  CUmento  47,71*,  Tergestolò^,  Ruodo 
Rodo,  10%  77*.  Iscriz.  :  ahado,  principo.  Gamba  17,  18. 

'  Altro  è  se  nel  friulano  troviamo  riolotto  ad  e  il  dat.  sg.  fem.  dell' artic, 
e  ad  es  il  dat.  pi.,  come  avviene  ne'  seguenti  esempj,  che  tutti  sono  nei  *Te- 
sti'  pubblicati  dal  Joppi  (Arch.  IV  185  sgg.):  e  fc  di  Crtst  alla  fé  229  (bis), 
e  lez  alla  legge  230,  e  volte  alla  volta  252,  e  fie  alla  figlia  259,  e  soa  tor- 
nade  alla  sua  (oinata  259,  rs   mans  alle  mani  237,  es  donnis  256;  cfr.  Pir. 

XI.VI. 


Annotaz.  a  una  Crouica  venez,:  Foruie.  233 

e.  elio  ecc.  •=  et  lo  ecc.:  elio  re  48",  ella  licéntia  50",  ella  vita  TI*", 

eia  sarraxini  85',  elli  altri  43%  elle  osse  2",  elle  vigne  6V;  cfr.  chello 

imperador  49",  siila  scombati  C"  (v.  §  95);  e  all'incontro:  clioli  6^  51'. 

40.  È  caratteristica  la  frequenza  di  da  con  l'articolo  per  la  fun- 
zione genitiva,  specie  nel  plurale;  e  sa  di  friulano.  Così:  lo  primo 
da  li  imperadori  1T\  in  lo  cathalogo  da  li  santi  18*,  dela  forteza 
dati  suoi  70'',  sangue  da  li  cristiani  7P,  a  la  possanza  da  li  cristiani 
72'',  patriarcha  da  li  Jacohiti  SS**,  per  priegi  da  li  romani  44^  la 
sentenza  da  li  romani  50'',  segnoria  da  li  romani  36",  segnoria  da  li 
ihartari  67",  re  dali  vandali  24^,  de  san  Mauricio  e  da  li  suoi  com- 
pagni 30''.  Per  la  combinazione  con  l'articolo  al  singolare,  non  ho 
pronti  se  non  questi  due  esempj,  uno  dei  quali  ò  doppio:  le  come  da 
un  cervo  1^,  da  la  polver  da  un  monte  69-^  (cfr.  dal  imperador  com- 
menzà  a  vaccare  69'');  ma  col  pronome,  o  immediale  col  nome  o  l'in- 
finito: centra  da  elio  25^  49%  in  contra  da  lui  5''  [centra  de  si  46'), 
come  contra  da  quelli  21"  (cfr.  denanzi  da  si  61",  denanzi  da  li  prin- 
cipi 51');  esser  da  elio  devegnudo,  essere  avvenuto  di  lui,  48'',  coverti 
da  ferro  71' ,  folminerio  da  cielo  15'',  da  fede  fo  catholico  S?*" ,  da 
(di)  Constantin  ven  dito  17'',  per  caxon  da  saludarli  7',  el  se  sforza 
da  rompere  SS*".  In  questa  condizione  di  cose,  non  farà  meraviglia 
che  s'abbia  anche  all'inverso:  del  e  de,  per  'dal'  e  'da'  (p.  e.  del  im- 
perador, de  san  Zorzi,  65''). 

41.  Pronomi  personali. —  a.  e  me  confido  io  mi  confido  32'', 
segondo  che...  e  poro,  io  expicheró  70',  io  te  mostrare  60';  pur  qui, 
il  vecchio  in  lotta  col  nuovo  (v.  l'esord.  e  Arch.  I  471-2n);-  fa 
nui  72'',  nu  te  volgiemo  1'. 

b.  tu  SS"*,  in  ti  V\  a  ti  33'';  te  volgiemo  V,  non  te  andareve  1''. 

C.  el  nomin.  masc:  elio  (nomin.)...  el preghd54^,  questo  (nomin,)... 
el  fé...  el  recovrd  12'',  el  qual...  el  fo  chiaro  12'',  el  cernesse  4'',  el 
move  34';  accus.  masc:  el  depuose  40%  el  possa  laldare  10''.—  Solo 
e':  e'  mori  22%  e  in  qualche  altro  passo,  più  o  meno  incerto;  cfr. 
plur. 

el  imperson.:  che-I  non  fosse  tojadi  16'',  daspò  che-I  fosse  destruti 
li  campi  61%  che-I  fosse  fato  canonicha  election  62'',  che-I  fosse  dada 
la  terza  persecucion  7',  quando  el  se  lese  56*,  el  non  plax3sse  57'  ; 
èra-I  58';  cfr.  elio,  e  Mon.  B.  v.  137,  Car.  :  el  se  podeua  andar  72, 
Pozzo:  se  non  é-l  per  purgar  56.  —  Como  ridondante,  riferito  a  fe- 
mina:  che-I  fo  accusada  8''. 


264  Ascoli, 

elio:  elio  l-ìmperador  54%  elio  li  de  IT,  elio  la  appella  IT,  elio 
tu  manda  38\  elo  et  fé  45\  la  mare  de  elio  26\  a  elio  6%  8%  13''» 
34",  41%  dricdo  elio  28",  da  elio  34*;  imperson.  :  elio  e  quella  re- 
ginn mollo  sahloncgna  73*. 

lu  norain.:  3%  4%  9%  ecc. 

lo  norain.:  lo  aveva  2*,  lo  alcise  4'',  lo  ave  12'',  lo  dona  45''.* 

l-é  più  alto  el  qual,  quegli  ò  piìi  alto,  il  quale...  10*  (ma  forse 
manca  un  'quello'  o  altro  consimile  pronome). 

elli  nom.  pi.  :  34%  35%  UH  20''  (cfr.  §  1);-  a  elli  6%  33'",-  e'  dise  ei 
dicono  13'',  cfr.  sing. 

li  nom.  pi.:  li  quali...  li  parlava  54",  li  Goti,.,  li  fuzi  30'',  li  ca- 
valieri... li  crea  33%  li  no  poesse  47'',  li  sente  mal  35'';  cfr.  67%  e 
li  uete,  li  fo,  videro,  furono,  Car.  82,  li  lo  menci  Pozzo  68.  Solo 
i:  i  no  sacrificava  T;  Cort.:  i  savea  60,  ecc. ,  accus.  i  fé  chiamar  62, 
i  pose  64.  Lor  in  funzione  dì  nomin.  pi.:  71*,  71'\ 

ella:  da  ella  57". 

Ha-,  de  per  Ha  (lei,  cfr.  Arch.  I  529 n.  Il  444 n)  38\ 

le  nom.  pi.  enei.  :  fo-le  furono  esse  23''  ;  cfr.  -lo  in  n. 

gè  -giù  in  funzione  di  dat.  :  ddri-ghì  4";  el  qual  gè  [gè  foì]  mon- 
strado  IT;  cfr.  Mon.  12,  e  altre  citazioni  son  superflue 2, 

d.  con  sie  2*,  con  si  30'',  45",  a  si  42%  48%  assi  66'',^  per  si  (da 
solo)  43'',^  cantra  s'  16'',  intro  si  AT,  a  presso  da  si  (fra  se)  57*,  so- 
vra de  si  33'',  si  medesimo  se  alcise  3°,  si  esser  chiamado  6'',  si  aver 
vezudo  18*,  SI...  elio  avea  cognoscudo  18";  elio  se  de  6*. 


'  che  lo  scampa  che  egli  scappò,  Pas.-Cecch.  1603,  cha-lo  scampa  1  cha- 
deera  daladhi  {cha  de  era  da  ladhi,  che  ne  era  dallato  a)  la  nostra  prison, 
ib.,  che  lo  de  cognose  che  egli  deve  conoscere,  ib.,  cfr.  1613;  lo  la  auense 
Car.  72*.  Enclitico;  tanto  iera-lo  longo  Pozzo  64,  se  féoa-lo  scherni  6o,'^qiii 
iére-lo  80;  an  servirà-lo  Bv.  400,  d-lo  1356;  cfr.  il  pi.  fem.,  e  Reg.  146, 
Mon.  12,  13  n,  Bouv.  90. 

*  Biuttosto  addurremo  per  il  solo  i  in  codesta  funzione:  digàndo-i  dicen- 
dogli Pas.-Cecch.  1614,  i-fosse  gli  fosse  ib.  e  1615;  i-podesse  1615;  i  avesse 
permesso  Car.  3*,  manchdndo-i  6,  che  non  i  pertien  35,  elo  i  comanda  71*  ; 
i  abiando  avendo-ci  76*;  disse-i  frott.,  se  i  fese  davanti  ib.  In  Cort.,  con 
le  sembianze  di  una  figura  intermedia,  Je:J(3  apparechiava  60,  je  fo  comanda 
62,  el  se  je  no  piaserà  64,  ecc  ,  allato  a  i  andò  incontra  66,  i  era  rimase  11  ^ 
l  fosse  tolta  78,  i  desse  la  fé  80,  ghe  de  ordene  67,  fdtto-ghe  ib.,  ecc.;  cfr. 
p.  246  n. 

=>  assi  Car.  12;  con  si  Bv.  896,  1097. 

*  per  si  e  per  li  suoi  frari,  Pas.-Cecch.  IGOO,  ctV.  1619. 


Aimotaz.  a  una  Crouica  venez,  :  Forme.  265 

42.  instesso  lo  re  72'',  iustessa  Jerusalem  34".  * 

guestù  1', peraltril  10',  cfr.  Reg.  146 ; zascadun,  qualuncha,%%  46, 69.'^ 

43.  ne,  en  (inde):  ne  fa  morti  da  elio  34",  en  fosse  più  40'';  sen  al- 
legrasse 73°;  cfr,  §  59  a,  b,  Mon.  12,  Reg.  146,  eli  sendanda  (se-nd- 
-andu)  se  ne  andarono,  Pas.-Cecch.  1604.  Fra  gl'indizj  dell'esser  la 
'Cronica'  un  testo  ammodernato,  non  è  1'  ultimo  il  mancarvi  ogni 
esempio  di  de  proclitico  per  'inde'  (ne). 

44.  Pronomi  possessivi. —  lo  nome  to  1^^,  el  nome  to  ih.,  in 
caxa  toa  73*. 

da  un  so  servo  IS'';-  doxe  so  15",  in  cavo  so  15'',  fyo  so  17",  del 
nome  so  39°,  del  priìicipado  so  42',  e  in  Iranno  x  so  38'',  ci  corpo 
so  de  quello  58°.  So,  suo,  sua  (e  anche:  suoi,  sue),  rimane  all'odierno 
veneziano  nella  proclisi,  ma  non  vi  rimane,  com'è  qui  e  nel  friulano, 
pur  col  proprio  suo  accento.  La  stessa  avvertenza  vale  anche  per  il 
pronome  di  seconda. 

da  li  soi  6%  57';  li  soi  soldi  2';-  so  soieti  34';-  li  discipidi  soi  48\ 

da  li  suoi  compagni  30'',  suoi  filgioli  44'';-  li  die  suoi  32°. 

da  li  suo  29°,  i  suo  pare  50''. 

la  soa  vita  13'',  la  soa  passion  3',  soa  fya  IP,  de  soa  morte  6',  da 
soa  mare  43'',  e  soa  molgier  44"*;  la  sua  morte  e  li  soi  fati  18';-  de 
la  vita  soa  2^  de  la  passion  soa  51'',  a  la  morte  soa  35';-  circlia  la 
fin  so  38". 

soe  brace  P,  de  le  soe  batalgie  23'';  a  tute  li  suoi  malitie  4'',  dele 
suoe  terre  70'',  li  suoa  colpe  e  peccadi  SO*";-  in  le  Cronice  suoe  18°.^ 

45.  Comparazione.  —  Circa,  bellitiss ima  P,  v.  per  ora  Diez  less. 
s.  bellezour,  Mussaf.,  Legg.  d.  legno  della  or.,  214-15.  Ploxor  è 
addotto  nel  less.  'Piti....  che'  si  rende  qui  pure  par  pia...  dia 
(=  quam,  cfr.  §  13  e  Zeitschr.  f  vgl.  sprackf,  XVI  12 1),  10°,  40'',  70''.  * 


*  Cfr.  Reg.  145,  Mon.  108;  in  stessa  (instessa)  la  humana  fragilitade  Pas.- 
Cecch.  1605,  l'anema  che  pecherd  instessa  morirci  (ipsa  raorietur)  Car.  4*, 
intanando  si  instessi  9*,  alguni  de  lor  instessi  10*,  ed  eli  savesse  instessi 
scriver  Pozzo  78. 

*  colù  Bv.  722,  839,  2174,  del  allrii  1146. 

'  le  tuo  importune  incurie  Car.  17*,  li  compagni  tuo  Comm.  31  ;  del  nome 
so  Car.  1,  di  suo  predecessori  ib.,  de  li  successori  suo  ib.,  ii  micriti  suo  89* 
la  soa  ititention  27*,  de  la  excellenlia  soa  1,  le  suo  uisende  vicende  24,  le 
suo  insidie  84,  le  suo  uertude  89*,  loldeuele  uoure  suo  4,  de  le  suo  82. 

'  Car.:  più  charo  cha  la  vita  2*,  più  desiderosi  de  scampar  cha  de  ber 

Areliivio  gloUol.  itili..  Ili  IS 


$66  Ascoli, 

46.  Numeri.  —  un  die  GÌ",  cadun  45'',  zascadun  pass,,  iti  casca- 
dune  parte  1^,  tiessune  aversita  72'';  doi  ponti  44*",  de  doi  regni  64'', 
doi  secretarli  57",  doi  fradelli  suoi  4'7'',  con  doi  suo  sorori  (sorelle)  3", 
doe  fye  23^  doe  voluntade  SS*",  doe  iovene  (raasch.)  15*,  do  fradelli 
45'',  do  cardenali  68",  con  duo  soi  eunuchi  IP,  dentramhi  doi  65'', 
intrambi  16",  45'',  intrambe  47",  v,  §  6;  de  tri  anni  27",  per  tri  anni 
47"  (Car,  71*:  trixento),  tre  frar  47'',  tre  di  e  tre  notte  48"  ;  per  se 
mese  4'7";  setti  fradelli  12",  seife  zovene  (raasc.)  13'';  nove  die  37'';  tre- 
decci  22'';  con  tre  milia  23'',  ;5Ìit  de  r  mi7ia  49",  «rew^a  miVfa  21''  {cin- 
que millia  Car,  71,  cento  millia  Cort.  73,  doa  milia  Bv.  1097,  1127); 
Lxxxx  fia  ccc  milia  et  lxxx  milia  (90x300,000  +  80,000,  vorrebbe 
dire  ventisette  milioni  e  ottantanaila);  ploxor  meiera  73", 

III.    FLESSIONE   DEL    VERBO. 

47.  La  terza  del  singolare  ha  anche  la  funzione  caratteristica  di 
terza  plurale:  a  hanno  21'',  ven  trovade  18^^;  elli  se  meravelgiava 
P,  le  forze  se  consumava  19";  heretisi  fo  22'',  vn...  se  messe  25%  li 
romani  li  disse  1%  iv  generacion . . .  passa  2P;  li  manzasse  50*;  ecc.* 
—  Tuttavolta  occorrono:  fon  produti  22'',  fun-dd  furon  date  43%  il 
secondo  dei  quali  esempj  non  è  però  affatto  certo. 

48.  Il  -s  dì  sec.  pers.  non  è  se  non  in  tu  troveras  69''  e  seras  72'' 
(v.  l'esord.).  Rimane  tuttavolta  con  1'  -d  caratteristico  (cfr.  Arch.  I 
463):  tu  a  [tu  a  vento  20''),  e  analogamente:  tu  sera  14'^,  tu  me  tederà 
43''.  Ai  quali  si  aggiungerebbe  tu  fa  SO'';  ma  il  passo  è  confuso,  e 
anche  vi  si  contiene  ai  fato. 

Altre  sec.  pers.  sing.  :  perdoni  (congiunt.)  33'',  debi  59^;  e  non  con- 
tiamo rendi  33'',  che  è  d'imperativo. 

49.  I  gerundj  di  tutte  le  conjugazioni  si  fanno  per  -andò,  e  an- 
che vi  si  riporta,  quasi  sostanza  radicale,  quella  forma  tematica  che 

(bere)  82,  cfr.  per  altra  uia  cha  per  le  bastie  21'^.  Pozzo:  pia  fredo  ca  glaga 
70,  cfr.  altra  penilentia  ca  quella  56,  un'altra  vita  ca  quela  81,  piiì  tosto 
per  veder  cosse  nuove  ca  ecc.  84,  avanti  ca  dio  11.  Gnv.r  anti  cha  mi  179, 
pu  ca  tute  193;  ecc. 

*  La  3.  sg.  è  costante  pure  in  fuiiz,  di  3.  pi.  anche  nel  Reg,  (147)  e  uè' 
Mon.  (13);  ma  altrove  si  oscilla:  Cat.  13,  14,  15,  Beitr.  19,  Circa  il  Rn.,  v- 
Arch.  I  452,  Esem[j  di  3,  pi,  son  nel  Bv.:  en  vegnudi  374,  eno  alosegd  1003, 
eli  no  é  se-no  vi  chi  eno  a  guardar  1079;  coméngano  o  piuttosto  comengòno 
1142,  se  prexeno  1436,  se  ferino  2357,  oltre  fono  1900  (rozzo  73,  83). 


Auuolaz.  a  una  Crouica  veiitz.:  Fuiiae.  267 

ha  la  sua  vera  ragion  d'essere  nella  flessione  del  presente.  Cosi:  cre- 
zando  credendo  54*  {:rezo  43''),  vezciyido  vedendo  1'',  26"  (vezdndo-lo 
bl"),  volgiando  volendo  12%  21",  6P,  68"  (voidndo-la  36''),  dojdndo-se 
54'%  vaiando  valendo  45'';  aliando  4%  12^,  ecc.,  [$apiando  6^],  stando  3', 
16",  ecc.;  condugando  30",  (rugando  43",  48",  digando  1",  3%  6",  32% 
stagando  stando  1",  8",  dagando  dando  16",  42^  {dagàndo-li  64"),  v. 
Arch.  ISln.  Tanto  piti  facilmente:  vignando  (infin.  vegnir2Q^  ecc.) 
15%  17%  44",  revignatìdo  48'',^  legnando  (infin.  tegnir  57")  1",  27% 
sustegnando  34';  o  anche:  remagnando  romagnando  5",  15'"^,  47",  56", 
assalgiando  27%  a  tacer  di  tolgiando  52",  67"  [tolgìdndo-la  29'').  Per 
altri  verbi  in  -ere  -ire,  s'abbian  finalmente:  fatando  4^^,  H'*,  15",  36", 
volzando  54%  71%  72%  ozonzando  44",  infen'zdndo-se  2",  37^,  rezando 
15%  fuzando  19",  38%  56",  themdndo-se  19",  aldando  udendo  v.  §  7, 
arddndo-se  4%  metando  15%  7)ari!a>2cZo-se  partendosi,  dipartendosi,  4% 
11",  parlando  partendo,  spartendo,  22",  avrando  aprendo  57",  ino- 
rando 11*,  30%  apparando  71".  2 

50.  Anche  nel  participio  perfetto  (v.  §  20)  si  vede  assunta,  come 
testé  notavamo  nel  gerundio,  la  forma  tematica  che  vien  dalla  flessione 
del  presente:  vezudo  veduto  18%  57%  68%  vezudi  9",  vezude  33",  voiù 
voluto  70%  sapiù  41% ^  abiudo  5%  fo  abiù  19"  [fo  abic  12%  22",  abiando 
abù  60";  abùa  62"),  abiando  abiù  11%  30",  64".  Cfr.  Bonv.  77  f.,  119. 

L'-é-sto,  caratteristica  veneta,  della  cui  genesi  è  discorso  nel  se- 
gueate  volume,  qui  appare  oltre  che  in  movesta  10",  ìnovesli  57%  pro- 
moveslo  62%  67",  cfr.  48",  anche  in  loleslo  tolto  37".'' 

Notevoli  questi  esemplari  del  tipo  forte:  avesse  respiioso  (respon- 
sum)  42'',  romasa  (remansum)  18",  ramasi  33°  (ma:  romagnado  60"); 


*  Più  va  badato  al  n-j  di  venjo  ecc.,  che  non  al  n-j  della  base  vcìiiens  ecc. 
(cfr.  morando  ecc.),  malgrado  l'ant.  tose,  supplendo.  Valga  l'avvertiraento  an- 
che per  qualche  altre  esempio  analogo. 

*  Cfr  Mon.  14-15,  Reg.  148,  vr.  34,  Bonv.  122-23;  e  similmente  nelle  Rime 
genov.  :  vegnando  193,  legnando  182,  192,  toiando  183,  vegando  193,  digando 
195,  descorrando  194,  restiluando  189,  scrivando  193,  odando  193,  ecc.  Di 
questa  livellazione  de'  gerandj  può  anche  risentirsi  il  part.  pres.  Cosi  nella 
Comm.,  allato  a  fazando  38,  é  contrafazanli  35,  48;  digantc  vr.  39.  Quanto 
all'apparalo  che  dal  presente  finito  passi  al  gerundio,  cfr.  eziandio  il  tipo 
ital.  reggendo  (veggente). 

'  Qui  si  può  annotare:  senga  saipuda  all'insaputa  Acc,  allato  ad  a  sapuda 
e  sapiando  nel  dee.  stesso. 

*  Acc:  plascsto  allato  a  plas'i. 


268  Ascoli, 

(luto,  (li  cui  V.  il  §  G;  crcto  (creditum)  18%  GO'S  02^',  73'';  e  il  neo- 
latino sparlo  15",  25°,  sparti  21°.  —  E  tra  quelli  di  tipo  debole: 
aldii  udito,  ecc.  v.  §  7,  possudo  61^,  viva  63'';  nassudo  §  20,  metudo 
58^  o;)on(t  16\  imponudi  13^,  deponuda  19'.  —  Cfr.  Bonv.  120,  121, 
Reg.  148;  respoa-o  li  a    Bv.  998,  1187,  romaso  gnv.  270. 

51.  La  terza  del  perfetto  indicativo  di  1."  conjugaz.  esce  sem- 
j)re  nel  caratteristico  «*:  manza  13'',  guarda  15",  domanddV^  scusa 
13"',  impara  impera  pass.,  orci  11",  adora  1'*,  danna  G'',  suiugd  17% 
assemblasse  24^;  ecc.^ 

52.  Per  le  altre  conjugazìoni,  sono  da  notare  i  seguenti  esemplari 
di  terza  del  perfetto  indicativo. 

pi  tipo  forte:  dve  ebbe  {heòe  70^)  1%  45%  63%  ave  vento  ebbe  vinto 
30%  ec;.  (cfr.  §  53),  fo  fu  1%  fo  hatezado  11%  averto  fo  1%  ecc.;  se 
de  si  diede  6%  li  de  53%  de  licencia  17%  20%  fé  fece  6^  8%  /li  far[e] 
17%  57";  romase  29%  38%  50%  56%  64%  cfitsse  34%  40%  retrasse  3P; 
e  i  neolatini:  respuose  ecc.  §4,  sfesse  31%  messe  IS*»,  35%  comesse 
46^^  (cfr.  sottometesse  5''),  uefe  vide  (cfr.  §5)1%  25%  29%  42%  54% 
7P;  d!"s/)arse  71'';  aderse  {se  aderse  et  apozd)  60'';  coi  quali  mande- 
remo anche  andé  4%  7%  37%  42%  48%  60%  come  a  dire  'andiede% 
cioè  'andare'  attratto  pur  qui  dall'analogia  di  'dare'.  ^  —  Escono  per 
"i:  scrissi  scripsit  13''  {scrisse  ib.),  e  dissi  dixit  3'',  cfr.  §§  36  e  55. 

E  del  tipo  debole'*:  kassé  giacque  13'',  zasé  3^\  nasce  57'',  nasci 
17'',  nassi  13'',  17%  35'',  46''';  cognoscé  3^  e  cog>wsci  67%  cresce  73% 
acrescé  44*";  bevi  13'';  piove  4S'';  rompe  2"",  SS';  tegn{ 26^  e  iegné  21^ 
(ma  véne  30%  venne  1\^)\  romani  21^^  e  romagni  56^^  (cfr.  romase  qui 
sopra);  se  oppone  13''  (cfr.  partic);  recheri  v.  less.;  ven^J  15'',  44'', 
venzi  12*-  bis,  W  (cfr.  yjnse  §  5);  ?;2r^  2%  3%  10%  13%  15%  21%  26"; 
mové^i'^;  descendi  l''  {descese  l'-";  e  così  il  partic.  descese  calate,  4''); 


'  Cfr.  Reg.  148,  Mon.  14,  Beitr.  20;  all'  incontro  è  in  -d  nel  milan.  di  Bonv., 
03.  L'-«  verameute  si  rintraccia  anche  sul  territorio  lombardo  e  si  )'itrova 
fermo  ancora  più  a  occidente  (cfr.  gnv.  300  ecc.);  ma  nell'ani.  Venezia  ap- 
par  come  una  prosecuzione  del  tipo  friulano. 

'  S'eccettuano,  di  certo  per  alterazione  d'amanuense:  clarificò  42  ',  intró  GÌ'». 

'  dee,  fo,  vele  Reg.  148,  cfr.  Mon.  14,  Beitr.  20;  haue,  fo  Bonv.  130;  vele 
Trist.,  Bv.  162,  163  ecc.,  velie  frott ,  vite  ecc.  Cat.  15;  haxie  Car.  2,  101,  uele 
82  ecc.,  el  sope  39*,  95,  non  sape  responder  frott.,  crete  Bv.  1107,  1392,  si 
créte  Pozzo  67. 

'  Cfr.  Reg.  148,  Mon.  Il,  Bonv.  112;  ciò  ca^cle  Pozzo  SO  bi.-. 


Annota/.,  a  una  Cronica  venez.:  Forme.  269 

retìdé  SS"^  e  rencl/i^2^\  concedi  SV^,  49'',  soccedi  succedi  33'',  ST"»,  31'', 
e  succede  40*,  recevé  28\  29%  31\  37%  45-^  e  recedi  28%  63'',  74'% 
combatt  50'^,  scombati  6"',  IV'.  Di  c/iai/  cadde,  47-'',  v.  la  nota  al  §  56. 

53.  U  ave  (=ebbe),  che  già  incontrammo  nel  perfetto,  riappare, 
come  suole,  qual  fattore  del  condizionale:  averdve  avrebbe  32% 
serdve  sarebbe  56'',  73'',  far  ave  65'',  dirdve  6'',  tordve  39^,  venzerdve 
&',  guasterdve  28%  alciderdve  ucciderebbe  28'';  andareve  V'  (1.  an- 
derdveì).  Cfr.  Reg.  148,  Mon.  15,  Bonv.  128. 

54.  Pur  qui  par  che  occorra  un  esemplare  di  piuccheperfetto 
(cfr.  Muss.  Reg.  147):  se  lyopardo  algun  homo  morderà,  inconti- 
nente par  che  vegna.  Bisognerebbe  tradurre  'abbia  raorso%  e  potreb-  ' 
b' essere  un  cimelio   ben   prezioso,  anche  nell'ordine  della  funzione. 
Ma,  per  ora,  non  me  ne  fiderò  pienamente. 

55.  Presente.  —  Il  presente  è  poco  usato  nella  ^Cronica',  e  poco 
è  da  dirne.  Circa  le  sec.  pers.  sing. ,  può  rivedersi  il  §  48;  e  qui 
segue  la  scarsa  messe  che  l'indicativo  ancora  ci  offra.  Una  terza 
sing.  in  -i  ò  renasci  4%  allato  a  vive  ib.  (cfr.  §  52  e  Beitr.  19).  La  prima 
del  plur.  va  in  -emo  :  volgiemo  vogliamo  1^,  recevemo  58'',  demati- 
demo  72'',  acquistemo  32''.  Singoli  verbi:  crezo  credo  (cfr.  §  49,  e 
Arch.  I  311  429)  43%  caze  cade  (cfr.  Arch.  I  429)  41";  de  7%  32%  che 
de  vegnir  e  che  die  vegnir,  deve,  33''.  Ora  gli  esempj  del  congiun- 
tivo: che  io  siegua  40'';  mitege  59'',  che  dev'essere  una  3.  di  pres. 
cong.  di  1.  conjug.  (parrebbe  da  tradursi  'mitighi*;  ma  forse  doveva 
dire  medige  medichi);  e  ancora  di  3.  pers.  :  vegna  ib.,  muora,  sia  dada, 
57'',  abia  órdenado  IS**,  abia  termend  72''.* 

56.  Imperfetto  indicativo:  le  solite  forme  analogiche  sta- 
xeva  19*,  staseva  30'',  stava,  daxea  32%  daxeva  72'',  dava,  sul  tipo 
di  faxea  72";  e  ancora  possera  (cfr.  l'irapf.  cong.  e  il  partic.)  14'', 
63%  allato  a  poc?ea  50*.  Imperf.  congiuntivo.  L'abuso  del  tipo 
di  quarta,  che  già  vedemmo  nel  perfetto  [rendi  ecc.,  §  52),  s'avverte, 
per  altri  verbi,  anche  in  questa  formazione:  l-avisse  18%  alcidisse  uc- 
cidesse 39"^  [t-alcidesse  57''),  posscdisse  53'',  infenzisse  74% ^  accanto 
a  zazesse  (che  nel  ms.  è  stato  malamente  ridotto  a  chazesse)  34'',  per- 


•  Cfr.  Reg.  147,  Beitr.  20,  Arch.  I  pass.,  Car.:  ebia  menado  20. 

^  Ma  descaiisse  decadesse  65%  dipenderà  da  un  infinito  'des-caiir^  (cfr. 
Mfss.  Mon.  106);  e  chazi  (§52)  andrà  analogamente  considerato  come  il 
perf.  di  ^cazir\  —  Pozzo  72  :  sol  fere  che  ardisse. 


270  Ascoli, 

cevesse  {^pergéver')  34^  tolessQ  71%  oltre  possesse  (v.  qui  sopra,  e  il 
§  20)  11%  daesse  desse  3%  33%  fesse  facesse  19%  33%  57^  74''  {feze 
12=");  tutti  eserapj    di  terza  persona. 

57.  Modi  di  esprimere  il  passivo:  fi  dito,  si  dice,  56'"'  bis,  58'', 
71'^  {ve7i  dito  31%  71'^  pr.);  fi  letto,  si  legge,  17"  (se  leze  14");  fi  mon- 
strado,  si  mostra,  31%  cfr.  Mon.  16,  Reg.  147,  Bonv.  131;  ^-e^  fo  da 
esser  comparado,  fu  imitabile  5'^,  li  quali  era  da  no  poder  esser  scom- 
batudi,  erano  invincibili,  59".- 

IV.    AVVEREJ,    PREPOSIZIONI,    CONGIUNZIONI. 

58.  Sempre  -mente  nell'avverbio,  non  -mentre  (v.  l'esord.):  altra- 
mente 7",  ampliamente  amplia  1",  dextramente  57";  ecc. 

59.  a.  li  luorjo,  li  luogho,  ivi:  27%  30"  bis,  45^  A  prima  vista,  par 
modo  singolare;  ma  va  sicuramente  congiunto  con  l'ant.  milan.  illor/a, 
sicil.  ddocic  (alloco),  ecc.;  cfr.  Diez  IP  467,  Arch.  II  434  446,  Mon. 
116.  È  tuttavolta  una  combinazione  particolare  (Rn.  374:  Zi  aloga), 
e  par  che  le  stia  accanto,  con  significato  non  diverso:  ine  luogo  60".' 
Si  aggiunge  poi: 

b.  dende  luogo  (de-inde-illoc),  di  là;  in  relazione  allo  spazio:  dende 
luogo  fuzaìido  19",  dende  luogo  tolse  40^,  53";  cfr.  51",  55%  65";  e  in 
relazione  al  tempo,  quasi  *di  là  poi':  dendo  luogho  35",  53^  (di  làimpoi), 
dendo  luogobO^,  dende  luogo  43% 64^,  dende  luogo  inanzi  di  là  impoi,  47*. 

60.  za  (pa,  ecce-hac):  de  za  del  thevro  di  qua  dal  Tevere  2^ 

61.  chi,  qui,  SS''. 

62.  driedo  (de-retro).  —  a.  In  quanto  è  preposizione,  dice  Mietro% 
ovveramente  'dopo',  in  ispecie  nell'ordine  del  tempo:  l-una  driedo 
I-altra  23%  driedo  so  pare  44",  driedo  Neron  6%  driedo  elio  70%  driedo 
el  qual  51^,  driedo  lo  terzo  di  1",  driedo  la  natività  1*,  driedo  la  vit- 
toria 10",  driedo  lo  assiedio  21'^,  driedo  la  passion  2",  3%  driedo  la 


*  È  'fieri'  che  vien  limitandosi  a  questa  funzione.  Aggiungiamo  :  fi  ponto 
è  punto,  fi  alligado,  fi  involto,  Pas.-Cecch.  1605;  é  da  fir  prolungado  Car.  1, 
molto  da  fir  recomandade  15,  firae  tegnudo  sarai  tenuto  Cat.  v.  708,  firai 
clamao  v,  711,  fird  averta  v.  1002,  fi  fate  Rn.  66  (ma  fi,  ib.  285,  é  'feci',  cfr. 
Bonv.  114);-  fideva  dito  Gamba  32. —  Gnv.:  de  fir  sugao  dee  esser  giudicato 
189,  fi  venzuo  è  vinto  192,  fir  tentao  220,  da  fir  taxue  221,  ecc. 

*  el  seraue  de  esser  scuxado  Car.  35. 

'  Nella  stessa  colonna,  siìbito  prima,  si  legge;  non  ne  in  quel  medesma 
luogo.  Qui  ìxtogo  è  'Incus',  come  ognun  vede;  ma  non  intendo  il  ne. 


Aunotaz.  a  una  Cronica  venez  :  Forme.  271 

morte  3'',  9",  driede  (sic)  queste  chosse  4Q^,  Di  tempo  o  grado  insie- 
me: driedo  li  apostoli  13". 

b.  la  quanto  è  avverbio,  dice  ancora  'dietro'  nel  senso  di  'dopo',  a 
così  accenna  al  futuro  :  puoco  driedo  3^  pocho  driedo  21%  no  inolio 
driedo  37",  e  driedo  58''.  Ma  in-driedo,  che  non  occorre  se  non  accom- 
pagnato ad  altro  avverbio  significante  il  punto  di  partenza,  diventa 
un  'addietro'  che  accenna  al  passato:  da  U  indriedo  16",  35",  de  qua 
indriedo  37",  41%  57",  68",  70%  71%  72"  f.*  Strano  modo  appare:  Co- 
radin  de  qua  indriedo  niévo  de  federico  (quasi  si  dicesse:  Corradino 
per  lo  innanzi  nipote  di  Federigo)  72"  pr.,  raa  pur  trova  il  suo  riscon- 
tro in  Biasio  da  Grigno  fiolo  in  qua  in  drio  di  Antonio  da  Castel- 
novo,  Cort.  79. 

63.  daspó  (de-ex-post).  —  Dice  'dipoi',  ed  è  allo  stato  assoluto  in  fo 
instituido  daspó  55''.  Di  solito  si  combina:  daspó  che  9",  14%  31%  32% 
61",  63%  68*';  daspoi  che  02,'^.  Ma  insieme:  da  pò  che  47%  da  poi  che 
14%  46''.  Cfr.  Beitr.  48;  daspuó  che  Pozzo  55  ecc.,  e  prepos.  :  daspoi 
la  morte  55,  daspuó  de  so  retorno  84-5. 

64.  ampò. —  Il  significato  di  'tuttavolta'  'nondimeno'  (cfr.  Muss. 
Reg.  149)  è  manifesto  in  presso  che  tutti  gli  esempj  :  6",  8%  10",  14% 
15%  15'',  23''  [ampó  fo-le  apaxade  nondimeno  furon  quelle  acquietate), 
47*»,  51"  bis,  33%  55%  63%  73";  ampoi  30".  2  Ma  qualche  po'  di  dif- 
ficoltà s'incontrerebbe  in  questi  due:  8'',  10'',  nei  quali  pare  che  an- 
cora si  senta  il  proprio  valore  del  '-poi'. 

65.  al  pestuto  18%  42%  54%  56%  61%  cfr.  Muss.  Mon.  114.  ^^ 

66.  alla  fìada  tal  fiata  60% 

67.  in  lo  tempo,  in  quel  tempo  (?),  47*'. 

68.  mo  ora:  6%  12%  18%  37%  49",  55%  do-é  mo,  dove  ora  è,  1%-» 

69.  uncha  mai  no...  12%  uncha  mai  non...  12",  13"  ter,  50",  66"; 
cfr.  qualuncha  56%  59",  73%  s 


•  de  qua  indriedo  Pas.-Cecch.  1618,  en  qua  dredo  (per  l'addietro)  1601-2 
pass.  Circa  Yen  del  secondo  modo,  v.  per  ora  Arch.  II  409-10. 

'  si  ampuo  Comm.  66,  tuta  fiada  ampuo  Gamba  44.  Circa  il  primo  ele- 
mento della  combinazione,  cfr.  né  amperquesto,  né  an  per  questo,  Car.  63*. 

'  al-pestuto  Car.  6,  13,  13*,  25*,  56,  64,  67*,  77*  82,  85*,  91*.  Cfr.  gnv. 
a  bestuto  184,  ma  a  bostuto  172,  273,  a  lo  bostuto  242. 

*  damo  (da  mo)  avanti  Pas.-Cecch.  1618. 

'  en  qualuncana  modo  Pas.-Cecch.  1601,  ognxmcana  dolgor  Mon.  31.  Cosi: 


272  Ascoli , 

che  a  pena  se  trova  uncha  mai  25';  a  pena  che  mai^  a  stento  av- 
veniva mai  che,  2'». 

70.  niente...  se  no  el  nome  42%  aliente  al  pestuto..  se  no  42-''. 

71.  chomo  come,  v.  §  38. 

72.  insiemhre  Q^^  30^  64'',  insiembremente  2'',  21*^,  insemhremente 
A\  34^  54^  63-\  Cfr.  Reg.  153,  Mon.  108. 

72".  dentro,  intro,  §  96. 

73.  oe  ove:  Q"  bis,  25",  60"  bis,  Gl'^;  doe  9^  55%  60%  72%  doe  ch-el 
prese  44"  {dove  che  ven  dito  31")'. 

74.  in  ver  da  eia  44";  cfr.  §  40. 

75.  inanti  al  fyo  4'',  inanti  nona  64'»;  innanzi  ch-el  fosse  43'',  de~ 
nomi  da  si  64'\  Cfr.  ananti  Reg.  149,  an[n]anti  Pas.-Cecch.  1602, 
1620,  ananzi  ib.  1598,  1624.2 

76.  suso:  el  remesse  suso  57'',  suso  un  monte  73''. 

77.  in  fine  ecc.  (cfr.  §§  13  e  36):  in  fine  al  anno  2",  in  fina  a  lo 
mare  12",  infina  al  territorio  64",  in  fina  alla  monarchia  9'';  a  le  per- 
fine, alle  per  fine,  ali  perfine,  12",  19",  36",  ecc.^ 

77".  don  fina  a  tanto  che  7",  don  fina  tanto  che  pass.,  'dum',  v. 
§  92;   in  tanto  che  §  94. 

78.  de:  de  la  terra  santa procedando,  dovrà  intendersi  'nella  terra' 
(inte-lla?)  65";  cfr.  de  le  carcere  68%  de  freukenvorch,  in  Francoforte, 
63",  e  fors'anche:  de  la  santa  fonte  49%  dela  moltitudine  ecc.  70". 

79.  oltra  mare  66%  68%  68%  de  olirà  mare  63%  oltra  li  monti  68% 
olirà  e  li...  monti  50%  oltra  Secana  49''. 

80.  dastier,  v.  less. 

81.  per,  'mediante'  'da' :  per  lo  so  prefeto  33%  per   la  chiesia  si 


ognucTiana  noximento  gnv.  167,  ognuchana  omo  187,  ognuchana  inequitae 
191,  e  più  correttamente:  ognunchana  tormento  218,  ecc.,  ogmmchana  aver- 
sitae  248,  ecc.,  cfr.  certanna  (agg.)  239,  certannamenti  246,  -te  256. 

'  o:  là  ome  (a  me)  parerà  Pas.-Cecch.  1620,  altr-ó  ib.,  là  ho  che  xe  1624, 
là  ho  che-I  sera  1625;  o  che  sconfìsse  Car.  38. 

*  Per  'anzi',  col  valore  di  avverbio  avversativo:  ììia  ananci  tu  he  tegnudo 
Comm.  27;  se  non  che,  Yan-  ha  qui  per  avventura  una  ragion  diversa.  Cfr. 
an  iera  anzi  era,  Pozzo  60,  an  se  féva-lo  anzi  egli  facevasi  65,  e  Bv.  400. 

'  a  le  perfin  Car.  43*,  60,  64%  a  le  fin  66*;  a  la  per  fin  gnv.  286,  294, 
in  la  per  fin  168,  172,  307,  cfr.  268. 


Anuotaz    a  una  Cronica  venez.  :  Frase.  273 

chomo  per  mai^e  fo  nodrigado  Ql^\  'in  luogo  di':  impera  per  quello 
38'',  constituando  per  quello  59\ 

82.  im  per  quello  ch-elH,  imperocché  essi,  43''. 

83.  imperzó  perciò  86^  39=»,  47^  70'  (dunque),  cfr.  2%  43",  48\  49^ 

84.  cha  •=  'quam',  §  45. 

C.  Note  fraseologiche. 

85.  Affatto  caratteristico  è  l'abuso  del  gerundio  nella  costruzione 
del  periodo,  ed  è  superfluo  che  se  ne  adducano  esem[ij.  Citerò  tutta- 
volta  questi  due  passi:  In  questi  tempi  ecc.,  37''^-37'';  In  I-anno  iv 
de  lyo  ecc.,  40^ 

Anche  si  nota  il  gerundio  in  tali  funzioni  che  si  confondono  con 
l'aggettivale  del  participio  presente  o  almeno  la  rasentano,  e  sa  di 
francese^.  Così:  una  letera  fabricada  d-oro,  vaiando  più...  45'',  siluada 
in  montagne,  non  aliando  ni  fontane  ne  selve  QQi^,  de  immisi  cantra 
st  vegnando  21'',  alo  re,  dormando,  per  vision  aparse  5P;  aldi  una 
vocce  digando  1''. 

86.  confessa  sé  aver  letto  13'',  pensando...  si  esser  differente  22'', 
commandd  in  zaschadun  luogo  esser  deponude  e  arse  40''. 

eciandio  ploxor  altri  patti  fo,  li  quali  a  esser  metudi  che  longa 
chossa  serave  73''. 

né  ima  né  doe  da  esser  confessar  (confessaeì)  36'\ 

87.  tanta  fame  fata  fo  (s'ebbe)  30\  fata  fo  mortalitade  29^ 

88.  siando  lu  presa  la  fevra  43\  par  da  doversi  tradurre:  essen- 
do-si egli  ecc.;  e  similmente:  siando  laldada  si  esser  vérzene  50% 
essendo-si  ella  lodata  ecc.  E  fosse  morto  4''  dice  'avesse  morto'? 

per  lo  tempo  che  deveva  vegnire  20%  gran  judicio  che  deveva  ve- 
gnir  26'',  che  de  vegnir  33'',  che  die  vegnir  ib,  ^ 

89.  fahian  fo  revciado  Fabiano  fu  fatto  segno  d'una  rivelazione  14*; 
magi  e  astrologi  domandava  (interrogava)  19'' ;5  el  fiume  retornando 
(restituendo?)  23». 


•  Cfr.  Bonv.  122n. 

*  Pas.-Cecch,  e  che  sera  per  lo  tempo  he  devignir  (de  vignir)  1598;  ad 
exemplo  de  quelì  che  de  vignir  Car.  3*;  alla  meza  quaresema,  che  dovea 
vegnire  Cort.  78;  cfr.  avosto  prossimo  che  venne  ib.  88. 

^  andé  domandar  culli  Pas.-Cecch,  1603;  la  mare  lo  demanda  Reg.  76. 


274  Ascoli, 

adora  usato  intransitivamente  37";  cfr.  il  Vocab.  it. 

pervegnù  raggiunto  57\  Implica  l'uso  transitivo  di  'pervenire';  ve- 
dine il  Vocab.  it. 

che  era  stado  in  prexon  cativado  34'';  v.  'cattivare'  nel  Voc.  it. 

princijpd  ebbe  il  principato  35';  v.  'principare'  nel  Voc.  it. 

fo  perigiiladi  41^,  era  stada  predicada  64',  implicano  l'uso  tran- 
sitivo di  'pericolare',  'predicare';  vedine  il  Voc.  it. 

90.  levare  =>  alzarsi,  cfr.  Diez  gr.  IIP  193,  e  l'uso  'pavano',  friu- 
lano, ecc.  :  elli  leva  su  25'',  li  levava  essi  alzavansi  1^,  una  stella... 
chon  gran  splendor  levava  71",  levando  dal  sonno  SP.  *  Ma  insieme: 
Macometo  se  leva  34''. 

91.-  a.  fo  de  zudea  a  affrica  passò  di  Giudea  in  Africa  29'';  elio 
se  muda  alli  lombardi  passò  ai  Lombardi  31\ 

lu  afferma  alli  imperiali  lettere  33*. 

la  comenzasse  d-avere  male  9^,  comenzd  de  diversi  libri  compo- 
nere  13%  comenzd  de  perseguir  20'^',^  prese  de  andare  72'\ 

temandose  de  la  croxe  temendo  per  la  croce  35^ 

avea  disfato  Sardegna  de  puovolo  40^ 

coronado  in  re  48%  cfr.  52",  in  imperador  fo  levado  48'',  in  sena- 
dor  lu  era  stado  eleto  71'',  ordend  quello  in  prievede  39'',  fo  tondudo 
in  chierigo  42=^. 

recevesse  in  nave,  recevudo  in  nave,  54*. 

con  excomunegaccon  fo  renovado  ebbe  una  seconda  scomunica  68". 

b.  abiando  invidia  a  li  soi  ati  SP. 
in  li  puovri  donador  32*. 

92.  don  fina  tanto  che  {don  fina  a  tanto  che)  dice  'dum'  nel  senso 
di  'mentre*,  quando  s'accompagni  col  congiunt.  imperf.  :  don  fina  tanto 
ch-el  regnasse,  mentre  egli  regnava,  IP,  don  fina  a  tanto  che  la  messa 
se  cantasse  6P;  cfr.  7%  19%  21%  24*  {don  fina  tanto  ch-el  prome- 
tesse  promettendo),  27%  28%  33*,  34%  36%  37%  41%  48"  bis,  49%  59% 
67%  Dice  all'incontro  'dum'  nel  senso  di  'in  sino  a  che%  quando  s'ac- 
compagni all'  indicativo  :  don  fina  tanto  ch-eli  li  presenta  53'' ,  don 
fina  tanto  che...  fé  55%  don  fina  tanto  che...  priva  68% 

93.  con  zo  fosse  ch-elo  aprestassel3\ ecc.-,  e  azo  che...  guarnissel2^. 


*  verso  oriente,  dove  Uva  lo  sol.  Pozzo  63. 

'■'  Gnv.:  comenzd  de  tremar  195,  e  g-emconmenzai  de  dir  214. 


Annotaz.  a  una  Ciouica  venez. :  Frase.  275 

94.  in  tanto  che  tanto  chel2\  33%  61%  64'' ;  in  tanto  che  nessuna.,., 
fosse  13";  in  tanto  desordenada...  che  BO'^;  in  tanto  la  regna  quieta- 
mente, che...  9^,  in  tanto  I-imperio  desirava,  che...  20%  in  tanto  fosse 
stato  cressuda...  che  73'',  in  tanto  fo  fortemente  comhatù...  che  24-25, 
in  tanto  fo  plen...  che  17^;  in  tanto  aver  merchado...  che  IS'^.  * 

95.  Abonda  pur  in  questo  testo  il  si  pleonastico:  si  renasci  4%  la 
si  alzise  6%  siila  scombati  &°  (v.  §  39  e),  elio  si  li  fé  alcidere  2\\,  si 
mena  21^,  si  anathemd  36^;  ecc. 2  Può  talvolta  a  prima  vista  parere 
che  si  tratti  piuttosto  della  ridondanza  del  riflessivo  proclitico;  ma 
questo  proclitico  qui  è  se  e  non  si.  Cfr.  elio  se  de  6%  se  aveva  op- 
ponù  16'',  ecc. 

96.  dentro,  intro,  nella  funzione  di  /"m  (cfr.  il  frane,  entre): 
dentro  li  romani  elli  sarraxini  35^,  dentro  li  angeli  e  li  demoni  47'', 
dentro  morti  e  presi  70'';  dentro  suoi  filgioli  47'',  dentro  de  si  47'';- 
fe  pacce  intro  si  47'',  intro  si  se  alcìse  5^  ;  intro  li  divi  7^,  9",  10'', 
intro  li  principi  66'',  intro  li  quali  12%  20^;-  intra:  intra  li  scritori 
14%  intra  homini  e  femene  16''.-  Cfr.  Reg.  149;  el  naxie  paxe  den- 
tro lor  Car.  54,  concoresse  dentro  da  si  cum  gram  forze  56;  dentro 
Vun  oglo  e  Valtro  Bv.  552,  dentro  el  pomo  e  l'elgo  la  spada  pia  1016. 

97.  componudi  de  belli  costumi  IS'^,  dexevole  in  volto  21^. 
de  natura  servo  di  nascita  servo  12''.  ^ 

con  grieve  man  a  mano  armata  \&-,  cfr.  con  -potente  man  49'', 
72''  (Car.  23:  cum  possente  man);  con  seco  pe  a  piede  asciutto  24*; 
Tìomo  de  gran  tempo  \2^. 

el  sole  nassudo  il  sole  oriente  SS**. 

batalgia  de  campo  SO"*,  69^,  ecc.,  batalgia  da  non  perdonare  35*  ; 
assaji  de  batalgia  70''. 


*  Car.:  in  tanto  teribelmente  smania,  che  ecc.  1*,  in  tanto  durissima 
che  ecc.  2,  in  tanto  fo  fata  uiril  defension,  che  ecc.  14,  in  tanto  che  nesum 
seraue  romaxo  56*,  cfr.  63*. 

*  Superfluo  accumulare  esempj  da  altre  scritture;  e  ci  limitiamo  a  questi 
pochi:  cum  nui  silo  (si  lo)  fard  Pas.-Cecch.  1613;  et  quelo  corpo  si  cologà 
Car.  3,  SI  '/  manda  ib.,  cfr.  15*,  si  che  'l  dicto  misser  Zan  Miani  si  lo 
tolse  101  ;  Cristo  si  li  dona  un  libro  Pozzo  52,  ecc.  -  Codesto  5^  ridondante, 
è  pur  nelle  antiche  scritture  toscane;  e  agli  esempj  del  Vocabol.,  se  ne  pos- 
sono aggiungere  anche  dalle  novelle  del  Bocaccio. 

'  Altra  significazione  il  contesto  non  sembra  ammettere;  ma  la  verità  sto- 
rica ne  ò  offesa. 


270  Ascoli, 

a  fuogo  e  a  ferro  43",  49''  e  altrove;  ma  :  a  ferro  e  a  fuogo  4G\ 
47"  bis,  51\ 

alghuna  chossa  o  ver  podio  romagnado  rimasto  alcun  poco  GO"*. 
Di  'alcuna  cosa',  adoperato  a  mo'  d'avverbio  per  'alcun  poco',  è  citato 
un  es.  del  Boc. 

headamente  'felicemente',  dotto  di  operazione  di  guerra  11=^,  l?""; 
ma  nel  proprio  signif.  di  'beatamente':  18=*,  52'',  cfr.  T2^ .^ 

intrando  per  ligeró  (facilmente)  47'',  cfr.  era  entradi  in  Britagna 
fortemente  33";  de  novello  33^. 

etiandio  irata  fuora  la  gloria  pur  prescindendo  dalla  gloria  IS*"; 
excepto  li  altri  oltre  gli  altri  13'',  excepto  le  epistole  ib. 

del  cavo  de  zaschadun  demandando  censo  (imponendo  un  testa- 
tico) 43». 

siando  grami  47';  ahiando  molesto  74'. 

demorasse  in  la  via  stesse[ro]  in  viaggio  28''. 

el  cognoscé  del  peccado  36''.  compii  libri  29''. 

ordend  conselgio  fermò  un  partito  31'^,  cfr.  ave  so  conseio  12^. 

una  fontana  roìnpé  (erupi  t)  2'\ 

JD.  Note  lessicali. 

aheverado  avvelenato  49^;  cfr.  il  mod.  ven.  bevarin  liquore  avvele- 
nato, l'it.  'beverone'  e  il  frc.  poison  potione-. 

afrezasse  affrettasse  7P,  da  una  base  -frict-iare;  cfr.  Mon.  109, 
Reg.  154,  Beitr.  60;  Car.  se  afrezaua  2,  ecc.,  e  gnv.  175,  200. 

Agolia  Aquileja  25",  38'',  52"  (in  un  altro  luogo,  è  la  forma  non  ver- 
nacola: Acquilea),  cfr.  Arch.  IV  334. 

agoya  aquila  4%  cfr.  Ardi.  I  544,  Beitr.  24. 

agudo  aguto,  chiodo,  45%  cfr.  Beitr.  66  (guo). 

aidare  aitare  50^,  aidava  50'',  aidado  SQ"',  aidadi  71'';  cfr.  Mon.  103, 
Arch.  II  406,  Cort.  81.  E  proverrà  dai  Veneziani  l'àiòàpoj,  io 
ajuto,  che  è  nel  dial.  romaico  di  Creta  (Philist.  IV  508). 


*  Car.  :  el  doga  headamente  3*,  procurar  el  ben  de  la  republica  e  biada' 
mente  accreserlo  7*,  queli  arsaltà  el  champo  nostro  più  audazcmente  cha 
biadamente  10,  el  biado  exercito  14,  cfr.  22* ^  25,  de  la  biada  armada  88* 
{el  felice  exercito  18,  ?a  felize  armada  78*,  el  felicissimo  extolio  50),  del 
biado  zonzer  51*,  che  dee  dire  'del  felice  arrivo'  (zónser  giugnere);  insi 
fuora  biadamente  80*;  ma  insieme:  del  biado  Zoane  euangelista  22*.  Cfr. 
bià  compagnia  gnv.  178,  225. 


Annotaz.  a  una  Crouica  veuez.:  Lessico.  277 

aieilo  16%  ò  tradotto  dal  lesto  medesimo  per  'sovranome'. 
aiugnimento  70''  dice  forse  'congiungimento*  nel  senso   d'  'alleanza'  ; 
altrove  dice  T'aggiungersi'  senz'altro:  73%  73''. 

aldegava,  v.  §  7.  Altesiodora  ib.  alturio  ib. 

amezando,  v.  §  30. 

amia  amita  24",  e  la  medesima  voce  riproducevasi  nella  colonna  suc- 
cessiva (24''),  dove  un  amanuense  o  un  lettore,  che  non  la  inten- 
deva, l'ha  malamente  ritoccata  per  trasformarla  in  amiglia.  Cfr. 
Arch.  I  544,  Beitr.  26.  È  voce  ancor  viva. 

amiraio  74",  sinonimo  di  miro  'amlr'  emiro,  ib.  ;  cfr.  Diez  less.  s. 
almirante. 

anathemd  anatematizzò  68".  Cfr.  anathemare  anathetnatus  ecc.  in  Du- 
cange;  e  gnv.  214:  marcilo  e  inathemdo,  maledetto  e  'anatemato'. 

ancJiosi  18'',  sembra  un  mero  sbaglio  per  ancJwi,  ancoi,  oggidì,  che 
è  nella  stessa  colonna,  e  19^. 

annuncia  60";  è  forse  un  'notificare'  nel  sìgnif.  d' 'intimare',  quasi  il 
sommer  dei  Francesi  ? 

apresiado  'appregiato'  9",  cfr.  despresiado  dispregiato  49'',  ecc. 

assefyade  {-tijade)  assottigliate  47'',  cfr.  Reg.  143,  Mon.  119,  Bonv.  33. 

assunodi  radunati  64'',  71'',  assundndO'se  47";  v.  Arch.  II  406-7. 

atemperado  'attemperato',  moderato,  parco,  6%  21%  22%  37'',  44''. 

augusto:  mare  augusto  40'',  71-'*;  è  detto,  entrambe  le  volte,  del  mare 
che  passano  i  Saraceni  per  condursi  dall'Africa  in  Ispagna.  So 
deve  intendersi  il  Mediterraneo,  è  denominazione  per  me  nuova. 
0  è  lo  Stretto,  Yangustoì  Una  Glossa  mi  dà:  'fretum,  mare  an- 
gustum'. 

bandezd  sbandeggiò  19''.  46-'^,  un  òandezado  39'',  bandizamento  7% 
36%  52".  Cfr.  Reg.  152,  Beitr.  32,  Comm.  53,  59;  gnv.  190,  275. 

besogna:  per  farne  e  per  ba^ogna  60''. 

Bonivento  3P,  36",  39S  44'',  53'',  Benevento  31",  Boniventani  51% 
Benevento  55%  Beneventani  37". 

cadechie  caviglie  32'':  ca-échia  Arch.  I  459;  e  con  la  stessa  epentesi 
che  rimedia  all'iato,  il  friul.  'cadile  ecc.,  ib.  532,  383  f.,  404. 

cavi:  se  cavi  10%  dice  forse  'vennero  a  capo'  (cfr.  frc.  chcvir),  'si 
compirono'. 

caie  chazi,  §§  55  52. 

ceeado  acciecato  43"  {cecadi  acciecati  26"?),  acechado  50",  acieghd 
acciccò  48";  ciegazon  41%  azegaxón  4  i\ 


§78  Ascoli , 

cielo  {gielo),  v.  zielo. 

clarifìcd  risplendette,  venne  in  rinomanza»  in  santa  rinomanza,  9% 
2P,  22%  25\  62%  clarifichd  26\ 

códego  codice  29''. 

coltivada  venerata  48%  cfr.  il  Voc.  it. 

coraa  35"^,  sembra  voce  manchevole  o  erronea;  e  commando,  28*,  die 
può  parere  il  gerundio  del  medesimo  verbo,  altro  non  sarà  che 
il  sost.  'comando',  adoperato  ellitticamente. 

comhiado  commiato  50*;  v.  Arch.  I  308  n,  409,  Beitr.  45. 

cometes  cometa  71%  7P,  l'integra  forma  greco-latina. 

comun  affabile  22^\  un  esempio  di  'comune'  in  cotesto  signif.  si  cita 
dal  Volg.  delle  vite  dei  SS.  Pad. 

conditor  de  raxon  conditor  iuris  13*. 

congelasse  28'';  conciliasse? 

co7itendeva  considerava[no]  47''. 

conversado:  religiosamente  [é]  conversado  42''. 

criti  19^,  il  sing.  sarebbe  creto  (v.  §  1),  rupe  nuda  e  scoscesa,  friul. 
crett-,  cfr.  Beitr.  47. 

daltrecavo  v.  recavo. 

dastier  che  eccetto  che  7''.  Riviene  a  'de  +  exterius',  cfr.  prov.  e  ant. 
frc.  estiers,  Diez  gr.  IP  484,  less.  IP  294-5.  È  la  prima  volta, 
se  non  erro,  che  s'incontri  codesta  combinazione  preposizionale; 
ma  Vestiers,  che  testé  si  citava,  ha  poi  il  suo  esatto  riflesso  cis- 
alpino neWaster  delle  ant.  Rime  genov.  :  aster  se  tu  lociesi  tran- 
neché se  tu  l'uccidessi  186,  aster  le  dee  tranne  le  due  187,  aster 
mi  193,  aster  un  215. 

deniava  14%  dirà:  'divertivansi',  cfr.  il  friul.  duned,  donneare,  spas- 
sarsi, divertirsi,  Pir.  xcix,  Beitr.  s.  duniar. 

desfamadOf  desfamadrixe,  v.  §  28. 

desgraeremo,  può  parere  che  sia  'digraderemo',  per  'narreremo',  41'' 
(cfr.  §§  22  e  28),  e  ricordare  l'uso  ital.  di  'declinare'  per  'narrare'. 
Ma  ci  vorrebbe  qualche  diretto  argomento  che  suffragasse  codesta 
significazione  traslata  del  'digradare'.  0  non  riabbiamo  qui  piutto- 
sto quella  stessa  base  lessicale  che  è  nel  friul.  disgreded,  strigare? 

desirava  desiderava  20*,  desirando  56*,  56*".  Ancora  sien  citati  :  de- 
sira  Cat.  v.  968,  Car.  14*,  deccirado  70*,  allato  a  dexideraua  62, 
ecc.,  dexirosi  desiderosi  81-2;  gnv.  :  tu  dexlri  175,  ecc. 

desmesceadi  risvegliati  25*;  'dis-misc-it-ati',  v.  Beitr.  40. 


Auuotaz.  a  una  Cronica  venez.  :  Lessico.  279 

desmédega  domestica  48''  {domestigo  74");  cfr.  Ardi.  I  530,  Beitr.  50. 
destreta:  in  deslreta  prigione  53^:,  cfr.  i  due  es.  d' 'in  distretto'  che 

il  Vocab.  it.  ha  dall'Ariosto. 
destrur2i^,  cfr.  Mon.  108;  ma  destruxerST.  Qui  ancora  raccogliamo: 

construr  30^  cotistrure  52*,  construere  55''. 

diexe  decet  5^  cfr.  Reg.  153,  Mon.  103,  107.  Car.  :    seraue   dexado 

decuisset  20*.  Gnv.  :  te  dexz  decet  194,  a  noi  se  dex3  220j  corno 

se  dexe  227,  se  dexe  292,  297,  no  se  dexe  286,  dexeiva  decebat  175. 

domane:  la  doman  la  mattina  &,  de  domane  56-57,  da  domane  dalla 

mattina  33"  ;  cfr.  Reg.  153. 
doxe  generale  (duce)  15%  pi.  li  duxe  19*;  cfr.  §  1. 
dredan:  el  dredan  di  il  giorno  estremo  49"^,  la  dredana  batalgia  l'ul- 
lima   battaglia  12'';   cfr.   drean   Mon.  108,   driano  Beitr.  52;  e 
driedo  §  02.  —  Gnv.  lo  me  dereal  torno  260. 
dusse  condusse,  portò,  34'';  ecc.,  v.  §  6,  e  Reg.  150,  Beitr.  53,  Car.: 
fo  dato  78,  darla  ad  effecto  88*,  Coram.:  s-el  dito  vin  sera  duto 
36,  dw  le  contraletere  45. 
Edissa  13%  64%  Edissam  64%  Edessa  "Eoeaffx, 

Edonater  trascrizione  costante,  ma  erronea,  del  nome  di  Odoacre,  26* 
bis,  27^  ter.  Sarà  prima  stato  scritto  Odouacer  Edouacer.   Il  e 
e  il  f  si  confondon  facilmente  in  codesta  scrittura;  cfr.  §  15 n. 
ensando  esse  ecc.,  v.  insi. 

flador  odorifero  \0^.  Non  pare  che  fludor  qui  possa  altro  dire  che 
'alito',  'flato'.  E  flador,  che  starà  a  flato-  come  lucore  e  tene- 
brore a  luce  e  tenebra^,  si  combinerà  sicuramente  col  /latore  del 
Vocab.  ital.  Contro  la  derivazione  di  fìalore  da  faetóre-,  già 
stava  il  dittongo  nell' atona  e  anche  la  stessa  forma  del  dittongo; 
ma  ora  il  venez.  flador  finisce  di  togliere  ogni  probabilità  a  co- 
desta ipotesi.  Vero  è  che  (latore  direbbe  'lezzo';  ma  anche  il  sem- 
plice fla  viene  a  dire  ai  Roraagnuoli  'fiato  cattivo',  puzzo,  fetore; 
e  lezzo  e  olezzo  fanno  capo  entrambi  a  'olerà'. 
frieto  19'',  21'',  e  anche  dev'essermi  occorso  in  qualche  altro  testo 
congenere.  Non  si  saprebbe  staccare  dal  lat.  fretus',  ma,  a  tacer 
dell' le  =  e  (vedine  il  §  3),  osta  anche  il  t  incolume.  Voce  forse 
non  schiettamente  vernacola. 


'  Di  codeste  derivazioni  per  -or  abondano  le  Rime  genov.:  }eIor  208,  279, 
ìeror  237,  'gelorc',  relugor  237,  264,  crior  'gridore'  175,  262,  e  da  agget- 
tivi: amaroì-  186,  193,  268,  asperor  203,  grcvor  279.  Sa  di  provenzale. 


280  Ascoli, 

fulminerio  (v.  §  25):  fohninerio  da  cielo  15^,  per  fulminerà  23\  de 

pisolo  fulminerio  el  peri  16'. 
gladio  v.  §  15;  ò  pure  in  Car.  19,  55,  71,  e  nella  frott.;  cfr.  r/iadio 

Bonv.  37,  jao  gnv.  168,  195,  300. 
fflaza  'ghiaccia'  47^  cfr.  giaza  Bonv.  37,  vr,  37,  e  il  friul.  la  glaze. 

Cosi  gnv.  iaza,  le  iaze,  208. 
grevissime  hataìgie  34%  grevissimamente  scandalizd  41''. 
Grigolo  Gregorio  17%  IT,  32%  40%  55%  59%  01%  Gregolo  68%  Cfr. 

Grigol  Bonv.  11,  Grigor  Reg.  159,  Griguol  Car.  28,  e  il   friul. 

Grivór  (=Greguóp  Ardi.  I  525).   Anche  sia  citato  san  Grigor, 

Grigo  (-(5),  gnv.  280,  306,  278. 
imbrigar  'irabrigare',  impacciare,  impedire,  41",  imbrigdndo-lo  26% 

imlrigamento  72*'. 
impensd  ecc.,  v.  §  31  e  il  Voc,  it. 
impento  ecc.,  v.  §  31. 

induto  inducimento,  'indotto',  22^;  cfr.  §  6. 

indtixia  'la  indugia'  P,  voce  registrata  anche  dal  Boerio;  ò    all'in- 
contro la  terza  del  perfetto:  induxid  28''. 
inguale  7%  inguai  10%  eguale;  cfr.  Arch.  I  222  398,  Beitr.  69. 
iniuriadi:  inivriadi  de  vin  inebbriati,  ebbri,  37''. 
inlassada  lassa  4-'',  dove  si  rende  il  noto  passo:   'lassata   viris,    nec 

dum  satiata'.  Cfr.  §  31. 
in  oio,  V.  aio. 
insi  uscì  47'',  insidi  usciti  50%  insimento  (uscita,  esito,  fine)  68'',  en- 

sando  uscendo  25%  53'';  ma:  essi  34'',  essudo  70''.  Cfr.  Mon.  s. 

ensir,  Cat.  10;  gnv.  insi  177,  enssi!  181,  exe  209. 
instesso,  v.  §  42, 

instinto  istigazione  4V  ;  sa  di  latino. 
intendudo  62="  f.,  e  si  tratta  di  'contesa'. 
intentor  36%  deve  dire  'promotore',  'autore'. 
istade  estate  47%  cfr.  Arch.  I  222,  Beitr.  71. 
lagd  54%  laghd  9^,  45'',  lagava  5'',  lagando  46'';  lasciato,  lasciò,  ecc.; 

cfr.  Mon.  110,  Arch.  I  546  6.  Verbo  registrato  pur  dal  Boerio. 
lanturgio,  v.  la  n.  2  a  p.  236  (66''). 
manda  mandò  a  chiedere  42''. 
mesceado  mescolato,  cfr.  Mon.  113,  Beitr.  79,  Arch.  I  44  521;  Car. 

81*:  icolerse  mexedar  in  hataia. 
miro  v.  amiraio. 


Annotaz.  a  una  Crouica  venez,  :  Lessico.  281 

nievo  nepos  1%  3^  S\  19^  20%  T2\  ^ 

Noverili  :  li  Normani,  li  quali  era  una  chossa  medesma  che  Noterni  46''. 

oio:  el  fosse  in  aio,  in  odio,  a  noja,  36^.  Ne  viene  nuova  e  bella 
conferma  a  quell'etimologia  di  'noja'  ecc.  che  il  Diez  ha  adot- 
tato. È  anzi,  se  non  erro,  la  piti  nitida  conferma  che  se  ne  sia 
avuta  in  sino  ad  ora.  Cfr.  Diez  less.  s.  *noja'  e  Mon.  108. 

pagada  'appagata'  23%  cfr.  il  Vocab.  it.;  e  quasi  si  renderebbe  per 
'tranquillata'. 

pago  pagus:  in  lo  pago  de  Altesiodora  4"^%  in  pago  de  Parixo  31\ 

passionado:  fo  passionado  fu  martirizzato  6^,  T,  S^,  12%  ecc.  {fo  mar- 
turizadi li)^)',  cfr.  Cat.  vv.  586,  828,  e  v.  'passionato'  nel  Tramat. 

pediculi  pidocchi  50'';  un  latinismo. 

peizord  8"? 

penlure  30'',  cfr.  impento  ecc.,  §  31. 

percevesse  scorgesse  (percepisse)  34'^;  cfr.  friul.  im~pargévi-si  Arch. 
I  523. 

pizido  picciolo  25%  pizol  tempo  49'',  52'',  Q^^,  pizolo  fuhninerio  16% 
cfr.  in  ispecie    il  friul.  pizzul,  e  il  Bocrio  s.  pizzolo. 

Plaido  1^;  se  dice,  come  pare,  'Placido',  è  riduzione  dialettale  che 
anch'essa  favorisce  quel  che  è  detto  neWArchivio  {l  83  n)  circa 
l'esatta  ragione  di  piato  ecc.  =  placito. 

ple'zarie  'pieggierie'  9";  cfr.  Beitr.  89. 

pluxor  plures,  pass.,  v.  §  36  e  cfr.  il  friul.  plusor-s  Arch.  I  514. 

prieve  ecc.  §  3;  cfr.  Mon.  115. 

prospera  63'',  prosperando  62%  non  mi  sono  chiari.  11  signif.  di  'ar- 
rivare' può  parer  conveniente  in  entrambi  i  luoghi;  ma  come  si 
legittima  per  codesto  verbo?  Se  in  'approdare'  si  combinano 
r  'aver  profitto'  e  1'  'arrivare',  non  per  questo  ne  viene  al  caso 
nostro  alcuna  luce  sicura. 

radegando:  in  quella  selva  radegando  errando  57%  cfr.  Reg.  156  (er- 
r-atic-are),  Beitr.  02. 

ragnuda-nudava  31'',  sarà  da  leggere:  ragnudava  (r-a-njod-ava,  cfr. 
Arch.  I  454 n)  rannodava? 

recavo.  Questa  voce  veramente  non  occorre,  o   almeno   non    occorre 


'  V.  §  35,  e  il  Boerio.  Il  fem.  ne:a,  che  vive  sempre,  ò  in  Cort.  84;  e  la 
sua  base  lat.:  neptia,  che  i  romanologi  avevano  ricostrutto,  ora  ci  sta  di- 
nanzi in  due  epigrafi  latine;  v.  Momms  ,  Corp.  inscript,  latin.,  t.  V,  p.  1203. 

Archivio  felottol.  ital.,  III.  19 


282  Ascoli 

schietta,  nella  'Cronica';  ma  noi  moviamo  da  essa  per  sciogliere 
l'enigma  d'una  curiosa  combinazione,  che  il  nostro  testo  ci  offre  ben 
tre  volte:  dal  tre  cavo  el  veti  recitado  39%  conzo  fosse  chossa 
che  daltre  cavo  fosse  anxio  56'',  oltra  mare  d  altre  cavo 
prese  de  andare  T2\  Ora,  il  'di  ricapo'  (frc.  derechef),  per  'di 
nuovo',  è  sempre  ben  vivo  fra  i  Ladini  e  i  Veneti  ladincggianti 
(Arch.  I  404:  derecdu,  521:  darecd,  205:  darchau  ecc.  ^);  e  il 
daltrecavo  del  nostro  testo  altro  di  certo  non  significa  egli 
pure  se  non  'di  nuovo'.  Nel  terzo  dei  tre  passi,  questo  valore  è 
affatto  manifesto;  la  traduzione  del  secondo,  è  data  a  suo  luogo 
(p.  227  n.);  e  se  il  primo  è  alquanto  oscuro  o  guasto,  non  per- 
ciò v'è  men  sicuro  cotesto  significato  della  nostra  combinazione 
avverbiale^.  Ma  daltrecavo  può  egli  poi  essere,  tra  per  di- 
pravazione  dialettale  (p.  es.  d'recavo  dedrecdvo)  e  tra  per  igno- 
ranza dei  copisti,  non  altro  che  una  trasformazione  dell'antico 
'de  recavo'?  Io  noi  vorrei  di  certo  affermare;  e  crederò  piuttosto  a 
un  'd-altro-capo',  come  a  un  parallelo  ideologico  del  'di-ri-capo'  ^. 

rechert  richiese,  ridomandò,  H"",  rechirando  73'';  cfr.  'recherere'  nel 
Voc.  it. -  Car.  66:  e  desarmadi,  perché  el  tempo  non  recheriua\ 
gnv.  requero  260,  requer  183,  233,  300. 

recovrare  ricuperare  71'',  72%  recovrd  15%  39%  recovrada  70'';  v.  §  23. 

remitta  eremita,  romito,  29';  remitorio  56'';  cfr.  Beitr.  29. 

)-emor  'romore'  (cfr.  Arch.  II  453 n)  nel  signif.  di  'tumulto',  13'  {ru- 
mor ib.),  16%  remore  64'',  fé  remore  algun  40''.  Acc.  :  allo  rimor 
deli  soldadi. 

reonda  rotonda  0"',  cfr.  Mon.  117,  Bonv.  28,  Beitr.  93,  Arch.  1 430  (458). 

resposi  55''.  Vorremmo  piuttosto  rcspusi. 

reuma:  goza  de  reuma  goccia  di  scolo  (§£U[Aa)  39'. 

revelado:  aveva  revelado,  s'era[no]  ribellati,  6%  8%  35'',  65';  revelando 
50'';  cfr.  Gamba  30.  Ma  insieme:  revelado  rivelato  14'  (§89),  ecc. 

rexia  IT,  21'',  35'',  rixia  13%  resia  26',  eresia,  resia. 

ridzulo  25',  deve  dire  'rigagnolo'.  S'incontra  collo  spagn.  riachuelo; 
ma  la  voce  venez.  risale  veramente  a  riv-àci-ulo,  laddove  la 
spagn.  a  riv-aci-ólo.  Un  altro  diminutivo  ò  riello  Car.  53. 


'  Anche  nell'od.  ven.:  da  recà[o]^  dcrecdo;  Boerio. 

'  Intenderei:  'nuovamente  per  l'imperio  [si]  vide   invitato   (ricitato   o  ri- 
cettato)'. 

•  Car.  da  diano  elo  retornd  41,  cfr.  61*,  da  chano  schampar  84. 


Annotaz.  a  una  Cronica  venez  :  Lessico.  283 

rivese:  Dacia  rivese  Ripensis  Dacia  15^. 
romasa  ecc.  §  50,  cfr.  Boerio  s.  romagnir,  Mon.  117,  romagnise  Pas.- 

Cecch.  1600;  ecc.  Anche  gnv.  :  roman  188  ecc. 
salassadura  de  vena  A^. 
sayta  de  fungo  saetta  (fulmine)  1^,  sagita  de  celo  28%  cfr.  Mon.  110, 

Reg.  156-7,  Arch.  I  472  n,  Beitr.  106. 
scaloreQ^^.  'Squallore'  non  s'adatterebbe  molto  bene  col  contesto;  ma 

quanto  al  fenomeno  fonetico,  son  prortte  le  analogie   di    Secana 

Sequana  49*",  e  inighamente  §  17. 
serór  v.  sorór. 

serva  28%  dirà  piuttosto  'osservò'  che  non  'serbò',  cfr.  Reg.  150. 
sforze  forze  27'. 
smaniado  in...,  infuriato,  esasperato  contro...,  30°.  Car.  :  ima  pe- 

stelentia  in  tardo  teriòelmente  smanici  che  ecc.  1*;  cfr.  36,  dove 

smaniasse  dee  rendere  un  lat.  'desaeviret' (non  'deserviret');  tanta 

tempesta  smania  57. 
smenemd  s-menomò,  's-menimò',  4'',  cfr.  §  10. 
solaro  32''  (v.  §  25)  ha  il  semplice  signif.  di  'pavimento',  'suolo'. 
someiente  simigliante  69%  cfr.  Mon.  120,  Arch.  I  308  ecc.  (544:  -ènte), 
sorór  23%  serór  56%  sorella,  pi.  sorori  3';  cfr.  Arch.  II  410  435-6.  ^ 
spensarie  'spenserie',  spese,  72\  Cfr.  Reg.  157,  'Test,  fri.'  Arch.  IV 

340,  Bonv.  132;  gnv.  spesario  (in  rima  con  aversario)  175,  cfr. 

208,  278,  279. 
spianadór  explanatore-,  dichiaratore,  espositore,  3\ 
studade  spente  (detto  di  guerre)  24'  ;  cfr.  Arch.  I  36,  Beitr.  52. 
titulo  epigrafe  58%  alla  latina,  e  ha  esempj  anche  nel  Voc.  it. 
Tornado  61'  {Thomaso  65''),  cfr.  §  38.  È  pure  in  Car.  55,  Comra.  58; 

e  a  questa  forma  riviene  anche  Tliomao  gnv.  206. 
Tonisto  Tonixto  Tunisi  72'',  73'';  curiosa  forma,  che    mal    si    vorrà 

credere  composta  di  moderno  e  d'antico  (Tunis-,   Tunet-).   Ma 

effettivamente  latineggia:   Toleta  Toledo  69. 
Toschana  de    Ytalia  70'',   curioso   modo,   e  massimo   in   quel  passo. 

Aveva   forse   presente  il   nostro   autore    la    Toscheria    albanese 

(v.  St.  Crit.  I  87-8)? 


'  fradelo  né  seror,  ^SIlss.  Anal.  aus  d.  Markusbibl.  (Johib.  Vili  £09),  sc- 
rore  Cat.  v.  G49,  seror  Moa.  119,  due  so  sorore  Cort.  70,  una  mia  seror 
Bv.  790  {da  fo  sor  956);  Bonv.  28,-  Gnv.:  eram  mee  soror  193  {ni  frai  ni 
sor  30G). 


23-1  Ascoli,  Annotaz.  a  una  Cronica  venez  :  Lessico. 

(re  cavo,  v.  recavo. 

irivisina  trevigiana  52''. 

(rapo  molto  ì^  bis,  12^]  cfr.  ancora  più  tropo  Pozzo  60,  ancora  tropo 
mogor  dolor  65,  tropo  più  che  non  fa  lo  sol  77;  e  gnv.  216,  ol- 
tre il  fri. 

umligul  52**,  umbigol  33>',  ombellico,  'urab'lic-ulo';  è  forma  abba- 
stanza importante,  alla  quale  si  connette  l'aforetico  Lìgol  di  tanti 
dial.  dell'Alta  Italia. 

vagando  57%  ripugna  al  contesto.  Sarà  prima  stato  scritto  vagando 
{vazando),  cioò  'vagendo',  cfr.  il  §  49  e  il  friul.  vaji.  Lo  stesso 
errore  di  trascrizione  si  riproduce  in  Yrengo  (v.  Yrenza)',  e  an- 
che cfr.  Gualhngi  §  21. 

vardado  guardato,  per  'osservato'  (del  giorno  di  un  santo)  24'",  v.  §  24. 

veneno  70'',  venenado  74^  venenadi  38\  Cfr.  venenoso  Cat.  v.  1154, 
gnv.  vcnim  227,  306,  inveninai  190,  229. 

verasio  vero  (verace)  57'',  verasia  21'',  22%  verasie  18%  verasiamente 
63";  cfr.  Mon.  121. 

Volgaria  27%  Volgari  37'';  Bulgaria  38%  Bulgari  39';  Buldegari  38\ 

Vicenza  Irene  43''  bis,  44%  Yrengo  Yrengho  Ireneo  11%  12^.-  Yrenza 
ci  conduce  alla  base  Irénia  Irénja  (cfr.  p.  e.  spienza  =  splenja 
Arch.  I  547  e).  Yrengo,  alla  sua  volta,  dev'essere  erronea  tra- 
scrizione d' Yrengo  {Yrenzo;  cfr.  vagando),  che  dà  la  base  Ire- 
neo Irénjo.  Il  mascolino  comunicò  al  feminile  il  proprio  suf- 
fisso (-60  -ea);  e  il  feminile  al  mascolino  il  proprio  accento. 

zcziinio  jejunium  22%  45%  zezund  26,  zezuna7ido  20''  (ma:  dezunando 
47%  Car.:  dezunij  67);  cfr.  Beitr.  121,  Bonv.  77,  Arch.  I  6iQb. 

zielo  (§ielo)  zelo,  v.  §  3. 

Zilio:  sen  zilio,  60%  sarà  Sant'Egidio.  Questo  nome  entra  fra  gli 
esempj  di  l  per  d  innanzi  all'i  nell'iato  fuor  d'accento;  cfr.  re- 
mielio  ecc.  Arch.  I  528.  Il  Tramater  ha  le  seguenti  forme:  Egi- 
dio, Giglio,  Gillo,  Egidiuolo,  Ziliolo. 

zovo  giogo  50';  v.  Arch.  I  91,  Beitr.  122;  od.  ven.  zoo. 


GLI  ALLOTROPI  ITALIANI. 


U.  A.  CANELIO, 


Introduzione. 

I.  Definizione  e  nomi.-  II.  Origini  varie  degli  allòtropi.-  III.  Tentativi  di  cias- 
sazione.-  IV.  Metodo  di  questo  lavoro.-  V.  Bibliografia  degli  allòtropi. 

I.  Anche  l'italiano,  come  tutte  le  lingue  derivate,  presenta 
con  frequenza,  e  a  serie  intere,  il  fenomeno  di  due  o  più  voci, 
che  risalgono  ad  un'unica  voce  originale'.  Cosi,  fragile  e  frale 
risalgono  a  fr agili s;  selvatico,  salvatico  e  selvaggio  a  sil- 
vaticus;  siìlculo,  spìgolo,  spicchio,  spillo  e  squillo  a  spi- 
culum^ 

Queste  voci  possono  essere  sinonime;  ma  più  spesso  differi- 
scono più  0  meno  di  valore,  acquistando  in  tal  caso  uno  spe- 
ciale interesse  per  chi  studia  le  evoluzioni  ideologiche  della 
parola. 

A  seconda  del  modo,  in  cui  il  fenomeno  è  stato  prima  rile- 
vato e  si  è  poi  tentato  di  spiegarlo,  è  venuto  anche  variando 
il  suo  nome^  Il  presente  lavoro,  già  da  tempo  in  preparazione, 
era  stato  prima  annunciato  col  titolo:   Il  polimorfismo  nella 


^  Chiamiamo  originali,  rispetto  all'italiano,  le  voci  del  latino,  del  greco, 
del  tedesco,  del  celtico,  ecc.  Risalendo  più  in  su,  si  uscirebbe  dal  campo  della 
filologia  romanza.         -  Cfr.  i  nn.  58  59  99. 

'  Doppioni^  doppie  forme,  dittologie,  in  francese  douhlets,  doubles  for- 
mes,  in  tedesco  doppelformen  sono  stati  i  termini  più  comuni.  Ma  poichò  da 
un'unica  forma  originale  possono  muovere  fin  dieci  e  più  voci,  è  stato  pro- 
posto dal  BuTET  (seguito  poi  dal  Coelho  e  da  altri)  di  chiamarle  forme  di- 
vergenti, forme  s  divergentcs.  Adolfo  Tobler,  Liter.  Centralblatt,  1876,  p.  1086, 
le  disse  polimorfie,  ricordando  che  i  cristallografi  chiamano  polimorfia  l'at- 
titudine di  certe  sostanze  a  cristallizzare  sotto  più  forme.  Il  Diez  parla  di 
doppelformen  e  di  schcideformen:  il  qual  ultimo  termine,  ambiguo  per"  dir 
vero,  è  stato  prescelto  da  Caroline  Miciiaelis. 

Archivio  glottol.  ital.,  III.  20 


286  Canello, 

lingua  italiana;  e  più  tardi  con  l'altro:  /  divariati  italiani. 
Ci  siamo  alfine  risolti  di  adottare  i  termini  di  allòtropo  e  al- 
lotropia,  seguendo  l'esempio  dei  chimici  e  dei  fisici,  i  quali  mo- 
strano 0  pensano  che  certe  sostanze,  più  o  men  diverse  fra  di 
loro,  altro  pur  non  sieno  se  non  altrettanti  stati  allotropici  di 
un'unica  sostanza  iniziale.  Analogamente  per  noi,  fragile  sarà 
un  'allòtropo'  rispetto  a  frale',  e  d'entrambi  si  dirà  che  sieno 
'allòtropi'  italiani,  rispetto  al  latino  fragilis  onde  provengono. 

II.  Stabilito  il  nome,  veniamo  a  studiare  più  da  vicino  la  na- 
tura del  fenomeno,  entro  l'ambito  della  lingua  italiana.  Nel- 
r istituire  questa  ricerca,  noi  saremo  condotti  a  tracciare  per 
sommi  capi  tutta  la  storia  della  nostra  lingua. 

La  lingua  italiana  si  è  venuta  svolgendo  e  foggiando  sul  dia- 
letto fiorentino  del  secolo  XIII,  che  era  una  particolare  evo- 
luzione della  parlata  volgare  romana.  Questo  dialetto  fiorentino 
aveva  già  degli  allòtropi.  I  diversi  esiti,  o  le  diverse  evoluzioni 
della  sostanza  di  una  medesima  parola,  sono,  infatti,  il  prodotto 
delle  diverse  abitudini  e  attitudini  dell'orecchio  e  della  glottide 
di  chi  se  ne  serve  e  la  insegna  agli  altri.  Questa  diversità  di 
evoluzioni  può  verificarsi  non  solo  da  provincia  a  provincia  o 
da  paese  a  paese,  come  l'esperienza  frequente  ci  mostra;  ma, 
per  ragioni  di  coltura  o  di  razza,  può  trovarsi  anche  nella 
stessa  contrada,  in  una  stessa  famiglia,  tra  nobili  ed  ignobili, 
tra  servi  e  signori.  Anche  dentro  lo  stretto  àmbito  di  Firenze, 
la  stessa  parola  romana  avea  dunque  potuto  diversamente  tras- 
formarsi: e  macula  (che  diceva  ai  Latini  e  'macchia'  e  'ma- 
glia'), ridotto  a  macia  maclja,  si  era  potuto  risolvere  da  un 
lato  in  macchia,  dall'altro  in  maglia;  e  similmente  speculum 
speclum,  in  specchio  e  speglio;  vetulus  vetlus  veclus, 
in  vecchio  e  veglio'. 


*  In  codesta  classe  d'esempj,  e  in  altre  classi  congeneri,  s' hanno  veramente 
due  esiti  diversi,  o  meglio  due  riduzioni  diverse  *di  un  antico  volume  fonetico, 
che  tutt'e  due  ricorrono,  per  effetto  di  elaborazioni  ugualmente  indigene,  an- 
che altrove.  Fra  lo  schietto  kl  (ci)  latino,  p.  es.,  e  le  risoluzioni  neolatine, 
s'interpone,  com'è  ormai  riconosciuto,  un  antico  klj  (kljamare,  okljo,  ecc.), 
il  quale  si  semplifica  in  due  modi,  secondo  che  perda  o  assimili  la  prima  o 
la  seconda  delle  tre   consonanti  che   vi   sono  complicate  (kjamare  Ijamare, 


Gli  allòtropi  ital.:  Introduzione.  287 

Più  difficile  è  determinar  la  ragione  per  la  quale  questi  al- 
lòtropi volgari  di  Firenze  vi  sieno  venuti  assumendo,  nel  mag- 
gior numero  de'  casi,  valore  diverso.  La  naturale  tendenza,  di 
chi  parla,  a  schivare  gli  equivoci,  deve  già  avere  spinto  ad  as- 
segnare, per  inconscio  accordo,  di  due  sensi  che  avesse  la  pa- 
rola originale,  l'uno  ad  una  e  l'altro  all'altra  delle  sue  tras- 
formazioni volgari.  Ma  è  anche  possibile  che  maglia  e  mac- 
chia.  sieno  sorti  in  ambiente  diverso;  e  che,  mentre  macchia 
era  la  parola  di  tutti,  la  forma  più  comune,  a  cui  spettava 
quindi  il  senso  più  volgato  del  macula  latino,  ìnaglia  invece 


okkjo  oljo).  Così,  nel  francese,  kl  ecc.,  che  si  mantengono  intatti  a  formola 
iniziale  [de f,  plus),  si  risolvono,  a  formola  interna,  in  Ij  (=[k]Ij,  [p]lj): 
oreille  ecc.*;-  e  nello  spagnuolo,  la  riduzione  in  Ij,  com'è  costante  a  for- 
mosa iniziale  {llamar  ecc.),  cosi  è  anche  stata  pressoché  normale  a  formola 
interna,  onde  poi  vi  passò  'm  j  (  =  %;  oreja  ecc.),  al  modo  che  avveniva  di  un 
Ij  etimologico  {ajo  allium,  ecc.;  cfr.  Stiidj  Crii.,  I  34  =  312n).  Non  manca 
però  allo  spagnuolo  anche  la  risoluzione  -e-  (=  -k[l]j,  -p[ljj)**,  la  quale  è  con- 
genere alla  risoluzione  solita  o  costante  che  s'ha  di  kl  nell'italiano  e  nel 
rumeno,  così  a  formola  iniziale,  come  a  interna. 

Perchè,  dunque,  l'italiano  risolve  sol  di  rado  in  Ij  un  klj  ecc.  di  fase  an- 
teriore a  formola  interna,  e  lo  spagnuolo  all'incontro  ha  fatto  ciò  ben  di 
frequente  e  il  francese  Io  fa  di  continuo?  E  perchè  lo  spagnuolo  vien  di  con- 
tinuo a  questa  stessa  risoluzione  anche  a  formola  iniziale,  laddove  l'italiano 
non  mai?  0  perchè  da  codesta  riduzione  il  castigliano  non  passa  poi  &.  j  se 
non  a  formola  interna? 

Questi  perchè  si  potrebbero  moltiplicare  all'  infinito,  e  non  sono  punto  oziosi. 


*  Questa  risoluzione  non  è  però,  come  il  Diez  diceva  (I'  212),  il  solo  modo 
in  cui  nel  francese  si  continuino  -ol-  ecc.;  poiché  l'antica  formola  rimane 
intatta  se  le  precede  consonante:  onde  avunculus,  coucerde  cooperculum, 
cerde  circulus,  sarder  sarculare,  sangle  (prv.  singla)  cingula,  sanglier  singu- 
laris  iio-Jió;,  ongle  ungula,  tutte  voci  sicuramente  popolari  (cfr.  Arch.  II  123  n); 
uè  basta  di  certo  il  so.spetto  di  qualche  intrusione  letteraria  per  negare  ogni 
fede  alla  conservazione  tradizionale  di  m+pl:  simple,  tempie,  exemple,  ampie. 
Anche  abbiamo,  dietro  a  vocale:  seigle  secala,  aigle  aquila,  ed  altri,  che  però 
sono,  per  ragioni  diverse,  esempj  d'indole  particolare;  cfr.  p.  294-5 n. 

**  Fra  i  dieci  eseraiij  che  il  Diez  adduce  per  e  spagn.  =  kl  pl  (I-  211-12), 
in  cinque  era  o  s'è  avuta  una  consonante  dinanzi  al  volume  fonetico  di  cui 
parliamo:  sadio  sarculum,  mandia  macula,  andio  amplus,  henchir  implere, 
indiar  inflare  (cfr.  ib.  213,  portogh  ).  E  qui  credo  che  trovi  la  sua  dichiara- 
zione, sébben  per  via  indiretta,  anche  lo  .«pagn  sendllo  semplice;  di  che  ri- 
tocco altrove. 


288  Canello, 

fosse  una  peculiare  evoluzione  di  macula  in  bocca  alle  donne 
0  in  bocca  agli  arraajuoli,  le  une  e  gli  altri  lavoratori  di  maglie. 
Ma  una  causa  ben  più  efficace  di  allòtropi  è  da  cercare  nel- 
l'azione dei  letterati  e  in  genere  delle  classi  colte  sullo  svol- 
gimento della  lingua  italiana  comune,  che  sorgeva  sul  dialetto 
di  Firenze,  e  già  prima  sullo  stesso  fondo  dialettale  fioren- 
tino. —  Quest'azione  de'  letterati  sulla  formazione  della  lingua 


né  ormai  pare  indiscreta  o  priva  di  speranza  una  curiosità  qualsivoglia  che  l'in- 
dagine sempre  più  rigorosa  venga  in  noi  suscitando.  Ma  è  chiaro,  che  l'acume 
e  il  rigore  che  or  sono  adoperati  nell' interrogare  la  storia,  devono  poi  eser- 
citarsi con  vie  maggiore  energia  intorno  a  quei  responsi,  piii  o  meno  dubbj, 
coi  quali  la  storia  ci  suol  tormentare  prima  che  s'arrenda  a  svelarci  i  suoi 
segreti. 

Ora,  l'ammettere,  a  cagion  d'esempio,  che  i  due  diversi  esitivfiorentini  del 
lat.  macula  (maglia,  macchia)  vadan  ripetuti  da  una  diversità  di  disposizioni 
0  abitudini  glottiche  che  fosse  tra  servi  e  padroni,  o  nobili  e  plebei,  o  in- 
somma fra  ceti  diversi  di  una  cittadinanza  medesima,  non  sarà  egli  un  in- 
terpretare in  modo  troppo  largo,  od  anche  erroneo,  le  mezze  confidenze  che 
la  storia  ci  viene  facendo?  Gli  esiti  congeneri,  e  con  la  medesima  ripartizione 
de' due  significati  latini,  s'ha,  per  limitarci  a  un  solo  riscontro,  negli  spa- 
gnuoli  malia  {malja)  e  mancha  {màca)\  cfr.  Arch.  II  123 n.  Se  veglio  e  spe- 
glio si  volessero  imaginar  più  'nobili'  che  non  vecchio  e  specchio,  quanto  va- 
lido resulterebbe  poi  codesto  criterio  della  'nobiltà'  maggiore  di  lj,  spe- 
rimentandolo sopra  maglia  allato  a  macchia,  o  sopra  origliare  accanto  a 
orecchio  ? 

Una  ragione  che  meglio  s'incominci  ad  afferrare,  è,  in  certi  casi,  la  ra- 
gione cronologica.  Così,  se  il  lat.  rotulus  ci  dà  rocchio  e  rullo,  noi  abbiamo  due 
elaborazioni  diverse,  entrambe  popolari,  d'una  medesima  base  latina;  la  prima 
delle  quali  presume  una  molto  antica  riduzione  dello  sdrucciolo  (rot'lo)  e  con 
ciò  quell'evoluzione  di  ti,  che  deve  addirittura  dirsi  romana  (come  in  vello 
veklo  vehljo  ecc.),  e  la  seconda,  per  contro,  accenna  a  una  riduzione  molto 
più  tarda  dello  sdrucciolo  stesso,  e  con  ciò  a  un  rót[u]lo  o  ruót[u]lo  neo- 
latino, che  poi,  per  la  mera  assimilazione  neolatina  di  il  in  II  (v.  qui,  al 
num.  59),  passi  in  rullo;  cfr.  frullo  frug'lo  al  num.  87.  Locchà  in  altri  ter- 
mini viene  a  dire,  che  sin  da  antichissima  età  romana  uno  di  codesti  sdruc- 
cioli poteva  insieme  offrire,  anche  per  la  distinzione  di  significati  diversi,  la 
forma  piena  e  la  ridotta  (rotule  rotlo). 

Se,  del  resto,  questa  nota  può  parere  non  affatto  supeiflua,  è  chiaro  insieme 
che  al  discorso  del  Canello  non  ne  possa  venire  alcun  sensibile  disturbo. 

G.  I.  .\. 


Gli  allòtropi  ital.:  Introduzione.  289 

italiana  è  un  fatto  così  notorio,  che  riesce  quasi  superfluo  qual- 
siasi commento.  Quando  i  dotti  fiorentini,  seguiti  poi  da  quelli 
del  resto  d'Italia,  vollero  esprimere  nel  dialetto  di  Firenze  pen- 
sieri e  cose  superiori  alla  comune  portata,  e  che  quindi  tra  il 
popolo  fiorentino  non  avevano  nome,  essi  ricorsero  natural- 
mente alla  lingua  della  coltura,  a  quel  latino,  che  a  ragione 
riguardavano  come  fonte  e  prototipo  del  volgare.  Per  tal  modo 
è  potuto  avvenire  che  immettessero  nella  nuova  lingua  lette- 
raria tali  voci  latine,  che  già  vi  si  trovavano,  ma  con  suono 
e  con  significato  fiorentinamente  modificati.  Così  taluno  scrisse 
e  disse  macula  macola,  mentre  il  fiorentino  avea  già  dato  mac- 
chia e  maglia;  altri  scrisse  copula,  mentre  i  Fiorentini  dice- 
vano coppia;  0  disse  fragile  e  flebile,  mentre  la  parlata  vol- 
gare offriva  già  frale  fraile  e  fievole  fìevile.  E  potè  anche 
accadere,  che  in  tempi  diversi,  o  con  diversi  criterj,  i  dotti  o 
le  persone  colte  introducessero  con  forma  diversa  uno  stesso 
vocabolo  del  latino.  Per  tal  guisa  l'italiano  venne  ad  avere, 
uno  daccanto  all'altro,  specie  'qualità'  e  spezie  '^àvo^hé',  pallio 
'mantello  pontificale'  e  palio  'panno'  che  si  dava  ai  vincitori 
nelle  gare  di  corsa.  Cosi  daccanto  a  ministerio  s'ebbe  mini- 
stero;  daccanto  ad  ufficio  s'ebbe  offlzio  ecc. 

Meno  chiara  e  poco  studiata  fin' ora  è  l'azione  dei  letterati  e 
delle  classi  colte  di  Firenze  su  quel  dialetto  volgare  che  vi  è  esi- 
stito ben  prima  che  alcuno  sentisse  il  bisogno  di  scriverlo  e 
l'avviasse  così  a  diventare  lingua  letteraria.  E  poiché  l'argo- 
mento, oltre  che  presentare  qualche  novità,  ha,  come  vedremo, 
una  speciale  importanza  per  il  nostro  lavoro,  ci  si  concederà 
d'insistervi  alcun  poco. 

Tra  le  classi  superiori  e  le  classi  inferiori  d'una  società,  c'è 
ricambio  continuo  sia  d'idee  che  di  parole  e  frasi.  Ma  mentre 
nelle  età  di  coltura  decadente  la  quantità  di  parole  e  di  modi 
che  le  classi  superiori  comunicano  alle  inferiori  si  va  facendo 
sempre  più  piccola,  e  sempre  più  grande  si  fa  invece  quella  che 
le  inferiori  comunicano  alle  superiori;  l'opposto  avviene  nelle 
età  di  coltura  crescente.  Ai  due  estremi  di  massima  coltura  e 
di  massima  barbarie  può  parere  che  una  stessa  e  identica  lin- 
gua serva  per  tutti,  e  cessi  quindi  lo  scambio;  lo  che  avver- 
rebbe veramente  se  si  desse  il  caso  d'un  assoluto  conguaglia- 


290  Canello, 

mento  intellettuale  fra  le  diverse  classi  d'una  società.  —  Ai  bei 
tempi  della  civiltà  romana,  le  classi  dirigenti  hanno  comuni- 
cato alla  gran  massa  del  popolo  molte  voci  da  loro  create  per 
analogia  o  desunte  dal  greco;  e  quando  le  antiche  classi  diri- 
genti della  vita  romana  cominciarono  ad  assottigliarsi  e  a  sva- 
nire, vi  sottentrarono  con  analoga  aziojie  gli  ecclesiastici;  i 
quali,  per  le  loro  idee  nuove,  nuovi  nomi  crearono  anch'essi 
di  proprio  o  desunsero  dal  greco  e  dall' ebi^aico.  Un  po'  per  volta 
anche  gli  ecclesiastici  perdettero  della  loro  cultura;  ma,  al 
tempo  stesso,  sempre  più  grave  si  faceva  la  barbarie  della  massa 
popolare,  cosi  che  la  distanza  rimaneva  sempre  press' a  poco 
la  stessa:  tutta  la  differenza  consisteva  nel  fatto  ch'erano  di- 
scesi e  gli  uni  e  gli  altri,  e  che  la  proporzione  tra  dotti  ed 
ignoranti  era  notevolmente  mutata  in  danno  dei  primi.  L'an- 
tica cultura  non  s'ecclissò  però  mai  del  tutto;  e  la  vecchia  let- 
teratura latina  non  ha  mai  cessato,  nel  medio  evo,  di  produr 
nuovi  frutti:  la  notizia  del  latino  vi  si  è  sempre  mantenuta 
vivace.  V'è  anzi  di  più:  quel  latino,  che  vi  si  scriveva  e  an- 
cora assai  tardi  si  parlava,  almeno  nelle  circostanze  solenni, 
rivela  per  più  modi  una  sua  vitalità  propria,  certe  sue  speciali 
movenze,  certe  parole  e  frasi,  e  significati  di  parole,  che  non 
gli  venivano  dall'antico  parlare  di  Roma,  e  non  erano  nean- 
che ricalchi  di  voci  e  frasi  delle  parlate  volgari  tra  le  quali  esso 
viveva.  Questo  latino,  p.  es. ,  diceva  belliim,  voce  che  manca  a 
tutti  volgari  neolatini,  per  praelium';  né  il  fatto  parrà  insigni- 
ficante a  chi  ripensi  che  in  que'  tempi  ogni  jpraelium  si  prolun- 
gava in  bellum,  e  il  hellum  diventava  una  werra,  una  barba- 
rica mischia,  una  confusione.  Diceva  miles  V eques  dei  la- 
tini, ora  che  il  soldato  a  cavallo,  il  cavaliere,  era  quello  che 
più  importava  in  battaglia;  creava,  sull'analogia  di  adripare 
'giungere  a  riva',  rimasto  alle  lingue  neolatine,  un  adlittare 
'giungere  al  lido',  ora  che,  stanti  le  accresciute  difficoltà  de' 
viaggi  per  terra,  per  il  deperimento  delle  antiche  stratae  ,  si 
giungeva  più  comunemente  per  acqua,  per  quella  dei  fiumi  e 
per  quella  del  mare,  il  vecchio  ^on^os  =via.  Per  la  stessa  ra- 


^  bellum  per  praelium   ha   già  un    esempio  in  Virgilio  (lìn.  II  v.  439),  e 
comincia  a  «.liventar  frequente  in  Giustino. 


Gli  allòtropi  ital.  :  Introduzione.  291 

gione,  il  classico  applicare  'giungere  a  riva'  era  venuto  a  dire 
'giungere'  in  generale.  La  frequenza  dei  passaggi  delle  Alpi  e 
del  Po,  specie  da  parte  degli  eserciti  imperiali,  faceva  nascere  in 
quel  latino  un  transalpinare  e  un  iranspadare  '  ;  e  i  viaggi 
di  Terra  Santa  davano  origine  a  un  transmarinare. 

Le  parlate  neolatine,  adunque,  fin  da  quando  cominciarono 
a  svolgere  e  delineare  la  loro  propria  personalità,  si  trovarono 
da  lato,  anzi  sul  capo,  una  lingua  letteraria  bassolatina,  che 
ne  era  come  la  naturale  maestra  e  tutrice;  e  conservava  tutto 
il  prestigio  dell'antico  latino.  Il  dialetto  di  Firenze  non  potè 
in  questo  aver  sorte  differente  dagli  altri.  Anche  a  Firenze  la 
gran  massa  popolare,  mentre  di  certo  comunicava  ai  non  molti 
clerici  una  gran  folla  di  parole  e  flessioni,  non  può  non  aver 
accettato  alla  sua  volta  di  tempo  in  tempo  talune  di  quelle  voci 
e  di  que'  modi  che  dai  clerici  sentiva  ripetere  nelle  chiese,  nei 
tribunali,  nelle  scuole,  o  che  leggeva  nelle  carte  e  nei  libri  del 
tempo.  Noi  ci  possiamo  rappresentare  ciò  che  sia  avvenuto  in 
quell'età,  ricordando  i  mutui  prestiti  e  la  reciproca  influenza 
attuale  tra  la  lingua,  presunta  italiana,  che  un  buon  parroco 
0  maestro  rurale  adopra  nelle  circostanze  solenni,  e  il  dialetto 
rozzo  de'  campagnuoli  che  stanno  a  sentirli.  L' influenza  di  co- 
testo bassolatino  letterario  si  venne  facendo-  sempre  più  note- 
vole, allorquando,  col  rinascere  della  cultura,  esso  si  venne  a 
mano  a  mano  purgando  dalle  voci  e  dai  modi  che  avea  comuni 
colla  parlata  volgare  e  procurò  di  ritornare  a  quelle  voci  e  a 
quei  modi  che  vi  corrispondevano  nel  buon  latino  antico.  L'amor 
della  coltura  eccitava  anche  i  volgari  a  seguitare  i  migliori  in 
questo  ritorno  verso  il  meglio:  e  le  idee,  che  le  persone  colte 
disseppellivano  di  tra  i  libri,  richiedevano  l'uso  di  parole  nuove 
0  dimenticate,  che  il  volgo  si  veniva  un  po' per  volta  appro- 
priando insieme  con  le  relative  idee.  Le  dighe  furono  aperte 
all'immissione  di  latinismi  nel  volgare  fiorentino  allorquando, 
come  dicemmo,  si  cominciò  a  scriverlo,  quand'esso  fece  i  primi 


'  Manca  al  Ducange.  Io  l'ho  incontrato  più  d'una  velia  negli  Scriptores 
del  Muratori,  ma,  non  supponendolo  ignoto,  non  me  ne  segnai  i  luoghi.  Del 
resto,  mancano  al  Ducange  anche  esempj  espliciti  di  applicare  per  'giungere' 
in  generale;  e  questa  dei  nuovi  significati  di  antiche  parole,  è  la  parte  meno 
buona  del  grande  lavoro. 


292  Canello, 

passi  per  diventare  lingua  letteraria.  I  latinismi  vi  furono  im- 
messi spesso  per  bisogno,  non  poche  volte  per  capriccio:  i  let- 
terati, già  avvezzi  al  latino,  volevano  dare  alla  nuova  lingua 
tutti  gli  ornamenti  e  gli  andamenti  solenni  della  vecchia  ma- 
dre. Questa  immissione  accompagnò  tutto  lo  svolgimento  della 
nostra  lingua;  e  non  è  ancora  cessata.  Ma  mentre,  prima  del 
compiuto  nostro' rinascimento  nel  quattro  e  cinquecento  gli  scrit- 
tori s'illudevano  d'attingere  al  latino,  anche  quando  attinge- 
vano a  quel  bassolatino  letterario  di  cui  abbiamo  discorso,  d'al- 
lora in  poi  la  fonte  dei  latinismi  fu  soltanto  il  latino  classico. 

Ognun  vede  pertanto  quanto  inesatta  sia  l'opinione  comune, 
secondo  la  quale  i  latinismi  avrebbero  cominciato  ad  entrar 
nell'italiano  e  nelle  altre  lingue  neolatine  solo  dopo  che  esse 
cominciarono  ad  essere  scritte.  Alcuni  latinismi  possono  risa- 
lire ai  primordj  stessi  della  costituzione  delle  parlate  neolatine: 
alcune  voci  possono  essere  uscite  dall'  uso  popolare  per  pochis- 
simo tempo,  ed  esservi  poi  state  ravvivate  dalle  persone  colte; 
altre  possono  non  essere  uscite  mai  del  tutto  dall'  uso  parlato, 
ma  esser  rimaste  in  corso  tra  ristrettissime  classi  sociali,  le 
quali  stesse  ne  usavano  assai  di  rado;  e  di  qui  esser  poi  tor- 
nate nella  corrente  del  parlare  comune:  così  che  si  deva  restar 
incerti  se  dirle  di  tradizione  interamente  popolare  o  di  tradi- 
zione in  parte  letteraria.  —  E  come  antichissimi  o  recentissimi 
possono  essere  i  latinismi,  antichissimi  o  di  jeri  possono  essere, 
per  conseguenza,  gli  allòtropi  che  la  lingua  italiana  possiede  per 
influenza  letteraria. 

Nuove  specie  di  allòtropi  entrarono  nella  nostra  lingua  nel  suo 
successivo  svolgimento.  Già  il  dialetto  fiorentino,  prima  di  di- 
ventare il  fondamento  della  lingua  italiana,  poteva  aver  attinto 
da  dialetti  contermini  o  da  lingue  e  dialetti  stranieri  tali  voci 
che  altro  non  fossero  se  non  peculiari  trasformazioni  di  parole 
latine  già  da  esso  possedute.  Ma  il  caso  dovette  farsi  molto 
più  frequente  dal  momento  che  il  fiorentino  diventò  la  lingua 
comune  degli  Italiani.  Questi,  scrivendo  o  parlando,  aveano  con- 
tinue occasioni  di  aggiungere  al  fondo  fiorentino  voci  desunte 
0  dal  loro  proprio  dialetto,  ben  diverso  dal  fiorentino,  o  da 
qualcuna  delle  lingue  neolatine  che  aveano  preceduta  la  nostra 
nel  diventare  strumento  d'una  letteratura,  o  dalle  altre  lingue 


Gli  allòtropi  ital.:  Introduzione.  293 

dei  popoli  più  culti  d'Europa,  coi  quali  ci  fosse  scambio  di  idee 
e  di  cose,  e  quindi  anche  di  parole.  Cosi,  per  esempio,  è  po- 
tuto avvenire  che  il  chiaito  de'  Napoletani  venisse  a  incontrarsi 
nella  lingua  comune  col  inato  de'  Fiorentini,  e  col  jplacito  de' 
letterati;  che  \\ pregadi(jiQnd.iov\)  de'  Veneziani  si  mettesse  dac- 
canto al  pregati  (partic.)  del  fiorentino;  e  che  Vabào,  nome 
d'una  specie  di  'console'  presso  gli  antichi  Genovesi,  venisse 
scritto  daccanto  ad  abbate.  In  simil  guisa  il  francese  ostello 
{hotel  hostel)  è  venuto  a  far  coppia  con  ospedale;  lo  spagnuolo 
borsìglio  {bolsillo)  con  borsello  ;  il  tedesco  funto  {pfunt)  con 
pondo  (=lat.  pondus)\  e  l'inglese  cabina  [cabin)  con  capanna. 

E  potè  anche  darsi  il  caso  che  una  stessa  voce  straniera 
entrasse  nell'italiano,  o  già  prima  nel  dialetto  fiorentino,  sotto 
due  0  più  forme  diverse.  Cosi  da  un  germanico  fondamentale 
tapy  che  resta  tap  nei  dialetti  basso-tedeschi,  e  diventa  zapf 
negli  alto-tedeschi,  noi  abbiamo  tratto  tappo  e  zaffo.  E  dal  fran- 
cese soie  hanno  tolto  i  nostri  antichi  soia  per  'seta';  mentre 
da  saie,  'setolino',  allòtropo  di  soie  (=:lat.  seta),  tolsero  i  nostri 
orefici  il  loro  saja.  In  questi  casi  l'allotropia  s'era  già  prodotta 
nell'ambito  della  lingua  o  dei  dialetti  d'una  stessa  lingua,  a 
cui  l'italiano  attingeva.  In  giuria,  invece,  daccanto  a  giurì, 
tutti  e  due  dall' inglese  Jwr?/,  o  piuttosto  dall'anglicismo  fran- 
cese Jwry,  come  mostra  l'accento,  vediamo  un'unica  base  stra- 
niera promuovere  due  forme  nostrane,  una  un  po' meglio  ita- 
lianizzata dell'altra. 

III.  Quest'esposizione  delle  occasioni  che  hanno  promosso  nel- 
l'italiano il  fenomeno  dell'allotropia,  contiene  già  in  sé  una  specie 
di  classificazione  razionale  di  tutti  gli  allòtropi.  Ma  poiché  essa 
avrebbe  il  grave  difetto  di  disperderli  in  troppe  categorie,  gio- 
verà vedere  se  non  fosse  possibile  escogitarne  qualche  altra  più 
comprensiva,  e  che  meglio  serva  a  rivelare  a  un  tratto  le  va- 
rietà fondamentali  del  fenomeno. 

Una  netta  e  larga  classazione  sarebbe  quella  che,  pigliando 
a  criterio  fondamentale  il  modo  e  la  via  per  la  quale  l'allò- 
tropo si  produce,  mettesse  da  un  lato  gli  allòtropi  di  forma- 
zione integralmente  orale  o  popolare,  e  dall'altro  gli  allòtropi 
di  formazione  letteraria  totale  o  parziale.  In  questo  caso  noi 
metteremmo  nella  seconda  categoria  non  solo  tutte  quelle  forme 


294  Cangilo, 

di  origine  latina,  che  per  qualche  segno  mostrassero  d'essere 
state  obbliate  per  tempo  anche  non  lungo  dal  popolo  parlante, 
ma  anche  quelle  di  origine  non  immediatamente  latina,  che  si 
potessero  arguire  introdotte  nella  lingua  per  opera  dei  letterati. 
Tale,  crediamo,  sarebbe  il  caso  di  giuri  giuria,  o  di  ostello  e 
di  non  poche  altre  che  dobbiamo  all'influenza  delle  letterature 
d'oc  e  di  oU  nel  secolo  XIII. 

Adottando,  invece,  il  criterio  della  fonte  onde  sono  derivati  i 
nostri  allòtropi,  si  potrebbe  ancora  dividerli  in  due  grandi  ca- 
tegorie, mettendo  nell'una  gli  allòtropi  indigeni  fiorentini,  e  nella 
seconda  tutti  gli  altri  considerati  come  d'origine  straniera.  Stra- 
niere, infatti,  rispetto  al  nucleo  fiorentino  primitivo,  sono  da  dire 
non  solo  tutte  le  voci  che  esso  prima  e  poi  la  lingua  italiana 
hanno  adottato  da  altri  dialetti  italiani,  o  da  lingue  straniere, 
ma  ben  anco  quelle  molte  voci  che  di  mano  in  mano  esso  ha  ac- 
cettate prima  dal  bassolatino  letterario,  poi  dal  latino  de'  classici. 

Augusto  Brachet,  il  primo  che  scientificamente  investigasse 
i  fenomeni  dell'allotropia,  divise,  invece,  tutti  i  douhlets  fran- 
cesi in  tre  grandi  categorie:  mise  da  un  lato  i  douhlets  d'ori- 
gine straniera;  e  fece  poi  due  classi  speciali  dei  douhlets  d'ori- 
gine latina,  distinguendoli  in  'doppioni'  d'origine  popolare,  e 
'doppioni'  d'origine  letteraria.  E  questa  sua  tripartizione  è  stata 
poi  in  generale  accettata  da  tutti,  quantunque  essa  pecchi  fon- 
damentalmente in  ciò,  che  è  determinata  da  due  criterj  diversi: 
quello  della  fonte,  e  l'altro  del  modo  di  formazione. 

Ma  e  le  nostre  due  bipartizioni  e  questa  tripartizione  brache- 
tiana,  sono  per  ora  praticamente  inattuabili;  e  però  noi  siamo 
costretti  a  rinunciarvi.  Ciascuna  di  esse  suppone,  a  torto,  che 
si  possa  ormai  con  sicurezza  e  costantemente  distinguere  le  voci 
di  formazione  letteraria  dalle  voci  di  formazione  popolare.  In 
pratica  si  vede  che  noi  siamo  ancora  discretamente  lontani  da 
questo  bell'ideale;  e  se  il  Brachet  ed  altri  hanno  creduto  di 
poter  attuare  questa  distinzione,  i  loro  errori  devono  togliere 
a  noi  ogni   simile   illusione'.  —  Noi  siamo  ben  persuasi,   che 


^  Citiamo  ed  esaminiamo  pochi  casi  nei  quali  il  Brachet  s'è  ingannato. 
Sono  stampati  'en  italique',  e  però  dichiarati  di  formazione  popolare,  nel  suo 
'Dictionnaire  étymologique":  siede,  diable,  liorc.  —  Siede,  infatti,  ha  popolar- 
mente ié  -  ]?,,  e    ha  perduta   la  postonica  (saednm'),  secondo  le  norme   già 


Gli  allòtropi  ital.:  Introduzione.  295 

uno  studio  attentissimo  della  struttura  fonetica  del  tesoro  les- 
sicale italiano  o  francese  o  d'altra  lingua  romanza,  ci  dovrà 
condurre,  quando  che  sia,  a  scernere  in  ciascuna  lingua  uno 
strato  di  parole  perfettamente  omogeneo,  diremmo  quasi  per- 
fettamente logico  nelle  sue  evoluzioni,  e  quasi  tutto  riferentesi 
a  cose  ed  idee  della  vita  comune;  strato  di  parole  che  ci  rap- 
presenterà abbastanza  da  presso  quel  tanto  di  elementi  volgari 
romani,  che  anche  nelle  età  di  massima  barbarie  sono  rimasti 
vivi  e  vitali  presso  ciascuna  nazione  neolatina.  Dopo  questa 
prima  cerna  di  voci  interamente  popolari,  istituendosi  una  mi- 
nuta analisi  di  tutte  le  rimanenti,  che,  senza  uno  speciale  mo- 


del volgare  romano.  Ma  esso  conserva  intatto  il  -CL-,  mentre  è  pur  costante 
che  nel  francese  un  -cl-  preceduto  da  vocale  si  l'isolva  in  Ij  {oreille  ecc.). 
D'altra  parte,  l'antico  seule  (in  Eulalia)  è  anch'esso  anormale,  mostrandoci 
tanto  salda  la  postonica,  che  n'è  dovuto  cadere  il  e  fra  vocali.  E  i  riscontri 
coir  italiano  secolo  (e  non  secchio  o  5^17^10  e  nemmeno  segolo),  e  collo  spa- 
gnuolo  siglo,  anticamente  sieglo  (e  non  già  siejo  0  siello,  come  viejo  viello 
da  veclo=  vetulus),  ci  persuadono  ancor  più  trattarsi  qui  di  voce  che  il 
popolo  una  volta  scordò,  e  poi  di  nuovo  apprese  dagli  ecclesiastici,  i  quali 
in  Francia  hanno  dovuto  insegnare  seculo-,  e  probabilissimamente  seci'ih  (e 
non  già  sedo),  come  mostra  seule,  che  ha  il  suo  perfetto  risconto  in  teule, 
ora  tuile,  da  tegula,  e  non  tegla.  Anche  gli  argomenti  ideologici  starebbero 
in  favore  dell'origine  ecclesiastica  di  siede.  —  Diable  ha  giusto  l'accento; 
ha  perduto  la  postonica;  ma  esso  conserva  impopolarmente  intatto  il  di-  dj-, 
e  rivela  così  la  sua  provenienza  da  quegli  ecclesiastici,  che  con  di-  intatto 
lo  leggevano  nei  loro  libri.  Vero  è  bene  che  il  bassolatino  ci  offre  per  tempo 
uno  zahulus;  ma  questo  zabulus  sarà  probabilmente  una  proferenza  greciz- 
zante (E.  Du  MÉRiL,  Poésies  pop.  lat.  ant.  au  douzième  siede,  p.  149  n.  2),  0 
ci  proverà  tutto  al  piti  che  il  popolo  già  cominciava  in  qualche  provincia  ad 
assimilarsi  quella  voce,  senza  poi  riuscire  a  far  prevalere  la  forma  sua  con- 
tro quella  insegnata  dagli  ecclesiastici.  Il  diavi  e  di  Eulalia,  e  il  diable  dù'able 
comune  nell'antico  francese  non  possono  essere  popolari;  come  impopolare  é 
la  forma  del  nostro  diavolo,  e  non  giovalo  0  giolo,  e  lo  spagnolo  diablo.  — 
Livre  da  ti-bro-  è  anch'esso  anormale;  mentre  dovrebbe  essere  popolarmente 
leiore  0  loivre:  lo  scadimento  di  br  a  ir  prova  solo  che  la  voce  già  da  tempo 
corre  per  le  bocche  del  popolo.  L'impopolarità  originaria  di  livre  è  confor- 
tata dal  nostro  libro,  e  non  già  lebbra  e  levo,  come  vorrebbe  Vi,  e  l'ana- 
logia di  libbra  e  lira.  Il  nostro  arcaico  livro,  se  non  è  un  francesismo,  rap- 
presenterà un  tentativo  primo  di  popolarizzare  la  parola  dei  derid,  tenta- 
tivo che  si  vede  anche  nel  liberi  per  libri  d'un  testo  veneto-toscano  del 
sec,  XV  {Romania,  1878,  p.  73),  e  nel  livero  d'un  testo  umbro  del  1339  {Rio. 
di  filol.  rom  ,  I  258).  —  E  si  voglia  vedere  ciò  che  su  libro,  e  poi  su  Bieu 
ed  esprit,  ho  scritto  nel  Giornale  di  fil.  rom.,  I  8  e  segg. 


296  Canello, 

tivo  di  eufonia  o  di  analogia,  si  trovino  discordanti  nella  loro 
evoluzione  dalle  voci  dello  strato  popolare,  potrà  riuscire  col 
tempo  al  filologo  di  ripartirle  in  tante  serie,  sempre  più  grosse, 
di  struttura  sempre  più  latineggiante,  così  che,  se  nella  prima 
staranno  le  voci  quasi  popolari,  nell'ultima  entreranno  i  più 
crudi  latinismi;  e  ci  presenteranno  nella  loro  successione  una 
specie  di  storia  delle  singole  colture  nazionali,  che  dalle  classi 
superiori  si  trasmettono  alle  masse  popolari.  Ma  anche  quando 
tutto  questo  sarà  fatto,  e  per  ora  è  tutt' altro  che  fatto,  noi 
non  saremo  ancora  giunti  a  poter  distinguere  costantemente  le 
voci  popolari  dalle  letterarie.  Quando,  infatti,  si  passa  dalle 
voci  fondamentali  a  quelle  derivate  con  suffisso  ben  sentito,  noi 
ne  incontriamo  non  poche,  che  risultano  d'elementi  parte  popo- 
lari e  parte  letterarj.  Nessuno,  p.  es.,  crederà  popolare  intre- 
pido od  efferato;  eppure  intrepidezza  ed  efferatezza  hanno 
un'  uscita  popolare.  Massajo  e  masseria  hanno  certo  l' impronta 
popolare;  eppure  la  lingua  ne  ha  tratto  masserizia  con  suffisso 
sicuramente  letterario.  Lo  stesso  si  dica  di  lugliatico,-  compa- 
natico e  simili,  voci  che  tutto  farebbe  presumere  di  creazione 
popolare:  eppure  esse  hanno  un  suffisso  -atico,  che  per  il  po- 
polo diventa  normalmente  -aggio,  come  si  vede  in  selvaggio, 
viaggio  ecc.  Come  si  spiegano  questi  fatti?  Gli  è  che  i  lette- 
rati considerano  come  cosa  propria  le  forme  popolari,  e  con 
suffissi  del  popolo  traggono  nuove  derivazioni  da  voci  più  o  meno 
latineggianti  immesse  nella  lingua  da  loro;  e  il  popolo  alla  sua 
volta  si  viene  appropriando  e  le  voci  e  i  suffissi  dei  letterati, 
e  con  questi  deriva  nuove  voci  da  basi  di  formazione  orale.  Que- 
sta lingua  italiana  s'è  svolta  e  si  svolge  sotto  la  doppia  azione 
del  colti  e  degli  incolti;  e  l'attività  degli  uni  s'incrocia  spesso 
colla  attività  degli  altri,  e  la  elide,  o  la  trasforma.  Cosi,  men- 
tre da  un  lato  il  popolo  cerca  assimilarsi  le  voci  che  impara 
dai  dotti,  i  dotti  alla  lor  volta  tentano,  e  spesso  con  fortuna, 
di  riaccostare  al  latino  le  voci  che  sentono  in  bocca  del  popolo. 
Il  popolo  di  Firenze  avea  ridotto,  p.  es.,  il  lat.  patronus  a  pa- 
drone; ma  questa  pareva  agli  scrittori  dell'Italia  superiore  nel 
cinquecento  una  forma  corrotta;  e  però  il  Castiglione,  il  Bembo 
e  l'Ariosto  scrissero  assai  spesso  pa^ro?2(?\  a  ciò  forse  confortati 


^  Vedi  il  Coriegiano  del  Castiglione,  lib    I. 


Gli  allótiopi  ital.:  Introduzione,  297 

anche  dal  imtron!  saluto  rispettoso  nei  dialetti  veneti.  Padrone 
ha  vinto;  ma  loatrone  convive  con  lui  nel  dizionario  storico 
italiano.  Un  caso  più  curioso  dell'  incrociarsi  di  queste  attività 
e  del  loro  cospirare  od  elidersi,  è  in  convoglio ^  che  prima  è 
stato  convojo,  dal  francese  convoi.  Convojo  non  parve  ai  To- 
scani, 0  ai  letterati  dell'Italia  superiore,  abbastanza  italiano;  e 
poiché  al  fojo  e  2')aja  di  quassù  corrispondeva  a  Firenze  foglio 
e  paglia,  ecco  trasformato  convojo  in  convoglio.  Analogamente 
il  Bojardo  scrisse  noglia  e  gioglia. 

In  conclusione  questa  distinzione  tra  voci  popolari  e  voci  let- 
terarie, che  altri  imaginava  di  una  straordinaria  agevolezza,  a 
noi  pare  per  ora  difficilissima  in  molti  casi,  in  altri  impos- 
sibile. 

Ma  quand'anco  essa  fosse  attuabile,  metterebbe  poi  conto  di 
farla  come  base  d'una  classificazione  degli  allotropi?  Certo  im- 
porterebbe assai  alla  storia  della  cultura  italiana  il  poter  de- 
terminare quante  e  quali  voci  della  nostra  lingua  siano  sempre 
esistite  nel  fondo  dialettale  fiorentino,  e  quante  e  quali,  di 
mano  in  mano,  ve  ne  abbia  fatto  entrare  la  crescente  cultura, 
prima  dei  Fiorentini  stessi,  e  poi  di  tutti  gli  Italiani;  distin- 
guendo anche,  tra  le  voci  tolte  da  dialetti  o  da  lingue  stra- 
niere, quelle  che  son  venute  per  via  letteraria  dalle  altre  adot- 
tate direttamente  dal  popolo.  Ma  questo  lavoro  di  cernita,  per 
avere  una  reale  importanza,  dovrebbe  estendersi  a  tutto  il  te- 
soro lessicale;  o  per  lo  meno  abbracciare  tutte  le  voci  riferen- 
tisi  a  qualche  speciale  soggetto.  Se  non  che  i  nostri  allotropi, 
né  sono  tutta  la  lingua,  né  si  riferiscono  ad  alcun  determinato 
ordine  di  cose  e  d'idee.  Essi  non  rappresenterebbero  se  non  una 
porzione  meschina  di  codesti  spogli;  né  permetterebbero  alcuna 
conclusione  sicura  in  ordine  alla  storia  generale  delle  idee. 

IV.  Resta  adunque  che  noi  abbandoniamo  l'idea  d'ogni  cas- 
sazione generale;  e  che  troviamo  un  ordine  perspicuo  secondo 
il  quale  distribuire,  aggruppati  quando  sia  possibile  in  serie 
omogenee,  tutti  quanti  i  nostri  casi  d'allotropia.  E  quest'or- 
dine ci  viene  suggerito  alle  prime  dalla  fonologia  italiana.  Noi 
seguiteremo,  quasi  in  tutto,  lo  schema  che  per  lo  studio  de'  no- 
stri dialetti  fu  proposto  dal  Direttore  àeVC Archivio  e  seguito 
poi  da  tutti  i  collaboratori  diretti  e  indiretti  :  e  intorno  a  ognuno 


298  Canello , 

dei  principali  fatti  fonetici  schiereremo  i  casi  d'allotropia  che 
ne  dipendono.  Già  i  nostri  predecessori,  pur  mantenendo  la 
divisione  in  tre  classi,  avevano  poi  suddiviso  gli  allòtropi  di 
origine  latina  in  altrettanti  gruppi,  quanti  erano  i  fenomeni 
fonetici  a  cui  si  riferivano.  Noi  invertiremo  l'ordine:  e  per 
ogni  caso  d'allotropia,  e  più  ancora  per  ogni  serie  di  allòtropi, 
tenteremo  di  determinare  quali  siano  entrati  nella  nostra  lingua 
per  via  orale  e  quali  per  via  in  tutto  o  in  parte  letteraria:  la 
ricerca  etimologica  ci  dirà  poi  senz'altro  la  fonte  ond'essi  ci 
sono  derivati. 

Accennato  in  generale  il  disegno  del  lavoro,  passiamo  ad  al- 
cune avvertenze  speciali,  che  si  riassumono  tutte  in  questa:  ab- 
biamo escluso  dai  nostri  elenchi  tutte  quelle  forme  che  rigorosa- 
mente non  rispondono  alla  definizione  degli  allòtropi  veri  e  pro- 
prj  ;  e  veri  allòtropi  diciamo  noi  solo  «  quelle  parole  che,  diffe- 
rendo nel  significato,  derivano  da  una  stessa  base  lessicale  ».  Non 
abbiamo  quindi  registrati  qui  gli  allòtropi  di  pura  forma,  quali 
giudicio  e  giudizio  e  simili,  che  pur  avevamo  in  buona  copia  rac- 
colti nei  nostri  spogli  del  Vocabolario  italiano,  del  Vocabolario 
dell'uso  toscano  di  P.  Fanfani,  e  del  Rimario  di  G.  Rosasco  (Pa- 
dova 1719).  Un  po'  di  lassezza  abbiamo  usato  per  i  casi  in  cui 
l'un  termine  e  l'altro  risalgono  alla  stessa  base,  ma  l'uno  n'è 
venuto  per  evoluzione  fonetica,  l'altro  per  evoluzione  morfologica. 
Strillo  sost.  è  sostanzialmente  identico  con  stridulo  agg.  ;  ma 
stridulo  riviene  a  stridui us;  e  strillo  è  all'incontro  un  nome 
estratto  da  strillare,  che  riviene  ad  uno  *stridulare.  Crotalo 
è  identico  a  crocchio  'risuono  de' vasi  fessi';  ma  l'uno  muove 
da  crotalus,  l'altro  da  crocchiare.  Lo  stesso  abbiamo  fatto 
per  i  casi  in  cui  da  un  unico  verbo  si  estraggono  due  nomi, 
diversi  solo  per  l'uscita  che  ne  determina  il  genere,  come  grido 
e  grida  àa.  gridaì'-e  =  quirìisLV e;  e  negli  altri  in  cui  l'una  forma 
deriva  dal  singolare  d'una  base  nominale  e  l'altra  dal  plurale, 
come  in  foglio  e  foglia  da  folium  e  folla;  oppur  quando 
un  maschile  e  un  ferainile  italiani  si  ricavano  da  un  solo  ma- 
schile 0  da  un  solo  feminile  (caso  assai  raro)  della  lingua  ori- 
ginale: come  modo  e  moda  da  modus  ecc.  Ma  poiché  in  questi 
e  simili  casi  si  vede  cospirare  l'attività  morfologica  colla  fone- 
tica, noi  non  li  abbiamo   voluti  mescolare  cogli  allòtropi  veri 


Gli  allòtropi  ital.:  Introduzione.  299 

e  proprj,  dovuti  solo  a  diversità  di  sviluppo  fonetico;  e  ci  siamo 
contentati  di  darne  un  saggio  in  appendice. —  Sull'esempio  dei 
nostri  predecessori  abbiamo  poi  esclusi  i  nomi  di  luoghi  e  di 
persone. 

Abbiamo  infine  creduto  opportuno  di  soggiungere  qua  e  là 
alcuni  schiarimenti  sul  valore  specifico  dei  singoli  allòtropi,  par- 
ticolarmente quando  la  differenza  avrebbe  potuto  parere  meno 
evidente.  E  qui  confessiamo  il  timore  d'aver  usato  troppo  ri- 
gore nel  rigettare  come  allotropi  indifferenti  molti  che  pur  sva- 
riano tanto  quanto  nel  senso.  Cosi  p.  es.  parrebbe  a  prima  giunta 
che  specchio  e  speglio  non  differissero  punto;  pur  sta  il  fatto 
che  i  dizionarj  assegnano  a  specchio  significati  traslati  che 
mancano  a  speglio.  In  queste  distinzioni  di  significati  abbiamo 
seguito  quasi  sempre  il  Nuovo  Dizionario  dei  sinonimi  della 
lingua  italiana  di  N.  Tommaseo,  4'  ed.,  Napoli  1859,  che  ci- 
tiamo per  ToMM. 

V.  Ricorderemo  infine  coloro  che  ci  hanno  preceduto  nel  trat- 
tare particolarmente  dell'allotropia.  Vien  primo  Nic.  Catherinot, 
Lcs  douhlets  de  la  langiie  frangoise,  Bourges  1683:  il  quale 
opinava  che  'cette  recherche  servirà  pour  entendre  les  origines, 
les  différences  et  les  énergies  des  mots,  et  à  quelques  autres 
usages:  enfin  e' est  une  curiosité."  Augusto  Brachet,  da  un 
diligente  studio  sulla  sorte  delle  vocali  atone  nel  francese,  fu 
portato  a  riesaminare  tutto  l'argomento  dei  doublefs  francesi, 
che  hanno  appunto  il  loro  motivo  principale  nelle  sorti  dell' a- 
tona;  e  pubblicò  un  Dictionnaire  des  doublets  ou  doubles  for- 
mes  de  la  langue  frangaise,  Paris  1868;  al  quale  fece  tener 
dietro  nel  1871  un  importante  Supplément,  con  giunte  e  cor- 
rezioni. Ad  onta  delle  non  poche  mende  particolari,  già  rile- 
vate dai  critici  del  Ceniralhlait  (1868  p.  1426,  e  di  nuovo 
1871  p.  1086;  Ad.  Tobler)  e  della  Revue  Critique  (II,  274 
segg.),  e  più  minutamente  poi  dalla  signora  C.  Mìchaklis  nel 
libro  che  tosto  citiamo;  e  ad  onta  di  quel  difetto  generalo  di 
chissazione,  del  quale  già  abbiamo  toccato,  il  libro  del  Bra- 
chet ebbe,  come  meritava,  bonissime  accoglienze  dagli  studiosi, 
e  giovò  moltissimo  a  promuovere  altri  simili  studj.  Ad.  Coeluo 

'  Cfr.  Brachet,  Doriblets,  p.  49. 


300  Canello, 

dava,  nella  Romania  (II,  281-94),  un  elenco  ragionato  di  For-^ 
mes  divergentes  dcs  mots  portiigais;  e  Mich.  Bréal  esami- 
nava gli  allòtropi  latini  nei  Mémoires  de  linguistique  (I,  162- 
170).  Nel  tempo  stesso  che  noi  stavamo  raccogliendo  il  mate- 
riale per  questo  lavoro,  un  nostro  ottimo  amico,  Alessandro 
De  Colle,  giovane  di  maravigliose  speranze,  morto  a  diciott'anni, 
preparava  uno  studio  sulle  Dittologie  italiane,  che  fu  in  parte 
pubblicato  postumo  nei  Nuovi  Goliardi  (Firenze  1877,  fase. 
III  e  V-VI).  Ma  il  lavoro  più  compiuto,  più  esatto  e  più  per- 
spicace che  sia  stato  scritto  sugli  allòtropi  è  quello  della  si- 
gnora Carolina  Michaelis,  Studien  zur  romanischen  loortschò^ 
pfung  (Lipsia  1876);  dove  si  rivedono,  si  correggono  e  si  au- 
mentano le  liste  del  Brachet  e  del  Coelho,  e  si  offre  una  lar- 
ghissima messe  di  allòtropi  spagnuoli.  Anche  le  considerazioni 
generali  vi  sono  bonissime;  e  sarebbero  ancor  più  utili,  se  la 
distribuzione  delle  singole  parti  del  lavoro  fosse  più  chiaramente 
divisata.  Noi  non  possiamo  entrar  qui  in  un  esame  particola- 
reggiato di  questi  studien;  solo  vogliamo  notare  che  la  signora 
Michaelis  avea  già  notato  l'incongruenza  della  tripartizione  del 
Brachet  (p.  164);  ma  non  ha  poi  saputo  risolversi  ad  abbando- 
narla. Or  vada  adunque  anche  il  nostro  studio,  e  tenti  riempiere 
quel  vuoto,  che  per  l'italiano  era  sentito  dalla  Michaelis,  e  che 
la  raccolta  del  De  Colle,  frutto  d'uno  spoglio  diligente  delle 
opere  del  Diez,  non  poteva  togliere  del  tutto. 


I.  Allòtropi 
dipendenti  dagli  esiti  delle  vocali  toniche. 

1.  -ARIA  -ARIO.  Queste  formule  latine  hanno  esiti  molto  variati,  sia  perchè 
r  d  ora  vi  si  possa  conservare,  ora  passi  in  ie  e  i,  e  sia  perchè  il  nesso  -ri- 
{ì-j)  0  vi  rimanga  intatto,  o  si  risolva  in  più  modi  distinti.  Noi  facciamo 
la  rassegna  dì  quelli  fra  gli  esiti  di  -aria  -ario  che  importino  al  nostro  sog- 
getto, e  accompagniamo  i  men  comuni  o  inesplorati  con  qualche  dichiara- 
zione. 

Di  -ÀRIA  abbiamo  ben  sette  esiti  certi,  che  danno  occasione  ad  allòtropi, 
ed  uno   dubbio.    Sono:  -aria  -ara  -aja  -iera  -era  -ea  -io  -eria  {-aria).  Sui 


Allòtropi:  Vocali  toaiciie,  A.  301 

primi  tre  nou  importa  fermarsi;  -iera  ed  -era  sono  già  stati  spiegati  (Asc. 
I  48-1-5  n)  da  un  -^ra  per  -aria  con  i  repaginato  e  fuso  coll'ó;  e  basterà 
qui  aggiungere  che  il  tipo  -era  è  sempi'e  vivo  in  altera  per  altiera,  in  bu- 
fèra (cfr.  DiEZ  less.  I'  lo),  e  in  galera.  Degni  di  maggiore  attenzione  sono 
-ea  ed  -ia.  -  Abbiamo  -ea  nell'are,  primea  primiera  (Bocc,  Tes.,  e.  ii,  st.  5, 
in  rima),  in  civéa  Arch.  I  486  n,  in  scalda  (cfr.  scalerà  e  fr.  escalier),  e  in 
altre  simili  forme,  che  nell'ambito  toscano  parrebbero  sorte  da  un  'eja^-ce~ 
ria  = -aria,  con  i  che  al  tempo  stesso  si  repagina,  fondendosi  con  Va,  e  si 
mantien  vivo  al  suo  posto,  cfr.  Asc.  Ili  258.  Il  fatto  è  quasi  messo  fuori  d' ogni 
dubbio  dagli  esiti  toscani  dell' -creo  -trio  originale:  capisterium  dà  capi^ 
stero  capistejo  capistéo;  papyrio-  (da  papyrus)  è  nel  sen.  papejo  papéo , 
a  Montepulc.  papio  (lucignolo);  e  un  vomeri  a-  (o  vomaria-)  é  nell'aret. 
gomcja  goméa  Asc.  II  448n.-  Abbiamo  -ia,  per  ulteriore  evoluzione  di  -ea 
(cfr.  rio  da  reus  o  avia  per  avea)  in  galia  daccanto  a  galea,  e  in  saettia; 
esemplari  che  meritano  particolare  commento.  Su  galera  galea  sono  incer- 
tissimi gli  etimologi  (cfr.  DiEZ  less.  P  196  e  Littré  dict.  s.  galèe),  ai  quali 
è  sfuggito  il  calarla  'navis  quae  ligna  portat'  registrato  dal  Ducange  con 
un  unico  esempio  tolto  dal  Catholicon  di  Johannes  de  Janua.  Non  c'è  dub- 
bio che  calaria  sia  un  etimo  sufficiente  per  tutte  le  forme  neolatine,  e  a 
noi  par  anche  probabile  che  calaria  sia  derivato  da  xà)>ov  'legno'  Megno  da 
costruzione'  e  'nave'  nel  lacedemone,  secondo  la  bella  congettura  del  Bergk 
al  lib.  I,  I,  23  degli  Ellenici  senofontei.  Che  anche  saettia  risalga  ad  una 
base  in  -aria,  è  reso  quasi  certo  dal  sagittea  assai  frequente  negli  Annali  del 
Caffaro  (v.  Murat.,  Ss.  VI  261  è  2S2b  ecc.)  e  dal  sagittaria  che  con  lo 
stesso  valore  è  in  Saba  Malaspina  (Murat.,  Ss.  VIII  815 &).  E  il  fatto  che 
sagittea  sia  la  forma  propria  dell'annalista  genovese,  mentre  il  romano  scrive 
sagittaria,  ci  fa  arguire  che  Genova  sia  la  patria  prima  di  saettia,  come 
anche  di  quel  galea  galia,  che  il  lessicografo  genovese  verso  il  1SJ86  (vedi 
Hist.  litt.  d.  1.  Fr.,  XXII  13)  sapeva  ancora  ricondurre  alla  forma  originale 
calaria.  Calaria,  infatti,  nel  genovese  normalmente  sì  faceva  gale[r]a  galea 
(cfr.  Asc.  II  115).  La  forma  galera  potrebb' essere  un  arcaismo  genov.,  o 
esserci  venuta  di  Provenza  o  di  Spagna,  o  anche  da  Napoli,  Palermo,  Ve- 
nezia ecc.  Questo  esito  -ia  da  -aria  par  si  veda  anche  in  abetia  che  sta  dac- 
canto ad  abetaja;  e  ad  ogni  modo  è  dimostrato  possibile  e  probabile  anche 
nell'dmbito  toscano  da.  macìa  =  maceria. —  Molto  incerto,  o  illusorio,  ò  infine 
-aria  -erta  da  -aria,  coli' accento  portato  innanzi,  come  suole  avvenir  di  fre- 
quente nel  suffisso  -ia  (Diez,  Gram.  Il',  Deriv.  nom.,  ia).  Parrebbe  ragione- 
vole di  vedere  quest'esito  in  pregheria  prcgaria  daccanto  a  preghiera,  da 
precaria  agg.  o  in  pescheria  da  piscaria  n.  37;  ma  poiché  non  è  dubbio, 
nella  grande  maggioranza  de' casi,  trattarsi  di  nuove  derivazioni  per  -ia^, 
noi  escluderemo,  per  norma,  gli  allòtropi  che  ne  dipenderebbero,  salvo  il  caso 
tutt'  affatto  speciale  di  galleria  (p.  305). 

Di  -ARIO  abbiamo  sette  esili  certi,  e   quattro    raen   certi,  da  tutti  i  quali 


'  Cfr.  G.  Paris,  Ètude  sur  le  rOle  de  l'accent  etc,  p.  87. 

Archivio  glottol.  ital  ,  IH.  21 


302  Canello, 

dipendono  o  dipenderebbero  casi  di  allotropia.  I  corti  sono:  -arto  -aro  -ah 
-ajo  -iero  -e  -i  -ero  -eo;  i  meno  certi  sono:  -aglio  -arra  -erro  -io.  Sui  primi 
sette  non  accade  altrimenti  fermarsi:  la  loro  evoluzione  è  affatto  analoga  a 
quella  di  -aria  -aja  ecc.  Solo  per  -ale  gioverà  ricordare  ch'esso  si  svolge 
specialmente  in  basi  che  abbiano  un  r,  cioè  per  dissimilazione,  cfr.  breviale 
da  breviarium,  corsale  da  corsario-.  Gli  altri  quattro  hanno  bisogno  di 
qualche  commento.  —  Sicuro  vorremmo  dire  -aglio  in  sbaglio  sbagliare,  voci 
che  risaliranno  a  ex-vario-  ex-variare,  come  fanno  arguire  per  la  forma 
l'are,  svaliare  'variare',  e  per  il  significato  svarione  sproposito.  Sbaglio  è 
propriamente  una  'svista',  un  'error  d'occhi';  e  questo  suo  senso  si  conviene 
perfettamente  con  quello  di  varius  -  poù.iQ<;  'cangiante'  e  quindi  'abbagliante'. 
[Con  s-bagliare  ah-bagliare  starà  anche  abbar-bagliare  che  nel  bar-  della 
radduplicazione  conserva  meglio  il  tema  var-.\  La  stessa  evoluzione  di  -rj- 
in  Ij-  si  ha  forse  anche  in  quoglio  (Soldani,  in  rima)  per  cuq/o  =  corium; 
V.  però  qui  sopra,  p.  297. —  Più  disputabili  sono  gli  altri  tre.  Un  -arro  per 
-aro  fu  sospettato  dal  Flechia,  Arch.  Ili  1C2,  in  ramarro.  Ed  analogamente 
-erro  per  -ero  noi  vedremmo  in  sgherro  (onde  scherano),  che  il  Diez,  less. 
11-^66,  trae  dubitando  dall'a.  a.  ted.  scarjo,  e  che  a  noi  pare  invece,  insieme 
colla  voce  tedesca,  da  sicarius. —  Ancor  più  dubbio  è  -io,  che  tuttavia  è 
alquanto  confortato  dall'analogo  -ia,  e  da  lavorio  polverio  formicolio  dac- 
canto a  lavoriero  polverojo  -riera  formicolajo.  Vero  è  bene  che  quest"-JO 
può  anche  avere  origine  diversa. 

Esaminati  i  vari  esiti  di  -aria  -ario,  c'importerebbe  determinare  la  loro  par- 
ticolare provenienza.  Ma  qui  le  difficoltà,  già  accennate  a  p.  296,  s'accumu> 
lano  in  modo  singolare.  E  per  cominciare  dalle  formule  con  d  alterato,  e  che 
perciò  si  mostrano  di  sicura  elaborazione  popolare,  diremo  che,  se  -iero  -re 
-iera  ci  rappresentano  la  più  comune  risposta  popolar  fiorentina  di  -ario 
-ARIA,  -ero  -era  all'incontro  possono  essere  di  natura  diversissima.  In  altero.^ 
infatti,  si  potrebbe  vedere  un  arcaismo  fiorentino,  tenuto  in  vita  dalla  lette- 
ratura; galera  potrebb' essere  e  provenz.  e  spagnuolo,  e  siciliano  e  napol. 
ecc.;  di  postero  mostreremo  a  suo  luogo  la  origine  lombarda  (p.  309);  -eo 
-ea  sarebbero  normali  nell'aretino  (Arch.  II  448n.),  ma,  come  vedemmo  per 
galea,  anche  nel  genovese;  e  batlistéo  capistéo  sono  fiorentini.  Pari  o  mag- 
giore l'incertezza  rispetto  ad  -ia  e  -io. —  Né  minori  sono  i  dubbj  rispetto 
alle  formule  con  d  intatto.  Noi  stentiamo  a  credere  che  -ajo  ed  -aro  sieno 
schiettamente  popolari  fiorentini;  e  vorremmo  spiegarli  ammettendo  che  il  po- 
polo, quando  aveva  già  ridotto  ad  -cerio  -aero  I'-auio  primitivo  (il  quale  si 
conservava  sempre  vivo  in  bocca  ai  letterati  o  alle  persone  colte,  che  par- 
lavano ancor  latino,  o  tendevano  a  latineggiare,  pur  usando  il  linguaggio  vol- 
gare), dai  letterati  ripigliasse  intatto  quest'  -drio,  e,  fattolo  suo,  lo  trasfor- 
masse, non  però  tanto  quanto  avea  trasformato  e  seguitava  a  trasformare 
V -ario  delle  parole  rimaste  sempre  vive  nella  parlata.  Analogamente,  più 
tardi,  allorché  quest' -drio  semipopolare  era  già  -a[r]jo  od  -ar[i]o,  dagli 
stessi  letterati  il  popolo  imparava  di  nuovo  anche  V -ario  originale,  e  lo 
conservava  intatto.  Degli  altrj  esiti:  -aglio  -ale  (e  àeW -adio  che  abbiamo 
in  armadio)  nulla  si  può   dire  con  certezza.   Essi  sono  dovuti  a  una  spinta 


Alli5tropi:  Vocali  toniche,  A.  303 

dissimilativa  (s-bagliare:  variare::  c/ijedere  :  quaerere);  né  par  possibile  de- 
terminare a  qual  età  questa  dissimtlazione  si  sia  determinata.  Giova  in- 
fine ricordare  che,  quand'anco  si  sapesse  la  provenienza  e  la  natura  di  cia- 
scuna di  queste  formule,  noi  non  potremmo  già  dire  di  conoscere  sempre 
la  provenienza  o  la  natura  delle  parole  in  cui  queste  formule  s'incontrano, 
poiché,  trattandosi  qui,  tranne  per  il  caso  di  sbaglio^  di  formule-sufBssi, 
bisogna  sempre  ricordare  che  gli  Italiani,  dotti  ed  indotti,  che  parlano  o  scri- 
vono la  loro  lingua  comune,  trasferiscono  i  suffissi  dalle  parole  colle  quali 
dapprima  si  sono  svolti  ad  altre  di  natura  diverse  ;  cosi  che  può  accadere 
che  il  suffisso  di  origine  letteraria  si  trovi  in  parole  di  formazione  popolare, 
e  viceversa  (p.  296). 

Facciamo  ora  seguire  l'elenco  dei  cento  e  un  gruppi  di  allòtropi  occa- 
sionati dagli  esiti  di  -aria  -a' rio.  Partiamo  sempre  dalla  base  reale,  che 
scriviamo  tal  quale,  o  da  quella  ricostrutta,  che  distinguiamo  con  una  trat- 
tina  finale.  Dove  la  ricostruzione  a  tipo  latino  presentava  troppi  inconvenienti 
o  difficoltà,  ci  siamo  contentati  di  una  forma  volgare,  che  potesse  esattamente 
rappresentare  il  comune  prototipo.  Così  per  carozzajo  e  carozziere  mettiamo 
qual  base  un  carrozzarlo-,  e  non  un  carrotiario  o  un  carr+uti+a  rio 
e  sim. 

Aciario-  (cfr,  Diez.  less.  P6):  aceiajo,  are.  aciero  acciale; 
e  acciaro  spada.  Che  anche  acciale  risalga  ad  aciario-  e  non 
ad  un  aciale-  è  mostrato  da  accialino  sinonimo  di  acciarino. 

Adversarius:  avversario  agg.  e  sost.  ;  e  are.  avversaro 
avversiere  -o  od  aversiere  il  diavolo.  —  Da  adversaria:  av- 
versaria; e  versiera,  are.  aversiera  diavolessa. 

Apothecario-:  bottegajo  dotfegaro  chi  tien  bottega,  e  l'av- 
ventore d'una  b,  ;  e  apoticario  farmacista.  Il  ^  è  raddoppiato 
per  influenza  di  botte. 

A  rea  rio-:  arcajo  chi  fa  archi,  lat.  'arcuarius';  e  arciere  sol- 
dato armato  d'arco,  attraverso  il  fr.  archer,  che  risale  ad 
arcarlo-,  mentre  da  arcuarius  muove  il  prov.  arquier.  Ar- 
ciere non  può  venirci  direttamente  da  arcuarius  arcuserio, 
sull'analogia  di  torcere  da  torquere,  però  che  non  si  co- 
nosca alcun  caso  in  cui  la  gutturale  volga  a  palatina  it.  di- 
nanzi ad  -a^rio,  v.  Asc.  IV  120  n. 

Area:  area;  ed  aja.  —  Da  areola:  areola;  e  ajuola,  cfr.  Diez 
less.  IP  4. 

Argentarius  agg.  e  sost.:  argentiere,  are.  argentalo,  sost. 
chi  lavora  l'argento,  T'argentarins  faber'  dei  latini;  e  argen- 
tiero argentario  collo  stesso  signif.,  e  anche  aggettivi,  il  primo 
col  signif.  di  'argentifero',  il  secondo  col  quello  di   argentifero'  e 


304  Cunello, 

'degli  argentieri/  -  Da  argentaria  agg.  e  sost,  :  argeniaria 
agg.  ;  e  argentiera  agg.,  e  sost.  'miniera  d'argento'. 

Armentari us:  armentario  sost.  e  agg.;  e  armenliere -o 
pastore. 

Asinarius:  asinario  agg.;  e  asinajo  chi  guida  gli  asini. 

Avicellaria-:  uccellaja  frasconaja,  inganno,  tresca;  e  uc- 
celliera  luogo  da  tenervi  uccelli  vivi. 

Bacarlo-,  da  laco  =  hombax  (Flech.  II  39):  hacajo  chi  cura 
i  bachi;  hacldero  agg.  di  medicinali. 

B  agalla  rio-,  dal  gael.  hag  pacco  (Diez  less.  I"  44-45):  ha- 
gagliajo  carrozzone  per  i  bagagli;  e  bagagliere  bagaglione. 

B  arabi  nari  a-:  bambinaja  bambinaggine,  donna  che  custo- 
disce i  bambini;  e  bambinéa  'cosa  dolcissima  e  soavissima  da 
bambini'  (Fanf.) 

Ballistarius:  balestrajo  chi  fa  balestre;  e  balestriere  sol- 
dato armato  di  bai. 

Bancario-  dal  germ.  banc  n.  100:  bancario  agg.;  e  ban- 
chiere sost. 

Bestiarius:  bestiario,  col  valore  della  voce  latina;  e  be- 
stiajo  chi  governa  il  bestiame  grosso. 

Bilanceario-,  da  bilanx:  bilanciajo  chi  fa  bilance;  e  bi- 
lanciere ordigno  per  ottenere  l'equilibrio  nei  movimenti.  Ma 
resta  dubbio  se  veramente  il  primo  non  sia  da  bilancia  +  ario, 
e  il  secondo  da  bilance  +  ario. 

Cab  aliar  io-;  da  caballus:  cavallaro  staffetta  e  chi  guida 
cavallacci;  cavallojo,  nel  fior.,  chi  mercanteggia  di  cavalli;  ca- 
valiero  chi  monta  o  combatte  a  cavallo,  Tomm.  1430;  e  cava- 
liere cavaliero,  e  chi  appartiene  a  un  ordine  cavalleresco,  gen- 
tiluomo. Lo  sdoppiamento  del  l  par  dovuto  all'influenza  del  fr. 
chevalier:  fino  a  tutto  il  cinquecento  si  oscillò  nella  nostra 
letteratura  fra  cavaliere  e  cavalliere. 

Caepullario-  da  caepulla:  cipollaro  chi  vende  cipolle;  e 
cipollajo  cipollaro,  e  luogo  piantato  a  cipolle  (Rigutini).  Cipol- 
lajo  -ro  venditor  di  e.  postulerebbe  veramente  una  base  cae- 
puUarius,  mentre  cipollajo  luogo  messo  a  e.  un  neutro  cae- 
pullarium.  Ma  in  questo  e  in  tutti  i  casi  simili,  in  cui  dob- 
biamo partire  da  una  base  ipotetica,  che,  secondo  ogni  ragio- 
nevole presunzione,  sarebbe  da  collocare  in  età  in  cui  il  latino, 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  A.  305 

trasformandosi  in  neolatino,  più  non  sapeva  distinguere  tra  neu- 
tro e  maschile,  noi  consideriamo  come  allòtropi  perfetti  tutte  le 
voci  che  ora  rappresentano  una  base  siffatta. 

Calamarius:  calamajo  -ro;  e  calmiere  -o  (voce  ripro- 
vata) tariffa  de'  coraestibili.  Il  passaggio  ideologico  è  da  cala- 
mus  'canna'  a  'misura',  indi  tariffa. 

Calarla-,  da  -/.XXov  (p.  301):  galèa  galla  nave  da  guerra; 
e  galera  galea  e  luogo  di  pena.  —  E  galleria  non  sarebbe  un 
allòtropo  della  stessa  base?  Gallerìa  viene  a  noi  dal  francese; 
e  si  trova  per  la  prima  volta  nell'autobiografia  del  Cellini,  lib.  ir, 
cap.  XLi:  'galleria.  Questo  si  era,  come  noi  diremmo  in  Toscana, 
'una  loggia,  o  si  veramente  un  androne:  più  presto  androne  si 
'potria  chiamare,  perchè  loggia  noi  chiamiamo  quelle  stanze  che 
'sono  aperte  da  una  parte'.  L'esempio  più  antico  che  di  galérie 
rechi  il  Littré  è  del  sec.  XIV,  e  propriamente  del  Berciieure 
nella  traduzione  di  Tito  Livio,  piena  di  latinismi.  E  noi  cre- 
diamo che  il  galerie  gallerie  del  fr.  altro  non  sia  che  un  ri- 
calco letterario  del  bassolat.  galeria,  del  quale  si  ha  un  esera- 
pio  già  nel  sec.  IX,  e  che  alla  sua  volta  sarà  un  riflesso  d*un 
popol.  galceria  =  calarla.  Il  passaggio  ideologico  da  legno  (/.x- 
Vjv)  a  'costruzione  in  legname',  'loggia',  non  offre  difficoltà;  e 
lo  spostamento  dell'accento  è  affatto  consentaneo  alle  norme  delle 
voci  francesi  di  formazione  letteraria. 

Cali  dar  ium:  caldajo  caldaro',  e  calidario  la  'cella  cali- 
daria'. 

Camerarius:  camerario  titolo  d'ufficio  alla  corte  imperiale 
e  papale;  are.  camerajo  camerlingo;  e  cameriere. 

Candelario-,  da  candela',  candelajo  chi  fa  candele;  e  can- 
deliere candelabro.  - 

Cane  vario-,  da  un  bassol.  canava  canipa  (Diez  less.  IP  17): 
canovajo  canavajo  cantiniere;  e  canoviere  in  antico  chi  teneva 
rivendita  di  sale. 

Capillaria-,  da  capillus:  capellaja  'capigliatura  per  lo  più 
lunga  e  disordinata'  (Fanf.);  e  capelliera  capellaja  e  parrucca. 

Cappellaria-,  da  cappello  cappa  (cfr.  Diez  less.  V  110): 
cappellaja  la  moglie  del  cappellajo,  donna  che  vende  cappelli 
(ToMM.  Diz.  it.);  e  cappelliera  custodia  da  riporvi  il  cappello. 

Capsarius:  cassnjo  chi  fa  casse;  e  cassiere  chi  tien  la 
cassa. 


306  Canello, 

Carbonarius:  carhonajo  -aro  -iere  chi  prepara  o  vende 
carbone;  carbonaro  anche  chi  apparteneva  alla  società  polii, 
de' Carbonari.  —  Da  carbonaria:  carhonaja  carboniera  buca 
o  stanza  per  il  carbone,  catasta  di  legna  disposta  per  farne 
carbone,  la  moglie  del  carbonajo;  e  carbonara  la  catasta  di 
legna  da  ridurre  in  carbone,  e  agg.  di  una  specie  di  rena  (B^anf.; 
manca  al  Tomm.). 

Carcerarius:  carcerario  agg.,  come  in  lat.;  e  carceriere. 

Carnarium  (o  -us  agg.'?):  carnajo  luogo  da  riporvi  la  car- 
ne, e  sepoltura  comune;  e  carniere  -o  borsa  da  caccia,  indi 
borsa  in  genere. 

Carraria-,  da  carrus:  carraja;  e  carriera. 

Carro  zza  rio-,  (da  carrozza  e  carrus):  carrozzaio  chi  fa 
o  vende  carrozze;  e  carrozziere  chi  fa,  noleggia,  e  piìi  spesso 
chi  guida  carrozze. 

Caveario-,  da  cavea  n.  41:  gabbiajo  chi  fa  gabbie;  e  gab- 
biere -e  chi  sta  a  vedetta  nella  gabbia  delle  navi. 

Centenarius:  centenario  solennità  che  si  ripete  ogni  cento 
anni;  centinajo  somma  di  cento;  e  quintale  peso  di  cento  lib- 
bre, attraverso  lo  spagn.  quintal,  che  è  l'arab.  quintdr,  il  quale 
alla  sua  volta  risale  al  lat.  centenarius,  v.  Diez  less.  P  338. 

Chartularius  'archivista':  cartolajo  -ro  chi  vende  carta 
o  libri  da  scrivere;  cartolavo  -re  libro  di  memorie;  e  il  ripro- 
vato cartolario  archivio,  il  quale  però  postulerebbe  piuttosto 
un  chartularium,  e  dovrebbe  quindi  passare  tra  gli  allòtropi 
imperfetti,  al  n.  124. 

Cibaria  (neutro  pi.):  cibaria  comestibili  in  genere;  civaja 
legumi,  con  evoluzione  ideologica  molto  notevole  per  la  carat- 
teristica della  dieta  toscana;  e  civéa  civéra  portantina,  in  ori- 
gine portantina  da  cibi.  —  Da  cibarium:  cibario  sost.  ciba- 
ria; civéo  lo  stesso  che  civea;  e  cibrèo  manicaretto,  che  il  Caix, 
St.  d'etim.  99,  ricava  invece  dal  b.  lat.  cirhus.  Anche  cibare 
cibo  può  avere  la  stessa  base. 

CI  a  vario-,  da  clavis:  chiavajo  -ro  chi  custodisce  le  chiavi, 
e  chi  le  fa;  e  chiaviere  chi  tiene  le  chiavi  (Tomm.  Diz.  it.). 

Columbarium:  colombario  sepolcreto  a  foggia  di  colom- 
baja;  e  colombajo  colombaja. 

Coquinarius:   cucinario  agg.  spettante  a  cucina;  e  cuci- 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  A.  307 

niere  ciicinajo  il  cuoco  delle  società  religiose  o  quello  de'  soldati. 

Coronarius:  coronario  agg. ;  e  coronajo  coroniere  chi  fa 
corone. 

Cursario-:  corsiere  -o  nobil  cavallo  da  corsa;  e  corsaro, 
are.  corsale  corsare  chi,  autorizzato  dal  suo  sovrano,  pirateg- 
gia i  nemici  dello  Stato,  Tomm.  4338. 

Datiario-,  da  dazio  =lat.  daiio  -nis:  daziario  agg.;  e  da- 
ziere chi  riscuote  i  dazj. 

Dentaria-  da  dente:  dentaria  specie  di  pianta;  e  dentiera 
rastelliera  di  denti  posticci. 

Finantiario- :  finanziario  -iero  agg.;  e  finanziere   sost. 

Focaria:  focaja  agg.  di  pietra,  sost.  selce;  e  focara  stru- 
mento di  ferro  fuso  per  far  fuoco  sotto  la  caldaja. 

Foristario-  (cfr.  Diez  less.  V  185-6):  forestiere  -o;  e  fore- 
staro  soprastante  delle  foreste. 

Formicario-:  formicajo  mucchio  di  formiche  ;  e  formichiere 
quadrupede  che  si  pasce  di  formiche.  —  Di  formicolio  daccanto 
a  formicolajo  v.  più  sopra  a  p.  302. 

Frumentarius:  frumentario  agg.;  frwnentiere  chi  porta 
i  viveri  all'esercito.  —  Daccanto  a  frumentaria  agg.  c'è  an- 
che l'are,  frumentiera  grano  acconcio  ad  uso  di  minestra. 

Gemmario-:  gemmajo  il  luogo  dove  si  trovano  le  gemme; 
e  gemmiero  -e  il  giojelliere. 

Granatario-,  da  granata:  granatalo  chi  fa  granate  (da 
spazzare);  e  granatiere  soldato  che  in  antico  lanciava  granate, 
cioè  palle  che  spazzano  via  i  nemici,  o  fatte  forse  a  guisa 
di  mele  granate. 

Grondarla-,  da  gronda:  gronda ja\  e  are.  grondéa  gronda 
(Bocc.  Ninf.  fies.  387). 

PI  aereditaria:  ereditaria  agg.  ;  ed  ereditiera  (  voce  so- 
spetta ai  puristi)  donna  che  aspetta  eredità. 

Hastario-:  astario  il  'miles  hastatus';  e  astajo  chi  fa  aste. 

Herbarius  (-um?):  erbario  libro  che  tratta  delle  erbe  me- 
dicinali; ed  erbajo  luogo  dove  ci  sia  molta  erba  fresca. 

Hospitalario-,  da  hospitalis  :  spedaliere  cavaliere  geroso- 
lomitano,  o  servente  d'ospitale;  e  l'are,  ostelliere  osteria  ed 
oste,  cfr.  il  n.  2. 

Lancearius:  lanciajo  chi  fa  lance;  e  lanciere  soldato  a 
cavallo  e  armato  di  lancia,  'i  lancieri'  specie  di  ballo. 


308  Canello, 

Legendario-,  da  legenda  'cose  da  leggere':  leggendario 
agg.  spettante  a  leggenda,  e  sost.  raccolta  di  leggende;  e  leg- 
gendajo  chi  recita  e  vende  leggende. 

Leporarius:  leprajo  la  persona  a  cui  nelle  cacce  si  conse- 
gnano le  lepri  ;  e  levriere  -o  il  can  da  lepri,  il  bracco.  Cfr.  il 
n.  124. 

Librarius:  librario  agg.;  e  librajo  libraro  chi  vende  libri. 

Litterarius:  letterario  agg.;  e  letterajo  cattivo  letterato. 

Lucernario-:  lucernario  (in  alcuni  dizionarj)  abbaino;  lu- 
cernajo  chi  fa  lucerne;  e  lucerniere  specie  di  sostegno  per  le 
lucerne. 

Lumario-,  da  lume:  lumajo  chi  fa  lumicini;  e  Tare,  lu- 
méro  lumiera,  lume. 

Luminaria-  (cfr.  luminaris):  lumindra  -ria  festa  con  grande 
illuminazione;  e  l'are,  luminiera  lucerniere. 

Manuaria:  mannaj a  mannara  accetta  maneggevole  (Diez) 
0  da  usare  a  due  mani  (Murat.ì;  e  maniera  quasi  il  modo  di 
tenere  le  mani,  e  poi  il  modo  di  contenersi  in  genere.  I  nostri 
antichi  ebbero  anche  maniero  agg.  di  falcone,  agevole,  che  si 
lascia  portare  in  mano.  Il  n  in  mannaja  è  raddoppiato  in  forza 
deirtt  estruso,  cfr.  gennajo,  battere  ecc. 

Met ali  cario-,  da  ìnetallum  o  metallea-:  medaglia] o  ven- 
ditor  di  medaglie  o  di  monete  antiche;  e  medagliere  collezione 
di  medaglie  e  monete,  e  il  luogo  dove  si  conservano. 

Ministrarlo-:  minestrojo  chi  mangia  ingordamente  mine- 
stra, chi  ne  vende;  e  l'are,  ministriere  minestriere  ministro, 
servo  di  corte,  menestrello. 

Minutario-:  minutario  raccolta  di  minute  di  lettere;  e  mi- 
nutiere  orefice  di  fino.  Minutario  manca  ai  nostri  dizionarj; 
ma  lo  usa  di  frequente  il  Villari  ('Nicc.  Machiavelli  e  i  suoi 
tempi'),  che  così  italianizza  il  minutarium  delle  cancellerie  me- 
dioevali. 

Monetario-:  monetario  agg.  e  sost.;  e  monetiere  sost.  l'uf- 
ficiale della  zecca. 

Novenario-:  novellalo  chi  è  vago  di  saper  tutte  le  nuove; 
novelliere  -ro  chi  conta  o  scrive  novelle,  in  antico  anche  il 
corriere  che  portava  le  nuove. 

Operarius  agg.  e  sost.:  operario  operajo  agg.  e  sost.;  e 
l'are,  operiere  ovriere  ovrero  solamente  sost. 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  A.  309 

Ossario-:  ossario  (manca  ai  vocabolarj;  ma,  manco  male, 
c'è  a  S.  Martino!)  tempietto  per  riporvi  ossa  venerate;  e  os~ 
sajo  chi  fa  lavori  in  osso. 

Ostiarius:  ostiario  chi  ha  il  primo  dei  tre  ordini  sacerdo- 
tali minori;  e  usciere.  Anche  usciale  portiera,  confrontato  con 
usciaja,  mostra  di  risalire  a  un  ostiario-,  e  sarebbe  quindi  al- 
lòtropo imperfetto  di  ostiario  e  usciere,  cfr.  n.  124. 

Pan  ari  um:  paniere  cestello,  in  origine  il  cestello  del  pane; 
e  panajo  agg.  L' allotropia  è  esatta,  però  che  V-ajo  di  panajo 
agg.  continui  tanto  un  -arius  quanto  un  -arium. 

Pario-:  pajo  sost.  due  cose,  le  quali  stanno  naturalmente 
insieme,  'un  pajo  di  buoi,'  'un  pajo  di  scarpe'  ecc.;  j9aro  solo 
in  'a  paro'  ;  e  par  sost.  due  cose  simili  in  generale  'un  par 
d'orette',  'un  par  di  tordi'  ecc.-  La  base  parfo-  è  ricavata  dal 
plurale  neutro  paria,  cfr.  Asc.  I  275,  e  qui  più  innanzi  al  n.  122. 

Pensarlo-:  pensiero  -e,  are.  penserò  l'atto  del  pensare, 
l'idea;  e  pensiere  -o  anche  il  cappiettino  con  cui  le  filatrici 
assicurano  il  manico  della  rocca,  e  ricorda  il  pensum  delle  fila- 
trici romane. 

Petrario-:  pieirajo  chi  lavora  di  pietre,  una  massa  di  pie- 
tre; e  l'are,  petriero  -e  mortajo  da  scagliar  pietre.  —  Da 
petraria-:  petraja  massa  di  pietre;  petriera  cava  di  pietre; 
e  l'are,  periera  (fr.  perrière)  mortajo  da  lanciar  p. 

Pi  scari  a  agg.:  pescaja  riparo  che  si  fa  nei  fiumi  per  ri- 
volgere il  corso  dell'acqua  a'  mulini  o  simili  edifizj,  chiusa 
d'acque  per  farvi  la  pesca;  e  peschiera  piscina,  e  anche  pe- 
scaja. 

Poenitentiario-:  penitenziario  casa  di  correzione,  il  con- 
fessore cui  sono  riservati  certi  casi;  e  penitenziere  con  questo 
secondo  significato. 

Postarlo-,  da  posta:  postiere  maestro  di  posta,  postiglione; 
e  postero  ufficiale  della  posta  per  le  lettere  (Fanf.;  manca  al 
Tomm).  Quest'ultima  voce  ha  un'aria  spagnuola;  ma  lo  spagn. 
non  ha  un  postero.  E  poiché  le  poste  furono  introdotte  fra 
noi  da  Omodeo  Tasso,  uno  degli  antenati  di  Torquato,  nel  1290 
(V.  Cantù,  Storia  degli  Jtal.,  IIP  260  410,  e  P.  A.  Serassi, 
Vita  di  T.  Tasso,  V  8-9),  par  molto  probabile  che  postero  al- 
tro non  sia  se  non  un  postar  postàe  di  Lombardia,  accostato 
al  tipo  toscano. 


310  Canello, 

Precari  US  :  precario  agg.  ;  e  l'are,  freghiero  prece. 

Primarius:  primario  primo  di  condizione;  'primiero  an- 
tico, quasi  pristino  ;  e  l'are,  primajo  primo.  Abbiamo  inoltre  il 
Po  di  Primaro.  —  Da  primaria:  primaria  ecc.;  e  il  primea 
prima  del  Boccaccio  (p.  301). 

Pulveraria-:  polveraja  agg.;  e  polveriera  sost. 

Quartarius:  quartario  la  quarta  parte  d'un  barile;  e  quar- 
tiere la  quarta  parte  d'uno  scudo  con  stemma,  o  d'un  palazzo, 
0  d'una  città,  ed  ora  anche  l'alloggio  de' soldati. 

Rama  rio-,  da  rame  =  aeramen:  ramajo  ramiere  chi  lavora 
in  rame;  e  ramarro  la  lucertola  color  di  rame.  Ma  v.  il  Fle- 
CHiA,  Arch.  Ili  162,  il  quale  porrebbe  qual  basa  di  ramarro 
piuttosto  ramo,  che  rame. 

Riparia:  riparia  agg.;  e  riviera  il  paese  che  si  stende 
sulle  rive  del  mare. 

Rosarium:  rosario  certa  serie  di  preghiere,  e  la  corona  per 
farne  il  computo  ;  e  rosajo  pianta  di  rose. 

Sagittarius:  sagillario  il  segno  dello  zodiaco;  e  saetliere, 
are.  sagittiere,  l'arciere. 

Salaria:  salaja  il  luogo  dove  si  vende  il  sale;  e  saliera 
il  vasetto  per  il  sale. 

Sagmario-,  da  sagma  n.  94:  somajo  agg.;  somaro  asino; 
e  somiere  animai  da  soma. 

Saponaria-,  da  sapone:  saponària  saponaja  pianta  medi- 
cinale; e  forse  savonéa  specie  di  medicamento. 

Scalarium:  are.  scalare^  scalinata;  e  scalèo  scala  a  mano 
semplice  o  doppia,  'un  mobile  o  di  legno  o  di  ferro  che  riposa 
sulla  propria  base,  con  larghi  ripiani  per  comodo  di  tenervi  vasi 
di  fiori'  (Fanf  ). 

Scutarius:  scudajo  lo  'scutarius';  e  scudiere  chi  portava 
lo  scudo  del  suo  signore. 

Sextarius:  sestario  sestajo  la  sesta  parte  del  cóngio  ;  se- 
stiere la.  sesta  parte  d'una  città,  e  anche  una  misura  da  vino;  e 
stajo  (cfr.  il  n.  114)  una  misura  di  granaglie. —  Da  questa  base 
provengono  pure,  per  modo  non  ben  chiaro:  stajóro  il  campo  in 


*  Così  il  Fanf.;  ma  nel  Diz,  it.  del  Tomm.  nou  troviamo  che  scalere  sost. 
fem.  pi.,  che  postulerebbe  quindi  scalerà. 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  A.  311 

cui  si  semina  uno  stajo  di  grano;  e  stioro  (cfr.  n.  26)  la  quarta 
parte  dello  stajoro  e  una  misura  legale  fior,  di  1541  1/3  brac- 
cia quadrate.  Stando  al  Rigutini,  ora  stioro  sarebbe  sinonimo 
di  stajoro. 

Sicarius:  sicario;  e  sgherro  (p.  302). 

Tabularium:  tabulario  archivio;  e  tavoliere  tavola  da  gioco. 
L'are,  tavoliere  banchiere  è  allòtropo  imperfetto,  venendo  da 
tabularius  computista,  cfr.  il  n.  124. 

Tamburario-,  da  tamlturo,  pers.  tambùr  [TiiEz  less.  P  408): 
tamburajo  chi  fa  tamburi;  e  tamburiere  chi  fa  una  specie  di 
valige  dette  anche  tamburi, 

Tertiarium:  terziario  il  triplice  piovere  degli  antichi  templi 
toscani  ;  e  terziere  la  terza  parte  d'un  fiasco  di  vino,  0  d'una  città. 

Usurarius  agg.:  usuriere  sost.;  e  usurajo  usurarlo  che 
sono  anche  aggettivi. 

Varius:  vario,  are.  raro;  e  vajo  machiettato  di  nero,  ne- 
reggiante, un  animale  simile  allo  scoiattolo  colla  pelle  bigia 
e  bianca,  e  la  sua  pelle  stessa.  Il  pi.  varj  s'usa  anche  per  'pa- 
recchi'.—  Da  ex-variare  (0  dis-var.):  svariare;  e  sbagliale 
(p.  302). 

Ver  min  aria-:  verminaria  semenzajo  di  vermini  che  si  fa 
nel  letame;  e  verminara  aggiunto  d'una  specie  di  lucertola. 

Vitraria:  vetraria  agg.;  vetraja  fornace  per  far  il  vetro; 
e  l'are,  vetìnera  vetrata.  —  Da  vitrarius:  vetrajo  chi  fa  il 


2.  a'  in  e,  0  iutatto.  Anche  fuori  delle  formule  -ària  -cirio.  Va  originale  ci 
viene  innanzi  pur  sotto  la  forma  di  e,  dando  cosi  occasione  a  forme  allotropi- 
che. Ne  abbiamo  una  lunga  serie,  in  cui  l'un  termine  ci  è  venuto  dal  fran- 
cese, nella  qual  lingua  I'a'  in  sillaba  aperta,  0  a  contatto  di  un  suono  palatile, 
diventa  normahuente  e  ai.  S'aggiungono  altre  tre  coppie,  in  una  delle  quali 
il  secondo  termine  con  e  ci  viene  attraverso  il  tedesco;  nella  seconda  attra- 
verso un  dialetto  italiano;  e  nella  terza  è  prodotto  da  spinta  analogica.  Ne 
facciamo  la  rassegna,  secondo  l'ordine  ora  accennato. 

Adsimilata-,  da  simul:  are.  assembrata  assemblata  sost.  e 
prtic.  ;  e  assemblea,  are.  assembrea,  dal  fr.  assemblée.  Cfr. 
n.  116. 

Butyrata-,  da  butyrum:  burraia  agg.  unta,  spalmata  0 
intrisa  di  burro  ;  e  bure  specie  di  pera  detta  anche  burrona, 
dal  fr.  beurrée. 


312  Cauello, 

C  a  minata-,  da  camìnus:  caminala  stanza  fornita  di  ca- 
mino, che  anticamente  serviva  da  salotto  ;  e  sciaminea  camino 
(Caix  St.  d'etim.  150),  sen.  cimineja  caminetto  e  cappa  del 
camino  (Fanf.  voc.  u.  tose).  —  11  nap.  ceniìnenéra  è  stato 
attratto  dall'analogia  dei  tanti  derivati  per  -aria,  cfr.  torniedo 
(frequente  nel  Bojardo)  per  torneo,  prov.  iornci-s. 

Commeatus:  commiato,  are.  comhiato  congiato',  q  congèdo 
are.  conglo  (G.  Vili,  xi  86),  dal  fr.  congé,  ant,  congier  congiet 
congié.  Congedo  è  commiato  assai  brusco,  o  la  licenza  definitiva 
che  si  dà  ai  soldati;  Tomm.  2378. 

Consummatus:  consumato;  consummafo ;  e  consumè  con- 
some  brodo  ristretto,  dal  fr.  consommé.—  A  consummare, 
'compiere'  e  quindi  'finire',  piuttosto  che  a  consumere,  cre- 
diamo risalga,  insieme  con  consummare,  anche  consumare. 

Disj  ejunata-:  desinata  sost. ,  prtic.  transit.  'mangiata  a 
desinare'  (Tomm.  Diz.  it.);  are,  desinéa  sost.  il  desinare,  dal  fr. 
disnée;  e  sdigiunata  prtic.  L'identità  di  queste  tre  voci  ci 
pare  sicura;  e  ci  facciamo  a  dimostrarlo,  cominciando  dalle 
due  prime,  cioè  dall'etimologia  di  desinare,  fr.  diner.  Il  Diez, 
less.  I^  152,  trovava  assai  difficile  che  dis-jejunare  si  potesse 
ridurre  a  desinare,  pr.  disnar,  fr.  disner.  Ma  veramente  d  i  s- 
jejunare  s'era  già  per  tempo  ridotto  dis-junare  (v.  Diez  less, 
I^  214-5  e  Muss.  Beitr.  121-2  s.  zezunar),  sia  che  la  prima  sil- 
laba di  je-junare  paresse  una  reduplicazione  ridondante,  o  sia 
che  cadesse  Ve  protonico  e  s' avesse  così  j'junare  junare.  Ora 
da  dis-junare  potè  venir  l'it.  desinare,  come  da  ad-jutare 
s'è  avuto  aditare  (Fatti  di  Cesare,  Boi.  1863,  p.  53)  e  aitare 
atare;  e  potè  venirne  il  fr.  disner,  come  da  adjutare  è  venuto 
aider.  La  più  bella  controprova  di  questa  etimologia  è  nelle 
glose  vatic. :  disnavi  me  ibi;  disnasti  te  hodie?  (Diez  l.  e), 
e  nel  se  disner  quasi  'sdigiunarsi'  dell'a.  francese.  —  Riguardo 
poi  al  significato,  si  ricordi  che  il  desinare  si  fa  tutt'ora  in 
alcuni  paesi  del  trevigiano  tra  le  otto  e  le  nove  del  mattino, 
e  che  anche  i  gentiluomini  di  due  secoli  fa  desinavano  ancora 
a  mezzogiorno,  l'ora  del  nostro  dcjeuner.  E  il  vecchio  prover- 
bio francese  dice:  'Lever  à  six,  diner  à  dice,  Souper  à  six, 
coucher  à  dix,  Fait  vivre  1' homme  dix  fois  dix'.  —  L'identi- 
ficazione di  sdigiunata   e  desinata  si  fonda   sulla  spiegazione 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  A.  313 

di  digiunare  da  jejimare,  con  j  in  d  (Schuch.  vok.  Ili  25  298), 
a  un  di  presso  come  nel  volg.  tose,  diacere  da  jacere;-  e  sdi- 
giunata, come  mostra  il  fr.  déjeuner  e  lo  sp.  desayunarse, 
starebbe  quindi  per  dis-digiunata"^ .  —  Il  neologismo  digiune 
(fr.  déjeuné  déjeuner)  è  anch'esso  un  allotropo  di  desinato 
desinare  ecc. 

Deauratus:  dorato;  e  dorè  di  colore  aurino  o  rancio,  fr.  dorè. 

Fumata-:  fumata  sost.  e  partic. ;  e  fumea  fumo,  in  ispecie 
i  vapori  che  lo  stomaco  manda  al  cervello,  fr.  fumèe. 

Liberata:  liberata  n.  101;  e  livrèa  l'abito  (anticamente 
anche  il  vitto  e  l'alloggio)  che  il  padrone  'livre',  dà  gratis  ai 
suoi  famigliari,  fr.  livrèe;  cfr.  Diez  less.  P  252. 

Mandicata-:  mangiata  prtic.  e  sost.;  e  are.  mangéa  sost., 
fr.  mangèe.  —  Similmente  da  bla  neo-man  dicare:  bianco- 
mangiare vivanda  di  farina  e  zucchero  cotti  in  latte;  e  bra- 
mangiere  manicaretto  in  genere,  fr.  blanc-tnanger. 

Mis culata-,  da  miscere:  mescolata  prtc.  e  sost.;  meschiata 
mischiata  prtc  ;  e  are.  mislèa  mellèa  melèa  mischia,  zuffa,  fr. 
mélée  meslèe.  --  Notevole  è  che  gl'Italiani,  i  quali,  al  pari  de' 


*  Credo  io  pure,  che  noa  sia  punto  grave  l'obiezione  che  dal  significato  il 
Diez  traeva  contro  (?esmare  =  *dis-[  je]j  un  are;  cfr.  'gustare',  'gusto',  che 
dicono  in  varie  favelle  neolatine  'colezione',  'pranzo'  :  frc.  goùter,  dial.  sardi 
gusiari  bustare  bustu,  friul.  gusta,  St.  Crit.  I  27  (305)  n.  Ma  anche  per  quello 
che  s'attiene  alla  legittimazione  fonetica  di  codest'etimologìa,  giova  avvertire, 
in  favore  del  Canello,  che  anche  l'ant.  fr.  ha  juner,  oltre  jeuner  ecc;  la  prima 
delle  quali  forme  può  coincidere  coll'it.  giunare  (diali,  sundr),  laddove  la  se- 
conda è  jeijjunare,  come  il  prov. ^"eonar,  il  logudor.  ieunar  ecc.  Arch.  1  508n. 
È  dunque  ammissibile  una  combinazione  antica,  cioè  una  base  italo-franco-pro- 
venzale: disjunare  (disiunare);  che  insieme  vuol  dire,  per  la  Francia,  la 
doppia  base  dis-junare  e  dis-jejunare\  e  si  rintuzza  con  ciò  l'altra  obiezione 
del  Diez,  che  la  continuazione  legittima  degli  elementi,  onde  si  vorrebbe  com- 
posto disner,  ci  sia  effettivamente  in  déjeuner.  Piuttosto  stonerebbe  Ve  del- 
rit.  desinare;  ma  si  potrà  ripetere  dall'accento  neolatino  di  desino  ecc.,  tanto 
più  che  c'ò  il  correttivo  nello  stesso  lessico  italiano:  disinare. 

Circa  digiunare,  poi,  il  processo  fonetico  al  quale  torna  a  ricorrere  il  Ca- 
nello (processo  che  forse  meglio  si  definirebbe  col  dir  che  digiunare  rivenga 
a  ì/igunare  =  àìaW.  zeSunar,  col  primo  g  dissimilato),  incontra,  a  tacer  d'altro 
(cfr.  Arch.  1.  e),  la  grave  difficoltà  delia  molta  diffusione  di  codesto  d-  (prov. 
dcjunar  ecc.);  perciò  sdigiunala,  che  continueremmo  a  dividere,  col  Diez,  in 
s-di-giunata,  non  sarà  un  allòtropo  di  (:?e5inató  =  dis-junata.         G.  I.  A. 


314  Canello, 

loro  fratelli  neolatini,  aveano  già  sostituito  al  hellum  regolare 
de'  Romani  la  werra  confusa  de*  Tedeschi  (cfr.  wirren  ver-ioir^ 
ren),  adottassero  poi,  almeno  per  qualche  tempo,  questo  rneslea  di 
Francia,  il  quale  ben  caratterizza  la  furia  del  soldato  francese. 
Il  Guicciardini,  infatti  (St.  d'It.  lib.  IV,  e,  4),  narrando  la  bat- 
taglia di  Fornovo,  dice  che  entrarono  'da  ogni  parte  nel  fatto 
'd'arme  gli  squadroni  alla  mescolata,  e  non  secondo  il  costume 
'delle  guerre  d'Italia,  ch'era  di  combattere  una  squadra  con- 
'tro  un'altra':  dove  quell'  'alla  mescolata'  ha  tutta  l'aria  di 
ricalcare  idealmente,  e  in  parte  anche  materialmente,  il  fr.  à 
la  mélée. 

Nominata:  nominata  prtc.  e  sost. ;  e  nomèa  fama  alquanto 
spregevole,  che  pare  uno  scorcio  del  fr.  ré-nommée.  I  nostri 
antichi  dissero  anche  rinoméa,  che  fa  coppia  col  prtc.  rino- 
minata. 

Palmata-:  palmata  colpo  di  palma,  regalo,  cfr.  mancia  da 
manus;  epalméa  convenzione,  mercato,  a,  fr.  palmée  (Manuzzi). 

Pirulato-,  da  pirum  (cfr.  Diez  less.  P  311):  iicrlato  agg.;  e 
perle  certo  fregio  a  intaglio,  dal  fr.  perle  fatto  a  guisa  di  perla. 

Quadratus:  quadrato  agg.  e  sost.;  e  carré  un  quadrato 
di  soldati,  dal  fr.  carré. 

Raspato-,  da  raspa  (cfr.  Diez  less.  P  343):  raspato  prtc. 
di  raspare,  e  sost.  una  qualità  di  vino  fatto  con  uva  spiccio- 
lata e  raspi  triti;  are.  raspéo  il  vino  raspato,  fr.  rdpé,  vin 
rapè]  e  rapè  una  specie  di  tabacco  detto  anche  'rapato',  in 
fr.  tabac  o^dpé,  cfr.  il  n.  76. 

Vallata-:  vallata  paese  chiuso  tra  due  linee  parallele  di 
monti;  e  vallea  valle,  dal  fr.  vallèe. 

Frater  fratre-:  fratre  fratello,  crudo  latinismo;  e  are. 
frere  freri  friere  fratello,  e  chi  appartiene  a  una  religione,  fr. 
frère  friere. 

Ho  spi  tali  s:  ospitale  agg.  e  sost.;  ospedale  spedale  sost. 
ricovero  per  i  malati;  e  ostello  albergo,  dimora,  dal  fr.  hotel 
hostel:  che  è  tuttavia  allòtropo  inesatto  a  cagione  dell'o  fi- 
nale. L'are,  ostale  'ostello'  potrebbe  venirci  attraverso  il  pr, 
ostal'S,  ma  anche  direttamente  dal  latino.—  Il  fr.  mod.  hotel 
è  pur  esso  in  via  di  farsi  italiano. 

Par  pare-:  pari;  e  l'are,  peri  titolo  di  nobiltà,  dal  fr. 
joair,  ant.  per. 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  A.  315 

Sanguinai  sanguinare:  sanguina  sanguinare  dar  san- 
gue; e  l'are,  segna  segnare  salassare,  dal  fr.  saigner.  Vai 
di  saigner  da  a  in  posizione  è  prodotto  dal  contatto  del  suono 
che  segue:  sangnare  sa'njnare. 

Gratella-,  da  oratesi  gratella;  e  grétola,  attraverso  Ta. 
a.  ted.  erettili  cestino,  Diez  less.  IP  37,  e  Schuch.  vok.  I  192. 
Occorre  appena  ricordare,  che  nel  ted.  l'è  da  a  è  fenomeno  di- 
verso dell' e  ai  da  À  nel  francese.  Nel  ted.,  il  motivo  è  nel  cosi 
detto  'umlaut',  che  in  questo  caso  vuol  dire  nell'effetto  dell'i 
della  sillaba  susseguente  suU'a  della  tonica  o  radicale. 

Tegame-,  per  teg{u)men:  tegame;  e  ^«t^mo  coperta  di  carro, 
dal  ferrar,  tiem,  Flech.  II  56-7.  L'allòtropo,  del  resto,  non  è 
perfetto,  risalendo  tiemo  a  legamo-;  cosicché  dovrebbe  passare 
al  n.  121. 

Gravi s:  grave;  e  greve,  assimilato  a  lieve.  Grave  è  pur 
sost.  ;  greve  solo  agg.,  e  con  valore  puramente  materiale. 

3.  A  in  i,  0  intatto.  Si  ha  i  da  d  in  due  voci  venuteci  dall'inglese;  alle 
quali  se  ne  aggiungerebbe  una  terza,  venutaci,  pare,  dal  dialetto  del  Vallese 
(gruppo  franco-provenzale).  Ne  otterremmo,  con  le  corrispondenti  di  forma 
italiana,  in  cui  Va  è  intatto,  tre  gruppi  di  alWtropi. 

Gapanna-,  dimin.  celtico  di  capa,  in  cimbrico  cah-an  (Diez 
less.  P  109):  capanna;  e  cabina  stanzina  d'un  bastimento, 
dall' ingl.  cabin,  e  più  precisamente  dall'anglicismo  francese 
cabine,  come  mostra  l'accento. —  La  stessa  ha.se  èìn  g{ibbana\ 
—  Allòtropi  sono  quindi  anche:  capanno  e  gabbano;  gabinetto 
e  gabbanetto. 

.Turata:  giurala;  e  giuri  giuria,  dall' ingl.  ;Mn/  pi.  juries 
(raro).  Questo  jury  è  poi  dal  fr.  jurée  sottint.  cour  'corte  giu- 
rata'; si  confronti  armi/  da  armée  e  assembli/  da  assemblée. 
Giuri  per  noi  è  il  corpo  dei  giurati,  sia  giudiziali  che  privati; 
giuria  V  istituzione.  Anche  qui  la  fonte  immediata  di  giuri  è 
l'anglicismo  fr.  junj. 


'  Il  Diez,  less.  P  109,  nega  ogni  connessione  fi-a  cappa,  ch'egli  deriva  da 
capere,  e  capanna.  A  noi  pare  che  gabbana  -o  non  si  possa  formalmente 
staccare  dal  cimbr.  caban,  col  quale  il  Diez  stesso  collega  capanna.  Il  nesso 
ideologico  tra  capanna  e  gabbano  ó  mostrato  dall'a.  sp.  e  dall' a.  mil  capa. 
che  riuniscono  ambedue  i  significali. 


316  Canello, 

Christianus:  cristiano;  e  cretino  stupido,  dal  fr.  crétin. 
Il  LiTTRÉ  (Dict.  s.  V.)  deriva  crétin  dal  ted.  kreidling ,  e  re- 
spinge r  etimo  christianus  proposto  dal  Génin.  Il  Brachet,  nel 
Dict.  àtym.  (s.  v.),  si  limita  a  dirla  voce  'du  patois  des  Gri- 
sons',  mentre  nel  Supplément  al  Dict.  des  Douhlets  (p.  10)  lo 
avea  identificato  con  chrétien,  attribuendolo  'au  patois  de  la 
Suisse  romande'.  Crétin  da  christianus  potrebb'  esser  regolare 
in  un  dialetto  del  gruppo  franco-provenzale,  con  l'i  per  a  pre- 
ceduto da  suono  palatile;  ma  non  ci  è  riuscito  di  trovare  que- 
sto esemplare  negli  spogli  dati  dall' Ascoli  (Arch,  III  81  segg.)'. 
L'evoluzione  ideologica  sarebbe  da  'cristiano'  ad  '^uomo',  'uomo 
purchessia'  (cfr.  Arch.  I  10  n).  Secondo  un  luogo  del  Bonnet, 
citato  dal  Littré  s.  v.,  i  cretini  abonderebbero  nel  Vallese  e 
nelle  Wallées  voisines';  e  non  è  improbabile  che  il  nome,  ivi 
abituale  per  uomo,  abbia  significato  per  i  paesi  vicini  l'ebete. 

4,  a'  in  0,  davanti  ad  ne,  o  intatto.  Ne  abbiamo  un  solo  caso  d'allotropia; 
e  il  fenomeno  vi  appare  svolto  a  formola  atona. 

Mancus:  manco;  e  monco.  Si  confronti  moncone  monche- 
rino. 

5.  É  lungo  in  e  e  i.  L'c  vien  continuato  normalmente  nel  fiorentino  da  un  e. 
Ma  i  letterati,  che  leggono  aperti  tutti  gli  e  tonici  del  latino,  hanno  immesso 
nella  lingua  italiana  molte  voci  in  cui  l'è  si  continua  per  r.  In  alcune  forme, 
invece,  venuteci  dai  dialetti  meridionali  e  in  qualche  altra  presa  dal  francese, 
Ve  appare  i.  Di  qui  ebbero  occasione  cinque  gruppi  di  allòtropi. 

Arena:  arena  rena   sabbia  fine;  e   arena   anfiteatro  (Ri- 

GUTINl). 

Quietus:  cheto  chi  non  si  move  e  non  parla;  queto  collo 
stesso  significato,  ma  d'uso  meno  frequente;  e  (/it?<?/o  interna- 
mente tranquillo.  Ve  di  quieto  non  basterebbe  a  provarne 
l'origine  letteraria,  potendovi  Vie  essere  stato  assimilato  ai 
tanti  ié  da  é\  ma  vi  si  aggiunge  il  qu-  intatto.  Queto  è  forma 
semipopolare.  Da  quietus,  secondo  il  Dikz  less.  P  124,  sa- 
rebbe anche  chiotto,  nap.  cuoto;  attrav.  il  fr.  coit.  Ma  chiotto 
sarà  piuttosto  il  nap,  chiugte  'lento',  che  il  D'Ovidio,  Arch.  IV 
163,  spiega   da  2^lotus.  —  Da  quietare:    chetare,  quetare , 


^  [crctin,  -na,  idiot,  imbécile  de  naissance;  ce  mot  est  une  corruption  de 
chrétien  (Bas-Valais).  Bridel,  90  j 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  E  lungo.  317 

quietare,  quiiare  e  cintare,  i  due  ultimi  probabilmente  attrav. 
il  fr.  quiiter.  Ricordiamo  ancora:  acquietarsi;  e  acchitarsi 
(al  gioco  del  bigliardo). 

Halec:  alece,  v.  lett.,  una  specie  di  salsa  usata  dai  Romani; 
e  alice  acciuga,  che  par  ci  venga  dal  napoletano,  cfr.  D'Ovi- 
dio li  87.  Dalla  stessa  base,  attraverso  Fa.  a.  ted.  harinc,  sa- 
rebbe, secondo  il  Diez  less.  P  31,  aringa.  Ma  Y-a  toglie  la  per- 
fetta allotropia. 

Saraceno-,  cfr.  Saraceni:  saraceno,  v.  lett.;  e  Saracino 
agg.  e  sost.,  voce  d'origine  sicula,  con  i  normale  in  quel  dia- 
letto, cfr.  Asc.  II  145. 

Gaudere:  godere;  e  gioire  godere  internamente,  dal  fr. 
jouir  joìr. 

6.  -ÉRiA  -ÉREA  in  iera,  o  intatti.  L'è  di  queste  formule  è  trattato  nelle  voci 
popolari  come  Yè.  Sulle  ragioni  del  fenomeno,  v.  Zeitschr.  f.  rom.  phil.  I  511, 
e  cfr.  Giorn.  di  fil.  rom.  I  78-9.  Ne  abbiamo  due  casi  d'allotropia.  Nel  se- 
condo termine  d'un  terzo,  vi  ha  iere  iero  da  -ere,  ma  probabilmente  per  in- 
fluenza analogica. 

Cerea:  cerea  agg.,  voce  lett.,  notevole  per  il  suo  r,  invece 
di  e\  dovuto  all'influenza  del  pop.  cera;  e  ciera  cera'  viso, 
aspetto,  V.  Asc.  IV  119  segg.  —  Da  cereus  è  cèreo  agg.,  e  in- 
sieme cereo  sost.  grossa  candela.  Anche  cero,  ad  onta  del  suo 
e,  dovuto  a  influenza  di  cera,  sarà  dalla  stessa  base,  cfr.  fr.  cierge 
sp.  ci-rio  pr.  ciri  venez.  giro,  e  Diez  less.  IP  257. 

Feria:  feria  iestsi,  vacanza;  e  fiera  mercato  Diez  less.  P  179. 

M anere:  are.  manére  rimanere;  e  maniere  maniero  ca- 
stello feudale,  attraV.  l'a.  fr,  maneir-s,  prov.  raaner-s,  cfr.  Diez 
less.  P  266.  Il  raffronto  di  imperieri  frieri  da  emperere  frere 
(anche  -iere)  potrebbe  far  credere  che  anche  in  maniere  Ve  prov. 
si  fosse  dittongato  nell'italiano.  Ma  molto  più  probabile  è,  come 
mostra  in  ispecie  maniero,  che  s'abbia  qui  un'assimilazione  ai 
tanti  sost.  in  -iero  da  -ario  -erio. 

7.  L'H'  greco  è  rappresentato  ora  da  e  e  ora  doricamente  da  a'.  Ne  ab- 
biamo un  caso  d'allotropia. 


'  Con  e  lo  segna  il  Fanf.  nel   Voc.  pr.  tose  ;  con  «  invece  nel   Yoc.  il. 
-  Cosi  lo  dà.  il  Fanf.;  il  Rigutini  ha  cera  anche  per  'aria  del  viso'. 
■"'  II  latino,  per  norma,  dorizza,  e  dà  a  per  vj  greco  comune.  Cosi  (jrr^wux 
vi  diventa  sacoma,  onde  il  nostro  sdcoma  sàgoma-  Un  caso  importante  di  v 

Archivio  slottol.  ita!..  IH.  V."' 


318  Canello, 

Serica:  serica  agg.  ;  e  sàrgia  specie  di  panno  lino  o  lano 
di  varj  colori,  che  serviva  per  cortinaggi.  Questa  voce  ci  viene 
attrav.  il  fr.  sarge  o  il  prov.  sarja,  che  riflettono  un  bassolat. 
sarica  per  serica,  cfr.  Diez  less.  P  365  e  Scnucir.  vok.  I  221. 
Va  di  sarica  apparisce  anche  in  sargina  e  sargano. 

8.  e'  breve  dinanzi  a  vocale  passa  popol.  in  i;  resta  intatto  nelle  voci  let- 
terarie. 

Reus:  reo  colpevole;  e  rio  cattivo. 

9.  e'  di  pos.,  ma  breve  per  natura,  dà  normalmente  e;  nja  apparisce  i:  1."  in 
parecchi  diminutivi,  venutici  dallo  spagnuolo,  nei  quali  -ello  -ella  regolar- 
mente è  divenuto  -ilio  -illa  attraverso  -iello  -iella,  cfr.  sp.  siila  ant.  siella 
da  sella  e  Castilla  da  Castella^-,  2."  in  pochi  altri  esemplari,  probabilmente 
indigeni,  forse  per  influenza  analogica.  Passiamo  in  rassegna  prima  i  sette 
gruppi  d'allòtropi,  nei  quali  l'un  termine  ci  viene  di  Spagna;  poi  i  tre  in  cui 
ambedue  i  termini  sembrano  indigeni. 

Byrsello-,  da  hyrsa:  borsello;  e  borsiglio  sacchettino  di 
odori,  cassetta  particolare,  spillatico,  sp.  bolsillo. 

Camerella-,  da  camera:  camerella  piccola  camera;  e  ca- 
marilla specie  d'alta  camorra,  le  persone  che  avvicinano  il  re, 
lo  sp.  camarilla.  Questo  esemplare  è  assai  notabile  perchè  mo- 
stra, col  doppio  l  conservato,  d'essere  entrato  nell'ital.  per  via 
letteraria. 

Chartello-:  cartello;  e  cartiglio  cartellino,  quello  spazio 
nella  facciata  degli  edifici  ove  si  mettono  stemmi,  bassorilievi 
0  iscrizioni,  sp.  cartillo.  —  Da  eh  art  ella-:  cartellale  car- 
tiglia cartellino,  al  gioco  di  calabresella  'quantità  di  carte  dello 
stesso  seme',  sp.  cartilla. 


rappresentato  con  a  è  forse  in  quel  cara  'caput',  sul  quale  è  a  vedere  il  Diez, 
less.  V  711.  Dato  ch'esso  rappresentasse,  non  •/.cf.px  o  xa^rj ,  ma  bensì  x>j/5Ó? 
cera,  col  valore  di  'faccia'  che  'cera'  ha  assunto  nei  linguaggi  romanzi,  noi 
avremmo  in  cara  car-ea  due  basi  che  bene  spiegherebbero  il  fr.  chère^  sp. 
prtg.  pr.  cara  ecc.  e.  nap.  càjera,  e  farebbero  giusto  riscontro  a  cera  cerea,  coi 
quali  r Ascoli,  IV  121  n,  ha  così  bene  spiegati  l'eng.  caira  e  l'ital.  ciera 
cera  ecc.  [Sarebbe  veramente  un  parallelo  sin  troppo  giusto;  e  giova  ripe- 
tere, che  non  v'ha  alcuna  testimonianza  storica  di  codesto  feminile  greco 
»xvj/ov3,  =  lat.  cera.        G.  I.  A.] 

1  Quest'esito  speciale  dell' e  in  pos.,  che  per  norma  è  rappresentato  nello 
sp.  da  un  ie  (cfr.  n.  10),  pare  dovuto  al  nesso  palatile  II  (=  Ij)  che  gli  sus- 
segue. 


Allòtropi  ;  Vocali  toaiche,  E  di  pos.,  ecc.  319 

Faldella-,  da  falda,  germ.  fall  (Diez  less.  P  170):  faldella 
piccola  falda;  e  faldiglia  specie  di  soltana  intirizzita,  guar- 
dinfante, dallo  sp.  faldilla. 

Granateli  a-  da  granum:  granatella  piccola  gr.  ;  grana- 
tiglia  legname  nobile  per  impiallacciare  tavole  e  simili;  e  gra- 
nadiglia il  fior  di  passione,  dallo  sp.  granadillo  granadilla. 

Quadrello-,  da  qiiadrum:  quadrello  arma  con  punta  qua- 
drangolare, e  saetta  in  genere;  e  quadriglia  gioco  di  carte  che 
si  fa  in  quattro,  sp.  quadrillo.  —  Da  quadrella-:  quadrella 
grossa  lima  quadrangolare;  e  quadriglia  combattimento  in  quat- 
tro, e  ballo  con  raggruppamenti  a  quattro,  sp.  quadrilla. 

Directus:  diretlo;  e  diritto  dritto,  che  risalgono  veramente 
a  una  nuova  base  dirictus  ricavata  da  dirigere,  con  i  in- 
tatto.—  Su  diì^itto  si  foggiò  poi  anche  7ntto  (se  pur  non  n'è 
forma  aferetica),  che  vive  daccanto  a  retto. 

Despectus;  dispetto  ira  sdegnosa;  e  despitto  disprezzo,  per 
influenza  di  despicere,  o  piuttosto  del  fr.  dépit,  o  d'analoga 
forma  dialettale  nostrana. 

Respectus:  rispetto;  e  respitto,  resquitto  n.  99,  indugio, 
riposo,  per  influenza  di  respicere  o  dell'antico  fr.  respif  o  simili. 

10.  e'  di  pos.,  ma  breve  per  natura,  dà  ie  ia  una  voce  venutaci  di  Spagna. 
Sexta:  sesta  agg.  num.;  e  siesta  sost.  il  riposo  meridiano, 

all'ora  sesta,  sp.  siesta,  cfr.  Diez  less.  IP  179. 

11.  1  lungo  normalmente  si  conserva;  in  pochissimi  esemplari  passa  in  e. 
Ne  abbiamo  due  soli  casi  di  allotropia  e  non  certi  del  tutto. 

Dodi  Cina-,  da  dodici:  dodicina;  e  dozzena  forma  ripresa 
per  dozzina. 

Quarantina-:  quarantina;  e  quarantena.  —  Ma  e  per 
quarantena  e  per  dozzena  nasce  il  sospetto  che  si  tratti  di 
due  francesismi  :  douzaine  quarantaine,  che  risalgono  ad  -anea 
-ana,  a  cui  riviene  anche  il  nostro  quarantana.  E  per  le  no- 
stre due  voci  potrebbe  anche  trattarsi  del  suffisso  -eno,  che  è 
nelle  corrispondenti  spagnuole,  cfr.  Diez  gr.  IP  447'. 

12.  I  breve  in  e  r^,  oppure  intatto.  La  risposta  normale  nelle  voci  popol. 
fior,  à  Ve;  ma  si  ha  e  in  alcune  voci  di  formazione  popolare,  che,  dimenticate 


'  Qui  non  dimenticherei  i  dial.  italiani,  e  in  ispecie  addurrei  le  forme  ve- 
nez.:  deii'na  dobéna  qiiarantrna.  Q.  I.  A. 


320  Canello, 

dal  popolo,  furono  poi  ravvivate  dai  letterati,  e  proferite  con  e,  cfr.  n.  5.  L'i 
si  conserva  intatto  invece  nelle  voci  che  i  letterati  direttamente  tolgono  dal  la- 
tino. Da  questi  diversi  esiti  dell't  ci  sono  provenuti  sette  gruppi  di  allòtropi. 

Gap ib ile-:  capihile  intelligibile;  e  capevole  atto  a  conte- 
nere, atto  a  comprendere  e  ad  es.sere  compreso,  abbondante. 
Ma  il  primo  si  connetterà  al  neolat.  capire,  il  secondo  al  lat. 
capere  "^■. 

Gibus:  ciho]  e  gelo  capro,  cfr.  sp.  chilo  chivo  capretto.  Il 
DiEz,  less.  V  449,  riaccosta  felicemente  il  nostro  zeba  (rica- 
vato da  gelo  *zedo)  colle  citate  voci  sp.,  col  ted.  volg.  zibbe 
e  con  somiglianti  voci  albanesi;  ma  gli  sfugge  poi  l'etimo,  che 
a  noi  pare  accertato  da  gebo,  preferenza  letteraria  d'un  pop. 
ant.  gebo. —  Dal  lato  ideologico,  gioverà  ricordare  che  la  carne 
di  capro  era  il  cibo  più  usuale  nel  medio  evo,  come  fanno  fede 
il  nostro  beccaio  da  becco,  e  il  fr.  boucher  da  bone,  quasi  'ma- 
cella-becchi'. 

M  a  r  i  t  i  m  a  :  marittima  agg.  ;  e  maremma  {-  marit'ma)  quasi 
campagna  a  mare. 

Minare:  menare,  e  minare.  E  dai  due  vb.:  mena,  e  mina^ 
cfr.  DiEZ  less.  P  277.  Mina  e  minare  sono  venuti  tra  noi  nel 
secolo  decimosesto  a  surrogare  'cava'  'far  cave'.  Secondo  il  Guic- 
ciardini {St.  d'It.,  lib.  VI,  e.  1),  la  mina  a  polvere  sarebbe  stata 
usata  in  Italia  la  prima  volta  nel  1487,  dai  Genovesi.  Gran 
maestro  ne  fu  poi  nel  secolo  decimosesto  Pietro  Navarro,  spa- 
gnuolo.  La  parola  pare  sorta  dapprima  nel  francese;  e  sarebbe 
stata  introdotta  come  latinismo  tecnico  :  ciò  che  ne  spieghe- 
rebbe Vi  intatto.  Un  altro  allòtropo  di  mena  mina  è  moina 
muina  carezza  affettata,  dal  fr.  (borgogn.)  moigne  per  mine, 
cera,  gesto,  cfr.  Littré  dict.  s.  mine. 

Minimus:  minimo,  minima  aggettivi  e  sost. ;  e  menomo 
soltanto  agg.,  che  potrebbe  essere  pronuncia  letter.  di  un  ant. 
pop.  menomo.  —  Menimo ,  il  calo  della  cera  che  si  presta  a 
logoro,  sarà  novamente  estratto  da  menimare. 

Patibilis:  patibile  passibile  e  paziente;  e  patevole  tolle- 
rabile. Si  riveggano  le  osserv.  a  Capibile-. 

Stilus:  stilo,  stile;  e  stelo,  che  sembra  stare  per  un  ant. 
pop.  stelo.  Ora  nell'uso  parlato  è  surrogato  quasi  sempre  da 


*  [Cfr.  DiEZ  IP  330,  Asc.  I  14  ecc.] 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  I  breve  ecc.  321 

'gambo':  stelo  tuttavia  si  dice  talvolta  del  gambo  gentile  del 
frumento,  e  di  persona  assai  magra.  Curiosa  è  la  deviazione 
morfologica  di  stilo  in  stile;  cfr.  il  n.  122.-  A  stylus  (cioè 
a  stillo-)  -  stihis  faremmo  poi  risalire  stollo  stile  del  pagliajo 
e  'stolto',  quasi  'palo';  cfr.  il  n.  23.  Diversamente  spiega  que- 
sta voce  il  Caix,  St.  d'etim.  161. 

13,  i'  breve  in  a  od  ai.  II  fenomeno  ha  luogo  in  voci  che  ci  arrivano  at- 
traverso il  francese.  Due  di  queste  s'incontrano  con  voci  corrispondenti  in- 
digene che  danno  Vi  intatto  o  passato  normalmente  in  e. 

Ad-minare:  ammenare;  e  ammainare  raccoglier  le  vele, 
avvolgerle,  dall' a.  fr.  amainer ,  ora  amener.  Il  Flechia,  IV 
372,  propone  dubitativamente  di  ricondurre  ammainare,  attra- 
verso il  napol.  'mmainare  ecc.,  ad  un  invaginare;  e  certo 
è  seducente  l'idea  che  questa  parola  marinaresca  ci  venga  dalla 
patria  di  Flavio  Gioja.  Pure,  a  noi  sembra  che,  non  bastando 
quest'etimo  alle  forme  francesi,  meglio  convenga  attenersi  alla 
spiegazione  che  il  Diez  (less.  P  20)  accennava,  ravvicinando 
la  nostra  voce  e  lo  sp.  prt.  amainar  al  fr.  amener.  E  vedi 

LlTTRÉ  s.  V. 

Dominium:  dominio,  are.  domino  dimino ',  e  demànio  il  do- 
mìnio del  re  o  dello  stato,  dall' a.  fr.  demaine  ora  domaine, 
italianizzato  al  modo  di  daino  danio  da  dain.  Il  Viani  (Voc. 
pret.  frano,  s.  demanio)  crede  che  questa  voce  apparisca  tra 
noi  la  prima  volta  nelle  Fayn.  nob.  nap.  di  Scip.  Ammirato, 
Fir.  1580,  p.  155;  ma,  per  tacere  dello  Pseudo-Spinelli,  che 
usa  demanio  (Murat.,  Ss.  vii  1073  a  ),  occorre  più  volte  de- 
maniiim  nei  cronisti  napoletani  del  secolo  decimo  terzo;  anzi  in 
una  lettera  dell'imper.  Federigo  II  ai  Lombardi  (1229),  pare  che 
si  voglia  distinguere  fra  il  dominium  'dominio  imperiale'  quasi 
latino,  e  il  demanium  o  demaine  francese-normanno:  'quod.. 
'occupaverant..  recuperavimus  et  revocavimus  ad  demanium  et 
'dominium  nostrum',  Murat.,  Ss.  vii  1015  d. 

14.  i  di  pos.  in  f,  0  intatto.  Nelle  voci  pop.  fior.  Vi  in  pos.  volge  ad  e  se 
era  breve  per  natura;  resta  i  se  era  lungo.  Nelle  voci  letterarie  ò  intatto  in 
ambedue  i  casi.  Ne  abbiamo  quindici  casi  di  allotropia. 

Balista:  balista-,  e  balestra.  Ve  per  e  di  balestra  è  do- 
vuto alla  speciale  posizione,  cfr.  minestra  maestro  ecc. 
Cippus:  cippo  colonna  tronca;  e  ceppo  troncone  d'albero. 


322  Canello, 

Circus:  circo  specie  d'anfiteatro;  e  cerco  cerchio.  Ma  cerco 
potrebbe  anche  essere  ricavato  dal  pi.  ccrc/if  =  ci  re' li. 

Dieta:  dilia  casa  commerciale  (latinismo^  di  bassa  sfera, 
dovuto  ai  ragionieri,  simile  a  hihita  dovuto  ai  farmacisti  o  ai 
caffettieri),  buona  fortuna,  cfr.  sp.  diclia\  e  detta  prtc,  e  sost. 
'detto'  'accordo'. 

Philtrura:  filtro  bevanda  magica  e  setaccio  da  filtrare;  e 
feltro  specie  di  panno  non  tessuto  da  farne  cappelli,  e  eolatojo. 
—  Diversamente  spiega  feltro  il  Diez  less.  P  175. 

Firmare:  firmare  sottoscrivere;  e  fermare  arrestare. —  Da 
confirmare:  confinnare\  e  confermare. 

Impetus:  im'peto;  ed  empito,  eh' è  un  'impeto  violento  o 
continuato  con  foga  da  rapir  seco  i  corpi  che  incontra',  Tomm. 
2329.-  L'2  di  impeto  è  dovuto  alla  special  posizione,  o  ad  in- 
fluenza letteraria'?  Gli  esemplari  che  seguono  fanno  propen- 
dere alla  seconda  ipotesi. 

Index:  indice;  ed  endice  il  guardanidio. 

Nirabus:  nimbo  l'aureola  dei  santi;  e  nembo  temporale. 
Anticam.  nimbo  ebbe  anche  questo  secondo  significato. 

Rixa:  rissa  baruffa;  e  ressa  folla.  Anormale  sembra  Ve; 
ma  si  tratterà  veramente  di  pronuncia  letteraria  di  un  ant. 
pop.  ressa.  Sentiamo,  infatti,  che  questa  voce  non  è  più  in  corso 
tra  i  Toscani. 

Sigillum:  s/^27^o;  e  suggello.  La  ragione  dell' e  per -^j  o  sarà 
quella  stessa  che  adducemmo  per  ressa,  o  starà  nel  ragguaglia- 
mento ai  tanti  sost.  in  -elio,  legittimi  continuatari  d'un  -èllus. 

Stirps:  stirpe  razza;  e  sterpe,  ora  sterpo,  ramoscello  mal 
vivo. 

Strictus:  stretto  partic,  agg.  e  sost.;  e  strinto  aggiunto 
perlopiù  di  vesti,  schietta  voce  fior.,  da  uno  strincto,  rifog- 
giato su  stringere,  cfr.  Arch.  Ili  251  n. 

Vacillare:  vacillare  essere  in  procinto  di  cascare;  e  va- 
gellare vacillar  colla  mente.  L'è  per  e  in  vagello  vagelli  ecc. 
è  dovuto  a  un  conguagliamento  con  forme  quali  puntello -i  ecc., 
in  cui  Ve  è  legittimo. 

^  Non  dimentichiamo  tuttavia  che  dictus  è  riflesso  neolatinamente  in  al- 
cune regioni  come  dictus,  in  altre  come  dTctus.  Ma  ditta  'casa  commer- 
ciale' pare  neologismo. 


Allòtropi:   Vocali  toniche,  1  di  pos ,  ecc.  323 

Virgula;  virgola  segno  ortografico;  e  vergola  verghetta, 
e  una  specie  di  seta  addoppiata  e  torta. 

15.  I  di  pos.  in  a.  Ciò  ha  luogo  soltanto  in  voci  arrivateci  attraverso  il 
francese,  in  cui  l't  diventa  a  per  influenza  dei  suoni  nasali  che  gli  vengono 
dietro.  Ne  abbiamo  tre  casi  di  allotropia. 

Chamarlinc  a.  a.  ted.,  da  camera  ■>!■  line  :  camarlingo  ca- 
marlengo;  e  ciam'berlano  ciambellano,  attrav.  il  fr.  cham- 
bellan,  antic.  chamhrellanc  ecc. 

Fimbria:  fìmbria',  e  frangia,  dal  fr.  frange,  Diez  less.  V  189. 

Hring  a.  a.  ted.  'circolo'  'adunanza';  aringo',  e  rango  ordine, 
ceto,  attraverso  il  fr.  rang.  Dalla  stessa  base  è  anche  il  rancio 
de' soldati.  Gli  Spagnuoli,  infatti,  dal  se  ranger  de' Francesi, 
hanno  tratto  rancharse  'mettersi  in  fila';  e  di  qui  ricavarono 
il  sost.  rancho  il  pranzo  d'ordinanza,  onde  il  nostro  rancio. 

IG.  0  lungo  in  o  nelle  voci  popolari,  e  in  m  in  pochi  esemplari  speciali. 
Ne  abbiamo  un  sol  caso  di  allotropia. 

Corona:  corona;  e  cruna  il  foro  nella  testa  dell'ago,  Diez 
less.  IP  23-4.  Forse  la  testa  dell'ago  fu  dapprima  concepita 
come  una  testa  chiercuta:  corona  disse  e  dice  infatti  anche 
'chierica'". 

17.  0  lungo  in  o  nelle  voci  dei  letterati,  in  oic  in  un  esemplare  venutoci 
dall'inglese. 

Colon  US  :  colono',  e  clown  pagliaccio,  il  rustico  del  teatro. 

18.  0  breve  in  «o  o.  Il  primo  esito  è  proprio  delle  voci  popolari  ;  il  secondo, 
non  estraneo  alle  popolari  [nova  novem,  ecc.),  è  proprio  delle  letterarie.  Abon- 
dano  per  questa  doppia  continuazione  dell' c5  lat.  gli  allòtropi  sinonimi;  due 
fide  coppie  ne  abbiamo  in  cui  anche  il  senso  differisca. 

Focus:  fuoco;  e  foco  che  ha  accezioni  speciali,  p.  e.  il  foco, 
non  il  fuoco,  dell' elisse. 

Tonus:  tuono  quello  del  cielo;  e  tono  quello  della  musica, 
co' suoi  traslati;  ma  la  difièrenza  non  sempre  si  osserva,  cfr. 
ToMM.  1379. 


*  corona^  cerchio,  cerchiello,  anello  (cfr.  rjli  anelli  delle  forbici,  e  anello 
'specie  di  chiodo  con  un  foro  in  luogo  di  capocchia'};  questa,  e  non  altra,  é 
la  serie  ideologica  in  cui  s'incontrano  la  cruna,  cioè  la  testa  anulare  del- 
l'ago, e  la  corona,  oioè  il  cerchio  che  orna  il  capo  o  il  cerchio  raso  nel 
capo.  ^'.  I    A. 


324  Cauello, 

19.  o  di  pos.  in  0,  oa.  La  prima  evoluzione  è  la  normale  italiana;  la  se- 
conda s'incontra  in  un  solo  esemplare  che  ci  viene  d'Inghilterra,  e  fa  cop- 
pia col  corrispondente  nostrano. 

Tostus:  tosto  avv.,  agg.  e  part.  'tostato';  e  toast  brindisi 
politico,  eh' è  Tingi,  toast  brindisi  in  generale,  e  propriamente 
il  crostino  abbrustolito  da  intingere  nel  vino  da  deserre  al 
momento  de'brindisi. —  Altri  spiega  l'avv.  tosto  da  toto-cito 
tot'g'to;  ma  se  cosi  è  tolta  ogni  difficoltà  ideologica,  s'affaccia 
in  ispecie  la  difficoltà  fonetica  dell' o  aperto  da  lat.  6.  Tosto 
passò  a  dir  'subito'  forse  dapprima  nel  linguaggio  della  cucina 
e  del  tinello;  e  la  progressione  ideologica  sarà  stata  da  'ab- 
brustolito' 'caldo'  a  'pronto'  'presto'-. 

20.  u  lungo  intatto,  ovvero  in  o.  II  primo  caso  è  il  normale:  il  secondo  in 
alcune  voci  di  dubbia  natura,  probabilmente  venuteci  da  qualche  dialetto  in 
cui  Vu  possa  volgere  ad  o**.  Ne  abbiamo  due  gruppi  di  allòtropi. 

Acumina,  neutro  pi.  di  acumen:  gómena,  e  anticamente 
ggmona  gùmina  cùmina  acumina  il  grosso  canapo  da  legar  le 
navi,  cfr.  cavo,  sp.  calo,  che  ha  lo  stesso  valore  ed  analoga 
evoluzione  ideologica;  e  gómbina,  are.  combina,  quel  cuojo  o 
cordicella  che  unisce  la  vetta  del  coreggiato  col  mànico,  laccio, 
vincolo. —  Il  Flechia,  IV  386,  e  Riv.  di  filolog.  class.,  II  195 
e  seg.,  deriva  gómena  da  un  ligumiyia  per  ligamina;  ma  que- 
st'etimo non  ci  spiega  le  forme  col  e  [cumina).  Né  meglio  ac- 
cettevole ci  sembra  la  spiegazione  di  gómbina  da  copula  pro- 
posta dal  Caix  St.  d' etim.  50.  ' 

Luridus:  lùrido,  voce  letteraria,  come  mostra  anche  la  pos- 
tonica conservata;  e  lordo  sporco,  Diez  less.  P  254.-  Da  lu- 
rida potè  aversi  anche  loja  (quasi  luri[d\a  lurja)  sucidume 
della  persona,  che  sarebbe  un  allòtropo  di  lurida  e  lorda.  Di- 
versamente spiegano  loja  il  Diez  less.  IP  42,  e  il  Caix  St. 
d'etim.  32-^*. 


*  [Cfr.  caldo  caldo  sùbito  sùbito.] 

**  Dei  due  esempi,  uno  è  controverso  [ggìnena  ecc.),  l'altro  (lordo) 
può  ripetere  il  suo  g  dalla  molto  antica  posizione  volgare,  cfr.  Arch.  I  37 
(550)  n.  '  G.  I  A. 

^  Da  combina  comina-,  piuttostochè  da  comminar i  (Caix  St.  d'et.  40),  sarà 
anche  sgominare  are.  sgombinare  disordinare,  sbaragliare,  iu  origine  'slegare'. 

***  ^i?i«  fu  anche  riportato  a  lùrdja,  e  così  sarebbe  doppiamente  analogo 


Allòtropi:  Vocali  toniche,  U  breve.  325 

21.  u'  breve  in  p  o,  o  intatto.  Il  primo  è  l'edito  normale  popol.;  il  secondo  in 
alcune  voci  speciali;  resta  intatto  nelle  voci  di  formazione  letteraria.  Ne  ab- 
biamo sette  casi  di  allotropia. 

Cubitus:  cùbito  misura  di  lunghezza;  e  gomito,  anticam. 
gòmhito,  oltre  govito. 

Dubitare:  dubitare  essere  in  dubbio;  e  l'are,  dottare  te- 
mere, cfr.  fr.  ré-douter. —  Dubitare,  benché  comunissimo  nel- 
l'uso parlato,  si  rivela  d'origine  letteraria,  oltreché  per  Vu 
intatto,  anche  per  la  postonica  conservata  {dubito)'^.  —  Da  un 
dubitanti  a-:  dubitanza  dubbio;  e  dottanza  timore  ecc. 

Fuga:  fuga;  e  foga,  Diez  less.  IP  30.  —  Anche  qui  Vu  di 
fuga  ci  fa  arguire  di  origine  lett.  questa  parola  d'uso  tanto 
popolare'"".  Vero  è  tuttavia  che  il  popolo  dice  più  volontieri 
'scappare'  che  non  'fuggire'. 

Lupa:  lujpa  l'animale;  lova  la  meretrice. 

Putare:  'putare  stimare,  nella  frase  'puta  il  caso';  q 'potare 
tagliare  i  tralci  inutili  degli  alberi,  in  ispecie  delle  viti. 

Tuba:  tuba;  e  trgmba,  Diez  less.  V  428. 

Tunica:  tùnica,  term.  scientif. ,  ora  anche  una  sopravve- 
ste da  signora  o  quella  de' soldati;  e  tonaca  tonica  l'abito  dei 
frati. 


a  crq/o  =  crùdjo  (Diez).  Solo  rimarrebbe  la  differenza  dell'essere  il  d  prece- 
duto da  cons.  in  una  delle  due  basi  e  da  vocale  nell'altra.  Per  questo  parti- 
colare, /o;a  =  lìirdja  s'accosterebbe  a  /"i/jo  =  furvjo  (Diez),  che  è  però  un 
esempio  pioblematico.  G.  I.  A. 

*  L'affermazione  del  Diez  (P  1G6),  che  Vu  di  terzultima  soglia  rimanere 
intatto  nell'italiano,  e  altre  consimili,  vanno  ora  di  certo  chiarite  con  le  op- 
portune distinzioni  fra  voci  dotte  e  voci  popolari;  e  il  Canello  è  molto  bene- 
merito di  questa  parte  della  fonologia  italiana.  Ma  la  contrazione  dell'antico 
sdrucciolo  ha  pur  confini  diversi  secondo  le  diverse  favelle  neolatine.  Cosi, 
nel  tipo  francese,  s'estende  a  tutt'intiera  la  serie  degli  infiniti  di  terza  {ceindre 
cinj're,  moudre  mol're,  ecc.\  laddove  nell'italiano  non  vi  occorre  se  non  in 
molta  scarsa  misura  (toff lieve  torre  e  simili;  cfr.  n.  25).  Avremo  poi  a  dir 
senz'altro,  che  subito,  a  cagion  d'esempio,  non  sia  voce  popolare?  Io  di  certo 
non  l'oserei;  e  pur  v'è  conservata  la  postonica  e  intatto  Vn,  tal  quale  come  in 
dubito.  G.  I.  A. 

**  Circa  Vii  di  fuga  ecc.,  cfr.  per  ora  Arch.  I  lS5n.  E  pur  Vù  di  lupo 
non  va  così  senz'altro  considerato  come  criterio  di  voce  non  popolare;  cfr. 
Arch.  I  262,  e  i  berg.  Ir'if  Iva  di  contro  ai  roil.  lof  ha.  G.  I.  A. 


220  Cune  Ilo, 

22.  u'  di  pos.  in  j)  o,  ovvero  intatto.  Passa  in  o,  raramente  in  0,  nelle  vocr 
popolari,  quando  era  breve  per  natura.  Resta  intatto  nelle  voci  letterarie,  0 
quando  era  lungo  per  natura.  Alcune  allotropie  provengono  dall' incontrarsi 
di  forme  letterarie  colle  rispondenti  popolari;  un  gruppo  speciale  d'allòtropi 
è  dovuto  alle  diverse  sorti  d'un  u  celto-germanico. 

Cult  US  {cui-):  culto  agg.;  e  colio,  anche  sost. ,  campagna 
coltivata. —  Da  incultus  inculto  eh' è  del  morale;  e  incòlto 
che  riguarda  propriamente  la  coltura  fisica. 

Punctare-,  da  punctum  :  puntare  punteggiare  e  far  forza 
contro  un  dato  punto  ;  e  pontare  con  quell'ultimo  senso  e  'pon- 
zare'. Puntare  e  pontare  sono  due  varietà  dialettali:  propria 
la  prima  del  fior.,  l'altra  del  sen.  e  in  genere  della  maggio- 
ranza dei  dialetti  toscani,  v.  Arch.  Ili  251  n. 

Supplex:  supplice-,  e,  secondo  il  Diez  less.  IP  67-8,  soffice, 
cfr.  fr.  souple. 

Sur  gito-  (per  surrectus):  surto  uscito  fuori,  fermo,  diritto 
(de' cavalli);  e  sorto  prtc.  da  sorgere,  agg.  ristorato,  sollevato 
(Ariosto,  Cinque  Canti,  iv  75). —  Notevole  è  surto,  voce  evi- 
dentemente letteraria,  e  ricavata  da  surgere,  come  diritto  da 
dirigere.  Dalla  stessa  base  bassolatina,  e  non  già  dall'are. 
sorctus  per  surrectus,  ricordato  da  Festo,  è  anche  sorto.  '^ 


*  Circa  il  'bassolatino'  mi  permetterò  di  riferirmi  all'Indice  del  IV  voi., 
424  a.  Non  credo  a  un  surgìtus,  che  non  è  lecito  porre  per  nessun' età  la- 
tina. Si  trovano  sincopati,  nel  latino  classico:  sorgere  pòrgere  (sur-rigere 
por-rigere;  sùr-rigit  surgit),  conformi  a' quali  poi  si  vedono:  èrgere^  comune 
all'ital.  e  al  prov.;  -córgere  {ac-corgere  ecc.),  comune  all'ital.  e  al  lad.;  dér- 
gere,  comune  al  prov,  e  al  lad.  (cfr.  Diez  W  218,  Arch.  I  94 u,  233n).  L'are. 
sorctus  proverrebbe,  secondo  il  Corssen,  da  surrectus,  ripetendo  la  sincope 
dalla  ragione  dell'antico  accento:  surrectus  (vok.  II-  893).  Checché  ne  sia, 
surgere  ecc.  ben  più  facilmente  entravan  poi  nell'analogia  di  spàrgere  sparsus, 
mérgere  mersus,  tèrgere  tersus,  pdrcere  parsus,  mulgére  mulsus,  mulcére 
mulsus,  che  non  in  quella  di  mulgére  mulctus  (sost.),  arcare  arctus  (agg.). 
Onde  siamo  al  tipo  sorso,  che  si  continua  nel  prov.  sors  (cfr.  ers);  e  il  tipo  sorto 
porto,  che  è  dell'italiano  e  del  ladino,  rappresenterà  un'ulteriore  deviazione, 
alla  quale  invitava,  oltre  l'etimologico  tòrcere  torto,  anche  la  serie  abbastanza 
antica  in  cui  entrano  i  tipi  volvere  {\6\jere)  volto^  tollere  (tóljere)  tolto,  col'gere 
(cóljere)  colto.  Analogie  più  decisive,  per  questa  deviazione  di  sorso  in  sorto^ 
parrebbe,  a  prima  vista,  di  dover  riconoscere  negli  ital.  spandere  spanto,  mun- 
gere munto,  e  specialmente  in  spargere  sparso  sparto;  né  di  certo  sono  esempj 
cotesti  da  trascurare.  Ma  son  troppo  specificamente  nostrali  (cfr.  eng.  m,uns. 


Allòtropi:  Vocali  touiche,  Y.  327 

Vulva:  vulva  terra,  d'anat.;  e  volva  borsa  o  calice  de' 
funghi. 

Kruppo-,  cfr.  l'a.  nord,  kryppa  gobba  e  il  gael.  crup  rag- 
gruppare (DiEZ  less.  P  224):  gruppo  riunione  di  più  oggetti; 
e  groppo  nodo.  Di  qui  anche  il  grup  o  crup  angina,  attra- 
verso il  fr.  croup,  eh' è  il  gael.  crup,  passato  anche  nell'in- 
glese. 

23.  Y  in  0  e  t.  h'y  delle  voci  greche  entrate  nel  latino  classico  o  seriore, 
pur  sempre  scrivendosi  ?/,  fu  profei'ito  «  od  i  a  seconda  che  l'introduzione 
era  fatta  per  via  popolare  (orale)  o  per  via  letteraria.  Ne  avvenne,  che  nel 
popol.  fior,  questo  y  venisse  continuato,  o  come  un  u  latino,  eh' è  il  caso  più 
frequente,  o  come  un  f.  Nelle  voci  letterarie  invece,  Vy  della  scrittura  fu 
sempre  reso  con  ».  Di  qui  cinque  gruppi  di  allòtropi. 

Crypta:  grotta;  e  cripta  o,  come  vogliono  i  vocabolarj, 
critta  cella  sotterranea  nelle  chiese  ad  uso  di  sepolcreto. 

Cymbalum:  cembalo;  e  cimbali  cimherli  nella  frase  'es- 
sere in  cimberli'  esser  allegro,  esser  brillo,  allòtropi  del  pi. 
cemhalL  L'allotropia,  del  resto,  non  è  esatta,  se  è  vero,  come 
par  verissimo,  che  la  frase  'in  cimbali'  sia  un  latinismo  de'  preti, 
e  ci  venga  dal  Salmo  cl  [in  eir/ibalis  bene  sonantibus  ;  in  cym- 
balis jiibilaiionis]:  si  avrebbe  qui  il  continuatore  d'un  abl.pl,, 
là  quello  del  solito  tipo  di  singolare;  cfr.  il  n.  125. 

Martyrium:  martirio,  are.  martiro  martire,  pena  sofferta 
per  la  fede,  pena  angosciosa;  e  martorio,  are.  ^nartòro  mar- 
tore, anche  uno  strumento  da  martoriare  e  l' atto  del  marto- 
riare. Ma  in  questo  significato,  martóro  ecc.  si  direbbe  piuttosto 
novamente  estratto  da  martoriare. 

Pyxis  acc.  pyxida,  da  tt-j;;?  scatola:  pisside  vaso  sacro; 
e  busta.  Ma  veramente  pisside  è  da  pty^^de-;  e  busta  non 
dovrà  certamente  il  suo  -a  alla  base  greca,  ma  bensì  alla  ten- 
denza di  chiarire  il  genere.  —  Da  un  pyxido-:  bòssolo  'bosso' 
'vasetto';  e  bussilo  bùssolo  vasetto. 


sopras.  muls,  prov.  mols;  eng.  spans,  sopras.  spons).  Del  resto,  punto  non  ri- 
pugnerebbe, in  massima,  che  fra  i  Neolatini  si  continuasse  l'are  sorctus  (swr- 
ctus}^  o  un  *porclus  ecc.;  ma  se,  a  cagion  d'esempio,  l'ital.  porto  sarebbe 
la  continuazione  legittima  e  necessaria  pur  di  codesta  base,  nel  ladino  di  So- 
praselva, all'incontro,  porcto-  avrebbe  donito  piuttosto  darci  pirrc  che  non 
piert.  G.  I.  A. 


32S  Canello, 

Thyrsus:  tirso  il  bastone  delle  baccanti;  e  torso  il  gambo 
de' cavoli,  il  busto  d'una  statua  mutilata.  Secondo  il  Diez,  less. 
P  418-9,  verrebbe  dalla  stessa  base  anche  toso,  voce  dell'Italia 
superiore  per  'ragazzo'.  Ma  l'etimologia  da  intonsus  o  tonsus 
non  è  da  rifiutare  così  sicuramente  come  fa  il  Maestro.  Usa- 
vano i  ragazzi  nel  medio  evo,  più  che  non  usino  ora,  di  la- 
sciare i  capelli  lunglii  come  allettativo  a  lascivia;  e  tra  le  ri- 
forme del  Savonarola  troviamo  anche  l'accorciamento  delle  chio- 
me ai  fanciulli  (Guicciardini,  St.  fiorent.,  e.  xvii).  D'altra  parte, 
'ragazzo'  e  'servo'  sono  idee  che  spesso  hanno  in  comune  il  nome: 
già  il  puer  latino  ha  i  due  sensi;  tutti  e  due  li  ha  il  nostro 
ragazzo;  e  mozzo  è  per  noi  servo  di  stalla  e  di  nave,  mentre 
onozo  è  giovinetto  per  gli  Spagnuoli  e  i  Portoghesi.  E  nota 
essendo  l'usanza  medievale  che  i  servi  portassero  i  capelli  mozzi, 
si  potrebbe  arguire  che  il  nome  avesse  detto  prima  'servo  to- 
sato' indi  'giovinetto'.  Anche  ragazzo  pare  connesso  col  ragar 
[quasi  radicare]  'radere',  'tagliare',  che  è  in  più  d'un  dialetto 
dell'Alta  Italia;  e  il  mozo  stesso  che  il  Diez,  less.  IP  157,  trae 
da  mustus,  potrebbe  piuttosto  risalire,  insieme  col  nostro  mozzo 
agg.  e  sost.,  a  quel  mutius  che  abbiamo  come  prenome,  dac- 
canto a  mutilus  \ 

24.  a'u  in  o,  0  intatto.  Il  primo  esito  è  proprio  delle  voci  popolari;  il  se- 
condo delle  letterarie.  Il  corrispondente  germanico  aw  au  ha  esiti  alquanto 
più  complicati,  che  danno  anch'essi  occasione  di  allotropia. 

Aura:  aura  quasi  soltanto  al  traslato,  favore;  ed  ora,  v. 
poet.  per  vento  leggero  e  fresco. 

Causa:  causa;  e  cosa. 

Fauces:  fauci,  degli  animali;  foci,  de'  fiumi;  e  froge  la 
pelle  al  disopra  delle  narici,  Caix  St.  d'etim.  109. 

Pausa:  pausa  fermata;  e  posa  riposo,  quiete. —  Da  pau- 
sare: pausare;  e  posare. 

Raucus:  rauco  aspro  e  forte;  e  roco  di  suono  debole.  Dalla 
stessa  base,  secondo  un'ipotesi  del  Diez,  less.  IP  29,  sarebbe 
anche  fioco. 

Blaw  blào  a.  a.  ted.:  Mavo  biado  voci  antiq.  per  turchino 
chiaro;  e  blu,  attrav.  il  fr.  bleu,  come  dice  anche  il  bl  intatto. 


^  Anche  il  Caix,  St.  d'et.  137-8,  respinge  l'etimologia  di  toso  da  thyrsus,  e 
si  attiene  a  tonsus  in  quanto  dicesse  'imberbe'  'sbarbatello". 


Allòtropi;  Vocali  atone,  dileguo  della  peault.  329 

-Raubón  got,  (in  hi-rauhòn).  D'accanto  all'unico  rubare, 
al  quale  tuttavia  i  dialetti  contrappongono  anche  robar,  ab- 
biamo due  sost.:  ruba  rapina,  saccheggio;  e  roba,  in  origine 
le  cose  rubate,  quindi  le  possedute.  E  questa  evoluzione  ideo- 
logica, e  la  patria  primitiva  di  queste  parole,  non  sono  senza 
importanza  per  la  storia  civile.  Un  altro  allòtropo  di  ruba  è 
ropa  batuffolo,  Caix  St.  d'etim.  143. 


IL  Allòtropi 

DIPENDENTI    DALl'  ESITO    DIVERSO  DELLE    VOCALI    a'tùNE. 

25.  Dileguo  della  penultima.  Ha  luogo  facilmente  nella  voci  popolari, 
quando  la  consonante  dell'ultima  sillaba  non  sia  r  n  [correre^  tenero,  corrono,  di- 
cono) 0  altra  consonante  che  non  potrebbe  facilmente  adagiarsi  con  quella  a  cui 
riuscirebbe  attigua  quando  la  vocale  si  perdesse.  Le  voci  letterarie  hanno,  in  ogni 
caso,  intatta  questa  vocale  mediana;  e  ne  vengono  ventidue  gruppi  di  allòtropi. 

Anima:  anhna;  e  alma,  che  manca  dei  traslati  materiali 
di  'anima'. 

Calaraus:  càlamo  penna,  dardo  ecc.;  e  calmo  marza. 

Calidus:  calido  agg.  di  temperamenti  o  di  medicine,  Tomm. 
798;  e  caldo.  L'allotropia  formale  era  già  nel  latino,  v.  Quint.  I,  6. 

Cognitus:  cògnito  conosciuto;  e  are,  co?zto  (Diez  less.  P  137) 
conosciuto,  che  conosce,  pratico  (Tnf,  xxxiii,  31). 

Computus:  computo  calcolo  alquanto  complicato;  e  conto, 
Diez  less.  P  137.  Dalla  stessa  base  sarà  probabilmente  pure 
compito  'lavoro  assegnato',  il  quale  tuttavia  potrebbe  anche 
risalire  a  un  compiilo-  (cfr.  compiere)  per  completus,  come  spe- 
cialmente farebbe  credere  la  frase  'portare  al  cóm]9i7o' =  portare 
a  compimento. 

Comparare  comparo:  comparare  paragonare;  e  compe- 
rare comprare  acquistare. 

Compositus:  composito  -a;  e  composto  -a.~  Gruppi  ana- 
loghi formano:  deposito  deposto;  preposito  preposto  prevosto ', 
proposito  proposto  provosto  profosso  n.  98. 

Crepitus:  crepito  scoppiettio;  e  cretto  fenditura,  screpola- 
tura.—  Da  crepitare:  crepitare;  e  crettare. 


330  Cantrllo, 

Debita:  débita  agg.  dovuta,  sost.  debito  (Dall'Ambra,  Co- 
fanaria,  in  C;  manca  ai  Voce);  e  detta  sost.  debito,  debitore. 

Erigere  erTgo:  erigere  erigo  mettere  in  posizione  verti- 
cale; ed  èrgere  drizzare  in  alto. —  Analogamente:  eretto  ed  erto. 

Extollere:  estollere  innalzare;  ed  estorre  eccettuare. 

Frigidus:  frigido  che  indica  qualità  abituale;  e  freddo 
che  indica  stato,  Tomm.  2054-5. 

Hospes:  òspite  chi  dà  e  chi  riceve  ospitalità;  ed  oste  chi 
dà  vitto  od  alloggio  per  quattrini;  nelle  campagne  toscane  'il 
padrone'  di  cui  i  villani  lavorano  i  fondi  a  metà  prodotto,  si- 
gnificato che  ricorda  gli  hospites  hostes  di  P.  Diacono  (De  g. 
Long.,  II  32),  e  rende  assai  probabile  l'etimologia  di  óter  ho- 
ster  da  hosp  itare  proposta  dal  Lvcumo,  Die  dllcst.  fr.  mund. 
Beri.  1877,  p.  151. 

Limpidus:  limpido;  e  liìido  pulito  e  logoro  (di  tele),  Diez 
less.  P  250. 

Meritum:  merito;  e  merlo  più  ristretto  di  senso  che  non 
merito,  cfr.  Tomm.  1373. 

N  i  t  i  d  u  s  :  ìiitidó  ;  e  netto. 

Opera:  opera;  ed  opra,  in  antico  ovra,  con  sen.'^o  pii^i  ri- 
stretto. Non  si  direbbe,  in  fatti,  un  opra  in  musica;  ed  opere, 
non  opre,  sono  gli  operaj. 

Putidus:  pùtido;  putto,  Diez  less.  P  336;  e  puzzo  -a,  Diez 
less.  IP  56. 

Rapidus:  rapido;  e  ratto,  Flech.  II  325 n. 

Rigidus:  rigido;  e  il  sen.  reddo  intirizzito,  cfr.  fr.  roide 
raide,  dal  quale  'certamente'  lo  fa  venire  il  Fanfani  [Voc. 
dell' u.  tose,  s.  V.),  certamente  a  torto. 

Solidus  ('salidus):  solido  agg.  e  sost.;  soldo  sost.  moneta, 
paga;  saldo  agg.  che  resiste,  salda  agg.  e  sost.  la  colla  d'a- 
mido; e  sodo  duro,  e  modesto. —  Analogamente:  soldare  e  sal- 
dare; soldato  e  saldato;  solidezza  e  saldezza. —  Il  passaggio 
dell'o  m  a  èi  affatto  eccezionale;  e  trova  riscontro  appena  nel 
fr.  dame  =  domina'"' . 


*  Codesti  due  singolari  esempj  di  d  neolatino  per  (^  lat.,  non  sono,  in  effetto, 
£6  non  eccezioni  illusorie.  Il  Canello  pone,  col  Diez,  che  saldo  venga  diret- 
tamente da  solidus.   Ma  non  pud  essere   così.    L'o  di  solidare  saldare  deve 


Allòtropi:  Vocali  alone,  dileguo  della  penult.  331 

Tympanum:  timpano;  e  timbro,  attrav.  il  fr.  timóre.  Per 
l'evoluzione  del  significato,  v.  Littré  dict.  s.  v. 

26.  Dileguo  della  protonica.  La  vocale  che  immediatamente  precede 
la  sillaba  accentata  può  venire  popolarmente  estrusa,  fosse  lunga  o  breve.  I 
letterati  invece,  e  spesse  volte  anche  il  popolo,  la  conservano.  Di  qui  nove 
casi  di  allotropia. 

Adjutans:  ajutante  che  ajuta;  e  aitante  vigoroso. 

Beryllus:  berillo  specie  di  zaffiro;  e  brillo  falso  brillante. 

Capitano-,  da  caput:  capitano;  e  cattano  {=cap'tano)  ca- 
stellano, titolo  di  nobiltà. 

Cassettone-  {caps^itt+on):  cassettone  canterano;  e  ca- 
stone legatura  di  pietre  preziose,  Diez  less.  P  116.  —  Castone 
ci  viene  di  Francia,  cfr.  il  fr.  chciton  per  chaston  e  il  pr.  en- 
castonar.  L'origine  francese  è  provata  anche  dal  valore  dimi- 
nutivo che  nel  nostro  castone  ha,  contro  le  norme  italiane  e 
secondo  le  francesi,  il  suffisso  -on, 

Cerebellum:  cerebello  il  cervelletto,  alla  latina;  e  cer- 
vello, in  ant.  ciaravello,  il  'cerebrum'. 

Cucitura-,  da  cucire  -consuere:  cucitura  termine  gene- 
rale; e  costura  cucitura  doppia  che  fa  costola.  Ma  costura  po- 
trebbe venirci  anche  direttamente  da  consutura. 

Matutinus:  matutino  agg.,  e  sost.  una  parte  dell'uffizio 
religioso;  e  mattino  -a,  are.  maitino  sost. 

Medietas:  medietà,  presso  i  geometri,  l'esser  medio,  la 
proporzionalità  ;  e  metà,  are.  incita  (da  *mejetà  *mejtà,  cfr.  il 
n.  49)  una  delle  due  parti  in  cui  fu  diviso  l'intero. 

Mi nisterium:  ministerio  ministero;   e  mestiero  -e  me- 


primamente  esser  passato  in  a  nelle  foi-me  in  cui  non  portava  l'accento  (cfr. 
Arch.  1 105);  e  saldo  altro  non  può  essere  se  non  un  participio  seriore,  che  muove 
da  saWctre,  sul  metro  di  co?7ipro  da  comprare  ecc.  (cfr.  Arch.  II  451).  Ugualmente 
deve  ripetersi  dall'atonia  Va  di  dame  dom'na,  cioè  dal  frequentissimo  uso  che 
di  codesto  vocabolo  naturalmente  s'è  fatto  in  condizione  proclitica  (donna- 
-Marla  ecc.),  da  quell'uso,  vale  a  dire,  che  ci  porta  al  na-Maria  de' Catalani 
(v.  Diez  s.  donno).  Codest'a  l'abbiamo  pur  nel  mascolino,  oltreché  nell'ant, 
francese,  anche  nel  provenzale,  ma  solo  in  proclisi:  damli-dcits  damrideus 
allato  a  dompnedeus  dominus-déus;  dico  nel  provenzale,  il  quale  pur  si  man- 
tiene costantemente  all'ó,  ne' suoi  don  e  domna.  Di  questa  ragione  della  pro- 
clisi va  tenuto  conto  in  più  altri  casi  congeneri;  p.  e.  nell'accorciamento  di 
séjnre  'sènior:  sejnrebarón  ecc.)  in  sire;  cfr.  il  n.  45.  G.  I.  A.. 


332  Canello, 

siieri  {=min  sterio).  Di  qui  è  anche  mistero  misterio  sacra 
rappresentazione,  v.  A.  D'Ancona,  Origini  del  teatro  in  Ita- 
lia, I  300-1. 

Paviraentum:  pavimento;  e  'palmento  il  pavimento  sul 
quale  gira  la  macina  del  molino.  La  controprova  di  questa 
etimologia  è  in  palmienlo  che  si  trova  per  'pavimento'  nella 
Hist.  rom.  presso  il  Murat.,  Antiq.  it,  III  309:  'tutto  lo  pal- 
miento  della  sala  era  coperto  di  tapiti'. —  Palmento  s'è  svolto 
àa.  pav'mento,  paumento,  con  V  au  in  al,  come  in  aldace  lai- 
dare,  cfr.  Asc.  I,  157. 

Positura:  positura;  e  postura,  che  meglio  si  dice  delle 
cose  inanimate,  cfr.  Tomm.  3796. 

Sporo  a.  a.  ted.,  al  dat.  e  acc.  sporon:  sperone;  e  sprone 
che  ha  anche  sensi  traslati.. 

27.  E  in  i,  0  intatto.  Le  particelle  de-  e  re-  sogliono  ridursi  popolarmente 
a  di-  ri-,  mentre  i  letterati  le  conservano  intatte.  Ne  abbiamo  sei  gruppi  di 
allòtropi. 

Degradare-,  da  grado:  degradare  togliere  da  un  grado 
od  ufficio  onorevole;  e  digradare  scendere  di  grado  in  grado. 

Demandare:  demandare  commettere;  e  dimandare  doman^ 
dare  chiedere,  in  origine  affidare  un  servigio. 

Designare:  designat^e  indicare,  proporre;  e  c^zse^nare  trac- 
ciare le  prime  linee  d'un  quadro,  proporsi.  Dissegnare,  forma 
ripresa,  ha  la  sua  ragione  nel  lat.  dissegnare  che  conviveva 
con  designare. 

Devotus:  devoto  e  divoto.  L'o  le  dice  tutte  e  due  forme 
letterarie.  Per  le  sottili  differenze  di  significato  si  vegga  il 
Tomm.  1457-8. —  Analogamente:  devozione  e  divozione. 

Rescribere:  rescrivere  rispondere  per  iscritto  a  una  pe- 
tizione; e  riscrivere  scrivere  di  nuovo. —  Da  rescriptus: 
rescritto  eh' è  anche  sost.  ;  e  riscritto  prtc. 

Restare:  restare;  e  ristare.  Ma  qui,  anche  la  forma  con 
e  intatto  può  essere  popolare.  Nelle  voci  del  pres.  sing.  e  terza 
plur.,  che  hanno  dato  la  norma  alle  altre,  si  tratta  di  e  to- 
nico. Ristare  {risto  ristài  ecc.),  più  presto  che  un  continua- 
tore di  restare,  è  da  dirsi  un  nuovo  composto  di  ri  +  stare-, 
cfr.  n.  128. 

Restaurare:  restaurare  rimettere  a   nuovo;   e  ristorare 


Allòtropi:  Vocali  atone,  I.  333 

riconfortare,  in  ispecie  lo  stomaco.-  Dai  due  verbi:  restauro, 
ristaiiro;  e  ristoro. 

28.  JE  in  i,  0  intatto.  L' ce,  come  Ve,  volge  di  frequente  ad  i  nelle  voci  po- 
polari, mentre  suona  e  nelle  voci  letterarie.  Ne  abbiamo  parecchi  allòtropi 
sinonimi  {eguale  iguale,  ecc.),  e  un  caso  di  vera  allotropia. 

Quaestio:  questione',  e  quistione.  Il  Tomm.  (Diz.  it.)  li  fa 
sinonimi,  e  dice  quistione  un'inutile  varietà  fonetica.  Il  Ma- 
Nuzzi,  più  cautamente,  definisce  quistione  per  'rissa'  'riotta' 
'contesa';  e  di  questione  dice:  'lo  stesso  che  quistione,  ma  non 
si  userebbe  forse  in  tutti  i  sentimenti  di  quistione',  e  lo  rag- 
guaglia al  lat.  quaestio.  Né  i  grandi  problemi  della  filosofia  o 
della  politica,  finché  non  degenerino  in  litigi,  si  direbbero  qui- 
stioni,  sibbene  questioni;  né  quistione  si  direbbe  ora  più,  ben- 
ché sia  stato  scritto,  per  interrogazione,  semplice  domanda.-  Tut- 
te e  due  le  forme  sono,  del  resto,  letterarie,  come  mostra  lo  stj 
intatto. 

29.  I  in  e,  0  intatto.  L' t,  specialmente  se  breve,  può  passare  popolarmente 
in  e,  quasi  sempre  per  influenza  delle  analoghe  forme  in  cui  esso  i  è  tonico, 
e  quindi  normalmente  dà  e,  cfr.  il  n.  12.  Nelle  voci  dotte  Vi  si  mantiene, 
per  norma,  intatto.  Ne  abbiamo  quattro  coppie  d'allòtropi. 

Continens:  continente  agg.,  e  sost.  la  terraferma;  e  conte- 
nente che  contiene.-  Da  incontinens:  incontinente',  e  l'avv. 
incontenente  incontanente.  Ma  nel  primo  Y  in  è  negativo,  negli 
altri  è  la  solita  preposizione. 

Ligamentum:  ligamento,  termine  anatomico;  e  legamento 
il  ligam.,  e  ogni  altro  legame. 

Mix  tur  a:  mistura',  e  mestura.  'Nel  proprio,  mestura',  nel 
'traslato,  mistura  piuttosto.  Cosi  l'uso  moderno.  L'Alfieri,  par- 
'  landò  della  famiglia  d'Edipo:-  Di  nomi  orribile  mistura  E 
'di  morti  e  di  sangue,-  Orribile  mestura,  suonerebbe  strano'. 
Così  il  Meini,  presso  Tomm.  1170, 

Pilosus:  piloso  agg.,  e  una  specie  d'animale  (Fanf.);  e  pe- 
loso soltanto  agg. 

30.  ic  poston.  in  ac,  o  intatto.  Ne  abbiamo  tre  coppie  di  allòtropi. 

Canonicus:  canònico  sost.  e  agg,;  e  canònaco  calònaco  sost. 
Chronica:  crònica  agg.  e  sost.;  e  crònaca  sost. 

Archivio  glottol.  ital.,  IH.  23 


334  Cauello, 

Indicus:  indico  indiano,  e  una  specie  di  colore;  indaco 
soltanto  il  colore. 

31.  Influenza  dei  suoni  labiali.  Oltre  le  sorti  già  descritte,  Ve  ae  ed 
t,  a  contatto  immediato  o  anche  mediato  con  suoni  labiali,  possono  passare 
popolarmente  in  o  od  u.  Ne  abbiamo  dieci  casi  allotropia. 

Aequalis:  eguale,  are.  iguale;  e  uguale  liscio,  levigato. 
Anche  l'are,  aguale  avale  'subito'  è  dalla  stessa  base;  si  con- 
fronti per  l'evoluzione  ideologica  il  ted.  gleich  'eguale'  e  'subito'. 

De-post  dipoi;  e  dopo  per  '■^dopó. 

Eremites  (propriam.  eremita-):  eremita  chi  vive  in  un 
eremo  ;  e  l' agg.  romita.  Ma  l' allotropia  non  è  del  tutto  esatta, 
Va  di  romita  fem.  avendo  natura  diversa  dell' a  della  forma 
mascolina. 

Ex-pensulare-:  spenzolare  ciondolare,  sospendere  in  modo 
che  ondeggi;  e  shonzolare  esser  cascante,  rovinare  ecc. 

Gemella:  gemella  agg.;  e  giumella. 

Officina:  officina;  e  fucina  (con  influenza  di  fuoco)  l'offi- 
cina del  fabbro.  Da  focus  traggono  direttamente  questa  voce 
il  MuRAT.  e  il  DiEz,  less.  IP  32. 

Revisitare:  rivisitare;  e  rovistare  frugacchiare,  special- 
mente fra  carte  e  libri. —  Anche  rivista  parrebbe  un  allòtropo 
di  rivisita;  ma  esso  è  veramente  il  partic.  di  rivedere  e  tra- 
duce, in  odio  ai  puristi,  il  fr.  reviie;  mentre  rivisita  è  ricavato 
direttamente  dal  vb. 

Ribaldo-,  d'orig.  incerta  (cfr.  Diez  less.  P  348  e  Littré 
diet.  s.  ribaud):  ribalda  agg.;  e  rubalda  specie  d'elmo  che 
portavano  i  rubaldi  ribaldi  ribauds,  fantaccini,  i  quali,  man- 
cando loro  il  soldo  col  cessar  della  guerra,  si  davano  al  bri- 
gantaggio. In  rubalda  Vu  può  essere  dovuto,  come  vuole  il 
Diez,  a  influenza  di  rubare. 

Debilis:  debile;  e  debole.  -  E  analogamente:  debilezza  e 
debolezza.  Debile  e  debilezza  sono  molto  più  ristretti  nell'uso 
e  nei  significati,  cfr.  Tomm.  1329. 

Si  mila:  simila  fior  di  farina,  eh' è  il  valore  della  voce  la- 
tina; e  sémola  crusca.  Dalla  stessa  base  è  anche  semel  panino 
da  caffè,  attrav.  il  ted.  semmel.  Notevole  per  la  storia  della 
dieta  medievale  è  la  variazione  de' significati  in  questi  allò- 
tropi. Il  senso  primitivo  di  semola  traluce  ancora  in  semolino 
pasta  fine  da  minestra. 


Allòtropi:  Vocali  alone,  0.  335 

32.  IL  poston.  in  ol,  o  intatto.  Già  in  semola  e  debole  si  è  incerti  se  at- 
tribuire la  mutazione  dell'?  in  o  (u)  alla  labiale  che  precede,  o  al  l  che 
sussegue,  il  quale  di  per  sé  può  promuovere  il  fenomeno,  cfr.  il  lat.  exsul 
dacc.  a  exilium.  Ne  abbiamo  un  caso  di  allotropia. 

Ventilare:  ventilare  esporre  al  vento,  discutere;  e  ven- 
tolare  esporre  al  vento,  e  ondeggiare  al  v. 

33.  o  in  «,  ovvero  intatto.  Due  gruppi  d'allòtropi. 

Focile-,  da  focus:  focile  acciarino  e  schioppo;  fucile  sol- 
tanto schioppo,  e  propriamente  quello  de' soldati. 

Officium:  officio  offizio;  e  ufficio  uffizio.  -  Analogamente: 
officiale  uffiziale  ecc.  Tutte  voci  di  formazione  letteraria,  al- 
cune delle  quali  alquanto  popolarizzate.  Per  le  sottili  differenze 
di  significato,  v.  Tomm.  4990. 

34.  0  in  2,  od  intatto.  L'alterazione  in  i  è  dovuta  a  influenze  analogiche. 
Se  ne  hanno  tre  coppie  di  allòtropi. 

Domesticus:  domestico  agg.  e  sost. ;  e  dimestico  agg.  — 
Qui  il  do-  passò  in  di-  per  l'illusione  che  si  trattasse  di  un  do- 
da  de-  (cfr.  Arch.  I  530)  come  in  domandare,  dovere  ecc.  Lo 
stesso  è  avvenuto  nell'are,  diminio  per  dominio  e  nel  corri- 
spond.  fr.  demaine,  cfr.  il  n.  114. 

Voi u meni  volume \  e  vilume  confusione,  farragine,  per  in- 
fluenza di  vile,  quasi  ammasso  di  cose  vili. 

Atomus:  àtomo;  e  attimo,  are.  atamo,  istante.  E  neppur 
qui  diremmo  puramente  fonetica  la  evoluzione,  ma  che  si  tratti 
d'un' assimilazione  a  finitimo,  marittimo,  o  anche  a  massimo 
bellissiìno  ecc.*;  e  cfr.  halsiìuo  da  balsamo. 

35.  u  in  0,  ovvero  intatto.  Ne  abbiamo  tre  casi  di  allotropia. 

Bajulus:  bajulo,  voce  lett.,  facchino;  e  baggiolo  o  sobbag- 
giolo  sostegno.  Dalla  stessa  base  è  bailo  balio  ajo,  in  origine 
'portatore'  di  bambini. 

Pendulus:  pendulo  agg.  di  forra,  lett.;  e  pendolo,  voce  se- 
mipopol.,  agg.  e  sost. 

Supponere:  supporre  fare  un'ipotesi;  e  sopporre  metter 
sotto.  Supporre,  con  I'm  intatto,  par  voce  di  formazione  letteraria. 


*  Piuttosto  ricorderei  l'analogia  di  menomo  allato  a  minimo;  comunque 
in  effetto  il  rapporto  delle  vocali  sia  in  questa  coppia  l'inverso  di  quello  che 
in  atomo  attimo.  G.  I.  A, 


33(3  Canello, 

36.  II  dinanzi  a  voc.  in  ov,  o  intatto.  Ne  abbiamo  due  coppie  di  allótroi)!. 

Manualis:  manuale  agg.,  e  sost.  'libro  che  contiene  il  ri- 
stretto d'una  scienza  od  arte';  e  manovale  bracciante  che 
ajuta  il  muratore,  e  anche  agg.  col  valore  di  manuale. 

Ruina:  ruina\  e  rovina.  La  differenza  di  significato,  che 
è  appena  sensibile  tra  ruina  e  rovina,  meglio  si  mostra  tra 
minare  'andar  in  rovina',  e  rovinare  'andare  o  mandare  in  r.' 

87.  AR  in  cr,  o  intatto.  L'  evoluzione  er  è  propria  del  fior.,  mentre  il  sen. 
ed  altri  dialetti  di  Toscana  e  dell'Italia  sup.  mantengono  l'ar,  o  mutano  in 
ar  anche  Ver  originale.  Ne  abbiamo  due  casi  di  allotropia. 

Barellina-,  da  bara,  a.  a.  ted.  bara  (Diez  less.  P  52):  ba- 
rellina  piccola  barella;  e  probabilmente  berlina  gogna,  quasi 
bar'lina,  ossia  la  'carretta'  sulla  quale  si  conducevano  intorno 
a  vitupero  i  malfattori \  Diverso  da  berlina  gogna,  eh' è  già 
nel  Pulci  (Morg.  xxviii,  7),  sarà  berlina  'cocchio  scoperto  a 
quattro  ruote',  che  apparisce  per  la  prima  volta  nel  Forte- 
guerri  (Ricciard.  xxx,  25),  e  che,  insieme  col  fr.  berline,  avrà 
avuto  il  nome  da  Berlino  (Littré  s.  berline). 

Piscar-ia-:  pescarla  piscina,  luogo  dove  si  vende  il  pesce 
(ToMM.  Diz.  it);  e  'pescheria  pescagione,  la  presa  che  si  fa  pe- 
scando, l'arte  della  pesca,  ed  ora  comunemente  il  luogo  dove 
si  vende  il  pesce,  col  quale  significato,  che  spettava  anche  al 
lat.  piscaria  (Varr.),  la  nostra  voce  fu  usata  già  da  Fr.  Sac- 
chetti. Ma  ad  onta  della  convenienza  del  significato,  sarebbe 
molto  arrischiato  credere  pescherìa  pescarla  il  diretto  conti- 
nuatore del  lat.  piscaria,  e  farne  quindi  un  allòtropo  di  pe- 
scaja  peschiera  (p.  301). 


'  Sulla  charrette  carro  di  vergogna  per  i  cavalieri,  v.  P.  Rajna,  Le  Fonti 
dell'  0.  F.,  p.  234-5.  -  E  il  fr.  pilori,  prtg.  pelourinho  (Diez  less.  IP  400), 
non  starebbe  esso  in  connessione,  ad  onta  del  prov.  espitlori,  col  nostro  herlinaì 
Il  &-del  germ.  Mrapotea  normalmente  essere  rappresentato  tra  i  Neolatini  sia 
da  un  b-  che  da  un  p-  (n.  100);  e  in  tali  voci,  uscite  probabilmente  dai  tribunali, 
non  può  far  meraviglia  qualche  storpiamento,  anche  grave,  che  soffrissero  in 
bocca  al  popolo.  La  connessione  storica  e  ideale  fra  il  pilori  e  la  charrette  appa- 
risce da  un  luogo  di  Chrestien  de  Troyes:  'De  ce  servoit  chm-rete  lors-  Dont  li 
'pilori  servent  ors;  -  Et  en  chacune  boene  vile  -  Ou  or  en  a  plus  de  trois 
'mìle  -  N'en  avoit  a  cel  tans  que  une  -  Et  cele  estoit  comune  -  Ausi  com  li 
'pilori  sont  -  A  ces  qui  murtre  et  larron  sunt.'  Hist.  liti.  d.  Fr.  xv  256. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  H,  J.  337 

III.  Allòtropi 

DIPENDENTI   DALL'ESITO  DIVERSO   DELLE   CONSONANTI   CONTINUE. 

38.  H  germ.  sì  dilegua,  o  ò  rappresentato  da  f.  Una  coppia  d'allòtropi. 

H  arai  do-  (Diez  less.  P  28):  araldo;  e,  attraverso  il  fr.  hé- 
raut  e  lo  sp.  faràiUe,  farabutto,  na.T^.frabbiitto  frabbotto,  Caix 
St.  d'etm.  106. 

39.  LI  (lj)  in  gì,  od  intatto.  Due  coppie  d'allòtropi. 
Folium:  folio,  term.  di  bibliogr.;  e  foglio. 

Mirabilia  {neutr.  pi.):  mirabilia;  e  meraviglia  maraviglia. 

40.  RI  (rj)  in  ^'  r,  o  intatto;  v.  il  n.  1.  Sette  gruppi  d'allòtropi. 

Captiatoria-,  da  captio  'presa'  onde  cacciare;  cacciatora 
abito  e  canzone  da  cacciatore;  e  cacciatoja  specie  di  scalpello 
per  cacciar  dentro  i  chiodi. 

Conservatorio-:  conservatorio  luogo  di  ricovero  o  di  edu- 
cazione per  lo  più  musicale;  e  conservatojo  magazzino. 

Destillatorio-:  destillatorio  agg. ;  e  distillatojo  strumento 
da  distillare. 

Lacrymatorius:  lacrimatorio  lagr.  agg. ;  lacrimatoio  -a 
sost.  eminenza  rossigna  posta  nel  grand'angolo  dell'occhio,  dalla 
quale  sgorgano  le  lagrime  (Fanf.);  e  lagrimatojo  -a  canto 
fra  il  naso  e  la  guancia  sotto  l'angolo  interno  dell'occhio 
(Fanf.). 

Furia:  furia  ardore,  foga  in  generale;  e  foja  ardore  amo- 
roso.—  Da  furiosus:  furioso;  e  fojoso. 

Piluria-,  da  pilus:  peluria  la  prima  lanuggine  degli  ani- 
mali; e  pelli) a  peluria,  la  buccia  interiore  delle  castagne. 

Scriptorius:  scrittorio  agg.  e  sost.;  e  scrittojo  sost. 

41.  -VI  (vj)  in  -hbj-  -yg-  -j-,  o  intatto.  Tre  gruppi  d'allòtropi. 
Cavea:  càvea  la  parte  del  teatro  romano  dove  stavano  gli 

spettatori,  un  gabbione  per  le  bestie  feroci  (Tomm.  Diz.  it. , 
giunte);  gabbia;  gaggia  la  gabbia  delle  navi,  e  'nave';  e  gaja 
gaje  'i  luoghi  nella  stiva  che  rimangono  da  ciascuna  banda 
fra  il  bordo  e  la  cassa  delle  trombe'  (Fanf.),  Dalla  stessa  base 


338  Canello, 

sarà  anche  guelfa  (cfr.  venz.  cheta  da  calva-)  gabbia,  pri- 
gione, e  muro,  bastione:  il  lat.  cavea  diceva  anche  luogo  mu- 
nito. Un  maschile  di  questo  gueffa  bastione  dev'esser  poi  l'are. 
gueffo  sporto,  terrazzo,  cfr.  a.  fr.  caive  loggia.* 

Serviens:  serviente  agg.  e  sost.  ;  e  sergente  sost.,  nell'uso 
moderno,  un  grado  dei  sottofficiali  nell'esercito. 

Trivium:  trivio  il  luogo  al  quale  fanno  capo  tre  vie,  piazza; 
e  trébbio  trivio,  luogo  di  convegno,  trattenimento. 

42.  -PI-  (pj)  in  ^pj  ùcy  0  intatto.  L' esito  ce  è  normale  nel  napoletano  e 
siciliano;  e  nasce  quindi  il  sospetto  che  i  pochi  esemplari  tose,  con  ce  da  pj 
siano  stati  importati  dal  mezzodì.  Ma  ogni  recisa  affermazione  sarebbe  arri- 
schiata, V.  D'Ovidio  Saggi  crit.  521-2.  Due  gruppi  di  allòtropi. 

Pipio:  pippione  giovine  colombo,  e  al  trasl.  sciocco;  e  'pic- 
cione il  colombo  domestico. 

Sapiens:  sapiente  chi  ha  sapienza;  sappi'en^e  di  odore  troppo 
acuto;  e  saccente  saputo. —  Da  sapius,  già  per  tempo  ri- 
dotto a  "savius,  abbiamo,  secondo  il  n.  41:  savio  (are.  sapio); 
e  saggio. 

43.  SI  SE  (sj)  in  «7  {z)  s,  0  intatti.  Ne  abbiamo  quattro  casi  di  allotropia. 
Caseo-  +  ìna:   caseina  la   sostanza  principale  del   cacio;   e 

cascina  il  luogo  dove  si  prepara  il  cacio  o  cascio.  La  prima 
voce  fu  derivata  dai  dotti  da  caseus,  l'altra  dal  popolo  da 
cascio. 

M ansio:  mansione  fermata,  stanza;  e  magione  casa,  palagio. 

Occasio:  occasione  opportunità;  e  cagione,  are.  accagione, 
motivo  di  fatto,  e  poi  motivo  in  genere,  cfr.  Diez  less.  IP  17, 
Il  senso  di  'cagione'  spettava  già  anche  al  lat.  occasio  (cfr. 
Plauto,  Epid.  v,  1,  38);  e  lo  sp.  ocasion  vale  anche  'cagione': 
'el  duque  no  sabia  la  ocasion  porque  no  se  pasaba  adelante 
'  la  batalla'.  D.  Quix.,  II  56. 

Pensio:  pensione;  e  pigione. 


*  9<^99^<^  ecc.  provverranno  dai  marinaj  liguri  e  meridionali;  cfr.  Arch. 
II  121  147.  Circa  gueffa  gueffo  (cfr.  nap.  gaffio  pianerottolo  nelle  scale, 
che  forma  una  specie  di  verone),  non  vedo  bene  come  il  nostro  autore  speri 
di  combinarli  con  cavea.  Di  certo,  non  gli  giova  nulla  il  venez.  cheta,  che  è, 
dal  canto  suo,  molto  sicuramente  chiarito,  Arch.  I  46 In,  cfr.  510. 

G.  I.  A. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  J  implicato.  339 

44.  STI  (sTj)  in  s,  0  intatto.  Ne  abbiamo  due  gruppi  di  allòtropi. 

Angustia:  angustia  strettezza,  affanno;  e  angoscia  do- 
lore afiannoso.  -  Similmente:  angustioso\  e  angoscioso. 

Bestia:  bestia;  e,  secondo  il  Menagio,  biscia.  Questa  eti- 
mologia non  piace  al  Caix  St.  d'etim.  10-12,  che  prima  avea 
messo  innanzi  un  piscea-,  poi  ricorse  a  bombycia-;  ned  era 
piaciuta  al  Diez  (less.  IP  12),  il  quale  preferiva  un  a.  a.  ted. 
bìzo,  ed  obiettava  che  bestia  nell'it.  si  dica  propriamente  solo 
dei  mammiferi.  A  noi  pare  che  l'etimologia  del  Menagio  sia 
irreprensibile  dal  lato  formale;  e  per  l'evoluzione  ideologica 
ricordiamo  il  plautino:  'bisulci  lingua,  quasi  proserpens  bestia' 
(Poen.  V,  2,  74),  e  l'a.  fr,  'Je  ne  cuit  pas  que  serpens,  N'autre 
beste  poigne  plus  Que  fet  amours  au  desus'  {Jahrb.  f.  rom.  u. 
engl.  litt.,  X  97)"". —  Da  bestia,  mutato  il  genere,  abbiamo: 


*  Credo  anch'io  a  biscia  =  bestia,  e  mi  permetto  un  po' di  comento. 

Incomincio  dal  notare,  che  Ve  dell'it.  bestia  è  chiuso,  malgrado  che  sia  in 
posizione,  e  va  perciò  aggiunto,  insieme  con  più  altri,  agli  esempj  del  Diez, 
P  334.  Basterebbe  questo  per  far  presumere  che  fosse  lungo  di  sua  natura; 
ma  la  cosa  è  accertata,  con  singolare  evidenza,  dalle  pronunzie  dei  Celti. 
L'ant.  irland.  béist  e  il  gallese  bioijst  provano  nel  più  sicuro  modo  (é,  wy,  =  é) 
che  si  proferisse  béstia,  come  ha  acutamente  avvertito  Io  Stokes,  Cormac' s 
gloss.,  p.  17.  Con  ciò  si  toglie  la  diflBcoltà  dell'i  che  è  così  fermo  nelle  ela- 
borazioni popolari  dell'Italia:  biscia  biscia  ecc.;  cfr.  Diez  V  153,  Arch.  II 
145-6. 

L'i  sarebbe  legittima  e  diretta  continuazione  dell'é  lat.  pure  nei  corrispon- 
denti vocaboli  spagn.  e  portogh.:  bicha  bicho;  poiché,  se  per  lo  spagnuolo  è 
pensabile  una  diversa  storia  di  codest'i  {ie,  i),  il  portoghese  all'incontro  non 
l'ammetterebbe;  e  Vi  delle  voci  portoghesi  non  si  potrà  disgiungere  dall' t 
delle  spagnuole,  né  Vi  di  queste  e  di  quelle  dall'i  delle  italiane.  Il  Diez  cre- 
deva manifestamente  che  bicha  bicho  fosser  voci  italiane  entrate  nello  sp.  e 
nel  port.  (cfr.  I'  3GS  e  l'art,  'biscia'  nella  parte  ita!,  del  less.);  ma  io  in- 
clino a  stimarle  indigene  pur  delle  Spagne.  Nel  paragrafo  dedicato  allo  ST 
latino,  non  si  vede  veramente,  presso  il  Diez  (P  231),  alcun  eh  spagnuolo  o 
portoghese.  Ma  quanti  esempj  ivi  sono  per  STJ?  Forse  nessuno;  poiché  uxier 
(ugicr),  ostiario,  è  manifestamente  voce  importata  [usciere),  non  essendo  -ier 
un  prodotto  spagnuolo  di  -ario;  e  cosi  non  restano  se  non  gli  'antiquati'  uzo 
ostium,  angoxa  angustia.  Andava  insieme  e  piuttosto  citato  congoxa  (con- 
goja),  angustia,  che  lo  spagnuolo  ha  comune  col  portoghese;  ma  siccome  lo 


340  Canello, 

déscio  hesso  sciocco  (Diez  less.  Il'  10);  e  hiscio  verme  che  na- 
sce fra  pelle  e  pelle. 


spagnuolo  ha  angostar  allato  a  angustiar,  cosi  congoxa  {-goja)  potrebbe  an- 
che andare  fra  gli  esempj  di  ST  anziché  fra  quelli  di  stj,  con  quexo  [quejo) 
questus  ecc.  D'altronde  abbiamo  nelle  Spagne  sicure  prove  di  tj  in  e,  che 
rasentano  il  caso  nostro  o  quasi  si  confondono  con  esso.  Cosi  gli  ant.  port. 
chrischào  (  =  criscano)  Diez  P  184,  chi-a  =ti-a  IP  96  (Mussaf.),  cfr.  Arch.  I 
55  512, egli  sp.  hecho  mucho  ecc.  da  faitjo  muitjo  ecc.  Arch.  I  83-4.  Per  eh 
da  se  di  fase  anteriore,  si  cfr.  il  port.  acha  =  asca  ascia  astula.  Ed  ò  curioso  che 
appunto  ritorni  c  =  sé  nel  non.  bieca  che  tosto  rivediamo.  —  Non  è  poi  punto 
vero,  che  il  port.  hicha  s'allontani,  pei  significati,  dall' it,  biscia;  e  anche  la 
■voce  port.  dice  appunto  'serpe'  'biscia'. 

La  elaborazione  popolare,  che  da  bestia,  passando  per  besca,  arriva  a  bisa, 
la  riabbiamo  inoltre  fra' Ladini;  intorno  a  che  nessun  dubbio  mi  par  più  am- 
missibile, dopo  quanto  se  n'é  visto  nel  I  voi.  dell'Arch.,  pp.  55,  127,  172  f., 
196,  237,  329  {bieca),  358-9  {bisa),  369.  E  il  significato  pur  qui  si  viene  re- 
stringendo; tende  a  limitarsi  alla  'pecora'  (ib.  172  f.,  329,  358-9). 

Ma  sorge  facilmente  una  doppia  obiezione.  Dall' un  canto  si  opporrà,  che 
il  lat.  bestia  significando  ogni  animale,  poteva  naturalmente  avvenire,  come 
appunto  è  fra'  Ladini  avvenuto,  che  se  ne  facesse  il  nome  d'un  determinato 
animale,  dell'animale  'per  eccellenza',  il  più  caro,  il  più  utile,  il  più  comune, 
il  più  familiare  (cfr.  il  romaico  oàoyo-j  cavallo;  ecc.);  ma  sembrare  troppo 
strano  che  codesto  animale  'per  eccellenza'  dovesse  mai  essere  il  serpente  o 
la  biscia.  Dall'altro  canto,  può  parere  che  la  difficoltà  s'accresca,  appunto 
per  le  cosi  diverse  limitazioni:  la  biscia  e  la  pecora. 

Senonchè,  la.  proserpens  bestia,  che  il  nostro  autore  cita  da  Plauto,  dice 
più  ancora  che  a  lui  non  paresse  (laddove  il  passo  francese,  ch'egli  pur  cita, 
non  so  veramente  quanto  dica).  Bestia  significò  più  propriamente  ai  Latini 
V animai  feroce  o  nocivo;  e  nessun  animale  nocivo  era  di  certo  più  noto,  più 
familiare  alle  plebi  latine  di  quel  che  fosse  il  serpe,  il  verme  velenoso.  Il 
serpe  così  diventava,  latinamente,  la  bestia  'per  eccellenza';  e  se  è  vero  che 
nel  'quasi  proserpens  bestia'  (tradotto  nel  Forcellini:  come  una  biscia)  va 
tenuto  conto  del  proserpens,  c'è  d'altronde  da  notare,  che  questo  di  proser- 
pens bestia  è  come  un  modo  stereotipo,  il  quale  ritorna  in  Plauto  non  meno  di 
tre  volte  (v.  i  less.),  sempre  per  dire:  'l'animai  nemico,  o  il  mostro  ferino,  che 
sbuca  a' nostri  danni,  eoa  la  lingua  doppia  o  le  due  lingue'.  Un'antica  ela- 
borazione popolare  di  bestia,  col  significato  di  'biscia',  non  ha  dunque  nulla 
di  strano.  E  fra  i  Ladini,  poi,  è  lo  schietto  bestia,  nel  senso  pur  latino  di  un 
qualunque  animale,  che  torna,  quasi  sotto  agli  occhi  nostri  [bestja  besca  ecc.) 
a  subir  la  stessa  evoluzione  fonetica,  e  viene  anche,  non  meno  legittima- 
mente, a  significar  la  'bestia  per  eccellenza'  de'  pascoli  alpini.       G.  I.  A. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  J  implic.  341 

45.  NI  NE  (nj)  in  n  n,  0  intatti.  Ne  abbiamo  sei  gruppi  di  allòtropi. 

Junior:  giuniore  juniore  l'opposto  di  seniore;  e  gignore 
il  garzone  che  apprende  un  mestiere. 

Laniare:  laniare  stracciare;  e  lagnare  [lagnarsi)  lamentare. 

Sanguineus:  sanguineo',  e  sanguigno.  Per  le  sottili  dif- 
ferenze di  significato,  v.  Tomm.  4420. 

Senior:  seniore;  e  signore,  Diez  less.  P  382-3.-  A  una 
base  seniore-  risale  anche  il  proclitico  tose,  sor,  insieme  col 
ven.  sior  e  il  fr.  sieur  :  forme  scorciate  secondo  le  norme  spe- 
ciali delle  voci  infantili'^,  e  di  poche  altre  tritissime  nell'uso; 
si  confronti  il  tose,  higna  per  bisogna,  e  Bitta  Dante  Bice  per 
Battista  Durante  Beatrice^. —  Dal  nom.  senior  ci  viene  di- 
rettamente sere^;  e,  attrav.  il  fr.  sire,  ci  vien  sire,  are.  siri. 
Nella  anormale  riduzione  fr.  e  ital.  di  senior  può  avere  in- 
fluito la  proclisi,  e  più  la  tendenza  rilevata  in  sor  sieur  ecc. 

Suppedaneus:  suppedàneo  panchetto  da  posarvi  i  piedi, 
vangile;  e  soppediano  soppidiano  suppcdiano  (per  metatesi,  da 
*suppedanio)  una  specie  di  madia  da  tenervi  la  farina  di  ca- 
stagne. 

Vinea:  vinca  macchina  da  guerra;  e  vigna  luogo  piantato 
a  viti. 


*  V.  l'annot.  apposta  al  uum.  25  in  f. 

^  Anche  monna  per  madonna  si  spiega  più  facilmente  con  queste  analogie, 
che  non  supponendo  estruso  il  -d-  e  poi  fuse  in  una  le  due  vocali  ;  e  lo  stesso 
diremmo  di  cugino,  fr.  cousin  ecc.,  da  consobrinus,  —  E  pure  il  tante  de' 
Francesi,  in  cui  affatto  anomalo  appare  il  t  iniziale  (v,  Diez  less.  IP  434,  e 
LiTTRÉ  diot.  s.  tante),  potrà  essere  spiegato  colle  tendenze  del  linguaggio 
infantile.  Noi  diciamo,  infatti,  Beppe  Peppe  per  Giuseppe  e  Nanna  per  Gio- 
vanna ed  Anna:  omettiamo,  cioè,  quando  sia  il  caso,  tutta  la  parte  della  pa- 
rola che  precede  la  vocale  accentata,  ed  a  questo  residuo  della  voce  prefig- 
giamo la  consonante  della  sillaba  finale.  La  seconda  parte  di  questo  procedi- 
mento ci  porterebbe,  dall' a.  fr.  ante  (  =  amrta),  al  piccardo  nante  (Littré), 
e  al  comune  tante,  per  l'impronunciabile  ntante. 

-  II  Diez,  less.  P  333,  trae  anche  sere,  insieme  con  sire,  dal  fr.  sire.  Ma 
sere  e  messere  sono  troppo  diffusi  nei  dialetti  italiani  per  poterci  esser  ve- 
nuti dal  di  fuori  ;  nò  poi  si  capirebbe  bene  il  passaggio  dell'i  fr.  in  q.  Mes- 
ser  messier  mecier  è  entrato  come  italianismo  anche  nel  provenzale  (v.  Diez, 
Leben  v.  xcerke  der  Troub.,  p.  118  171):  i  due  esempj,  infatti,  che  il  Ray- 
NOUARD  ne  reca  nel  Lex.  rom  ,  V  2,  stanno  dinanzi  a  nomi  di  personaggi 
italiani  (Corrado  di  Monferrato  e  Corrado  Malaspiua);  nò  ciò  pare  adatto  a 
confortare  l'ipotesi  che  messere  o  sere  ci  sieno  venuti  di  Francia. 


342  Canello, 

4C.  NDi  (ndj)  in  n  ng,  o  intatto.  Ne  abbiamo  due  casi  di  allotropia,  ima 
certo,  l'altro  incerto. 

Fundia-,  da  fundus:  fòngia  la  radice  degli  sparagi  (Fanf.); 
e  fogna  -o  condotto  sotterraneo  per  le  immondizie.-  Ma  una 
base  più  probabile  di  fogna  fognare  è  in  fundicare-  fundiare-, 
analogo  al  fodicare  onde  il  fr.  fouger,  v.  Asc.  Ili  89-90  n. 

Verecundia:  verecondia;  e  vergogna.  Il  tose,  comune 
sguerguénza  malestro,  fallo  contro  qualcuno,  verrà  dalla  stessa 
base,  ma  attrav.  lo  sp.  verguenza. 

47.  TI  (tj)  in  Z3  ^,  0  2i.  I  due  esiti  g  zz  {s  dopo  consonante)  sembrano 
ugualmente  popolari;  mentre  proprio  delle  voci  dotte  è  zi.  Giova  poi  richiamar 
qui  l'osservazione  fatta  a  p.  296  303;  che,  cioò,  siccome  queste  evoluzioni 
diverse  hanno  luogo  specialmente  nel  suff.  -itia,  non  basta  la  presenza  d'un 
-ezza  od  -if/ia  per  dichiarar  popolare  una  parola,  o  la  presenza  d'un  -izia  per 
dichiararla  letteraria,  essendo  non  raro  il  caso  che  i  suffissi  di  forma  popo- 
lare vengano  aggiunti  a  parole  di  forma  letteraria,  o  viceversa.  Raccogliamo 
dapprima  in  tre  serie  i  casi  d'allotropia  in  cui  si  tratti  del  suffisso  -itia, 
-itio  -tione\  e  facciamo  poi  seguire  gli  altri. 

Alteritia-  {=  alt  +  arto ^- itia):  alterezza  qualità  d'un  animo 
che  non  inescusabilmente  sente  alto  di  sé;  e  alterìgia  più  pros- 
simo a  superbia,  con  odiosa  manifestazione  dell'animo  altero, 
ToMM.  4717-9. 

Cupi  diti  a-,  da  cupidus  :  cupidigia  desiderio  che  si  rivela 
negli  atti  e  riguarda  specialmente  gli  onori  e  più  gli  averi;  e 
cupidezza  cupidità  interna  e  generale,  Tomm.  5271.  In  antico 
si  scrisse  anche  covidigia,  c^e  potrebb' essere  schietta  forma 
toscana;  e  convitigia  convotigia  convotisa,  forme  che  rical- 
cano il  fr.  coìivoitise  covoitise ,  e  risalgono  quindi,  come  mo- 
stra convoiter  da  *cupiditare,  ad  un  *cupidititia.  Curioso  ri- 
mane cupitizia,  che  tramezza  fra  le  forme  ital.  e  le  francesi, 
e  pare  dovuto  all'ignoranza  di  qualche  dugentista. 

Frank  itia-,  dal  germ.  frank  :  franchezza  libertà  nel  dire 
e  nel  fare;  e  franchigia  esenzione,  privilegio,  e  riguarda  il 
gius  positivo,  mentre  la  libertà  riguarda  il  naturale.  -  Ed  è  no- 
tevole che  il  nome  popolare  della  'libertà'  medievale  sia  stato 
tratto  dal  nome  d'un  popolo  dominatore,  i  Franchi,  i  quali 
della  libertà  aveano  fatto  un  loro  privilegio.  Né  libero  libertà, 
né  il  fr.  libre  liberti,  hanno  schietta  forma  popolare.  La  li- 
bertas  romana  è  stata  per  qualche  tempo  dimenticata  dai  po- 
poli neolatini. 


Allotropi:  Consonanti  continue,  J  impiic.  343 

Gentilitia-,  da  gentilis:  gentilezza  nobiltà  di  sentire  e 
di  operare,  cortesia;  e  gentilizia  gentiligia  nobiltà  di  sangue. 

Granditia-,  da  grandis  :  grandezza  astratto  di  grande;  e 
grandigia  alterigia. 

Iramunditia:  immondezza  il  contrario  di  pulizia  e  mon- 
dezza; e  immondizia  sudiciume. 

Justitia:  giustizia  la  virtù  morale  per  la  quale  si  dà  a 
ciascuno  il  suo;  e  giustezza  esattezza,  convenienza. 

Pigritia:  pigrizia,  eh' è  nel  non  volere;  e  pigrezza,  eh' è 
nella  naturai  crassezza,  Tomm.  3438. 

Tristitia:  tristizia  malvagità,  cosa  da  tristo;  tristezza 
melanconia,  e  sta  con  triste. 

Salvitia-,  da  salvus:  salvezza;  e  salvigia  franchigia,  asilo. 

Novitius:  novizzo  sost.  il  fidanzato;  e  novizio,  sost,  e  agg., 
propriamente  chi  è  nuovo  in  qualunque  esercizio,  e  in  ispecie 
chi  da  poco  è  entrato  in  convento.  -  Similmente  si  distinguono 
novizza  e  novizia. 

Servitium:  servizio  lo  stato  in  cui  si  serve  all'altrui  au- 
torità 0  volontà;  e  servigio  atto  con  cui  si  serve  all'altrui 
desiderio  o  bisogno,  Tomm.  5004. —  Da  un  servitiale-:  ser- 
vigiale  servitore,  ora  propriamente  la  conversa  del  chiostro;  e 
serviziale  in  ant.  servente,  ed  ora  clistere. 

Bibitio:  hevizione  bevimento;  e  l'are,  bevigione  bevanda. 

Ratio:  ragione;  e  razione,  voce  ripresa  dai  puristi  come 
francesismo,  e  che  s' usa  nel  linguaggio  militare  per  'porzione'.  — 
A  un  rationare-  risalgono  razionare  raziocinare,  e  ragio- 
nare discorrere  ragionatamente. 

Statio:  stazione,  are.  stazzone,  fermati  va,  abitazione;  e 
stagione,  Diez  less.  P  396.  —  Similmente:  stazionare ,  e  sta- 
gionare. 

Traditio:  tradizione  trasmissione,  leggenda;  e  are.  tradi- 
gione  tradimento. 

Varnitione-,  dall' anglosass.  varnian  (Diez  less.  P  230): 
guarnizione  fornitura;  e  guarnigione  presidio. 

Martius:  marzo,  il  mese;  e  marzio  agg.  di  Marte. 

Minutia:  minuzia  cosa  di  nulla;  e  minugia  budello  e  corda 
di  budello,  Diez  less.  IP  47. 

Palatium:  palazzo;  e  palagio,  voce  più  ristretta  di  signi- 
ficato, e  riserbata  ora  ai  poeti,  Tomm.  1727. 


344  Canello, 

Pretiura:  prezzo;  e  pregio.  Le  due  voci  si  scambiarono 
in  antico;  ma  ora  veramente  prezzo  è  il  valore  mercantile 
computato  in  denaro,  e  pregio  il  valore  intrinseco  o  ideale 
d'un  oggetto,  Tomm.  5108. —  Analogamente  si  differenziano  le 
coppie  allotropiche:  prezzare  pregiare,  disprezzare  dispre- 
giare ecc. 

Spatium:  spazio;  e  spazzo  pavimento,  suolo. 

Vitium:  vizio;  e  vezzo,  Diez  less.  P  447.  —  Da  vitiosus: 
vizioso;  e  vezzoso. 

48.  TTi  (ttj  =  ctj)  in  zz  ce,  o  zi.  I  due  primi  sono  esiti  popolari,  il  se- 
condo è  proprio  delle  voci  letterarie.  Ne  abbiamo   quattro  casi  d'allotropia. 

Directio:  direzione;  e  dirizzone  (raasc.)  andata  quasi  cieca 
e  irrefrenabile*. 

Factio:  fazione:  e  are.  fazzone  modo  di  fare  e  di  conte- 
nersi, sembianza,  cfr.  Diez  less.  IP  298. 

Punctio:  punzione  pungiraento,  compunzione;  e  punzone 
(masc.)  forte  pugno,  e  una  spranga  d'acciajo  che  serve  a  im- 
prontare le  monete  e  i  caratteri**. 


*  Di  certo,  dirizzone,  fatta  solo  qualche  riserva  circa  il  secondo  i,  con- 
sta della  stessa  materia  che  è  in  direzione.  Ma  non  vorrei  aflfermare  che  si 
tratti  della  stessa  parola.  Il  genere  diverso  è,  in  questo  caso,  una  diflScoltà 
tutt' altro  che  lieve  (cfr.  la  nota  che  segue).  Il  secondo  i  ci  riporta  poi  al 
tipo  diritto  ecc.  (cfr.  p.  319),  e  ritorna  nelle  voci  che  hanno  per  base  di- 
rect-ia-re  ecc.,  quali  sono  i  lomb.  drizz  drizza^  o  Vìi.  in-dirizzare  ecc. 
Credo  perciò,  che  un  "^dirizzo  o  dirizza  drizza,  che  è  come  dire  il  suo  in- 
granditivo  dirizzone,  stia  a  dirizzare  drizzare  così  a  un  di  presso  come 
indirizzo  indrizzo  a  indirizzare  indrizzare.  G.  I.  A. 

**  Anche  il  Diez  (less.  P  335,  s.  punzar)  riconduce  punzone,  sp.  punzon, 
fr.  -poingon,  a  punctio,  dicendo  che  se  ne  sia  avuto  un  mascolino  mercè 
r^applicazione  concreta',  e  confrontando  il  caso  di  tosone  tonsio.  Se  l'e- 
strema sobrietà,  congiunta  a  una  modestia  estrema,  non  avesse  fatto  al  Mae- 
stro come  una  regola  di  citar  sé  medesimo  quanto  meno  poteva,  egli  qui  ci 
avrebbe  primamente  rimandati  alla  sua  grammatica  (IP  345),  nella  quale, 
del  resto,  manca  appunto  V  esemplare  che  promuove  questa  nota.  Ma  in  tutta 
codesta  materia  c'è,  se  io  vedo  bene,  qualche  bisogno  di  nuove  cure.  E  per 
incominciare  da  un'obiezione  un  po'  indiretta,  dirò  imprima  che  non  vedo 
alcun  altro  esempio  di  un  fera.  lat.  in  -io  -ionis,  il  quale  diventi  maschile 
in  tutti  gli  idiomi  neolatini  che  lo  ripercuotano.  La  dizione,  non  molto  felice, 
che  il  Diez  adopera  in  un  luogo,  parlando  dei  continuatori  di  titio  (IP  19), 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  J  implic.  345 

Suctiare-,  da  ''suctio  (Riv.  di  fil.  rom.  I  274  e  cfr.  Flech. 


ha  fatto  credere  a  qualcheduno  che  questa  voce  offrisse  un  altro  esempio  di 
comune  alterazione  del  genere;  ma  il  Diez  non  può  mai  aver  dimenticato 
che  titio  é  maschile  anche  in  latino  (cfr.  ib.  344-5,  Arch.  II  436).  Quanto 
poi  all'insegnamento,  che  il  processo  ideologico,  per  il  quale  la  significazione 
astratta  si  riduca  o  raffermi  alla  concreta,  possa  insieme  importare  che  il 
genere  passi  di  feminile  in  maschile,  egli  è,  senza  dubbio,  degno  del  Mae- 
stro; ma  non  persuaderà,  mi  pare,  se  non  in  quanto  si  veda  che  il  concreto 
si  faccia  individuale  o  personale.  Così,  è  naturale  e  perspicuo  l'avvenimento 
ideologico  pel  quale  tonsio  'tosatura'  venga  a  dire  'roba  tosata',  'quel  che 
si  ricava  tosando  ciascun  agnello'  {la  toison;  l'it,  tosone  e  lo  sp.  tuson  non 
so  del  resto  quanto  validi  esempj  essi  comunque  siano);  e  per  questa  via 
si  poteva  anche  venire  all'equazione  'tante  tosature' = 'tanti  agnelli' (tosa- 
tura =  agnello).  Così,  e  anzi  più  chiaro,  è  il  caso  di  prehensio  'cattura', 
'presa',  che  venga  a  dire  'roba  catturata',  'persona  catturata';  e  s'abbia, 
per  es.,  dieci  prigioni  decem  prehensiones  per  'dieci  prigionieri',  onde 
poi  (sempre  ajutando  anche  l'ambiguità  esteriore  della  desinenza  ambige- 
nere -one  -on)  il  prigione,  ant.  frc.  (Littré)  le  prison.  Ma  questo,  e  qual- 
che altro  esempio  congenere,  non  ci  mostrano  punto  il  perchè  punctio  'pun- 
tura' dovesse  diventare  piuttosto  la  'cosa  che  pugne'  che  non  la  'cosa  che 
è  punta',  né,  in  ispecie,  il  perchè  ne  dovesse  uscire  un  mascolino  comune 
alle  diverse  favelle  romanze,  che  vuol  dire  un  antico  mascolino.  Fra  gli 
esemplari  in  cui  si  combini  il  doppio  fenomeno  dell'astratto  in  concreto  e 
del  feminile  in  maschile,  pone  il  Diez  anche  ^oison  potio;  ma  questo  esem- 
plare, proprio  al  solo  francese  com'è  soupgon  suspicio,  ci  offre  una  de- 
viazione affatto  moderna  (ant.  frc.  la  poison,  la  soupegon),  da  attribuirsi 
perciò  a  mera  spinta  analogica  (cfr.  flacon  ecc.),  dove  in  ispecie  sarebbe  da 
ricordare  la  deviazione  frc.  di  oignon  m.  un  io  (dato  sempre  che  unio,  in 
quanto  è  'cipolla',  fosse  veramente  feminile  fra  i  Latini),  sull'analogia  di 
champignon  ecc.  La  serie  d' esempj  che  si  può  rappresentare  coli' it.  stazzo 
m.  statio  (cfr.  Arch.  II  436),  ha  dal  canto  suo,  e  occorre  appena  avvertirlo, 
un  motivo  di  'degenerazione'  affatto  peculiare  e  d'un' indole  affatto  estrin- 
seca; il  quale  sta  nella  esterna  coincidenza  di  codesta  breve  serie  di  figure  no- 
minativali  colla  serie  infinita  dei  mascolini  in  -o.  Non  abbiamo  dunque  nes- 
sun'analogia,  la  quale  davvero  ci  conforti  ad  ammettere  che  punctio 
punctione  ci  desse  codesto  'punctione'  mascolino,  che  è  franco-italo-ispano. 
Al  qual  masc.  'punctione'  ora  più  specialmente  rifacendomi,  noterò  imprima, 
che  l'italiano  non  è  punto  limitato,  come  dal  Diez  parrebbe,  ai  verbi  dimi- 
nutivi punzecchiare  punzellare,  ma  ha  egli  pure  lo  schietto  ponzare  =  pun- 
ct-ia-re.  Or  da  questo  comune  e  perciò  antico   punct-ia-re   può  corretta- 


346  Canello, 

IV  374):  suzzare  asciugare  imbevendo  un  corpo  asciutto;  e  suc- 
ciare ritrarre  l'umore  da  un  altro  corpo,  ed  ha  molti  sensi 
traslati;  Tomm.  4615. 

49.  DI  (dj)  in  g^  ii  j',  o  intatto.  L' esito  J,  entro  T ambito  toscano,  paro 
abbia  luogo  soltanto  in  protonica'.  Ne  abbiamo  sette  gruppi  di  allòtropi. 

Diurnus:  diurno  agg.  e  sost.;  e  giorno. —  Da  diurnale-: 
diurnale  agg.  ;  e  giornale  agg.  e  sost, 

Medius:  medio;  e  mezzo.-  Da  medianus:  mediaìio  3i<;g.; 
e  mezzano  -a  agg.  e  sost.-  Da  mediato-:  mediato  agg.;  e 
mezzado  mezza,  voce  veneta  per  studio  d'avvocato  o  commer- 
ciante, mezzanino.-  Per  gli  allòtropi  di  medie tas,  v.  il  n.  26. 

M eri d lare:  meriggiare,  e  meriare  porsi  all'ombra  o  dor- 


mente ricavarsi  un  mascolino  pu  net  ione,  cosi  come  dallo  schietto  pun- 
ctare  es-punctare,  piuttosto  che  direttamente  da  puncta,  si  può  ricavare 
Tit.  s-puntone  (sp.  ecc.  esponton);  cfr.  piagnone  spione  ecc.,  e  per  altre 
formazioni  congeneri,  comuni  e  perciò  antiche,  moltone  (montone),  bastone, 
ed  altri.  G.  I.  A. 

*  DJ  proton.  in  j  tose,  si  ha  in  Friano  {Frediano),  metà  meitd  [medie- 
tate-),  meriare  fmeridiare),  e  ajutare  aitare  (adjutare).  —  Degli  esempj  che 
si  citano  per  la  postonica,  nessuno  è  ben  certo.  Gioja  (gaudia)  ci  viene  di 
Francia,  v.  Diez  less.  P  216*;  noja  (in-odia)  parrebbe  anch'esso  francese, 
quando  si  pensi  alla  sua  relazione  antitetica  con  gioja;  bajo  (badius),  l'are. 
rajo  (radius),  vio  [video)  e  simili,  ci  sono  venuti  in  parte  di  Francia  e  in 
parte  del  mezzodì  d'Italia,  dove  il  DJ  si  può  risolvere  anche  in  J,  v.  Asc. 
II  140  147  e  cfr.  gavju  (gaudium)  nelle  Cì'on.  sicil.,  Bologna  1865,  p.  55; 
merio,  che  il  Fanf.  dà  nel  Voc.  it ,  sarà  un  esempio  illusorio,  cfr.  mério  nel 
Voc.  d.  pr.  tose.,  e  l'analogo  méria. 


*  La  derivazione  del  \irov.joia,  'gaudio'  e  'giojello',  da  gaudia  paro  a  noi 
men  sicura  che  comunemente  non  si  creda.  Di  fronte  a  joia  i\  prov. 
non  ha  un  jauja  e  meno  ancora  un  gauja,  mentre  pur  ha  gang  jaxizir, 
in  cui  a  vicenda  si  mostra  Yau  e  il  g-\-a  intatto.  Si  dirà  adunque  che 
joja  sia  dal  ir.joie,  goie  (S.  Alex.),  il  quale  e  per  il  significato  e  per 
la  forma  ben  risponde  a  gaudia  ì  Ma  il  fr.joic  non  dice  'giojelio',  come 
pur  dice  il  pr.joia;  né  par  probabile  che  la  voce  prov.  svolgesse  indi- 
pendentemente questo  secondo  significato,  che  nel  fr.  spetta  a  joiel-s 
(h.  \.  jocalis).  Tutto  ci  porta  a  credere,  che  il  prov.  joja  'giqjello',  e 
probabilmente  anche  in  quanto  dice  'gaudio',  altro  non  sia  che  il  lat. 
joca,  col  e  in  j  come  in  lojar  da  locare.  Per  l'evoluzione  ideologica, 
notiamo  da  un  lato,  che  un  \)VOv.  joja  'giojello',  ricondotto  a  joca, 
risponde  esattamente  al  fr.  jojel-s  da  jocalis;  e  dall'altro  lato  ricor- 
diamo, che  il  prov.  joia  joi-s  'gaudio'  significa  veramente  il  gaudio 
del  gioco  amoroso,  e  che  l'antica  nostra  frase  'stare  in  gioco  e  in 
riso'  vai  quanto  'stare  in  gioja  e  in  riso'. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  J  iiuplic.  347 

mire  sul  mezzodì,  il  primo  più  frequente  degli  uomini,  il  se- 
condo degli  animali.  Meglio  dei  due  verbi  si  distinguono,  an- 
che per  il  significato,  due  coppie  di  sostantivi  che  se  ne  sono 
ricavate:  da  meriggiare,  meriggio  e  meriggia  in  quanto  dicono 
'ombra',  'rezzo',  Muogo  da  passarvi  il  mezzodì,  {meriggio  -a  -e 
'mezzogiorno'  sono  da  meridies);  e  da  merlare:  mério  'luogo 
dove  si  riduce  il  bestiame  a  merlare'  (Fanf.),  e  maria  'ombra 
d'un  albero',  'aria  fresca  della  notte',  mérie  nel  fior,  'luoghi 
ameni,  deliziosi  ed  aereati'. —  Da  meridianus:  meridiano  -a 
agg.  e  sost.  'circolo  massimo  terrestre',  'orologio  solare';  e  me- 
riggiano agg.,  meriggiana  anche  sost.  il  mezzodì. 

Odia  (neutro  pi.):  uggia  odio,  avversione,  cfr.  Diez  less.  IP 
77;  e  probabilmente  sen.  marem.  uzza  'frescura  che  sul  far 
del  giorno  e  della  sera  si  sente  con  impressione  dolorosa  nella 
pianura  della  Maremma'  (Fanf.  Voc.  u.  tose).  —  Da  odiosus: 
odioso,  e  uggioso. 

Radius:  radio  un  osso  del  braccio;  raggio  emanazione  lu- 
minosa; e  razzo  una  parte  della  ruota,  girandola. 

Stadium:  stadio;  e  staggio,  Asc.  I  52-3 n. 

Stiidium:  studio;  e  sloggio  carezza,  lusinga.  Di  qui  molto 
probabilmente  anche  astuccio,  are.  stuccio,  attraverso  il  prov. 
estug  0  il  fr.  étui  estuy.  Il  Diez,  less.  P  38,  obbietta  che  lo 
sp.  estuche  e  l' it.  astuccio  non  s'  accordino,  per  la  forma,  con 
studi um;  ma  la  difficoltà  sarà  tolta  ammettendo  che  la  voce 
sia  sorta  in  Francia  e  di  là  sia  passata  poi  in  Spagna  e  in 
Italia.  L'are,  sp.  estui  rivela  ancor  meglio  la  sua  provenienza. 
La  fonte  immediata  del  nostro  astuccio  sarà  il  prov.  estug,  col 
-g  proferito  -e, 

uO.  -ATico  -ATiCA  in  -aggio  -aggia  [-agio  -a),  o  intatto.  L'esito  -àggio  -ùggia 
fu  già  benissimo  spiegato  da  -àtjo  -ddjo  (Asc.  I  78 n.),  col  e  intaccato  ed 
estruso  nello  sdrucciolo  dall'i  che  lo  precede.  È  -agio  in  poche  voci  venuteci 
di  Francia;  -atico  nelle  voci  letterarie.  E  ne  abbiamo  sette  casi  di  allotropia. 

Li n gnatico-,  da  lingua:  linguatico  linguacciuto;  e  lin- 
guaggio. 

Obsidatico-  (cfr.  Diez  P  297):  stàtico  persona  data  in  pe- 
gno; e  ostaggio  staggio  pegno,  con  senso  più  generale. 

Silvaticus:  sa/t^a^fco  contrario  di  domestico,  propriamente 
degli  animali;  selvatico,  delle  piante;  e  selvaggio,  eh' è  anche 
sost.,  ToM.M.  4508. 


348  CaDello, 

Stallatico-,  da  stalla:  stallatico  \QÌa.mB;  e  stallaggio  quel 
che  si  paga  per  l'alloggio  delle  bestie,  e  stallo. 

Viaticum:  viatico  il  sacramento  che  si  porta  ai  malati; 
e  viaggio  T'iter'  dei  Latini,  quasi  che  il  'viaticum',  cioè  le  prov- 
viste per  viaggiare,  fosse  la  cosa  più  importante  per  chi  nei  bassi 
tempi  si  metteva  in  via. 

Vii  1  a  ti  cu  s:  villatico  agg.  ;  e  villaggio. 

Volaticus:  volatico  volubile,  volatile;  volagio,  dal  fr.  vo~ 
lage,  volubile;   e  il  sost.  volatica  empetigine. 

51.  CI  CE  (cj)  in  ce  zz  zi,  o  intatti.  I  due  primi  sono  gli  esiti  popolari, 
il  terzo  è  nelle  voci  semidotte;  intatto  resta  il  nesso  nelle  voci  letterarie. 
Ne  abbiamo  sei  gruppi  d'all(jtropi. 

Coriacea-,  da  corium:  coriacea  agg.  (manca  a  molti  dizio- 
narj);  e  corazza  specie  di  usbergo,  che  in  origine  sarà  stato 
dì  cuojo. 

H  erba  ce  a:  erbacea  agg.;  ed  erbaccia  mala  erba. 

Setaceo-,  da  séta  :  setaceo  agg.,  che  ha  apparenza  e  qua- 
lità di  seta;  e  setaccio  staccio  vaglio  fine,  quasi  un  tessuto  di 
setole  0  seta. 

Socius:  socio;  sòzìo  sòcio,  ma  con  accezione  quasi  sempre 
burlesca;  e  sóccio  accomàndita  di  bestiame  a  metà  guadagno, 
e  chi  piglia  il  bestiame  in  accomandita,  eh' è  il  significato  pri- 
mitivo; cfr.  Arch.  IV  340. 

Speci es:  specie  qualità;  e  spezie  aromi,  droghe. —  Da  spe- 
cialis:  speciale  particolare;  e  speziale  che  come  agg.  vai  quanto 
'speciale',  e  come  sost.,  chi  vende  spezie,  il  farmacista. 

Terraceo-,  da  terra:  terr accio  terreno  smosso,  nel  Pataffio 
il  mezzule  della  botte;  e  terrazzo.-  Da  terracea-:  terr  accia 
pegg.  di  terra;  e  terrazza. 

52.  Gì  (gj)  in  gj  zz,  o  intatto.  Ne  abbiamo  due  gruppi  d'allòtropi. 
Gregio-,  cfr.  e-grègius:  grezzo  grossolano,  e  si  dice  anche 

degli  uomini;  e  greggio  non  lavorato,  solo  delle  cose  mate- 
riali. A  una  base  materialmente  identica  risale  anche  il  sost. 
greggia,  are.  greggio,  armento.  L'è  per  e  da  un  e  lat.  sarà 
dovuto  al  suono  palatile  che  segue,  Arch.  Ili  72  n;  in  grezzo 
all'analogia  di  greggio.  Diversamente  spiega  i  due  aggettivi 
il  Caix  St.  d' etira.  29. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  L.  349 

Regia:  regia  agg.:  e  reggia  sost.  la  'doraus  regia'. 

53.  L  in  r,  o  intatto.  Tre  casi  di  allotropia. 

Collocare:  collocare  porre  a  luogo;  e  coricare  corcare 
porre  disteso.  Dalla  stessa  base,  attrav.  il  fr.  coucher  (-  co  l'c  are), 
pare  sia  cucciare,  cucciarsi  {cuccia),  se  pure  non  è  uno  scor- 
cio di  ac-covacciarsi. 

Dactylus:  dattilo;  e  dattero,  Diez  less.  P  150. 

Qalìb  arab.  'fontana',  'pozzo',  qàlab  'forma', 'stampo' (Diez 
less.  P  100):  calibro  il  vano  delle  canne  delle  armi  da  fuoco; 
e  caribo  are,  misura,  e  specie  di  danza  o  canzone  da  ballo 
(Purg.  XXXI,  132).  Ma  queste  etimologie  dieziane  non  pajono 
ben  sicure. 

Ululare:  ululare  urlar  lungamente  e  con  interruzioni;  e 
urlare  gridar  forte  e  incomposto. 

54.  L  nella  terza  del  proparossitono  in  w,  o  intatto.  Ne  abbiamo  due  casi 
d'allotropia. 

Gerula:  gerla;  e  gema  'cesta,  oppure  vettura.  Caporali' 
(ap.  Fanf.). 

Modulus:  modulo  modello,  forma;  mòdano  módeno  módine 
certo  modello  di  cui  si  servono  gli  artefici  nei  loro  lavori. — 
Notevole  è  in  modine  la  vocal  finale,  dovuta  forse  a  una  base 
plurale,  moduli,  passata  a  funzioni  di  singolare,  cfr.  il  n.  122.- 
Di  qui  anche  molo'^.  V.  Arch.  IV  360  n  [ma,  in  questa  ipotesi, 
dovrebbe  esser  voce  venutaci  di  Francia]. 

55.  ALT  ALP  OLT  in  a"lt  a"lp  o"lt,  indi  ot,  op,  ot  ut,  o  intatti.  Ne  abbiamo 
tre  gruppi  di  allòtropi. 

Maltha:  malta  cemento,  melma;  e  mota  {da.  ìnauta)  fango, 
cfr.  DiEZ  less.  P  282. 

Talpa:  talpa;  e  topa  are,  la  femina  del  topo  (Fanf.). 

Volvitare-  voltare-:  voltare  rivolgere;  buttare  gettare, 
cfr.  per  l'evoluzione  ideologica  il  ven.  butar  butarsc,  eh' è  pro- 
priamente l'incurvarsi  e  inarcarsi  delle  assi  e  delle  travi  ;  e  dot- 
tare percuotere,  dar  botte,  cfr.  il  ven.  bota  'colpo'  e  'volta  '(fiata). 
Diversamente  spiega  buttare  buttare  il  Diez,  less.  P  78.-  Data 
l'identità  etimologica  di  codesti  verbi*,  resulterebbero  allotropici 


*  Ancora  ben  problematica,  che  s'intende.  A. 

Archivio  gloUol.  ital..  III. 


3o0  Canello, 

i  seguenti  gruppi  di  sostantivi,  che  ne  sono  estratti  :  volto  muro 
in  arco,  botto,  e  butto;  volta  fiata,  volto,  botta,  e  l'are,  otta 
'volta',  'ora',  specialmente  nel  composto  talotta  talvolta.  Il  si- 
gnificato di  'ora'  potè  svolgersi  in  otta  come  nel  ven.  boto,  che 
dice  appunto  'ora',  mentre  bota  è  'fiata'.  —  Secondo  un'ipotesi 
del  DiEZ  (less.  IP  80-1),  a  voltare-  risalirebbe  anche  vuotare 
votare;  ma  il  Fleciiia,  con  maggiore  probabilità,  deduce  questo 
verbo  da  un  vocitare-  per  vacitare-  (IV  370-71). 

56.  -ELLUS  in  p,  od  elio.  La  prima  evoluzione  ha  luogo  in  parole  venuteci 
dal  francese;  secondo  le  norme  fonetiche  del  quale,  -ellus  passa  in  -el-s  -iel-s 
■ial-s  -ea"l-s  -eau-s,  ora  proferito  q.  Ne  abbiamo  tre  casi  d'allotropia. 

B  urei  lo-,  da  burrus  byrrus  (Diez  less.  V  94):  burello  spe- 
cie di  panno  detto  così  dal  colore  scuro,  cfr.  burella  'caverna' 
in  Dante,  Inf.  xxxiv,  98;  e  burò,  dal  fr.  bureau  burel-s,  che 
significò  dapprima  un  panno  grosso  e  scuro,  poi  lo  scrittoio 
dei  pubblici  offici  coperto  di  bureau,  e  infine  un  pubblico  of- 
ficio 0  agenzia.  Buró  'officio'  diventa  sempre  più  raro  tra  noi; 
ma  prosperamente  vive  il  suo  composto  burocrazia. 

Mantellum:  ìnantello;  e  manto,  fr.  manteau,  veste  as- 
settata e  lunga  per  donne.  Ha  esempj  del  Fagiuoli  e  del  Ma- 
galotti, ed  è  voce  sempre  viva,  per  sopravveste  ricca  ed  am- 
pia (Fanf.   Voc.  u.  tose). 

Rot un  dello-,  da  rotundus  (cfr.  il  n.  105):  ritondello  agg.; 
e  rondò  (rondeau)  aria  musicale  in  cui  di  tratto  in  tratto  si 
ripete  un  dato  motivo.  Il  fr.  rondeau  rondels  è  una  poesia  a 
ritornello,  musicata  o  no.  I  nostri  compositori  ne  limitarono  il 
significato  ad  'aria  che  accompagna  il  rondeau',  e  con  questo 
nuovo  significato  restituirono  rondò  al  francese,  v.  Littré  dict. 
s.  rondeau. 

57.  LL  in  Ij  {Il  spagn.),  o  intatto,  cfr.  il  n.  9.  Un  caso  d'allotropia. 

Olla:  pignatta,  latinismo  o  lombardismo;  e  oglia,  nella  frase 
ogiia  podrida,  specie  di  vivanda  farcita,  sp.  olla  podrida. 

58.  CL  TL  in  chj  Ij,  o  intatto.  Si  ha  chj  a  formola  iniziale,  o  interna  pre- 
ceduta da  consonante  {chiamare,  inchinare);  cchj  o  Ij  da  cl  tl  interno,  pre- 
ceduto da  vocale;  intatto  resta  il  ci.  nelle  voci  letterarie.  Cul  e  tml  pas- 
sano popolarm.  in  cl  tl  e  vengono  poi  trattati  come  cl  tl  originarj;  men- 
tre nelle  voci  letterarie,  o  si  mantengono,  o  danno  col  tol  (speculare,  capi- 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  L  impl.  351 

tolo  ecc.).  Da  questi  esiti  diversi  di  cl  tl  dipendono  trentadue  gruppi  d'al- 
lòtropi. Noi  faremo  la  rassegna  prima  di  quelli  la  cui  base  classica  dà  CL  tl, 
poi  degli  altri,  più  numerosi,  la  cui  base  classica  dà  cul  t«l.  —  Di  un'al- 
tra speciale  evoluzione  di  cuh  tml  ci  riserbiamo  di  toccare  nel  numero  se- 
guente. 

Clausura:  clausura,  dei  conventi;  chiusura  l'atto  del  chiu- 
dere, e  il  luogo  chiuso. 

Inclinare:  inclinare  essere  propenso;  inchinare  fare  un 
inchino,  e  abbassare. —  Analogamente:  declinare,  e  dichinare. 

Nucleus:  nucleo;  e  nocchio  la  parte  dell'albero  indurita 
per  la  pullulazione  de'  rami,  osserello  ecc.  Per  la  metatesi  del 
j,  nocchio,  secondo  il  Caix,  St.  d'et.  27,  diede  gnocco  [njocco). 

Reclamare:  reclamare  far  lamento,  richiamarsi;  e  richia- 
mare chiamar  di  nuovo.  -  Di  qui  :  reclamo  lagnanza  ;  e  richiamo 
il  richiamare,  e  l'uccello  che  si  tiene  in  gabbia  perchè  can- 
tando richiami  gli  altri. —  Da  clamare:  chiamare;  e  cla- 
mare gridare,  crudo  latinismo. 

Scloppus  stloppus:  schioppo;  e  scoppio  (da  scoplo-). — 
Da  sciupare  che  è  nella  Lex  sai.:  schioppare ,  e  scoppiare, 
Djez  less.  IP  64.  -  Scoppio  e  schioppo  furono  sinonimi  in  antico  ; 
ora  scoppio  è  l'atto  e  il  rumore  dello  scoppiare;  schioppo  hW 
fucile,  propriamente  quello  da  caccia.  Scoppiare  e  schioppare 
sono  rimasti  invece  sinonimi,  mentre  una  differenza  di  signifi- 
cato, analoga  a  quella  tra  scoppio  e  schioppo,  s'è  svolta  nei 
diminutivi  scoppiettata  scoppiettio,  colpo  di  scoppietto,  e  schiop- 
pettata colpo  di  fucile. 

A  cu  cu  la-,  da  acus  (Diez  less.  P  11)  :  agucchia  ferro  da  cal- 
ze; gucchia  palo  di  ferro  appuntito;  agocchia  infilacappio,  e  in 
antico  anche  ago;  aguglia  ago,  in  ispecie  quello  della  calamita, 
e  obelisco;  e  guglia  obelisco,  punta,  vetta  di  monte,  cfr.  Tomm. 
1268. 

Articulus:  articolo;  e  artiglio  unghione.—  Da  articu- 
lare:  articolare;  e  artigliare. 

Auricula:  auricule,  term.  anat.,  le  orecchiette  del  cuore; 
e  orecchia,  are.  oreglia,  T'auris'  latina.-  Analogamente:  orec- 
chiare accostarsi  per  ascoltare,  e  origliare  star  di  nascosto  a 
sentire  gli  altrui  segreti;  orecchiante  chi  canta  ad  orecchio, 
e  origlianfe  chi  origlia. 

Baculus:  baculo  bacolo  bastone,  e  una  specie  di  misura; 
e  bacchio  la  pertica  da  abbacchiare, 


352  Canello, 

Capitulura:  capitolo;  e  capecchio  'materia  grossa  e  liscosa 
che  si  trae  dalla  prima  pettinatura  del  lino  avanti  alla  stoppa; 
detta  capecchio  perchè  si  leva  dai  due  capi  del  lino,  cioè  barbe 
e  cime',  Tomm.  222. 

Carbunculus:  carbuncolo  carhoncolo  specie  di  pietra  pre- 
ziosa; e  carbonchio  la  pietra  preziosa  e  anche  una  malattia 
do'  bovini. 

Circulus:  circolo  figura  geometrica,  adunanza  solenne;  e 
cerchio  stromento  di  forma  circolare. —  Da  circulare:  cir- 
colare andare  in  giro  ;  e  cerchiare  munire  di  cerchi. 

Clavicula:  clavicola  osso  del  petto  che  sostiene  la  spalla; 
caviglia  un  osso  della  gamba;  e  cavicchia  lo  stesso  che  'ca- 
vicchio', piuolo,  cfr.  DiEZ  less.  I''  120. 

Cuniculus:  cunicolo  cava  sotterranea,  e  l'animale;  e  co- 
niglio l'animale. 

Fistulare:  fìstolare  suonar  la  fìstola;  e  fischiare  fistiare 
mandar  fischi. —  Da  fistula;  fistula  stromento  musicale,  e 
fistola  malattia;  fistolo  malattia,  malanno,  e  fischio  fistio  si- 
bilo. Ma  quest'ultima  coppia  non  dà  una  rigorosa  allotropia, 
fischio  venendo  da  fischiare,  e  fistolo  da  fistula,  con  genere 
mutato. 

Jaculum:  jàcolo  dardo;  e  giàcchio  rete  pescatoria,  il  'rete 
jaculum'  dei  Latini.  I  lessicografi  non  sono  ben  certi  se  jacu- 
lum sia  sost.  o  agg.,  v.  Forcell. 

Inoculare:  inoculare  annestare,  ed  ha  sensi  traslati;  e 
inocchiare  annestare  gli  alberi  ad  occhio. —  Da  oculatus: 
oculato  attento,  avveduto;  e  occhiato  pieno  d'occhi.  Simil- 
mente: oculata  agg.;  e  occhiata  sost.  l'atto  del  guardare,  e  li- 
vidore agli  occhi. 

Lenticula:  lenticola  specie  di  crostaceo;  lenticchia  1' 'er- 
vum  lens'  e  una  specie  di  moneta;  e  lentiglia  lentiggine. 

Macula:  macula  macola  piccolissima  macchia,  specialmente 
morale;  macchia  tacca,  tratto  di  bosco;  e  maglia  punto  o  tes- 
suto a  calza,  senso  che  spettava  anche  al  lat.  macula. —  Da 
maculare:  macolare,  ^macchiare,  e  magliare. 

Manicula:  manecchia  il  manico  dell'aratro;  maniglia  il 
manico  della  sega,  manetta;  e  maniglia  smaniglia  vezzo  ai 
polsi,  Arch.  IV  163. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  L  impl.  353 

Masculus:  mascolo  masculo  agg.,  e  sost.  'stantuffo'  e  'una 
parte  del  petriere';  e  maschio  mastio  agg.  e  sost. 

Mentula:  mentula  pene,  pinco  marino;  e  minchia  pene, 
pesciolino  detto  anche  cazzo  di  re,  e  'minchione'  nella  frase 
'fare  la  minchia  fredda'.-  Alla  stessa  base,  con  genere  mutato, 
risalirà  anche  il  fior,  ménchero  (da  menomo-  mencio-)  min- 
chione. 

Miraculum:  miracolo;  e  are.  miraglio  specchio,  che  pro- 
babilmente ricalca  il  prov.  miralh-s. 

Misculare:  mescolare,  meschiare,  mischiare,  mistiare, 
quasi  sinonimi.  Si  distinguono  invece,  anche  per  il  significato, 
i  nomi  che  si  estraggono  da  questi  verbi  :  méscola  mestolo  e 
cazzuola  da  muratore;  mischia  mistia  combattimento  corpo  a 
corpo,  quistione  ardente;  e  mischia  vino  con  mele  infuso 
'mulsum'. 

Pari  cu  lo-,  da  par  (Diez  less.  P  306):  are.  pareglio  agg.  si- 
mile; e  parecchio  molto,  alquanto.  A  un  paricula-,  piuttosto 
che  a  parìlis  parìlia,  risalirà  anche  pariglia  coppia  di  ca- 
valli simili,  contraccambio; —  e  apparigliare  pareggiare,  met- 
tere in  coppia,  sarebbe  quindi  un  allotropo  di  apparecchiare, 
are.  apiiaregliare,  preparare;  cfr.,  per  l'evoluzione  ideologica: 
combinare  'accoppiare'  e  quindi  'accomodare'. 

Ranunculus:  ranunculo  ranuncolo  il  'ranunculus';  e  ra- 
nocchio  la  'rana*  o  'ranula'.  Ma  la  mancanza  del  n  fa  sospet- 
tare in  ranocchio  una  nuova  derivazione  da  rana. 

Speculum:  speculo  specolo  stromento  per  osservare  l'in- 
terno del  corpo  animale  ;  specchio',  e  are.  speglio,  che  manca  d'al- 
cuni sensi  traslati  di  'specchio'. —  Da  speculari:  speculare 
specolare  fare  speculazioni  filosofiche,  economiche  ed  astrono- 
miche; e  specchiare  {specchiarsi). 

Spiraculum:  smiracolo  spiraculo;  e  s2nraglio  ])icco\a.  aper- 
tura per  la  quale  venga  aria  e  luce. 

Torculum:  tòrcalo  ;  e  torchio,  che  dice  anche  grosso  cero, 
torcia. 

Vasculum:  vascolo  piccol  vase;  e  fiasco  (da  vlasco-  va- 
scio-)  vaso  grande  e  panciuto,  Diez  less.  P  178. 

Ventriculus  ventricolo  lo  stomaco  degli  animali  in  ge- 
nere; e  ventricchio  ventriglio  il  ventricolo  carnoso  dei  vo- 
latili. 


354  Canello, 

Vetulus:  vecchio  agg.  e  sost.,  che  ha  molti  anni;  &  veglio 
sost.  uomo  venerando  per  età. 

59.  XML  cuL,  anche  in  //.  Questo  esito  ha  luogo,  a  formula  preceduta  da 
vocale,  in  alcuni  esemplari  speciali.  Non  ò  facile  determinare  le  fasi  inter- 
medie. Per  T«L  si  può  supporre  un  dui  d'I,  onde  poi  II,  come  in  strillare 
da  stridulare-.  Per  cìjl  è  lecito  supporre  un  primo  scadimento  a  r/ul  (ana- 
logo a  quello  di  tùl  in  dìil),  onde  poi  ff'l,  che  potè  dare  II  attraverso  d'I*. 
Abbiamo  tre  basi  con  xml,  e  due  con  cììl,  dalle  quali  derivano  forme  allo- 
tropiche. Una  terza  base  con  cul  troveremo  al  n.  87. 

Spathula:  spatola;  e  spalla.  Un  intermedio  spad'la  è  qui 
suggerito  dal  soprasilvano  spadlas  Arch.  I  58,  dal  prtg.  espa- 
doa  e  anche  dallo  sp.  espalda  che  sta  per  *espadla.  Dalla  stessa 
base,  attraverso  l'a,  a.  ted.  sj)dlo  spuolo,  è  spola,  v.  Asc.  III.  29  n. 

Rotulus:  rotolo  ruotolo  'volumen';  rocchio  tronco  cilin- 
drico, pezzo  di  salsiccia;  e  rullo  cilindro  pesante,  birillo.  Dalla 
stessa  base,  attraverso  il  fr.  ròte,  è  ruolo  rolo  elenco  de'  soldati, 
elenco  in  genere,  voce  che  apparisce  tra  noi  solo  nel  sec.  XVII. 
Rollo,  che  ha  esempj  già  della  fine  del  sec.  XVI  (v.  Viani,  Diz. 
d.pret.  francesismi,  s.  ruolo),  benché,  rispetto  alla  fonetica,  nul- 
r  abbia  di  specificamente  francese,  ci  si  mostra  venuto  di  Fran- 
cia, per  il  suo  significato  identico  a  quello  di  ruolo. —  Da  ro- 
tula: rotula  la  rotella  del  ginocchio;  e  rulla  tmWo,  e  fandonia, 
cfr.  'balla'. —  Da  cura-rotulus:  crocchio  adunanza,  circolo;  e 
crullo  grosso  cilindro,  Caix  St.  d'et.  52. 

Ad-titulare-:  attitolare  intitolare;  e  attillare  acconciare, 
vestire  con  cura,  Diez  less.  P  38. 

Spiculura:  spiculo  punta  della  saetta,  crudo  latinismo  del 
Sannazzaro;  spigolo  il  canto  vivo  dei  solidi;  spiccldo  una  delle 
particelle  che  compongono  il  bulbo  della  cipolla  e  simili  ;  e 
spillo  ago  con  capocchia,  zipolo,  cfr.  fr.  épingle ,  che  ha  la 
stessa  base,  come  chiaramente  ha  mostrato  1' Ascoli,  IV  141. 
Il  Diez,  less.  P  394,   s'atteneva  a  spintila,   con  g  epentetico. 


*  Confesso  di  non  vedere  alcun  bisogno  delle  ipotesi  fonologiche  alle  quali  il 
nostro  autore  qui  è  ricorso.  Avutosi  modernamente  l'ettlissi  deirM(v.  p.  288n),  s'è 
riparato  alla  diflScoltà  delle  due  consonanti  che  s'urtavano  insieme  {t-l),  assimi- 
lando, come  di  solito,  la  prima  alla  seconda  (cfr  ,  nel  lat.  ste£so,viUa  -  vic-la,ecc., 
ed  anche  latum  -  tlatuni^  ecc.).  11  caso  di  spat\ii,\la  in  spalla  non  è  punto  diverso 
da  quello  di  marit[i\ma  in  maremma;  cfr.  Diez  I'  300.  G.  I.  A. 


Allòtropi:  Coaconanti  continue,  L  impl.  355 

Jocularis:  giocolare  giocoliere;  e  giullare  chi  nel  medio 
evo  andava  intorno  per  le  piazze  e  per  le  corti  facendo  giuochi 
e  recitando  versi,  Diez  less.  P  213.-  Come  si  spiega  l'anomala 
riduzione  à\  jocularis  a  giullare,  e  insieme  quella  di  spicu- 
lum  a  spillo^  Noi  crediamo  di  vederci  l'effetto  d'una  elabo- 
razione dovuta  in  parte  ai  letterati,  in  parte  al  volgo.  Spiai- 
lum  sarebbe  stato  rimesso  in  corso  come  latinismo  tecnico,  e 
come  termine  d' arte  sarebbe  entrato  jocularis  nella  parlata 
popolare:  si  confronti  il  prov,  joglar-s  (e  non  jolliar-s,  come 
vorrebbe  l'analogia  di  ahelha  miralh  ecc  ),  e  il  fr.  jongleur 
(joculaiore-)  in  perfetta  concordia  con  épingle.-  Un  caso,  del 
tutto  simile,  di  elaborazione  mista,  è  nel  fr.  aveugle,  pie.  aveule 
avugle,  vb,  aveugler,  da  ah-oculare-  'disocchiare',  termine  che 
il  popolo  francese  imparava  dai  barbari  suoi  giudici  criminali 
del  medio  evo,  ed  elaborava  poi  come  voce  propria,  senza  tuttavia 
trasformarla  al  modo  che  avea  trasformato  oculus,  divenuto 
oeil. 

60.  GL  in  gghj  Ij^  o  intatto;  Ij  solo  a  formola  interna,  preceduta  da  vo- 
cale. Gi<L  nelle  voci  popolari  si  riduce  a  g'I,  e  divide  quindi  le  sorti  del  gl 
originario;  nelle  voci  letterarie  dà  invece  gol  o  resta  intatto.  Ne  abbiamo 
otto  gruppi  di  allotropi. 

Gleba:  gleba  zolla,  suolo;  e  ghiova,  are.  ghieva  chiova 
(ToMM.  Diz.  it.),  zolla.  L'o  per  e  in  ghiova  chiova  par  dovuto 
alla  labiale  che  segue.  Il  chj-  per  ghj  si  dovrà  poi  all'analo- 
gia dei  numerosi  esemplari  con  chj-,  di  fronte  ai  rari  con  ghj-/^ 


*  Il  Canello  s'attiene,  circa  ghiova,  all'opinione  del  Diez,  less.  IF  35,  il 
quale  però  avvertiva  che  questo  sarebbe  il  solo  esempio  di  o  da  e  tonica.  Si 
tratta,  per  giunta,  di  un' e?,  cioè  d'un' e  volgente  ad  i;  e  di  tal  voce,  per  la 
quale  non  si  vede,  nò  si  può  imaginare,  che  l'o  si  determinasse  iu  una  o  più 
d'una  forma  collaterale,  la  quale  avesse  avuto  Ve  disaccentata  e  tanto  pre- 
valesse da  imporre  l'o  anche  a  quella  forma  in  cui  l'è  portava  l'accento. 
Del  rimanente,  non  è  bastato  l'o  di  dovére  dovete  doveva  dovessi  dovrò  ecc., 
perchò  italianamente  si  dicesse  dóvo  dóvi.  È  dunque  affatto  inammissibile  che 
ghiova  sia  gleba,  quando  non  si  voglia  ancora  procedere  con  un  raziocinio 
come  questo:  'l'avvenimento  manca  d'ogni  prova,  e  gli  manca  insieme  ogni 
probabilità;  quindi  ò  provato'.  Se  poi  la  fonologia  deve  assolutamente  respin- 
gere l'equazione  /jr /i toua  =  gleba,  mi  par  che  sia  facile  vedere  quale  altra 
parola  latina  qui  si  immischii.  Dev'essere  globus,  la  cui  riduzione  popolare 
era  correttamente  ghiovo  (e  anche  era  facile  la  serie  morfologica:  il  ghiova. 


356  Canello, 

Glossa:  glossa  glosa  spiegazione  d'una  parola  in  un  libro 
antico;  e  chiosa  breve  interpretazione  d'un  passo.  Chiosa  àìcQ 
anche  'macchia',  e  il  'piombo  col  quale  si  saldano  le  rotture 
delle  pentole'.  Il  primo  significato  potrebbe  essersi  svolto  da 
glosa  in  quanto  dicesse  quasi  sgorbio  o  scrittura  marginale,  e 
quindi  macchia  d'un  libro;  ma  il  secondo  accenna  apertamente 
ad  un  clausa  chiusa,  stagnatura.  E  l' influenza  di  chiQsa  =  claiisa 
spiega  il  chj  per  ghj. 

Cingulum:  cingolo  la  cintura  del  sacerdote  parato  per  ce- 
lebrare; e  cinghio  circuito,  cerchio. 

Mugulare:  mugulare  mugolare,  propriamente  del  cane; 
mugghiare,  propriam.  del  leone,  ed  è  un  urlare  per  furore  e 
dolore;  e  mugliare,  delle  vacche. 

Singularis:  singolare  agg.  ;  e  cinghiale  cinghiare  cignale 
(Flech.  Il  22)  il  porco  selvatico,  che  vive  solitario,  Diez  less. 
P  127-8.  Ma  il  fr.  sanglier  ricorda  la  possibilità  che  la  base 
di  cinghiale  ecc.  sia  singulario-.  A  singularis  risale  di  certo 
il  prov.  senglar. 

Tegula:  tegola  tegolo,  voce  che  l'uso  volgatissimo  farebbe 
credere,  ma  a  torto,  di  formazione  popolare  '  ;  e  teglia  tegghia 
vaso  di  rame  ad  uso  di  cucina. 

Ungula:  ungula  ungola  membrana  sottile  che  talvolta  si 
stende  sopra  la  tunica  dell'occhio  ;  ed  unghia  ugna  tanto  V  'un- 
guis'  quanto  P'ungula'  dei  Latini. 

Vigilare:  vigilare  invigilare,  stare  attenti;  e  vegliare 
vegghiare  vigilare,  star  desti.-  Veggiare,   per  vegliare,  se- 


te ghiova,  la  ghiova,  cfr.  il  frutto,  le  frutta,  la  frutta).  La  'zolla'  è  'massa', 
e  'massa'  è  'materia  conglobata'.  Nelle  lingue  germaniche,  klot  {hlosz)  riu- 
nisce i  significati  di  'zolla'  e  'palla',  e  sempre  ancora  l'alto  ted.  klosz  dice 
'gleba'  e  insieme  'gnocco'  (cfr.  Adelung  e  Grimm,  s.  klosz).  L'alto  ted.  klotz,  che 
è  un  esito  diverso  della  base  medesima,  si  traduce,  nel  diz.  di  Grimm,  per  trun- 
cus, massa,  globiis,  gleba.  E  l'alto  ted.  klump  hlumpen,ch.e  dice  'massa'  ecc., 
e  dà  l'aggett.  klumpig  gleboso,  zolloso,  dà  insieme  il  diminutivo  hlumpchen, 
che  dice  'gnocchotto'  (latinamente  globidus),  'grumo'  'grumolo',  'zolletta'. 
Anche  nel  gr,  /5w).o;  stanno  insieme  la  'gleba'  e  la  'massa  conglobata'. 

G.  L  A. 
^  D'origine  non  popol.  è  pure  il  fr.  tiiile,  anticamente  teule,  quasi  da  te- 
gula proferito  tegula  (cfr.  p.  295).  E  si  tratterà  anche  qui,  come  per  spillo^ 
d'un  latinismo  tecnico. 


Allòtropi:  Consouanti  continue,  L  irapl.  357 

condo  la  fonetica  dell'Italia   superiore,  scrisse  l'Ariosto  (Or- 
lando Fur.  X,  19,  ed.  1532). 

CI.  PL  in  p;  ppj  pr  bl  br  chj,  o  intatto.  Si  ha  pj  a  formula  iniziale,  o 
interna  preceduta  da  consonante;  ppj  a  formula  interna  preceduta  da  vocale, 
pr  bl  br  in  alcune  voci  semidotte,  venuteci  in  parte  di  Spagna;  chj  in  voci 
venuteci,  o  dai  nostri  dialetti  meridionali,  o  dal  genov.,  o  dallo  spagnuolo; 
intatta  resta  la  formula  nelle  voci  letterarie.  Pml  postonico  si  riduce  popo- 
larmente a  PL  e  vien  trattato  poi  come  il  pl  originario;  nelle  voci  letterarie 
è  ptd  pol\  in  un  esemplare  venutoci  di  Provenza,  boi.  Da  questi  esiti  diversi 
di  PL  PML,  dipendono  dieci  gruppi  d'allòtropi. 

Platea:  platea  {de.  per  l'accento  il  n.  113);  spiazza.-  Ana- 
logamente: plateale  agg.;  e  piazzale  sost. 

Plebs:  plebe;  e  pieve  parrocchia  che  ha  sotto  di  sé  parec- 
chi Tillaggi. 

Plico-  da  plicare:  plico  pacchetto  propriamente  di  lettere; 
e  piego  pacchetto  di  lettere  e  d'altri  fogli,  Tomm.  3489.—  Da 
plica-:  are.  plica  'tavoletta  incerata  in  cui  scriveasi  la  spesa 
giornaliera'  (Fanf.);  e  piega.-  Tra  gli  allòtropi  delle  basi  com- 
poste con  plicare,  notiamo:  complicare  e  compiegare;  are. 
displicare  e  dispiegare;  implicare  e  impiegare;  implicato  e 
impiegato;  replicare  e  rinnegare;  supplicare  e  soppiegare. 

Plorare:  plorare  lamentarsi;  e  piulare  lamentarsi  ingiu- 
stamente (Fanf.    Voc.  u.  tose). 

Compiere:  complire  complimentare,  soddisfare,  dallo  sp. 
ciimplir;  compire  finire;  e  compiere,  che  s'usa  per  lo  più  al 
traslato:  'compiere  un  dovere',  'compire  un  lavoro'.-  Ma  que- 
sti tre  allòtropi  non  sono  esatti,  essendo  la  divariazione  di  ra- 
gione analogica  e  non  fonetica:  complire  e  compire  furono  at- 
tratti dall'analogia  dei  verbi  in  -ire;  compiere  da  quella  dei 
verbi  in  -ere. —  Da  complementum:  complemento,  compli- 
mento (sp.  cumplimiento),  e  compimento.  —  Da  compiè  ta:  com- 
pleta agg.,  compieta  sost.,  e  compita  prtc,  con  deviazione  anche 
morfologica. —  Da  supplere:  supplire  farle  veci;  e  sopprire 
sopperire  (cfr.  n.  116)  bastare,  provvedere. 

Duplus:  duplo  sost.;  e  doppio  sost.  e  agg. —  Da  dupla: 
doppia  agg.,  e  sost.  una  moneta  d'oro;  e  dohla  dohbra,  dallo 
sp.  dobla,  la  moneta. —  Similmente:  doppietto,  e  dobletto  dob- 
bretto  una  specie  di  tela,  dallo  sp.  doblete;  doppione,  e  doblonc 
una  moneta,  dallo  sp.  dobìon. 


358  Canello, 

Plato-  (DiEZ  less.  P  317-8)  :  'piatto  agg.  e  sost.  ;  e  chiatto  agg. 
piatto,  basso,  e  si  dice  propriamente  di  barche,  cfr.  sp.  prt.  chata, 
gen.  cattu,  Arch.  II  124,  lucch.  ciatto  'spianato'  'schiacciato',  sic. 
chiattn  (agg.)  'piatto',  nap.  chiatte  'che  ha  molta  carne',  Asc. 
St.  cr.  I  31.  Chiatto  pare  importato  in  Toscana,  insieme  con  chiat- 
ta 'barca  piatta'  a  cui  subito  arriviamo.  Ma  di  dove  è  venuto? 
La  fonetica  indica  indifferentemente  Spagna,  Napoli,  Palermo, 
Genova;  ma  se  badiamo  al  ciaHo  lucchese,  potremmo  scorgervi 
un  accenno  abbastanza  aperto  alla  Liguria,  vale  a  dire  al  paese 
che  già  vedemmo  aver  dato  alla  lingua  marinaresca  d'Italia  an- 
che galea  e  saettia  (p.  301),  e  cfr.  i  nn.  64  e  87. —  Da  piata-: 
piatta  term.  milit.  la  massa  o  fondo  di  cassa  de'  reggimenti , 
probabilmente  dallo  sp.  piata  'argentum';  piatta  agg.,  e  sost. 
'barca  di  fondo  piano  che  serve  per  trasporti';  e  chiatta  agg.  più 
ristretto  di  significato  che  non  'piatta',  e  sost.  'barca  a  fondo 
piatto',  sp.  chata.  Secondo  il  Caix,  St.  d'et.  173,  dalla  stessa 
base  sarebbe  anche  zatta  zàtt-era  'piattaforma  di  tavole  galeg- 
giante'.  Lo  eh  sp.  o  frane,  [chatte),  o  il  e  gen.,  vi  sarebbe  rap- 
presentato da  un  lato  con  chj,  dall'altro  con  z,  come  in  ciain- 
dra  zarahra  dal  pr.  chambra,  fr.  chambre. 

Plantare:  piantare,  e  chiantare  (Varchi)^  in  'chiantarla 
a  uno'  accoccarla,  cfr.  are.  acchiantare  'allignare',  usato  da 
Fra  Jacopone. -  Da  pianta:  pianta;  e  cianta  nella  frase  'scarpe 
a  cianta',  equivalente  all'altra  'scarpe  a  pianta',  e  anche  as- 
solutamente per  'scarpa  messa  a  ciabatta',  pist.  ciantella  'cal- 
zare da  casa'  (Fanf.    Voc.  u.  tose). 

Placitum:  plàcito  sentenza,  e  beneplacito;  piato  (Asc.  I 
81-2  n)  lite,  discussione  litigiosa;  e  chiàito  lite,  intrigo,  voce 
meridionale,  cfr.  nap.  chiajete,  e  chiaci  'piaci'  in  Giulio  d'Al- 
camo. 

Copula:  còpula  -ola;  e  coppia  pajo.  La  stessa  base  ha 
l'are,  cobola  cobbola  gobola,  che  probabilmente  ricalcano  il  prov. 


^  Il  sen.  chiantare  rimbrottare  è  invece  da  clamitare;  e  da  ex-clam,  è 
il  luccli.  schiantare  lamentare.  E  schiantare  'scoppiare'  sarà  esso  da  man- 
dare col  DiEZ,  less.  P  370,  insieme  con  schiattare,  fr.  éclater,  o  piuttosto  non 
scenderà  anch'esso  da  ex-clamitare?  L'evoluzione  ideologica  vi  sarebbe  si- 
mile a  quella  di  crepare,  sp.  quebrar,  da  crepare  far  rumore,  lamentarsi, 
cfr.  DiEZ  less.  V  114. 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  L  impl.  359 

cabla,  voce  semi-letteraria,  come  joglar-s  giullare  n.  59.-  Di 
qui  anche  il  montai,  guhbia  'coppia  di  muli',  Caix  St.  d'et.  114, 
e  cfr.  ven.  cubia  pariglia  di  cavalli,  oltre  il  sic.  cucchia,  sem- 
pre con  Vu-Ò,  Asc.  II  146. 

02.  FL-  in  fi-  bj-  fì\  0  intatto.  Ne  abbiamo  quattro  gruppi  di  allòtropi. 

Flatus:  flato  il  'flatus  ventris';  e  ftato  alito,  antic.  anche 
puzzo. —  Da  un  flautare-  per  flatu-are-  deriva  il  Diez,  less. 
r  182,  attraverso  l'a.  iv./la-uter  /laute,  l'it.  flàuto-,  e  da  flau- 
tare- flauto-  direttamente  fiutare  fiuto.  E  questa  spiegazione 
è  confortata  dal  fatto  che  fiuto  dice  tanto  'odorato'  quanto  'flauto' 
(ToMM.  Diz.  it.).  L'Ascoli,  St.  cr.  II  184  n,  deriva  invece /zt^tor^ 
fiuto  da  un  flavitare-  frequent.  di  flavare-,  che  andrebbe  col 
calabr.  hhiavuru  =  flavòr-  odore,  ecc. 

Flebilis:  flebile',  e  fievole,  are.  fievile,  Diez  less.  P  179. 

Fluctus:  flutto  forte  andata;  fiotto  il  flusso  e  riflusso  ma- 
rino, e  il  suo  rumore;  e  (rotto  (Pataffio)  folla,  frotta. —  Da  un 
flucta-:  frotta  fiotta  folla,  quasi  ondata  di  gente;  e  flotta  ar- 
mata di  mare,  attrav.  il  fr.  flotte,  cfr.  Diez  less.  P  182. 

Flocculus:  fioccolo  piccolo  fiocco  di  neve;  e  bioccolo  fiocco 
di  lana,  Diez  less.  IP  12. 

Fluxus  agg. :  flusso  agg.  passaggero,  caduco;  e  floscio  (con 
fl  integro  per  evitare  il  doppio  io)  snervato,  morbido.  Dalla 
stessa  base  è  probabilmente  anche  bioscio  malandato;  bioscia 
sost.  materia  sciolta,  fluida,  Caix  St.  di  etim.  QQ;  e  fiosso  'la 
parte  inferiore  del  calcagno  del  piede'  e  la  parte  più  stretta 
della  scarpa  vicino  al  calcagno',  quasi  la  parte  manchevole 
del  piede  e  della  scarpa,  che  i  Trevigiani  dicono  il  falso  del 
piede  e  della  scarpa. 

63.  BuL  in  bj  -bbj-  (da  bl-)  boi,  o  intatto.  Ne  abbiamo  quattro  gruppi  di 
allòtropi. 

Ambulare:  ambulare  camminare;  e  ambiare  1' andare  dei 
cavalli  a  un  certo  passo.  Dai  due  verbi  i  sostantivi  allòtropi  : 
ambulo  nella  frase  'pigliar  l' ambulo'  andarsene;  e  àmbio. 

Fibula:  fibula  l'osso  più  sottile  della  gamba,  una  fibbia 
antica;  e  fibbia  fermaglio  d'osso  o  di  metallo. 

Nebula:  nebula  nebulosità,  macchia;  e  nebbia  nuvola  vi- 
cina a  terra. —  Da  nebulosa  agg.:  nebulosa  agg.,  e  sost. 
(term.  astron.);  e  nebbiosa  agg. 


360  Canello, 

Stabulare;  stabulare  fare  stabbio,  porre  le  bestie  nello 
stabbio;  e  stabbiare  che,  come  intrans.,  dice  'sgravarsi  il  ven- 
tre (delle  bestie)',  e,  come  trans  ,  'concimare',  e  'ingrassare  un 
terreno,  tenendovi  fermo  quasi  in  stalla  il  bestiame'. 

Tribù  lare:  tributare  soffrire  e  far  soffrire;  tribolare  far 
soffrire;  e  trebbiare  tribbiare  battere  il  grano  per  separare 
i  chicchi  dalla  paglia. 

C4.  R  ia  d  (per  dissim.)  o  estruso,  o  intatto.  Due  gruppi  di  allòtropi. 

Prora:  prora  prua  la  parte  anteriore  della  nave;  e  loroda 
il  luogo  d'  approdo,  e  per  estensione  sponda,  orlo.  Il  Diez,  less. 
F  334,  creJe  solo  possibile  l'identità  di  proda  'riva  d'approdo' 
con  prora;  e  ritiene  che  proda  'orlo'  'sponda'  rappresenti  l'a. 
a.  ted.  proth  prort  prora  ed  orlo;  ma  veramente  non  vediamo 
la  necessità,  né  ideologica,  né  fonetica,  di  cercare  per  proda 
un  etimo  germanico. —  Notevole  é  la  forma  prua,  col  r  estruso, 
0  per  ragioni  eufoniche  come  vuole  il  Diez  (1.  e),  o  forse  con- 
sentaneamente alle  leggi  di  quel  dialetto  in  cui  la  parola  s'è 
svolta,  per  poi  passare  negli  altri.  Questo  dialetto  potrebb' es- 
sere il  genovese;  e  prua  avere  le  stesse  ragioni  di  galea 
(p.  301).  Il  fr.  prone  appare  soltanto  nel  sec.  XV.* 

Rarus:  raro,  che  si  riferisce  al  pregio,  'uomo  raro'  'bestia 
rara';  e  rado,  che  si  riferisce  al  tempo  e  allo  spazio,  'pettine 
rado',  V.  Tomm.  4180. 

C5.  R  in  ^  w,  0  intatto.  Ne  abbianao  cinque  gruppi  di  allòtropi. 

Aridus:  àrido;  e  àlido  arido,  tiglioso,  senza  denari.-  Analo- 
gamente :  aridire  alidire;  aridezza  alidezza;  aridore  e  alidore. 

Cancer  (-cri  -ceri s):  cancro  uno  dei  segni  dello  zodiaco, 
e  specie  di  malattia;  canchero  malattia,  e  persona  o  cosa 
molto  uggiosa;  e  granchio  (da  c[r]anclo-  per  c[r]ancro-,  cfr. 
Diez  less.  P  220)  animale  crostaceo,  errore  madornale.  Dalla 
stessa  base  é  molto  probabilmente  anche  gànghero  'mastiet- 
tatura  in  metallo',  che  il  Diez,  less.  IP  33,  riaccosta  col  Me- 
nagi© a  un  sinonimo  y.xyycù.oq  esichiano. —  Dal  nom.  cancer 
sarà,  come  sembra  voler  dire  anche  il  Diez,  less.  P  220,  gran- 


*  prua  avrebbe  doppio  il  suggello  genovese:  «  =  »,  e  -r-  fognato,  Arch.  II 
117  122;  e  pur  gli  esempj  del  Vocabolario  italiano  non  risalgono  più  in  .su 
del  sec.  XV.  '  G.  I.  A. 


Allòtropi  :  Consonanti  continue,  R.  361 

ciò  strumento  uncinato,  per  similitudine  col  granchio;  e  in- 
sieme gaìicio  uncino  per  lo  più  di  metallo,  voce,  della  quale 
il  DiEZ,  less.  P  200,  vedeva  la  connessione  con  Io  sp.  gancio 
e  col  fr.  ganse  [gance,  v.  Littré),  senza  poi  poterne  dare  una 
spiegazione  che  lo  sodisfacesse.  Il  eh  nello  sp.  gaucho  è  come 
in  chinche  =  e  i  m  i  e  e. 

Mara-scale  germ.  (Diez  less.  P  26-1)  :  marescalco  mari- 
scalco  chi  governa  e  ferra  i  cavalli;  e  maniscalco  manescalco 
maliscalco,  che  per  i  nostri  antichi  dissero  anche  'chi  coman- 
dava un  esercito  e  propriamente  la  cavalleria'.  Dalla  stessa  base, 
attrav.  il  fr.  maréchal,  è  maresciallo. 

Peregrinus:  peregrino  agg.  insolito,  squisito;  q  pellegri- 
no agg.  e  sost.  chi  va  pellegrinando;  loellegrina  specie  d'abito. 

Varicare:  varcare  passare;  e  valicare  passare  alti  monti. - 
Dai  due  verbi:  varco,  e  vàlico.  Da  valico-  vai' co-  potreb- 
b' essere  anche  il  tose,  bacco  il  salto  che  si  fa  per  passare  un 
rigagnolo,  e  il  sasso  che  serve  a  varcare,  cfr.  Caix  St.  d'et.  65. 

CO.  RS  in  s  s,  0  intatto.  Ne  abbiamo  due  gruppi  di  allòtropi. 

Morsus:  morso;  e  muso,  Diez  less.  P  286. —  Similmente 
i  derivati:  morsello  bocconcello,  e  muse  Ilo  il  labbro  inferiore 
dei  cavalli;  morsino,  e  musino;  morsetto  piccola  morsa,  e 
musetto  piccolo  muso. 

Reversus:  riverso  agg.  gettato  a  terra,  sost.  manrovescio 
disgrazia;  e  rovescio  (are.  riverscio  rivescio)  agg.  supino,  ri- 
voltato, contrario,  e  sost.  nelle  frasi  'un  rovescio  di  pioggia' 
'un  rovescio  di  bastonate'  ecc.  -  Di  qui  i  verbi  :  riversare  ver- 
sar di  nuovo,  versare,  sbaragliare;  e  rovesciare  riversciare 
rivesciare  ribaltare,  mettere  sossopra. —  Da  sub  versus:  sov- 
verso  partic,  e  sovescio  soverscio  scioverso  sost.  il  seppelli- 
mento delle  biade  per  ingrassare  il  terreno. —  Da  un  ex-ver- 
sato: sversato  vadAcvediio,  e  forse  svesciato,  cfr.  svesciare  quasi 
'versare  i  segreti';  ma  l'è  di  vescia  'fungo'  'flato'  e  di  svesciare 
{io  svescio)  rende  più  probabile  l'etimo  germanico  con  i  (m.  a. 
ted.  vist  fìst)  proposto  dal  Caix,  St.  d'et.  172. 

67.  V-,  0  -V-,  in  b,  o  intatto.  Quattro  gruppi  di  allòtropi. 

Nervum:  nervo,  nervi,  quelli  del  corpo  animale;  nerbo 
quello  da  picchiare,  al  trasl.  vigore. 


362  Canello, 

Servare:  servare  mantenere,  salvare;  e  serbare  tenere  o 
mettere  in  serbo.  —  Da  roservare:  riservarle  far  delle  ri- 
serve; e  riserbare  serbare. 

Vians:  viante  viaggiatore;  e  biante  vagabondo,  Diez  less. 
IP  11. 

Votum:  voto  promessa  religiosa;  e  boto  imagine,  statua  e 
propriamente  quella  messa  per  voto,  nel  fior,  e  sen.  persona 
melensa,  scimunita,  che  sta  lì  quasi  a  modo  di  statua.  Diver- 
samente spiega  boto  'stupido'  il  Caix,  St.  d'etim.  85-6. 

08.  V-,  0  -V-,  in  f,  o  intatta.  Tre  gruppi  di  allòtropi. 

Skiuhan  gerra.  foggiatosi  romanamente  in  skivan  (Diez 
less.  P  372) :  schivare  evitare;  e  schifare  evitare,  aver  a  schifo.  - 
Similmente:  schivo  agg,  riguardoso;  e  schifo  schifoso,  sost.  fa- 
stidio. 

Via:  via  strada;  e  fia,  nella  frase  'due  fia  quattro  otto'  e  sim., 
fiata,  volta,  Diez  less.  P  443  ;  ma  cfr.  Caix  St.  d'et.  21  segg. 

Volata-:  volata  il  volare;  e  folata  'buffo'  di  vento,  'volo' 
di  uccelli,  cfr.  Diez  less.  IP  30,  il  quale  crede  che  il  f  per  v  sia 
dovuto  a  influenza  di  folla.  Altrimenti  spiega  questa  voce  il  Caix, 
St.  d'et.  24.  I  nostri  antichi  scrissero  'di  boléa'  per  di  volo,  di 
colpo,  dove  boléa  ricalca  il  fr.  volée  volo,  cfr.  il  n.  2. 

69.  V-  in  gu  g,  o  intatto.  Tre  gruppi  di  allòtropi. 

Vagina:  vagina  il  canale  uretrale  della  femina,  o  fodero; 
guaina  fodero,  e  propriamente  quello  della  spada. —  Da  un 
vaginella-:  guainella  piccola  guaina,  carrubo;  e  vainiglia  va- 
niglia, attrav.  lo  sp.  vainilla,  cfr.  Diez  less.  P  138,  e  i  nn.  9  e  57. 

Vagire:   vagire,  dei  bambini;  e  guaire,  dei  cani  percossi. 

Vulpes:  volioe,  l'animale;  e  golpe  malattìa  del  grano,  che 
lo  rende  color  di  volpe,  robigìne. 

70.  V  tra  vocali  estruso,  o  intatto.  Tre  casi  di  allotropia. 
Aestìvus:  estivo,  dì  estate;  e  stio  aggiunto  d'una  specie  di 

lino,  Diez  less.  IP  71. 

Cursiva-,  da  cursus  :  corsiva  agg.;  e  corsia  agg.  corrente, 
e  si  dice  solo  di  acque,  sost.  la  corrente  dell'  acque  de'  fiumi,  e 
uno  spazio  sgombero  sulle  navi  per  passare  da  prora  a  poppa  ecc. 
L'essere  corsia  anche  agg.  mostra  che  abbiamo  qui  una  base 
cursfiva  e  non  già   curs  +  la.  » 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  V  W  ecc.  363 

^ativus:  nativo  oriundo,  originale,  quasi  sempre  di  per- 
sone; e  natio  ingenuo  (fr.  naif),  naturale,  e  si  dice  anche  delle 
cose,  ToMM.  3007. 

71.  w-  germ.  in  gu  {gh)  o  h  (»).  Ne  abbiamo  tre  gruppi  dì  allòtropi. 
Wifì'a  guiffa  longob,  'segno  per  limitare  la  proprietà',  che, 

secondo  il  Diez,  less.  IP  3,  sta  insieme  coli' a.  a.  ted.  loifan  tes- 
sere: biffa  pertica  che  si  pianta  per  segnale,  o  per  fare  i  ri- 
lievi dei  fondi;  e  gueffa  matassina,  cfr.  guaffìle  arcolajo  e  ag- 
gueffare,  Djez  1.  e.  Di  qui  anche  il  lucch.  giffa  'segno  che  cir- 
coscrive una  proprietà',  sebbene  gi  da  loi-  sia  affatto  anormale, 
cfr.  Caix  St.  d'et.  47. 

AVinde  ted.  'guindolo'  e  'argano',  a.  a.  ted.  '?om(?cm 'voltare' 
(DiEZ  less.  P  209):  guindolo  {guindo  in  Varchi,  La  Suocera, 
atto  IJ,  se.  5)  mulinello;  e  bindolo  molinello,  imbroglione.  An- 
che ghingheri  nella  frase  'essere  in  ghingheri'  essere  abbi- 
gliato con  molto  studio,  e  ghinghero  ornamento,  sembrano  al- 
lòtropi dello  stesso  tema,  v.  Caix  St.  d'et.  112. —  Direttamente 
da  winde  è  pure  la  binda  de'  carrozzieri,  menive  gliinda  'l'atto 
del  ghindare'  è  ricavato  dal  verbo. 

72.  F-  dileguato,  o  intatto.  Il  dileguo  ha  luogo  in  una  voce  venutaci  dallo 
spagnuolo. 

Faci en da,  da  facere:  faccenda  affare,  briga;  e  azienda, 
sp.  hacienda,  amministrazione. 

73.  SPH-  continuato  per  sp  e  sf.  Un  caso  di  allotropia. 
Sphaera:    sfera  corpo   o   figura  rotonda;    e  spera   sfera, 

specchio,  imagine  resa  dallo  specchio,  diamante  lavorato  a 
sfera  ecc.;  Nel  Trevigiano,  spere  sono  le  piccole  vetrate  ovali 
0  rotonde  che  s'usavano  in  antico  e  tuttora  s'usano  in  cam- 
pagna*, sperin  la  vetrata. 

74.  -SPH-  in  sf  st  s.  Un  caso  di  allotropia. 

Blasphemare:  blasfemare  biastemare  offendere  a  parole 
cose  0  idee  sacre;  e  biasimare  biasmare,  are.  blasmare,  rim- 
proverare, disapprovare,   in  origine  'dir  male'.-  La  forma  in- 


*  Sarebbe  irregolare  IV  di  codesto  spere,  tanto  più  che  i  Veneti  hanno,'col- 
Vià  normale:  spiera  impannata,  spiera  del  sole,  spierar  e  guardar  in  spiera 
sperare  (cioè:  opporre  al  lume  ecc.).  G.  I.  A. 


364  Caiiello, 

termedia  fra  blasfetnare  e  biasimare  sarà  biast'mare.-  Da 
biasmare  si  viene  poi  a  biasimarle,  come  da  /.p'^cry.a  a  cresima, 
e  simili, 

75.  -s-  in  z  {(j\  o  intatto.  Un  gruppo  d'allòtropi. 

Vasello-,  da  vas:  vasello  vaso,  piccolo  vaso,  antic.  anche 
vascello;  e  vagello  caldaja,  caldaja  grande  per  uso  de'  tintori, 
un  colore,  anticamente  anche  vasello,  arnia.  Ad  onta  del  fr.  vais- 
seau  'vaso'  e  'vascello'  e  di  vaisselle  'vasellame',  noi  crediamo 
si  debbano  tener  distinti  vasello  vagello  da  vascello  bastimento 
da  guerra,  che  rappresenta  il  bassol.  vascellum,  dim.  di  va- 
sculum. —  Da  un  v asellar  io-:  vasellai o  -aro  -ier e  il  fabbrica- 
tore di  vasi;  e  vagellajo  -aro  tintor  di  vagello,  e  anche  'va- 
sellaio'. 

7G.  s  interno  dinanzi  a  consonante  si  è  dileguato  in  voci  venuteci  dal 
francese;  è  rimasto,  invece,  intatto  nelle  corrispondenti  di  stampo  italiano. 
Tre  casi  d'allotropia. 

Bosc-  +  itto:  boschetto  piccolo  bosco;  e  bucché  bocche  msizzo 
di  fiori,  quasi  un  boschetto,  dal  fr.  bouquet,  anticam.  bousquet, 
DiEz  less.  P  78. 

D  is-t  al  ear  e:  distagliare  intersecare,  dividere  ;  e  dettagliare 
particolareggiare,  dal  fr.  détailler,  antic.  des-tailler. 

Stik  +  itta-:  stecchetta  piccola  stecca;  ed  etichetta  ceremo- 
niale,  cartellino  con  su  qualche  indicazione  scritta,  dal  fr.  éti- 
quette  estiquette  stecchetta,  segno,  indicazione  precisa,  v.  Diez 
less.  IP  297  e  Littré  dict.  s.  étiquette. 

Raspare-  (Diez  less.  P  343):  raspare;  e  rapare  in  quanto 
significa  'ridurre  in  polvere',  ricalco  del  fr.  rdper,  antic.  rasper. 

77.  s  finale  cade  normalmente  nell'ital.,  si  conserva  invece  in  alcune  voci 
venuteci  dal  francese.  Un  caso  d'allotropia. 

Corpus +  itto:  corpetto  una  specie  di  farsetto  da  portare 
sopra  la  camicia;  e  corsetto  busto,  camiciuola  da  notte,  corsa- 
letto, dal  fr.  corset,  derivato  per  et^ìiio  da  cors' =  corpus. 
—  Dal  fr.  corselet  è  corsaletto  'il  corpo  della  corazza'. 


Molto  curiosa  è  una  confusione  che  i  nostri  rafFazzonatari  di  cose  pro- 
venzali e  francesi  nel  sec.  XIII  e  XIV  hanno  fatto  tra  il  fr.  cors  'corpus' 
e  il  prov.  cor-s  nom.  sing.  di  cor  'cuore'.  Nel  Novellino   (v.  p.  e.  nov.  16  e 


Allòtropi:  Consonanti  continue,  S  ecc.  365 

78.  NS  in  n^,  o  intatto.  Un  caso  d'allotropìa. 

Mansues:  manso  agg.  mansueto;  e  manzo  giovine  torello 
ancora  mansueto  o  reso  tale  colla  evirazione.  Il  Diez,  less.  I' 
263,  spiega  queste  e  le  corrispondenti  voci  romanze,  quali  scorci 
di  mansuetus. 

79.  RS  in  rz,  o  intatto.  Una  coppia  d'allòtropi. 

Ex-carpso-  (Diez  less.  P  369):  scarso  manchevole;  e  scarzo 
sottile  di  persona,  lesto,  leggiadro. 

80.  Bs  in  s,  0  ss.  Un  caso  d'allotropia. 

Absolvere:  assolvere,  are.  asciogliere,  liberare;  e  asciol- 
vere, anche  sost.,  far  colazione,  quasi  sciogliere  il  digiuno,  Diez 
less.  IP  5. 

81.  X  in  s  s,  0  ss.  Solo  il  primo  esito  pare  certamente  popolare  fiorentino. 
Cinque  gruppi  d'allòtropi. 

Ex  amen:  esame  prova,  eh' è  da  examen  in  quanto  diceva 
'linguetta  della  bilancia'  quasi  'indizio  del  peso  e  valore';  e  scia- 
me, are.  esciame,  la  frotta  delle  api. 

Exemplum:  esempio,  are.  assembro  assemplo  assempio 
esempro  essempio  con  notevole  oscillazione  di  forma,  che  ri- 
vela la  non  piena  popolarità  della  parola;  e  scempio  punizione 
esemplare,  strage. 

Ex  hai  are:  esalare;  asolare  alitare,  pigliare  il  fresco;  e 
scialare  fare  vita  splendida,  sfoggiare,  in  origine  'buttarsi 
fuori',  cfr.  Diez  less.  IP  64. 

Fixus:  fìsso  fermo,  stabile;  e  fìso  intento  cogli  occhi.-  Da 
fi X are:  fissare  fermare,  rendere  stabile;  e  fisare  guardare  at- 
tentamente. 

Relaxare:  rilassare;  e  rilasciare. 

82.  z  greco  in  g,  o  intatto.  Un  caso  d'allotropia. 

Z  al  OS  US  :  zeloso  pieno  di  zelo;  e  geloso  pieno  di  gelosia. 


19,  ed.  Sonzogno),  più  d'una  volta  cuore  traduce   un   fr.  cors;  e  nell'Ugone 
d'Alvernia  franco-veneto  è  detto: 

Si  li  vien  la  contessa  dal  cuor  avinant 

(Bibl.  sem.  patav.,  ms.  32,  f.»  37  r.). 
Che  più?  L'antica  confusione  si  perpetua  in  giustacuore,  ch'ò  ìì  justaucorps^ 
cioè  justau-corps,  de' Francesi. 

Archivio  gloftol.  ital.,  HI.  25 


36(5  Caaelio, 

83.  NS  in  ò',  0  intatto.  Cinque  gruppi  di  allòtropi. 

Ansula:  ansula  anello  da  fermar  le  cortine;  anso^a  anello 
a  cui  s'attacca  il  battaglio  delle  campane;  ed  asola  occhiello. 

A  scensa:  ascensa  sost.  la  festa  dell'Assunzione;  e  ascesa  prtc, 
e  sost.  salita.  Ma  a5C(?nsa  potrebb' essere  anche  da  ascensi o. 

Dispensa-,  cfr.  disiiensare  :  disjpensa  stanza  da  tenervi  le 
cose  da  mangiare,  distribuzione,  parte  d'un' opera  che  si  viene 
stampando,  dispendio,  ecc.;  e  dispesa  spesa. 

Incensus:  incenso  'thus',  voce  ecclesiastica;  e  mces^o  acceso, 
e  sost.  cauterio.  Incenso 'thus' risale  veramente  diincensum;  né 
ciò  toglie  l'esattezza  dell'allotropia,  v.  p.  309  s.  panarium. 

Pensare:  pensare;  e  pesare.  Pensare  è  voce  di  formazione 
letteraria  (  v.  G.  Paris,  Mém.  d.  1.  soc.  d.  ling.,  1, 161  ),  ma  per 
tempissimo  entrata  nell'uso  popolare.  Lo  stesso  si  dica  del  fr. 
penser  allato  al  quale  sta  panser  curare.  Meglio  assimilato,  ma 
non  del  tutto  popolare,  è  il  prov.  pessar,  e  lo  sp.  pensar  (pienso 
piensan).  I  volghi  neolatini  hanno  espresso  dapprima  l'idea  di 
'pensare'  con  cogitare  (it.  coitare,  sp.  pg.  pr.  cuidar,  a.  fr.  cuì- 
dier,  DiEz  less.  P  132)  e  con  sommare  (fr.  songer  e  soigner^). 
Pensare  'cogitare'  è  parola  probabilmente  uscita  dei  conventi. 

84.  M  in  V  (sul  modo  dell'evoluzione,  v.  Asc.  St.  crit.  II  266),  o  intatto.  Un 
sol  gruppo  di  allòtropi. 

Numerus:  numero;  e  novero  'il  numero  fatto,  calcolato', 
ToMM.  3100. —  Da  numerare:  numerare;  e  noverare. 

85.  M-  in  n,  0  intatto.   Un  caso  d'allotropia. 

Mytilus:  mitilo  un  genere  di  molluschi;  e  nicchio  conchi- 
lia,  guscio,  nicchia,   cappello  da  preti,   natura  della  femmina. 

86.  um  (mn)  in  nn  m,  o  intatto.  L'Ascoli,  IV  400,  a  proposito  di  tarma 
da  tdrmina  tarm'na,  sostiene  l'italianità  dell'evoluzione  mn  in  m,  e  cita 
in  appoggio  lama  da  lamina.  Ma  l'esempio  non  ci  pare  sicuro,  e  in  tarma 
sarà  da  tener  conto  della  speciale  posizione.  Abbiamo  due  gruppi  d'allòtropi 
in  cui  la  base  ha  MtN,  e  un  altro  in  cui  si  viene  a  m?n  da  din. 


^  L'etimo  somnium  sommare,  proposto  dal  Ducange  per  il  fr.  soin  soi- 
gner,  ci  pare  ben  accettabile,  quantunque  abbia  contro  di  so  l'autorità  del 
Diez  (less.  P  387).  Sommare  disse  prima  'sognare'  e  'pensare'  in  songer,  e 
passò  a  significar  'curare'  in  soigner,  con  evoluzione  identica  a  quella  di 
panser  da  penser.  L'a.  fr.  resoigner,  dice  'temere'  quasi  'darsi  pensiero',  e 
essoigner  'scusarsi',  quasi  'cavarsi  d'un  pensiero'. 


Allòtropi:  Cousouauti  continue,  M.  N.  367 

Domina:  donna;  e  dama  nobil  donna,  e  nome  di  un  gioco, 
a  Firenze  la  donna  o  ragazza  colla  quale  si  fa  all'amore,  dal 
fr,  dame.  —  Tra  i  derivati  e  i  composti  di  donna  e  dama 
ricordiamo  le  seguenti  coppie:  donnina  e  damina;  donnuccia 
e  damiiccia;  donzella  e  damigella;  madonna  monna  mona 
(cfr.  p.  341  n)  e  madama;  madonnina  'imagine  della  Madonna', 
'fanciulla  o  donna  di  fattezze  delicate  e  gentili',  e  madamina 
'giovinetta  che  vuol  far  la  signorina'  o  'femminetta  che  con- 
traffa donne  d'alto  affare',  Tomm.  1526.  —  Da  dominus:  dò- 
mino signore,  padrone;  dòmine  dòmin  che  s'usa  come  escla- 
mazione di  meraviglia  e  rappresenterà  probabilmente  un  voc. 
domine;  don  proclitico,  semplice  titolo,  venutoci  di  Spagna; 
donno  signore,  usato  da  Dante  come  il  nostro  proclitico  don  (Inf. 
XXII,  88:  'usa  con  esso  donno  Michel  Zanche');  damo  l'amante, 
non  direttamente  dal  fr.  dame  'dominus',  ma  ricavato  da  da- 
ma^; dominò  maschera  con  cappuccio,  gioco  che  si  fa  con  ven- 
tiquattro tessere  con  una  faccia  bianca  e  l'altra  nera,  dal  fr. 
domino,  in  origine  un  cappuccio  nero  che  i  preti  usavano  d' in- 
verno portando  il  'Signore'  ai  malati,  v.  Littré  s.  v.  (il  quale 
tuttavia  pare  voglia  tirar  domino  da  dominicale).  -  Aggiun- 
giamo una  coppia  di  derivati:  donzello  eh' è  ancor  vivo  in  To- 
scana per  'servo  del  magistrato  comunale',  e  damigello.  —  Da 
domi  nari:  dominare  signoreggiare;  e  damare  termine  del 
gioco  della  dama,  [che  però  è  manifestamente  una  derivazione 
seriore]. 

Lamina:  làmina  term.  scientifico;  e  lama  lastra  d'acciajo 
ridotta  tagliente,  di  spada,  di  coltello,  di  sega,  cfr.  Tomm. 
2473-74.  Lama  appare  nell'ital.  solo  nel  cinquecento,  mentre 
lame  è  nel  fr.  fino  dal  sec.  XIII;  e  perciò,  e  per  il  m  da  imi 
normale  nel  francese,  noi  crediamo  che  la  nostra  voce  sia  ve- 
nuta di  Francia. 

Consuetudine  :  consuetudine;  e  costume,  attrav.  l'a.  fr. 
costume  (fem.)".  Pure  questa  coppia  d'allòtropi  non  è  del  tutto 


'  Mentre,  infatti,  dama  è  tra  noi  fioo  dal  sec.  XIII,  damo  apparisce  la 
prima  volta  iu  Lorenzo  de' Medici  (Fanf.  Toc.  u.  tose.  s.  v.);  uè  il  fr.  dame 
ha  il  valore  del  nostro  damo. 

-  Il  DiEZ,  less.  I'  J43,  credeva  che  il  fr.  coutume  (ant.  costume),  sp.  co- 
stumbre  ecc.  fossero  da  un  e  onsuetumine-  per  consuetudine-  con  suffisso 


368  Canello, 

sicura,  essendo  possibile  che  la  base  del  fr.  coutume  (fem.)  sia 

la  stessa  del  prov.  cosdumna,  vale  a  dire  consuetudina-*. - 


mutato.  Ma  il  Cobnu  mostrerebbe  {Romania  1878,  p.  365-6)  che  da  consuetu- 
dine si  venne  per  assimilazione  a  consuetitnine-,  e  di  qui  per  dissimilazione  a 
consuetumine-  consuetum'ne  {costumne)  onde  poi  regolarmente  costume  coutu- 
rnc,  e  così  in  amertume  enell'ant.  suatumc  s\ia\itudìne-.  L'Havet  (2vom.  1878, 
p.  594)  vorrebbe  mettere  invece,  come  fasi  intermediarie,  -ubine  -ubne^  onde 
poi  -timne.  A  noi  par  più  probabile  la  spiegazione  del  Cornu.* 
1  [Vedi  ora  l'accompagnamento  della  nota  che  precede.] 


*  Senz'offesa  di  nessuno  dei  valentuomini  il  cui  parere  s'è  ora  sentito,  mi 
sia  lecito  dire,  che  le  ipotesi,  da  loro  imbandite  o  discusse,  non  solo 
importano,  per  sé  stesse,  dei  gravissimi  e  incredibili  stenti,  ma  in- 
sieme contravvengono,  in  singoiar  modo,  ai  principj  generali  della 
storia  comparata  degli  idiomi  neolatini.  E  senza  pretendere  di  dar 
qui  sùbito  una  dimostrazione  propriamente  apodittica,  mi  permetterò 
d'indicar  sommariamente  la  via  per  la  quale  a  me  sembra  che  s'illustri 
e  confermi  la  divinazione  del  Maestro. 

Il  lai  -■Udine  si  è  sùbito  dovuto  sincopare  nella  Gallia,  come  ogni 
altro  sdrucciolo;  e  lo  stesso  avveniva  assai  facilmente  nella  Spagna 
(cfr.  nomne  nomine,  ecc.,  Arch.  II  430).  Così  se  n'ebbe  -iidne^  che 
naturalmente  si  riduceva  a  -unne  (altrove  mostro,  perchè  non  mi 
seduca  l'ipotesi  à'wii  assimilazione  imperfetta,  che  desse  mn  =  dn, 
come  nel  rumeno  s'ha  mn  dirimpetto  all'etimol.  gn);-  ed  è  tale  evo- 
luzione, che  andrebbe  senz'altro  affermata,  quando  pur  non  s'avesse 
alla  mano  alcun  particolare  argomento  di  prova.  Ma  oltre  all'esserci, 
pel  mero  fatto  dell'assimilazione  nw  =  DN,  testimonianze  addirittura 
latino  {annorzad  +  no,  ecc.),  c'è  poi  conservata  tutt' intiera  la  storia 
pel  nostro  esemplare  medesimo.  AU'ant.  ital.  gioventudine,  per  esem- 
pio, si  risponde  fra'  Ladini,  secondo  i  varj  dialetti,  per  goventidna 
(=  *  -iùdna) ,  guventéna  (=  *  -tinna  -tùnnaX  juventunna,  cfr.  Arch. 
I  38-9,  113. 

Ma  il  tipo  che  così  si  otteneva  di  sostantivi  in  -unne  {-tunne),  era 
molto  singolare  e  interamente  isolato;  e  perciò  doveva  cedere,  con 
molta  facilità,  all'attrazione  analogica  del  tipo  in  -umne,  sorretto  come 
questo  era  dai  tipi  congeneri  in  -amne  -imne,  oltreché  dai  singoli 
esemplari  in  -omne  -omna  ecc.;  tanto  piìi  che  l'applicazione  dei  lat. 
-ììmen  ecc.  si  veniva  indefinitamente  estendendo  fra  i  Neolatini  e 
per  significazioni  che  rasentavano  quella  di  -t-udin  o  anzi  si  con- 
fondevano con  questa.  Il  processo,  che  qui  si  delinea,  assume  un'evi- 
denza affatto  particolare  sul  territorio  spagnuolo,  comunque  ivi  appunto 
scarseggi  l'applicazione  seriore  dell' -umen.  La  serie,  a  cui  attri- 
buiamo l'energia  attrattiva,  è  quella  in  cui  entrano  lumen  legumen, 
e  anche  culmen,  col  tipo  seriore  *putridiimen  (it.  putridume) ,  e 
insieme  entrano  aeramen  vimen,  coi  tipi  seriori  *ossamen  *ordi- 
men\  onde  in  antica  fase  spagnuola:  lumne  cumne  legumne  podre- 
dumne,  alamne  urdimne  ecc.  (v.  Arch.  II  430  segg),  Il  tipo  man- 


AlWtropi:  Consonanti  continue,  M-N.  369 

Notevole  è  poi  che  il  nostro  costume,  col  significato  di  'abito  o 
decorazione  proprj  d'una  data  persona,  tempo  o  luogo',  signi- 
ficato che  gli  spettava  fino  dal  secolo  XVI  (v.  P.  Viami,  Diz. 
pr.  frane,  s.  v.),  entrasse,  ossia  rientrasse,  come  termine  del- 
l'arte pittorica  nel  francese  (sec.  XVIII),  e  vi  diventasse  co- 
stume (masch.),  pronunciato  sulle  prime  costume  (Littré). 


sedurrne  (mausue-tudne)  livellandosi  al  tipo  podredumne  (putrid-umne), 
ne  veniva  così  un  mansedumne;  e  poi  davano  entrambi  l'esito  mo- 
derno che  è  normalmente  in  mansedumbre podredumbre.  Ora,  se  nello 
spagnuolo  il  processo  appar  cosi  evidente,  la  verità  del  processo  ha  poi 
nuova  conferma  dal  fatto  che  lo  spagnuolo  sia  appunto  quel  linguag- 
gio che  offre  di  gran  lunga  più  numerosa  la  serie  degli  esempj  di 
-unne  (-udne)  in  -umne  (-umbre),  e  insieme  in  molto  maggior  copia 
il  tralignar  di  -umne  ecc.  al  genere  di  -unne;  v.  Diez  IP  341,  Arch. 
II  431-2. 

Il  provenzale  e  il  francese  non  pajono,  a  prima  vista,  dar  suffra- 
gio a  codesta  dichiarazioue,  e  pajono  anzi  contrastarle.  Si  può  obiet- 
tare: 'Il  m  del  frc.  amertume  ecc.  provverrà,  è  ben  vero,  da  un  mn 
'di  fase  anteriore  (*ainartumna),  com'è  mostrato  dai  prov.  cosdumna 
^costuma  e  largamente  consentito  dalla  fonetica  francese;  ma  dove 
'son  poi  le  serie  organiche,  di  Francia  o  di  Provenza,  nelle  quali  si 
'vegga  V-umne  ecc.  che  avrebbe  attratto  V -unne  di  -t-unneì''  Or 
qui  imprima  si  risponde,  che  il  tipo  morfologico  legum[i]ne  vi- 
-m[i]ne  ecc.,  che  si  ritrova  e  in  Ispagna  e  in  Italia,  non  può  esser 
mancato  alla  Provenza  e  alla  Francia,  ma  vi  si  ò  poi  reso  indiscerni- 
bile per  la  successione  fonetica  -mne  -mme  -m  (cfr.  l'artic.  già  ri- 
petutam.  cit.  del  II  voi.  dell'Arch.,  in  ispecie  a  p.  433).  Nella  forma 
analogica  si  sarebbe  mantenuta  una  fase  che  nelle  organiche  più  non 
sogliamo  vedere,  per  la  ragione  che  in  quella  s'è  unito,  come  fra' 
Ladini,  il  mutarsi  dell' -e  lat.  in  -a,  onde  ottenere  la  espressione  più 
spiccata  del  genere  (prov.  -mna  -ma  -  frc.  -me),  e  perciò  il  mn  ve- 
niva ad  averci  una  particolare  e  immancabile  difesa  (cfr.  prov.  au- 
tomne  autom\  ecc.).  Del  rimanente,  basta  egli  V-a  per  mandar  sen- 
z'altro il  prov.  ordumna  orduma  fra  gli  esempj  di  -tudine  come  il 
Diez  propone,  slaccandolo  cosi  affatto  dallo  spagn.  urdimbre,  che  è 
come  dire  *ord-i-mine  ?  Qui  potremmo  avere  un  mn  organico  pur  nel 
provenzale;  e  se  proprio  si  tratta  di  *ordi-itcdine,  bisognerebbe  pur 
sempre  dire  che  l'influsso  di  -umen  vi  si  senta  almeno  nella  sincope: 
or[di]dumna,  ord-umna.  Ma  un  altro  caso  di  sincope  mi  par  finalmente 
divinato,  con  singolarissima  felicità,  dal  Maestro,  quando  poneva,  fra 
gli  esempj  di  -tudine,  anche  il  prov.  vilhuna,  ant.  fr.  vieillune.  È 
questo  un  esemplare  che  tramezza  assai  bellamente  fra  -utnìte  -urne 
e  unne  (-udne),  quasi  in  sé  compendiando  l'ital.  vecchiume  e  il  lad. 
viìjadidna  {=*-tudìia)  vcljadina  {^'^-tiìina  -tilnna),  vefjdùna,  e 
anche  veljdùm  (=  vet'1-t-uraen) ,  Arch.  I  39,  Car.  s.  vegl.  -  Intorno 
al  fr.  enclume,  che  anch'esso  vale  per  -udne  -ndna  nell'analogia  di 
-umne,  v.  ancora  la  nota  al  num.  116.  G,  I.  A. 


370  Canello, 

IV.  Allotropi 

DIPENDENTI    DAGLI    ESITI    DIVERSI    DELLE    CONSONANTI    ESPLOSIVE. 

87.  e  in  ^,  0  intatto.  Ne  abbiamo  tredici  gruppi  di  allòtropi. 

Acro-  {acer):  acro  pungente;  ed  agro  agg.,  e  sost.  il  sugo 
de'  limoni. 

Acutus:  acuto;  e  aguto  acuto,  e  sost.  chiodo. 

Con  flatus:   conflato  composto,  messo  assieme;  e  gonfiato. 

Crassus:  crasso  grossolano,  materiale;  e  grasso  pingue, 
la  parte  grassa  de'  corpi.-  Identico  con  grassa  agg.  è  gra- 
scia grassa  untume,  sugna,  e  ora  i  comestibili  in  genere,  con 
s  da  ss  come  in  prescia  da  pressa  (vedine,  per  la  ragion  ge- 
nerale, AsG.  I  85,  col  molto  opportuno  riscontro  del  soprasilv. 
an-gras).  Il  Caix,  St.  d'et.  28,  s'affatica  indarno  a  tirarlo  dal- 
l'a.  fr.  granché  per  grange  (granea);  mentre  il  Diez,  less.  Il' 
37,  pur  accennando  ad  àyopaaLa  'incetta'  come  buon  etimo  di 
grascia  'derrate',  metteva  sulla  via  del  vero,  ricordando  la  pos- 
sibilità che  grascia  'sugna'  fosse  dal  fr.  graisse.  L'evoluzione 
ideologica  sarà  stata  da  'unto'  a  'cibo  condito'  'cibo'. 

Dux:  duce  capo,  capitano:  e  doge,  are.  dogio,  capo  della  re- 
pubblica a  Venezia  {doze)  e  a  Genova.  Dalla  stessa  base,  ma 
attraverso  il  basso  greco  Soj;  (acc.  SoO/.a)  o  Soòxa;  'capo  mi- 
litare d'una  città  o  provincia',  è  duca,  Diez,  less.  P  159. — 
Da  ducatus:  ducato  il  territorio  e  la  dignità  d'un  duca,  e 
una  moneta;  e  dogato  l'ufficio  e  dignità  del  doge. 

Furcare-,  da  furca:  frucare  cercare  tentando  con  bastone, 
mestare;  e  frugare  (Diez  less.  V  191)  con  molti  più  sensi  tra- 
slati.—  Da  furcata:  forcata  agg.  forcuta,  sost.  forcatura 
dell'uomo,  colpo  di  forca,  e  quanto  fieno  o  strame  si  può  por- 
tare sulla  forca;  frucata  partic,  e  sost.  colpo,  percossa  (Tomm. 
Fanf.);  e  frugata  particip.,  e  sost.  l'atto  del  'frugare'.  —  Da 
furculare-  fruculare-:  frucchiare  'metter  le  mani,  per  isma- 
nia  di  darsi  faccenda,  in  più  diverse  cose,  o  anche  in  una  sola, 
ma  con  gran  moto,  senza  senno  né  gravità,  e  senza  che  le 
cose  nelle  quali  si  raetton  le  mani  ci  appartengano  gran  fatto' 
(Fanf.  Voc.  u.  tose);  frugolare  andar  frugando;  e  frullare 
(con  ci  0  gì  in  U,  cfr.  il  n.  59)  dimenare  col  frullino,  e  quindi 


Allòtropi:  Consonanti  esplosive,  C.  371 

il  romoreggiare  di  corpo  che  si  muova  rapidamente,  'frullare 
uno'  spingerlo  violentemente  ad  operare,  'frullare'  assolut.,  nel 
senese,  'usare  il  coito'  (Fani<\). —  Da  questi  verbi  si  estrag- 
gono i  nomi:  frugolo  che  frugola,  e  si  dice  per  lo  più  dei  bambini 
che  non  possono  star  fermi;  e  frullo  arnese  da  frullar  la  ciocco- 
latta  ecc.  -  Manca  un  frucchio  da  frucchiare,  ma  abbiamo  friic- 
cliino  chi  frucchia  molto  e  volontieri,  che  è  perfetto  allòtropo 
di  frugolino  bambino  curioso  e  irrequieto,  e  di  frullino. 

Intricare:  intricare  rendere  difficile;  e  intrigare  imbro- 
gliare, brogliare.  -  Analogamente  si  distinguono:  intrico  e  in- 
trigo', districare  semplificare,  chiarire,  e  distrigare  sbrogliare 

Lacuna:  lacuna  vuoto,  mancanza  specialmente  ne' mano- 
scritti; e  laguna  mar  basso  presso  terra.  Ma  negli  scrittori 
le  due  forme  si  trovano  usate  scambievolmente. 

Locus:  luogo;  e  loco  luogo,  e  anticamente  anche  avv.  'su- 
bito' (cfr.  lo  sp.  luegó). 

Pacare:  pacare  acquietare;  e  pagare  mettere  in  pace  i  cre- 
ditori. Il  senso  originario  di  pagare  meglio  si  sente  in  appagare. 

Sacer:  sacro  agg.;  sagro  agg.,  e  sost.  una  specie  di  fal- 
cone e  un  pezzo  di  artiglieria,  Diez  less.  P  363;  e  sagra  agg., 
e  sost.  festa  campagnuola  di  qualche  santo. —  Da  sacratus 
sacrato  agg.  prtc,  e  sost.  cimitero;  e  sagrato,  che  significa  anche 
'bestemmia',  'non  valere  un  sagrato'  =  non  valer  nulla,  'avere 
i  sagrati'  =  essere  inquieto. 

Secare:  secare  tagliare,  latinismo;  segare  dividere  colla 
sega,  tagliar  colla  falce,  fendere  l'onda,  e  tagliare,  interse- 
care; e  sciare  (are.  assiare,  siare,  fr.  scier)  tagliar  l'onda  a 
ritroso.  Quest'ultima  voce  pare  sia  dovuta  ai  marinaj  geno- 
vesi; certo  è  per  lo  meno  che  fino  dal  sec.  XII  essa  era  co- 
mune a  Genova.  Scrive  infatti  l'annalista  genovese  Oberto 
(verso  il  1172):  jussit  ut  galea  nostra,  ut  vulgo  dicitur,  retro- 
sciaret  (Murat.  VI  Ss.  304  h).  -  Da  segarle  siare  i  due  nomi:  sega 
'serra',  e  scia  solco  che  lascia  la  nave  sull'onda. —  Da  rese- 
care: resecare  risecare  risegare  ricidere,  rimuovere;  e  risi- 
care mettere  e  mettersi  a  rischio  (Diez  less.  I'  352)'. 


'  L'evoluzione  del  significato  di  risicare  da   quello  di  resecare  è  spiegata 
dal  Diez  mediante  lo  sp.  risco  (scoglio)  quasi  'rupe  tagliata'  a  picco,  e  quindi 


372  Canello, 

Theca:  teca  custodia,  astuccio:  e  tega  baccello,  resta  (ToMìM. 
Diz.  it.). 

88.  co-  iu  qu  e,  o  intatto.  Due  casi  d'allotropia. 

Coagulare:  coagulare;  e  cagliare  quagliare  che  propria- 
mente si  dicono  solo  del  latte,  Tomm.  4212. 

Coactus:  coatto  costretto;  e  quatto  ristretto  in  sé,  acco- 
colato,  DiEz  less.  P  337. 

89.  c+a  iniziale,  o  interno  preceduto  da  cons.,  in  e  (s  z),  o  intatto.  L'e- 
voluzione e  ha  luogo  in  voci  venuteci  di  Francia;  e  ne  abbiamo  quattro  gruppi 
di  allòtropi- 

Camera:  camera;  e  are.  ciambra  zambra  che  non  ha  po- 
tuto svolgere  i  sensi  traslati  di  camera. 

Cancellare:  cancellare  cassare  lo  scritto  con  righe  tra- 
versali, incrociare  p.  es.  le  braccia  o  le  gambe,  barcollare;  e 
l'are,  ci'ancc^^are  barcollare,  attrav.  il  fr.  chanceler,  Diez  less. 
I^  107. 

Canicula:  canicula  canicola  nome  d'una  costellazione,  la 
stagione  in  cui  il  sole  è  in  canicola;  e  ciniglia  cordone  vel- 
lutato, attrav.  il  fr.  chenille  'bruco  vellutato  come  cagnetta', 
e  ciniglia,  v.  Littré,  Hist.  d.  1.  lang.  fr.  P  63. 

Marcare-  (da  marcus  martello,  cfr.  marculus):  marcare 
contrassegnare,  segnare  quasi  con  un  colpo;  e  marciare  cam- 
minare (de'  soldati),  andar  via,  attrav.  il  fr.  marcher  che  disse 
in  origine  'batter  col  piede'  e  quindi  il  procedere  rumoroso 
de'  soldati.  Il  Diez,  che  accetta  (less.  IP  370)  questa  etimolo- 
gia di  marcher,  proposta  dallo  Scheler,  ricorre  poi  per  mar- 
care, fr.  marquer,  al  got.  marka  confine,  m.  a.  ted.  maro  se- 


'pericolo  per  le  navi'  e  Spericolo'  in  generale.  Più  conveniente  ci  sembra 
partire  dal  verbo  resecare,  che,  come  sciare,  avrà  dotto  prima  'vogare  a  ri- 
troso', poi  'vogare  pericolosamente',  'mettersi  a  rischio'.  -  I  nostri  dizionarj 
notano  inoltre  la  frase:  andare  a  scio,  andare  in  rovina,  perdersi  interamente, 
■■presa  la  figura  da  una  armata,  che  andando  alla  impresa  di  Scio,  isola  del 
Mediterraneo,  vi  si  perde'  (Fanf.).  Ma  noi  non  vediamo  a  quale  impresa  di 
Scio  possa  alludere  questa  frase,  come  non  vediamo  a  quale  impresa  sfor- 
tunata possa  alludere  l'altra  che  il  Tomm.  (Diz.  it.)  vi  raffronta:  andare  a 
Patrasso.  'Andare  a  Patrasso',  'morire',  sarà  un  andare  'ad  patres'  ravvi- 
cinato al  nome  d'una  città  (cfr.  andare  a  Legnago  'essere  bastonato',  marh- 
dare  in  Piccar  dia  ecc.);  e  'andare  a  Scio'  sarà  un  'andare  a  scio\  a  ritroso 
■vogando,  e  quindi  mettersi  a  rischio  di  andare  a  picco,  di  naufragare. 


Allòtropi:  Consonanti  esplosive,  C.  373 

gno  ecc.  (less.  P  263).  Ma  la  presenza  dell' it.  marchiare,  che 
risponde  a  marculare- ,  come  marcare  a  marcare-,  rende  as- 
sai improbabile  l'etimo  germanico.  Tutt'al  più  si  potrà  con- 
cedere che  in  marcare  marquer  sieno  confluite  due  voci  di 
lingue  diverse. 

90.  -tcare,  attraverso  i-are,  può  dare  -care  (are.)  -éggiare,  o  rimanere  in- 
tatto, cfr.  Asc.  I  78.  Ne  abbiamo  parecchie  coppie  di  allòtropi  sinonimi;  tre 
casi  di  allotropia  vera  e  propria. 

Albicare:  a/&icare  biancheggiare;  q  albeggiare  farsi  l'alba, 
tendere  al  bianco. 

Corticare-,  da  corte:  corteggiare  fare  la  corte,  prestare 
onori  e  servigi  di  cerimonie  a  un  potente;  e  corteare  far  cor- 
teo agli  sposi.  -  Similmente  si  distinguono:  corteggio  l'atto  e 
la  cerimonia  e  l'abito  del  corteggiare,  le  persone  e  le  cose  che 
vi  si  adoprano;  e  corteo  accompagnamento  degli  sposi,  del 
bambino  che  si  porta  a  battesimo,  e  in  antico  'solenne  invito 
a  corte'.  Corteare  corteo  sono  forme  arcaiche,  sopravvissute 
con  accezioni  speciali  e  ristrette.  Ciò  è  provato  anche  dall' e 
per  e  in  corteo,  cfr.  il  n.  12. 

Dominio  are-  (da  domina,  n.  86):  are.  donneare  vagheggiare, 
vivere  in  ispasso  tra  le  donne;  donneggiare  donneare,  e  si- 
gnoreggiare; e  dameggiare  uccellare  ad  amori,  andar  a  ritrovi 
di  donne  per  far  pompa  di  sé. 

91.  CH  +  t  0  j  od  e,  in  e  ce,  o  intatto.  Quattro  gruppi  d'allòtropi. 

Brachialis:  brachiale  agg.  (term.  anat.)  di  braccio;  e  brac- 
ciale sost.  armatura  del  braccio. 

Chirurgicus:  chirurgico  agg.;  e  cerusico,  are.  cirugico 
cirusico,  chirurgo. 

Machina:  macchina;  e  macina  macine  (da  machinae  n. 
pi.?  V.  il  n,  122)  la  pietra  che  serve  a  tritare  il  grano  (Diez  less. 
IP  43),  la  macchina  per  antonomasia. —  Da  machina  ri:  ma- 
chinare;  e  macinare.  Un'evoluzione  ideologica  nel  senso  inverso 
ci  presenta  il  lat.  moliri  'macchinare'  da  mola  'macina'. 

Scheda:  scheda  pezzetto  di  carta  da  notarvi  indicazioni;  e 
sceda  (sen.)  'mostra,  saggio  o  di  una  pezza  di  panno  o  di  un 
abito  0  di  altra  simil  cosa'  (Fanf.),  anche  'abbozzo',  'modello 
in  piccolo'.  Sceda  smorfia,  scherzo,  sarà  forse  cosa  diversa. 


374  Caaello, 

02.  SCH  +  i  in  s  e  e.  Uu  caso  d'allotropia. 

Scliisraa:  scisma  separazione  religiosa;  e  cisma  discordia 
e  malumore  (Buonar,  Fiera  3.  2.  11),  anticam.  quanto  'scisma'. 

93.  G  iuteino,  preceduto  o  seguito  da  e  i  può  dileguarsi,  ovvero  restare*. 
la  un  esemplare,  che  ci  viene  di  Francia,  è  svanito  anche  nella  formola 
-agr, 

Digitalis:  digitale  agg.,  e  sost.  pianta  medicinale;  e  ditale 
anello  da  cucire. 

Fragilis:  fragile  facile  a  rompersi  e  a  danneggiarsi  mate- 
rialmente e  moralmente;  e  fidale,  are.  fraile,  debole,  che  si  usa 
più  spesso  in  senso  morale,  anche  sost.  'salma'  la  parte  fragile 
e  caduca  dell'uomo.  Nelle  campagne  toscane,  frale  si  usa  per 
fragile,  Tomm.  1321. 

Magistralis:  magistrale  agg.  eccellente,  da  maestro;  mae- 
strale  agg.,  e  sost.  nome  d'un  vento,  quasi  il  vento  dominante 
che  spira  fra  tramontana  e  ponente. 

Quadragesima:  quadragesima  agg.  e  sost.;  e  quaresima. 

Regio:  regione',  e  rione  quartiere  d'una  città. 

Alligare:  alligare  legare  una  cosa  con  un  altra;  allegare 
alligare,  citare  a  comprova,  alleghire  (de' denti);  e  alleare, 
francesismo  dell'uso  (allearsi  =  s' allier),  far  lega  politica  e  mi- 
litare. -  Analogamente  da  alligatus:  alligato,  allegato  e  al- 
leato. -  Inoltre:  alleganza  citazione,  ed  alleanza. 

Legalis:  legale  di  legge,  secondo  legge,  e  sost.  'uomo  di 
legge'  ;  e  leale  conscienzioso  e  schietto,  quasi  ligio  alla  buona 
legge,  -  Analogamente:  legalità  e  lealtà. 

Regalis:  regale  agg.  più  solenne  di  'reale';  e  reale,  an- 
che sost.  nome  d'una  moneta  spagnuola,  che  è  la  ventesima  parte 
della  piastra;  al  pi.  i  reali  i  membri  d'una  famiglia  reale. 

Niger:  nero;  e  negro  agg.,  e  sost.  moro  d'Africa,  nel  quale 
significato  è  dallo  sp.  negro. 

Sìgnum:  segno;  e  sino  avv.,  Diez  less.  IP  67.  La  caduta  del 
g  potè  qui  essere  ajutata  dalla  proclisi,  o,  come  vuole  il  Caix, 
St.  d'et.  197,  dall'influenza  del  sinon.  fino. 

Sacramentum:  sacramento  sagramento;  e  are.  saramento 


*  [Qui  s'ha,  come  ognun  vede,  un'indicazione  sommaria,  e  non  un  precetto 
fonologico.' 


Allòtropi:  CoQSonaati  esplosive,  G,  P.  375 

giuramento,  fc.  serment,  ant.  serement  sairement.  -  Similmente: 
sacramentare  sagr.;  e  saramentare  giurare,  obbligarsi,  a.  fr. 
sermenter,  ora  assermenter. 

94.  Sorti  afiatto  speciali  ha  avuto  il  g  di  una  base  greca. 

Sagma  (Gày{/.a):  soma  'carico  quanto  ne  può  portare  una 
bestia  atta  a  tal  uso',  o  'ogni  grave  e  non  onorevole  peso';  e 
salma  in  antico  lo  stesso  che  'soma',  ora  'cadavere  umano'  e 
una  misura  napoletana,  cfr.  Tomm.  2253-4.  -  Tanto  salma  quanto 
soma  presuppongono  una  fase  intermedia  sauma  (cfr.  prov.  sau- 
ma  asina,  a.  a.  ted.  sau7n  peso,  Diez  less.  P  364),  la  quale  alla 
sua  volta  par  venire  da  sag-u-ma  con  u  epentetico  come  in  au- 
gumento  da  augmenium.  Un'evoluzione  simile  abbiamo  in  un'al- 
tra base  greca,  caàpaySo:,  onde  il  nostro  smeraldo,  pr.  esme- 
rauda,  iv.émeraude  (fem.).  Il  Diez  (less.  F  385  364)  ammette 
senz'altro  un  passaggio  di  ^  in  ^,  e  vi  confronta  Baldacco  da 
Bagdad. 

95.  G  in  e  (per  influenza  analogica),  o  intatto.  Un  caso  d'allotropia. 
Mitigare:  mitigare  render  mite;  e  miticare  carezzare,  cfr., 

per  la  forma,  faticare  da  fatigare,  ridotto  anch'esso  all'analo- 
gia dei  molti  vb.  derivati  per  -ic-, 

96.  P  tra  vocali  in  y,  o  intatto.  Ne  abbiamo  sette  gruppi  di  allòtropi. 

Episcopato-,  da  episcopus:  episcopato  il  complesso  dei  ve- 
scovi, l'ufficio  episcopale;  e  vescovato  vescovado  comunem.  la 
residenza  del  vescovo. 

Pipa-,  da  pipare:  pipa  anticam.  una  specie  di  botte  (fr. 
pipe),  ora  un  boccinolo  con  cannuccia  per  fumare;  e  piva  can- 
nuccia da  suonare,  Diez  less.  P  325. 

Recuperare:  recuperare  ricuperare  ntornsir e  in  possesso 
di  cose  perdute,  impegnate  o  tolte;  e  ricoverare  ricovrare  an- 
ticamente quanto  recuperare,  ora,  come  neutro  pass.,  rifuggirsi.  - 
Dai  due  verbi:  recupero,  e  ricóvero. 

Ripa:  ripa  'proda  o  sponda  che  sia  munita  per  arte  con  pian- 
tagioni 0  difese',  Tomm    2832;  e  riva. 

Separare:  separare  dividere,  staccare;  e  sceverare  (più  ra- 
ram.  scevrare  sevrare)  distinguere.  Lo  s-  farebbe  supporre  una 
base  ex-sep.,  ma  v.  Asc.  I  63n. 


376  Canello, 

Stipare:  stipare  circondar  di  stipa,  condensare,  chiudere, 
rimondare  i  boschi  dalla  stipa;  stivare  mettere  strettamente  in- 
sieme, 'stivare  uno'  assediarlo  perchè  faccia  questa  o  quella  cosa; 
e  stiare  tenere  in  istia.  —  Abbiamo  poi  gli  allotropi  sostantivi: 
stipa,  che  in  quanto  dice  stoppia,  arbusti  minuti  diseccati  e  af- 
fastellati, sarà  il  lat.  stipa,  onde  poi  è  venuto  stipare,  ma  in 
quanto  significa  'porcile',  quasi  'stia',  sembra  estratto  da  sti- 
pare 'chiudere';  stiva  il  fondo  della  nave,  dove  si  stivano  le 
mercanzie,  da  stivare',  e  stia  chiusura  per  animali,  gabbia  gran- 
de, da  stiare.  Diversamente  spiega  stia  il  Diez,  less.  W  71. 

Supranus:  soprano  agg.  superiore,  sost.  la  voce  più  alta 
della  musica  e  chi  canta  con  voce  di  s.;  sovrano  agg.,  e  sost. 
il  re,  e  fu  usato  per  soprano;  e  sovrana  agg.  e  una  moneta  d'oro 
austriaca. 

97.  P  proto-germauico  (corrispondente  a  un  b  greco-latino),  mentre  è  p  nel 
gotico,  nel  nordico,  nel  dialetti  basso-tedeschi  e  nell'inglese  ecc.,  trova  al- 
l'incontro le  legittime  riduzioni  pf  ff  f  nei  dialetti  alto-tedeschi,  e  per  con- 
seguenza anche  nella  lingua  letteraria  nazionale  della  Germania.  Ora,  siccome 
l'italiano  ha  attinto  i  suoi  elementi  germanici  da  dialetti  diversi,  o  da  fasi 
storiche  diverse  d'uno  stesso  dialetto,  si  è  dato  il  caso  che  la  stessa  base  les- 
sicale venisse  accolta  sotto  la  forma  gotica  o  basso-tedesca  con  p  proto-germ. 
intatto,  0  sotto  la  forma  alto-tedesca  con  f  ff  pf.  Gli  allòtropi,  che  per  questa 
guisa  l'italiano  è  venuto  a  possedere,  sarebbero  a  dire  piuttosto  tedeschi  che 
italiani,  in  quanto  che  il  differenziamento  fonetico  era  già  avvenuto  nel  campo 
germanico.  Li  notiamo  tuttavia,  seguendo  l'esempio  del  Brachet  e  della  si- 
gnora MicHAELis.  Ne  abbiamo  cinque  grupppi  importanti. 

Rapen  basso-ted.  e  ol.,  sved.  rappa,  alto-ted.  raffen,  bavar. 
rampfen  'tirar  a  sé',  'afferrare'  (Diez  less.  P  339  340  342  e 
MussAF.  Beitr.  65)  :  rapare  tagliare  i  capelli  fino  alla  cotenna, 
probabilmente  attraverso  lo  sp.  rapar  radere  e  rubare  ^  ;  arpare 
rapire,  Caix  St.  d'et.  72;  '-rappare,  forma  che  s'induce  da.  rap- 
padore  'predone'  e  da.  ar-rappare  ;  rampare  arrampicarsi,  ferir 
colle  rampe  od  unghioni;  e  raffare  rapire,  arrappare.  —  Ac- 
canto a  questi  semplici,  abbiamo  i  composti  con  ad:  arrapare, 
arrappare,  arrampare  e  arraffare.  —  Da  rampare  raffare  sono 
i  sost.  rampa  branca,  e  raffa  rapina,  nella  frase  'fare  a  ruffa 
raffà"  e  simili.  Direttamente  dal  m.  a.  ted.  e  ol.  rappe  è  invece 


^  Nasce  tuttavia  il  sospetto  che  lo  sp.  rapar  'radere'  e  il  nostro  rapare  rap- 
presentino il  fr.  ràper  rasper  (v.  il  n.76)  in  quanto  dicesse  quasi  'grattar  via'. 


Allòtropi:  Consonanti  esplosive,  P  germ.  377 

rappa  fenditura  al  pie  del  cavallo  (Diez  less.  P  342).  — Notiamo 
infine  che  in  riffo  robusto  (cfr.  lorren.  raffe  aspro,  Diez  P  339), 
in  riffa  violenza,  daccanto  al  già  notato  raffa,  e  in  ruffa  che  in  più 
frasi  s'accompagna  a  raffa,  sembrano  riflesse  tre  forme  germa- 
niche d'un  unico  tema  il  cui  a  passi  per  T'ablaut'  in  i  ed  u.  La 
stessa  base  con  vocale  rinforzata  abbiamo  probabilmente  nell'a. 
a.  ted.  roub,  i  cui  riflessi  it.  vedemmo  al  n.  24. 

Tap  basso-ted.,  a.  nord,  tappi,  a.  a.  ted.  zapho,  m.  a.  ted. 
zapfe,  a.  ted.  mod.  zapfen  turacciolo  (Diez  less.  P  409,  IP  435 
eFiCKvgl.  wtb.  IIP  117):  tappo  turacciolo;  e  z<2^o  tappo  grosso 
di  ferro  o  di  legno.  Dalla  stessa  base,  che  nel  m.  a.  ted.  è  anche 
zepfe,  inclina  il  Diez,  less.  IP  82,  a  derivare  zeppa  'piccolo  cu- 
neo di  legno',  e  di  là  quindi,  seguendo  il  Diez,  noi  vorremmo 
ricavare  zeppo  sost.  'stecca  con  cui  i  battiloro  rimendano  i  pezzi' 
(Fanf.)  ;  mentre  spiegheremmo  l'agg.  zeppo  come  uno  scorcio  di 
zeppato,  con  base  quindi  diversa  da  quella  di  tappo^  ecc.  —  Dac- 
canto agli  allòtropi  sostantivi  fin'ora  discorsi,  stanno  gli  allo- 
tropi verbali:  tappare,  zaffare,  zeppare.  —  Aggiungiamo:  tap- 
pata agg.  prtc;  zeppata  prtc;  zaffata  prtc,  e  sost.  'il  colpo 
che  danno  i  liquidi  sgorgando  con  forza',  'detto  pungente',  'sbuf- 


^  A  questa  stessa  base  tap,  arricchita  da  m  (cfr.  fr.  tampon  daccanto  a 
tapon),  vorremmo  ricondurre  anche  tanfo  puzzo  per  lo  più  di  mucido,  pro- 
prio delle  botti  e  delle  piccole  stanze,  quasi  odore  di  luogo  'tappato',  osser- 
vando che  tanfata  ha  in  comune  con  ^ra/fafa  il  significato  di  'ondata  di  tanfo', 
e  non  parrebbe  quindi  doversene  etimologicamente  staccare.  Ora  il  Diez  stesso 
(less.  1'  409)  riconnette  zaffata  con  zaffo*  e  tappo;  mentre  invece  (less.  IF  74) 
deriva  tanfo  dall'a.  a.  ted.  tamf.  Ad  ogni  modo  tanfo,  più  tosto  che  diretta- 
mente da  ta-m-p  ta-n-f,  ne  sarebbe  venuto  attraverso  un  vb.  fanfare  'tap- 
pare' 'chiudere',  analogo  al  trev.  s-tanfàr  'metter  dell'acqua  ne'  vasi  di  legno 
troppo  asciutti  affinchè  le  commessure  si  rinchiudano  perfettamente',  cfr.  vnz. 
tonfarse  'riempirsi  di  cibo'.  Qualche  difficoltà  sembra  opporrà  alla  nostra  de- 
rivazione l'aversi  in  tanfo  la  dentale  basso-tedesca  e  gotica  di  fronte  alla  la- 
biale alto-tedesca.  Ma  siffatte  sconcordanze  non  sono  rare,  sia  nel  tedesco  stesso 
(cfr.  a.  ted.  zappeln  daccanto  al  b.  ted.  tappe)  e  sia  nelle  voci  neolatine  di 
origine  germanica,  cfr.  zampillo  imparentato  con  saffo^  il  lorab.  taffiada  dacc. 
al  tose,  zaffata  (Diez  less.  I'  409),  il  fr.  toupet  daccanto  a  touffc,  e  gli  altri 
casi  analoghi,  a  cui  subito  giungiamo. 


Il  Caix  (St.  d'et.  62),  stacca  invece  zaffata  mil.  taffiada  'colpo'  'percossa' 
da  tappo  zaffo,  e  lo  ravvicina  a  zampa  zampata  e  fr.  tape  'colpo  della 
mano'. 


378  Canello, 

fata  di  malo  odore';  e  forse  (v.  la  nota  della  pag.  preced.)  tanfata 
con  quest'ultimo  significato. 

Tappe  basso-ted.  zampa,  ingl,  tap  colpo  leggero  (Diez  less. 
IP  435),  cfr.  a.  ted.  mod.  zapp-eln  sgambettare  :  *stampa,  eh'  è 
fatto  arguire  da  stampella  gruccia,  bresc.  tampéle  trampoli, 
e  da  stamp-one  gambo  delle  piante  di  tabacco;  zampa  ciampa 
piede  d'animale;  e  probabilmente  anche  zappa,  come  ha  sospet- 
tato il  MussAFiA  (Beitr.  123,  n.  3)  raffrontandovi  per  l'evolu- 
zione ideologica  il  sardo  marra  che  significa  'zappa'  e  'zampa'  \  - 
Dalla  stessa  base  pare  ci  venga  anche  una  coppia  di  sostantivi 
maschili:  ceffo,  tose,  ciaffo,  viso  grande  o  brutto,  coro,  zaf  muso, 
quasi  lo  strumento  per  afferrare  o  'ceffare';  e  zaffo  (anche  cm/"- 
fero)  birro,  chi  acciuffa  i  malfattori  (Diez  less.  IP  19),  cfr.  ted. 
tappen  er-tappen  afferrare,  —  Da  un  fondamentale  tap  par  e- 
tampare-  sarebbero  quindi:  zampare  percuotere  colla  zampa; 
are.  ciampare  (sempre  vivo  nel  lucch.  per  'ingannare')  'inciam- 
pare', di  cui  potrebb' essere  forma  aferetica,  come  fante  da  in- 
fante; ceffare  afferrare;  e  zappare  smuovere  la  terra  colla  zap- 
pa. —  Da  tap-ic-are-  tamp-ic-are-:  ciaìnpicare  incespicare; 
zampicare  cominciare  a  muovere  le  gambe,  zampettare;  zam- 
peggiare percuotere  il  terreno  colle  zampe;  e  zappicarc  sca- 
vare e  smuovere  come  con  zappa,  cfr.  ven.  zapegàr  pestar  col 
piede. 

Toppr  a.  nord,  'estremità  superiore  d'una  cosa,  ciuffetto  sulla 
fronte  degli  animali',  anglos.  ingl.  top  punta,  vetta,  oland.  top 
cumulo,  a.  a.  ted.  zoph.  a.  ted.  m.  zopf  ciuffo  (Diez  less.  P  417 
e  FicK  0.  e.  IIP  117):  toppo  pezzo  di  grosso  pedale;  e  ciuffo  (Diez 
less.  IP  22)  capelli  più  lunghi  sul  fronte,  e  anche  'cespo',  cfr.  fr. 
touffe.  —  Inoltre,  con  genere  mutato:  toppa  serratura,  pezzo  di 
panno  o  simile  che  si  cuce  sulla  rottura  del  vestimento  (v.  la 
nota  della  pagina  seguente);  e  zuffa  (Diez  less.  IP  82),  che  però 
ne  viene  attraverso  un  vb.  -zuffare  ted.  zupfen.  —  Abbiamo 
poi   gli   allòtropi   diminutivi  delle  citate  forme   maschili:   top- 


^  Il  s-  del  ven.  sapa  'marra'  daccanto  allo  -  di  sapaì-  'mettere  il  piede' 
non  costituisce  troppo  grave  difficoltà.  Si  può  trattare  di  voci  accolte  in  età 
diversa.  —  La  parentela  di  zappa  e  zampa  fu  sospettata  anche  dal  Boerio, 
Diz.  ven.  s.  zapa. 


Allòtropi:  Consonanti  esplosive,  P  germ.  379 

petto  piccolo  toppo;  ciuffetto  piccolo  ciufifo;  e  toppe  tuppè,  voce 
dell'uso,  dal  fr.  toupet.  —  Da  un  to[ra]p-are-:  tappare  'tener 
la  posta'  term.  di  giuoco,  e  dar  delle  busse;  e  tonfare  (per  il  t 
bassoted.  daccanto  al  f  altoted ,  v.  più  sopra  p.  377 n)  dar  delle 
busse,  e  cadere  facendo  un  tonfo,  cfr.  vnz.  stonfar  dar  delle 
busse.  Anche  zombare  'dar  delle  busse'  pare  abbia  la  stessa  pro- 
venienza, cfr.  anglos.  tumhjan,  ingl.  tumble;  e  lo  stesso  vor- 
remmo dire  di  zuhbare  'saltare'  'giocare  de'  ragazzi',  cfr.  Caix 
St.  d'etim.  174.  —  Ricordiamo  infine  la  bella  coppia:  azzuffare 
e  acciuffare  ^ 

Soppe  basso-ted.  zuppa,  a.  a.  ted.  supphan  sorbire  (Diez  less. 
P  388)  :  zuppa,  are.  siippa  (Dante,  Purg.  xxxiii  3G)  ;  e  zuffa 
'polenta  di  gran  turco  tenera  che  si  prende  col  cucchiajo',  Caix 
St.  d'etim.  174. 

9S.  1  dialetti  alto-tedeschi,  come  mutano  in  f  il  p  proto-germanico,  così 
posson  fare  anche  del  p  delle  tocì  che  hanno  preso  dal  latino.  Alcune  di 
queste  voci  latine,  trasformate  alla  foggia  alto-tedesca,  sono  rientrate  in  Ita- 
lia, e  convivono,  col  loro  f  da  p^  accanto  alle  corrispondenti  venuteci  diret- 
tamente dal  latino,  con  p  intatto  o  trasformato  secondo  le  norme  del  n.  96. 
Cinque  gruppi  d'allòtropi. 

Caput:  capo;  cavo  grosso  canapo  e  propriamente  T'estre- 
mità  del  canapo  grosso  dell'ancora',  Tom.m.  5053;  co  estremità, 
principio  (Dante,  Inf.  xxi  64,  Purg.  in  128,  Par.  ni  96);  e  caffo 
l'uno,  l'unico,  il  più  eccellente,  il  primo,  il  numero  dispari. 
Il  Diez,  less.  Il'  16,  crede  che  caffo  sia  nato  in  bocca  'der 
spielstichtigen  Deutschen';  ma  a  noi  pare  che  il  significato  di 
'numero  dispari'  sia  secondario  e  ricavato  da  quello  di  'uno',  il 


^  Questo  tema  ?o^>  sof-  deve  toccarsi  radicalmente  con  l'altro  tema  tap- 
zaf-  studiato  più  sopra.  La  unità  fondamentale  si  sente  in  parecchi  derivati 
tedeschi  e  neolatini:  cosi  toppa  'serratura'  rivela  la  sua  afBnità  con  tappo 
zaffo  tappare  chiudere  ermeticamente;  e  con  tappo  s'accordano  anche  il  piem. 
topon,  ant.  fr.  toupon  turacciolo  (Diez  less.  I>  417).  Così  acciuffare  s'accosta 
a  ceffare.  —  Anche  una  terza  variante  dello  stesso  tema  con  t  {e)  si  trove- 
rebbe rappresentata  nell'italiano.  Già  il  Diez,  less.  11^'  82,  ravvicinava  zipolo 
'piccolo  zaffo'  all'a.  ted.  5ip/l'/,  b.  ted.  tip  punta;  e  noi  siamo  inclinati  a  ve- 
dere una  base  analoga  in  zcffare  (Fanf.  Voc.  it.  s.  tonfare)  'picchiare',  are. 
jsebellarc  'saltellare',  e  nel  suo  allòtropo  tempellare  battere,  scrollare.  Se  cosi 
è,  d'un  unico  radicale  proto-germanico  tap  noi  avremmo  le  seguenti  varianti 
italiane:  top-  zaf-  ianif-;  top-  tonf-  zomb-  zvf-  zìib  ;  e  zip-  zeb-  temp-. 


380  Canello, 

numero  dispari  per  eccellenza;  né  allora  avremmo  più  motivo 
di  tirar  in  mezzo  l'amor  de'  Tedeschi  per  il  gioco,  pur  dovendo 
ammettere  influenza  di  proferenze  germaniche.  0  sarebbe  il  cafjò 
di  Toscana  un  ricalco  del  cavo  cct/"  dell' Italia  superiore?  —  Dac- 
canto a  cajjetto  capolino,  uomo  rissoso,  abbiamo  caffetto  (Fanf.) 
bel  colpo  di  fortuna,  quasi  chi  dicesse  'cosa  unica'. 

Panicum:  panico',  e  fènici  centesimi,  parola  burlesca,  d'uso 
specialmente  tra  i  Veneti,  dal  ted.  pfennig.  La  stessa  base  ab- 
biamo in  penni  soldo  inglese,  da  jpenny. 

Pondus:  pondo  peso,  libbra;  pondi  i  contrappesi  delle  bi- 
ìancie,  mal  di  pìondi  o  del  pondo  dissenteria;  e  funto  libbra 
tedesca  di  quattordici  once,  ted.  pfimt. 

Stuppa:  stoppa;  e  stoffa  materia,  pezzo  di  drappo,  ted.  sfo/f, 
DiEZ  less.  P  399  400. 

Propositus:  propòsito  proposto  n.  25;  e  profosso  term.  mi- 
lit.,  l'ofiiciale  cui  spetta  provvedere  al  buon  ordine  del  campo  e 
del  quartiere,  dal  ted.  2'>i^ofoss,  che  del  resto  provverrà  da  pre- 
vosto anziché  da  proposto. 

99.  SPA-  spo-  SPI-  in  sca-  sco-  squi-,  o  intatti.  Ne  avremmo  tre  casi  di 
allotropia,  assai  notevoli  per  la  rarità  dell'evoluzione  fonetica;  ma  non  li  vor- 
remo ancora  dire  affatto  certi. 

Spasmus  spàsimo  spasmo;  e  scàsimo  'lezio,  dimostrazione 
di  contrarietà  a  far  checchessia'  (Fanf.).  I  Toscani  conoscono 
anche  il  sost.  scasimoddeo  scasimoddio,  che  usano  specialmente 
nella  frase  'fare  lo  scasimoddio'  applicata  a  chi  fa  'il  gonzo,  lo 
gnorri,  lo  svogliato,  mentre  poi,  sotto  sotto,  é  più  furbo,  più 
informato,  più  voglioso  degli  altri',  Tomm.  5273;  e  la  voce,  nella 
prima  sua  parte,  sembra  il  nostro  scasimo. 

S  poli  a  neutr.  pi.:  spoglia  quello  dì  cho  altri  è  spogliato, 
preda,  cadavere,  la  pelle  che  ogni  anno  getta  la  serpe  ;  e  sco- 
glia con  quest'ultimo  significato,  e  guscio  di  testuggine.  Sco- 
glia fa  veramente  pensare  a  cx.Olov  'spolium',  e  anche  a  culleus 
sacco,  cfr.  culleolum  'guscio  di  noce',  ed  a  corium.  Ma  la  con- 
venienza di  spoglia  e  scoglia  nel  significato  di  'pelle  di  ser- 
pente' rende  quasi  certa  anche  l' identità  della  base. 

Spiculum:  spigolo  spillo  n.  59;  e  squillo  strumento  da  spil- 
lare le  botti.  Lo  scrisse  il  Davanzati,  dandolo  come  voce  an- 
tica; e  in  antico  abbiamo  infatti  squilletto  (Novellin.  78)  per 


Allòtropi;  Consonanti  esplosive,  B.  381 

spilletfo,  zipolo.  Identica  evoluzione  fonetica  si  ha  in  resquillo 
risquitto  indugio,  riposo,  da  rcspillo  n.  9. 

100.  B-  gerra.  è  rappresentato  fra  noi  ora  da  b  ora  da  ^j.  Il  n-  gotico,  infatti,  e 
basso-tedesco  vuole  a  rigore  un  p  a.  ted.  E  del  pari  un  b-  di  voce  latina  diventa 
p  nel  più  pretto  a.  ted.,  di  guisa  che  una  voce  latina  ci  può  tornare  di  Germa- 
nia con  p  per  b.  Quattro  gruppi  d'allòtropi. 

Balla  palla  a.  a.  ted.  (Diez  less.  P  48):  gialla  un  solido  di 
forma  sferica;  e  dalla  un  involto  piuttosto  grosso,  che  abbia  for- 
ma di  palla,  e  grossa  fandonia. 

Banch  a.  a.  ted.  'scanno'  (Diez  less.  P  50):  banca  una  spe- 
cie di  tavolino,  ed  ora  anche  un  istituto  di  credito  ;  e  panca 
sedile  in  legno  da  starvi  in  più  persone.  Un  a.  a.  ted.  'pandi  non 
è  attestato,  ma  è  lecito  supporlo  sull'analogia  di  palla  ecc. 

B icario-,  da  [iUo;  'orcio'  (Diez  less.  P  66):  bicchiere  -o;  e 
peccherò  bicchier  grande,  attrav.  Ta.  a.  ted.  pehhar  (cfr.  ted. 
mod.  becher),  come  mostra  anche  l'accento. 

Turba:  turba;  truppa  tropa  corpo  di  soldati,  moltitudine 
(attrav.  il  bassol.  troppus  [troppa-]  ch'è  nella  lex  al.,  e  par  prefe- 
renza tedesca  di  turba,  Diez  less.  P  429);  e  troppa  agg.,  Diez  ib. 

101.  B  tra  vocali,  o  preceduto  da  voc.  e  seguito  da  r,  può  scendere  a  u, 
e  quindi  farsi  u  (il  quale  talvolta  si  fonde  colla  vocal  che  gli  precede),  o  sva- 
nire. Nove  gruppi  d'allòtropi. 

Libellus:  libello',  e  livello  censo  che  si  paga  per  uno  sta- 
bile, in  orig.  il  contratto  d'obbligazione  scritto  in  un  rotolo 
apposta. 

Liberare:  liberare  mettere  in  libertà;  e  are.  liverare  li- 
brare ultimare  (cfr.  Arch.  Ili  258n.:  gen.  liverai  'finiti'),  e 
sempre  vivo  col  valore  di  'consegnare',  cfr.  fr.  livrer. 

Turbare:  turbare  \  e  trovare,  Diez  less.  P  430-1.  Ma  l'eti- 
mologia dieziana  non  piace  più  ai  migliori.  L'Ascoli  ha  pen- 
sato a  truare  amptruare\  e  recentemente  G.  Paris  e  P.  Meyer 
spiegavano  il  fr.  trouver,  prov.  trobar  (onde  poi  sarebbero  ve- 
nute le  corrispondenti  voci  degli  altri  idiomi  romanzi),  da  un 
bassolat.  tropare  'trovar  de'  tropi  o  variazioni  musicali  {Ro- 
mania, 1878,  p.  418-9). 

Libra:  libra  la  costellazione;  libbra  il  peso;  e  lira,  are. 
livra,  la  moneta. 

Bibere:  bevere  bere;  e  birra,  attrav.  l'a.  ted.  mod.  bier,  a. 

Archivio  gloUol.  ital.,  HI.  -<^ 


382  Cauello, 

a.  t.  iior  bcor,  che  vien  ricondotto  a  hiherc,  cfr.  Diez  less.  I'  60 
e  Grimm  s.  bier.  Ma  V-a  rende  imperfetta  l'allotropia, 

Phlebotoraus:  flehòtomo;  e  fiatano  lancetta  da  salassare 
gli  animali,  Caix  St.  d'etim.  50. 

Fabrica:  fàbbrica;  e  forgia  fucina,  che  sarà  il  piem.  forga 
o  il  fr.  forge  {=faur'ga),  cfr.  Diez  less.  I'  187.  Dalla  stessa  base 
trae  il  Caix,  St.  d'etira.  23-4,  anche  foggia;  e  non  a  torto, 
ci  pare,  specialmente  se  si  pensa  che  il  ven.  foia,  citato  dal  Diez, 
less.  IP  30,  a  conforto  dell'etimo  fovea,  non  si  trova  nel  Boa- 
rio. -  Da  fabricata:  fabbricata;  e,  secondo  il  Diez,  less.  P 
190,  fregata. 

Fabula:  fabula  favola  storiella,  apologo,  il  contesto  d'un 
dramma  o  poema;  fola,  are.  faida,  storiella  fantastica  senza 
scopi  educativi;  e  fiaba  (da  fiaba  per  fab'la)  fola  e  fandonia. 

Parabola:  parabola  la  curva  descritta  da  un  progetto,  nar- 
razione dalla  quale  per  via  di  raffronto  si  ricava  un  insegna- 
mento morale;  e  parola,  are.  paravola  paraola  paraida,  Diez 
less.  P  306. 

102.  B  tra  vocali  può  anche  trovare  in  vece  sua  un  f,  talvolta  per  effetto 
di  antiche  forme  o  preferenze  osco-umbre,  cfr.  più  innanzi,  sotto  'sibilare'. 
Ne  abbiamo  cinque  gruppi  d'allòtropi. 

Bubulcus:  bobolco  contadino  che  ara  la  terra;  e  bifolca 
anche  uomo  di  rozze  maniere  (Tomm.  Diz.  it.). 

Praebenda:  prebenda  rendita  ferma  di  cappella  o  canoni- 
cato, vendita,  lucro,  profenda;  e  prefenda  (M.  Vili.  8,  103)  ren- 
dita di  canonicato.  -  Accanto  a  queste  forme  con  e  da  ae,  ne  ab- 
biamo altre  con  o,  che  può  essere  dovuto  od  a  confusione  di 
prae-  con  prò-,  oppure  a  influenza  labiale:  provenda  vettova- 
glia, vitto,  cfr.  fr.  provende;  e  profenda  propriamente  la  quan- 
tità di  biada  che  si  dà  alle  bestie,  e  un'antica  misura  di  biade. 

Scarabeus:  scartì^&eo  genere  d'insetti;  q  scarafaggio  la  spe- 
cie più  comune  degli  scarabei,  e  nome  d'un  pesce,  cfr.  Diez  less. 
P  368  e  ASC.  St.  cr.  II  140. 

Sibilare:  sibilare  sibillare,  are.  sublare  (=vnz.  subiar), 
fischiare;  subillare  sobillare  subbillare  instigare,  metter  male, 
quasi  'soffiar  sotto',  con  evidente  influenza  d'un  presunto  suh- 
prelisso,  cfr.  suggello  soddisfare;  e  sufolare  ciufolare  zufo- 
lare zufulare,  are.  suftlare,   fischiare  dolcemente,  con  i  in  o 


Allòtropi:  Coiisonauti  esiilosive,  B  T.  383 

II,  prima  in  sillaba  atona  poi  anche  nella  tonica,  per  inlluenzu 
della  labiale.  —  Le  forme  con  f  non  sono  veramente  da  sibi- 
lare ma  da  un  sifìlare  che  Nonio  (12,  19)  ricorda  come  'voce 
vile',  e  che  par  dovuto  ai  dialetti  osco-umbri,  nei  quali  è  nor- 
male un  -f-  di  c^ontro  a  -b-  latino;  cfr.  Ascoli  Fon.  comp  I 
173-4  e  CoRSSEN  Ausspr.  I'   147. 

Tabulare:  tavolare  coprir  di  tavole,  perticare,  far  tavola 
0  patta  al  gioco  di  dama  o  scacchi;  e  tafjìare  mangiar  bene  e 
ingordamente  {taffio  banchetto),  forse  attrav.  il  ted.  tafel-n  'tafel 
halten'  'speisen',  o  piuttosto,  come  ben  ha  sospettato  il  Flechia, 
III  155,  da  un  umb/'ico  talare-,  cfr.  umbr.  tap.a  =  tabula. 

103.  T-  proto-germanico  può  essere  rappresentato  in  italiano  da  t  (forma 
gotica  0  basso.tedesca],  o  da  ^  (forma  alto-tedesca),  onde  t-,  cfr.  il  n.  97.  Un 
eoi  gruppo,  ma  importante,  d'allòtropi. 

Tékan  got.  'afferrare',  'toccare',  m.  oland.  tacken  'afferrare', 
'attaccare',  anglosass.  tacan,  ingl.  take  pigliare  (Diez  less.  V 
406  e  Pick  o.  c.  IIP  115):  attaccare,  Diez  1.  c;  e  forse  ac- 
ciaccare ammaccare,  pestare,  cfr.  sp.  achacar  imputar  •,  quasi 
'attaccare'  'offendere' \  Qui  ancora  dovrebbe  stare  azzeccare 
'toccare  attaccando',  'colpire',  'investire';  ma  Ve  per  a,  che  non 
può  per  verun  modo  rappresentare  Ve  del  got.  tékan,  accenna 
a  un  tema  diverso,  con  i,  seppure  non  è  sorto  dapprima  nel- 
r atona,  per  poi  mantenersi  anche  nella  tonica. —  Da  un  ana- 
logo tema  nominale  tak-  tek-  zak-,  che  abbiamo  nell'ingl. 
iach,  ted.  zacke  zacken,  sembrano  muovere  i  seguenti  gruppi 
allotròpici:  /acca  piccolo  intaglio,  vizio,  macchia  materiale  e  mo- 
rale; taccia  pecca,  accusa,  attrav.  il  fr.  iache;  lecca  piccolis- 
sima macchia;  are.  tega  (Vili.)  taccia,  attrav.  l'a.  fr.  tc'que  teche 
'vice'  'defaut';  -  inoltre:  tàccola  viziO,  magagna;  taccola  piccola 
tecca;  zàcchera  (che  il  Diez,  less.  IP  81,  deriva,  dubitando,  dal- 
l'a.  a.  ted.  zahar  goccia)  pillacchera,  caccola  attaccata  alle  lane 
degli  animali;  e  zéccola  con  quest'ultimo  significalo  (Fanf.  s.  v  , 
e  s.  dizzeccolare).  Ma  anche  qui  le  forme  con  (•,  di  fronto  alle 
altre  con  a,  sembrano  accennare  a  una  base  diversa;  e  il  Caix, 

'  Il  Diez,  less.  II  84,  deriva  lo  sp.  achaque  malessere,  pretosto,  e  pitg. 
acliaque  accusa,  dall'arabico.  Dei  verbi  non  tocca.  Che  li  abbia  voluti  stac- 
care dei  nomi?  Acciaccare  'soppestare'  meglio  si  riconnetlerebbe  con  ad- fiac- 
care-, cfr.  nap.  laccare  'rompere",  Asc.  St.  crit.  I  32. 


384  Canello, 

St.  d'etim.  164,  stacca,  infatti,  tàccola  lecca  tàccola  macchia, 
neo,  difetto,  da  tacco  attaccare  ecc.  a  cui  il  Diez  li  congiun- 
geva, e  li  deriva  dal  got.  taikn-i-s,  anglos.  tdcen,  ted.  mod. 
zeichen  segno.  —  Noi  ci  siamo  attenuti  all'etimologia  del  Diez, 
che  meglio  soddisfa  dal  lato  ideologico,  non  essendo  ben  chiaro 
come  taccola  avrebbe  potuto  passare  dal  significato  di  'segno' 
a  quello  di  'vizio'  'magagna',  mentre  più  facilmente  si  poteva 
andare  da  quello  di  'intacco'  'vizio'  all'altro  di  'macchia'  'tacca'. 
Crediamo  inoltre  che  le  forme  con  e  possano  rappresentarci  una 
base  ték  tik  ottenuta  per  'ablaut'  da  tak;  mentre  la  terza 
fase  tuk  toh  ci  sarebbe  anch'essa  rappresentata  tra  noi  da  toc- 
care a.  a.  ted.  zuchón  (Diez  less.  P  416). 

104.  T  fra  vocali,  o  preceduto  da  vocale  e  seguito  da  r,  in  d,  o  intatto. 
Ne  abbiamo  otto  gruppi  di  allòtropi. 

Datus:  dato  prtc.  e  sost.  ;  e  dado,  Diez  less.  P  149. 

Gratus:  grato  agg.  riconoscente,  sost.  gradimento;  e  grado ^ 
sost.  gradimento,  specialmente  in  modi  avverbiali,  quali  a  grado 
malgrado  ecc. 

Latinus:  latino  agg.  e  sost.;  e  ladino  agg.  scorrevole,  trop- 
po sollecito  nell'operare,  lubrico  nel  parlare  (Tomm.  Diz.  it.); 
«-ir.  Diez  less.  P  245. 

Matronalis:  matronale;  e  madornale  grosso,  solenne. 

Palatinus:  palatino  agg.  di  palazzo;  e  paladino  sost. 

Patire-  per  'pati':  patire  soffrire;  e  divc.  padire  patire,  di- 
gerire. Con  quest'ultimo  significato,  e  con  quello  di  'scontare', 
la  voce  vive  ancora  in  parecchi  dialetti  dell'Alta  Italia,  cfr.  Muss. 
Beitr.  85. 

Patronus;  patrono  v.  lett.  ;  patrone,  in  diritto  marittimo 
'colui  al  quale  sono  affidati  la  condotta  e  il  governo  d'un  ba- 
stimento mercantile'  (Tomm.  Diz.  it.),  ed  ha  esempj  del  Bembo 
(St.  ven.  I,  4,  161)  e  dell'Ariosto  (Ori.  Fur.  xviii,  135);  e  pa- 
drone signore.  L'isolato  esemplare  in  -ono  passò  nell'analogia 
dei  tanti  in  -one\  e  il  passaggio  è  stato  forse  agevolato  dall'an- 


^  Il  Fani?,  nel  Voc.  it.,  non  contento  di  confondei'e,  nel  modo  più  deplore- 
vole, questo  grado  con  l'altro  che  risponde  al  lat.  gradus,  manda  poi  in- 
sieme grato  gradimento  con  grato  graticcio  {crates)'.  Già  il  nostro  Flechia 
ha  incominciato,  in  questo  Arcb.  (II  361  n.  III  129n  132u  157 n),  la  lista  degli 
strafalcioni  fanfaniaui;  in  quanto  a  finirla,  sarà  faccenda  un  po'  lunga. 


Allòtropi:  Consonanti  esplosive,  T.  385 

tico  vocativo:  patrone,  che  potè  sopravvivere  come  saluto  {pa- 
drone!, yen.  patì'on!,  pargn!)]  cfr.  domin  a  p.  367. 

Potestas:  potestà  facoltà,  potere;  e  p)odestci  potestà,  e,  come 
sost.  mascli.,  il  capo  degli  ordinamenti  giudiziarj  e  militari  nelle 
città  medioevali,  il  capo  de'  grossi  municipj  sotto  il  regno  ita- 
lico, e  delle  città  principali  sotto  il  governo  austriaco.  —  Da 
potere-  per  'posse':  potere  vb.  e  sost.;  e  podere  sost.  pro- 
priam.  possessione  di  più  campi  con  casa. 

Precati:  pregati  prtc;  e  pregadi  pregai  i  senatori  della 
repubblica  di  Venezia. 

105.  T  tra  vocali  si  dilegua  in  voci  che  ci  vengono  dal  francese,  cfr.  il 
n.  2.  Ne  abbiamo  otto  gruppi  di  allòtropi. 

Auratura:  oratura  indoratura;  e  orura  (in  Cellini)  oreria, 
dal  fr.  orure,  ant.  oreurc-  Similmente:  doratura;  e  dorura 
(fr.  dorure)  quantità  d'oro  lavorato,  doreria. 

Cathedra  -/.aOiSpa:  càtedra  cattedra  il  seggio  del  profes- 
sore e  delle  somme  autorità  ecclesiastiche;  cadr^ga  seggio  reale, 
usato  dal  Cecchi  (Fanf.)  ;  are.  carriéga  cajera  ciajera  seggiola 
(Fanf.).  Cadréga  carriéga  sembrano  forme  dialettali  italiane, 
la  seconda  è  propria  dei  Veneti,  cfr.  Muss.  Beitr.  42;  cajera  cia- 
jera ricalcano  l'a.  fr.  chaiere  pie.  caìiière.-  Si  cita  anche  un 
cannerà  carrozza,  usato  da  Fr.  da  Barberino,  e  potrebb' essere 
un  caldère  mal  rifatto  italiano,  seppure  non  rappresenta  un  car- 
raria-. 

Craticula:  graticola  Graticola  gradella;  e  griglia  infer- 
riata graticolare,  dal  fr.  grille,  ant.  greille. 

Montatura-:  montatura  l'armamento  d'un  ordigno,  d'una 
officina  ecc.,  voce  sospetta  ai  puristi,  che  vi  scorgono  un  ri- 
calco ideale  del  fr.  monture;  e  montura  divisa  e  corredo  dei 
soldati,  voce  anche  questa  sospetta  ma  ammessa  nel  Voc.  del 
F.A.NF.  e  difesa  dal  Viani  [Voc.  pret.  frane,  s.  militare),  il  quale 
difende  anche  montatura.  Montura  ricalcherebbe  materialmente 
il  fr.  monture,  a.nt.  monteure,  ma  non  già  sotto  l'aspetto  ideo- 
logico; poiché  mo?i<wre  è 'cavalcatura'  'montatura'  'carico  d'una 
nave',  non  assisa,  in  fr.  tenue.  E  tutto  fa  credere  che  il  no- 
stro montura  sia  stato  irregolarmente  derivato,  per  -ura\  da 


'  Per  -ura  non  si  ottengono  nuovi  derivati   neolatini    se   non  da  aggettivi 
0  participj;  non  mai  da  verbi. 


386  Cancllo, 

montare  pquipaggiare,  for.^e  da  tali  olie  pillavano  un  italiano 
infranciosato. 

Rotunda:  rotonda  agg.  e  sost.;  e  ronda  sost.  pattuglia  not- 
turna, fr.  ronde,  ant.  reonde,  quasi  guardia  'circolare'. 

Seta:  s-da;  e  are.  soia  saja'  seta,  una  specie  di  stoffa  [No- 
vellin.  88:  'gli  calzò  brune  calze  di  saia  ovvero  di  seta'].  Saja 
è  anche  un  setolino  da  orefici,  e  ricalca  il  fr.  saie,  allòtropo 
(sfuggito  al  Drachet  e  a  C.  Michaelis)  di  soie. 

Tractatore-:  irattatore  negoziatore;  e  trattore  chi  dà  da 
mangiare  verso  pagamento,  fr.  traiteur.  Trattore  tiratore,  e  chi 
dai  bozzoli  fa  trarre  la  seta,  è  parola  diversa,  risalente  a  un 
trac-tore-  da  trahere.  Sul  neologismo  trattore  ostiere,  ha  un 
bello  e  dotto  articolo  il  Viani,  Biz.  pret.  frane. 

Tritare-,  da  tritus:  tritare  pestare  finamente,  esaminare 
sottilmente;  e  ti-iare  in  Brun.  Latini  col  significato  di  'scegliere', 
e  nel  Genuini  per  'macinare',  dal  fr.  trier,  prov.  triar,  che  non 
mostrano  quest'ultimo  significato,  cfr.  Diez  less.  li'  44i. 

106.  CT  in  tt,  0  in  t.  La  secondri  evoluzione  ha  luogo  in  pochi  esemplari 
venutici  di  Francia  e  dal  Portogallo.  Due  gruppi  d'allòtropi. 

Factitius:  fattizio  manufatto,  artificiale;  fatticcio  ben  com- 
plesso, di  solide  membra;  fattezza  sost.  forma  delle  membra,  cfr. 
fatta;  e  feticcio  fetiscio  idoletto  de'  Negri  (Tomm.  Diz.  it),  e 
quindi  'stupido  adoratore  d'idoli',  dal  prtg.  feitigo  incantamento, 
filtro,  idolo  de'  popoli  della  Guinea,  voce  che  il  Bluteau  crede 
derivata  da  un  afric.  fetiche,  ed  è  invece  una  normale  trasfor- 
mazione del  lat.  factitius,  cfr.  Diez  less.  P  173. 

Jactus;  getto  gitto;  e  geto  coreggiuolo  che  si  lega  ai  pie 
degli  uccelli  di  rapina,  fr.  jet,  prov.  gct,  Diez  less.  P  207.  Il 
nesso  ideologico  tra  getto  e  geto  non  è  ben  chiaro;  ina.  jac tu s 
dice  già  in  latino  anche  'retata',  e  di  qui  potè  venire  a  signi- 
fare  'rete'  e  'ritegno'.  Da  ricordare  è  anche  balzo  'salto',  dacc. 
a  balza,  che  nel  ven.  dice  'pastoja'  'ceppo'. 

107.  PT  in  tt^  0  intatto.  Un  gruppo  d'allòtropi. 

Captivus:  captivo pvìgìonìero;  e  ca^//fO  prigioniero,  misero. 


^  Il  Diez,  less.  I'  363-4,  manda  saja  'una  specie  di  stoffa'  insieme  con  sajo, 
e  deriva  l'uno  e  l'altro  da  sagum.  L'esempio  che  nel  testo  citiamo  dal  No- 
vellino, toglie,  ci  sembra,  ogni  dubbio  sull'identità  di  saja  e  seta. 


Allòtropi:  Consonanti  esplosive,  D.  387 

malvagio,  Diez  less.  V  119.-  Analogamente:  captivare  far  pri- 
gione; e  cattivare  far  prigione,  e  procacciarsi  ecc. 

lOS.  D  proto-gerna.  ò  rappresentato  ora  da  d  (gotico,  basso-ted.,  ingl.),  ora 
<la  t  (alto-ted.).  Una  coppia  d'allòtropi. 

Bollar  ingl.,  basso-teJ. daler:  dòllaro]  e  tàllero {i^à.  thaler). 

109.  D  è  rappresentato  con  d  normale,  ora  con  (  anormale,  in  due  esem- 
plari 'sui  generis'. 

Braco:  dragone-,  etargone  un'erba  odorifera,  probabilmente 
attrav.  l'ar.  farchùn,  cfr.  Biez  less.  P  410. 

Soldano-  sultano-  (voce  semit.):  soldano  voce  storica;  e 
sultano  l'imperatore  degli  Ottomani.-  Se  la  voce  sta  veramente 
insieme  coU'arab.  salit  dominare  (Littré  dict.  s.  sultan)*,  la 
consonante  radicale  sarebbe  stata,  non  d,  ma  t.  Ad  ogni  modo 
si  tratta  di  evoluzione  straniera. 

110.  D  tra  vocali  in  l^  o  intatto.  Due  gruppi  d'allòtropi. 
Caducus:  caduco  che  cade,  che  presto  finisce;  e  caluco  (nel 

Pataffio)  meschino,  Biez  less.  IP  17. 

Odor:  odore;  e  olore  con  t.raslati  alquanto  diversi,  per  lo 
più  odore  buono,  Tomm.  3201.  Ma  quest'allotropia,  rispetto  alla 
forma,  esisteva  già  nel  latino:  odor,  olor,  cfr.  olcre.-  Sorta 
nell'it.  è  invece  la  coppia:  odorare  olire,  rendere  odoroso,  fiu- 
tare, aver  sentore;  e  olorare  olire,  e,  secondo  il  Fanf.,  anche 
'ungere  con  unguenti  odorosi'. 

111.  D  tra  vocali  passa  in  z  nel  provenzale.  Abbiamo  una  coppia  d'allòtropi 
in  cui  questo  z  prov.  è  rappresentato  da  un  lato  con  a-,  dall'altro  con  e.  In  un'altra 
coppia  si  ha  il  provenzalismo  con  z,  e  la  schietta  forma  nostrana  con  d. 

Ad-aestimare,  pr.  azesmar  ordinare,  assestare:  azzimarc 
(anche  cesmare)  adornare  con  cura,  abbigliare;  e  accismare 
conciare,  preso  in  mala  parte,  Diez  less.  P  164.  Ma  V  accismare 
dantesco  (Inf  xxviii,  37)  accenna  piuttosto  a  scisma,  come  già 
notava  il  Blanc  (voc.  dant.),  riferendosi  alla  variante  ascisma 
e  al  fatto  che  Dante  ivi  parla  di  punizioni  di  scismi  e  dissen- 
sioni. 

Gradire-  per  gratire-,  da  ^ra^ws:  r7rac?^^<:' aggradire,  ren- 

*  [E  l'ar.  sulf/in,  che  appunto  viene  da  sali'.] 


388  Canello, 

der  grato,  piacere  ;  e  are.  rjrazirc  (pr.  grazir)  ringraziare,  met- 
tere in  grazia,  concedere  in  grazia. 

112.  n  tra  vocali,  specialmente  in  seconda  postonica,  e  preceduto  da  i,  può 
cadere.  Tre  gruppi  d'allòtropi. 

Frigidus:  freddo  n.  25;  e  frizzo  quasi  'motto  fresco'  'ra. 
pungente".  Tuttavia  frizzore,  bruciore,  fa  sospettare  che  qui 
s'abbia  un  frigidus,  il  quale  si  riconnetta,  non  già  a  frigère, 
bensì  a  frigere.  Il  Diez,  less.  P  191,  vi  cerca  un  etimo  germa- 
nico, che  richiederebbe  sordo  lo  zz,  anziché  sonoro  com'è  in 
frizzo  frizzare. 

Marcidus:  màrcido  Q\\e  tende  a  marcire;  e  màrcio  già  mar- 
cito, e  sost. 

Stridulus:  stridulo  agg.;  e  strigolo  'grido  acuto  e  pro- 
lungato' (ToMM.  Diz.  it.),  'uccelletto  di  fischio  acutissimo'  (Fanf.), 
cfr.  strillozzo  altro  nome  d'uccello.  L'evoluzione  sarà  stata 
stri-olo  strivolo.-  Abbiamo  poi  strillare,  e  insieme  strigolare 
'mandar  strigoli'  (Tomm.  Diz.  it.). 


V.  Allòtropi 

DIPENDENTI  DAGLI  ACCIDENTI  FONETICI  GENERALI. 

113.  Accento.  Gli  spostamenti  dell'accento,  o  da  soli,  o  collegati  con 
altri  fenomeni  fonetici,  danno  occasione  a  ventidue  gruppi  d'allòtropi.  I  casi,  che 
qui  occorrono,  sono:  a)  in  alcune  coppie  di  base  greca,  l'un  termine  ha  l'ac- 
cento originale,  e  l'altro  ha  l'accento  che  gli  sarebbe  spettato  secondo  la 
prosodia  latina;  p)  in  alcune  coppie  con  base  latina,  l'un  termine  ha  l'ac- 
cento del  latino  classico,  e  l'altro  ha  l'accento  che  è  proprio  o  del  lat.  popol. 
o  del  romano  seriore  (lat.  ci.  filiolus,  lat.  popol.  e  romano  ser.  filióto-); 
y)  in  altre  poche  coppie,  con  base  latina  od  altra,  l'un  termine  ha  l'accento 
italiano,  e  l'altro  l'inglese;  in  una  coppia,  infine,  l'un  termine  ha  l'accento 
normale  italiano,  l'altro  il  francese. 

Acacia  à/.y./.t-/. :  acacia  acàzia  albero  spinoso;  e  gaggia  V'à- 
cacia  farnesiana'  di  Linneo,  e  il  suo  fiore,  cfr.  C.  Michaelis  Stu- 
dien  p.  70. 


^  IIFlechia,  IV  375,  preferirebbe,  al  caso,  una  base  frigid-io-,  però  che 
frigi-o  avrebbe  dato  in  Toscana  piuttosto  friggio  che  frizzo.  Noi,  al  n.  52, 
proponemmo  anche  grezzo  =  -gregius. 


Allòtropi:  Accid.  fon.  generali,  Accento.  389 

Cithara  -/-'.Oàpa:  c'itera  cèjera  cetra,  con  ^  da  t,  che  fa  sup- 
porre un  ant.  popol.  altera,  di  cui  cetera  non  sarebbe  che  l'o- 
dierna pronuncia  letteraria,  cfr.  n.  12;  e  chitarra,  Diez  less. 
P  ]24. 

Cholera  yoùi-^y.:  colera,  raramente  colera,  il  morbo  asia- 
tico; e  còllera  ira  improvisa,  trasferendo  l'irritazione  dagli  in- 
testini (/(ò).ov)  all'animo. 

Despota-  (ìtn-ó-r,;:  dèspota  padrone  assoluto,  tiranno,  chi  si 
comporta  come  tiranno;  e  despóto  nome  di  principe  greco  nel  me- 
dio evo.  Ma  l'allotropia  non  è  del  tutto  esatta,  in  causa  dell' -o. 
E  pi  ph  a  ni  a  è-i'paviz:  epifania  'pifania  befania  la  festa  del- 
l'apparizione; e  befana  donna  brutta,  e  prima  un  fantoccio  che  si 
portava  in  giro  la  vigilia  dell'epifania,  e  fu  scritto  per  'epifania'. 
Manta  p.avia:  smania  brama  ardente  che  si  mostra  negli 
atti;  e  manìa  furore,  pazza  fissazione. 

SymphonTa  aw/pcovia :  zampogna  sampògna  piva  rusticale; 
e  sinfonia  concerto,  preludio  d' un'opera. 

Capreolus:  capréolo  viticcio;  e  capriòlo  cavriólo  giovine 
capro. 

Malleolus:  ma^/^o^o  l'estremità  inferiore  della  tibia;  e  ma- 
gliuòlo 'tralcio  che  serve  a  riprodurre  le  viti',  significato  che 
spetta  anche  alla  voce  latina. 

Nuceolo-  da  nuceus:  nocciuolo  l'albero  che  fa  le  noci  avel- 
lane; e  nòcciolo  l'involucro  osseo  dei  semi  nelle  frutta.  Ma  l'ac- 
cento sulla  prima  fa  supporre  che  si  tratti  piuttosto  d'un  nuovo 
derivato  di  noce,  nel  quale  si  riabbia  il  prodotto  del  cj  {nocjolo, 
noce). 

Sedi  ola-  (cfr.  unciola  ecc.)  sedinola  piccola  sedia;  e  seg- 
giola sedia,  portantina.  Ma  seggiola  sarà  veramente  una  de- 
rivazione seriore,  propriamente  italiana,  di  sedia,  ottenuta  per 
-o^a  ==  lat.-iila,  cfr.  bòzzolo  e  sim. 

Cloaca:  cloaca,  voce  stor.,  condotto  sotterraneo  di  grandiosa 
struttura;  e  chiàvica,  sen.  chicca,  fogna,  smaltitojo.  Clauaca 
eloca  è  già  per  tempo  nel  bassolatino,  v.  Schuch.  II  516,  Caix 
St.  d'etim.  98  e  Diez  less.  IP  20. 

Intcger:  integro  {integro  in  verso)  comunem.  al  morale  'chi 
non  ha  difetto'  'incorrotto';  e  intiero  intero  agg.  che  non  manca 
di  alcuna  delle  sue  parti,  e  sost.  il  tutto. 


300  C  anello, 

Magister:  ma(^st)-o;  e  mastro  con  significati  ed  usi  più  ri- 
stretti. Circa  la  contrazione  delle  prime  due  sillabe,  v.  Diez  less. 
V  257.  Ma  qui  pure  va  considerata  la  ragion  della  proclisi  (ma- 
stro-Raffaele ecc.);  cfr.   p.  330-1  n  341. 

Pituita:  2^ituita  flemma,  catarro  nasale;  e  jìip'Ua  malattia 
de' polli,  sfilaraento  della  pelle  delle  dita  presso  l'unghia.  Per 
la  riduzione  di  hi  tv  in  p,  v.  Diez  less.  P  323,  Asc.  II  344  n. 

Proli  ibTtus:  proibito  agg.  ;  e  proibito  agg.  e  partic,  Tomm. 
3922.  L'allotropia  non  è,  del  resto,  perfetta.  Lo  spostamento 
dell'accento  proviene  in  realtà  dalla  conjugazione  mutata:  il 
primo  termine  dipende  da  prohibere,  il  secondo  da  proibire.  Lo 
stesso  dicasi  della  coppia  seguente. 

ExhibTta:  esibita  'presentazione  d'un  atto  qualunque  di- 
nanzi alle  autorità'  (Fanf.);  ed  esibita  prtc.  di  esibire. 

Bulgea  +  itta  (Diez  less.  I^  72):  bolgetta  valigia  di  cuojo;  e 
budget  bilancio,  stato  di  cassa,  attrav.  Tingi,  budget,  ch"è  l'a. 
fr.  bougette,  identico  col  nostro  bolgetta. 

Billet  fr.  (secondo  il  Diez,  less.  P  73,  da  bulla  +  itto;  secondo 
il  LiTTRÉ,  il  fr.  billet  verrebbe,  insieme  con  bill,  dall'inglese): 
biglietto  viglietio;  e  bill  schema  di  legge,  eh' è  Tingi,  bill,  scor- 
cio di  billet,  come  cab  di  cabriolet. 

Mag  istra  +  issa:  maestressa  maestra,  padrona;  miss  si- 
gnorina, dall' ingl.  miss  scorcio  di  mistress,  ch'è  Ta.  fr.  mai- 
stresse  ora  maitresse,  identico  col  nostro  maestressa. 

Tonnel-s  fr.  ant.,  dim.  di  ionne  'botte'  (Diez  less.  1'  417): 
are  tortello  misura  da  olio  e  da  vino  (Tomm.  Diz.  it.);  e  il  neo- 
logismo tùnnel  iùnnele  galleria,  traforo,  attrav.  Tingi,  tùnnel, 
ricalco  dell' a.  fr.  tonnel-s  botte,  cfr.  tonnelle  'pergida  a  botte'. 
—  Dato  poi  che  il  bassolat.  iuna,  botte,  sia  identico,  come  ha 
supposto  il  Diez,  less.  I  407  e  400  s.  stoppia,  col  lat.  iiìia  'vas 
vinarium',  ipotesi  avvalorata  dalla  grafia  bassolatina  tyna  per 
tina,  un'altra  forma  allotropica  di  tonello  ecc.  sarebbe  tinello 
'piccolo  tino',  'stanza  dove  si  mangia'  (forse  in  prima  la  stanza 
dove  si  beveva)  e  il  vitto  stesso. 

Paragraphus  (-acàypa'po;) :  paragrafo;  e  paraffo  la  cifra 
0  ghirigoro  che  i  notaj  appongono  ai  loro  atti,  dal  fr.  parade 
par  affé. 

114.  Aferesi,  L'italiano  è   tra  le  lingue  neolatine  quella  che  più  fa  uso 


Allòtropi:  Accie! .  fon.  gemiali,  Aferesi.  391 

dell'aferesi  (cfr.  C.  Michaelis  Studien  70  e  segg.);  e  ben  cinquantaoinque 
gruppi  d'allòtropi  hanno  in  essa  il  loro  principale  motivo.  L'aferesi  è  dovuta, 
oltreché  alla  tendenza  generale  delle  vocali  atoue  a  dileguarsi,  a  uno  dei  quat- 
tro motivi  speciali  che  seguono:  a)  la  vocale  iniziale  più  facilmente  cade 
quando  possa  venir  confusa  con  la  vocale  dell'articolo;  cade  poi  normalmente 
nelle  voci  popolari  Ve-  dei  composti  con  ex-',  —  /5)  cade  l'intera  sillaba  ini- 
ziale quando  essa  sia  o  sembri  una  reduplicazione  del  tema,  o  una  particella 
compositiva  indifferente  al  valore  ideale  della  parola:  il  caso  più  frequente 
è  la  caduta  del  di-  de-  nei  composti  con  de-  dis-;  uè  è  sempre  facile  e  nem- 
men  sempre  possibile  distinguere  le  forme  aferetiche  di  composti  con  dis 
da  quelle  dei  composti  con  ex  o  anche  con  a&';  —  y)  in  parole  di  uso  fre- 
quente in  proclisi  o  in  enclisi,  cade  tutta  la  sillaba  che  immediatamente 
non  s'appoggia  ad  altra  parola.  —  Noi  distribuiremo  tutti  i  casi  d'allotropia 
dovuti  all' aferesi  nelle  tre  serie  ora  indicate;  e  aggiungeremo  in  fondo  i  casi 
non  facili  o  impossibili  a  classificare. 

Amorosus:  amoroso  agg.  e  sost.;  e  moroso  solamente  sost. 
'l'innamorato'. 

Anatomia:  anatomia  la  scienza  del  dissecare  i  corpi  ;  e  ììo- 
tomìa  strazio,  scarificazione  inutile. 

Apozema  (y.-ó^sy.a):  apózzima  apózzcma  'decozione  di  mate- 
rie vegetabili,  ordinariamente  forti  ed  aromatiche,  addolcita  con 
miele  e  zucchero'  (Diz,  d.  Crusca,  ult.  ediz.'');  bòzzima  intriso  di 
sego  e  di  cruschello  che  usano  i  tessitori,  mescuglio  in  genere  ;  e 
bózzina  bozzina  (Fanf.)  nel  Pataffio  per  'cocitura'. 

Arancio-,  del  pers.  narang  (cfr.  Diez  less.  V  28);  arancio 
l'albero  e  il  frutto;  e  rancio  il  colore. 

Aranea:  arànca  ragnatele,  una  delle  tuniche  dell'occhio  detta 
anche  'aracnoide';  ararjna  ragno;  q  ragna  ragnatele,  una  spe- 
cie di  rete. 

Arista:  arHsta  aresta;  e  resta  con  molti  più  sensi  traslati, 
p.  es.  una  resta  di  cipolle  ecc. 

Attonitus:  attònito  stupito;  e  tonto  stupido,  melenso,  cfr. 


^  Chi  p.  es.può  dire,  se  stendere  sia  da  distendere  o  da  extend-?  se  slog- 
giare sia  da  dis+loggiare  o  da  ex+log- ?  o  sestratto  stravagante  sia  da  di- 
stractus  extractus,  ovvero  da  abstractus?  Molto  ajuto  in  alcuni  casi  dà 
il  raffronto  col  fr.  e  collo  sp.,  che  non  usano  siffatte  aferesi.  Mediante  questi 
raffronti  raccogliamo  p.  es.  che  sfogliare  non  è  da  disfogliare  ma  da  exfoL, 
cfr.  effeuiller. 

-  Gli  Academici  della  Crusca  hanno  anche  additato  l'etimo  a7ró?£fxa,  che 
il  proto  ha  loro  sformato  in  àro^saa.  Il  Fanf.,  nell'App.  al  Voc.  it.,  ricopia 
fedelmente  la  Crusca,  e,  naturalmente,  anche  ì'i-xò^,£ux. 


392  Cauello, 

DiEz  less.  Il'  185.  Tuttavia  l'^^*  da  ò  fa  sospettare  che  la  voce 
sia  importata,  e  ricalchi  lo  sp.  tonto. 

Aur-ic-o-,  (la  auricarc-  (  cfr.  Diez  less.  P  39-40):  orezzo 
Greggio  soffio  d'aria  fresca,  luogo  ombroso  ed  aereato,  fragranza; 
e  ri'zzo^  coi  due  primi  significati  di  orezzo  oreggio  e  con  quello 
di  'freddo'  'bujo',  'mandare  al  rezzo'  =  uccidere.  —  Un'altra  coppia 
abbiamo  in  orpzza  orezzo,  e  b-rezza  con  b  prostetico,  o  piut- 
to'sto  da  a-urczza  vrezza,  cfr.  Diez  less.  P  84. 

Epitaphium:  epitafìo  epitaffio  iscrizione  sepolcrale;  e  pi- 
taffio  un'iscrizione  qualunque,  e  per  lo  più  burlesca. 

Epithé  ma  (2-'9r,ax):  epitèma  eplttima  fomento;  e  pittima  an- 
che 'uomo  taccagno',  'persona  nojosa',  che  quasi  sta  attaccata 
addosso. 

Haeraatites:  ematite  amatita  il  minerale;  e  matita  il  toc- 
calapis. 

Idioticus:  idiòtico  ebete;  e  zotico  rozzo. 

Obliquus:  obbliguo;  bieco;  e  sbieco.  Cosi  il  Diez,  less.  IP  li. 

Olid-ia-re  da  olidus  odoroso  (Flech.  IV  375):  olezzare  msm- 
dare  buon  odore;  e  lezzare  mandare  odor  cattivo.  -  Dai  due 
verbi  i  sost.  :  olezzo  e  lezzo.  —  Il  Diez,  less.  IP  42,  partiva 
per  queste  voci  da  una  base  oletio-  analoga  ad  aiiritio-  da 
aura  ;  ma  lo  zz  sonoro  esclude  questa  base,  tanto  nell'uno  quanto 
nell'altro  caso. 

Umbilicus:  umbilico  ombelico  ombiltco;  e  bollico  che  manca 
dei  traslati  di  umbilico  ecc.  —  Bilico  ha  la  stessa  base,  ma  ne 
viene  attraverso  bilicare,  cfr.  il  n.  127. 

Exagium:  esagio  'peso  d'una  dramma  e  mezzo'  (Fanf.);  e 
saggio  prova,  esame,  Diez  less.  P  362.  Exagium  disse  per  i 
latini  stima,  peso,  e  il  peso  della  sesta  parte  di  un  'solidus'. 

Excavatio:  escavazione  terra,  degli  idraul.  'scavo'  'spurgo 
de' fossi  e  de' canali',  e  lo  scavare;  e  scavazione  lo  scavare. 

Expedi  re:  especlire  mandare,  spacciare,  sciogliere;  e  spe- 
dire mandare,  spacciare.  —  Similmente  da  expeditus:  espe- 
clifo,  e  spedito  che  dice  anche  'dato  per  morto'. 

Explanare:  esplanare  dichiarare,  render  piano  e  accessi- 


*  Lo  zz  di  rezzo  è  segnato  dal  Fanf.  sonoro  nel  Voc.  it. ,  e  sordo  nel  Voc. 
pr.  tose. 


Allòtropi:  Accid.  fon.  generali,  Aferesi.  393 

bile  all'intelletto;  e  spianare  render  piano  materialmente,  ab- 
battere e  ridurre  al  piano. 

Exponere:  esfonere  csiiorre  metter  fuori,  dichiarare;  e 
sporre  anche  partorire.  —  Similmente  da  exponens:  esponente 
che  echi  espone,  e  terni,  di  calcolo;  e  sponente.  -  Da  exposi- 
tus:  esposto  anche  sost.  cosa  esposta,  fanciullo  abbandonato; 
e  sposto  prtc.  -  Da  expositio:  esposizione  mostra,  dichiara- 
zione; e  sposiz4one  dichiarazione,  commento. 

Expressus:  espresso  prtc.  e  sost.  'uomo  mandato  a  posta 
per  portar  qualche  cosa';  e  spresso  prtc. 

Expurgare:  espurgare  nettare,  e  si  dice  specialmente  di 
libri  dai  quali  si  escludano  errori  o  sconcezze;  e  spurgare  che 
propriamente  vale  liberarsi  dal  catarro  o  da  altra  materia  in- 
comoda che  aderisca  alle  fauci,  Tomm.  4000. 

Exstirpare:  estirpare  distruggere  fino  dalle  radici,  esi  usa 
al  traslato  o  come  termine  scientifico;  e  stirpare  sterpare  sbar- 
bare, svellere. 

Extractus:  estratto  prtc,  e  sostant.  essenza,  sunto  ecc.; 
stratto  prtc.  cavato,  sost.  'libretto  ove  si  nota  checchessia  per 
ordine  d'alfabeto';  e  stratta  grande  strappata. 

Extraneus:  estraneo  di  fuori,  non  appartenente  a  una  data 
cosa;  stranio  stràngio  straniero;  e  strano  straniero,  e  comu- 
nera.  straordinario,  fuori  del  comune. 

Extravagans:  estravagante  agg.,  e  sost.  una  costituzione 
pontificia  raccolta  nel  corpo  canonico  dopo  la  compilazione  dei 
decretali;  e  stravagante  agg.  bizzarro,  strano. 

De-scendere:  discendere  venir  giù,  provenire,  e  far  calare 
(fr.  descendre)]  e  scendere  sempre  intransitivo,  e  senza  traslati. 
-Da  descensa-:  discesa;  e  scesa,  che  dice  anche  'catarro'. 

De-struere:  distruggere  ridurre  al  nulla,  disfare,  e  come  rifl. 
att.  liquefarsi;  e  struggere  distruggere,  liquefare,  struggersi 
liquefarsi,  desiderare  ardentemente,  cfr.  Diez  less.  IP  72. 

Dis-barcare-:  disbarcare  trar  di  barca,  uscir  di  barca;  e 
sbarcare  disbarcare,  anche  scendere  dalla  carrozza,  e  passar- 
sela, vivere. 

Dis-car  ricare-:  discaricare;  %  scaricare,  che  dice  anche  spa- 
rare un  fucile  0  altra  arma  da  fuoco.  -  Dai  verbi,  i  sostan- 
tivi: discàrica  discarico:  e  scàrica  scàrico.  Per  la  differenza 


394  Gaudio, 

di  significato  fra  discarico  e  scarico,  v.  Tomm.  2261.  -  Il  fr.  de- 
chargcr  dàchargc,  a  cui  non  sta  dallato  un  écharger  ecc.,  mo- 
stra che  anche  il  nostro  scar.  è  da  discar. 

Dis-cernere:  discernere  distinguere,  riconoscere,  e  riguarda 
l'intelletto;  e  scernere  scegliere,  e  riguarda  l'atto;  cfr.  To.mm. 
1395-G. 

Dis-cludere:  dischiudere;  e  schiudere  in  quanto  dice  an- 
ch'esso 'aprire'  'spiegare';  schiudersi  sbocciare.  Ma  il  fr.  éclore 
(DiEZ  less.  I''  124-5)  farebbe  credere  che  schiudere  in  quest'ul- 
timo significato  sia  da  ex-cludcre,  dal  quale  certamente  è  schiu- 
dere 'rimuovere'  'escludere'. 

Dis-cooperire:  discoprire;  e  scoprire  che  ha  più  sensi  tra- 
slati, cfr.  ToMM.  1234. 

Dis-d ignari:  disdegnare;  e  sdegnare  sprezzare,  sdegnarsi 
montar  in  collera,  —  Dai  verbi,  i  sost.:  disdegno  sprezzo,  e  sde- 
gno ira. 

Dis-fidare-;  disfidare  chiamare  l'avversario  a  battaglia;  e 
sfidare  (Diez  less.  P  154)  d'uso  più  comune  e  con  accezioni 
speciali  ;  'sfidare  uno'  =  'pronosticare  disperata  la  sua  guari- 
gione'. Dalla  stessa  base  è  anche  diffidare  non  aver  fiducia,  e 
intimare.  —  Similmente:  disfidato  prtc.  'provocato';  diffidalo 
spacciato  dai  medici;  e  sfidato  provocato,  spacciato,  uomo  che 
non  si  fida,  cfr.  Tomm.  2348.  —  Da  disfidare  e  sfidare,  i  sost. 
disfida,  sfida,  e  il  fanciullesco  spida  sospensione  del  gioco 

Dis-formare:  disformare  difformare;  e  sformare  con  valore 
meno  intenso,  Tomm.  1342  1352. 

Dis-legalis:  disleale;  e  sleale  che  dice  meno. 

Dis-locare:  dislocare;  dislogare  che  è  anche  il  contrario 
di  allogare,  appigionare;  e  slogare  che  si  dice  quasi  esclusi- 
vamente delle  ossa. 

Dis-montare:  cZ/5monte>*e  scendere;  e  smontare  scendere, 
perdere  la  vivacità  del  colore,  'smontare  una  macchina' =  scom- 
porla pezzo  per  pezzo. 

Dis-mittere:  dismettere  cessar  per  sempre;  e  smettere  ces- 
sare a  un  tratto,  Tomm.  1992. 

Dis-pactiare-  (cfr.  Diez  less.  I'  299):  dispacciare  cavar 
d'impaccio;  e  spacciare  dar  la  via,  spedire.  —  Da  un  dis-pi- 
ctiare-  sostanzialm^^nte  identico  con  dis-pactiare  (cfr.  impac- 


AUdlioid:  Accid.  fon.  generali,  Aferesi.  395 

d'are  e  impicciare),  ricavato,  cioè,  da  dis-pictus  per  dis-pactus, 
sono:  dispicciare  spedire,  mandare;  e  spicciare  sbrigare  — 
Da  dispacciare  e  spacciare,  i  sost.  dispaccio  e  spaccio. 
Dis-piacere:  dispiacere  vb.  e  sost.;  e  spiacere  vb. 
Dis-sipare:  dissipare,  are.  discipare,  disperdere  i  proprj 
beni;  e  are.  scipare,  ora  sciupare,  rovinare,  conciar  male.  L'^t 
di  sciiip.  è  già  nel  lat    dissiipare,  Diez  less.  IP  65. 

Deli  ci  a:  delizia;  e,  secondo  il  Diez  (less.  IP  41),  lezio,  are. 
lezia,  vezzo  affettato  e  eccedente*.  -  Similmente  da  deliciosus: 
delizioso;  e  lezioso  attoso,  smancevole,  anticamente  anche  pre- 
zioso (ToMM.  Diz.  it.).  -In  lezio  lezioso  il  de-  potè  cadere  però 
che  si  credesse  vedervi  la  prep.  de,  cfr.  Arch.  I  530,  e  trev.  a 
stin  =  a  destino,  a  caso. 

Infans:  infante  bambino,  il  principe  ereditario  di  Spagna'; 
e  fante  uomo  a  pieli.  servitore,  D[Ez  less.  II''  27- 

Rotundus:  rotondo  ritondo  agg. ,  rotonda  anche  sost.;  e 
tondo  agg.,  e  sost.  piattello.  -  Rotundus  passò  prima  in  ritondo 
(cfr,  tose,  rimore  ecc.  =  rumore,  Arch.  II  453  n),  però  che  il  ro- 
vi fosse  scambiato  col  ro-  da  re  di  rovistare  [revis.)  e  sim.; 
quindi  il  re-  fu  abbandonato  come  prefisso  indifferente. 
Secessus:  secesso;  e  cesso,  Diez  less.  IV  20. 
Verecundia:  vergogna  n.  46;  e  gogna,  secondo  il  Diez, 
less.  IP  36.  Ma  Vo  di  gogna  daccanto  all'o  di  vergogna,  e  il 
significato  di  'cerchio  o  collare  di  ferro',  'catena',  non  favori- 
scono la  spiegazione  del  Maestro.  Quando  essa  si  reggesse,  la 
perdita  del  ver-  andrebbe  cercata  nell' illusione  che  vi  si  avesse 
ver  da  versus  o  verus. 

Qu inquina-:  cinquina;  e  china  doppio  cinque  al  gioco  dei 
dadi,  cfr.  Flech.  II  261  n.  Il  Tomm.,  Diz.  it.,  vi  scorge  un  quina-, 
sing.  di  quini. 


*  Non  vedo,  veramente,  perchè  lezio  lezia  s'abbia  a  staccare  da  illiciura 
il  liei  a.  Il  significato  vuole  manifestamente  che  questa  combinazione  si  man- 
tenga, e  l'aferesi  n'è  insieme  spiegata  in  modo  più  facile  e  ben  più  sicuro. 

G.  I.  A. 

'  Quest'uso  spagnolesco  è  tra  noi  fino  dal  sec.  XIII.  Nic.  Specialis,  siciliano, 
scrive:  'anno  domini  1295  Bonifacius  pontifex,  Fredericum,  tunc  vocatum  in- 
fantem,  lacobi  regis  fratrem,  magnis  Jani  sollicitatum  pollicitis,  Roman  vocat.' 
^luRAT.  Ss.  X  961  a. 


396  Caaello, 

Zinzilulare:  zinzihdaì^e  fare  ì\  verso  della  rondine;  e  zir- 
lare il  fischiare  de' tordi,  Diez  less.  P  451. 

Ibi:  ivi:  e  vi  con  senso  avverbiale  meno  spiccato,  anzi  tal- 
volta usato  pleonasticamente.  Vi  avv.  s'è  poi  venuto  a  confon- 
dere con  ve  vi  scorcio  di  voi  enclitico  o  proclitico,  come  in 
più  scuole  italiane  da  piìi  anni  s'insegna,  e  or  v.  Caix  Giorn. 
di  fil.  rom.  I  43-4. 

Inde:  indi  avv.;  e  ne  avv.  atono  con  valore  meno  spiccato. 
Ne  da  inde  s'è  poi  venuto  a  confondere  con  ne  da  7ioi,  cfr.  'ibi' 
qui  sopra. 

Ille:  egli  pron.;  e  il  art. —  Similmente  da  illa:  ella  pron., 
e  la  pron.  ed  art. 

Leb etico-,  da  lebes  (cfr.  Diez  less.  IP  41):  lavaggio  specie 
di  pentola,  vaso  da  tenervi  il  fuoco;  e  veggio  col  secondo  signi- 
ficato. Qui  il  la-  potè  cadere  in  due  volte,  ottenendosi  prima  Va- 
veggio  come  V  usignuolo  da  lusciniolo-,  e  poi  veggio  come  in 
moroso  da  amoroso. 

Larabicare-  (voce  greco-arab.,  cfr.  Diez  less.  P  241):  larn- 
biccare  passare  per  il  lambicco,  esaminare  attentamente,  lam- 
biccarsi il  cervello  'sottilizzare',  'fantasticare';  e  beccare  in  bec- 
carsi, 0  beccarsi  il  cervello  'fantasticare'.  L'aferesi  non  vi  è 
più  forte  che  in  dulia  da  fanciulla  =^  ini  a.  ni.,  e  sim." 

11.5.  Metatesi.  Può  essere  semplice  o  doppia:  a)  semplice,  quando  una  sola 
consonante,  per  norma  una  liquida,  scambia  il  suo  posto  colla  vocale  cui 
era  attigua;  /5)  doppia,  quando  due  consonanti  d'una  stessa  sillaba,  o  di  sil- 
labe diverse,  scambiano  il  loro  posto:  il  fenomeno  ha  luogo  più  facilmente 
quando  almeno  una  delle  due  consonanti  sia  liquida;  in  due  casi  però  esso 
avviene  anche  fra  esplosive.  Ne  abbiamo  dodici  gruppi  d'allòtropi. 

Kr  ira  man  a.  a.  ted.:  ghermire  afferrare,  artigliare,  Diez  less, 
IP  37;  e  gremire  che,  secondo  il  Fanf.  direbbe  lo  stesso  di 
'ghermire'  e  secondo  il  Tomm.  (Diz.  it.)  'riempiere';  cfr.,  per  la 
evoluzione  ideologica,  fitto,  da  fìggere,  che  dice  'conficcato'  e 
'spesso',  'folto'.  "■■^^' 


*  [E  cooperava  beccare^  quasi  si  trattasse  di  un  insistere  col  becco,  d'un 
'rodersi'  il  cervello.  Anzi  si  direbbe  piuttosto  un  toccarsi  e  confondersi  di 
due  parole  diverse,  che  non  una  vera  allotropia.] 

**  Ma  altro  è  'ghermire',  altro  è  •ficcare"stipare'(fictus  fixus,  fitto  fisso, 
spesso,  molto};  o  gremire  gremirsi  e  gremito,  in  quanto  dicano  'riempiere, 
riempiersi,  e  folto',  vanno  sicuramente  staccati  da  ghermire.         G.  I.  A, 


Allòtropi:  Acciiì.  fon.  generali,  Metatesi.  397 

Urguol-t  a.  a.  ted.:  orgoglio  are.  argoglio;  e  rigoglio,  Diez 
ìess.  P  29G. 

A  n  bela  re:  anelare  tirare  il  fiato  lungo,  aspirare  moralmen- 
te; e  l'are,  alenare  tirar  il  fiato.  —  Da  alenare  ì  due  sostan- 
tivi allotropici:  alena  anelito,  ansima;  e  lena  antic.  anelito,  ora 
forza,  vigore. 

Gluton-er-ia-,  da  gluto:  ghiottoneria  avidità  di  cibi  deli- 
cati; e  ghiottornia  cibo  o  cosa  gbiotta,  v.  Flech.  IV  377. 

Leecon-er-ia-,  dal  ted.  lecken  (cfr.  Diez  less.  P  246):  lecco- 
neria  golosità;  e  leccornia  cibo  ghiotto,  Flech.  1.  e. 

Cu  lei  tra  e:  coltre  coperta  da  letto;  e  cgltrice  materazzo. 
Per  il  plurale  passato  a  fungere  da  sing.,  v.  il  n.  122. 

Cumulus:  cumulo;  e  rauccìdo,  Storm  IV  391.  Fa  specie  tut- 
tavia Vu  da  lat.  u  (cfr.  in-gomhro)  in  voce  di  forma  popolare 
com'è  mucchio.  Ma  probabilmente  mucchio  altro  non  sarà  che 
il  letter.  cumulo,  il  cui  u  seriore  entrava  nella  voce  popolare 
a  far  serie  cogli  u,.  —  Diversamente  spiega  mucchio  il  Diez,  less, 
IP  49. 

Biroufan  a.  a.  ted.:  baruffare,  Diez  less.  P  360;  e,  seconda 
il  Caix  St.  d'etim.  138,  anche  rabbuffare,  in  quanto  dice  'scom- 
pigliare' 'disordinare'. 

Supercilium:  supercilio  sopracciglio;  e  cipiglio  increspa- 
mento della  fronte,  guardatura  d'adirato,  Caix  St.  d'et.  101-2. 
Scorcio  di  cipiglio  sarebbe,  secondo  il  Caix  1.  e,  piglio  aspetto 
severo  e  cruccioso.  Ma  vi  sarà  stata  probabilmente  influenza 
dell'altro  piglio  da  pigliare. 

Spathulo-,  da  spathula  n.  59:  spalto  'quel  terreno  sgom- 
bro da  qualunque  impedimento,  che  circonda  la  strada  coperta 
0  la  controscarpa,  e  dall'estremità  superiore  del  parapetto  o 
della  controscarpa  va  ad  unirsi  alla  campagna  con  dolce  pen- 
dio' (ToMM.  Diz.  it.),  cfr.  sp.  espalto  (antiquato)  = 'esplanada'; 
e  spaldo  sporto,  ballatojo  in  cima  alle  torri  o  alle  mura,  vallo, 
cfr.  sp.  espaldon  'valla  artificial  de  altura  y  cuerpo  correspon- 
diente  para  resistir  y  detener  el  impulso  de  algun  tiro  o  rechazo, 
lat.  agger'  (Die.  Acd.).  Rispetto  all'evoluzione  ideologica  di  spaldo 
e  spalto  da  spathulo-,  masch.  di  spathula  'spalla',  basterà  osser- 
vare che  spalla  stesso  ha  un  significato  molto  vicino  a  quello  di 
spalto,  e  che  da  'spalla'  'sostegno'  era  facile  venire  a  spaldo 

Archivio  gloUol.  ital.,  III.  27 


398  Caaello, 

'aporto'  'ballatojo'  ecc.  Rispetto  all'evoluzione  fonetica,  ci  si  pre- 
senta subito  il  sospetto  che  le  due  nostre  voci  vengano  di  Spa- 
gna, dov'è  normale  la  metatesi  di  d'I  in  Id  (cfr.  espalda  tilde 
rolde,  come  quella  di  ìi'r  in  r?i  {ticrno  tenero  ecc.)'.  Una  ri- 
duzione nostrana  di  d'I  VI  a  Id  vede  tuttavolta  il  Caix,  St.  d'et. 
52  82,  in  hiroldo  'salsicciotto',  daccanto  a  harocchio  'salsicciotto' 
e  'treccie  avvolte  al  capo',  tutti  e  due  da  bis-rotulus. 

Stagnare:  stagnare;  e  stancare,  Diez  less.  I'  397-8,  cfr. 
Flech.  Ili  147. 

Fracidus:  fràcido;  fràdicio  con  traslati  che  non  ha  o  più 
non  ha  fràcido,  Tomm.  500  507;  e  frazio  'odore  spiacevole  spe- 
cialmente di  cose  mangerecce',  Caix  st.  d'et.  108.  Per  lo  z  sonoro, 
e  non  sordo,  come  si  attenderebbe  da  é,  v.  Flecii  III  325-6  n.  2. 

Sucidus:  sùcido;  sudicio;  e  sozzo  da.  sud' ciò,  v.  Flech.  1.  e. 

116.  Epentesi.  Danno  occasione  ad  allòtropi  sedici  casi  di  epentesi,  ora  di 
Tocali  (t  e),  ora  di  consonanti  {r  n  l  b  d).  La  qualità  del  suono  che  viene  im- 
messo nella  parola  è  sempre  determinato  dalla  sua  affinità  coi  suoni  attigui. 

Chris  ma:  crisma  l'olio  consacrato;  e  cresima  cresma  il  sa- 
cramento. Notevole  in  questa  voce  ecclesiastica  l'^per  ^  da  2  in  pos. 

Phantasma:  fantasma;  e  fantasiyna  che,  come  vuole  la  sua 
forma  popolare,  non  ha  l'accezione  filosofica  di  'fantasma'. 

Asthma:  asma  asima  specie  di  malattia;  e  ansima  (con  in- 
fluenza di  ansia)  passaggera  difficoltà  di  respiro. 

Cifr  voce  arab.  (cfr.  Diez  less.  P  126):  cifra  numero  grosso, 
scrittura  segreta;  e  cifera  coli' ultimo  significato. 

Mitra:  mitra  mltria  il  berretto  episcopale;  e  m'itera  mitra, 
un  berrettone  di  carta  che  si  metteva  in  capo  ai  condannati, 
e  quindi  'uomo  da  forca'. 

luxta:  giusta  avv.,  voce  dei  lett.  ;  e  giostra,  Diez  less.  P  210. 
Ma  probbailmen te  p^'os?r«  non  viene  direttamente  da.  juxia,  bensì 
attraverso  giostrai^e. 

Caelestis:  are.  celesto^er  'celeste";  e  cileslro  color  di  cielo. 

Aditus:  àdito  accesso;  e  àndito  androne,  cfr.  gombito  da 
cubito,  rendere  da  reddere. 


*  Il  Diez,  less.  IF  68-9,  ravvicina  dubbiosamente  spaldo  e  spalto  al  ted.  spalc, 
come  già  avea  fatto  il  Blanc  (Voc.  dant.).  C.  Michaei.is  (Studien  p.  70)  iden- 
tifica invece,  senz'altro,  spalto  (forse  in  quanto  dice  pavimento;  con  asphaltur^. 


Allótroj-'i  ;  AcciJ,  fon.  generali,  Epeutosì.  30% 

Flaccus:  fiacco  agg.;  e  fianco  quasi  la  parte  più  debole  del 
•corpo,  secondo  la  spiegazione  del  Diez,  loss.  P  177. 

Encaustura:  encàusto;  e  inchiostro,  Diez  less.  P  236.  La 
doppia  epentesi  di  l  ed  r  (enc-l-ost-r-o)  è  dovuta  probabilmente 
all'influenza  di  claiistrum  chiostro,  il  luogo  dove  nel  medio  evo 
s'era  rifugiata  l'arte  dello  scrivere ''.  -  L'ant.  it.  ha  incosto  che 
il  Fanf.  battezza  alla  lesta  per  corruzione  à' inchiostro. 

Facula:  facola  terna,  astron.;  fiàccola  (da  facula);  e  l'are. 
fai  cola  face,  candela. 

Rememorare:  rimemorare  richiamare  alla  memoria;  e  ri- 
nieinbraiyi  (da  remeni'rare)  ricordare. 

Simulare  similare:  similare  simulare;  e  sembrare,  Diez 
Itìss,  P  377-8  e  Asc.  II  406-7.  —  Molte  coppie  d'allòtropi  danno  i 
derivati  paralleli  e  i  composti  di  questi  verbi,  quali:  simulante,  e 
sembiante  prtc  e  sost.;  assimilare,  e  assembrare  ecc  Cfr.  p.  31 1. 

Opaous:  opaco  agg.;  e  òmbaco  sost.  luogo  a  tramontana, 
luogo  ombroso,  ombra,  v.  Flech.  II  4. 

Fehu  a.  a.  ted.,  longob.  -fu  (Diez  less.  P  ISO-Sl):  fio  che 
anticam.  disse  anche  'feudo'  'tributo',  ed  ora  significa  'pena'  nella 
frase  'pagar  il  fio'  ;  e  fèudo. 

Clavus:  are.  cluvo  chiavo  cliiovo  (da  clau-o);  e  chiodo  (da 
chio-o)  con  sensi  traslati  cho  mancano  alle  forme  arcaiche,  p.  e. 
chiodi  'debiti'. 

117.  Prostesi.  Dà  occasione  ad  allòtropi  la  prostesi  di  s,  difficile  per  lo 
prìi  a  distinguere  dal  s-=-ex;  e  quella  di  a-.  Sei  gruppi  d'allòtropi. 

Cocio  -nis:  co'zzone  sensale  di  cavalli;  e  scozzone  chi  doma 
cavalli  ;  v.  Diez  less.  I'  144,  che  in  scozzone  vede  un  composto 
con  ex. 

Pilorcio-  (da  pillisi):  'pilorcio  avaro,  pilorci  ritagli  di  pelle 
che  si  adoperano  come  concime  (Fanf.);  e  spilorcio  taccagno. 


*  È  un'ipotesi  n>olto  graziosa,  ma  non  aKro.  Tutti  sappiamo  «he  il  passar  di 
-sto  ecc.  in  -stro  ecc.  è  quasi  un  vezzo  di  lingua  italiana:  balista  bale- 
stra ecc.  Quanto  poi  all'epentesi  del  l  {encos-  enclos-)^  c'entrerà  veramente 
claud  claus-tro;  raa  non  per  il  vincolo  civile  che  sia  fra  il  'chiostro'  e  T'in- 
chiostro"; bensì  per  l'influsso  fonetico  che  la  frequentissima  forma  o  ridu- 
zione radicale  claud-  ciuci-  claus-  clus-  esercita  sopra  vocaboli  di  etimologia 
non  chiara  per  il  volgo,  nei  quali  sia  il  nucleo  citrf-  cits-  caus-.  Cosi  avviene 
che  ine  u due  incunne  tMcwmne  (v.  p.  3G9n,  e  Arch.  II  432n)  diventi  includae, 
re    enclume,  cat.  enchtsa.  G.  J.  A. 


400  Canelio, 

Portello-:  portello;  e  sportello. 

Quadri] s:  quadro  -«;  e  squadro  -a. 

Lares:  laìH  gli  dei  domestici,  la  casa;  salari  (con  influenza 
di  ala),  tose,  arali,  i  capifuoco. 

Laurus:  lauro;  e  alloro  (l'alloro  =  la-loro  =  illa-laurus).  Lau- 
ro entra  in  espressioni  dotte,  come  lauro  ceraso,  lauro  cas- 
sia ecc.,  nelle  quali  alloro  non  starebbe;  e  viceversa  alloro  in 
frasi  popolari,  dove  non  potrebbe  essere  surrogato  da  lauro. 

118.  Apocope.  Intacca  specialmente  il  de  finale,  cfr.  bontà  citta,  dove  tut- 
tavia ci  può  essere  stata  influenza  dei  corrispondenti  nominativi  bontà-  citta- 
da  bonitas  civitas,  Asc.  II  438.  In  altre  voci,  che  si  usano  procliticamente» 
l'apocope  è  solo  apparente.  Nove  casi  d'allotropia. 

Merces  -edis:  mercéde  premio,  compenso;  e  mercé  grazia 
(cfr.  merce-iua  merce-mìa  ecc.). 

Fides:  fede\  e  fé  (cfr.  af-fe-mia  af-fe-di-Bio,  ecc.),  che  manca 
di  parecchi  significati  traslati  di  'fede',  p.  es.  fede,  e  non  fé, 
di  nascita  ecc. 

Pes:  piede  sost.;  e  pie  che  s'adopera  in  frasi  avverbiali.  Il 
-de  sarà  forse  imprima  caduto  nelle  combinazioni  proclitiche, 
come  appie-del-mònte  ecc. 

Classicus  clàssico  agg.  e  sost.;  e  chiasso  rumore,  attrav. 
il  prov.  clas,  Diez  less.  P  124.  Ma  l'apocope  sarà  solo  apparente,, 
dovendosi  classico  normalmente  ridurre  in  Francia  a  clas- 
si-o  class]  clas. 

Sanctus:  santo  agg.  e  sost.;  e  san  agg.  In  questo,  e  negli 
esemplari  che  seguono,  è  affatto  chiaro  che  l'apocope  sia  solo 
apparente.  In  Santo-Pietro  ecc.  è  caduto  prima  l'o  protonico, 
cfr.   n.  26,  e  dovette  quindi  tacere  anche  il  t. 

Soror:  suora,  are.  suoro,  sorella,  monaca  ;  e  suor,  proclitico, 
monaca. 

Frater:  frate  (che  può  essere  tanto  da  frater  quanto  da 
fratre-,  cfr.  deretano  da  retro)  fratello;  monaco;  e  fra.,  pro- 
clitico, monaco.  Cfr.  il  n.  2. 

Pre  sbyter:  prete,  are.  preite  priete,  sacerdote,  e  una  spe- 
cie di    scaldaletto;  e  pre,  proclitico,  prete. 

Magis:    mai;  e  ma,  congiunz.  proclitica,  cfr.  Diez  less.  P  259- 

119.  Sdoppiamento  e  raddoppiamento  di  consonanti.  I  cinque  casi  che 
d  anno  occasione  ad  allòtropi,  mal  si  possono  ridurre  a  categorie  determinate. 
Palli  um:  pallio   il  mantello  degli  antichi  Greci  e  Romani  e 


Allòtropi:  Accid.  foa.  generali,  Sdoppiam.  e  Raddopp.  401 

il  mantello  pontificale;  e  palio  il  panno  o  bandiera  che  si  dona 
ai  vincitori  delle  corse  equestri,  e  la  gara  alla  corsa.  Palio  par 
voce  semi-letteraria,  con  l  scempiato  dal  popolo. 

Co  Ila  ti  o:  collazione  conferimento,  raffronto,  conferenza;  « 
colazione  colezione  colizione  il  mangiar  leggermente  che  si  fac- 
cia fuori  del  pranzo  e  della  cena.  Secondo  il  Littré  (dict.  s.  col- 
lation,  2),  collatio  sarebbe  stata  dapprima  una  'conferenza'  che 
i  frati  facevano  la  sera,  dopo  la  quale  prendevano  qualche  rin- 
fresco; e  tanto  il  fr.  collation  (\nd,nio  ì\  nostro  collazione  (e  non 
colazzone)  hanno  forma  non  popolare,  qual'era  da  attendersi  in 
una  voce  uscita  da' conventi.'  —  Abbiamo  anche  collazionare 
rafrontare,  dacc.  a  colazionare  far  colazione. 

Birr-ett-ino-  (cfr.  Diez  less.  P  62  94):  berrettino  piccolo  ber- 
retto, e  agg.  bigio,  malizioso;  e  berettino  agg.  bigio  ecc. 

Brutus:  bruto  agg.  grossolano,  brutale,  e  sost.  animale;  e 
brutto.  Il  raddoppiamento  qui  è  normale,  come  in  venni  legge  da 
veni  lège-  e  serve  a  compensare  la  lunghezza  originaria  della 
vocale. 

Agio-  (d'  etimo  incerto):  agio;  e  aggio, onde  il  fr.  agio  agiot, 
Djez  less.  P  10.  È  però  singolare  questo  gg. 

120.  Vocali  assorbite  e  fuse.  In  due  casi  la  vocale  più  forte  assorbe 
la  più  debole,  in  un  altro  le  due  vocali  danno  origine  a  un  suono  intermedio. 

Aerea:  aerea  agg.;  ed  aria  sost.  -  L'accento  sembra  op- 
porsi recisamente  a  questa  spegazione  di  aria,  già  proposta  dal 
Diez  less.  P  7;  ma  bisognerà  supporre,  che  aere-  si  fosse  già  ri- 
dotto ad  are'y  prima  di  ricevere  il  suff.  -ìa\  e  cosi  si  spiegherebbe 
anche  il  perchè  ci  manchi  la  riduzione  che  sarebbe  voluta  da  un 
a[e]rea  d'antica,  età  [ara  o  aja).  Ne  resulterebbe  però  che  aria 
consti  della  stessa  materia,  ma  pur  non  sia  coevo  di  aerea. 

Brogilo-  broilo-  (Diez  less.  P  88):  brolo;  e  broglio. 

Tram  a.  fr.  (cfr.  Diez  less.  P  42 1  )  ;  tràino;  e  treno  (fr.  mod.  train). 


'  La  mancanza  d'un  ital.  collazione  merenda,  e  la  quasi  costante  grafia 
fr.  ant.  colation  per  collation  colazione,  fa  sorgere  il  sospetto  che  l'etimo 
vero  sia  colatione-  quasi  brodo,  zuppa,  cfr  fr.  souper  da  soupe.  Più  tardi  i 
frati,  specialmente  in  Francia,  avrebbero  confuso  colatio  con  collatio  confe- 
renza, però  che  le  due  cose  si  facessero  consecutivamente. 

-  Esiste  realmente  un  ant.  ital.  are;  Dante,  Vita  nuova,  cap.  xxiii:  Radergli 
augelli  volando  per  l'are'.  (Nel  Diz.  it.  del  Tomm.  si  cita  questo  luogo,  ma  con 
J'erronea  indicazione:  V.  N.  cap.  28.) 


403*  Caneiro'» 


VI.  Saggio  di  allòtropi 

DOVUTI    A    RAGIONI    MORFOLOGICHE. 

Oltre  gli  allótrojii  fiu'ora  discorsi,  altri  no  abbiamo,  che,  pur  non  rispon- 
dendo esattamente  alla  nostra  definizione  (p.  298),  non  pare  si  possano  esclu- 
dere del  tutto  dal  nostro  studio.  Si  tratta  di  tali  coppie  di  parole,  che  noa 
risalgono  veramente  a  un'unica  forma  d'una  data  base,  ma  bensì  a  due  di- 
verse sue  forme,  le  quali  dipendano  o  dall'antica  sua  flessione  o  da  nuovi 
impulsi  analogici  e  ideali.  Di  questa  specie  di  allòtropi  imperfetti,  ci  con- 
tentiamo di  dare  un  qualche  saggio. 

121.  Passaggiodalla  terza  al)a  prima  o  alla  seconda  deeliuazione. 
Il  motivo  di  questo  passaggio  è  per  lo  più  doppio.  In  primo  luogo,  ai  sost. 
e  agg.  maschili  delia  seconda  veniva  dal  gran  numero  la  forza  di  attrarre 
nella  loro  analogia  i  maschili  della  terza;  e  similmente  la  gran  serie  dei  fe- 
minili  della  prima  attraeva  nella  sua  analogia  i  feminili  della  terza.  In  secondo 
luogo,  sostituendosi  all' -e  della  terza  V-o  o  ì'-a  della  seconda  e  della  prima, 
si  otteneva  una  più  sicura  determinazione  del  genere. 

Alacer  àlacre:  e  allegro. 

Caespes:  cespite;  e  cespita  specie  d'erba. 

Callis:  calle;  e  calla  callaja. 

Comes:  conte  cómitc;  e  còmito  il  comandante  della  ciurma 
navale. 

Con  sul:  cònsole;  e  consolo  comunem.  quello  delle  repubbli- 
che medioevali. 

Crinis:  crine;  crino  quello  de' cavalli,  preparato  per  usi 
industriali;  e  crina  la  cresta  (quasi  la  criniera)  de' monti. 

Fustis:  fusto;  e  fusta  specie  di  navilio,  Diez  less.  V  192. 

Glans:  glande  ghiande;  e  ghianda. 

Laus:  laude  lode;  e  lauda  loda.  Lodo  'collaudo'  è  novella- 
mente estratto  da  lodare. 

MoUis;  molle  agg.;  e  molla  sost. 

Nux:  noce;  e  nuca,  Diez  less.  P  292.  Ma  nuca,  più  facil- 
mente che  da  nuce-,  si  spiegherebbe  da  nux,  come  radica  da 
radia:,  v.  Asc.  II  435. 

Sors:  sorte;  e  sorta  qualità. 

Vestis:  veste;  e  vesta. 

122.  Forme  plurali  passate  a  fungere  da  singolari.  Si  tratta,  per 


Altótropi  imperfetti.  403 

Qorraa,  di  neutri  della  seconda  e  della  terza,  che  cosi  entrano  nell' analogia 
dei  femioili  della  prima;  v.  Diez  gr.  Il-'  23.  Si  hanno,  però,  anche  esempj  di  plur. 
maschili  della  seconda,  o  fem.  della  prima,  passati  a  funzione  di  singolare. 

C  la  US  t  rum:  claustro  chiostro;  e  chiostra. 

Ficum  :  fico;  e  fica. 

Folium:  foglio,  l'artificiale;  e  foglia,  quella  di  natura,  o 
sottil  lamina  di  metallo. 

Granum:  grano;  e  grana. 

Odium:  odio;  e  uggia  n.  49. 

Pomum:  pomo;  e  poma  mela  e  forse  testa  in  'poma  piatta' 
gioco  fanciullesco  d^tto  anche  'rimpiattino'. 

Spolium:  spoglio  n.  90;  e  spoglia. 

Velum:  velo;  e  vela. 

Mirabilis:  mirabile;  e  meraviglia. 

Mobil is:  mobile;  e  mobiglia,  onde  poi  anche  mobiglio. 

Ala:  ala  pi.  ale;  e  da  alae  il  sing.  ale,  pi.  aii.  Per  lo 
sottili  differenze  di  significato,  v.  Tomm.  4960-1. 

Hora:  ora;  e  da  horae  l'are,  ore  (sing.),  del  quale  pajon 
sussistere  le  tracce  in  ancore  tuttore  ancor  tuttor,  daccanto  ad 
uncora  ecc.  Tuttavia  era  possibile  che  ora  mutasse  il  suo  -a 
in  -e,  e  poi  lo  perdesse,  in  qualità  di  avv.  proclitico. 

Arma  (neutr.  pi.):  arma  anche  'insegna'  'blasone';  e  dal  suo 
pi.  arme,  il  nuovo  sing.  arme,  pi.  armi. 

Poma  (neutr,  pi.) :^oma  s.  fera.;  e  dal  suo  ^X.pome.,  il  nuovo 
sing.  pome  pomo,  e  un  ballo  contadinesco,  una  specie  di  lotta 
in  partita  che  si  faceva  a  Firenze. 

123.  Dietro  l'esempio  dei  molti  fem.  in  -a  ricavati  da  plur.  neutri  di  sin- 
golari in  -0,  che  in  ital.  sono  maschili,  altri  femiiiili  in  -a  si  sono  ricavati 
anche  da  nomi  di  qualunque  natura  uscenti  in  -o.  Per  un  ju-ocesso  inverso, 
s'ebbero  anche  pochi  casi,  in  cui  dai  fem.  in  -a  si  ricavarono  dei  maschili 
in  -0. 

Circulus:  cerchio  n.  58;  e  cerchia,  che  tuttavia  potreb- 
b' essere  anche  novellamente  ricavato  da  cerchiare. 

Fructus:  frutto;  e  frutta  i  frutti  che  si  portano  in  tavola. 
Il  pi.  'le  frutta'  farebbe  veramente  credere  che  il  sing.  frutta 
sia  da  un  fructa-  neutr.  pi.  di  fructum  per  fructus. 

Modus:  modo;  e  moda. 

Murus:  tnuro;  e  mura,  che  però  si  sarà  svolto  da  murus 
-come  frutta  da  fructus,  cfr.  il  pi.  'le  mura'. 


404  Cunello, 

Ramus:  ramo;  e  rama,  cfr.  'le  ramora'. 

Rhythrau  s:  ritmo  ritimo  \  e  rima,  cfr.  tuttavia  il  Diez,  less. 
V  351-2. 

Titio:  tizzo  stizzo;  e  stizza  rabbia,  quasi  animo  ardente, 
cfr.  Diez  less.  P  416. 

Vapor:  vampo,  'menar  vampo'  insuperbire;  e  vampa  fiam- 
mata, cfr.  Diez  less.  IP  78. 

Causa:  cosa  n.  24;  e  coso. 

Coxa:  coscia;  e  coscio  la  coscia  dell'animale,  preparata  per 
vendere  o  cuocere. 

Cuppa:  coppa;  e  coppo,  Diez  less.  P  138. 

124.  Talvolta  l'italiano  è  riuscito  a  distinguere  foneticamente  due  forme 
latine,  una  in  -us  e  l'altra  in  -um,  che  si  venivano  a  confondere  nel  basso- 
latino  d'Italia.  Tal  altra  l'italiano  riesce  a  divariare  due  basi  sostanzialmente 
identiche,  l'una  delle  quali  già  esisteva  nel  lat.  con  -mn  od  -its,  e  l'altra  le  è 
sorta  accanto  in  età  in  cui  il  neutro  e  il  maschile  non  si  distinguevano  più, 
cfr.  p.  304-5. 

Aquarius  aquarium:  aquario  acquaiolo;  e  acquajo. 

Apiarius  a  pia  ri  um:  apmjo  chi  ha  cura  delle  api;  e  aj9i(2- 
rio  alveare,  arniajo,  e  anche  apiajo,  cosicché  la  distinzione  non 
è  riuscita  che  a  metà.  Lo  stesso  si  dica  dell'esemplare  che  segue. 

Cellarius  cellarium:  cellario  cigliere  cantina,  celliere 
-i  -0  cantina,  dispensa;  e  cellajo  cantiniere,  ma  anche  cantina. 

Armarium  armario-:  armario  armadio;  e  armiero  fab- 
bricatore d'armi,  soldato. 

Leporarium  leporario-:  leporario  leprajo  parco;  e  le- 
vriero cane  da  lepri'. 

125.  Reliquie  della  flessione  per  casi.  Abbiamo  dei  casi  isolati,  come 
ogni  da  omnis,  daccanto  al  moderno  latinismo  omnibus  omnibus  *a  tutti'; 
egli  il  da  ille,  daccanto  a  loro  illorum;  e  sim.  Più  abondanti  sono  gli 
allòtropi  da  basi  di  sostantivi  imparisillabi  della  terza,  in  cui  l'un  termine 
riflette  il  nom.  o  nom.-acc.  sing.,  e  l'altro  una  forma  comune  che  risultava 
dal  conguagliamento  fonetico  dei  casi  obliqui  o  di  parte  di  essi;  vedine  Ascoli, 
II  434  segg.  Ma  solo  in  poche  di  queste  coppie  i  due  termini  vanno  distinti 


^  A  p.  308,  seguendo  il  Diez,  less.  P  248,  abbiamo  dato  per  latino  senz'altro 
un  leporarius;  ma  il  Diz.  lat.  non  ha  veramente  che  leporaria,  attributo  d'una 
specie  di  vite  (Serv.,  ad  Virg.  Georg.  2,  93).  Per  trovare  il  leporarius  'ha- 
senhund'  del  Diez,  bisogna  venire  alla  lex  sai.  che  ha  'canis  lep,'  (v,  Ducange- 
Henschei.  s.  canis). 


Allòtropi  imperfetti.  405 

anche  per  significato.  Citiamo:  cespo  e  cespite  da  caespes;  vampo  e  vapore 
da  vapor;  duolo  e  dolore  da  dolor. 

126.  Da  uno  stesso  verbo  si  estraggono  due  o  più  sostantivi,  che  si  distin- 
guono per  la  vocal  finale,  che  determina  il  genere,  ed  altrimenti. 

Gridare  {quiritare):  grido;  6  grida. 

Chiamare  [clamare)',  chiamo;  e  chiama. 

Chiappare  (cfr.  Diez  less.  IP  20  e  Caix  St.  d'et.  16):  chiappo 
guadagno,  presa;  e  chiappa  guadagno,  e  prominenza  deretana. 

Restare:  resto  avanzo;  e  7'esta,  della  lancia. 

Retinere:  ritegno;  e  rédina,  are.  rètina,  dei  cavalli.  — 
La  stessa  base  parrebbe  avere  la  retina  dell'occhio,  che  taluni 
proferiscono  rètina,  altri  retina.  Ma  questa  voce  apparisce  assai 
tardi  nell'italiano,  e  par  ricavata  da  rete,  e  collegata  poi,  per 
saccenteria  etimologica,  con  retinere. 

127.  Da  un  sost.  agg.  o  avv.  latino,  che  ha  il  suo  normale  riflesso  in  un 
sost.  agg.  0  avv.  italiano,  è  stato  derivato  un  verbo,  dal  quale  poi  si  estrae 
un  nuovo  sost.,  di  somma  fonetica  identica  a  quella  del  sost.  o  agg.  od  avv. 
primitivo,  V.  p.  298. 

Crotalura  crocchiare  (Diez  less.  IP  23):  crotalo;  e  croc- 
chio in  quanto  dice  Tumore  di  vaso  fesso'. 

Cura-rotulus  crollare  (Diez  less.  P  145):  crocchio  circolo, 
adunanza,  Caix  St.  d'et.  52;  e  crollo  scotimento,  rovina. 

Stridui  US  strillare  (Diez  less.  IP  72):  stridulo  agg.;  e 
strillo  sost.,  cfr.  n.  112. 

128.  Di  frequente  si  riproduce  nell'italiano  la  combinazione  che  già  c'era 
in  un  composto  latino,  il  quale  ha  pur  esso  nell'ital.  il  buo  continuatore. 

Commendare:  commendare;  e  comandare  (per  com-man- 
dare). 

Ex-primere:  esprimere;  e  spremere. 
Receptare:  ricettare;  e  ricattare. 
Acceptare:  accettare;  e  accattare. 


INDICE 

DEGLI  ALLÒTROPI  ITALIANI.' 


acacia  388. 
acchitarsi  317. 
accìajo  303. 
acciaro  303. 
acciuffare  379. 
acquietarsi  317. 
acro  370. 
acuto  370. 
adito  398. 
aerea  401. 
aggio  401. 
agio  401. 
agocchia  35 L 
agro  370. 
agucchia  35L 
aguglia  351. 
aguto  370. 
aja  303. 
ajuola  303. 
ajutante  331. 
aitante  331. 
alari  400. 
albeggiare  373. 
albicare  373. 
alece  317. 
alenare  397. 
alena  897. 
alice  317. 
alidezza  360. 
alidire  360. 


alido  360. 
alleanza  374. 
alleare  374. 
alleato  374. 
alleganza  374. 
allegare  374. 
allegato  374. 
alligare  374. 
alligato  374. 
alloro  400. 
alm^  329. 
alterezza  342. 
alterigia  342. 
amatita  392. 
ambiare  359. 
ambio  359. 
ambulare  359. 
ambulo  359. 
ammainare  321. 
ammenare  321. 
amoroso  391. 
anatomia  391. 
andito  398. 
anelare  397. 
angoscia  339. 
angoscioso  339. 
angustia  339. 
angustioso  339. 
anima  329. 
ansima  398. 


aasola  366. 
ansula  366, 
apparecchiare  353. 
apparigliare  353. 
apoticario  303. 
apozzima  391. 
aragna  391. 
araldo  337. 
arancio  391. 
aranea  391. 
arcajo  303. 
arciere  303. 
area  303. 
arena  316. 
areola  303. 
argentario  -a  303-4. 
argentiera  304. 
argentiere  -o  303. 
aria  401. 
aridezza  3G0. 
aridire  360. 
arido  360. 
aringo  323. 
arista  391. 
armentario  304- 
armentiere  304. 
arpare  376. 
arraffare  376. 
arrampare  376. 
arrappare  376. 


^  Sono  stati  esclusi  da  quest'indice  gli  allòtropi  inesatti,  e  tutti  quegli 
esemplari  la  cui  identità  etimologica  non  paja  sicura  o  per  lo  meno  grande- 
mente probabile.  Vanno  contraddistinte  con  asterisco  poche  coppie  che  nel  trat- 
tato furono  scordate. 


Indico  degli  allotropi  italiani. 


407 


articolare  351. 
articolo  351. 
artigliare  351. 
artiglio  351. 
ascenaa  366. 
ascesa  366. 
asciolvere  365. 
asinajo  304. 
asinario  304. 


asola  360. 
asolare  365. 
assemblea  311. 
assembrata  311. 
assolvere  365. 
astajo  307. 
astario  307. 
astuccio  347. 
atomo  335. 
attillare  354. 
attimo  335. 
attitolare  354. 
attonito  391. 
aura  328. 
auricula  351. 
avale  334. 
aversiere  803. 
avversario  -a  303. 
azienda  363. 
azzuffare  379. 

bacajo  304. 
bachiero  304. 
bacchio  351. 
baculo  351. 
bagagliajo  304. 
bagagliere  301 
baggiolo  335. 
bajalo  335. 
balestra  321. 
balestrajo  304 
balestriere  304. 
balio  335. 
balista  321. 
balla  381. 
bambioaja  301 


bambinéa  304. 

banca  381. 

bancario  304. 

banchiere  301. 

*barco  (Diez  less,  V  305). 

baruffare  397. 

befana  389. 

bellico  392. 

berettino  401. 

berillo  331. 

berrettino  401. 

bestia  339. 

bestiajo  304. 

bestiario  304. 

bescio  340. 

bevigione  343. 

bevizione  343. 

biancomangiare  313. 

biante  362. 

biasimare  363. 

biavo  328. 

bicchiere  381 

bieco  392. 

biffa  363. 

bifolco  382. 

biglietto  390. 

bill  390. 

bindolo  363. 

bioccolo  359. 

bioscio  -a  359. 

biscia  -0  339-40. 

blasfemare  363. 

blu  328. 

bobolco  382. 

bocchd  364. 

bolgetta  390. 

borsello  318. 

borsiglio  318. 

boschetto  304. 

bossolo  327. 

boto  362. 

bottegajo  303. 

bozzima  391. 

bozzina  391. 

bracciale  373 

brachiale  373 


bramangiere  313. 
brezza  392. 
brillo  331. 
broglio  401  . 
brolo  401. 
bruto  401. 
brutto  401 
budget  390. 
buró  311. 
burello  350. 
buró  350. 
burraia  311. 
bussolo  327. 

cabina  315. 
cacciatoja  337. 
cacciatora  337. 
cadréga  385. 
caduco  387. 
caffetto  380. 
caffo  379. 
cagione  338. 
cajéra  385. 
calamajo  305. 
calamo  329. 
caldajo  305. 
caldo  329. 
calidario  305. 
calido  329. 
calmiere  305. 
calmo  329. 
calonaco  333. 
caluco  387. 
camarilla  318. 
camera  372. 
camerajo  305. 
camerario  305. 
camerella  318. 
cameriere  305. 
camerlingo  323. 
caminata  312. 
cancellare  372. 
canchero  360. 
cancro  360. 
candelaio  305. 
candeliere  305. 


408 


Canello, 


canicola  372. 
canonico  333. 
canovajo  305. 
canoviere  305. 
capanna  -o  315. 
capecchio  352. 
capellaja  305. 
capelliera  305. 
capetto  380. 
capitano  331. 
capitolo  352, 
capo  379. 
cappellaja  305. 
cappelliera  305. 
capréolo  389. 
capriòlo  389. 
captivare  387. 
captivo  386. 
caibonajo  -a  306. 
carbonaro  -a  306. 
carbonchio  352. 
carbuncolo  352. 
carcerario  306. 
carcei'iere  306. 
carnajo  306. 
carniere  306. 
carraja  306. 
carré  314. 
carriera  306. 
carrozzajo  306. 
carrozziere  306. 
cartello  -a  318. 
cartiglio  -a  318. 
cartolaio  306. 
cartolare  306. 
cascina  338. 
caseina  338. 
cassajo  305. 
cassiere  305. 
cassettone  331. 
castone  331. 
catedra  385. 
cattano  331. 
cattivare  387. 
cattivo  386. 
causa  328. 


cavaliere  -o  304. 
cavallajo  304. 
cavallaro  304. 
cavea  337. 
cavicchia  352. 
caviglia  352. 
cavo  379. 
celesto  398. 
centenario  306. 
centinajo.  306. 
ceppo  321. 
cerchiare  352. 
cerchio  352. 
cerebello  331. 
cereo  -a  317. 
cero  317. 
cerusico  373. 
cervello  331. 
cesso  395. 
cetra  389. 
chetare  316. 
cheto  316. 
chiàito  358. 
chiamare  351. 
chiantare  358. 
chiatto  -a  358. 
chiasso  400. 
chiavajo  306. 
chiavica  389. 
chiaviere  306. 
china  395. 
chiodo  399. 
chiosa  356. 
chirurgico  373. 
chitare  317. 
chitarra  380. 
chiusura  351. 
ciambellano  323. 
ciambra  372. 
ciancellare  372. 
cianta  358. 
cibario  -a  306. 
cibo  320. 
cibrèo  306. 
ciera  317. 
cifera  398. 


cifra  398. 
cilestro  398. 
ciraineja  312. 
cinghiale  356. 
cinghio  356. 
cingolo  356. 
ciniglia  372. 
cinquina  395. 
cipiglio  397. 
cipollajo  304. 
cipoUaro  304. 
cippo  321. 
circolare  352. 
circolo  352. 
cisma  374. 
ciufFetto  379. 
ciuffo  378. 
civaja  306. 
civéo  -a  306. 
clamare  351. 
classico  400. 
clausura  351. 
clavicola  352. 
davo  399. 
cloaca  389. 
clown  323. 
co  379. 

coagulare  372. 
coatto  372. 
cobbola  358. 
cognito  329. 
colèra  389. 
còllera  389. 
collocare  349. 
colombajo  306. 
colombario  306. 
colono  323. 
cplto  326. 
coltre  397. 
coltrice  397. 
commiato  312. 
comparare  329. 
compiegare  357. 
compieta  357. 
compimento  357 
compire  357. 


compito  329. 
completa  357. 
complicare  357. 
complimento  357. 
complire  357. 
composito  -a  329. 
composto  -a  329. 
comprare  329. 
computo  329. 
confermare  322. 
confìrmare  322. 
conflato  370. 
congedo  312. 
coniglio  352. 
couservatojo  337. 
conservatorio  337 
consomé  312. 
consumare  312. 
consumato  312. 
consummare  312. 
consummato  312. 
contenente  333. 
continente  333. 
conto  329. 
coppia  358. 
copula  358. 
corazza  348. 
corcare  349. 
coriacea  348. 
corona  323. 
coronajo  307. 
coronario  307. 
corpetto  364. 
corsaro  307. 
corsetto  364. 
corsiere  307. 
corsia  362. 
corsiva  362. 
corteare  373. 
corteggiare  373. 
corteggio  373. 
cortèo  373. 
cosa  328. 
costura  331. 
cozzone  399. 
crasso  370. 


Indice  degli  allòtropi  italiani 

crepitare  329. 
crepito  329. 
cresima  398. 
cretino  316. 
crettare  329. 
cretto  329. 
cripta  327. 
crisma  398. 
cristiano  316. 
crocchio  358. 
cronaca  333. 
cronica  333. 
crullo  354. 
cruna  323. 
cubito  325. 
cucinario  306. 
cuciniere  306-7. 
cucitura  331. 
culto  326. 
cumulo  397. 
cuniculo  352. 
cupidezza  342. 
cupidigia  342. 

dado  334. 
dama  367. 
damare  367. 
dameggiare  373. 
damigello  -a  367. 
damina  367. 
damo  367. 
damuccia  367. 
dato  384. 
dattero  349. 
dattilo  349. 
daziario  307. 
daziere  307. 
debile  334. 
debilezza  334. 
debita  330. 
debole  334. 
debolezza  334. 
degradare  332. 
demandare  332. 
demanio  321. 
dentaria  3)1. 


409 


dentiera  307. 
deposito  32:). 
deposto  329. 
designare  332. 
desinata  312. 
desinéa  312 
despitto  319. 
destillatorio  337. 
detta  (sdebita)  330. 
detta  (=  dieta)  322. 
dettagliare  364. 
devoto  332. 
devozione  332. 
diffidare  394. 
diffidato  394. 
diflformare  394. 
digitale  374. 
digiune  313. 
digradare  332. 
dimestico  335. 
dipoi  334. 
diretto  319. 
diritto  319. 

disbarcare  393. 

discaricare  393. 
discarico  -a  393. 

discendere  393. 

discernere  394. 

discesa  393. 

dischiudere  394. 

discoprire  394. 

disdegnare  394. 

disdegno  394. 

disegnare  332. 

disfida  394. 

disfidare  394. 

disfidato  394. 

disleale  394. 

dislocare  394. 

dislogare  394. 

dismettere  394. 

dismontare  394. 

dispacciare  394. 

dispaccio  395. 

dispetto  319. 

dispiacere  395. 


410 

dispjcciare  395 
dispiegare  357. 
displicare  357. 
dispregiare  344. 
disprezzare  344. 
dissipare  395. 
distagliare  364. 
distillatojo  337. 
districare  371. 
distrigare  371. 
distruggere  393. 
ditale  374. 
ditta  322. 
diurnale  346. 
diurno  346. 
divoto  332. 
divozione  332. 
dobla  357. 
dobretto  357 
doblone  357. 
dogato  370. 
doge  370. 
dòllaro  387. 
domandare  332. 
domestico  335. 
dominare  367. 
dominio  321. 
d<5mino  367. 
dominò  367. 
don  367. 
donna  367. 
donneare  373. 
donneggiare  373. 
donnina  367. 
donno  367. 
donnuccia  367. 
donzello  -a  367. 
dopo  334. 
doppietto  357. 
doppio  -a  357. 
doppione  357. 
dorato  313. 
doratura  385. 
dorè  313. 
dorura  385. 
dottanza  325. 


Canello, 

dottare  325. 
dragone  387. 
dubitanza  325. 
dubitare  325. 
ducato  370. 
duce  370. 
duplo  357. 

egli  396. 
eguale  334. 
ella  396. 
iimpito  322. 
encausto  399. 
endice  322. 
epifania  389. 
episcopato  375, 
epitafio  392. 
epitema  392. 
erbaccia  348. 
erbacea  348. 
erbajo  307. 
erbario  307. 
ereditaria  307. 
ereditiera  307. 
eretto  330. 
ergere  330. 
erigere  330. 
eeagio  392. 


esalare  365. 
escavazione  392. 
esempio  3G5. 
espedire  392. 
espedito  392. 
esplanare  393. 
esponente  393. 
esporre  393. 
esposizione  393. 
esposto  393. 
espresso  393. 
espurgare  393. 
estirpare  393. 
estivo  362. 
estollere  330. 
estorre  330. 
estraneo  393. 


estratto  393. 
estravagante  393. 
etichetta  364. 

fabbrica  382. 
faccenda  363. 
facola  399. 
falcola  399. 
faldella  319. 
faldiglia  319. 
fantasima  398. 
fantasma  398. 
fante  395. 
farabutto  337. 
fattezza  386. 
fatticcio  386. 
fattizio  386. 
fauci  328. 
favola  382. 
fazione  344. 
fazzone  344. 
fé  400. 
fede  400. 
feltro  322. 
fenici  380. 
fermare  322. 
feria  317. 
feticcio  386. 
feudo  399. 
fiaba  382. 
fiacco  399. 
fiaccola  399. 
fianco  399. 
fiasco  353. 
fiato  359. 
fibbia  359. 
fibula  359. 
*fica,  v.  finca, 
fiera  317. 
fievole  359. 
filtro  322. 
fimbria  323. 
finanziario  307. 
finanziere  307. 
♦finca,  cfr.  n,  116. 
fio  399. 


fioccolo  359. 
fiosso  359. 
flotano  382. 
fiotto  359. 
firmare  322. 
fischiare  352. 
fisare  365. 
fiso  365. 
fissare  365. 
fisso  365. 
fistola  352. 
fistolare  352. 
fistula  352. 
fiuto  359. 
flato  359. 
flauto  359. 
flebile  359. 
flebotomo  382. 
floscio  359. 
flotta  359. 
flusso  359. 
flutto  359. 
focaja  307. 
focara  307. 
foci  328. 
focile  335. 
foco  323. 
foga  325. 
foggia  382. 
foglio  337. 
foja  337. 
fojoso  337. 
fola  382. 
folata  302. 
folio  337. 
forcata  370. 
forestaro  307. 
forestiere  307. 
forgia  382. 
formicajo  307. 
formichiere  307 
fra  400. 
fracido  398. 
fràdicio  398. 
fragile  374. 
frale  374. 


Indice  degli  allotropi  italiani 

franchezza  342. 
franchigia  342. 
frangia  323. 
frate  400. 
fratre  314. 
frazio  398. 
freddo  330. 
friere  314. 
frigido  330. 
froge  328. 
fretto  -a  359. 
frucare  370. 
frucata  370. 
frucchiare  370. 
frucchino  371. 
frugare  370. 
frugata  370. 
frugolare  370, 
frugolino  371. 
frugolo  371. 
frullare  370. 
frullino  371. 
frullo  371. 
frumentario  -a  307. 
frumentiere  -a  307. 
fucina  334. 
fuga  325. 
fumata  313. 
fumèa  313. 
funto  380. 
fuoco  323. 
furia  337. 
furioso  337. 

gabbano  -a  315. 
gabbanetto  315. 
gabbia  337. 
gabinetto  315. 
gaggia  337. 
gaggia  338. 
gaje  337. 
galèa  305. 
galera  305. 
galleria  305. 
gancio  301. 
ganghero  360 


4Ii 


gebo  320. 
geloso  305. 
gemmajo  307. 
gemella  334. 
gemmiere  307. 
gentilezza  343. 
gentiligia  343. 
gerla  349. 
gema  349. 
geto  386. 
getto  386. 
ghieva  355. 
ghiottoneria  397. 
ghiottornia  397. 
giacchio  352. 
giffa  363. 
gignore  341. 
giocolare  355. 
gioire  317. 
giornale  346. 
giorno  346. 
giullare  355. 
giumella  334. 
giurata  315. 
giuri  315. 
giuria  315. 
giustezza  343. 
giustizia  343. 
gleba  355. 
glossa  356. 
godere  317. 
golpe  362. 
gombina  324. 
gomena  324. 
gomito  325. 
gonfiato  370. 
gradire  387. 
grado  384. 
granadiglia  319. 
granatajo  307. 
granatella  319. 
granatiere  307. 
granati  glia  319. 
granchio  360, 
grancio  360-1. 
grandezza  343. 


412 

grandigia  M^. 
grascia  370. 
grasso  -a  370. 
gratella  315. 
graticola  385. 
grato  384. 
grave  315. 
grazire  388. 
greggio  348. 
gretola  315. 
greve  315. 
grezzo  348. 
griglia  385. 
grondaja  307. 
grondéa  307. 
groppo  327. 
grotta  327. 
grup  327. 
gruppo  327. 
guaina  362. 
guainella  362. 
guaire  362. 
guarnigione  343, 
guarnizione  343. 
gubbia  359. 
gucchia  351. 
guglia  351. 
guefFa  363. 
guindolo  363. 

idiotico  392. 
il  396. 

ioamondezza  343. 
inamondizia  343. 
impeto  322. 
inopiegare  357. 
impiegato  357. 
implicare  357. 
implicato  357. 
incenso  366. 
inceso  366 
inchinare  351. 
inchiostro  399. 
inclinare  351. 
incolto  326. 
inculto  326. 


Canello, 

indaco  333. 
indi  396. 
indice  322. 
indico  333. 
infante  395. 
inocchiare  352. 
inoculare  352. 
integro  389. 
intero  389, 
intricare  371. 
intrico  371. 
intrigare  371. 
intrigo  371. 
ivi  3SI6. 

jacolo  352. 
juniore  341. 

la  396. 

lacrimatojo  -a  337. 
lacuna  371. 
ladino  384. 
lagnare  341. 
lagrimatojo  -a  337. 
lagrimatorio  337. 
laguna  371. 
lama  367. 
lamina  367. 
lanciajo  307. 
lanciere  307. 
laniare  341. 
lari  400. 
latino  384, 
lauro  400. 
laveggio  390. 
leale  374. 
lealtà  374, 
lecconeria  397, 
leccornia  397. 
legale  384. 
legalità  .374. 
legamento  333. 
leggendajo  308. 
leggendario  308. 
lena  397. 
lenticchia  352, 


lenticola  352. 
lentiglia  352. 
leprajo  308. 
letterajo  308. 
letterario  308. 
levriere  308. 
lezzare  392. 
lezzo  392. 
libello  381. 
libbra  381. 
liberata  313. 
librajo  308. 
librario  308. 
ligamento  333. 
limpido  330. 
lindo  330. 
linguaggio  347. 
linguatico  347. 
lira  381. 
livello  381. 
livrea  313. 
loco  371. 
lordo  324. 
lova  325. 
lucernajo  308. 
lucernario  308. 
lucerniere  308. 
luminara  308. 
luminiera  308. 
lumajo  308. 
luméro  308. 
lupa  325. 
lurido  325. 

ma  400. 
macchia  352. 
macchiare  352. 
macchina  .373. 
macchinare  373. 
♦macchinato, 
♦macchinazione, 
macina  373. 
macinare  373. 
♦macinato, 
♦macinazione, 
macula  352. 


Indice  degli  allòtropi  italiani. 


413 


maculare  352. 
madama  367. 
madamina  367. 
madonna  367. 
madonnina  367. 
madornale  384. 
maestrale  874. 
maestressa  390. 
maestro  390. 
magione  338. 
magistrale  374. 
maglia  352. 
magliaro  352. 
magliuolo  386, 
mai  400. 
mallèolo  389. 
malta  349. 
manco  315. 
maneccliia  352. 
manescalco  361. 
mangiata  313. 
mangéa  313. 
mania  389. 
maniera  -o  308. 
maniglia  252. 
mannaja  308. 
manovale  336. 
mansione  338. 
manso  365. 
mantello  350. 
manto  350. 
manuale  336. 
manzo  365. 
*marca. 
marcare  372. 
♦marcia, 
marciare  372. 
marescalco  361. 
marcido  388. 
marcio  388. 
maremma  320. 
marittima  320. 
marzio  343. 
marzo  343. 
maschio  353. 
mascolo  353. 

Archivio  glottol.  ital  . 


mastro  390. 
matita  392. 
mattino  331. 
matronale  384. 
matutino  331. 
medagliajo  308. 
medagliere  308. 
mediano  346. 
mediato  346. 
medietu  331. 
medio  346. 
mena  320. 
menare  320. 
menomo  320. 
mentula  353. 
meraviglia  337. 
mercé  400. 
mercede  400. 
merlare  346. 
meridiano  -a  347. 
meriggiare  346. 
meriggiano  -a  347. 
meriggio  -a  347. 
merlo  -a  347. 
merito  320. 
merto  330. 
meschia  353. 
mescola  353. 
mescolata  313. 
mestiere  -i  331. 
mestura  333. 
metà  331. 
mezza  346. 
mezzano  346. 
mezzo  346. 
mina  320. 
minare  320. 
minchia  353. 
minestraio  303. 
minimo  320. 
ministero  -rio  331 . 
ministriere  308. 
minugia  343. 
minutario  308. 
minutiere  308. 
minuzia  343. 


mirabilia  337. 
miracolo  353. 
miraglio  353. 
mischia  353. 
mischiata  313. 
misléa  313. 
miss  390. 
mistero  332. 
mistura  333. 
miticare  375. 
mitigare  375. 
mitilo  366. 
mitera  398. 
mitra  398. 
modano  349. 
modulo  349. 
moina  320. 
mona  367. 
monco  315. 
monetario  308. 
monetiere  308. 
monna  367. 
moroso  391. 
morsello  361. 
morsetto  361. 
morsino  361. 
morso  361. 
mota  349. 
mucchio  397. 
mugghiare  356. 
mugliare  356. 
mugulare  356. 
musello  361. 
musetto  361. 
musino  361. 
muso  361. 

natio  363. 
nativo  363. 
ne  396. 
nebbia  359. 
nebbiosa  359. 
nebula  359. 
nebulosa  359. 
negro  374. 
nembo  322, 


414 

nero  374. 
nerbo  361. 
nervo  361. 
netto  330. 
nicchio  366. 
nimbo  322. 
nitido  330. 
«occhio  351. 
nom(5a  314. 
nominata  314. 
notomia  391. 
novellajo  308. 
novelliere  308, 
noverare  366. 
novero  366. 
novizio  343. 
novizzo  -a  343. 
nucleo  351. 
numerare  366. 
numero  366. 

obliquo  392. 
occasione  338. 
occhiato  -a  352. 
oculato  -a  352. 
odioso  347. 
odorare  387. 
officiale  335. 
officina  334. 
officio  335. 
oglia  350. 
olezzare  392^, 
olezzo  392. 
olla  350. 
olorare  387. 
òmbaco  399. 
ombelico  392. 
opaco  399. 
opera  330. 
operajo  308. 
operiere  308. 
opra  330. 
ora  327. 
oratura  385. 
orecchia  351. 
orecchiante  351. 


Canello, 

orecchiare  351. 
orezzo  -a  392. 
orgoglio  397. 
origliante  351. 
origliare  351. 
orura  385. 
ospedale  314. 
ospitale  314. 
ospito  330. 
ossajo  309. 
ossario  309. 
ostaggio  347. 
ostelliere  307. 
ostiario  309. 

pacare  371. 
padire  384. 
padrone  384. 
pagare  371. 
pajo  309. 
paladino  384. 
palagio  343. 
palatino  384. 
palazzo  343. 
palio  401. 
palla  381. 
pallio  401. 
palmata  314. 
palméa  314. 
palmento  332. 
panajo  309. 
panca  381. 
panico  380. 
paniere  309. 
par  309. 
parabola  382. 
paraffi)  390. 
paragrafo  390. 
*parco  (v.  barco). 
parecchio  353. 
pareglio  353. 
pari  314. 
pariglia  o53. 
paro  309. 
parola  382. 
patire  384. 


patrone  384. 
pausa  323. 
pausare  328. 
pavimento  332. 
peccherò  381. 
pellegrino  -a  301. 
peloso  333. 
peluja  337. 
peluria  337. 
pendolo  335, 
pendulo  335. 
penitenziario  309. 
penitenziere  309. 
penni  380. 
pensare  366, 
penserò  309. 
pensiero  309. 
pensione  338. 
peregrino  361. 
peri  314. 
periera  309. 
periato  314. 
perle  314. 
pesare  366. 
pescaja  309. 
pescarla  336, 
pescheria  336. 
peschiera  309. 
petraja  309, 
petriera  309. 
pianta  358. 
piantare  358. 
piato  358. 
piatto  -a  358. 
piazza  357. 
piazzale  357. 
piccione  338. 
pie  400. 
piede  400. 
piego  -a  357. 
pietrajo  309; 
pieve  357. 
pigione  338. 
pigrezza  343. 
pigrizia  343. 
pilorcio  399. 


piloso  333. 
plorare  357. 
pipa  357. 
pipita  390. 
pippione  338. 
pitaffio  392. 
pittima  392. 
pituita  390. 
piva  375. 
placito  358. 
platea  357. 
plateale  357. 
piatta  358. 
plebe  357. 
plico  -a  357. 
plorare  357. 
podere  385. 
podestà  385. 
♦pòlipo. 

♦polpo  (cfr.  n.  25). 
polveraja  310. 
polveriera  310. 
pondo  380. 
pontare  325. 
portello  400. 
posa  328. 
posare  328. 
positura  332. 
postero  309. 
postiere  309. 
postura  332. 
potare  385. 
potere  325. 
potestri  385. 
pre  400. 
prebenda  382. 
precario  310. 
prefenda  382. 
pregadi  385. 
pregati  385. 
preghiero  310. 
pregiare  344. 
pregio  344. 
preposi  to  329. 
preposto  329. 
prevosto  329. 


Indice  degli  allòtropi  ifaliani. 
prete  400.  r 


415 


prezzare  344. 
prezzo  344. 
primajo  310. 
primario  310. 
primiero  310. 
proda  360. 
prò  fenda  382. 
profosso  380. 
proposito  329. 
proposto  329. 
provenda  382. 
provosto  329. 
prua  360. 
puntare  325. 
putare  325. 
putido  330. 
putto  330. 
puzzo  -a  330. 

quadro  -a  400. 
quadragesima  374. 
quadrato  314. 
quadrello  -a  319. 
quadriglio  -a  319. 
quagliare  372. 
quaresima  374. 
quartario  310. 
quartiere  310. 
quatto  372. 
questione  333. 
quotare  316. 
queto  310. 
quietare  317. 
quieto  316. 
quintale  306. 
quistione  333. 
quitare  317. 

rabbuffare  397. 
radio  347. 
rado  360. 
raflTa  370. 
raffare  376. 
raggio  347. 
ragionare  343 


ragione  343. 

ragna  391. 

rampa  376. 

rampare  376. 

rancio  (agg.)  391. 

rancio  (sost.)  321 

rango  323. 

rapare  364. 

rapè  314 

rapido  330. 

raro  360. 

raspare  364. 

raspato  314. 

raspéo  314. 

ratto  330. 

rauco  328. 

razionare  343. 

razione  343. 

razzo  347. 

reale  374. 

reclamare  351. 

reclamo  351. 

recuperare  375. 

recupero  375. 
reddo  330. 

regale  374. 

reggia  349. 

regia  349. 
regione  374. 
rena  310. 
reo  318. 
replicare  357. 
rescritto  3.32. 
rescrivere  332. 
resecare  371. 
respitto  319. 
ressa  322. 
resta  391. 
restare  332. 
restaurare  332. 
restauro  .333. 
retto  319 
rezzo  302. 
ribacia  334. 
richiamare  351 
richiamo  .351 


41G 

ricoverare  375. 
ricovero  375. 
rigido  330. 
rigoglio  397. 
rilasciare  365. 
rilassare  365. 
rimembrare  399 
rimemorare  399. 
rinominata  314. 
rinoméa  314. 
rio  318. 
rione  374. 
ripa  375. 
riparia  310. 
ripiegare  357. 
riscrivere  332 
riscritto  332. 
riserbare  362. 
riservare  362. 

risicare  371. 

rispetto  319. 

i-issa  322. 

ristare  332. 

l'istorare  332. 

ristoro  333. 

ritondello  350. 

ritto  319. 

riva  375. 

riversare  361. 

riverso  361. 

riviera  310. 

rivisitare  334. 

roba  329. 

rocchio  354. 

reco  328. 

ronda  386. 

rondò  350. 

ropa  329. 

rosajo  310. 

rosario  310. 

rotondo  -a  395. 

rotolo  354. 

rotula  354. 

rovesciare  361. 

rovescio  361. 

rovinare  336 


Canello, 

rovistare  334. 
ruba  329. 
rubalda  334. 
ruinare  336. 
rullo  -a  354. 
ruolo  354. 

saccente  338. 

sacramentare  375. 

sacramento  374. 

sacrato  371. 

sacro  371. 

saettiere  310. 

saggio  (  =  sapius)  338. 

saggio  (  =  exagium  )  392. 

sagittario  310. 

sagrato  371. 

sagro  -a  371. 

saja  386. 

salaja  310. 

saliera  310. 

saldare  330. 

saldato  330. 

saldezza  330. 

salma  375. 

salvatico  347. 

salvezza  343. 

saWigia  343. 

san  400. 
sanguinare  315. 

sanguineo  341. 

sanguigno  341. 

santo  400. 

sapiente  338. 

saponaria  310. 

sappiente  338. 

saraceno  317. 

Saracino  317. 

saramentare  375. 

sararaento  375. 

sargia  318. 

savio  338. 

savonéa  310. 

sbagliare  311. 

sbarcare  393. 

sbieco  392 


sbonzolare  334. 
scarabeo  382. 
scarafaggio  382. 
scaricare  393. 
scarico  -a  393. 
scarso  365. 
scarzo  365. 
scasimo  380. 
scavazione  392. 
sceda  373. 
scempio  375. 
scendere  393. 
scernere  394. 
scesa  393. 
sceverare  375. 
scheda  373. 
schifare  362. 
schifo  362. 
schioppettata  35 li- 
schioppo  351. 
schiudere  394. 
schivare  362. 
schivo  362. 
scia  371. 
scialare  3G5. 
sciame  365. 
sciare  371. 
scipare  395. 
scisma  374. 
scoglia  380. 
scoppiettata  351 
scoppio  351. 
scoprire  394. 
scozzone  399. 
scrittojo  337. 
scrittorio  337 
scudajo  310. 
scudiere  310. 
sdegnare  394 
sdegno  394. 
secare  371. 
secesso  395. 
sega  371. 
segare  371. 
segnare  315' 
segno  374 


ludice  degli  all(')troiii  italiani. 


417 


selvaggio  347. 
selvatico  347. 
sembiante  399^ 
sembrare  399. 
semel  334. 
semola  334. 
seniore  341. 
separare  375. 
serbare  362. 
sere  341. 
serica  318. 
sergente  338. 
servare  362. 
serviente  338. 
servigiale  343. 
servigio  343. 
serviziale  343 
servizio  343. 
sesta  319. 
sestario  310. 
sestiere  310. 
seta  386. 
setaceo  348. 
sfera  363. 
sfida  384. 
sfidare  394. 
sfidato  394. 
sformare  394. 
sgherro  311. 
sguerguenza  342. 
sibilare  382. 
sicario  311. 
siesta  319. 
sigillo  332. 
signore  341. 
simila  334. 
simulante  399. 
simulare  399. 
sinfonia  389. 
singolare  356. 
sino  374. 
sire  341. 
slogare  394. 
smania  389. 
smaniglia  352 
smettere  391. 


smontare  394. 

sobillare  382. 

soccio  34S. 

socio  348. 

sodo  330. 

soffice  326. 

soja  386. 

soldano  387. 

soldare  330. 

soldato  330 

soldo  330. 

solidezza  330. 

solido  330 

soma  375. 

somajo  310. 

somaro  310. 
somiere  310. 

soppediano  341. 

sopperire  357. 

soppiegare  357. 

sopporre  335. 
soprano  376, 
sor  341. 
sorto  326. 
sovescio  361 
sovrano  -a  376. 
sovverso  361. 
sozio  348. 
sozzo  398. 
spacciare  394. 
spaccio  395. 
spaldo  397. 
spalla  354. 
spalto  397. 
spasimo  380. 
spatola  354. 
spazio  344. 
spazzo  344. 
specchiare  353. 
specchio  353. 
speciale  348. 
specie  348, 
speculare  353. 
speculo  353. 
spedaliere  307 
spedire  392. 


spedito  392. 

speglio  353. 

spenzolare  334. 

sperone  332. 

speziale  348. 

spezie  348. 

spiacere  395. 

spianare  393. 

spicciare  395. 

spicchio  354. 

spiculo  354. 

spida  394. 

spigolo  354. 

spillo  354. 

spilorcio  399. 

spiracolo  353. 

spiraglio  353. 

♦spirito  (cfr.  n.  25) 

♦spirto. 

spoglia  380. 

spola  354. 

sponente  393. 

sporre  393. 

sportello  400. 

sposizione  393. 

Sposto  393. 

spresso  393. 

sprone  332. 

squadro  -a  400. 
squillo  380. 
stabbiare  360. 
stabulare  360. 
staccio  348. 
stadio  347. 
staggio  347. 
stagionare  343. 
stagione  343. 
stagnare  398. 
stajo  310. 
stajoro  310-1. 
stallaggio  348. 
stallatico  348. 
stancare  398. 
statico  347. 
stazionare  342 
stazione  343 


418 

stecchelta  361. 
stelo  320-1. 
sterpare  393. 
sterpe  322. 
stia  37G. 
stiare  37G. 
stilo  -e  320. 
stio  l!,62. 
stioro  311. 
stipa  376. 
stipare  376. 
stirpe  322. 
stiva  370. 
stivare  376. 
stoffa  380. 
stoggio  347. 
stollo  321. 
stoppa  380. 
strano  -io  393. 
stratto  -a  393. 
stravagante  393. 
stretto  322. 
stridulo  388. 
sti-igolare  388. 
strigolo  383. 
strillo  388. 
strinto  S22. 
struggere  393. 
studio  347. 
succiare  346. 
sucido  398. 
sudicio  398. 
sultano  387. 
suor  400. 
suoro  400. 
supercilio  397. 
suppedaneo  341. 
supplicare  357. 
supplice  326. 
supplire  357. 
supporre  335. 
surto  326. 
svariare  311. 

tabularlo  311. 
tacca  383. 


Cknello, 

tacjia  383. 
taccola  383. 
taffiare  383. 
tdllero  387. 
talpa  349. 
tamburajo  31 1. 
tamburiere  311. 
tappare  377. 
tappato  377. 
tappo  377. 
targone  387. 
tavolare  383. 
tavoliere  311. 
teca  372. 
tecca  383. 
teccola  383. 
tega  (  =  lat.  tbeca)  372. 
tega  (=a.  fr.  teque)  383. 
tegghia  356. 
tegola  356. 
terraccio  -a  348. 
terrazzo  -a  348. 
terziario  311. 
terziere  31 1. 
timbro  331. 
timpano  331. 
tirso  328. 
toast  324. 
tonaca  325. 
tonello  390. 
tono  323. 
tondo  395. 
tonfare  379. 
tonto  391. 
topa  349. 
toppare  379. 
toppo  379. 
toppetto  378-y. 
toppo  378. 
torchio  353. 
torcolo  353. 

*torno  (DiEZless.  I'  4l8). 
torso  328. 
tosto  324. 
tradigione  343. 
tradizione  343. 


traino  401. 
trattatore  386. 
trattore  386. 
trebbiare  360. 
trebbio  338. 
treno  401. 
triare  386. 
tribolare  360. 
tribulare  360. 
tristezza  343. 
tristizia  343. 
tritare  386. 
trivio  338. 
tromba  b25. 
troppa  381. 
truppa  381. 
tuba  325. 
tunica  32.'). 
tùnnel  390. 
tuono  323. 
turba  381. 
turno  (v.  torno) 

uccellaja  304. 
uccelliera  304. 
uffiziale  335. 
uffizio  335. 
uggia  347. 
uggioso  347. 
uguale  334. 
ululare  349. 
unghia  356. 
ungula  356. 
urlare  349. 
usciere  309. 
usurarlo  311. 
usuriere  311. 
Uzza  347. 

vacillare  Z22. 
vagellajo  364. 
vagellare  322, 
vagello  304. 
vagina  362. 
vagire  362. 
v-ijo  311. 


valicare  361. 
valico  361. 
vallata  314. 
vallèa  314. 
vani£;lia  362. 
varcare  361. 
varco  361. 
vario  311. 
varo  311. 
vascolo  353. 
vasellajo  364. 
vasello  364. 
vecchio  351. 
veggio  396. 
vegliare  356. 
veglio  354. 
ventilare  335. 
ventolare  335. 
ventricolo  353. 
ventriglio  353. 
verecondia  342. 
vergogna  342. 
vergola  323. 
verminaria  31 1. 
verrainara  311. 
versiera  303. 


Indice  degli  allòtropi  italiani, 

vescovado  375.  vgto  362. 

vetrajo  -a  311.  vulva  327. 

vetrario  -a  311. 

vetriera  311. 

vezzo  344. 

vezzoso  344. 

vi  396. 

viaggio  348. 

viante  362. 

viatico  348. 

vigilare  356. 

vigna  341. 

villaggio  348. 

villatico  348. 

vilume  335. 

vinea  341. 

virgola  323. 


419 


vizio  344. 
vizioso  344. 
volagio  348. 
volata  362. 
volatico  -a  348. 
volpe  362. 
volume  335. 
volva  337. 


zacchera  383. 
zaffare  377. 
zaffata  377. 
zaffo  377. 
zampa  378. 
zampare  378. 
zampeggiare  378. 
zampogna  389. 
zappa  378. 
zappare  378. 
zappicare  378. 
zeccola  383. 
zeloso  355. 
zeppo  377. 
zinzilulare  396. 
zirlare  396. 
zombare  379. 
zotico  392. 
zubbare  379. 
zuffa  379. 
zufolare  382. 
zuppa  379. 


LE  TYPE  SYNTACTIQUE  HOMO-ILLE  ILLE-SONUS 
ET  SA  PARENTÈLE. 


PAR 

B.  P.  HASDEU. 

(Lettera  al  Direttore  àelV Archivio.) 

Bucarest,  le  5  avril  1878. 

Vous  m'avez  infiniment  obligé,  en  attirant  mon  attention  et 
deraandant  mon  avis  sur  la  construction  roumaine  omid  cel  bun 
et  sa  parentèle,  Je  commencerai  par  reproduire  Votre  propre  ob- 
servation  là-dessus: 

'S'aggiunge,  se  io  ben  veggo  [al  concordar  che  fanno  l'al- 
'banese  e  il  rumeno  in  ordine  alla  posposizione  dell'articolo], 
'una  concordanza  ulteriore  e  ben  notevole.  Per  esprimere,  a 
'cagion  d'esempio,  'il  bell'uomo',  il  rumeno  può  e  suol  dire,  con 
'costrutto  estraneo  a  tutti  gli  altri  idiomi  neo-latini:  om-ul  cel 
'bun,  cioè  alla  lettera:  homo-ille  ille-bonus.  Or  l'albanese,  alla 
'sua  volta,  deve  rendere  'il  bell'uomo'  per  njeri-u  i  mire\  che 
'dice  ugualmente:  homo-ille  ille-bonus'.' 

L  Exarainons  d'abord  le  roumain. 

Pour  esprimer  'l'horame  bon',  on  emploie  en  roumain  con- 
currerament  omu-l  bun  =  'homo-ille  bonus',  et  omu-l  cel  bun 
-  'homo-ille  ille-bonus'. 

La  différence  idéologique  entre  les  deux  types  consiste  en  ce 
que  le  dernier  a  plus  d'energie,  résultat  naturel  du  procède  de 
réduplication,  auquel,  corame  personne  ne  l'ignore,  ont  eu  re- 
cours  de  différentes  manières  toutes  les  langues  du  monde,  pour 
rendre  avec  plus  de  force  ou  plus  d'emphase  une  idée  quelcon- 
que.  On  pourrait  citer,  'per  abundantiam,  Schleicher,  qui,  dans 
ses  'Sprachliche  Curiosa',  nous  donne  des  échantillons  analogues 
de  réduplication,  de  triplication,  méme  de  quadruplication  et  de 


Ascoli,  Sludj  Critici,  II  67. 


II  tipo  sintattico;  iiomo-ille  ille-bonus.  421 

quintuplication  dans  certaines  langues  polynésiennes  et  africai- 
nes,  corame  par  ex.:  lo-a  'long',  lo-lo-a  'plus  long',  lo-lo-lo-a 
'très-long',  etc.  * 

Bref,  omu-l  cel  hun  reprcsente  une  nuance  qui  -  Vous  l'avez 
(ìit  -  manque  à  toutes  les  autres  langues  romanes  et  se  retrouve 
dans  l'albanais. 

Les  dififérentes  formes  pour  cel,  confondu  avec  al,  dont  nous 
reparlons  plus  bas,  soit  corame  article,  soit  corame  pronom  dé- 
raonstratif,  ont  été  énumérées  de  la  manière  suivante  par  le 
plus  ancien  gramraairien  de  la  Valachie,  le  vestiar  Yanaki  Va- 
carescu  : 

Masculin  singulier:  acela,  cela,  cel,  ala. 

Masculin  pluriel;  aceì,  ceì,  ài. 

Féminin  singulier:  aceia,  cela,  àia,  cea,  a. 

Féminin  pluriel:  accie,  cele,  ale'. 
Vacarescu  savait  déjà,  entre  autres,  que  cel  dans  omu-l  cel 
hun  est  article,  car  il  dit  expressément :  'L'usage  veut  qu'on 
'écrive  deux  articles  dans  lucruri-le  cele  bune,  oameni-i 
^ ceì  frumosi,  etc.*^  Ce  passage  est  d'autant  plus  remarquable, 
qu'un  contemporain,  l'Allemand  Johann  Molnar,  dans  une  am- 
pie grammaire  rouraaine,  postérieure  d'une  année  à  celle  de 
Vacarescu,  ne  reconnaissait  à  cel  d'autre  valeur  possible  que 
celle  de  pronom  démonstratif '.  Dix  ans  plus  tard,  un  troisième 
grammairien  roumain,  Radu  Tempea,  n'était  pas  plus  pe^spicace^ 


^  Kuhn's  Beitrdge,  II,  392. —  Pour  l'explication  psychologique,  cfr.  W. 
Humboldt,  Gesammelte  Werhe,  VII,  334. 

-  Il  y  en  a  eu  deux  éditions  dans  la  mème  année:  ObservafCi  sai*  bagurì 
da  sèma  asupra  regulelor  si  ortnduelelor  grammatica  rumànesci,  RImnic, 
1787,  in-4  (p.  46),  et  sous  le  mème  titre  à  Vienne,  1787,  in-8  (p.  38). 

*  Ibid.,  ed.  de  RImnic,  p.  124,  ed.  de  Vienne  p.  151:  'ii  Tar  sa  scriìi  din 
obiceiu  2  articoir,  cura  la:  lucrurile  cele  bune  etc' 

*  MoLNAR,  Deiitsch-Walachische  Sprachlehre,  Wien,  1788,  p.  332:  'Wenn 
'  aber  das  Pronomeìi ,demonstrativum  dem  Substantivo  nachgesetzt  wild,  und 
'  ein  Adjectivum  darauf  folget,  so  verliebret  das  Substantivum  den  Articu- 
*  lum  definitum  nicht,  z.  B.  omul  tscbel  mare,  jener  grosse  Menscb  etc'  — 
La  grammaire  de  Molnar  est  une  amplification  de  celle  de  Sinkai,  Elementa 
linguae  Daco-Romanac,  Viennae,  1780. 

•'  Tempea,  Grammatica  Romincsca,  Ilermannstadt,  1797,  p.28:'ChipuI  al 
'  patrulea  cn  pronumelc  aratatorìu:  omul  cel  mare...' 


422  Hasdeu , 

Aux  différentes  formes  groupées  par  Vacarescu,  il  faut  ajou- 
ter:  au  masculin  al  et  al  avec  son  pluriel  ai,  au  féminin  le 
plariel  ale  ou  àlea.  De  plus  M.  Picot  nous  offre  les  formes 
aspirées,  usitées  dans  le  Banat  de  Temesvar:  hai  =  al,  ha  =  a, 
Iiàt  =  ài,  hàle  =  àle,  puis  ahàl,  aliata,  ahàì  et  ahàle\  Enfin, 
en  Transylvanie,  selon  feu  Jean  Maiorescu,  oii  connaìt  aussi  une 
forme  cela  =  cela,  qui  est  identique  à  celle  employée  par  les 
Rouraains  de  Tlstrie-. 

Les  Macédo-roumains  n'emploient  dans  le  type  omu-l  cel  bun 
que  la  forme  avec  Va-:  om-lu  acelu  bunu,  tandis  que  les  Daco- 
roumains  se  servent  généralement,  dans  cette  construction,  des 
formes  sans  Va-, 

Oli  dit,  par  conséquent,  d'après  les  provinces  ou  les  localités: 
omu-l  acci  hun,  cel  bun,  al  bun,  cela  bun,  àia  bun,  etc;  au 
pluriel:  òmeni-ì  acei  bum,  cel  buni,  ài  bum,  ceia  bum,  etc; 
de  méme  qu'on  dit  au  féminin,  pour  la  belle  femme:  muiere-a 
acca  frumòsà,  aceìa  frumósà,  cela  frumósà,  aia  fruìnósà,  a 
frumósà,  au  pluriel:  muieri-le  accie  frumóse,  cele  frumóse, 
ale  frumóse,  àlea  frumóse,  etc. 

Il  y  a  cependant  une  distinction  à  faire.  Tandis  que  les  fémi- 
nins  a  et  ale,  surtout  dans  le  parler  des  habitants  de  la  Grande- 
Valachie,  qui  préfèrent  aussi  ài  à  cel  et  ài  à  cet,  sont  prépo- 
sés  à  toute  espèce  d' adjectifs,  l'emploi  du  correspondant  mas- 
culin al  avec  son  pluriel  ai,  c'est-à-dire  de  la  forme  avec  Va 
clair,  est  restreint  dans  toutes  les  provinces  daco-roumaines  aux 
nombres  ordinaux,  aux  pronoras  possessifs  et  au  génitif,  par 
exeraple:  al  doile  (le  deuxième),  à  coté  de:  a  doua  (cfr.  a  fru- 
mósà); al  meu,  ai  mei  (le  mien,  les  miens),  à  coté  de:  a  mea, 
ale  mele  (cfr.  ale  frumóse)  ;  al  omului,  ai  ómenilor  (de  l'homme, 
des  liommes),  à  coté  de:  a  muieriì,  ale  miaVnVor "'.-Seulement 

'  Picot,  Revue  de  linguistique,  V  215.  —  Au  commencement  du  siècle  passe, 
Cantemir,  Descriptio  Moldaviac,  ed.  Bucur.  1872,  p.  151,  attribuait  la  forme 
aspiréa  ahela  pour  acela  aux  habitants  de  la  Valachie  en  general. 

-  I.  Maioeescu,  Itinerar  in  Istria,  Jassi  1874,  p.  91. —  Cependant,  dans 
les  spécimens  istricns  de  Miklosich,  Die  slavischen  Elemente  im  Rumuni- 
schen,  Wien  1861,  p.  58,  je  vois:  celi  vii  sì  celi  morci\  cfr.  Ascoli,  «S^wd;  Cri- 
tici,  l  60. 

*  Non  tutu  i  lettori  àeìV  Archivio  si  renderebbero  forse  pronta  ragione  di 


II  tiio  siutatlico:  homo-ille  ille-bonu?.  423 

dans  ai-alt  'l'autre',  à  coté  de  cel-alt  et  du   banatien  hàl-alt, 
les  forraes  al,  al  et  cel  figurent  concurreniment. 


questo  al  ecc.  che  accompagni  i  genitivi,  oppur  dell'identità  che  qui  s'af- 
ferma tra  codesto  al  ecc.  e  quello  che  è  in  al  mcu  (il  mio),  ai-alt  (l'altro), 
al-doile  (il  secondo).  Dall' un  canto,  può  ingenerare  qualche  confusione  l'a- 
che  tutti  hanno  dal  Diez  come  accompagnatore  di  -lui  in  funzione  genitiva  {a 
dammi  luì  del  signore;  Diez  IP  54-5,  IIP  39;  che  sarà  di  rumeno  'moldavo', 
secondo  che  l'Hisdeu  fra  poco  ci  mostra);  dall'altro,  il  Maestro  ci  ha  abi- 
tuato a  vedere  una  fusione  di  'ad'  e  'ille'  nell'ai  che  precede  il  possessivo 
(IP  115).  E  di  cel,  nelle  varie  sue  funzioni  articolatrici,  egli  ben  ci  ha  par- 
lato {cel  neroditoriu  ecc.,  oratomi  cel  mare,  IIP  39,  cfr.  40,  Vasilie  cel  mare 
29,  nucul  cel  mai  umbros  11,  cfr.  69;  e  anche  cfi".  dela  cei  buni  ecc.  9);  ma 
non  mai,  se  io  ho  visto  bene,  di  un  al  in  alcuna  funzione  congenere,  sebbene 
anche  nel  suo  libro  ne  dovesse  entrare  un  qualche  esempio  (così:  el  caule 
folosul  seu,  tare  nu  cela  al  domnului  seu,  egli  cerca  l'utile  suo,  ma  non  quello 
del  suo  padrone,  IIP  74,  IIP  78,  che,  è  del  resto,  un  caso  abbastanza  compli- 
cato). Non  sarà  dunque  superfluo  che  qui  si  ricorra  direttamente  alla  gram- 
matica rumena,  e  ormai  abbiamo  la  fortuna  che  ce  l'insegni  un  italiano: 
'Oltre  l'articolo  improprio  cel  cea,  havvene  ancora  un  altro,  cioè  al  a  (pi. 
'  ai  ale).  Questo  articolo  non  è  che  un  pleonasmo,  al  pari  del  primo,  e  la 
'  presenza  di  questo  non  impedisce  che  se  ne  faccia  uso,  come:  calul  cel 
'  frumos  al  regelui  il  bel  cavallo  del  re.  L'articolo  al  si  adopera:  I.  quando  un 
'  genitivo,  accompagnato  dall'articolo  proprio,  sussegue  in  via  di  complemento 
'  a  un  sostantivo  o  a  un  aggettivo  sprovveduto  d'articolo,  come  :  un  cai  al  regelui 
'  un  cavallo  del  re,  este  amie  intim  al  colonelului  egli  è  amico  intimo  del  co- 
'  lonnello;  2.  quando  un  noilie  non  articolato  è  seguito  dal  possessivo,  p.  es  :  un 
'  amie  al  meu  un  mio  amico;  3.  interrogando  e  rispondendo  in  via  possessiva, 
'  come:  al  cui  este  cuiiltilì  ente  al  unchiului  di  chi  è  il  coltello?  è  dello  zio; 
'  4.  coi  numeri  ordinali,  come:  al  doilea  il  secondo,  a  patra  la  quarta.'  G.  L. 
Frollo,  Vocabolario  italiano-romanesco,  Pest  1868,  p.  24. 

E  poiché  ho  la  penna  in  mano,  mi  permetterò  d'aggiungere  qualche  pa- 
rola che  risguardi  sulle  generali  cotesto  tipo  sintattico  'homo-ille  ille-bonus'. 
Non  voglio  di  certo  infirmare  l'importanza  che  io  stesso  attribuivo  alla  con- 
cordanza particolare  che  pure  in  questa  costruzione  s'avverte  fra  il  rumeno 
e  l'albanese,  e  molto  meno  voglio  comunque  negare  importanza  a  quanto  il 
dotto  Rumeno  or  viene  cosi  opportunamente  a  aggiungere  in  proposito.  Ma 
giova  d'altronde  avvertire,  non  esser  mai  sfuggito,  nò  a  lui,  nò  a  me,  come 
forse  ò  sfuggito  ad  altri,  che  il  tipo  'homo-ille  illc-bonus',  o  l'altro  congenere 
'domus-illa  illa-patris',  non  hanno  per  so  stessi,  cioè  nella  loro  entità  ideologica, 
nulla  di  ben  singolare,  e  chd  di  tipi  affatto   consimili  è  agevole  incontrarne, 


424  Hasdeu, 

Les  Macódo-roumains  ne  connaissent  pour  al,  ai,  ale,  à 
l'exception  de  ai-alt,  que  l'unique  forme  réduite:  a,  qui  coin- 
cide avec  le  féminin  singulier;  de  sorte  qu' ils  disent:  a  doilea 
(le  deuxième),  a  meù  (le  mien),  a  steaolU  (de  l'étoile),  a  dom- 
nului  (du  seigneur),  a  calìilor  (des  chevaux),  etc.  La  roéme 
réduction  se  produit  dans  quelques  endroits  de  la  Transylvanie, 
par  exemple  dans  les  environs  de  Blasendorf.  Chez  les  Molda- 
ves,  cettfì  forme  unique  pour  al,  a,  ai,  ale  est  presque  aussi 
dominante,  surtout  par  rapport  au  génitif,  auquel  ils  ne  prépo- 
sent  que  a. 

Quelques  autres  particularités  secondaires  ne  peuvent  trou- 
ver  ici  leur  place.  Nous  nous  bornerons  à  ajouter  encore,  en 
nous  résumant,  que  la  grande  raajorité  des  Roumains  n'admet 
que  deux  formes  de  cet  article:  cel  {ceì,  cea,  cele)  et  al  {ai, 
a,  ale);  deux  formes  presque  uniquement  employées  dans  tous 
les  anciens  livres  roumains,  dans  les  manuscrits  et  les  docu- 


comunque  i  motivi  ne  possan  resultare  alquanto  differenti,  secondo  i  linguaggi 
diversi.  Cosi  non  è  per  avventura  affatto  superfluo  che  qui  si  ricordi,  come  sia 
ben  più  diffuso,  che  forse  ad  altri  non  paresse,  quel  tipo  sintattico  che  per  es. 
si  rappresenta  col  prov.  lo  coms  sei  de  Montfort  (Diez,  III'79j;  tipo,  del  rima- 
nente, nel  quale  appena  s'esce  dal  complemento  che  un  nome  proprio  ritrovi 
nella  soggiunzione  articolata  di  un  altro  nome  proprio  (Xays  a  tur]  g  ó  rXauxwvos). 
Nella  costruzione  superlativa,  il  francese  e  il  rumeno  coincidono  sostanzial- 
mente fra  di  loro  (ille-homo  ille-plus-bonus,  homo-ille  ille-raagis-bonus),  e 
qui  c'è  il  doppio  motivo  di  conseguire  un  maggior  risalto  e  di  sfuggire  l'am- 
biguità tra  il  comparativo  ed  il  superlativo  (volumus  illum-panera  magis-bo- 
num,  volumus  illum-panem  illum-magis-bonum).  I  tipi  greci  ó  ù'jhp  ó  dyx.5oi 
e  ó  oTy.o?  ó  Toù  TTxzpóg  entrano,  come  si  vede  a  suo  luogo,  nel  tema  stesso 
intorno  al  quale  s'aggiran  le  osservazioni  dell' Hasdeu.  Ma  anche  passando 
in  un  terreno  affatto  diverso,  troviamo  che  i  Semiti,  per  dire  4' uomo  buono', 
non  abbiano  altro  modo  che  'l'uomo  il  buono'.  Se  essi  non  ripetono  l'articolo 
dinanzi  all'aggettivo,  questo  assume  la  funzion  predicativa;  s'intende  cioè 
'ille  homo  [est]  bonus'  ó  d-rhp  àyx^ó?-,  locchè  anche  si  connette  con  le  parti- 
colari condizioni  dei  linguaggi  semitici  in  ordine  alla  copula.  L'articolo  do- 
vendosi ripetere  fra'  Semiti  pur  dinanzi  al  pronome  dimostrativo  (o  al  per- 
sonale che  mercè  questa  prefissione  diventa  o  ridiventa  dimostrativo),  ne  viene 
poi,  che  essi  abbiano  anche  la  formola  411e-homo  ille-iilo'  (I-uomo  l'-egli, 
l'-uomo  il-questo,  quell'uomo,  quest'uomo).  E  si  veggano  ancora  la  n.*  a 
pag.  440,  e  la  finale.  O.  I.  A. 


II  tipo  sintattico:  homo-ille  ille-bonus.  425 

ments',  et  qui  se  rapportent  exactement  l'une  d  l'autre,  quant 
à  rétymologie,  comme  le  roumain  cest  (celui-ci)  au  roumain  ast 
(celui-ci). 

Or,  la  fonction  de  cel  dans  omu-l  cel  hun  étant  la  méme  qua 
celle  de  al  dans  al  meu,  al  doile,  al  omuluì,  il  en  resulta  que,  dans 
les  types  al  omu-lu-ì  (l'homme-le-de)  et  al  doi-le  (le  deuxième-le), 
l'article  est  tout  aussi  doublé  que  dans  le  tjpe  omu-l  cel  hun 
(homme-le  le-bon). 

Une  fois  la  nature  de  al  doi-le  reconnue,  il  s'ensuit  qu'il  j 
a  triple  article  dans  la  construction  omu-l  al  doi-le  (le  deu- 
xième  homrae),  à  la  lettre:  horame-le  le  deuxième-le, 

Notons  encore,  entre  parenthèses,  que  al  doi-le,  al  trei-le,  etc, 
se  prononcent  ordinairement  al  doi-le-a,  al  Irei-le-a,  en  y  at- 
tachant  la  particule  intensive  a  -  nous  en  reparlerons  à  une 
autre  occasion  -  la  méme  que  dans  acest-a  (celui-ci),  acum-a 
(maintenant  méme),  atuncì-a  (alors  méme),  acel-a  (celui-là), 
dans  les  articles  àl-a,  ai-a,  àle-a,  etc,  et  qui  correspond,  à  peu 
de  chose  près,  au  franoais  -là,  de  sorte  que  omu-l  al  doi-le-a 
(=mac.-roum.  om-lu  a  doi-le-a)  signifie  propreraent:  homme-le 
le  deuxième-le-là'. 

Dans  la  construction  omu-l  cel  al  doi-le  (homme-le  le  le 
deuxième-le),  qui  n'offre  en  roumain  rien  de  forcò,  il  y  a  méme 
quatre  articles!  Mais  c'est  un  cas  exceptionnel,  tandis  que 
la  triplicità  de  l'article  reparait  dans  un  autre  type  très-remar- 
quable,  qui  n'est  au  fond  que  le  dóveloppement  ultérieur  de  omu-l 
cel  hun. 

On  le  trouve  à  chaque  pas  dans  rHomiliaire  de  1580,  redige 
par  le  Diacre  Coressi  en  collaboration  avec  les  prétres  Jane  et 


'  Pour  ce  qui  regarde  les  documents,  écrits  par  des  hommes  tout-à-fait 
incultes,  voir  mes  'Anciens  textes':  Cuvente  den  bàtràni,  Bucarest,  1878,  passim. 

-  A  propos  du  type  al  doilea,  je  citerai  ici,  comme  curiosité  linguistique, 
le  passage  suivant  d'un  ouvrage  extrèmement  fantasque  de  Mr.  Laurianu, 
Tentamen  criticum  in  linguam  Romanam  vulgo  Valachìcam,  Viennae,  1840, 
p.  77:  'Occurrunt  in  quotidiano  sermone  etiam  alia  ex  Cardinalibus  conflata 
'  adiuncto  sibi  Pronomine  elle,  ella,  uti:  doici  elle,  doiie  ella^  vel  contrada  : 
'  dotale,  doue'la,  trei'le,  trei'la  etc;  quae  in  initio  sententiae  adhuc  semel 
'idem  Pronomen  conglomerant,  uti:  ellu  doni' le,  ella  doue'la  etc.  Opportu- 
'niora  (!!)  s\mi  :  primu,  douimu,  treimu,  quatrimu,  quinquimu,  sessimu  eic^ 
Et  voilà  une  nouvelle  langue  toute  faite!  Il  ne  manque  qu'une  nation  ad-hoc 
pour  l'apprendre. 


426  Hasdeu, 

MiliaV  du  faubourg  roumain  de  Kronstadt  en  Transylvanie.  Par 
exemple:  zio-a  cea-a  marc-a  la  grande  journée,  littóralement  : 
'journée-la  la-là  grande-la'; —  lucru-lu  cel-a  bunu-lù  cu poht-a 
cea-a  hun-a  la  bonne  action  avec  le  bon  vouloir,  litt.:  'action- 
-la  la-là  bonne-la  avec  vouloir-le  le-là  bon-le'; —  slugi-le  céle-a 
Imne-le  si  inieleple-lc  les  serviteurs  bons  et  sages,  litt.:  'ser- 
viteurs-les  lesdà  bons-les  et  sages-les'  ;  — pizm-a  cea-a  réo-a  la 
mauvaise  envie,  litt.:  'envie-la  la-là  mauvaise-la',  etc.  ' 

Ce  type,  qui  nous  porte  de  omu-l  cel  hiin  à  omii-l  cel-a  bunii- 
-l  ou  omu-l  cel  bunu-l,  c'est-à-dire  au  troisième  degré  d'inten- 
sivité  à  partir  du  simple  omu-l  bun,  persiste  jusqu'aujourd'hui 
dans  le  parler  du  peuple  de  certaines  rógions  de  la  Roumanie, 
entre  autres  dans  les  environs  méme  de  la  capitale.  C'est  ainsi 
que  M.  Dumitrescu,  dans  une  pièce  de  théàtre  réprósentée  jadis 
sur  la  scène  de  Bucarest,  fait  dire  à  un  campagnard:  vorbe- 
-le  ale  dulci-lc  ca  mierca  les  paroles  douces  cornine  le  miei'-, 
à  la  lettre:  'paroles-les  les  douces-les'.  Aussi  ra'est-il  arrivò 
d'entendre  à  Cralova,  dans  la  Petite- Valachie,  la  phrase:  fe- 
restre-le  cele  nalte-le  'fenétres-les  les  hautes-les'. 

Les  Macódo-roumains  n'ignorent  pas  ce  type.  Je  trouve  en 
effet  dans  Boiadii  :  ficor-lu  acelu  ??z/c-/u  =  daco-roumain  fecìo- 
ri-i  cai  mici-ì,  littóralement:  'fils-les  les  petits-les',  à  coté  de: 
ficòr-Ui  acelìi  m/ci  =  daco-r.  :  fecìori-t  cei  mici,  littér.  :  'fìls-les 
les  petits^  De  plus,  ils  conservont  une  autre  et  très-iraportante 
formule  de  triplication  de  l'article  definì,  en  admettant  l'article 
prépositif  du  génitif  après  le  substantif  articulé:  cas-a  a  vi- 
cinu-lui  domus-illa  illa  vicini-illius.  En  Transylvanie  on  dit  aussi 
quelquefois:  cas-a  a  hoieru-lui,  cal-ul  a[l\  dòmn-ei,  à  en  juger 
par  le  passage  suivant  de  Klein  et  Sinkai  dans  la  plus  ancienne 
grammaire  de  la  Lingue  roumaine:  'Quando  sunt  duo  nomina 
'substanti va,  quorum  unum  in  genitivo  poni  debet,  si  nomen, 
'quod  est  in  genitivo,  postponatur,  tunc  a  genitivi  eleganter 
'oraittitur,  ex.  gr.  loco  cauallul  à  domnului,  elegantius  dicitur: 
^ cavallul  domnului,  quod  idem  significat.'^  Ce  qui  est  positif, 


^  Cfr.  CiPARiu,  Crestomatia  sai*  analecte,  Blasiu,  1858,  p.  32,  33,  37,  38. 
^  I.  DcMiTRKSCU,  Zmarandita  saie  féta  pandaruhit,  Bucur.,  1855,  p.  28. 
■■  BojADz'i,  Macedovlachische  Spraclil.,  ed.   Bucarest,  1863,  p.  100  et  20S 
(commencem.  du  Vili"  dial.  et  fin  de  la  dern.  narrat.). 

'  Kr.EiN-SiNKAi,  Elementa  linguae  (?aco-romanae,  Vindobonae,  1780,  p.  15. 


Il  tipo  sintattico:  homo-ille  ille-bonus.  427 

en  tout  cas,  c'est  qu'en  ancien  daco-roumain,  par  exemple  dans 
rilomiliaire  de  Coressi  de  1580,  on  trouve  très-souvent:  loc-ul 
al  muncilor  (xvi,  13),  iàrie-a  domnului  (xvii,  4),  màrucini-i 
ai  mhircei  (xxi,  1),  etc. 

Enfin,  il  y  a  doublé  article  dans  cel-al-alt  (l'autre)  = 'ie-le- 
-autre',  et  triple  par  conséquent  dans  omu-l  cel-al-alt  (l'autre 
liomme)  =  'homme-le  le-le-autre'. 

Le  substantif  roumain  ne  reooit  que  l'article  postpositif,  tan- 
dis  que  l'article  prcpositif  appartient  exclusiveraent  à  l'adjectif.  Si 
le  génitif  peut  avoir  lui  aussi  un  article  prépositif,  nous  ne  sor- 
tons  point,  par  là,  du  cercle  idéal  de  l'adjectif  (filia-illa  illa-pa- 
tris  =  filia  illa  paterna).  Mais  l'adjectif  pouvant  avoir,  à  la  fois, 
l'article  prépositif,  méme  doublé,  et  le  postpositif,  on  peut  bien 
se  demander:  lequel  des  deux  doit  y  étre  considéré  corame  le  plus 
importante 

Dans  al  mete,  al  mei,  etc,  nous  ne  voyons  que  l'article  pré- 
positif, et  il  en  est  de  mème  dans  les  cardinaux:  ceì  dot,  cei 
Irei,  etc.  Dans  cel-al-alt  il  y  a  deux  articles  prépositifs  et  aucun 
postpositif.  L'article  postpositif  ne  s'attache  évidemment  qu'à 
un  adjectif  pourvu  déjà  de  l'article  prépositif,  tandis  que  ce- 
lui-ci  peut  parfaitement  se  passer  de  l'autre.  Le  prépositif  ap- 
parait  donc,  sous  le  rapport  syntactique,  comme  l'article  prin- 
cipal  de  l'adjectif,  et  le  postpositif  comme  secondaire  et  subor- 
donné.  Bunu-l,  reu-l,  frumosu-l  etc,  tout  adjectif  qui  n'est  quo 
post-articulé,  est  tout  simplement  un  adjectif  substantivé.  En 
afFirraant  cela,  nous  faisons  abstraction  du  type  bunu-l  om,  où 
l'adjectif  usurpa  en  quelque  sorte  la  place  du  substantif.  Cette 
construction,  de  plus  en  plus  patronnée  par  les  écrivains  rou- 
mains,  est  presque  étrangère  à  la  langue  du  peuple.  Au  sin- 
gulier,  elle  est  très-rare,  de  sorte  qu'on  n'emploie  jamais,  par 
exemple,  dulce-le  pom,  alb'-a  pànurà,  locutions  citées  par  Diez 
(IIP  39);  au  pluriel,  elle  est  inouie.  Dans  la  poesie  populaire 
rouraaine  -  nous  avons  dépouillé  exprès  les  400  pages  de  la 
collection  de  M.  Alexandri  -  on  chercherait  en  vain  un  adjec- 


^  La  forme  macédo-roumaine  doilii,  treilii  etc,  'deux-les'  (les  deux),  Urois- 
les'  (les  trois),  n'est  qu'une  exception  apparente.  Il  y  a  là  une  substaniiva- 
tion.  L'adjectif  serait  ntjcessaireraent  pró-articulé  :  a-dot-/c-a  ecc.  Du  reste, 
les  Mac(5do-rouraains  disent  aussi  acelti  doi,  accie  b-ci,  etc. 


•428  Hasdeu , 

tif  articulé  devant  un  substantif.  Meme  les  adjectifs  inarticu- 
lós  préposés  y  sont  à  peine  dans   la   proportion  d'un   tiers  en 
comparaison  avec  les  adjectifs  mis  après  le  substantif. 
Résumons  : 

1.  En  roumain,  le  substantif  se  place  généralement  avant 
l'adjectif. 

2.  Le  substantif  ne  peut  avoii"  d'autre  article  que  Tarticle 
postpositif:  -l,  -le,  -a. 

3.  L'adjectif,  qui  suit  le  substantif,  donne  lieu  à  cinq  différentes 
constructions  : 

a.  adjectif  inarticulé:  omu-l  bun; 

b.  avec  un  seul  article  prépositif:  omu-l  cel  bun; 
e.  avec  deux  articles  prépositifs:  omu-l  cel  ai-alt; 

d.  avec  un  article  prépositif  et  un  article  postpositif;  omu-l 
cel  bunu-l,  omu-l  al-doi-le; 

e.  avec  deux  articles  prépositifs  et  un  article  postpositif: 
omu-l  cel  al-doi-le. 

4.  Le  complément  génitival  se  range  sous  le  type  3.  d. 

IL  Passons  à  l'albanais. 

Ayant  pris  le  roumain  pour  point  de  départ,  nous  nous  bor- 
nerons  à  faire  ressortir  les  particularités  qui,  dans  le  cercle  bien 
dóterrainé  du  type  homo-ille  ille-bonus,  se  retrouvent  aussi  dans 
l'albanais.  En  d'autres  termes,  nous  nous  interdisons  strictement 
de  toucher  aux  pbénomènes  qui,  quelque  intéressants  qu'ils  puis- 
sent  étre,  sont  spécifìques  à  l'albanais,  sans  étre  partagés  par 
le  roumain.  Du  reste,  e' est  l'élément  balkanique,  c'est-à-dire 
précisément  le  fonds  commun  rouraain-albanais,  qui  nous 
préoccupe. 

Gomme  le  roumain,  l'albanais  possedè  deux  articles  définis, 
moins  différenciés  sous  le  rapport  de  la  forme,  mais  différant, 
de  méme  qu'  en  roumain,  par  la  fonction  :  un  article  postpositif 
et  un  article  prépositif. 

Gomme  chez  les  Roumains,  l'article  que  recoit  le  substantif  doit 
ètre  postpositif,  à  savoir: 

Masculin  singulier:  -u  et  -i; 

Féminin  singulier:  -a; 

Neutre  singulier,  genre  conteste  par  la  plupart  des  grara- 


11  tipo  sintattico:  honio-ille  ille-boiius.  129 

maìriens  albanais,  mais  qu'il  faut  bien  adraettre  par  la  simple  rai- 
son  qu'il  existe  réellement:  -tà\ 

Pluriel  pour  tous  les  genres:  -ià. 
Gomme  en   roumain,   radjectif   peut   recevoir  deux  articles: 
l'article  postpositif,  qui  est  formellement  le  métne  que  l'articlo 
substantival,  et  l'article  prépositif,  à  savoir: 

Masculin  singulier:  i-,  jamais  u-\ 

Fóminin  singulier:  e-,  jamais  a-\ 

Neutre  singulier;  ià-; 

Pluriel  pour  tous  les  genres:  là-. 
Gomme  en  roumain,  Tarticle  adjectival  prépositif  est  le  prin- 
cipal.  Il  caractérise  l'adjectif  tellement,  que  Lecce,  le  plus  an- 
cien grammairien  albanais,  avait  l'air  de  méconnaìtre  les  formes 
non  pré-articulées  corame  malli  (grand),  mir  (bon),  hukurà 
(beau)  etc,  les  remplacant  systématiquement  par  imath  -  i-matìi 
'le  grand'  ou  emath  =  e-math  4a  grande',  imir^i-mir  4e  bon' 
ou  emir  =  e-mir  'la  bonne',  et  ainsi  de  suite',  ce  qui  revient 
à  peu  près  au  procède  dont  se  servait  Glemens,  quand  il  ran- 
geait  tous  les  adjectifs  roumains  sous  l'initiale  de  l'article  pré- 
positif cel'. 


'  Lecce,  Osservazioni  grammaticali  sulla  lingua  albanese^  Roma,  1716. 
Nous  ne  connaissons  que  l'édition  de  Rossi,  Roma,  1866,  p.  20  sq.  La  méme 
aversion  pour  l'adjectif  inarticulé  se  manifeste  quelquefois  dans  Blanchus, 
Dictionarium  latino-epiroticum^  Romae,  1635,  dans  Pouqueville,  Voyage  dans 
la  Grece,  Paris,  1820,  t.  2,  p.  617  sq,,  dans  Kaballiotes,  Protopeìria,  Ve- 
uetia,  1770  etc,  qui  écrivent,  par  ex.:  éberde  (blanc),  iri  ou  irij  (jeune),  ibe~ 
gate  (riche),  ekukié  (rouge)  etc,  en  accollant  l'article  prépositif  à  son  adjectif. 
Voir  Vater,  Vergleichungstafeln  d.  europ.  !Stamm- Sprachen,  Halle,  1822, 
p.  176  sq.  ;-  Strangford,  Letters  and  papers,  London,  1878,  p.  145. 

2  Clemens,  Walachisch-deutsches  Woricrbuch,  Ofen,  1823,  p.  157  suiv., 
range  tous  les  adjectifs  roumains  sous  la  lettre  e,  de  la  manière  suivante: 
cel  ascuns  der  beimliche,  cel  bàtrin  der  alte,  cel  credincos  der  treue,  cel 
Icgat  der  gebundene,  etc.  Ce  qui  l'aura  ddterminé  à  ce  procède  un  peu  excen- 
trique,  c'est  qu'en  roumain  la  presque  totalité  des  adjectifs  sont  en  mème 
temps  des  adverbes,  de  sort  que  frumos,  par  exemple,  siguifie  également 
'pulcher'  et  'pulchrè',  rcu  ^malus'  et  'male',  drept  'rectus'  et  'rectè",  crc- 
dincws  'fidelis'  et  'fìdeliter',  etc.  L'article  devient,  par  conséquent,  un  moyen 
de  distinction  eutre  l'adjectif  et  l'adverbe.  -  En  albanais,  corame  en  roumain  et 
mòme  davantage,  les  adjectifs  iuarticulós  coiucident  pour  la  plupart  avec  les 
adverbes,  par  ex  :  bukurà  'pulcher  et  'pulchrè',  dreìta  'rectus'  et  'rectè',  etc. 

Archivio  t;lottol    ital.,  III.  2) 


430  Ifasdeu, 

Après  ces  traits  généraux,  voici  maiiitenant  une  serie  de  cor- 
respondances  morpliologiques  entre  le  roumain  et  l'albanais,  qui 
aboutissent  toutes  au  type  homo-ille  ille-bonus  ou  qui  en  dé- 
coulent: 

a)  Au  roumain  omu-l  l'homme  = 'homme-le'  correspond  l'al- 
banais meri-u  'homme-le'. 

P)  Au  roumain  omu-l  cel  bun  l'homme  bon  - 'homme-le 
le-bon'  correspond  en  albanais  meri-u  i-mira  =  'homme-le  le- 
-bon'.  -  Mais  l'albanais  dit  aussi  nìeri  i-mirà  'homme  le-bon',  et 
ne  dit  pas  nieri-u  mira  'homme-le  bon'  ;  tandis  que  le  roumain 
ne  dit  pas  om  cel  bun  'homme  le-bon',  et  peut  dire  omu-l  bun 
'homme-le  bon'. 

y)  Au  roumain  omu-l  cel-bunu-l  =  'homme-le  le-bon-le'  cor- 
respond en  albanais  meri-u  i  mir'-z  = 'homme-le  le-bon-le'. 

S)  Au  roumain  <2Z-c?o^^e  = 'le-deux-le'  correspond  en  al- 
banais z-(iz7'-i  = 'le-deuxième-le',  avec  cette  différence,  que  la 
forme  roumaine  derive  directement  de  doì  'deux',  tandis  que  la 
forme  albanaise  vieni  de  di  Meux',  par  l'intermédiaire  de  l'or- 
dinai inarticulé  di-tà  deuxième. 

e)  Au  roumain  cel-al-alt  = '\Q-\&-di\ìivé' ,  correspond  en  al- 
banais tìaiàrà  =  i-i-aiàrà,  c'est-à-dire  tà-i-atàrà^.  Nous  revien- 
drons,  plus  bas,  sur  cette  correspondance,  qui  est  très-intéressante. 

l)  Au  roumain  omu-l  al-doi-le  =  'homme-\e  le-deuxième-le', 
correspond  en  albanais  meri-u  i-dit'-i  ~  'homrae-le  le-deuxièrae-le' . 

Y.)  Au  roumain  al-omu-luì  'de  l'homme' = 'le-horame-du', 
correspond  en  albanais  i-nieri-ut  =  'le-homme-du',  que  la  dernière 
analyse  decompose  ultérieurement  en  al-omu-lu-ì  =  i-nìeri-u-t 
=  'le-homme-le-de',  car  -hi-  pour  le  roumain  et  -u-  pour  l'alba- 
nais ne  sont  que  l'article  postpositif  au  norainatif,  la  désinance 
propre  du  génitif  et  du  datif  étant  -ì  d'une  part  et  -t  de  l'autre- 
En  disant  cela,  nous  sommes  loin  de  séparer  le  pronom  roumain 
luì  et  son  féminin  raacédo-roumain  Itei  d'avec  leurs  correspon- 
dants  romans  occidentaux  lui,  lei,  que  nous  considérons  égale- 
ment  comme  composés  de  illu-i,  illa-i,  où  V-i  seul  nous  parait 
représenter  le  génitif  ou  bien  le  datif;  hypothèse  un  peu  hardie, 


'  L'explication  donnée  par  Camarda,  Grammatol.alb.,  I  215,n'est  pas  éloignée 
(le  lauótre.  Celle  de  Bopp,  Ueher  das  Albanesische,  Berlin,  1855,  p.  31-2,  est 
inadmissible. 


Il  liijo  sintattico:  homo-ilie  ille-bonus.  431 

qui  deraande  sans  doute  à  etre  développée,  mais  qui  a  tUé  sug- 
gérée  depuis  longtemps  par  Pott\ 

III.  Si  maintenant  nous  figurons  le  substantif  par  S  et  son 
article  par  s,  l'adjectif  par  A  et  son  article  ou  ses  articles  par 
a,  puis  par  a  l'article  adjectival  qui  précède  le  génitif,  enfin 
par  d  le  signe  du  génitif,-  quelle  qu'en  soit  la  valeur  étymolo- 
gique,  nous  aurons  les  formules  suivantes: 

S  +  s:  homo-ilie; 

S+s  A:    homo-ilie  bonus; 

S  a+A:  homo  ille-bonus; 

S  +  5  a+A:  homo-ilie  ille-bonus,  homo-ilie  ille-alter  ; 

S+5  a+A+a:  homo-ilie  ille-bonus-ille,  homo-ilie  ille-secundus- 
-ille; 

S  +  s  a+a  +  A:  homo-ilie  ille-ille-alter; 

S+s  a  +  S+s+rf:  filia-illa  illa-pater-ill-ius,  pater-ille  ille-filia- 
-ill-ius. 

Ces  formules,  si  caractéristiques,  si  foncièreraent  contraires 
à  la  raorphologie  des  langues  romanes,  s'ajustent  également, 
d'une  manière  pour  ainsi  dire  géoraétrique,  au  roumain  et  à 
Talbanais,  sauf  la  restriction  —  peut-étre  n'est-elle  qu'appa- 
rente  —  que  nous  avons  fait  ressortir  sous  la  lettre  p. 

Mais  ce  n'est  pas  tout.  Les  forraliles  expriment  des  règles, 
tandis  que  l'albanais  et  le  roumain  coì'ncident  méme  dans  les 
irrégularités,  dans  des  écarts  difficiles  à  formular.  En  voici 
quelques  échantillons. 

Nous  avons  vu  plus  haut  que  le  type  roumain  omu-lu-i  'hom- 
me-le-de'  coincide  de  point  en  point  avec  l'albanais  nìeri-u-t 
'homme-le-de',  le  signe  du  génitif-datif  singulier  étant  -i  en  rou- 
main et  -t  en  albanais'.  Or,  en. roumain,  la  terminaison  du  gé- 


»  Kuhn's  Zeitschrift,  XII,  p.  196.  —  On  peut  rappeler  ici  que,  d'après 
Meunier  et  Havet,  Mcmoires  de  la  Società  de  Linguisti  que,  I,  50  et  III,  187, 
le  latin  illius  lui-mème  est  composi?  avec  un  génitif  supplémentaire  ius. 

-  Une  analogie  extra-balkanique,  decisive,  qui  confirme  la  décomposition 
omu-lu-t  -  nieri-u-t  et  dont  nous  reparlerons  dans  une  autre  lettre  à  M.  le  di- 
recteur  de  VArchimo,  est  le  génitif  scandinave  articulé:  man-en-s -'homme- 
-le-de',  forme  par  la  désinance  genitivale  -s  ajoutée  au  nominatif  articulé  man- 
-en  = 'homme-le'.  Au  génitif  articulé  féminin,  les  Scandinaves  attachent  ce 
mème  -s  au  nominatif  articulé:  /fron'an-s  = 'couronne-la-de'  de  hron'anzz 
'couronne-la". 


432  Hasdeu, 

nitif-datif  singulier  féminin  est  -ci:  cas'a  =  casà-a  4a  maison', 
gén.-dat.  cas'cì;  féCa-fctà-a  'la  fille',  gén.-dat.  fet'-cì  etc,  dans 
les  anciens  livres  et  documents  roumains:  caseci,  feteeì  etc. 
D'après  le  masculin  omu-lu-ì  'homme-le-de'  on  attendrait,  au 
féminin,  cas'-a-ì  =  casà-a-i  'maison-la-de',  non  pas  case-e-i  con- 
traete en  cas'-e-t  Cet  e  =  ee  serait-il  pour  a  =  àa'^.  La  termi - 
naison  albanaise  du  nominatif  singulier  féminin  articulé  est 
-a:  dita  'journée',  articulé  dit'-a  =  dità-a;  hànnà  Mime',  arti- 
culé hànn-a-hànnà-a,  etc;  et,  d'après  le  génitif-datif  sin- 
gulier masculin  nìeri-u-t  Miomme-le-de',  on  s'attendrait  au  fé- 
minin dit'-a-t  =  dità-a-t  'journée-la-de'.  Au  lieu  de  ce  dU'-a-t 
=  dità-a-t,  nous  trouvons  dit'-e-f,  ou  méme  ditt-e-t  =  dite-e-t,  par 
ex.  dans  la  traduction  de  la  B.ble:  \po  xs-jàiy  Slttst  (Matth. 
XI,  23).  L'albanais  e  pour  àa  dans  dit'-e-i  =  dità-a-t  est  abso- 
lument  identique  au  roumain  e  pour  àa  dans  cns'-e-i  =  casà-a-i. 
La  coìncidence,  si  elle  n'est  pas  illusoire,  serait  d'autant  plus  pré- 
cieuse,  qu'elle  ne  relierait  que  les  anneaux  les  plus  éloignés  de  la 
chaine:  le  daco-roumain  et  l'albanais  archalque,  tandis  que  la 
forme  albanaise  ordinaire  du  féminin  singulier  -sa  ou  -àsà  et  le 
génitif-datif  féminin  singulier  du  macédo-roumain  -lii  ou  -ilii 
s'en  éloignent. 

Un  autre  exemple,  non  raoins  frappant.  Nous  avons  constate, 
que  les  Macédo-roumains,  les  Moldaves  et  une  partie  des  Tran- 
sylvains  remplacent  les  quatre  formes  bien  caractérisées:  al,  a, 
ai,  ale,  par  la  seule  forme  a,  qui  ne  convient  proprement  qu'au 
singulier  féminin  :  a-meù  -  7a-mien',  a-mele  =  7a-miennes',  a-doi- 
-le='la-seconà-\e\  acest-cal  a-hoieru-lu-ì-  'ce  cheval  /a-boiard- 
-le-de'  etc.  Or  l'albanais  nous  offre  quelque  chose  de  très-ana- 
logue.  Dans  les  constructions  du  substantif  avec  le  génitif,  on 
emploie  l'article  prépositif  féminin,  au  singulier,  après  toute 
espèce  de  pluriels,  soit  féminins,  soit  masculìns  ou  neutres;  par 
ex  :  kuaì-tà  e-buìar-i-t '\es  chevaux  du  boyard' = 'chevaux-les 
?a-seigneur-le-de' =  roum.  :  cai-ì  a-hoiaru-lu-i  pour  caz-2  a^...; 
ou:  'mpretàr-et  e-de-u-t  'les  rois  de  la  terre' =  rois-les  ?a-pays- 
-le-de' =  roura.  :  impàrati-ì  a-iiàmintu-lu-i  pour  fmpàrafi-ì  ai... 
En  outre,  dans  la  déclinaison  de  l'article  prépositif,  en  general, 
cet  e  sert  en  méme  temps  comme  accusatif  singulier,  corame 
accusatif  pluriel  et  comme  nominatif  pluriel  pour  tous  les  gen- 


Il  tipo  sintattico:  homo-illtó  ille-bouus.  433 

res.  Ce  n'est  qu'en  faveur  de  cet  e,  si  multiplié,  que  M.  Dozou 
a  cru  nécessaire  de  créer  un  paradigrae  à  part,  séparé  de  celui 
de  l'article  prépositif,  et  qu'il  qualifie  d'une  manière  très-génée  : 
'un  petit  mot  que  j'appellerai,  fante  de  raieux,  le  conjonctif'.'' 
Les  norabreux  e,  qui  ont  pu  einbrouiller  à  ce  point  le  plus 
récent  grammairien  de  l'albanais,  ne  sont  au  fond  que  la  pro- 
pagination  du  férainin  singulier  e  dans  les  cas  obliques  et  au 
pluriel;  fait  essentiellement  analogue  à  la  propagination  du  fé- 
minin  singulier  a  en  roumain.  Quant  au  terme  de  'conjonctif, 
introduit  par  M.  Dozon,  il  pourrait  parfaitement  étre  applique 
à  l'article  prépositif  roumain-albanais  en  general. 

Encore  un  exemple.  En  roumain,  le  pluriel  de  cel-al-all  Tautre' 
est  cei-l'-alti  =  ceì-al-aliì,  ce  qui  signifie,  à  la  lettre:  'les-l'au- 
tres',  par  une  bizarre  association  de  l'article  au  singulier  avec 
l'article  au  pluriel.  Au  féminin,  on  à\i  cea-l'-altà-=cea-al-altà, 
littéralement  'la-le-autre',  par  une  association  non  moins  bi- 
zarre du  masculin  avec  le  féminin.  En  albanais,  4'autre'  est 
ttatàrà-i'-i-atàrà=tà-i-atàrà.  Cette  construction  peut  étre  en- 
visagée  de  deux  facons,  vu  la  doublé  fonction  de  iu.  D'abord  tà 
est  l'article  prépositif  neutre  au  singulier;  et  ià-i-atàrà  serait 
dans  ce  cas:  'illud-ille-alter',  par  l'alliage  des  deux  genres  dif- 
férents,  tout-à-fait  comme  dans  le  roumain  cea-al-altà  =  'ì\\3i-ì\\e 
altera'.  Mais  tà  est  aussi  le  pluriel  de  l'article  prépositif  pour 
tous  les  genres ,  de  sorte  que  ià-i-atàrà  pourrait  étre  aussi  : 
'les-le-autre',  par  l'alliage  des  deux  nombres,  tout-à-fait  comme 
le  roumain  ce^-a^a?/^  = 'les-le-autres'.  De  quelle  manière  qu'on 
veuille  se  rendre  compte  du  type  albanais,  on  aboutit  toujours 
à  une  analogie  roumaine.  11  n'est  pas  moins  singulier,  que  cette 
locution  roumaine  réunit  les  deux  articles  prépositifs  cel  et  al, 
de  mèrae  que  la  locution  albanaise  réunit  les  deux  articles  pré- 
positifs tà  et  i.  Cette  coincidence  ne  perd  rien  de  sa  force  par 
cela  que  l'alb.  tà  a  aussi  des  fonctions  postpositives. 

Faut-il  accordar  à  de  telles  coincidences  dans  les  anomalies, 
qui  peuvent  certes  provenir  quelquefois  d'un  pur  hasard,  la 
haute  importance  qu'attachait  Pott  aux  phénomènes  de  la  méme 
nature  par  rapport  aux  autres  langues  ario-européennes'?  Nous 


'  Dozon,  Grammaire  albanaise,  dans  la  Rcvue  de  philologic  et  d'ilhnoffya- 
phic,  t.  ?,  p.  355.  Cfr.  Haun,  Alb.  St.,  Gramm.  p.  28. 


434  Hasdeu, 

nous  bornerons  à  rappeler  ici  ses  propres  paroles:  'Daraus 
wollen  wlr  als  allgemeinere  Kegel  uns  dea  Satz  abziehen:  Ue- 
bereinstimmungin  der  Anomalie,  also  in  der  Einzel- 
Abweichung  von  der  Norm  und  Regel,  thut  es  der  Mas- 
sen-Uebereinstimmung  der  Regel  selbst  nodi  zu- 
vor  an  Beweiskraft  bei  Ausstellung  von  Verwandt- 
schafts-Attesten  zwischen  Sprachen...'' 

IV.  Maintenant,  abordons  le  bulgare. 

En  partant  du  principe  pose  par  Kopitar^  développó  par  Mi- 
klosicli  ^  et  soutenu  par  Schuchardt*,  Vous  dites  que:  *I  feno- 
meni caratteristici  dell'albanese  debbono  sottilmente  confron- 
tarsi con  quelli,  che  in  due  moderne  lingue  circonvicine  atte- 
stano, alla  lor  volta,  una  riazione  della  favella  abori- 
gena, soggiaciuta  a  quelle  degli  invasori,  oppur  ne  costitui- 
scono gli  avanzi;  ciò  è  dire  coi  fenomeni,  pei  quali  il 
rumeno  si  scosta  dagli  altri  idiomi  neo-latini,  e  il 
bulgaro  dagli  altri  idiomi  slavi'.' 

Je  suis  parfaitement  de  Votre  avis,  qu'il  faut  savoir  finement 
coraparer,  à  chaque  pas,  les  trois  langues  balkaniques  post-ar- 
ticulées;  la  comparaison  devrait  s'ótendre  méme,  sur  un  pian 
secondaire,  non  seulement  au  grec,  ancien  et  moderne,  mais 
parfois  encore  au  serbe  et  au  slovène;  je  suis  loin  cependant 
de  mettre  sur  la  méme  ligne  les  rapports  du  rouraain  à  l'al- 
banais  et  les  rapports  du  bulgare  au  roumain  et  à  l'albanais. 
Il  y  a  là  une  distinction  capitale  à  faìre. 

Tandis  que  la  morphologie  roumaine  et  albanaise  est  presque 
identique  sur  tous  les   points,   méme  dans  les  traits  les  plus 


1  PoTT,  Die  Kenmeichen  der  Sprachverwandtschaft,  dans  Z.  d.  d.  mor- 
genl.  Gesellschaft,  IX.  443. 

2  Wiener  Jahrb.  d.  Litteratur,  t.  4G,  p.  85  sq.  —  Kopitar's  Kleinere  Schrif- 
ten,Wien^  1857,  p.  233.-  Il  ne  faut  pas  oublier  toutefois,  que  c'est  Thunmann, 
Untersuchungen  uber  die  Gesch.  d.  óstlichen  europ.  Volker,  Leipzig,  1774, 
p.  175, 246,  qui  a  dit  le  premier:  'Diese  Wlachen,  nebst  ihren  Nachbaren,  und 
wie  es  scheint,  alten  Geschlechtsverwandten,  den  A/i«nerH...', et:  'Die Wlachen, 
deren  erster  Slamm  wahrscheinlich  mit  dem  Albanischen  einerlei  gcwesen...'' 

■■'  MiKLOSiCH,  Die  slav.  Elem.  im  Rumun.,  p.  5  sqq. 

^  ScnuciiARDT,  Der   Vokalismiis  d.  Vufgàrla(eins,  t.  3,  p.  49  sq. 

^  As'"OLt,  Studj  critici,  II  61. 


Il  tipo  sintattico:  homo-ille  ille-bonus.  435 

intimes,  dans  les  replis  les  plus  cachés  ou  les  plus  compliqués, 
le  bulgare  ne  fait  que  s'approcher  de  cette  morpliologie  daco- 
-épirote,  raanifestant  plutòt  des  penchants  analogues,  des 
vélléités  en  train  de  poindre,  des  tendances  à  demi  réalisées , 
quelquefois  décidément  manquées. 

Le  roumain  et  l'albanais  descendent  directeraent  d'un  substra- 
tum  commun;  leur  ressemblance  est  congénitale;  leurs  divergen- 
ces  sont  dues  à  des  agents  postérieurs,  à  des  coiiditions  mésologi- 
ques  différentes,  à  tout  ce  qui  modifie  un  sujet  extérieurement, 
sans  en  pouvoir  changer  l'essence.  Il  en  est  tout  autreraent  da 
bulgare,  qui  appartient  visiblement  à  une  autre  souche.  Les  phé- 
nomènes,  qui  lui  sont  communs  avec  le  roumain  et  l'albanais,  ne 
sont  jaraais,  mais  jaraais  organiques.  Ils  lui  ont  été  inoculés, 
souvent  d'une  manière  très-gauche,  et  encore  à  une  epoque  où  la 
source  coramune  de  l'albanais  et  du  roumain  était  tarie  depuis 
longtemps.  L'influence  du  roumain  y  est  surtout  sensible. 

Nous  retrouvons  dans  le  bulgare  la  formule  S  +  s:  celeak-àt- 
roum.  omii-l  -  alb.  mcri-u  ;  mama-tà  =  roura.  munì -a  =  alb.  mcmi- 
m'-a,  sito-to  (le  crible)  =  roum.  cìuru-l  =  alb.  sit'-a  etc,  o'est-à-dire 
un  article  postpositif:  -àt  ou  -ot  pour  le  masculin,  -tà  pour  le 
fóminin,  -lo  pour  le  neutre,  -te  pour  le  pluriel.  Il  s'en  faut  de 
beaucoup,  cependant,  pour  que  l'article  postpositif  soit  tout 
aussi  essentiel  au  bulgare  qu'il  l'est  au  roumain  ou  à  l'alba- 
nais. Le  bulgare  peut  facilement  le  supprimer,  presque  toutes 
les  fois  que  cela  convient,  non  pas  au  sens  de  la  phrase,  mais 
au  ben  plaisir  du  parleur.  Pour  s'en  convaincre,  on  n'a  qu'à 
raettre  en  parallèle  les  passages  très-resserablants  de  trois  chan- 
sons,  l'une  roumaine,  l'autre  albanaise,  la  troisième  bulgare.  Le 
morceau  roumain  compare  la  taille  d'un  jeune  homme  à  une 
bague,  ses  joues  à  de  la  crème,  sa  moustache  à  l'épi,  ses  che- 
veux  au  corbeau,  ses  yeux  à  la  mure  sauvage;  le  morceau 
nlbanais  compare  la  taille  d'une  jeune  fille  à  une  baguette,  son 
teint  à  de  l'ambre,  ses  cheveux  aux  cordes  d'une  guitare,  son 
soufflé  aux  parfums  de  la  montagne,  ses  lèvres  à  l'oeillet;  enfia 
le  morceau  bulgare  dit  que  la  taille  de  la  jeune  fille  est  'mince- 
-élancóe',  son  visage  —  du  fromage  frais,  ses  sourcils  —  de  la 
passementerie  de  Constantinople,  sa  bouche  —  une  tasse  d'ar- 
gent,  ses  yeux  —  de  la  guigne,  sa  languo —  une  fìgue  douce  : 


436  Hasdeu, 

Roum. 
^llndrul  ciohànel 
Tras  printr'un  inel, 
Felisór'a  lui 
Spum'a.  laptehn, 
Mustectur' a  lui 
Spicu\  gràu\ui 
Perisorul  lui 
Pén'a  corbuluì, 
Ochisoriì  luì 
Mur'a.  cdmpulm...^ 

Ali). 
Móiy  e  hol'a.  si  liastar\, 
E  bard'a.  si  hìehriban, 
Liestà  tata  si  tetta  iongar'i, 
Er'a  tràndàlinà  maini,  ' 

Buz'a  harafhtià  duKiani - 

Bulg. 
Na  snagà  —  tenho-visoko. 
Lite  mu  —  lìrésno  sirene, 
Yézdi  mu  —  stambol-g aitarli. 
Usta  mu  —  ceska  srebàrna, 
Oci  mu  —  cerni  ceresi, 
lazik  mu  —  sladha  smohina...^ 

Dans  le  texte  roumain,  l'article  postpositif  se  trouve  treize 
fois;  dans  le  texte  albanais  —  qui  esL  le  plus  court  —  neuf  fois, 
sans  compter  l'article  prépositif  ;  dans  le  texte  bulgare,  pas  une 
seule  fois!  Il  serait  facile  de  multiplier  à  l' infini  de  pareils 
exemples,  qui  prouvent  jusqu'à  la  dernière  évidence  que  l'article 
postpositif  n'est  pas  entré,  pour  ainsi  dire,  dans  le  sue  de  la 
langue  bulgare.  Elle  s'en  sert  de  la  manière  la  plus  irrégulière, 
l'omettant  sans  facon  quand  bon  lui  semble,  cu  bien,  au  contraire, 
l'accuraulant  après  les  adjectifs,  après  les  pronoms,  après  les 
adverbes  mérae. 

Et  encore,  cet  article  postpositif  tu  est-il  au  moins  bien  fixe 


^  Alexandri,  Poesn  populare,  ed.  2,  p.  3. 

-  Camabda,  0.  e.  II  21. — •  Oli  voit  que  je  considera  comma  forme  articulée 
le  soi-disant  génitif-datif  indéterrainc:  tongari,  mallìi,  dukìani.  C'est  une 
question  sur  laquelle  je  reviendrai  dans  une  étude  à  part  sur  la  déclinaison 
des  langues  balkaniques. 

^  Bezsonov,  BoìgarsJciia  inesni.,  Moscva,  1S55,  t.  2,  p.  71, 


Il  tipo  sintattico:  homo-ille  ille-bonus.  437 

dans  la  langue  bulgare?  Pas  tout-à-fait.  Il  y  a  des  patois, 
où  il  est  reraplacé  par  un  article  postpositif  nu.  C'est  ainsi 
que  dans  le  district  d'Akhi-c'elebi  on  dit  viera-na  pour  vìera-tà 
'la  foi',  kandili-ne  pour  kandili-te  'les  larapes',  devet-nu  pour 
devet-to  'le  nombre  neuf,  kalpaka-nu  pour  kalpak-àt  'le  bon- 
net',  etc.  Très-rarement  on  y  emploie  aussi  tu  à  coté  de  nù, 
et  M.  Colakov  nous  assure  qu'on  y  connait  mérae  une  troi- 
sième  forme:  su.  'Tu,  ta,  tu  {=  to)  —  dit-il  —  est  l'article  definì 
'en  general;  7iù,  na,  nu  {  =  no)  désignent  les  objets  éloignés; 
'su,  sa,  su  {=  so)  indiquent  les  objets  rapprochés".  Toutefois, 
les  onze  chansons  populaires  dans  ce  patois,  publiées  par  M. 
Colakov,  ne  nous  offrent  guère  que  nù,  na,  nu.  La  forme  nù 
pour  tu,  ou  conjointement  avec  tu,  se  retrouve  aussi  dans 
d'autres  dialectes  bulgares.  Celui  de  la  Macédoine  connait,  en 
outre,  une  quatrièrae  variante:  vù,  par  ex.:  srce-vo  'coeur-le', 
voda-va  'eau-la'  etc.^  La  forme  sii;  est  évidemment  le  palèo-slave 
Si  'hic';  la  forme  nù  parait  ètre  le  palèo-slave  onù  'ille';  la 
forme  vù  ne  peut  étre  que  le  palèo-slave  ovù  'hic'  avec  la  méme 
aphérèse  de  o-;  enfin  tu,  l'article  défini  bulgare  le  plus  répandu, 
est  sans  contredit  le  palèo-slave  tu  'ille'  ou  'ipse'.  Si  les  Bulga- 
res, comme  nous  le  croyons,  n'ont  fait  qu'enter  maladroitement 
à  leur  langue  Tarticle  postpositif  selon  le  modèle  roumain,  c'est- 
à-dire  en  traduisant  l'article  roumain  -hi  par  le  déraonstratif 
slave  tu,  ils  auraient  fait,  au  fond,  la  méme  chose  que  les  Slo- 
vènes  de  Rèsia,  dans  la  province  d'Udine,  qui,  empruntant  aux 
Italiens  l'article  prépositif  il,  l'ont  traduit  de  la  méme  facon 
par  le  dèmonstratif  slave  tù\ 

Il  faut  ajouter  que  l'article  postpositif  bulgare  n'a  guère 
de  cas  obliques.  En  thèse  generale,  sauf  quelques  exceptions 
sporadiques,  il  ne  possedè  que  le  norainatif.  Les  formes  daco- 
épirotes  omu-lu-i  =  nieri-u-t,  ou  ter'-e-i  =  dit'-e-t,  sont  exprimées 
en  bulgare  par:  na  celeak-àt  =  ' sur  homme-ie'  ou  na  zemìe- 
ià  -  'sur  terre-la'. 

L'article  prépositif,  de  son  coté,  si  essentiel   au   roumain  et 


'  Colakov,  Bulgarshìii  naroden  shornik,  Bolgrad,  1872,  p.  323,  note  5. 

2  MiKLOSicn,  Vergi.  Gramm.,  t.  3  (187G),  p.l85. 

^  BAVnoriN  de  Coi'rtenay,  Reslanshii  katihizis,  Leipzig,  187.",  p.  25. 


438  Hasdeu, 

à  l'albanaìs,  si  éminemment  caractén'stique  par  son  apparte- 
naiice  exclusive  à  l'adjectif  et  au  génitif,  manque  absolument 
au  bulgare.  De  plus,  à  Tenvers  de  ce  qui  distingue  particu- 
lièrement  le  daco-épirote,  l'adjectif  s'y  place,  presque  exclusi- 
vement,  devant  le  substantif.  Le  bulgare  ne  dit  pas:  celcak-àt 
dobàr  'homo-ille  bonus',  mais:  dobrit-àt  óeleak  'bonus-ille  ho- 
mo"; et  s'il  arrivo  —  ce  qui  est  une  exception  bien  rare  — 
qu'un  adjectif  articulé  soit  place  en  bulgare  après  le  substantif, 
on  n'y  obtient  que:  Pelar  pàrvii-àt  =-^Vì(ì\"ce  premier-le',  ja- 
mais  quelque  chose  comme  cel-intàiu  en  roumain,  ou  i-parà  en 
albanais.  Par  conséquent,  on  chercherait  envain  en  bulgare  le 
t}' pe  daco-épirote  om-ul  cel-bun  =  nieri-u  i-mirà. 

Cependant,  la  réduplication  de  Tarticle  défini  n'est  pas  tout- 
à-fait  étrangère  au  bulgare,  et  méme  on  l'obtient  de  diffórentes 
raanières. 

On  y  trouve,  d'abord,  la  formule  morpliologique:  S  +  s  A  +  s, 
inconnue  au  roumain  et  à  Talbanais,  mais  assez  proche  de  la 
formule  S+s  a  +  A.  Exemples:  bulkà-tà  hubavà-tà  'la  belle  fem- 
me'%  littéralement:  'femme-la  belle-la';  drehi-te  samodivski-te 
'les  habits  féeriques'^  = 'habits-les  féeriques-les' ;  maika-ta  ma- 
(jesnifa-ta  'la  mère  sorcière'  -  'mère-la  sorcière-la'  \  etc.  Il  est 
vrai  que  cette  tournure  est  introuvable  ailleurs  que  dans  la 
poesie  populaire,  dont  elle  constitue  une  des  licence?. 

L'intéressant  patols  d'Akhì-celebi,  dont  il  a  été  déjà  question 
plus  haut,  paraìt  posseder  encore  une  autre  espèce  de  rédupli- 
cation de  l'article  défini,  qui  n'est  pas  moins  étrangère  que  la 
précédente  àlamorphologie  roumaine-albanaise;  à  savoir:  S  +  s  +  5, 
<ju  bien  A  +  s+5;  par  exemple: 

Utide  maika  ta  nabra 
Ut  devetl-tu-nu  gradina 
Pilim...,^ 


'  Cankof,  Gramm.  d.  bulgar.  Sprache,  Wien,  1852,  p.  46:  'In  der  bulga- 
rischen  Sprache  stehea  die  Beiwòrter  vor  dem  Hauptworte.' 

-  Bezsonov,  op.  cit.,  II  78. 

*  DozoN,  Chansons  populaires  bulgares,  Paris,  1875,  p.  7.  Dans  la  mèma 
chanson  et  avec  le  mème  seus:  rohli-te  samodivski-te. 

'  Ib.  p.  17. 

''  CoLAKov,  op.  cit.,  p.  323,  N.  66,  où  cette  tournure  se  rópòte  deux  fois. 


Il  tipo  sintattico:  homo  illg  iile-b';nus.  439 

Oli  devcti-tu-nu  gradina  (les  neuf  jardins)  me  parait  signifier 
à  la  lettre  :  'neuf-le-le  jardins'. 

Le  mérae  patois,  d'après  Mr.  Colakov,  attaché  au  datif  arti- 
culé  le  datif  de  la  troisìème  personne.  Voici  ce  que  nous  écrit 
là-dessus  M.  Mikloslch,  que  nous  nous  sommes  permis  de  consul- 
tar à  cet  égard:  'Konìu-tu  mu  est  difficile  à  expliquer.  Je  crois 
'que  les  Bulgares  peuvent  dire:  dadoh  oves  kontu-tu  mu,  lit- 
'téralement:  «  dedi  avenam  equo-xw-ei  »,  phrase  dans  laquelle 
'au  datif  konui-tu  rw  I-tzoì  est  ajouté  le  datif  mu  x'j-m.  La 
'langue  bulgare  contient  encore  beaucoup  d'énigmes.'  -  Nous 
croyons,  pour  notre  part,  que  ce  curieux  -tu  mu  (=tò  ei)  pour- 
rait  blen  n'étre,  au  fond,  qu'une  imitation  du  génitif-datif  rou- 
raain  -lu-ì.  Il  faut  reconnaìtre,  toutefois,  que  l'originai  roumain 
a  été  trop  cavalièreraent  traité  par  la  copie  bulgare,  car  dans 
ca^M-^w-z  = 'equus-ó-ei'  il  n'y  a  qu'une  seule  indicatioii  du  datif, 
tandis  qu'il  y  en  a  trois  dans  A'onm-^M-mw  = 'equo-xtr-ei'! 

Bref,  le  bulgare  s'est  donne  toutes  les  peines  du  monde  pour 
imiter  les  allures  rouraaines  et  albanaises,  surtout  les  premiè- 
res,  sans  jamais  pouvoir  obtenir  autre  chose  qu'une  espèce  de 
caricature.  Le  naturel  lui  manque.  Et  cependant  cette  paro- 
die n'est  pas  sans  intérét.  C'est  une  exceliente  pierre  de  touche 
pour  apprócier  toute  la  distance  qui  séparé  le  développement 
d'emprunt  du  développement  organique  d'une  langue.  L'or- 
ganique  seul  reste  identique  à  lui-méme,  conséquent  dans  tou- 
tes ses  articulations,  si  imperceptibles  qu'elles  soient,  persi- 
stant  alors  raéme  que  les  évènements  déterminent  des  sur- 
faces  très  diversement  faconnées,  car  rien  de  plus  prononcé, 
sans  doute,  que  la  différence  d'accoutrement  entre  le  roumain  et 
l'albanais. 

V.  Examinons  maintenant  le  grec. 

Le  grec  ó  àvr.p  ó  iyaS-ó;  correspond  à  l'albanais  nieri-u  i-mira, 
de  méme  qu'au  roumain  omu-l  cel-bun,  mais  seulement  comme 
réduplication  de  l'article,  c'est-à-dire  en  tant  que  principe,  nul- 
lement  comme  type  morphologique  (gr.  :  s+S  a  +  A;  daco-ép.  : 
S  +  s  a+A).  Une  articulation  triple  dans  une  construction  sans 
génitif,  telle  que  l'alb.  ìiìeri-u  i-mir'i -roum.  oniu-l  ccl-humi-l, 
est  étrangère  au  grec,  memo  comme  principe. 


440  ilasdeu, 

Le  grec  nous  offre  lui  aussi  la  triplication  de  l'article,  dans 
le  type  génitival:  ó  oko;  ó  toO  tzxi^ó;,  qui  correspond  à  l'alba- 
nais  spi-a  e-ìat-i-t,  corame  M.  Camarda  l'a  bien  reconnu\  et  de 
raème  au  roumain  casa  a-taià-lu-i.  La  colncidence  est  très  re- 
marquable;  mais  c'est  encore  une  correspondance  de  principes, 
non  pas  de  forme. 

Sans  nous  répéter  davantage  pour  ce  qui  concerne  la  postpo- 
sition  de  l'article  substantival,  nous  nous  bornerons  à  signaler 
ici  que  le  grec  ne  connaìt  pas  un  article  adjectival  special,  dif- 
férant  par  la  position  et  différencié  par  la  forme.  Dans  ó  àvrip 
ó  àya3-ó?,  comme  dans  ó  oì/.o;  ó  to'j  T^aTpó;,  Tó  qui  précède  le 
second  membre  est  absolument  le  méme  que  celui  qui  précède 
le  premier;  tandis  que  le  roumain  a  cel-  ou  a-  à  coté  de  -l[u\: 
omu'l  cel-bun,  cas-a  a-tatà-lui,  et  l'albanais  nous  donne  i-  e- 
à  coté  de  -u:  nieri-u  i-mirà,  etc. * 

L'article  grec  est  d'ailleurs  incomparablement  plus  indépen- 
dant,  plus  degagé,  que  ne  le  sont  les  deux  articles  en  roumain 
et  en  albanais.  Non  seulement  l'article  roumain-albanais  post- 
positif,  dont  la  coalescence  avec  le  nom,  auquel  il  se  rapporta, 
lui  fait  perdre  tout-à-fait  sa  propre  individuante,  mais  l'arti- 
cle prépositif  lui-méme,  presqu'enchaìné  à  son  adjectif,  est  beau- 
coup  moins  libre  que  l'article  grec.  Néanmoins,  la  conformité  de 
principe  dans  la  réduplication  et  la  triplication  de  l'article,  éta- 
blit  un  lien  incontestable  entre  le  grec  et  le  daco-épirote^"'^ 


^  Op.  cit.,  I  207. 

*  È  certamente  vero  che  i  due  ó,  i  quali  occorrono  nel  tipo  ó  àvhp  6  dyx^ò; 
o  nel  tipo  ó  otx.0?  ó  toO  7raT/3Óc,  sono  anche  nell'ordine  etimologico  una  stessa 
e  identica  voce]  ma  é  manifesto,  nel  secondo  tipo  in  ispecie,  che  T  ó,  pre- 
messo al  secondo  membro,  ci  rappresenta  un'altra  e  più  antica  fase  di  si- 
gnificato, per  la  quale  la  convenienza  tra  il  greco  e  il  rumeno  o  l'albanese 
si  rende  ancor  maggiore.  Il  secondo  ó  serba  cioè  il  suo  valore  di  pronome 
dimostrativo;  e  quindi  riabbiamo  veramente:  Ha.  casa,  codesta  del  padre',  e 
analogamente:  'l'uomo,  codesto  buono',  sebbene  nel  secondo  tipo  l'intenzione 
appositiva  pili  non  è  sensibile,  come  appunto  non  1'  è  in  om-ul  cel  bun. 

G.  I.  A. 

**  In  una  lettera  successiva,  che  pur  sarà  fatta  di  pubblica  ragione,  il  dotto 
Rumeno,  riprovati  imprima  i  tentativi  che  mirano  a  raccostar  direttamente 
l'albanese  al  greco,  e  affermato  che  la  comparazione  debba  versar  metodica- 
mente intorno  all'organismo  greco   dall'una  parte   e  a  quell'organismo    che 


Il  Ujio  sintattico:  bonio-i)le  ille-boims.  441 

traspare  dall'altra  nelle  particolari  concordanze  che  son  fra  il  rumeno  e  l'al- 
banese, enumera  poscia  le  proprietà  che  la  presente  indagine  lo  induce  a 
assegnare  a  codesto  organismo  ante-romano,  o  *daco-epirotico'  o  'tracico  d'Eu- 
ropa'. Tocca  insieme  dell'articolo  zingarico  che  si  ripete  da  influenze  pri- 
mamente greche  (p.  e.,  fra  gli  Zingari  di  Rumenia:  e  piri  e  sastruni  illa- 
-olla  illa-ferrea,  il  raya  ti  barea  illae-dominae  illae-magnae).  Indi  passa  allo 
scandinavo,  che  ha  anch'esso,  come  il  rumeno  e  l'albanese,  un  articolo  so- 
stantivale pospositivo  (così  p,  e.  l'ant.  island.  en-yngri  hona-n^  la  giovane 
donna,  è  alla  lettera:  illa-junior  femina-illa,  e  dà  la  formola  a  +  A  S  +  s,  che 
differisce  per  la  sola  collocazione  dell'aggettivo  dalla  formola  rumena  e  al- 
banese S  +  5  a  +  A);-  e  ancora  passa  al  litu-slavo  e  al  germanico,  il  cui  arti- 
colo pospositivo  è  all'incontro  esclusivamente  aggettivale,  attribuendo  il  no- 
stro autore  a  mero  influsso  scandinavo  il  fenomeno  sporadico  e  irregolare 
dell'articolo  sostantivale  pospositivo  che  pur  c'è  offerto  da  qualche  dialetto 
russo  del  Nord.  Finalmente  arriva  all'Irania,  per  avvertirvi  gli  articoli  so- 
stantivali pospositivi  di  alcuni  idiomi  viventi,  e  l'articolo  prepositivo  agget- 
tivale di  tutti  i  dialetti  persiani  (?;  nel  neopers.,  p.  es  ,  saTi-i  buzurg,  o  ve- 
ramente sah  i-ÌAiiurfjy  rex  ille-magnus),  il  quale  riviene  a  un  antico  pro- 
nome, dimostrativo  e  relativo  insieme,  già  iniziato  alla  funzione  d'articolo  pur 
nella  fase  piti  rimota  che  di  codesta  ragion  di  favelle  ci  sia  dato  esaminare. 

G.  I.  A. 


VARIA 


G.  I.  A. 

1.  Le  doppie  figure  neolatine  del  tipo  briaco  uibriaco. 

Dato  nella  forma  latina  un  e,  un  w  o  un  i  atono  iniziale,  av- 
viene abbastanza  di  frequente  che  la  resultanza  neolatina  sia 
doppia:  da  una  parte,  il  dileguo  di  quell'elemento;  dall'altra,  il  suo 
continuatore,  susseguito  da  un  n  (m),  estraneo  alla  forma  latina. 
Le  due  diverse  figure,  o  stanno  entrambe  in  uno  stesso  linguag- 
gio, 0  sono  ripartite  fra  linguaggi  diversi  ;  e  a  volersi  dare  buona 
e  piena  ragione  del  doppio  fenomeno,  vanno  fatte  distinzioni  pa- 
recchie. Incominceremo  dal  considerare  i  seguenti  esempj. 

T.  Esempj  in  cui  all' atona  latina  sussegue  un'esplosiva: 

1.  èbriàcus  ecc.  Per  l'aferesi,  ho  altrove  addotto,  oltre  Tit. 
òrmco  e  il  friul.  i^redp  =  *ebridceo,  anche  un  &ronm  *ebron  e  a, 
che  resulterebbe  da  s-hornia  ecc.  dei  varj  dial.  ital.*;-  e  d'altre 
forme  aferetiche  di  questa  medesima  base,  è  qui  parlato  nell'ar- 
ticolo che  sussegue.  -  L'altra  figura  è  nell'it.  imbriaco  ecc.,  sp. 
embriàgo,  e  anche  nel  frc.  del  Berry:  imbriat,  imbériat,  sot, 
hébété  corame  un  homme  ivre,  allato  a  ebriat  ivre^ 

2.  [hjibernus:  it.  verno;  —  it.  inverno,  sp,  invierno. 

3.  sequalis:  prov.  e  lad.sopras.  r/wa/,  venez.  r;im^<fO,  rail.  ^w<2- 
l'iv,  —  prov.  engal,  diali,  lad.  inguel  angual,  Arch.  1  222. 

II.  Esempj  in  cui  all'atona  latina  sussegue  ST  o  ss  =  CS  (PS). 


^  Zeitschrift  di  Kuhn,  XVI  (1866)  126;  ebroneo  ebronea  sono  insieme  at- 
testati dai  h'C.ivrogne  ivrogn-erie  ivrogn-er;  e  la  metatesi  italiana,  di  *brónia 
in  -bòrnia,  farebbe  appunto  desiderare  qualche  derivazione  italiana  in  cui  l'ac- 
cento dovesse  andare  risospinto,  com'è  in  ivrogner  (ebroneàre)  ecc.,  e  così  ne 
andasse  agevolato,  o  quasi  promosso,  quell'invertimento. 

^  Delle  ragioni,  che  parrebbero  toglier  forza  a  questa  consonanza  delle  voci 
epentetiche  del  Berry,  ritocco  altrove;  e  qui  mi  limito  a  ricordare,  par  Va  =  aco, 
il  frc.  lac  lacus. 


Le  doppie  figure  dui  tipo  briaco  imbriaco.  443 

1.  rostdte-:  it.  state,  diali,  lad.  sted  staci;  —  ant.  ven.  instàe, 
friul.  instàd  (ali.  a  stad  istad),  ecc.,  cfr.  Arch.  ib.,  Muss.  Beitr.  71. 

2.  ist'-ipse:  it.  stesso;  —  ant.  ven.  mstcsso,iv'm\.  emil.  instess 
(ali.  a  istess),  ecc.  -  Quanto  alla  figura  aferetica,  questo  esempio 
incomincia  tuttavolta  ad  avere  qualche  ragione  sua  propria;  poi- 
ché, allato  all'iste  in  composizione,  c'era  l'iste  proclitico  e  per- 
ciò facilmente  e  assai  per  tempo  colpito  d'aferesi. 

3.  ex-  iess-  ecc.),  in  quanto  si  rifletta  per  s-  o  s-  it.  e  lad.,  5- 
rum.,  da  una  parte,  e  per  enj-  ens-  spagn.  dall'altra.  Gli  esempj 
spagnuoli  e  gl'incontri  fra  italiano  e  spagnuolo  son  più  nume- 
rosi che  non  parrebbe  dal  DiEz,  IP  424.  Cosi  ivi  mancano  gli  sp, 
enj-ambre  enj-aguar  {-uagar),  allato  agli  it.  s-ame  {sciame) 
s-acquare;  e  lo  sp.  enj-albelgar  (quasi  *ex-alb-ell-icare,  cfr. 
sp.  albegar)  allato  all'it.  s-alhare  {scialbare).  Qui  spetta  inoltre 
un  esempio  di  ax-  molto  anticamente  passato  nell'analogia  di  ex-, 
cioè  axungia  {'xungia  'xungia),  che  dà  l'it.  sima  {sugna) y 
engad.  songa,  dall'una  parte,  e  lo  sp.  enj-imdia  dall'altra.  -  Tac-  ' 
ciò,  per  brevità,  del  portoghese.  ^ 

Venendo  alle  dichiarazioni,  avvertiamo  imprima,  sulle  gene- 
rali, che  r«?  e  Ve,  iniziali  ed  atoni,  volgon  facilmente  in  i.  Nel 
qual  fenomeno,  considerata  in  ispecie  la  sua  estensione  topogra- 
fica, non  è  punto  da  riconoscersi  una  mera  evoluzione  del  suono 
originale,  che  parrebbe  quasi  in  contrasto  con  la  corrente  ge- 
nerale dell'z  atono  in  e.  Ma  vi  si  deve  ben  piuttosto  riconoscere 
una  riduzione,  un  particolare  assottigliamento,  un  mezzo  dile- 
guo, 0  come  un'aferesi  incipiente.  Dove  sono  più  special- 
mente da  considerare:  per  cbriàcus  ecc.,  il  prov.  ybriai  ebria- 
cus,  frc.  ivraie  'ebriaca';  per  gequalis,  l'ant.  it.  iguale  ecc., 
sp.  igual;  per  sostate-,  il  fri.  istàd,  lasciando  Vistate  dei  di- 
ziouarj  italiani.  Poi,  il  portogh.  idàde  selàte-;  e  malgrado  qual- 
che spinta  peculiare,  l'ant.  fr.  iglisc  ecclesia';  oltre  il  fr.  ivoire 
eboreus,  il  soprasil-v.  irom  ccramen,  e  il  n.  1.  Isernia  yEsernia. 


'  Al  luogo  già  citato  della  gramm.  del  Diez,  vanno  però  aggiunti  parecchi 
articoli  del  suo  lessico;  e  ora  si  vegga  anche  il  Foerster,  nel  luogo  che  cito 
più  innanzi. 

-  Cfr.  il  n.  loc.  sardo  Iglcsias,  allato  a  clipja  eresia  gexa,  chiesa,  dei  di- 
versi dial.  di  Sardegna. 


444  Ascoli, 

Cosi,  se  intanto  ci  limitiamo  agli  esempj  della  prima  cate- 
goria, in  efFtìtto  si  riusciva  a  queste  forraole  atone  iniziali:  IB 
[IV),  IC  (IG).  Ora,  l'inventario  etimologico  latino  è  estremamente 
povero  di  codeste  formole  atone  iniziali,  tanto  da  potersi  dire, 
massime  per  voci  di  cui  occorrano  continuazioni  popolari,  che 
quasi  affatto  esso  ne  manchi;  né  la  suppellettile  guari  s'accresce 
se  pur  v'aggiungiamo,  per  aver  l'ordine  intiero:  IT,  ID  e  IP;  né 
d'altronde  le  veniva  o  potea  venire  alcun  sensibile  incremento 
dalle  voci  che  nelle  serie  popolari  vi  s'aggiugnessero  per  effetto 
delle  riduzioni  dell'/E  e  dell' E;  tutti  i  quali  asserti  hanno  la  loro 
dimostrazione,  piena  ed  intiera,  nella  nota  che  qui  appongo'. 
Era,  all'incontro,  e  restò  infinita,  si  può  dire,  la  serie  degli  esem- 
plari in  cui  s'avessero  IM-B  IN-V  IN-C  IN-G  ecc.,  sempre  atoni 
e  iniziali.  Dall'un  canto,  perciò,  si  potea  determinare,  assai  per 
tempo,  come  un'insofferenza  dell'insolito  'attacco'  IB-^  ecc.;  dal- 


'  IB-:  fbi,  Ibes,  hibérnus,  hibfscum;  che  in  e^Tetto  vuol  dire  un  esem- 
pio solo:  hibérnus,  il  quale  è  appunto  fra  quelli  che  ci  danno  il  doppio  esito 
(I,  2).  Quando  ibi  ha  Vi-  fuoii  d'accento,  quando  cioè  si  trova  in  proclisi  o 
in  enclisi,  diventa  per  gl'Italiani  l'aferetico  vi;  e  aferetico  è  pur  l'unico  ri- 
llesso  che  di  hiblscum  io  conosca,  nell'it.  malva-visc[hi]o.  -  Per  IV-  non  c'è 
poi  nulla;  e  un  esemplare  con  Vi  tonico,  Viva  del  latino  dei  botanici,  non  so, 
•  lei  resto,  donde  sia  pigliato.  IC-:  Icere  Ictus,  hic;  e  vuol  dire  nulla.  IG-: 
igitur,  Ignis,  che  sono  protossitoni,  a  tacer  d'altro;  e  i  composti  come  ignà- 
rus  ecc.,  ne' quali  c'è  in  realtà,  e  ben  si  risente  fra  i  Neolatini,  l'in-  {indro  ecc.). 
Iguviura  dà  Gubbio.  IT-:  Ita,  Iterum  Itero  iterare,  iter  itiner-, 
Itio  itión-,  hittire;  e  torna  ancora  a  presso  che  nulla,  malgrado  l'Italia, 
che  ha  del  resto  anch'essa  le  sue  propaggini  aferetiche  [Talidno  ecc.),  e  qual- 
che riflesso  di  il[in]erare  (a.  fr.  errer,  ecc.)  e  iterare  (sp.  liedrar),  ID-:  f  dem, 
idóneus,  fdus,  [idèa  ecc.,  hydra];  ed  è  ancora  come  nulla.  IP-  non  dà 
se  non  Ipse  ipsórum,  che  va  tra  gli  esempj  di  iss-  e  appunto  mostra  anche 
l'esito  col  -w-,  come  nel  testo  fra  poco  si  vede.  L'inventario  etimologico  non 
offriva  dunque  analogie  fonetiche  dalle  quali  potesse  venire  consistenza  agli 
IB  ecc.,  atoni  e  iniziali,  che  sorgessero  per  l'aflBevolirsi  dell'E  o  dell'/E.  Ma 
quanta  era  poi  la  suppellettile  che  piegasse  o  potesse  piegare  a  codesta  ridu  ■ 
zione?  Scarsa  oltremodo.  Poiché  (ed  è  fatto  assai  notevole)  la  principal  sor- 
gente per  EH.!,  ecc.  si  trova  essiccata  quando  ci  portiamo  sul  terreno  del  lin- 
guaggio popolare.  Codeste  combinazioni  si  producevano  con  qualche  abon- 
danza  mercé  l'è- -  ex-;  ma  i  tipi  e-bullire  o  e-vellere,  e-granatus  e-den- 
tare  ecc ,  non  hanno  continuazioni  vei'amente  popolari,  e  di  certo  è  pur  que- 
sto un  fenomeno  che  va  ripetuto  da  una  ragione,  o  piìi  d'una  ragione,  d'or- 
dine fonetico.  Appena  ò  se  sopravvive  un  qualche  esemplare  con  e(=ex)-r  fri- 


Le  Jojipiu  figure  del  tipo  briaco  imbriaco.  445 

l'altro,  c'era  potentissima  l'attrazione  analogica  della  serie 
IMBi  ecc.;  e  così  accadeva  che  Vi-  mal  si  reggesse  oppur  chia- 
masse la  nasale  accanto  a  sé;  accadeva,  in  altri  termini,  che 
l'aferesi,  già  avviata,  si  consumasse  con  particolar  facilità,  op- 
pur ne  fosse  provocata  un'epentesi;  e  ihiHàco  {cbiHàco),  a  ca- 
gion  d'esempio, osi  facesse  briaco  o  imhriaco.  Insomma,  con  pre- 
cisione statistica,  è  questo:  che  i  tre  esempj  della  nostra  prima 
categoria  (ibriaco  i verno  igual)  sieno  i  soli  fopolari  ch'eran 
dati  fra  tutte  insieme  le  formole  atone  iniziali:  IB-  (HIB-)  EB-, 
IC-  EC-  EQV-  .EQV-,  IG-  EG-  ^G-;  e  sarebbe  stato  davvero 
un  miracolo  che  avessero  sempre  e  dovunque  resistito  alle  in- 
finite seduzioni  di  cui  eran  circondati  \ 

Arriviamo  alla  seconda  categoria,  dove  l' atona  è  susseguita  da 
ST,  oppur  dal  prodotto  di  CS  o  PS,  cioè  da  ss;  e  qui  bisogna  di- 
stinguere tra  gli  esempj  diversi  o  meglio  tra'  diversi  linguaggi  ;  ma 
non  perciò  la  dimostrazione  avrà  finalmente  a  riuscirci  meno 
evidente  o  meno  intiera. 

Rifacendoci  all'inventario  etimologico  latino,  troviamo  che  non 
sia  meno  scarsa,  di  quello  eh'  era  per  IB  o  per  altra  formola  con- 


cat.;  ma,  anche  per  avere  una  riduzione  schiettanaente  popolare  di  e-legere, 
bisogna  venire  ali'it.  séljere  (scegliere),  che  non  sentiva  più  il  suo  e-,  e  ripete, 
come  per  isbaglio,  la  dose  (ex-e-ligere);  cfr.  Diez  less.  s.  negare  e  frc.  enger. 
Fra  il  popolo  si  rimane  o  ritorna  alle  piene  ragioni  deWex]  e  così  svellere 
st?en<a)'e  ecc.  riflettono  ex-veliere  ex-dentare  ecc.,  anziché  e-vellere  ecc.; 
cfr.  Diez  II ^  425.  Lasciate  dunque  andare  queste  voci  composte,  siamo  al  se- 
guente catalogo.  EB-:  ébulura,  ebóreus,  ébenura  ébrius  ebriiicus, 
hóbdoma,  hébet  hebére  hébete-;  dove  di  prima  atona  non  abbiamo,  che 
per  noi  contino,  se  non  cbórciis  ed  ebridcus]  il  primo  de' quali  non  ha  subito, 
in  Italia,  una  piena  riduzione  popolare  (si  sarebbe  dovuto  avere,  per  es.,  un 
fiorent.  evojo),  e  a  ogni  modo  qui  si  sottrae  all'ey-  od  iv-  [avorio,  avolio;  cfr. 
prov.  evori  avori  bori);  e  il  secondo  è  appunto  fra  quelli  che  danno  l'esito  doppio 
(I,  1).  Hebrtous  non  ha  forme  popolari.  AiV-  non  dà  se  non  a?vum  aìvitas 
-tiitis,  ed  è  nulla.  -  EC-:  dccum  ecce,  [echinus],  équus,  cequus  requa- 
lis;  e  ancora  ò  nulla,  tranne  cequàlis,  che  appunto  ha  anch'esso  l'esito  doppio 
(I,  3).  -  EG-:  ego,  feger,  egéstas  ecc.;  e  perciò  nulla.  -  ET-  ED-  EP-: 
étiam,  fétas  -tatis  oetérnus,  ódere  edace-  ecc.,  hédera,  h^édus,  asdes 
cedllis,  [epigrus],  épulum  ecc.;  tra' quali  ò  un  solo  che  farebbe  al  caso: 
celate-,  e  di  questo  non  s'ebbe  la  figura  aferetica  (sarebbe  stata:  tate  o  date), 
né  l'epentetica,  ma  l'avviamento  all'aferesi  pur  è  nel  port.  iàade. 

'  Per  IB  ecc.  in  ImB  ecc.,  sono  ancor  notevoli  i  due  nomi  locali:  frc.  Embrun 
Eburodunum  (Diez  I'  305),  piem.  Invrcia  Invrca  Ivrea  Eporcdia  (Fi.eciiia). 

Archivio  L-'Iottol.  ital..  Ili.  :<(• 


446  Ascoli, 

genere,  la  suppellettile  in  cui  sabbia  IS  +  voc.  od  IS  +  cons.,  op- 
pur  l'occasione  di  un  iss  (=  ICS,  IPS),  atoni  e  iniziali;  e  insieme 
troviamo  che  non  le  possa  venire  incremento  dalla  riduzione  o 
dalla  confluenza  delle  formolo  ES  od  ^S,  susseguite  da  vocale 
oppur  da  consonante  \ 

Senonchè,  pare  a  prima  vista  che  la  rarità  o  l'insofferenza  di 
codeste  formolo  atone  iniziali  sia  contraddetta  per  due  modi. 
Imprima,  per  il  molto  abondare  dell' EX  (onde  ess  ecc.)  atono  e 
iniziale;  poi,  per  la  ferma  inclinazione  di  tanti  idiomi  neolatini 
a  munir  di  vocal  sottile  prosteticala  formola  S  +  cons.,  onde  p,  e. 
isU  esU  =  ST-,  ecc. 

Ma,  si  badi.  Exi  ed  extra^  ebbero,  molto  per  tempo,  ridotta 
Ve  a.  un'entità  'irrazionale',  a  una  vocale  sottilissima  e  quasi 
evanescente,  onde  poi  il  totale  dileguo  che  ci  è  concordemente  e 
costantemente  mostrato  dalle  forme  popolari  dell'italiano,  del 
ladino  e  del  rumeno  {s-  s-,  stra-),  che  vuol  dire  da  quei  linguaggi 
neolatini  che  d'altronde  non  inclinano  alla  prostesi,  cioè  mai  non 
danno,  o  non  danno  senza  un  particolare  incentivo,  istrada  o 
estrada  da  strata,  oppure  ispolia  o  espolia  da  s  poli  a,  ecc. 
L'antica  figura  di  riduzione,  a  cui  alludiamo,  può  correttamente 
rappresentarsi  per  '55%  dov'è  come  un  ultimo  sentore  della  vo- 
cale, e  perciò  un'entità  fonetica  ancor  di  molto  inferiore  all'^  di 
igual  idàde  ecc.,  nel  quale  riconoscevamo,  qui  sopra,  una  riduzione 
che  appena  s'avvii  all'aferesi,  laddove  nel  caso  presente  l'aferesi 
è  pressoché  interamente  consumata.  Nel  territorio  italiano,  nel 
ladino,  e  nel  rumeno,  non  veniva  perciò  dalle  continuazioni  po- 
polari di  ex-  (ed  extra-),  quali  erano  p.  e.  offerte  da  's-^jandere 


1  IS-o  ISS^':  hyssopum;  nessun  esempio.  —  IS' .•  f  ste,  hf  scere,  hfspidus; 
ischiàdicus,  histdria,  histrión-,  hystrix;  dovei  due  di  prima  atona,  che 
sieno  in  qualche  modo  popolari,  danno  gli  aferetici  it.  sciatica  e  storia,  come 
sono  ugualmente  aferetici  Spagna  e  Spello,  Hispania  Hispellum.  ES-: 
ésor  esurio  ecc.;  nessuna  forma  che  si  continui,  ^sernia  dà  Isernia  Ser- 
gna.  —  ES^:  éscaescàtilis,ésculus  esculétum  («scuL),  est  esse ntia, 
éssedum,  hestérnus;  e  perciò  nulla.  —  .^S-:  hsesito;  JES"^:  sestus  festas 
-tàtis,  réstimo  estimare;  e  qui,  dei  due  di  prima  àtona,  che  abbiano  con- 
tinuazioni popolari,  uno  smarrisce  anticamente  il  suo  JE  {stima  ecc.  ;  cfr.  p.  4o5n), 
l'altro  è  appunto  fra  gli  esenipj  della  doppia  figura  (li,  1).  Cfr.  la  prima 
nota  della  pagina  che  segue. 

-  Vedi  più  innanzi;  e  principalmente  Schuchardt,  vok.  II  372. 


Le  doppie  figure  del  tipo  briaco  imbriaco.  447 

's-paìidere  o  dai  's-albarc,  alcun  argomento  di  consistenza  per 
altre  forme  originali  o  ridotte,  quali  erano  p.  e.  istesso  o  istade; 
e,  per  la  ragione  medesima,  le  continuazioni  di  ex-  sfuggivano, 
in  questi  territorj,  all'attrazione  delle  formole  IN-S  ecc.,  alla  quale 
rimaneva  all'  incontro  soggetto  il  tipo  istesso  o  istade  (allato  a 
stesso  stad),  che  poteva  perciò  passare  a  instesso  instade  (II,  1, 
2)\  Per  un  solo  esemplare  era  possibile  che  anche  l'evoluzione 
dell'ex-  entrasse  nell'analogia  d'znstot^e  ecc.;  edera  nella  con- 
tinuazione di  éx-eo  ex-ire,  dove  le  forme  con  la  prima  tonica 
{àsce  esci")  e  la  particolar  configurazione  del  verbo  consentono  o 
richiedono  una  più  larga  e  genuina  rappresentazione  dell'ex-  pur 
fuori  dell'accento;  onde:  escire,  are.  iscire.  Ed  ecco  effettiva- 
mente qui  aversi  il  -7i-:  ant.  gen.  e  ant.  venez.  iìisi  usci,  ecc., 
Arch.  Ili  280  (a  formola  tonica:  ant.  gen.  éa^e  ib.);  nel  quale 
esemplare  stava  contro  l'aferesi,  oltre  la  ragione  delle  forme  con 
la  prima  tonica,  anche  il  fatto  che  le  voci  aferetiche  sarebbero 
riuscite  come  indiscernibili,  p.  e.  si  per  'usci'. 

La  cosa  muta  d' aspetto  quando  passiamo  ai  territorj  della  pro- 
stesi. Qui,  l'antico  'ss  od  's  =  ex-  si  risalda  in  is-,  che  è  la  fase 
sarda,  onde  poi  es-  (per  es.  sardo  logud.  is-pdndere,  prov.  es- 
-pandre,  ecc.),  così  come  si  viene,  nei  teritorj  medesimi,  da  ST- 
ecc.  a  'st-  ist-  est-  (per  es.  sardo  logud.  istella,  sp.  cstrella).  Qui 
sorgono  dunque  e  trovano  la  maggior  consistenza  due  ordini  am- 
pli e  diversi  di  isti  est!^  ecc.,  l'uno  de'quali  procede  da  zs+  t  es^t 


'  Quasi  superfluo  avvertire,  che,  massime  pei  dialetti  a  cui  rivengono  queste 
figure  epentetiche,  I'istì  non  trovava  particolare  argomento  di  consistenza  nello 
riduzioni  arbitrarie  d'IN  +  ST-  in  ist-.  Anzi  veniva  un  effetto  opposto  dalla  si- 
multaneità, p.  e.,  à'istromento  e  instromento. 

-  esci  esce,  che  son  forme  etimologiche  e  consuonano  col  tipo  crésci  crésce 
0  finisci  finisce,  provocan  poi  gli  analogici  esco  ed  escono  (anziché  éscio  ésciono, 
come  l'etimologia  vorrebbe),  sull'analogia  di  crésco  créscono,  finisco  finiscono. 
Il  fenomeno  si  riproduce,  ma  con  più  singolare  effetto,  nel  macedo-valaco,  in 
ordine  ad  'esse'  ;  dove  csti  sei,  éste  è  (cfr.  florésti  fiorisci ,  floreaste  fiorisce) 
provocano  un  cscu  io  sono  (cfr.  floréscu);  Studj  Crit.,  I  68  =  346;  e  questo  ri- 
scontro finisce  di  dissuadere  dall'ipotesi:  exeo*exo  esco  [sk  da  hs),  cfr.  Muss., 
.sitzungsber.  xxxix  535.  Raccomando  pur  questa  nota  ai  recenti  discovritori 
dell'eflìcacia  del  principio  analogico,  i  quali  mi  par  che  si  maraviglino  di  cosa 
nuova  per  loro  e  vecchia  por  gli  altri,  e  non  si  distinguano  da  questi  altri,  so 
non  perchè  essi  facciano  i  primi  passi,  e  forse  mal  cauti,  sovra  una  strada, 
in  cui  a  poco  a  poco  potranno  scoprirò,  con  nuova  meraviglia,  le  orme  altrui 


448  Ascoli, 

ecc.,  l'altro  da  i  +  st  c+st  ecc.  Ne  viene,  come  'a  priori',  che 
l'azione  analogica  delle  serie  con  l'IN  atono  iniziale  mal  si  po- 
teva far  sentire  sopra  questa  larga  compagine  di  zs+  cons.  od  es^ 
cons.,  la  quale  aveva  una  particolar  forza  di  coesione  e  come  un'a- 
nalogia sua  propria.  E  difatti  non  so  di  nessun  esempio,  o  proven- 
zale 0  catalano  o  sardo,  o  pur  di  classico  francese,  in  cui  es+  espi, 
si  trasformi  in  ens+espl.  (ms  +  espl.).  Lo  spagnuolo,  —  e  il  lin- 
guaggio delle  Spagne  qui  principalmente  si  considera,  —  cedette 
bensì  in  alcuni  esempj,  che  qui  in  nota  sono  studiati;  ma  lo  stesso 
portoghese  noi  segue  o  mal  lo  segue'.  All'incontro,  negli  esempj 


*  In  due  esempj  di  EX  +  liq.,  lo  spagnuolo  e  il  portoghese  d'accordo 
ci  danno  en-:enlevar  enmendar  (allato  a  elevar  emendar)-,  ai  quali 
esempj,  già  notati  dal  Diaz,  IP  424,  nello  spagnuolo  s'aggiunge  en- 
mondar,  tórre  i  groppi  ai  panni,  che  deve  pur  rivenire  a  ex-m und are 
(emundare).  Il  provenzale  ci  dà:  es-levar  es-mendar  es-mundar\  e  fa- 
cilmente si  chiede,  se  da  tali  forme  non  vengano  le  forme  attuali  dello 
spagnuolo  e  del  portoghese,  passando  per  ens-levar  ecc.  Sarebbe  così 
caduto  il  -5-;  e  piìi  era  facile  questo  dileguo  che  non  quello  di  cui 
ci  è  documento  il  port.  ilha  =  sp.  isla  isola;  dove  è  imprima  da  an- 
notare, che  il  vocabolario  spagnuolo  e  il  portoghese  più  non  hanno 
alcuna  parola  con  la  forraola  iniziale  ens-.  Per  tal  modo,  anche  il  por- 
toghese avrebbe  avuto  ens-  da  es-  innanzi  a  liquida;  dove  è  anche  da 
considerare,  che  le  serie  esl-  esm-  son  tra  le  meno  robuste  di  codesto 
complesso  occidentale  di  forme  atone  iniziali  del  tipo  es'^,  perchè  è 
molto  scarso  il  contingente  che  per  esse  dieno  entrambi  gli  ordini  ge- 
neratori, quello  cioè  della  composizione  (EX-L,  EX-M),  e  l'altro  della 
prostesi  (eSL-,  eSM-).  Lo  spagnuolo,  procedendo  per  cotesta  via,  ci 
offre  qualche  esempio  di  enf-  enc-  ent-  =  esp  esc  est  di  fase  anteriore; 
dove  si  noterà,  che,  in  quanto  si  tratti  di  esf-  ed  escl-,  ancora  siamo 
a  una  serie  delle  meno  robuste,  perchè  limitata,  e  poveramente,  alla 
composizione  sola  {ex-f,  ex-cl),  mancando  in  effetto  ogni  motivo  latino 
per  la  prostesi,  cioè  lo  sf-  o  sol-  di  ragione  latina.  Lo  spagnuolo  dun- 
que ci  dà: 

enfriar  raffreddare,  dove  il  significato  e  il  parallelo  portoghese 

{esfriar,  comune  all'ant.  sp.)  ci  riportano  a  ens-friar; 
enfaldar^  potare,  rimboccare  le  maniche,  dove  il  primo  de'  due 

significati  e  l'it.  sfaldare  ci  riportano  a  ens-faldar; 
enclarar  (are.)  rischiarare,  dove  l'it.  schiarare  e  il  frc.  éclairer 
(=es-clarare)  accennano  a  ens-clarar\  senza  che  tuttavolta 
ce  no  venga,  malgrado  enclarescer  ^^  esclarecer,  un  esempio 
abbastanza  sicuro  (cfr.  sp.  adorar,  it.  illuminare  ecc.); 


Le  doppie  figure  del  tipo  briaco  imbriaco.  449 

in  cui  Vess-  (es-)  o  cs-  continuatore  di  ex-  era  dinanzi  a  vocale 
0  dinanzi  a  s^,  s'ottenevan  formolo  ch'erano  insolite  pur  nelle 


entirar  distendere;  cfr,  port.  estirar,  clie  ò  pur  del  lessico  spa- 
gauolo,  it.  stirare. 
Il  Diez  gii\  aveva  notato  che  lo  sp.  entibo,  puntello  (stipes),  trovava 
estiba  fra  i  Baschi,  onde  era  da  inferire  un  ant.  sp.  estibo.  Ma  il  me- 
rito d'aver  primamente  dimostrato  la  evoluzione  esf-  ensf-  enf-  ecc., 
spetta  intiero  al  Forster,  che  per  questa  via  ha  mirabilmente  dichia- 
rato un  altro  esempio  spagnuolo  dell'ordine  della  prostesi:  solino 
*esclenque  en[s]clenqiie,  Zeitschr.  f.  rom.  philol.  I  559-61.  Aggiungeva 
egli  gli  sp.  enclic^a  enforzar,  exclusa  exfortiare  (il  primo  dei  quali 
esempj  io  qui  devo  ripetere  sulla  sola  autorità  sua).  Circa  gli  sp.  en- 
tonces  e  ensalmar,  non  voleva  decidere  se  contengano  l'ex-.  Ma  con- 
tro en<onces  =  ex-tuncce  starebbe  l'essersi  avuta  questa  voce  pur  nel 
portoghese,  che  ancora  non  ci  ha  dato  alcun  sicuro  esempio  di  ens-v 
espi.  =  ex  +  espi.  Può  chiedersi  tuttavolta  se  il  port.  encurtar  non  ri- 
salga, collo  sp.  encortar,  a  ex  +  cu r tare,  cfr.  frc.  ccourter,  it.  scpr- 
tare-,  e  ancora,  se  il  port.  encrenque,  che  danno  per  ^voce  scherzevole' 
col  significato  di  'incredulo',  non  sia  forse  da  mandare  collo  spa- 
gnuolo  enclenque  'estenuato'  ecc.  -  Insieme  adduceva  il  Forster  esempj 
di  eyis-^es-  da  antichi  testi  francesi  della  regione  di  nord-est.  Circa  i 
quali  esempj  la  critica  non  ha  forse  compito  l'opera  sua  (cfr.  Schuch. 
vok.  II  350);  e  io  qui  mi  devo  limitare  a  dirne,  che  in  quanto  spet- 
tino alla  formola  es-,  essi  ricadono  nella  serie  a  cui  tosto  ci  conduce 
il  nostro  discorso;  e  che  tra  quelli  che  son  dati  per  la  formola  es^, 
se  ne  scorge  sùbito  uno  che  è  più  che  incerto,  cioè  enscombrement, 
che  veramente  dice  'ingombro'  (impedimento)  e  mal  si  potrà  separare 
dall' it.  ingombrare  ecc.  Naturalmente  poi,  io  non  consento  col  For- 
ster, o  col  Diez  (F  24Ga  261  305  361),  circa  il  mandare,  senz'alcuna 
distinzione,  gli  esempj  dello  stampo  à'imbriago  ensayar  ecc.,  con  altri 
come  il  prov.  penchenar,  piem.  pentnc,  pectinare,  ecc.  —  Ma  ritor- 
nando allo  spagnuolo,  non  si  dovrà  trascurare,  nell'indagine  che  qui 
s'inizia  (e  richiederebbe,  fra  l'altre,  l'esame  cronologico  de'  varj  esempj), 
una  tendenza  che  piU  specialmente  si  determina  in  quel  linguaggio,  ed 
(i  di  preferire  la  combinazione  cis  +  cons.  a  EX  +  cons.  Si  confrontino: 
sp.  descabellaclo,  port.  descabellado  escabellado,  frc.  cchevelc;  sp.  des- 
calabrar,  port.  escalavrar\  sp.  descomulgar  (excoìnulgar),  port.  esco- 
mungar;  sp.  desgarrar,  T^ovt.  esgarrar;  sp.  destripar,  port.  destripar 
cstripar,  ire.  élriper;  s[\.  desvaneccr-sc,  port.  dcsvanecer-se  esvacc6r-se 


-150  Ascoli, 

Spagne:  css-à-  cs-a-  cs-a,  cs-ii-\  sulle  quali  perciò  potea  facil- 
mente operare  l'analogia  dei  composti  in  cui  è  eìn-s^  (IN  +  S*) 
od  en  +  s"  (INf  S^).  Ed  ecco  perchè  avvenne,  che  Vess-  o  es-,  da  ex- 
dinanzi a  vocale,  si  facesse,  e  nello  spagnuolo  e  nel  portoghese: 
e-n-s  e-n-s  (onde  Io  sp.  enj-),  e  perciò  all'  it.  s-acquare,  a  cagion 
d'esempio,  ivi  rispondesse  ens-aguar  (port.  cnxagoar,  sp.  enj- 
-iiagm^).  Del  gruppetto  d'esemplari  che  quella  regione  ha  avuto 
per  codesta  combinazione  (ex+voc,  ex  +  s-),  si  troverà  che  non 
uno  dei  veramente  'popolari  sia  sfuggito  alla  trasformazione 
che  qui  si  ristudia!  Né  mancano  analoghi  esempj  anche  all' infuori 
dello  spagnuolo  e  del  portoghese;  e  cosi  il  cat.  ensaig  exagium, 
o  l'ant.  frc.  cnsement,  ipsa-mente,  nel  quale  si  tratta  di  ess-  - 
iss:rIPS  (v.  p.  451)  ^ 

•  Il  sardo,  e  s'intende  la  varietà  logudorese,  ha  copioso  il  suo 
?'5-  =  ex-,  e  così  ci  offre  anche  buon  dato  d'esemplari  in  cui  si  ri- 
viene a  ex+wc.  0  ad  ex  +  s-:  is-ancare  romper  le  gambe  (cfr. 
it.  s-ancare),  is-empiare  guastare,  rovinare  (cfr.  it.  s-cmpio), 
{solvere  ex-solvere  (cfr.  it.  sòljeré),  is-ossare  exossare,  is-alare 
tarpare,  rompere  le  ali,  is-alenare  sfiatarsi,  is-asciare  fare  a 
schegge  (ex-asclare  =  ex-astulare,  v.  p.  456),  is-ungiare  levar  le 
unghie  *ex-ungulare.  Ora  si  può  chiedere,  perchè  il  logudorese 
non  ci  dia  mai  la  forma  col  -n-,  che  in  codesta  congiuntura  lo 
spagnuolo  e  il  portoghese  non  lascian  mai  di  mostrarci,  E  la 
risposta  è  pronta.  Il  logudorese  inclina  a  fare  fs-da  in-s";  e  cosi 


esvair,  fr.  i'vanouir.  L'es-  è  del  rimanente  men  raro,  pur  nello  spa- 
gnnolo,  di  quello  che  potrebbe  parere  dal  Diez  (IP  421),  e  così  si  ag- 
giungono: es-tremecer^  es-torhar. 

^  Di  codeste  formole  fonetiche,  in  quanto  già  sieno  o  non  siano  del  latino, 
T.  p.  446n.  Lo  spagnuolo  e  il  portoghese  non  hanno  poi,  in  effetto,  per  ES\ 
se  non  òse  c55e  =  ipse.  Ebbero,  ma  perdettero,  eséi-  esser  (essere;  ed  ecco  sco- 
prirsi anche  una  spinta  fonetica  per  l'intreccio,  che  è  in  quella  penisola,  di 
'sedere'  (seer)  con  'esse'.  Ma  insieme  ecco  aversi  l'epentetico  sp.  enseres, 
efectos,  muebles,  instrumentos,  residuos;  come  a  dire  'enti';  e  vien  da  ripen- 
sare al  frc.  étres,  parti  d'una  casa  ecc.,  intorno  al  quale  ancora  si  disputa 
(v.  LlTTRÉ  s.  V.). 

^  Nel  ladino  di  Sopraselva,  che  fa  an-  da  IN^,  s'ebbe  analogamente  ansolver 
da  "^'assolvere  -  it.  asciolvere  (absolvere)  far  colezione;  il  quale  esempio  ladino 
va  del  resto  con.siderato,  per  ora,  insieme  con  quelli  che  già  sono  allegati, 
I  llln. 


Le  doppie  figure  del  tipo  briaco  tmbriaco.  451 

ci  offre  insamhenàdu  issambendclu  insanguinato,  inseddarc  is- 
seddare  insellare,  insinzare  issinzare  insegnare,  insolare  is- 
solare  risuolare,  issentidu  insensato.  Ciò  insieme  vuol  dire,  che 
codesta  formola  iniziale  gli  si  vien  facendo  frequente  e  come  abi- 
tuale, e  che  gli  si  viene  scemando  e  come  estinguendo  la  forza  at- 
trattiva d'IN  +  S-.  Avviene  perciò  ch'egli  ben  tolleri  anche  Vis- 
sói'o  ( zp5oro )=  ipsorum.  Ma  il  sardo  campidanese,  all'incon- 
tro, che  non  riduce  in-s-  a  iss-,  e  anche  è  alieno  dalla  prostesi 
e  quindi  è  affatto  povero  d'is  atoni  iniziali,  il  campidanese  cede 
alle  attrattive  d'INS-,  e  dice  insóru^,  allato  ad  issu[s]  ipse.  Gli 
si  accompagna,  in  qualche  modo,  il  rumeno,  che  a  sfuggire  l'iss- 
pur  sotto  l'accento,  dice  insù  (cfr.  p.  450). 

E  ora  conchiuderemo.  L'apparente  contraddizione  del  doppio 
fenomeno,  pel  quale,  anche  in  uno  stesso  linguaggio,  s'ha  insie- 
me la  figura  aferetica  e  l'epentetica,  si  risolve  generalmente  in 
questo:  che  una  formola  iniziale  insolita,  come  ivz  a  cagione  d'e- 
sempio, se  da  un  lato  rende  più  agevole  lo  smarrirsi  della  vocal 
sottile  ed  atona,  cede  facilmente  dall'altro  all'analogia  fonetica 
d'una  formola  abituale,  com'è,  a  cagion  d'esempio,  iN-vi.  L'ulti- 
mo tipo  della  seconda  categoria  {'s-acquare  ens-aguaré)  differi- 
sce dagli  altri,  in  quanto  esclude  la  simultaneità  dei  due  avveni- 
menti diversi.  Ma  sempre  è  non  altro  che  una  spinta  fonetica,  e 
non  mai  un'operazione  o  trasformazione  morfologica,  che  ci  ri- 
porta in  grembo  alle  serie  in  cui  l'IN-  è  un  elemento  etimologico. 

M'auguro  che  questo  tentativo  teorico  valga  a  dissuadere  dalle 
ipotesi  divinatorie  e  diverse  che  intorno  a  questo  o  a  quell'esem- 
pio possono  a  prima  vista  parere  attendibili,  ma  del  resto,  pur 
considerate  in  ordine  ai  singoli  esemplari  cui  sembrano  in  qual- 
che modo  adattarsi,  incappan  sempre  in  difficoltà  tutt'altro  che 
lievi.  Sull'analogia  à' insogno  =  sogno,  che  ci  viene  attraverso  al 
verbo  insognare',  potrebbe  per  es.  imaginarsi  che  dall'aferetico 
briaco  s'avesse  imprima  il  verbo  imbriacare  e  poi  da  questo 
l'aggett.  imbriaco.  Senonchè,  i  Neolatini  non  estraggono  nomi 
aggettivi  a  questo  modo,  ma  solo  nomi  sostantivi  e  d'ordine  im- 
personale; tacendo  poi  dello  stento  che  tutto  questo  processo 


Ugualmente:  log.  issava  poco  fa,  or  ora,  cainpid.  insàra. 
Anche  nell'ani,  sp.  ensiieno,  allato  a  ensonar. 


452  Ascoli, 

(aferesi,  composizione  del  nome  aferetico,  estrazione  anormale) 
si  riproducesse  e  in  Italia  e  in  Francia  ed  in  Ispagna.  Così  l'ipo- 
tesi che  inverno  sia  primamente  in  verno  (cfr.  l-en-de-main)  ha 
contro  di  sé,  non  solo  la  ragione  categorica  dell'assoluta  man- 
canza d'ogni  sentore  avverbiale,  ma  eziandio  la  concordia  del- 
l'italiano, dello  spagnuolo  e  del  portoghese  (sp.  invieì^no,  port. 
inverno),  concordia  che  accenna  all'antichità  dell'avvenimento, 
come  insieme  v'accenna  Vin-,  anziché  en-,  che  c'è  dato  dalle  Spa- 
gne. Chi  finalmente  volesse  pensare,  per  le  forme  aferetiche,  a 
un  abbandono  di  tutto  Vin-,  quasi  d'una  particella  trascura- 
bile, come  avviene  nell'it.  f ante  =  infante ,  avrebbe  contro  di  sé, 
e  l'estensione  territoriale  del  fenomeno,  e  le  forme  in  cui  rimane 
il  so\o  i'  {igual  ecc.);  senza  poi  dire,  che  gli  resterebbe  da  risol- 
vere, pressoché  intiero,  il  problema,  che  é  del  modo  in  cui  sorga 
quest'  in- . 


2.  brillo,  brio,  brillare. 

La  considerazione  delle  basi  aferetiche  briaco,  briaceo, 
bronia,  delle  quali  s"è  ritoccato  qui  sopra  (p.  442),  m'ha  con- 
dotto a  più  altre  forme,  non  peranco  sicuramente  chiarite  o  non 
tentate,  per  le  quali  mi  pare  che  ancora  s'allarghi  la  prosapia  del 
lat.  ebrius,  e  s'ingeneri  o  conferrai  la  persuasione,  che  sin  da 
tempi  bene  antichi  v'avessero,  in  questa  famiglia,  dei  vocaboli, 
la  cui  e  atona  iniziale  tendeva  ad  eclissarsi. 

Di  brillo  'alquanto  ubbriaco'  lasciò  scritto  il  Redi,  che  traesse 
origine  dal  plautino  ebriolus  o  dal  verbo  ebriulari.  Alla  con- 
venienza del  significato  aggiungendosi  che  l' aferesi  dellV  ritorni 
sicuramente,  come  testé  vedemmo,  in  più  altre  forme  neolatine 
che  fanno  capo  ad  ebrius,  ne  viene,  come  'a  priori',  la  persua- 
zione,  che  anche  brillo  abbia  a  rimanere  in  codesta  compagnia. 
Ma  ebriolus  avrebbe  dato  a.\V itaììsino:  ebriiiólo  obriuólo  {di\ 
capreolus  capriolus  capriuolo;  ecc.),  e  non  mai  brillo;  e  alla 
diretta  derivazione  o  estrazione  di  brillo  da  ebriulari  (tanto 
per  toccare  anche  di  questo)  farebbe  ostacolo,  oltre  la  fonologia, 
anche  la  categoria  logica  di  questo  nome. 

Senonchè  il  latino,  come  ebbe   ebriolus   e  ebriolari    od 


brillo,  brio,  brillala.  453 

ebriulari  (infiniti  che  s'inferiscono  da  ebriolatus  ebriu- 
latus),  cosi  potè  avere  anche  ebriillus,  o  da  un  ebriulus, 
o  direttamente  da  ebrius,  e  insieme  ebriillari,  o  da  ebriil- 
lus, o  ancora  direttamente  da  e  b  r  i  u  s  (cfr.  Corss.  vok.  IP  528-9). 
Per  formazioni  congeneri,  si  confrontino:  tantillus  quanti  1- 
lus  pusillus  pauxillus,  Quintillus,  cantillare  ecc.  Ui 
(non  é)  dell' it.  brillo  troverebbe  la  sua  giusta  ragione  nel  dop- 
pio i  {u=t)  della  base  latina.  E  brillo,  del  resto,  tanto  potreb- 
b'essere  la  continuazione  di  un  aggettivo  ebriillus,  quanto  il 
succedaneo  d'un  participio  eb  ri  Hiatus  (cfr.  ebriolatus  ecc.),  sul 
metro  di  adorno  accanto  a  adornato,  ecc.  Dunque  ci  farebbe  si- 
salire,  o  a  dirittura  a  un  verbo  ebriillare  -ari,  o  almeno  a 
un  nome,  dal  quale  s'avrebbe  legittimamente  questo  verbo. 

Allato  a  brillo,  il  Tommaseo  (sin.  4513)  poneva  brullo,  e  sa- 
rebbe colui  che  ha  bevuto  più  del  'brillo'  ed  è  quasi  'ubriaco'. 
Ora  io  confesso  di  non  aver  potuto  comunque  avere  conferma  di 
cotesto  brullo.  Ma  il  Tommaseo  pur  da  qualcuno  l'avrà  avuto;  e 
s'aggiunge,  che  nell'ordine  istorico  non  quadrerebbe  male.  Poi- 
ché un  latino  ebrio  ebrionis  sarebbe  la  più  naturai  cosa  del 
mondo  (cfr.  edon-,  manducon-,  epulon-,  com-bibon-;  ludion- 
lanion-,  allato  a  ludius  lanius),  e  può  quasi  far  meraviglia 
che  la  letteratura  non  ce  l'offra.  Se  però  non  ce  lo  dà  la  lette- 
ratura, non  per  questo  ci  manca  la  conferma  positiva  di  questa 
costruzione  teorica,  poiché  e b r i- o n-e u-s,  che  sta  a  ebrio  ebrio- 
nis come  sta  p.  e.  err-on-eus  a  erro  erro  ni  s,  è  attestato  da 
ivrogne  s-bornia  ecc.,  come  pur  dianzi  si  ricordava.  E  dun- 
que redivivo  e  sicuro,  a  ogni  modo,  un  lat.  ebrioos  e  un  suo 
corretto  diminutivo  sarebbe  ebriùllus  (cfr.  lenon-  lenùllus), 
del  quale  poi  un  corretto  riflesso  l'aferetico  brullo',  con  r=Rj 
com'è  in  ebbro  =  eh vìws,  dove  rj  è  in  postonica,  e  come  in 
-bronia  {ivrogne  ecc.),  dove  torna  ad  essere,  come  sarebbe  per 
brullo,  in  protonica;  e  con  ù  per  iì  in  posiz. 

Ma  sia  di  questo  brullo  checché  si  voglia,  brillo  prima  ci  por- 
tava 0  guidava  a  un  ebriillari,  che  stesse  correttamente  allato 
ad  ebriolari.  Ora  ci  spingiamo  a  chiedere,  se  questo  ebriil- 
lari 'esser  brillo'  non  abbia  per  suo  legittimo  continuatore  il 
neolatino  brillare  (it.  brillare,  s\).  brillar,  fr.  brillcr). 

La  vecchia  etimologia  di  brillare  da  beryllus  non  persuade 
bene.  Già  non  pare  molto  verisimile  che  i  volghi  romani  traessero 


454  Ascoli, 

un  verbo  dal  nome  di  codesta  gemma;  e  unberyliare,  d'al- 
tronde, avrebbe  piuttosto  detto  'adornar  di  berilli',  'tempestar 
di  berilli'  (cfr.  aurare  o  l'it.  indiamantare),  che  non  'scintillare 
come  il  berillo';  per  il  quale  significato  piuttosto  si  vorrebbe 
un  beryllicare  hrilleg giare.  Un  medio-passivo  beryllari, 
che  dicesse  'ornarsi  di  berilli',  onde  'risplendere',  'tremolare  scin- 
tillando', sarebbe  un  altro  stento.  E  sempre  mancherebbe  ogni 
prova,  ogni  diretto  indizio  della  esistenza  di  un  beryllare  o 
beryllari  per  'ornare  o  ornarsi  di  berilli'  o  'mandare  i  lampi 
del  berillo'.  Era  quindi  legittimo  che  il  Diez  si  ponesse  a  cer- 
care una  base  latina  che  meglio  convenisse  al  significato  di  bril- 
lare; ma  non  gli  riusciva  di  trovarla  (v.  less.  P  s.  brillare). 

Se  ora  poniamo  che  brillare  sia  ebriillari,  la  fonologia 
nulla  di  valido  più  sa  opporci;  poiché  se  è  vero  che  il  continua- 
tore francese  di  un  br  interno  latino  vorrebb' essere,  in  voce  po- 
polare, piuttosto  vr  che  non  hr,  l'obiezione  qui  s'elimina  pel 
fatto  stesso  che  i  varj  idiomi  neolatini  abbian  comune  l'aferesi; 
o,  in  altri  termini,  avremmo  un  caso  d' atona  iniziale  che  assai 
per  tempo  volgeva  a  dileguarsi,  e  perciò  gl'idiomi  neolatini  ri- 
fletterebbero veramente  una  base  popolare  in  cui  il  h  era  piut- 
tosto iniziale  che  non  interno.  Si  confrontino,  del  resto,  ebriat 
imbriat,  del  dial.  del  Berry,  e  Embrun  Eburodunum,  già  di  so- 
pra riportati  (p.  442  445n).  E  insieme  si  ricordi  l'aferesi  o  quasi- 
aferesi  molto  antica,  e  perciò  molto  estesa,  dell' e  di  ex-,  e  in 
ispecie  qualche  esemplare  'sui  generis',  come  extraneo-,  it.  stra- 
nio, rum.  strein,  [prov.  estranh  strani],  ingl.  strange,  o  l'ana- 
logico exungia  =  axungia,  sugna,  pag.  443. 

Sotto  l'aspetto  ideologico,  all'incontro,  può  a  prima  vista  pa- 
rere incredibile  che  l'ubbriachezza  abbia  a  condurci  allo  splen- 
dore. Pure,  a  guardar  bene,  è  tutt'altro. 

V'ha  l'ebrietà  nauseabonda,  e  per  questa  noi  ricorriamo  a 
vocaboli  che  fanno  capo  a  ebriacus  [ubriaco  briaco,  ubria- 
chezza). Ma  non  ogni  ebrietà  è  nauseabonda;  e  lasciando  stare 
che  anche  ci  'inebbriamo'  di  gloria  e  d'amore,  v'  ha  l'ebrietà  in- 
cipiente, che  appunto  è  quella  del  'brillo',  nella  quale  è  il  raggio 
dell'allegrezza  S  l'aria  festevole,  il  'brio'  ".  Ora  lo  stesso  brio  altro 


^  II  toscano  dice  allegro  allegroccio  (Palma),  il  veneziano:  alegro,  e  il  friu- 
lano: Ugri  (allegro),  tutti  per  'brillo'. 

-  Già  il  Tommaseo,  sinon.  2321,  pensava  a  mandare  insieme  brillare  e  brillo. 


brillo,  brio,  brillare.  455 

alla  sua  volta  non  è,  come  fermamente  io  creJo,  se  non  un  so- 
stantivo estratto  da  briari  =ebriari';-  e  brioso,  che  è  quasi 
un  sinonimo  di  'brillante',  altro  in  sostanza  non  è  che  il  lat. 
ebriosus".  Si  sarà  così  avuto  l'oculus  ebriosus  e  l'ebriil- 
lans  oculus,  che  son  legittimamente  diventati  'l'occhio  brioso 
e  brillante";  e  dall'occhio  si  passava  assai  facilmente  a  ogni  al- 
tro oggetto  luminoso.  Origini  anche  ben  più  umili  possono  avere 
le  parole  che  significan  'brillare'  ;  e  cosi,  quando  il  francese  dice 
alla  sua  dama:  vos  yeux  pctillent,  le  dice  che  'brillano'  perchè 
'scoppiettino',  ma  è  uno  'scoppiettare'  che  riviene  a  peditum 
(pótiller  =  pedit-iculare)  ! 

C'è  un  uso  di  brillare  in  cui  può,  a  primo  tratto,  parere  che 
ancora  traspaja  un'antica  fase  del  significato  d'*ebriillari,  cioè 
il  'vacillare'  o  'barcollare'  come  fa  l'ebbro  (cfr.  il  ted.  iaumel, 
nel  quale  è  insieme  il  vacillare  e  l'ebrietà);  ed  è  il  brillare  con 
l'ali  'del  falco  che  si  libra  sull'ali  per  osservare  la  preda',  onde 
brillo  'il  soffermarsi  degli  uccelli  vibrandosi  sulle  ali'.  E  più  lar- 
gamente seducono  i  lat.  micare  coruscare  vibrare,  nei 
quali  è  il  'tremolare'  o  'sobbalzare'  (ma  più  propriamente  il  'ra- 
pidissimo agitarsi')  che  passa  in  'risplendere'  'brillare'  'sfolgo- 


derivando  questo  da  quello;  6  lo  dice  Dell'avvertire  che  'gli  occhi  d'un  feb- 
bricitante e  dell'ubriaco  luccicano,  quelli  dell'avvinazzato  brillano'. 

^  Mentre  si  stampano  questi  fogli,  vedo  che  il  Redi  (Bacco  in  Toscana  ecc., 
colle  annotazioni  accresciute,  3.  ediz.  Firenze  1691,  p.  217-8),  dopo  aver  detto 
che  brillo  rivenga  a  ebriolus  o  a  ebriulari,  soggiunge:  «e  forse  ancora  la 
«parola  brio,  che  esprime  una  ilarità,  o  espansione  di  cuore,  e  di  fronte,  e 
«una  certa  commozione,  e  vivacità  di  spiriti  simile  a  quella  allegria  che  dona 
«il  vino  in  qualche  buona  quantità  assaggiato.»  Quanto  al  [ipvllMv  di  Ari- 
stofane, che  gli  sembra  così  vicino,  anciie  pel  significato,  a  brillo,  parrebbe 
oggidì  superflua  ogni  confutazione. 

-  Credo  perciò  che  il  significato  di  'forza'  non  sia  punto  fondamentale  nello 
spagn.  brio,  nò  altrove  (cfr.  Diez  less.  V- s.  brio);  ma  sempre  trattarsi  di  'hi- 
laritas',  'alacritas',  nel  secondo  dei  quali  termini  si  compendiano  T'allegrezza'  e 
T'ardore';  di  che  ritocco  in  altro  luogo.  -  Daccanto  all'aferetico  briari,  si 
manteneva,  nel  composto,  l'integro  ebriari:  it.  in-ebbriarsi,  frc.  s'en-ivrer, 
lad.  sopras.  s'an-ivrar.  -  E  poichò  siamo  alla  deduzione  di  un  nome  da  tal  verbo 
che  non  sempre  aveva  Ye-  fuori  d'accento  (data  in  ispecie  la  conjug.  attiva,  sa- 
remmo a  ébriat  ecc.),  nò  a  forma  integrale  accentava  mai  l'i,  giova  ricordare, 
per  l'aferesi  insieme  e  per  l'accento,  l'it.  stima  che  ò  ricavato  da  ccsUmarc 
{(cstìmat).  Vero  è  che  per  stima  ecc.  non  va  trascurato  l'accento  di  (estimia 
(vstimiKm:  ma  anche  c'erano  ebricfas  ebriolus. 


456  Ascoli, 

rare'.  Ma  son  tutte  tentazioni  che  vanno  respinte;  e  se  brillare 
viene  anche  a  dire  'ondeggiare'  o  'tremolare',  ci  ricorderemo  di 
balenare,  che  ha  similmente  anche  i  significati  di  'barcollare'  e 
'tentennare';  —  e  sempre  tutto  si  riduce  a  quell'unico  principio 
che  è  la  'vibrazione'. 


3.  ascia  ascula;  iscla,  Ischia;  Peschio. 

Il  Flechia,  nel  propugnare  con  tanta  efficacia  l'antichità  del 
fenomeno  fonetico  ci  =  tl,  insegnava,  fra  l'altre,  che  il  lat.  as- 
sula,  sincopato  in  assla,  desse  imprima  l'epentetico  astia,  onde 
poi  [o  direttamente  0  attraverso  ad  astula]  si  veniva  normal- 
mente ad  ascia,  ripercosso  dal  prov.  ascia,  rum.  aschie  [per 
aschie,  passato  cioè  dalla  L  alla  3.  declin.,  sull'analogia  dei  sost. 
in  -ia  lat.,  cfr.  Diez  IP  59],  sardo  asa  [s  =  sj  =  sg  =  sc=  sol,  co- 
me nei  logud.  isàu  màsu  usare  -  sciavo  masclo  usclare,  Arch.  II 
141]  ecc.,  tutti  per  'scheggia'.  Affermava  egli  conseguentemente, 
che  il  lat.  astula  sia  una  forma  'desincopata';  e  ricostruiva 
l'esatto  parallelo:  ^e&s\x\\xm  fesslo pestio 'pesclo{s,2iXì. peschio), 
il  cui  termine  desincopato,  pestulum,  gli  era  indirettamente 
offerto  dal  grammatico  Flavio  Capro.  E  ancora  trovava,  che  da 
Bastulus,  attraverso  il  sincopato  Basilo,  onde  Basclo,  simil- 
mente si  venisse  al  desincopato  Basculus  ('Postilla  sopra  un  fe- 
nomeno fonetico  della  lingua  latina',  pp.  10-11,  13,  14-15;  cfr. 
Diez  less.  V  s.  ascia).  L'ultimo  esempio  sarebbe  di  un'importanza 
particolare,  in  quanto  vi  s'avrebbe  una  testimonianza,  pressoché 
diretta,  di  ci  da  tl  in  antica  età  latina. 

Citano  anche  un  pesculum=  pessulum  catenaccio  (v.  Die- 
FENB.,  Gloss.  lat.-germ.),  col  quale  è  per  avventura  da  mandarsi 
anche  pesculi  'puerili  [?],  davi  lignei'  (Ducange,  ed.  Henschel); 
ma  pesculum  potrà  piuttosto  parere  il  neolatino  pesclo,  tardi 
rifoggiato  a  piìi  latine  sembianze,  che  non  un  pesclo  di  volgare 
latino,  che  si  desincopasse  in  età  più  o  meno  antica.  Bella,  a 
ogni  modo,  questa  riprova  della  fase  a  cui  il  Flechia  è  risalito 
mercè  il  senese  peschio.  E  citano  anche  ascula  (  =  ascia  astia; 
V.  DiEFENB.  ib.);  sulla  valutazione  istorica  della  qual  forma,  si  ri- 
peterebbe il  quesito  che  pesculum  testé  ci  suggeriva.  Ma  il  tri- 
sillabo ascula  ha  forse  per  sé  qualche  forma  effettivamente  pò- 


ascula;  iscla,  Ischiiv;  Peschio.  457 

polare.  Cosi  un  it.  o  tose,  àscole  'pezzi  di  legno  attaccati  alla 
ruota  del  mulino,  detti  ancora  piane  o  pale'  '  ;  vocó  che  pare  aver 
molto  bisogno  di  nuove  guarentige,  ma  non  potrebbe,  se  vera- 
mente esiste,  non  risalire  ad  ascula.  Poiché  da  un  antico  bi- 
sillabo a st' la,  0  ascia,  l'italiano  o  toscano  altro  non  potea  ave- 
re se  non  aschia,  come  appunto  il  rumeno  ecc.  n'ebbero  aschie 
(aschic)  ecc.;  e  anche  interverrebbe,  comechè  naturalissima,  una 
differenza  di  significato  tra  la  problematica  voce  italiana  (quasi 
'assicella')  e  le  altre  neolatine  che  posson  direttamente  fare  capo 
ad  ast'la  ascia.  S'aggiunge  il  modo  'italiano':  ascoli  e  pascoli, 
allegato  dal  Carisch  (Tasch.-wcirterb.  d.  rhatorom.  spr.,  s.  asc), 
che  veramente  sarà  il  modo  con  cui  nelle  scritture  'italianeg- 
gianti'  dei  Grigioni  si  renderà  la  riduzione  ladina  asc  e  paso,  il 
'wunn  und  weide'  del  tedesco  svizzero,  cioè  'il  diritto  di  rac- 
colto e  di  pastura'  (cfr.  Stalder,  s.  v.);  del  qual  modo  ladino  o 
semi-italiano  è  lecito  chiedere,  se  non  dica  modestamente  'scheg- 
ge (legna)  ed  erba',  cosi  com'è  modesto  il  significato  letterale  del 
suo  sinonimo  basso-engadino  bruosc  e  fruosc  (Carisch:  hruosch 
e  fruosch,  s.  fruoschias  e  s.  paso),  che  propriamente  dice:  'rima- 
sugli e  rami  secchi'.  Checché  però  ne  sia,  e  riserbandomi  a  discor- 
rere altrove,  un  po'  più  distesamente,  intorno  a  tali  forme,  vor- 
rei qui  intanto  farmi  lecito  di  mostrare  il  ragionamento  storico 
a  cui  darebbe  luogo  l'effettiva  presenza  di  qualche  esemplare 
italiano^del  tipo  «5C0^<2  p(^5Co^o,  =  asti  a  pestio,  asla  peslo. 
Vi  sarebbe  dunque  sicuramente  antica  l'intrusione  dell'rt  (o); 
anteriore,  cioè,  all'età,  in  cui  cl  tl  volgono  a  kj  italiano;  e  an- 
cora più  antica  la  riduzione  dello  stl  in  sci,  poiché,  data  la 
forma  con  V-u-  (o),  s'ha  una  condizione  fonetica,  la  quale  più  non 
dà  motivo,  in  verun'età  della  parola  italiana,  all'alterazione  di 
st  in  se;  cfr.  abbrustolire,  fistolo,  frustolo,  pustola  ecc.  Il  feno- 
meno di  STL  in  sci  ci  apparirebbe  dunque  anteriore  all'età  in  cui 
sorgono  i  desincopati  astula  postulo  del  lessico  o  del  volgare 
latino;  ma  questi,  d'altronde,  pur  ci  rappresentano  schiette  e  ef- 
fettive pronunce,  poiché  ne  rampolla  il  tipo  diminutivo  che  è, 
per  es.,  negli  spagn.  astilla  pestillo  (astella  ecc.,  cfr.  friul.  stic- 
le  scheggia).  Riusciremmo  cosi  a  sorprendere  il  linguaggio  ita- 


li nel  diz.  del  Traraater,  che  lo  prende  da  quello  del  Vanzon. 


458  Ascoli, 

lieo  nel  periodo  deiroscillazione,  che  devo  naturalmente  esserci 
stato,  nel  periodo,  cioè,  in  cui  insieme  convivevano  astia  ed  ascia 
(onde  astula  ascula)  ecc.  ;  cosi  a  un  dipresso  come  la  presenza  di 
Bastulus  e  Basculus  pur  ci  riporta  a  un'età,  in  cui  devono 
avere  coesistito  Basilo  e  Basclo.  Cfr.  Ardi.  I  334n,  356n,  369n, 
comunque  ivi  si  tratti  di  correnti  inverse. 

Ma  rifacciamoci,  per  ora,  a  dimostrazioni  più  facili  e  perspi- 
cue. Insula  isula,  che  vediamo  sincoparsi  nello  sp.  isla,  prov. 
isla  ilha,  diede  sicuramente  anch'esso  l'epentetico  istla,  che  poi 
doveva  farsi  isola.  La  Provenza  ha  appunto  quest'zsc^a,  come 
ha  ascia  =  ast'la;  e  il  Ducange  scriveva  :  'Isola,  Occitanis  et  Pro- 
vincialibus,  AUuvio,  accrescens  ager  vel  insula  e  terris  flumine 
advectis',  allegando  una  carta  del  1063,  una  del  1339,  e  gli  Sta- 
tuti d'Avignone  del  1570:  'quod  Consules  non  possint  dare  in 
'emphytheosim  seu  locationem  perpetuam,  Insulas,  Isclas,  al- 
'luviones,  incrementa'.  Nell'edizione  dell' Henschel,  s'aggiunge 
'  isclonum,  dimin.  ab  iscla  et  eadem  notione',  e  vuol  dire  un  di- 
minutivo neolatino  rilatineggiato.  A  codesViscla  {isolo,  isola,  del- 
l'odierno provenzale;  Azaìs)  rispondono  poi  con  assoluta  preci- 
sione fonetica  i  sardi  iscra  isa,  secondo  le  analogie  a  cui  già  di 
sopra  s'è  accennato  (p.  e.:  campid.  userai,  logud.  usare,  =  usclare 
ust'lare),  e  insieme  un  isca  che  vedremo  allegarsi  dal  dialetto 
della  Basilicata  (cfr.  nap.  asca  =  asohia  =  asola ,  scheggia;  ecc.); 
ma  anche  le  significazioni  diverse  di  queste  voci  nostrali  or  fa- 
cilmente si  conciliano  tra  loro  e  con  quelle  àeWisola  di  Provenza. 
Uisca  di  Basilicata  direbbe  'terra  sommessa  ad  acque  irrigue' 
(G.  Racioppi,  Origini  storiche  investigate  nei  nomi  geografici 
della  Basilicata,  in  Arch.  Stor.  per  le  Province  Napoletane,  voi.  I, 
p.  468,  cfr.  469n,  479);  e  Yiscra  isa  de'  Sardi:  'terreno  umido  tra 
due  colli,  0  a  pie  di  montagna',  dove  s'aggiunge  una  variante 
campidanese:  isca  de  canna  (term.  rust.),  canneto. 

Ora,  che  altro  sarà,  se  non  quest'z'sc^a,  il  nome  locale  Ischia, 
il  quale  è  portato,  oltre  che  dall'/Enaria  de'  Latini,  anche  da  una 
borgata  del  Viterbese  e  da  un  villaggio  del  Trentino,  per  tutte  le 
quali  regioni  è  perfettamente  normale  l'evoluzione  Isola  Ischia  ^ 
com' insieme  è  regolare  che  il  popolo  napolitano  dica  Isca  per 
Ischial"^  Anche  l'integro  Isola  è  nome  locale  che  ripetutamente 


^  Isca,  del  resto,  si  riproduce  più  volte  nella  toponomastica  napolitana,  e 


ascula;  isola,  Ischia;  Peschio.  459 

s'incontra  nella  corografia  italiana;  e  lo  porta,  a  cagione  d'esem- 
pio, una  borgata  dell'Astigiano.  Vediamo  bene,  che  la  prudenza 
non  permetterà  che  si  proclami  affatto  sicura  questa  identifica- 
zione del  n.  loc,  Ischia  con  isola  =  isla,  prima  che  non  s'abbia 
qualche  ulteriore  conforto  dalla  notizia  di  anteriori  fasi  de'  di- 
versi esemplari  di  esso  nome  proprio,  fasi  che  si  conterranno, 
per  avventura,  in  documenti  più  o  meno  antichi.  Ma  la  probabi- 
lità è  ormai  cosi  grande,  che  rasenta  la  certezza;  e  a  ogni  modo 
avremo  scoperto,  anche  nel  Napolitano  e  nella  Sardegna,  la  con- 
tinuazione disisela -isla,  allo  stato  di  nome  comune. 

Né  la  serie  de'  nostri  esempj  per  schj  =  sci  =  sii  =  sl  sarebbe 
ancora  finita.  Vedemmo  il  Flechia  rifar  mirabilmente  la  catena 
per  il  sdiìiese peschio  (pessulus),  di  cui  dice  il  dizion.  del  Tramater 
che  'si  ode  pur  frequentemente  nel  regno  di  Napoli'.  Ma  v'ha  an- 
che un'altra  base,  affatto  diversa,  che  viene  imprima  a  coincidere 
foneticamente  col  lat.  pessulus,  e  poi  va  incontro,  assai  proba- 
bilmente, a  quella  stessa  evoluzione,  per  la  quale  pessulus  ha 
dato  il  san.  peschio. 

Abbiamo  nel  Ducange  i  seguenti  articoli  : 

Pessulum,  Idem  quod  supra  Peslum,  Gratianopolitanis  vulgo  lou  Pcslou^ 
Appensum  domui  tectum,  quodvis  sedificiolum  extra  raurum  in  viam  promi- 
nens.  Sententia  Johan.  Archiep.  Viennens.  an.  1228.  to.  i.  Hist.  Dalphin. 
p.  142.  Yolumus  et  praecipimus  habito  Consilio  Sapientum,  ut  omnia  Pes~ 
sula  guae  sunt  et  crani  extra  muros  apud  S.  Romanum,  et  in  Chapelleys 
et  in  Changeriis,  etc.  sunt  [sic]  de  jurisdictione  Bajuli  prcedicti  ecc. 

Peslum.  Tabularium  Vindocinense  an.  1076.  Ch.  321.  Ascelìnus  Chotardus 
retinuit  domum  parieti  Ecclesice  quasi  appenditium,  quod  vulgariter  Pes- 
lum  vocant,  ubi  annonam  suam,  et  vinitm,  quod  ibidem  collegerit,  reponat. 

Pesclls.  Charta  Zachariaj  I.  PP.  in  Bullario  Casinensi  tom.  i.  p.  4.  Inde  per 
monticellos  de  mari  descendens  vadit  ad  Pesclos^  qui  sunt  in  pede-mon- 
tis,  qui  dicitur  Balba,  inde  per  duos  Leones,  etc. 

Ora,  per  quel  che  concerne  il  rapporto  di  queste  diverse  forme 


s'aggiunge  il  composto  Iscalunga.  Il  lat.  esculus,  ischio,  riflettendosi  nel 
napolitano  (D'Ambra,  p.  479)  per  escalo  iscolo  esca  (=eschia),  vi  si  potrebbe 
supporrò  un  concorrente,  più  0  meno  legittimo,  per  l'etimologia  di  questo  nome 
loc,  Ischia  0  Isca;  cfr.  Ischi  (Calabr.  Citer.)  e  Ischieto  (Toscana).  Ma  anche 
il  Flechia,  da  me  consultato,  consente  volentieri  a  Isch[i]a  -.-.  isla  ecc.,  nò  ha 
egli  poi  lasciato  di  iijutarmi  e  confortarmi  in  varj  modi,  e  cosi  citandomi  il 
n.  1.  sardo  Isa  de  Palma  =  Iscla  de  Palma.  Curiosa  forma  ó  Isclero^  fiumicello 
della  provincia  di  Benevento  (Amati,  Diz.  cor.  dell' It.)- 


460  Ascoli, 

tra  (li  loro,  è  manifesto  che  un  popolare  pesclo  o  pcschio  non 
avrebbe  mai  potuto  latineggiarsi  in  fessulum.  Questa,  o  è  delle 
tre  forme  la  più  genuina,  o  tutt'al  più  procede  da  un  popolare 
peslo.  Per  quello  poi  che  si  riferisce  all'etimologia,  è  manifesto 
che  si  risale  a  pensilis  (cfr.  nap.  pòsole  pensile;  ecc.),  mal- 
grado la  desinenza  da  nome  in  -o.  Siamo  alla  pensilis  fabrica 
de' Latini  (cfr.  Ducange,  s.  Domus  pensilis  e  Fessile);  onde  avrem- 
mo ancora:  pes'l-  pesti-  pesclo.  E  circa  i  significati  finalmente, 
vediamo  chiaro,  come  dalla  'camera  annonaria'  si  passi  al  'ca- 
sale' e  si  rasenti  o  forse  addirittura  si  consegua  la  funzione  di 
nome  locale,  appunto  nel  pesclo  del  'Bollarlo  Cassinese',  che  il 
Ducange,  del  resto,  non  riusciva  a  connettere  con  pessulum  ecc. 
Ora  il  Peschio  o  Pesco  (cfr.  Ischia  Isca  ecc.),  che  occorre  in 
tanti  nomi  locali  del  Napolitano,  non  sarà  egli  questo  stesso  j9(?- 
sclo  peslo?  Pe Schio- Rochiano,  Pesco-la-Mazza,  Pesco- Lmiciano 
ecc.,  andrebbero  così  confrontati  con  Gas  ale-Io- Sturno  ecc.  del 
Napolitano  stesso,  Casal-Morano  Casale-Guidi  ecc.  dell'Italia 
settentrionale  e  mediana.  A  pesco  'persico'  non  si  vorrà  di  certo 
ricorrere,  poiché  le  forme  con  V-i-  [Peschio  Peschiolo  Peschieto) 
vi  si  rifiutano;  senza  dire  della  scarsa  o  nessuna  convenienza 
del  significato,  e  del  mancare  al  dialetto  di  Napoli  (anzi,  secondo  il 
D'Ovidio,  a  tutto  quanto  il  Napolitano)  questa  forma  contratta, 
altro  non  vi  si  avendo  se  i[\oììp)icrzeche.  Il  Racioppi  (1.  e,  p.  471), 
allegando  un  pescone  che  nei  dialetti  della  Basilicata  direbbe 
'grosso  ciottolo  0  macigno',  traduce  per  'Pietra-pagana'  il  Pesco- 
-pagano  di  colà,  e  così  (ib.  4C1)  vedrebbe  un  Tietra-lombarda' 
nel  Pesco-lombardo  della  regione  medesima.  Senonchè,  tacendo 
della  scarsa  convenienza  che  pur  così  ci  sarebbe  in  ordine  al 
significato  (cfr.  p.  e.  Pesco-Solido),  un'etimologia  'basilisca'  mal 
varrebbe  per  un  nome  locale  che  va  per  tutta  l'estensione  del 
Napolitano.  Ma  è  vero,  del  rimanente,  che  la  dichiarazione  qui 
tentata  avrebbe  d'uopo  di  confortarsi  con  qualche  sicura  testi- 
monianza napolitana  di  2')esclo  peschio  qual  nome  comune  per 
'casale'  o  altro  di  consimile,  oppur  con  qualche  particolare  suf- 
fragio, attinto  a  più  antiche  fasi  dei  nomi  di  luogo. 


Peschio,  ecc.  461 

Ancora  di  pesclo,  Peschio. 

Durante  la  stampa  di  queste  pagine,  Flechia  trova  che  il  pe- 
scone,  addotto  dal  Racioppi,  non  è  punto  cosi  isolato  come  dalle 
stesse  parole  del  benemerito  napolitano  doveva  parerci.  Ne  esi- 
ste anche  la  forma  positiva,  nel  Salernitano  a  quanto  pare,  ed 
è  piescii.  Ai  pescU  del  'Bollarlo  Cassinese',  che  citai  di  sopra,  fa 
riscontro  il  pcsclu  che  ripetutamente  occorre  in  un  documento 
salernitano  dell'SlG  (Codex  Cavensis  Diplomatic,  I,  p.  7):  'ego 
'roppolo...  benumdabi  tibi  boni  clerico  et  filio  gaidelli  terra  mea 
'bacua  locum  qui  bocatur  at  peschi';  ecc.  E  l'editore  annota: 
Peschi,  vel  Piesco  vulgari  eloquio,  sondii petra:  at  PescU  [l.-it] 
idem  ac  italica  alla  Pietra,  latine  ad  Petram.' 

Accertata  cosi  l'esistenza  di  un  pesclo  ecc.',  piii  o  men  larga- 
mente diffuso  per  il  Napolitano  col  significato  di  'pietra*,  or  giova 
guardare  meglio  in  faccia  a  codesto  singolare  vocabolo,  o  meglio 
forse  diremmo  a  codesta  significazione  del  singolare  vocabolo,  e 
chiederci  se  veramente  non  si  rimanga  ancora  a  pensile^^t?- 
sole  ecc.,  come  per  il  peslou  pessulum  peslura  che  si  sono 
qui  sopra  allegati  (p.  459).  Si  chiederebbe,  cioè,  se  pur  qui  non 
s'abbia,  com'è  per  esempio  in  macigno  [pietra  raacigna,  ven. 
mazéna  macinea),  l'attributo  d'una  data  pietra,  o  roccia,  di- 
ventato poi  un  nome  comune  che  dica  'pietra'  senza  più.  Dove 
sùbito  occorre  al  pensiero,  per  l'uso  effettivo  di  codesto  attri- 
buto, la  •/.pòy.à;  TTSTia  di  Eschilo  (Supplices,  795) ,  la  'praerupta 
rupes',  ma  veramente  la  'pendula  petra'.  Risaliremo  noi  dun- 
que, per  questo  peslo  pesclo  del  Napolitano,  al  primitivo  si- 
gnificato di  'roccia  pendente',  di  masso  o  pietra  che  sovrasti  e 
faccia  tetto  alle  caverne,  alle  'grotte'  cosi  frequenti  laggiù?  Che 
uno  stesso  vocabolo  possa  dir  codesto  masso  e  una  pietra  qualun- 
que, c'è  appunto  insegnato  dalla  storia  del  lat.  petra.  Or  vedano 
i  dotti  napolitani  di  rifarci  sicuramente  quella  del  loro  pesclo. 


'  L't  di  peschio  (speselo)  mancherebbe  a  piesco  secondo  le  analogie  di 
sopra  allegate  {isca  =  ischia',  ecc.);  e  quanto  al  dittongo  dell'c  tonica  in  po- 
sizione, non  ci  periteremo  a  attribuirlo  al  salernitano  pure  in  questa  formola 
(EST;  cfr.  napol.  tiestc  testu  lat.,  riestc,  sieste,  diestre),  sebbene  non  abbiam 
pronti,  per  il  'Principato  Citeriore',  se  non  csempj  d'altre  formole:  lientc, 
tiempe,  dispiettc  (Pap.,  366-8). 

Arcliivio  ;-'lottol.  ital.,  III.  >'l 


462  Ascoli, 

4.  liisca  spagn. 

Il  DiHZ  ha  nel  lessico  (IP  143)  l'articolo  che  seguo:  lasca 
'spagn.,  pania  (ant.  sp.  fìscaV)',  da  visciim,  pi.  visca,  portogh.  e 
'it.  visco,  mutato,  come  in  altri  casi,  il  v  iniziale  in  f,  e  poi  in  h.' 
E  adduce  nella  grammatica  (T  288)  hisca  =  \ìscus  fra  gli  esempj 
per  lui  sicuri  di  v-  in  f-. 

Ora,  la  voce  portoghese  che  risponde  allo  spagn.  hisca,  non  è 
già  visco,  ma  è  isca,  che  dice  'esca  per  pigliare  i  pesci',  'ade- 
scamento', 'esca  d'accendere',  e  ha  allato  il  verbo  iscar:  iscar 
0  anzol  'metter  l'esca  all'amo'.  Il  latino  viscum,  d'altronde, 
vive  inalterato  pur  nello  spagnuolo,  che  ha  comuni  col  porto- 
ghese le  voci  visco  ed  enviscar. 

La  riduzione  di  f  in  h  essendo  estranea  al  portoghese,  non 
si  può  imaginare  che  un  antico  fìsca  (imaginario  anch'esso  ed 
anzi  malamente  imaginato)  vi  si  riducesse  a  hisca  isca.  Chi  poi, 
continuando  a  lavorare  con  l'imaginazione,  supponesse  la  pa- 
rola spagnuola  passata  al  portoghese,  avrebbe  contro  di  sé,  a 
tacer  d'altro,  le  significazioni  diverse.  E  le  significazioni  del  vo- 
cabolo portoghese  ci  portano,  del  resto,  a  quella  manifestissima 
etimologia,  che  rovescia  irreparabilmente  le  ipotesi  qui  accam- 
pate dal  Maestro.  Poiché  siamo  all'esca  latino,  le  ragioni  del  cui 
è  convengono  con  quelle  dell  e;  onde  l'italiano  ha  esca  e  non  ésca, 
e  il  siciliano  e  il  romaico  hanno  isca  (II  146),  r.-j/.a.  Per  una  di 
codeste  é  di  posiz.  che  dien  suono  chiuso,  già  ponemmo,  più  so- 
pra, un  i  ital.  allato  a  un  i  spagn.  e  port.  {biscia  ecc.,  p.  339n); 
e  un  terzo  esempio  ne  è  negli  ital.  eschio  ischio  ischia,  nap. 
[scolo  (allato  ad  escolo,  che  é  pur  del  vocabol.  italiano;  v.  p.  459n), 
esculus  sesculus.  L'aversi  nello  spagnuolo  anche  yesca,  esca,  ade- 
scamento, malgrado  Ve  it.  ecc.,  non  fa  meraviglia  (cfr.  p.  e.  il  lad. 
'biesc  ecc  ,  b^^stia).  Ma  a  chi  pensasse  a  ragguagliare  hisca  eoa 
yesca,  per  la  riduzione  di  ie  in  i,  s'opporrebbe  ancora  il  porto- 
ghese, come  già  dicevamo  per  hicha  (p.  339n).  E  la  presenza  di 
entrambe  le  forme  nella  Spagna  vera  e  propria,  e  i  significati 
diversi,  avranno  finalmente  lume  dall'avvertenza  che  il  Diziona- 
rio dell'Academia  Spagnuola  appone  ad  hisca,  dicendo  che  'es 
voz  usada  en  algunas  provincias'. 

L'esca  latina  allettava  egualmente  i  pesci,  le  fiere  e  gli  uc- 


bisca,  gl^iua.  4G3 

celli.  Nessuna  maraviglila,  perciò,  se  lo  sp.  hisca  è  la  pania, 
mentre  il  port.  isca  è  l'esca.  E  lo  spagnuolo  ha  dunque,  nel  suo 
hisca,  un  h  inorganico,  come  l'ha  in  hin-char  inflare,  hin-chir 
hen-chir  implere,  allato  ai  più  genuini  in-char  en-cher  del  por- 
toghese. 

5.  gì  orna. 

Il  Ducange  ha  quest'articolo:  «Gloma  pao'.;,  Acus,  in  Glossis 
Sangerm.  Mss.»  Ma  chi  ha  arricchito  questa  glossa  del  termine 
greco,  ha  fatto  un  bel  negozio.  'Pao-';  è  T'ago';  ma  V acus  che 
traduce  gloma  non  può  non  essere  acus  aceris,  la  pula. 

Questo  (jloma,  gluma  (are.  cium  a  e),  che  cosi  ripeschiamo, 
ha  poi  alla  sua  volta  una  qualche  importanza.  Non  ha,  cioè,  il 
riflesso  normale  dell'tl  (cfr.  frc.  piume  ecc.);  ma  appunto  perciò 
s'incontra  bene  col  frc.  gloume  (=Q\vLmd),  che  è  registrato  dal 
LiTTRÉ  e  sarà  più  popolare  del  glume  dei  botanici.  Or  come  si 
spiega  questa  oscillazione?  Trattandosi  di  M  +  a,  non  s'ha  diritto 
d'invocar  la  ragione  della  nasale  susseguente  (cfr.  Diez  P  165);  e 
non  rimarrebbe,  perora,  se  non  di  pensare  a  un'oscillazione,  più 
o  meno  antica,  com'è  in  glómus  (cfr.  Arch.  II  409),  o  meglio  a 
un  effetto  di  glomus.  Un  diverso  incontro  di  gluma  con  gló- 
mus è  nei  bergam.  glóm  sglóm,  mallo  della  noce;  dove  1'*^  ben 
ci  lascerebbe  affatto  incerti,  poiché  Vó  bergam.  tanto  può  stare 
per  6  (p.  e.  nóf  nuovo),  quanto  per  Vu  di  um  (cfr.  fó7n  lóm); 
ma  il  tipo  morfologico  accenna  a  glomus,  mentre  il  significato 
accenna  a  gluma'. 


6.  Zara,   Troyes  ecc. 

Non  so  se  altri  abbia  avvertito  quanto  bel  monumento  di  fo- 
netica veneta,  e  perciò  di  dominazione  dei  Veneti,  sia  il  nome 
della  capital  della  Dalmazia. 

Si  parte  da  Jddera;  ed  ecco  la  corretta  elaborazione,  se- 
condo la  fonologia  veneta,  specie  l'antica:  j  in  i  (Arch.  Ili  248 


'  Possono  far  confusione  ^fn/òm  gaòm  che  ai  trovano  accanto  a  glom  sglóm 
(Tiraboschi,  Vocab.  berg.,  583);  ma  se  son  voci  sinonime,  son  però  nell'or- 
dine etimologico  afiFatlo  diverse  fi  a  di  loro;  gajòm  ga'óm  rivenendo  a  gaja 
pula  ecc. 


464  Ascoli, 

segg.,  §  19);  (ìdera  in  adra  (ib.  §  9);  àdra  in  ara  (ib.  §  21). 
La  fase  Zadra,  che  deve  aver  lungamente  durato  (cfr.  Ardi.  I 
455  ecc.),  è  rimasta,  come  fossilizzata,  fra  gli  Slavi,  che  dicono 
Zadar,  gen.  Zadra,  e  mostrano,  collo  i  =  j-,  che  non  si  tratti  d'e- 
voluzione slava. 

Il  proparossitono  Jddera  mi  fa  poi  risovvenire  di  nomi  di 
luogo  di  diverso  tipo  sdrucciolo,  cioè  dei  nomi  locali  in  cui  la  pre- 
ferenza neolatina  ha  l'accento  su  quella  che  è  o  sarebbe  stata  la 
terzultima  latina,  ma  non  poteva,  secondo  prosodia  classica,  por- 
tare l'accento,  stante  la  penultima  in  posizione.  È  la  serie  cui  spet- 
tano Teramo  (Intéramna)  ecc.,  altrove  già  toccati  (IV  I26n). 
Sul  metro  di  Taranto  Otranto,  abbiamo  anche  Sólanto  (Rajna; 
il  diz.  del  Tram.:  Solànto)  in  Sicilia.  Per  Taranto  si  può  invo- 
care la  ragione  dell'accento  greco  (Tàpa;  TàoavTo;;  Tapsvxó;  )  ; 
e  secondo  E.  Martini  (Riv.  di  fil.  class.,  VII  144n),  sopra  Taranto 
si  sarebbe  foggiato  Otranto,  grecamente 'Tf\oou;'T(SpoCivTo;\  Po- 
stici per  questa  via,  dovremmo  poi  cercare  un  identico  motivo 
anche  per  Sólanto,  che  è  grecamente  ^ioXosi;  Solou;  ^ìoXouvtu;; 
e  all'incontro  incapperemmo  in  Agrigento  Grigénti  rimpetto 
a  'Azpàya;  'AxpàyavTo;.  Ma  chi  sa  ancora  dirci  se  qui  abbiamo 
forme  greche  che  gl'Italioti  adattino  comunque  ai  proprj  lin- 
guaggi, 0  non  piuttosto  forme  italiche,  che  i  Greci  adattino  al 
loro?  A  ogni  modo,  nulla  per  ora  consiglia  a  ripetere  l'accento 
di  Taranto  ecc.  dall'esilità  a  cui  potea  ridursi  il  n  di  nt,  si  che 
questo  nesso  più  non  facesse  posizione  (cfr.  Corss.  vok.  IP  213 
661  667  814  818)'.  Circa  l'età  e  la  storia  del  n.  loc.  Lévanto, 
che  occorre  in  Liguria,  manca  a  me  osrni  lume. 


^  Ofanto,  nome  d'un  fiume  nella  Puglia,  l'Aufidus  delle  lettere  classiche, 
ricorda  facilmente  TUfens  -entis,  fiume  della  Campagna  di  Roma  (cfr.  Pott, 
Personennamen,  443);  e  si  potrebbe  chiedere,  se  forse  l'Aufidus  non  avesse 
anche  avuto  questo  sinonimo,  tanto  più  che  pajon  due  nomi  di  radice  iden- 
tica (v.  CoRSS.  vok.  I'  151  353).  Ofanto,  riportato  a  Ufente-,  sarebbe  un 
alti'O  esempio  dell'accento  di  'quarfultima  mora',  entrato  forse  anch'esso,  al- 
meno in  parte,  nell'analogia  di  Taranto  o  consimili.  Ma  anche  il  normale 
riflesso  di  Aufidus  potea  facilmente  subire  codesta  attrazione  analogica,  poi- 
ché napolitanamente  ne  veniva  'Ofete  (Flechia),  cfi\  dcetc  acido,  mi'icete  mu- 
cido, ecc.  -  Quali  son  poi  veramente  i  nomi  vernacolari  odierni  dell'Ufente- 
della  Campagna  romana,  cioè  deWAufente  o  Aufento   TJfenlo  dei  dizionarj? 

-  11  quesito,  se  si  tratti  di  un  accento  di  'quartultima  mora'  o  non  piut- 


Zara,  Trcyes  ecc.  465 

Nel  buon  lavoro  del  Martini,  elio  testé  citavo,  non  si  tiene  conto, 
se  io  ho  visto  bene,  degli  effetti  che  abbian  sulle  voci  latine,  por- 
tate fuori  d'Italia,  le  tendenze  accentuali  dei  linguaggi  in  cui 
erano  accolte.  Cosi  vi  si  pone  il  ted.  fénster  come  documento  d'un 
lat.  popol.  fénestra  (1.  e,  175);  e  le  riduzioni  tedesche  Kùln  Colo- 
nia, Màinz  Magonza,  vi  si  danno  come  documenti  di  pronunzie 
latine  da  assomigliarsi  a  Taranto  ecc.  (ib.  144n);  forse  per  es- 
sersi franteso  un  luogo  del  Corssen  (vok.  IP  905,  cfr.  819).  Qui 
avremo  veramente  non  altro  che  accentuazioni  germaniche;  e 
quando  siamo  nelle  Gallie,  compresa,  che  s'intende,  la  Cisalpina, 
vanno  sentite  le  ragioni  dell'accento  celtico,  di  che  ritocco  al- 
trove. Tanto  meno  c'entreranno  poi  le  leggi  dell'accento  latino, 
ove  si  tratti  di  nomi  locali  non  latini.  Cosi  se  Tricasses\  o  me- 
glio Tricassae,  che  in  pronuncia  classica  latina  è  parossitono,  ci 
dà  Troyes  (  =  Tréies),  non  se  ne  vorrà  di  certo  ricavare  un  caso 
d'accento  latino  di  'quartultima  mora'  (Trlcassis).  A  proposito 
del  qual  nome,  non  so  se  nessuno  abbia  discorso  della  ragione 
storica  di  Trecce  Treces,  che  nei  documenti  medievali  ne  fa- 
rebbe le  veci.  Può  egli  questa  forma  esser  altro  che  un  'latineg- 
giamento'  della  riduzione  volgare?  Quando  s'ammetta,  —  e  non 
ripugna  in  alcun  modo,  —  che  il  doppio  s  di  THcasses  (o  anzi 
il  triplo,  se  nella  forma  popolare  si  voglia  pur  quello  del  nu- 
mero e  caso),  e  insieme  le  ragioni  del  composto,  qui  difendano 
dall'intiero  dileguo  l'atona  mediana,  noi  avremmo  senz'altro,  e 
affatto  normale,  questa  successione:  Tré-cass,  Tré-gass,  Tré-ges 
Tìxies  Troyes;  dove  l'ultimo  termine  sta  al  primo,  prescindendo 
dalla  densità  del  -s,  come  noyes  a  necas  (necas).  Buoni  eserapj 
pur  questi,  a  ogni  modo,  per  ribadire  la  sentenza,  che  ogni  ei  di 


tosto  di  una  'lunghezza'  non  più  sentita,  si  riproduce  acche  per  il  nome  di 
una  derrata.  Si  può  cioè  chiedere  se  il  tose,  ségale^  fr.  seigle,  mil.  ségra, 
rappresenti  secale  che  ancora  serbi  il  suo  et  (cfr.  ven.  segala),  o  non  piut- 
tosto un  secale  con  Va  affievolito.  —  E  a  proposito  di  'segala',  il  continua- 
tore piemontese  del  lat.  secale  iseil)  non  ha  egli  lasciato  vivo  in  nessun  luogo 
quel  sinonimo  'taurinense'  che  Plinio  ci  tramanda  (secale  Taurini  sub  Alpi- 
bus  asiam  vocant)  ?  Cfr.  Diefenbach,  Celtica,  I  21,  Orig.  Europ.  235. 

'  Scrivon  tutti  ora  Tricasses,  col  Porcellini,  che  adduce  esempj  epigrafici 
di  Tncassinus,  anziché  Trecasses,  come  si  faceva  una  volta  per  l'esempio  di 
Plinio,  ed  è  in  Zelss,  Gramm.  CcU.'\  8G7.  Cfr.  Tricassei,  Tricasii  Tpt/.'y.7i'jv; 
Tricassae,  Tricas\s]is,  Tiicassiiim;  in  Paiiv,  s    Ti-icass  s  (^  Augustobona. 


466  Ascoli, 

Francia,  comunque  egli  surga,  va  poi  soggetto  a  passare  in  oi 
(cfr.  ve'sin  voisin,  tejt  toit,  me[d]ien  moyen,  ecc.);  sentenza  che 
avrebbe  potuto  risparmiare  qualche  sottigliezza  circa  Voi  da 
ei  =  e  od  L 


7.  Ancora  del  tipo  vjme  vimine. 

L'Archivio  s*è  ripetutamente  adoperato  a  mostrare  come  abondi 
fra' Neolatini,  e  proprio  per  tradizione  popolare,  anche  la  forma 
flessionale  de'neutri  imparisillabi  che  riviene  all'ablativo;  onde 
resulta  che  s'abbia  di  frequente  il  doppio  tipo  oh' è  negli  ital. 
rime  vimiyie,  e  vuol  dire  intatto  il  paradigma  della  declina- 
7.\one  volgare:  virae[n],  ad  vi  men,  de  vimine,  meno,  che  s'in- 
tende, la  distinzione  funzionale,  la  qual  cessò  dappertutto,  o 
quasi,  e  per  la  ragione  medesima  che  la  faceva  cessare  tra  le 
due  forme  flessionali  dei  mascolini  o  feminili  imparisillabi,  come 
sarto  sartóre  ecc.  (cfr.  II  423-33,  IV  398-402). 

La  figura  nominativo-accusativa  -à-me[n]  si  riflette  normal- 
mente ne' dialetti  grigioni  per  -om  soprasilv.  e  sottosilv.  ed  -am 
alto-engad.  Così,  per  seramen  e'coriamen:  sopras  irom  cii- 
rom,  sottos.  rom  chirom,  altoeng.  ay^ajn  ciiraìn;  cfr.  sopras.  e 
sottos.  om,  alto-eng.  am,  hamus,  ecc.  Ora,  s'è  già  notato,  che 
nelle  risposte  di  ex-amen,  comunque  anch'esse  presentemente 
terminate  per  un  semplice  m,  Va  si  rifletta  diversamente  di  quello 
che  fa  nelle  risposte  di  seràraen  ecc.;  e  così  s'abbiano:  sopras. 
saum,  sottosilv.  sam,  alto-eng.  sem,  riflessi  che  d'altronde  con- 
cordano fra  loro  in  quanto  coincidono  con  quelli  che  s'avrebbero 
ne' rispettivi  dialetti  per  Va  di  AN^  o  di  date  formole  di  AN-; 
cfr.  sopras  maun,  sottos.  man  ecc.,  alto-eng.  mem  (=  maun),  ecc.; 
Ardi.  I  Un  123  165n,  ecc. 

Come  dunque  si  potrà  dichiarare  questa  concorde  diflferenza 
che  ètra  i  riflessi  di  ex  a  men  e  quelli,  p.  e.,  di  seramen,  se  non 
ripetendosi  ì  primi  da  una  base  che  nell'ordine  fonetico,  e  per- 
ciò insieme  nel  morfologico,  sia  diversa  da  quella  che  è  nei  se- 
condi, e  insomma  dalla  figura  ablativa  ex  amine  [samne)  anzi- 
ché dalla  nominativo-accusativa  exame[n]  {same)%  Di  àumn  = 
AM'N  ci  sarebbe  appunto  la  riprova  in  un  termine  soprasilvano 
che  tosto  adduciamo  fra  altri  documenti  che  a  entrambi  i  ver- 
santi delle  Alpi  accennano  o  riportano  ad  examine.  Allato  a 


Ancora  del  tipo  cime  vi/nine,  e  del  part.  in  -esto.  467 

saum,  il  soprasilvano  ha  cioè  il  sinonimo  sàumna,  che  riviene  a 
examina;  e  di  contro  all'italiano  ramare  (berg.  sarnd),  che  si 
spicca  0  ha  norma  dal  nom.-acc,  i  dial.  grigioni  danno  samnar 
semner.  Nel  comasco  è  sàmnia  sciame,  samnià  sciamare.  E  se 
queste  son  forme,  che,  avendo  una  propria  ragione  nelle  basi 
latine,  non  pnjvano  senz'altro  la  presenza  dello  schietto  exami- 
n  e,  eccoli  bergamasco  offrirci  sam  e  sàmen  {sómen^),  entrambi 
per  'sciame',  e  cosi  ricomporsi,  a  ogni  modo,  la  declinazione, 
entro  i  confini  d'uno  stesso  dialetto. 

Si  consegue  un'altra  ancora  di  codeste  integrazioni,  appajando 
vérem  o  vérom  (=verm  *verme),  dei  Bergamaschi  o  dei  Valtel- 
linesi,  con  vérmen  (=  "vermine)  dei  Milanesi,  Arch.  I  303,  IV  401. 


8.  Ancora  del  participio  in  -ésto. 

Nell'ultima  puntata  del  quarto  volume  àeWAr chimo,  che  s'ac- 
compagna con  quest'ultima  del  terzo,  mi  provo  a  dichiarare  il 
participio  veneto  in  -ésto  (p.  303-98);  e  durante  la  stampa  me 
ne  toccano  due  valorosi  compagni  di  studio,  il  D'Ovidio  e  il 
Bòhmer. 

Il  D'Ovidio,  che  in  ordine  ai  participj  analogici  di  tipo  forte, 
promossi  da  jìosto,  già  aveva  aggiunto  che  'in  dialetti  dell'Ita- 
lia del  Mezzodì,  mosto  è  normale'  (IV  410),  ora  soggiunge:  'Noi 
Meridionali  diciamo  rifoso  e  rifuoso  o  rifosto  e  rifuosto  per 
'rifuso'  da  'rifondere',  nel  senso  che  ha  qui  da  noi  di  prender 
nuovamente  d'  una  pietanza,  ripetere,  o  di  rimetterci  dei  quat- 
trini e  simili.' 

Il  Bòhmer  poi  {Roman  slucL,  III  606-7),  che  anch'egli  approva 
la  mia  dichiarazione,  è  scontento  di  due  cose.  Imprima  io  avrei 
mancato  di  meglio  riconoscere,  ch'egli  pur  si  fosse  posto  sulla 
buona  via;  e  avrei  in  secondo  luogo  omesso  d'avvertire  o  di  lo- 
dare, che  a  lui  si  dovesse  una  serie  di  participj  in  -àslo,  scoverta 
in  territorio  non  veneto.  Ma  la  verità  è,  che  io  ho  trattato  pur  lui 
con  que' riguardi,  dei  quali  gli  studiosi  italiani  si  fanno  un  giusto 
vanto  d'esser  piuttosto  troppo  larghi  che  non  troppo  avari  con  gli 
studiosi  d'oltremonti.    Egli  aveva  detto    non    altro  che  questo 


Circa  To'  di  questa  variante,  v    Arch.  I  22S,  IV  118. 


468  Ascoli, 

(ib.  76):  'Diese  bildung  konnte  sich  an  posi  anlehnen,  am  leich- 
testen  bei  -ess,  z.  b.  successum  suzzest.'  Ora,  questo  non  è  altro 
se  non  una  mescolanza  iniziale  di  vero  e  di  falso  e  un  parlare 
confuso;  e  la  ragione  delle  cose  all'incontro  non  si  dà,  se  non 
facendo  appunto  il  contrario,  cioè  discernendo  il  vero  dal  falso 
e  adoperando  quelle  perspicue  parole  che  rispondono  spontanea- 
mente alla  perspicuità  del  pensiero.  Quanto  poi  alla  serie  non 
veneta  di  participj  in  -esto,  mi  duole  ch'egli  mi  costringa  a  parla- 
re più  chiaro.  Consulti,  di  grazia,  i  luoghi  del  I  voi.  deW Archi- 
vio, che  son  citati  nel  mio  articolino  (in  ispecie  la  p,  409),  e  s'  av- 
vedrà, ch'egli  non  ha  punto  scoverto  in  Val  di  Non  un  -csio 
ladino  o  non-veneto,  ma  vi  ha  trovato  molto  semplicemente  V  -e- 
sto  dello  strato  veneto  che  s'è  colà  sovrapposto  allo  strato  la- 
dino (cfr.  ib.  394-97)  '. 


9.  Il  testo  istriano  del  Salvl^tl 

In  fondo  al  primo  volume  degli  Avvertimenti  della  lingua, 
Liionardo  Salviati  raccoglieva  dodici  versioni  d'  una  stessa  no- 
vella di  Boccaccio,  la  IX  della  l  giornata,  in  dodici  diversi  idiomi 
della  penisola,  ch'egli  diceva  'lingue',  ed  erano:  la  bergamasca, 
la  veneziana,  la  furlana,  l'istriana,  la  padovana,  la  genovese, 
la  mantovana,  la  milanese,  la  bolognese,  la  napolitana,  la  pe- 
rugina, la  fiorentina  di  Mercato  vecchio. 

Ora  il  Papanti,  nel  suo  bel  libro:  I parlari  italiani  ecc.,  di 
cui  s'è  toccato  nel  precedente  volume  (p.  439),  riprodusse  quelle 
versioni  e  provvide  a  farle  comentare.  Ma  non  tutti  i  comenti 
son  riusciti  bene;  e,  duole  il  dirlo,  quello  intorno  alla  versione 
'istriana'  è  fatto  proprio  a  rovescio.  Di  certo  avrà  pensato  an- 
che l'autor  di  quelle  note,  che  le  parlate  istriane  d'oggidi  pos- 
sano differir  non  poco  da  quello  che  erano  or  son  tre  secoli  o 
forse  più;  ma  avvenne,  in  conclusione,  che  il  valentuomo  altro 
non  facesse  se  non  correggere  i  pretesi  errori  del  documento 
che  studiava,  e  riuscisse  a  negare  al  documento  medesimo  ogni 
valore  storico,   affermando  che  d"istriano'  codesto  antico  tra- 


^  Anche  nell'ani,  dial.  di  Trieste  (cfr.  Arch.  IV  358)  occorre  questo  tipo 
di  participio:  m' hau  sauèst  di  m'ha  saputo  dire,  Maia.  Ili;  cfr.  ib.  143: 
lo  abbi  venics(o,  in  un  testo  che  italianep-gia. 


Il  testo  intriano  del  Salvittti.  460 

duttore  ne  doveva  saper  poco.  Senonchè,  a  parlare  intanto  sulle 
generali  e  senza  dimenticare  i  trascorsi  deWIìifar inalo  e  de'  suoi 
contemporanei,  sta  pur  sempre  che  lo  stampare  era  ne' vecchi 
tempi  qualche  cosa  di  ben  più  solenne  che  non  sia  oggidì;  e  pri- 
ma di  asserire  che  un  testo,  pubblicatosi  anticamente  con  l'espli- 
cita intenzione  di  offrire  un'idea  genuina  di  un  dato  linguaggio, 
altro  in  realtà  non  ci  offra  se  non  un'accozzaglia  di  forme  errate 
0  imaginarie,  bisogna  pensarci  due  volte,  e  avere  ascoltato  con 
molta  diligenza  gli  avvertimenti  della  storia  e  della  critica  (v. 
qui  sopra,  p.  63-5). 

Il  Salviati  non  dà,  se  io  ho  visto  bene,  alcuna  precisa  notizia 
circa  la  provenienza  delle  sue  versioni  dialettali;  e  le  antiche  fasi 
dei  parlari  istriani  non  sono  abbastanza  conosciute,  perchè  si 
possa  sentenziare,  con  assoluta  sicurezza,  da  qual  regione  o  luogo 
della  penisola  istriana  venisse  quel  saggio  al  letterato  fiorenti- 
no \  Ma  tutto  fa  credere  che  gli  venisse  dalla  regione  setten- 
trionale, da  quella  zona,  cioè,  cui  appartengono  la  varietà  ter- 
gcstina  e  la  muggese  (cfr.  Arch.  I  479-535,  IV  350-67)  ;  e  se 
v'ha  qualcosa  di  poco  genuino  in  codesto  buon  cimelio,  ben 
lungi  dal  consistere  nei  fenomeni  che  più  offendevano  il  nostro 
comentatore  e  son  tutti  proprj  o  convenienti  all'antica  Trieste 
0  a  una  parte  più  o  raen  larga  dell'  Istria  antica,  sta  al  contra- 
rio in  quella  tendenza,  tutt'  altro  che  insolita,  che  porta  quasi 
a  levigare  o  a  mostar  più  signorilo  il  proprio  vei^nacolo,  nascon- 
dendone, sin  dove  si  possa  senza  produrre  un'  alterazione  sover- 
chia, quelle  proprietà  per  cui  troppo  egli  sì  discosti  dall'idioma 
dei  ceti  nobili  o  delle  scritture  più  o  meno  auliche  (che  nel  caso 
nostro  sarebbe  stato  il  veneto);  proprietà  che  gl'influssi  civili 
vengono  poi  rendendo,  a  poco  a  poco,  instabili  e  viete  nello  stesso 
parlar  domestico  e  volgare. 

S'abbia  qui  dunque  nuovamente  codesta  versione";  e  s'accom- 


^  Nel  e.  XIX  del  secondo  libro,  è  detto  che  la  ]>fovella  'ne' diversi  volgari 
'd'Italia  é  stata  traslatata  da' propri  abilatoj'i'.'  La  frase  ironica  con  la  quale 
si  chiude  quel  capitolo  ('ed  il  rimanente  in  qual  linguaggio  ò  dettato?  nella  lin- 
'gua  di  Capo  d'Istria  o  della  Valle  di  Voltolina')  accenna  forse  indirettamente 
alla  particolare  provenienza  della  versione  istriana;  cfr.  il  e.  xxi,  dove  ricorda 
i  'Justinopolitani'. 

-  Ho  riscontrato  la  stampa  del  Papanti  con  quella  di  Venezia,  del  1584  ;  e 
appena  occorre  dire  cha  l'ho  trovata  esattissima. 

Archivio  t-loltol    ita!.,  III.  Jl' 


470  Ascoli, 

pagni,  per  ora,  di  pochi  cenni  illustrativi,  tanto  che  sia  dimostrato 
ciò  che  pur  dianzi  s'è  dovuto  afifermare. 

In  lingua  istriana.  —  Digo  donca,  che  in  toi^  tempi  del  primo 
Re  de  Zipro,  despò^  il  uadagno  fatto  della  Terra  Santa  de  Got- 
tofreddo  de  i  Baioi,  fo  intravegnti**,  ch'una  zentildonna  de  Va- 
scogna  fo  zuda^  in  peligrazo  al  Sepurchio.  Do  la^  tornando  in 
drio,  zonta^  in  Ziprio,  de  no  se^  quanti  scelerai  homi*  fo  con 
gran  vellania  suergognada.  Donde  che  ella,  senza  consolation 
niguna'  lementandose,  s'habti  impensà^  de  uoler  cigar  dananzi^ 
lo  Re.  Ma  a  ghe  fo  ditto  de  un,  che  indarno  le  se  averes®  fa- 
digà.  Perchè  lui  rieua**  d'una  uita  tanto  minchiona,  e  de  poco, 
che  no  solamente  l'inzuriei  de  altri  con  zustizia  fadeva  uen- 
detta,  ma  pur  asse^  che  ghe  riera**  fatte  a  lui  con  gran  uer- 
gogna  padiva.  Donde  che,  quando  calcun  haueua  calche  dolor, 
lui,  con  farghe  ualguna^  iuzuria  o  despresio,  se  sborava  l'animo 
so*.  E  cusi  hauendo  bti  inteso***  la  femena,  desperada  de  far  la 
so  uendetta,  per  calche  consolation  del  so  trauaio,  s'habU  im- 
pensà*  de  uoler  soiar  le  sturdità  de  sto  Re.  E  zuda^  pianzendo 
alla  so  presentia,  g'abìi  ditto*":  'Signor  mio,  i'  no  uegno  za  de 
'ti,  azzocchè  ti  vendicheis*  l'inzuria  che  me  se  stada  fatta,  ma 
'in  gambio  de  quella  te  priego*  che  ti  m'insegnis*,  co  che  ti 
'sopportis*  quelle,  che  me  uin**  ditto  che  te  se  fatte,  azzochè 
'imparando  de  ti,  possis*  anche  mi  con  patientia  soffrir  la  mia: 
'che  Dio  il  sa,  se  lo  podes'  far  uolentiera  i  te  la  donares®, 
'  despò^  che  ti  ses  *  cosi  bon  minchion.'  El  Re,  inchinta  quella 
bota  essendo  sta  longo  e  priego*,  co  a  se  fos'^  desmesedà^  del 
sonno,  scomenzando  della  inzuria  fatta  a  sta  femena,  che  ama- 
ramente la  bti  uendicada*",  crudiel^  persecudor  fodeuentà***  de 
tutti**  che  incontra  1' honor  della  so  Corona  cosa  negunu^  fa- 
des'  de  za^  ananzi^. 

Annotazioni. 

'  azzocchè  ti  vendicheis,  che  ti  m'insegnis,  co  che  ti  soppórtis,  póssis  an- 
che mi;  conservato  l'antico  -s  nella  2.  ps.  sg.  del  cong.  pres.,  ed  estesa,  per 
falsa  analogia,  codesta  desinenza  anche  alla  I.  ps.  sg.  del  cong.  medesinoo; 
di  guisa  che  siara  proprio  a  quel  di  più  specifico  che  la  varietà  'tergestina' 
possa  dare;  cfr.  Arch.  I  518,  IV  36 In.  Ritorna  il  -s  anche  in  ti  ses,  tu  sei, 
e  per  la  vecchia  Trieste  ci  parrebbe  veranoente  più  sicuro  un  tu  sos  (cfr.  Arch. 
I  ib.,  e  IV  363};  ma  anche  nel  Friuli  continentale  è  ses  allato  a  sos.  Manca 
poi  al  nome  ogni  -s  di  plurale:  V insurie  ecc.,  quanti  scelerai  homi-  ma  homi 
ben  s'incontra,  del  resto,  con  Vómi-s  tergestino,  'uomo"  e  'uomini',  Arch.  I  ib. 


Il  testo  istriano  del  Salviati.  471 

2  priego  (*prego  pegro)  pigro;  crudiel  crudele;  non  solo  convengono  alla  zona 
della  vecchia  Trieste,  ma  sono  tipi  suoi  caratteristici,  cfr.  Arch.  I  491-2;  e  in- 
sieme le  conviene  priego  prego. 

*  in  toi  tempi  ne' tempi.  Affatto  caratteristico  del  'tergestino'  pur  questo  fot; 
così  nel  Mainati:  intól  chiafne\  capo  50,  in  tól  uout  nel  volto  (volta)  102,  ecc.; 
intóla  ladris  nella  radice  18,  intóla  sùua  schiarséla  nella  sua  scarsella  1 14,  ecc. 
Insieme  va  probabilmente  anche  il  do  la  del  presente  saggio  (dola  *dela,  di-là), 
cfr.  Arch,  IV  36G. 

''  valguna  alcuna;  anche  questo  caso  di  prostesi  ci  riporta  al  'tergestino',  i 
Mainati  avendo  ualch  11,  33,  per  Valg,  alcun  che,  dello  schietto  friulano.  E 
del  resto  abbastanza  notevole  che  anche  fra'  Ladini  della  zona  centrale  si  riab- 
bia il  t>  prost.  in  questo  medesimo  esemplare,  Arch.  I  360  371. 

^  zuda  (bis)  andata.  Il  participio  friulano  di  zi  {zud  zude)  è  proprio  anche 
della  vecchia  Trieste.  Cosi  nel  Mainati:  sarés  zu  sarei  andato  114,  soi  zuda 
sono  andata  i3,jérem  sudi  erano  andati  85. 

^  i  te  la  donarés  io  te  la  donerei,  se  averés  si  avrebbe.  Così  nel  Mainati: 
saréss  sarei  114,  faréss  farebbe  7,  ecc.;  ed  è  il  tipo  di  condizionale  che  va 
ripetuto,  per  questa  zona,  dal  friulano;  Arch.  IV  367. 

'  donarés  averés^  che  ci  occorse  di  addurre  sotto  il  precedente  numero,  erano 
insieme  esempj  di  -ssi  -sse,  ridotti  a  -s;  e  vi  si  aggiungono:  podés  potessi, 
fos  fosse,  fadés  facesse  ;  circa  il  qual  fenomeno,  già  si  sentì  come  si  ripro- 
duca nel  Mainati,  e  ancora  si  vegga:  Arch.  IV  358  361-2. 

'  despó  (bis),  desmesedd,  impensd  (bis);  cfr.  Arch.  Ili  271  278  280  e  le  cor- 
rispondenze friulane;  così  per  l'animo  so,  ib.  265. 

^  se  (friul.  sai)  so,  pur  asse  pur-assai,  cfr.  Arch.  I  464q;  zonta  III  250-1, 
niguna  neguna  I  433;  de  za  ananzi  di  qua  innanzi,  dananzi,  cfr.  Arch.  Ili 
270  (n.  60),  272  (n.  75). 

'"  Circa  il  tipo:  g'a-bti  ditto  'gli  ha  avuto  (-ebbe)  detto',  s'ha-bii  impensd 
(bis),  la  hi%  vendicada,  hauendo  bii  inteso,  allato  a  fo  intravegnió,  fo  de- 
venta,  fo  zuda,  cfr.  per  ora  Arch.  I  27 In. 

"  vin  viene,  parrebbe  contravvenire  al  tipo  'tergestino',  ma  è  forse  un  er- 
rore della  stampa  (come  certo  v'ha  errore  in  rieua  riera);  e  per  tutti  ed  ha^ 
si  vorrebbero  i  caratteristici  duti,  hau,  cfr.  Arch.  IV  365. 


INDICI  DEL  VOLUME. 


I.  Suoni. 


d:  riflessi  fraaco-prov.,  5-7,  73-5,  81- 
115;  rifl.  frane,  70,  71-3,  115-20; 
rifl.  prov.,  70,  76-81. 
Accento  rimosso,  14,  50-1,  52  f,  388. 
Accento  di  terzultima  e  accento 
di  terza,  2 In.  Accento  di  'quartul- 
tima mora',  326,  464-5. 
Accidenti  generali,  19,  50-2,  123  (voc. 
epent.),  135  (r  epent.),  139  (Z  epent.), 
139-40  (raetat.di  l\  144-5  (dissimil. 
di  r-r\  153-4  e  442n  (metat.  favo- 
rita dall'atonia);  considerati  in  or- 
dine agli  allòtropi  italiani,  388- 
401;  aferesi  e  epentesi,  442  sgg. 
Cfr.  r,  /,  s,  n,  m. 

ai  neolat.:  riflessi    franco-prov.,  IO, 
96,  99n,  104n. 

ald  alt  ecc.  29,  251,  332. 

aw-t-cons.  76,  77  ecc. 

anct  248. 

ari.  sanese  e  aret.  da  -er-,  I42n. 

•ario  -aria  7,  ]8n,  257-8,  300-303. 

■ata  in  aj,  19. 

au  neolat.,  16,  25. 

ava  in  a,  152. 

b[u]l,  suo  doppio  esito,  147-8. 

e  (eh)  spagn.  =c/  pi,  287n. 

ca  in  ca  nel  pedemontano  (cfr.  ^a), 
122n. 

ce  e  gè  che  abbian  continuatori  gut- 
turali, 127-8,  cfr.  161,  171n. 

ci  in  cr^  30a. 

e/ (/i/;),  suo  doppio  esito,  286-8, 286-8n. 


ci-  nel  frc,  287n. 
ic'l  {hel)  in  icuel,  174-5. 
Consonanti;  rifl.  ant.  venez.,  254-57. 
Consonanti    continue:    rifl.    valsoan., 
25-39;    cojasiderate    in  ordine  agli 
allòtropi  italiani,  337-69. 
Consonanti  esplosive  :  rifl.  valsoan.,  39- 
50;  considerate  in  ordine  agli  al- 
lòtropi italiani,  370-88. 
d  primario,  in  r  e  Z,  49. 
d  secondario,  in  r  e  ^  9,  48. 
d/,  suo  doppio  esito,  26-7,   90n.  Cfr. 

316  :  dj  in  j. 
e  secondaria  che  dittonga,  249, 
e  di  posiz.  in  i  sardo,  171n. 
é^s-  che  resulti  chiusa,|339n,  462. 
e  atona  in  i  [it.]  164,  332,  cfr.  443. 
-emi  in  umi^  170. 
eri  fior,  da  -ar-,  142a. 
fi  in  /r,  30n. 
ga  in  ga  nel  pedemontano,  45u  (cfr. 

40n,  e  ca). 
-ga-  in  va  uà,  106-7n. 
gè,  V.  ce. 

^gl-  nel  frc,  287n. 
xg'l  (ghel)  in  iguel,  174-5. 
•go-  che  dà  luogo  a  jo,  165. 
Jit  ecc.  da  st  ecc.,  34-5. 
ile  52. 

Influenze  varie  deirt_atono  della  sil- 
laba finale  sulla  determinazione 
della  tonica  di  penultima,  7,  248, 
249. 


ludici.  — 

Interdentali  (J)  d),  4,  27,  41,  (45). 

1    in  r-  2B. 

1-,  articolo    concresciuto,    84n.    174; 

smarrito   per  l'illusione  che   fosse 
l'articolo,  161. 
l^'s  in  flFi,  161-2. 
m  epentet.,  168,  442-52. 
n  epentet.,  161,  166,  172,  442-52. 
nd  in  nn  n,  90n. 
■nj  in  Mw,  135,  135n. 
rtv  in  nn,  308. 
0  atono  in  «,  164. 
0  secondario  che  dittonga,  250. 
oì  frc.  da  ogni  et  di  fase   anteriore, 

466. 
old  olt  ecc.  29,  42. 
■orto  -a,  12,  IBn. 
lova  in  io^a,  172. 
Palatine  e   palatili:   loro  effetto   sui 

rifl.  franco-prov.  dell' a,  6-7,  17-19, 

73-5;  sui  rifl.  frane,  71-2;  sui  rifl. 

frane,  dell' e,  72n;  sui  rifl.  ital.  del- 

Ve  atona,  ib, 
pj-  in  fj,  130. 
Posizione  neolatina,  15.  324n. 


I.  Suoni. 


473 


Proclisi;  suoi  effetti:  33 In,  311,  367, 

400. 
Pi-opagginazione   progressiva  e  tran- 

sultoria,  52. 
r^-^  in  ar"!-,  161-2. 
rj  iu  JT,  162. 
-s    mantenuto,   35-6,   206,    470    Cfr. 

figure  nominativali'. 
s  prostet.,  135,  154,  163,  463. 
sh  sicil.  da  shj\  129n. 
sp  che  si  riduca  a  sh,  380. 
st  in  str,  152. 
t  in  tt,  169. 
ti  .seriore,  in  II,  283n. 
ti  di  fugio  e  lupo-,  14,  325n. 
Il  di  pos.,  136n. 
u  di  pos.,  250-ln. 
ult  ecc.  29. 
ly  in  bbj,  132,  173. 
Vocali  toniche:   rifl.   valsoan.,  5-16; 

ant.  venez.,  248-51;  considerate  io 

ordine  agli  allòtropi  italiani,  301-29. 
Vocali   atone:   rifl.   valsoan.,  16-25; 

ant.  venez.,  251-4;  considerate    in 

ordine  agli  allòtropi  italiani,  329-36. 


II.  Forme. 


Nome. 

-ardo  -adro  -  -ario  163. 

-ario  301-303. 

-alico  258n. 

-ense  48. 

-cto  iu  nomi  locali  8. 

-et-ico  258n,  479. 

-ineo  258. 

-isco  258. 

-or  279n. 

-um'ne  -ud'ne  368-9n. 

ab-  391. 

ad-  258. 

dis-  258-9,  391,  449. 


de-  259,  332. 

ex-  259,  391,  444-5n,  449,  450n. 

in-  259. 

re-  259,  332. 

Nomi  da  forme  verbali,  127;  estratti 
dal  verbo,  145,  145-0,  155. 

Nomi  di  colore,  163. 

Allòtropi  dipendenti  da  ragioni  mor- 
fologiche, 402-5. 

Genere  che  si  muta,  344,  315. 

Mascolini  e  feminili  analogici,  21,  42, 
260-01,  261-2,  345,  402. 

Forme  plurali  passate  a  fungere  da 
singolari,  402-3,  cfr.  349. 


474 


Indici    —  II.  Forme.     III.  Finzione. 


Composti,  il  cui  primo  membro  è 
'foris',  90a. 

Figure  nominativali  che  s'ascondono 
in  odierni  dial.  prov ,  78-9n;  al- 
tre: 127,  259-60,  260q,  cfr.  256n, 
400,  345,  402,  404-5. 

Ablativi  di  neutri  imparisillabi,  38, 
259,  466-7. 

Vocativi,  367,  385. 

soróre-  259,  283,  233n. 

Plurali  con  distinzione  interna,  7,  248, 

Flessione  del  nome  nell'ant.  venez. 
(nome,  artic,  pronome),  259  66. 

bellitissima  265. 

Ha  lei  264. 

ne,  en,  de,  265,  cfr.  270,  396. 

vi  396. 

Articoli  pospositivi  e  rilevativi,  nel 
rumeno,  nell'albanese  ecc.,  420-41. 

Verbo. 
-iure  259,  276. 
-ulare  122-3,  129. 
-aculare  122-3. 


Verbi    di    ricomposizione    neolatina, 

12.5,  405. 
Prodotti  analogici  nella  conjugazione, 

31n,  34a,  36q,   37n,  41n,  42,  43n, 

88n,  92n,  100-ln,    140-41,  142-3, 

266-7,  326n. 
someiente  233. 
Forma  tematica  del   presente  che  sì 

estende    al    gerundio   ecc  ,   266-7 , 

267n. 
Piuccheperf.    indie,  lat.  =  condizion. 

prov.  ecc,  3 In,  cfr.  269. 
-avt,    -«,    di    3.  sg.    del   perf.,  105n, 

26S,  263n. 
-ave  =-habuit,  269. 
Terza  singolare  anche  per  terza  plu 

rale,  266. 
Participio  in  -esto,  287,  267n,  467-8. 
Flessione  del   verbo    nell'ant.  venez., 
■    266-70. 
Conjugazione  valsoanina,   9,    17n,  19 

{-ontài  3.  pi.),  22-3n,25n,31n,  31n, 
36n,  38n,  46-7n,  47n. 


III.    Funzione    e   Sintassi. 


Il  tipo  sintattico  'homo-ille  ille-bonus', 

420-41. 
Note    fraseologiche,  concernenti    un 

ant.  testo  veneziano,  273-76. 
Formole  interjettive    che  si    ripetono 
dalla  2.  pers.  sing.  dell'imperativo, 
156-7. 
dar: de,  263. 
driedo,  271-2. 
ai  pleonast.,  275n. 

Significazione  astratta  che  si  fa  con- 
creta, 345. 
Traslati  in   direzioni    opposte,   123n, 
358n 


biscia  e  pecora,  339-40. 

'a.s'  e  'bhù\  141, 

'globo'  e  'zolla'  356-7. 

'extra'  e  'trans'   149. 

'dardo'  e  'raggio'  153. 

'sfolgorare'  e  'tremolare'  455-6. 

'ramarro'  e  'folgore'  163. 

'eguale'  e  'sùbito'  331. 

'giuoco'  e  'giojello'  346n. 

'accoppiare'  e  'accomodare'  353. 

'sognare'  'pensare'  'curare'  366n. 

'curare'  138. 

'per  l'amor  che'  'per  amor  che'  I02-3n. 

'far  pelo',  e  simili,  137. 


Indici. 


IV.  Lessico. 


IV.    Lessico.' 


abbagliare  302. 
abbarbagliare  302. 
acciaccare  333a. 
acha  340. 
achaque  383n. 
aditare  312. 
adlittare  bl.  290. 
ugoja  27G,  cfr.  16. 
Agolia  276,  cfr    dgoja. 
Agrigento  463. 
agngià  167. 
aile  73n. 
«jone  ecc.  166 
amig  IO,  cfr.  II  42,3a. 
ammainare  ecc.  321. 
ampó  271. 
anbruacé  I23n. 
andare  166. 
ansóloer  450n. 
applicare  291. 
arùi  401. 

ascia  ascu la  ecc. 456-8 
asegio  ecc.  167. 
asicer  ecc.  166-7. 
a  sii  io  166-7. 
astella  148,  4:,7. 
astér  278. 
afare  312. 
aua/e  334. 
ai'eugle  355 
azzeccare  383. 

balcare  ecc.  53. 
Bastulus  ecc.  456,  458. 
ftefiòto  173. 
ftc/car  ecc.  22. 
bellum  290. 
bera  52. 
bestia  339-40d. 


bicha  ib. 
bieca  ib. 
/^i'^na  341. 
èiscja  339-40O.  462. 
-bjncdr  ecc.  22. 
bogare  151. 
dottare  ecc.  349  50. 
ftreiia  392. 
brillare  453-56. 
brillo  452-3. 
Jrio  455. 
brolar  ecc.  84. 
*rM//o  453. 
olisca  18. 
bustare  ecc.  313d. 
buttare  ecc.  349-50. 

ca  quam  265-66 

cadechie  277. 

cafdu  122a. 

ca^o  379. 

calarla  301,  305. 

Cambray  12. 

camelia   170. 

campeista  ecc.  28. 

crtjsa  315n 

ca/)/)a  315n. 

cara  ecc.  31 8n. 

ce;;/)0  171. 

cercare  170. 

c/iair  72,  73a. 

cheba  338. 

cliente  ecc.,  v.  gwm^  ecc. 

cliiairo  73n. 

chiantare  ecc.  358u. 

c/ii'en  ecc.  72. 

chiappa  129. 

c/iio«o  316. 

chiuriri  145. 


ciabata  ecc.  169. 
ciampare  ciampicare  ecc. 

168. 
cj/Zar  ecc.  154. 
cigolare  154. 
circare  170. 
c/ai'r  73n. 
clap-  clop-  30. 
clopa  =  cop'la  129. 
cojuvare  ecc.  132. 
concio  133. 
congoja  339n. 
co  nj  ubato-  131. 
contio  133. 
conhibiar  ecc.   132. 
-corgere  326d. 
córm  19. 
corubbia  131. 
cóteca  ecc.  135n. 
cotenna  135. 
crachat  125n. 
cracher  121. 
crai  prov.   125n. 
crepjj  59. 

cricchiare  ecc.  126. 
crodie  135a. 
croto  43. 
CM  135n. 
cudregn  135. 
cz/ja   135n. 
czdi  l35n. 
C(<<ina  135n. 

da/ne  ecc.  331  n, 
cfaspd  271. 
dastier  278. 
de  272. 
deniaurt  278. 
derea^  279. 


'  Gli  'Allòtropi  italiani"  hanno  il  loro  proprio  Indice,  p.  406-19;  né  era 
d'uopo  qui  ripetere  la  serio  lessicale  che  s'ebb?  per  l' amico  veneziano  a 
p.  276-84. 


476 

dergere  32Gn. 
desinare  312-13. 
devacare  ecc.  151. 
dexe  decet  279. 
dies-mércurii  ecc.  23, 

39. 
digiunare  ecc    313. 
dtner  312-13. 
di-ri-capo  282. 
dirizzone  344. 
dix  72n. 
doga  I3n. 
dredan  ecc   279. 
drizs  ecc.  314. 
ditned  278. 

ebriaceo-  442 
ebrioneo-ecc  442,453. 
eccu-  ecc.  42-3,  44n. 
echeveau  ecc.  137 
éfourgnier  90u. 
eld  andato  106. 
eme  animus  1  lOn. 
enclarar  448 
enc[l] austo-  399,  399n. 
cnclume  399n. 
encortar  449. 
encrenque  449. 
enfaldar  448. 
enfriar  448. 
en;-  spagn.  443. 
enjalbelgar  443. 
enmondar  418. 
ensement  450. 
enseres  450n. 
enferuar  ecc.,  106-7n. 
entirar  449. 
épingle  354-5. 
Eporedia  60,  445n. 
ergere  326n. 
escargot,  123u. 
esco  ecc.  447n. 
escracar    ecc.   93,    121, 

124n. 
escurar  ecc.  138. 
esieie  ecc.  143u. 


IlKlici 


IV, 


estiers  278. 
estrella  152. 
etois  ecc.  143a. 
efres  450n. 
ex-cadere  98. 

farfouiller  90n. 
faudal  30. 
/e[d]a=:feta  49. 
féouze  52. 
/ì  270,  270n. 
/ìa  362. 
/latore  279. 
^/•t'/ca  52 
/lo/a  ecc.  97n. 
/ir  270n. 
^ador  279. 
flavo  re-  359. 
Fleury  12. 
fludza  52,  111. 
fodicare  90q,  312. 
fodiculare  90n. 
foggia  382. 
fogna  ecc.  90n. 
/b^-né  ecc.  89  90n. 
fouger  90n. 
fouiller  90ii. 
founna  90n. 
Friano  346n. 
frizzo  ecc.  388. 
fufinar  ecc.  90n. 
fundicare  89-90o, 
fralja  ecc.  95a. 
franda  15. 
/•raiio  398. 
/"ma  19. 
/w^ep  52. 

gàbata  ecc.   17. 
gabbana  -a  315. 
^^o/a  ecc.  463n. 
^^aj/'o/a  59. 
galbario-  163. 
galera  ecc.  301. 
^ra^)'  gajo  4 In. 
(lamella  170. 


342. 


gancio  ecc.  361. 
ganghero  360. 
gargamela  45n. 
^'awt  ecc.  58. 
'  gavetta  137. 
gerbe  73. 
^^éc?o  59. 
ghessa.  ecc.  59. 
ghezz  163. 
ghinci  18. 
ghiova  355-6. 
^r/yo  44n. 
^rmdio  280. 
Gi>Ì20    Egidio    49,    cfr. 

284. 
5fioJa  346n. 
(7io/ia  ecc.  129. 
^fouo  giogo  131. 
5^i«  ecc.  72. 
giuggiola  172. 
giumella  170. 
giunare  ecc.  31 3n. 
giunloje  132. 
giustacuore  365n. 
^^adjo  280. 
gleba  355-6. 
glire-  10-11,  31  n. 
glQma  ecc.  463. 
goblot  ecc.  40. 
^roj  ecc.  167n. 
gomena  ecc.  324. 
gorra  135n. 
goùter  313a. 
granata  134. 
greggio  ecc.  348. 
giiljart  24. 
guregn  135n. 
gustavi  ecc.  313n. 

/lisca  462-3. 

bucce-  ecc., v.ucco-ecc. 

Iglesias  413a. 
27/ia  448,  458. 
imporcare  ecc.   127. 
inciampo  168 


ifKjhirola  175,  cfr.  479^1 
insiar  127. 
insogno  451. 
insoru  ecc.  451. 
insù  451. 
Iren:.a  ecc    284. 
is-  logud.  447,  450. 
isca  port.  402. 
ixcarrasciare  124. 
Ischia  ecc    458-9. 
jsc/«  ecc.  458-9. 
Isernia  ecc.  443,  446a. 
ù-a  444. 
Jadera  463. 
j«o  280. 
jejunare  312  13. 
joglars  355. 
joia  346i]. 
jojema  172. 
jongleur  355. 
jujuba  172-3. 
junar  ecc.  312-13. 
ji'tfcu  ecc.  131. 

lucer  ta  100. 

lact-eo  =  lac  27. 

lagario  161. 

/a^ro'  ecc.   161. 

-lajvdr  ecc.  43. 

lancelotlo  163. 

lanturgio  280. 

/enea  46. 

Lévanto  463. 

levare  274. 

/eato  395n. 

liguri  ecc.   161,   103. 

limbert  ecc.  103. 

/tn<7^r  26. 

lingori  161. 

lippus  10. 

liverai  ecc.  258n,  381. 

hrcro  295n. 

/o/^  ecc.  58. 

/d^//a  18,  59. 

/oja  324. 

lucerla  ecc.  160. 


Indici.  —   IV    Lessico. 

Iti  goni  ecc.  161. 
/wo/70  ecc.  illoc  270. 

mac  ecc.  36,  30ii. 
macia  301. 
magarasso  163- 
magnano  175-6. 
maj'  163. 
marcona  ecc.  58. 
margajà  ecc.   124. 
martinag  163. 
masca  40n. 
ma[«]oMe  47. 
menchero  353. 
meriare  ecc.  346n,  347. 
miles  290. 
miro  280. 
mo^s  ecc.  327n. 
W03-0  ecc.  328, 
mucca  59. 
mucchio  397. 
mugra  59. 
mi^ns  326a. 

«q;a  135d. 
napio  ecc.  59. 
ne  buio-  12n. 
neptia  281n. 
netiwtt  106-7n. 
nidiale  111. 
«oc-  nottola  43. 
nottola  172. 
nìifjdr  22. 

0  ove  272a. 

Ófanto  464a. 

oignon  345. 

010    (in   oio)   281,    cfr. 

346n. 
otta  350. 

paire  73a. 
pajuole  132n. 
pas.  V.  pax. 
pavoria  12  (103n). 
paxenadego  258n. 


477 

ppticlienar  ecc.  449. 
peschio  456. 
Peschio  460-61. 
pessulo=  pensile  459-61. 
pestalo  456,  457. 
pignu  135n. 
pr.sum  10-11. 
p  1  u  V  i  a  n  a  26. 
poison  345. 
Pelvica  ecc.  140. 
ponzare  ecc.  345. 
prigione  m.  345. 
puDctiare  345-(). 
pwna-one  ecc.  314  6. 
pùriina  145. 

quinh  quinl  ecc.  91-2, 
cfr.  I  459  e  il  n.  22  a 
di  questi  'Schizzi'. 

recano  ecc.  163. 
vacar  ecc.  124. 
rape  163. 
ragazzo  328. 
ramarro  162,  310. 
randa  ecc.  166. 
rangól  161. 
raica  18. 
rascare  ecc.   124. 
ra<apena  43n. 
ratavoloira  ecc.  43d. 
relugor  27 9n. 
retina  405, 
riachuelo  282. 
riaiulo  282. 
rimpleiar  10  In. 
rtMaccj'are  ecc.  174. 
risicare  37 In. 
ritondo  24d,  395. 
rdn(re  38. 
r7/<7(5;  160. 
rttsca  18. 

.sacoma  317n. 
saeculum  174. 
saeppolo  ecc.   139. 


478 


Indice. 


IV.  Lessico. 


saeltia  ecc.  301. 
aaguggu  ecc.  lG7n. 
saja  3S6. 
sajettone  163. 
saldo  330-3 In. 
sam  ecc.  4G6-7. 
sapél  169. 
sargano  ecc.  318. 
sarmenula  163. 
Saulcy  8n. 

sbagliare  ecc.  302,  311. 
s&erii  59. 
sbornia  412,  453. 
scarcaglioso  123. 
scarcajcer  ecc.  121-2. 
scartare  ecc.  125. 
scartcer  125. 
scefrofrio,  163. 
sc/iernicc  ecc.  125  6, 
seller  sgnir  126. 
schiantare  ecc.  358n 
schioppo  ecc.  129,  351. 
sc2a  126. 
sciaccare  383a. 
scicer  126-7. 
sciflcer  151. 
5CiO  372a. 
sconzubia  131. 
scoppiare  129. 
5cracflr  ecc.   121-2. 
scrocchiare  ecc.   122a. 
scudregn  135. 
scuplir  ecc.  128-9. 
sdarrascìai  124. 
ségale  ecc.  465n. 
sencillo  287a. 
ser  se[d]er  450n. 
sew^e  295n. 
sf/op/a  130. 
sgarar  21. 
sgarsajd  ecc.  124. 
sgatàr  21. 
sgavetta  137. 
sgherro  302. 
sgl'óm  463. 
sgominare  324a. 


sgosja  ecc.  59. 
sguniobi  132. 
sgurcer  ecc.  137-8. 
s/a  126. 
ii7to  138-40. 
SiVó  33 In,  341. 
sito  ecc    139. 
s/diVa  12. 
so^'a  ecc.  143-4. 
soigner  ecc.  366n. 
sojovare  131. 
Sólanto  464. 
songa  443 
sorctus  326,  326-7n. 
sornacchiare  123,    123a. 
i'ors  32Gn. 
soupgon  315. 
spalto  ecc.  397. 
spans  ecc.  327n. 
spathula  29n.  cfr.  397. 
spiera  ecc.  363. 
spiura  ecc.   144-5. 
s/)o/a  ecc.  29a. 
spre^^iare  126. 
spuntone  346a. 
spurcus  136n. 
stagnare  ecc.  147. 
stagnum  147. 
sto^/o  ecc.  147-8. 
stella  152-3. 
sfó^/a  ecc.,  V.  astella. 
straccare  152. 
stracquari  ecc.  151-2. 
strange  ecc.  454. 
sfrasora  149. 
s travacar  ecc.  150-2. 
sireaca  152. 
strella  ecc.  152-4. 
sfro^)  52. 
strusar  ecc.  155 
strusciare  ecc.  155. 
SM(is«r  144. 
sugna  443. 
svdscol  150, 

taffiare  ecc.  155. 


ton/'o  ecc.  377a. 
«ante  341n. 
taurica  14-15. 
tempellare  379n. 
tesóire  ecc.  12. 
«eu^e  295n,  356n. 
tilicherta  160. 
ttne/!(!o  390. 
titio  344-5. 
Tornado  283. 
Tonisto  283. 
torniedo  312. 
(orjwej  ecc.  48,  59. 
tosone  344-5. 
transalpinare  bl.  291. 
transpadare  bl.  291. 
fro/io  284. 
Troijes  465-6. 
truscia  ecc.  154-5. 
frwssa  155n. 
tuna  bl.  390. 
(Msse  155n. 

Mcar  McZar  ecc.  158-9. 
ucco-  159. 
Ufente-  464n. 
ugier  339n. 
unio  345. 
wr^ó^  160. 
Mrio7  164. 
m;:o  339n. 

vacuare  151. 
yajort  165. 
oaludegh  164. 
uantts-jM  163. 
varius  302. 
vocuus  ecc.  151. 
volant-rette  Ileo. 
vulàdegh  ecc.  164-5. 
vfujotare  350. 


^a  270. 
^ampa  163. 
zampell  163, 
;ra^e//  168,  cfr. 


169. 


Indici. 


V.   Vu>ia. 


479 


satta  ecc.  358. 
zeffare  ecc.  37 9a. 
zerpir  125a. 
silichelta  160. 
zufolare  ecc.  154,  382  3. 


zulcer  173-4. 
zabulus  295u. 
Zara  463. 
zemna  170. 
it'j/a  172. 


iiizola  ecc.  172. 

ioo  ecc.  131,   173,    284. 

zcadga  131. 


V.   Varia. 


Lingua  e  Storia,  290-1,  295,  309,  314, 
32' »,  321,  328,  329,  334,  336n,  337, 
34 In,  342,  350,  355,  358,  360,  366, 
369,  371,  399. 

EfTotti  analogici  d'ordine  lessicale, 
0  assimilazione  di  voce  a  voce: 
114  (boilai,  mugliai),  130,  257n,  335, 
356,  368-9,  399n ,  445  sgg  ,  464u; 
cfr.  115n  (4). 

L'attrazione  analogica  aritmetica- 
mente dimostrata,  444  sgg. 

Fenomeni  fonetici  che  diventino  ca- 
ratteristiche morfologiche,  5n,  7 In, 
74  5  ecc.,  Il3a,  404. 

La  predisposizione  orale,  253n. 

Massime  divergenze,    93n,    10 In   (2), 


103  {ezìla  scala;  ecc),  107n. 

Gli  allòtropi  e  la  storia  della  lingua 
italiana,  286-93. 

Il  franco-provenzale,  61  segg. 

Del  borgognone, 73, 112n,  cfr.  1 17n. 

Territorj  'alsazj'  e  ^orenesi'  114-15 
(franco-prov.;,  116-19  (frane). 

Alterazioni  gergali,  53-"?';  voci  comuni 
a  gerghi  diversi,  58-9;  voci  gergali 
d'incerta  provenienza,  59-60;  tra- 
slati gergali  57-8.  Linguaggio  in- 
fantile, 341. 

Bibliografia:  dei  dialetti  franco- 
provenzali ecc.,  6-10;  dell'antico 
veneziano,  245-7;  degli  allòtropi, 
299-300. 


GIUNTE  E  CORREZIOXI. 


rcui. 
9i- 

127. 
167, 
244 


2  n.  Vedi  ora  l'Indice  (lessico),  s. 
quinh  ecc. 

ult.  1.,  aggiugui:  e'Jura',  p.  111. 
1.   10,  leggi:  excieo 

,  1.  3  della  nota,  leggi:  od  ago 

,  E  stato  notato  {Rev  histor.,  Vili 
435)  che  questo  testo  veneziano 
altro  non  sia  se  non  una  tradu- 
zione delia  Cionaca  di  Martin 
Polacco  (Martino  da  Troppau), 
continuata  a  ogni  modo,  potevasi 
aggiugnere,  in  sino  ;il  1301.  Ma 
circa  le  ragioni  del  dialetto,  non 
perciò  si  muta  nulla;  e  or  se  ne 
ritocca  nella  I  punt  dei.  VII  voi. 


Pag. 

253, 


259. 


301, 
442, 


445. 


ult.  lin.  Va  ricordato  il  latino  al- 
legere. 

n.  5.  Venefico  è  anche  nome 
d'an' isola  greca,  e  d'un  co- 
mune di  Sicilia. 

I.  3,  leggi:  gaucho 

II.  12  e  22,  leggi  ebrionea  ecc., 
cfr.  453. 

Un  IGi  s'ebbe,  da  AlGs.  neola- 
tino, in  ighera  (*aiguaria 
aquaria\  guttus,  riportato  dal 
Vopisco;e  la  forma  epentetica 
è  pronta  ncll'iM^/iiVo/a,  di  cui 
a  p.  175. 


i 


BINDING  SECT.  JAN  2  9  1968 


PC      Archivio  glottologico  italiano 

U 

A7 

V.3 


PLEASE  DO  NOT  REMOVE 
CARDS  OR  SLIPS  FROM  THIS  POCKET 

UNIVERSITY  OF  TORONTO  LIBRARY